È interessante leggere il dibattito scatenato dall’annuncio del lancio di Libra (la criptovaluta di Facebook [1] ) tra le élite europee. Infatti, come ben sottolineato da Francesco Piccioni su Contropiano in Il Sacro Romano Impero ai tempi di Facebook, sta iniziando a risultare evidente il conflitto tra la corporation americana e l’Unione Europea: ”Un imperialismo in crisi di egemonia non si arrende senza combattere e quindi rilanciare la sfida.” Analisi valida non solo, come evidente, per le vicende iraniane, ma anche da un non meno rilevante conflitto economico/finanziario come quello ricordato.
Oltre all’importanza del ruolo che potranno assumere Libra e le criptovalute in generale, a rendere interessante il dibattito su questi temi è, però, il fatto che al suo interno sono emerse perle di verità che gettano luce anche su passaggi importanti della storia recente, come l’introduzione della moneta unica, l’Euro.
È il caso del discorso tenuto da Yves Mersch (Membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea) durante una conferenza alla BCE nei mesi scorsi [2] (ovviamente non troverete nulla di questo sui giornali, non sia mai che veniamo informati di queste cose), dove, per difendere l’istituzione di cui fa parte, egli si è trovato ad avanzare dichiarazioni estremamente chiarificatrici rispetto al ruolo della moneta nel sistema capitalistico moderno. Andiamo a leggere cosa dice il nostro:
“Quando si tratta di denaro, la centralizzazione è una virtù solo nel giusto contesto istituzionale, che è quello di un’entità sovrana e un’autorità centrale di emissione. [..] Nonostante le sue audaci aspirazioni valutarie globali, Libra manca di un prestatore globale di ultima istanza. Chi sosterrà la moneta in una situazione di crisi di liquidità? [..] il denaro è un bene pubblico, il denaro e la sovranità statale sono inesorabilmente collegati. Quindi la nozione di denaro apolide è un’aberrazione senza solide basi nell’esperienza umana. [..] Spero sinceramente che il popolo europeo non sia tentato di lasciarsi alle spalle la sicurezza e la solidità di soluzioni e canali di pagamento consolidati a favore delle promesse seducenti ma infide della chiamata della sirena di Facebook.”
Ma che stupore! Quindi i problemi principali di Libra consisterebbero nel fatto che non c’è un prestatore di ultima istanza per sostenere la valuta in caso di crisi né uno stato sovrano che possa regolarla. Ma allora, ci chiediamo, l’Euro non ha esattamente gli stessi problemi? Vediamo un po’:
1) La BCE non può costituire il “prestatore di ultima istanza”, dal momento che questo è esplicitamente vietato dai Trattati europei e dal proprio statuto. Ciò significa che essa non può acquistare direttamente i titoli di stato di un paese dell’eurozona sul mercato primario [2], come faceva ad esempio Banca D’Italia prima del “divorzio” dal Tesoro nel 1981. La funzione di prestatore di ultima istanza è importante perché permetterebbe a una BC di acquistare i titoli di stato rimasti eventualmente invenduti durante le aste e tenere quindi controllato il tasso di interesse, o anche di finanziare direttamente il tesoro senza nemmeno dover emettere debito pubblico (anche Banca D’Italia aveva a disposizione entrambi questi canali di finanziamento).
La mancanza di questo fondamentale ruolo istituzionale espone quindi il debito pubblico, lo stato e la stessa democrazia al ricatto dei grandi investitori privati, delle corporation e delle banche più influenti (i cosiddetti “mercati finanziari”). Dopo il 2011 Draghi, per fronteggiare la crisi, ha iniziato un massiccio piano di acquisti, il cosiddetto Quantitative Easing, non però attraverso l’acquisto di titoli di stato direttamente dai ministeri degli stati membri per sostenere politiche economiche espansive, ma acquistando titoli dalle banche commerciali (quindi sul mercato secondario).
Questo avrebbe dovuto avere un duplice effetto: il primo era quello di salvare le banche sgravando i bilanci da una montagna di titoli tossici accumulati durante la crisi; il secondo, più propagandistico che reale, era permettere alle banche di erogare più agevolmente prestiti e far ripartire l’economia (cosa che ovviamente non è successa, dato che la stagnazione è principalmente dovuta ai bassi salari e alla disoccupazione). La Lagarde continuerà sulla stessa strada, ma la Germania potrebbe decidere di mettere un freno a questa forzatura dello statuto (nella lettura tedesca anche questo tipo di acquisti è fuori statuto e la politica dei tassi a zero mette in difficoltà la bassa redditività delle banche tedesche) .
Nello stesso documento che contiene l’intervento di Mersch [3] troviamo, infatti, anche un intervento di Peter Huber, influente giudice della Corte costituzionale tedesca, chiamata ad esprimersi sulla costituzionalità o meno del QE2. Huber sostiene che “la BCE ha sviluppato una comprensione piuttosto illimitata del suo mandato”, concludendo che la Corte dovrà vigilare severamente sulla legittimità dell’operato della BCE rispetto alla Costituzione (quest’ultima, vale la pena ricordare, in Germania prevale sui trattati europei!).
2) La UE non è uno stato (e mai potrà diventarlo). Quale sarebbe, quindi, nel contesto dell’euro zona, “l’entità sovrana” evocata da Mersch per regolare la moneta circolante, cioè l’euro?
Ovviamente Mersch di questo non fa accenno, se non, furbescamente, ogni volta che parla del ruolo delle banche centrali sottolineando il dogma della loro indipendenza. D’altra parte, sarebbe interessante chiarire il concetto di “entità sovrana” fatto proprio da Mersch. Nel documento citato, infatti, non si fa mai cenno alla “sovranità popolare” o alla democrazia. Rispetto al punto potremmo, quindi, pensare che per Mersch la stessa BCE sia già abbastanza “sovrana”, ma nel senso assolutistico del termine.
Ed è proprio questo il punto politico dirimente che questo dibattito contribuisce a mettere in luce. Le élite europee sono ben consce delle storture che l’Euro si porta dietro fin dalla sua costruzione e, infatti, usano proprio gli argomenti che possono essere usati contro di esso per difendersi nel conflitto aperto dalle corporation con l’introduzione delle criptovalute. Compito di un soggetto politico sarebbe affrontare queste tematiche sforzandosi di mettere le élite europee di fronte alle proprie contraddizioni.
Chiudiamo, quindi, con una riscrittura delle parole di Mersch, adattate alla situazione dell’Eurozona: “Quando si tratta di denaro, la centralizzazione è una virtù solo nel giusto contesto istituzionale, che è quello di un’entità sovrana e un’autorità centrale di emissione. [..] Nonostante le sue audaci aspirazioni valutarie globali, l’Euro manca di un prestatore globale di ultima istanza. Chi sosterrà la moneta in una situazione di crisi di liquidità? [..] il denaro è un bene pubblico, il denaro e la sovranità statale sono inesorabilmente collegati. Quindi la nozione di denaro apolide è un’aberrazione senza solide basi nell’esperienza umana. [..] Spero sinceramente che il popolo Italiano non sia tentato di lasciarsi alle spalle la sicurezza e la solidità di soluzioni e canali di pagamento consolidati a favore delle promesse seducenti ma infide della chiamata della sirena dell’Unione Europea.”
Note:
[1] http://contropiano.org/altro/2019/07/28/la-rivoluzione-di-libra-e-il-mondo-fluttuante-0117648
[2] Articolo 21:”Conformemente all’articolo 101 del trattato, è vietata [..]l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle banche centrali nazionali.“ https://www.ecb.europa.eu/ecb/legal/pdf/it_statute_2.pdf
[3] https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ecb.ecblegalconferenceproceedings201912~9325c45957.en.pdf
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2020
24/10/2019
La guerra delle monete. Zuckerberg abbassa le penne, dollaro in affanno
Il lancio di “Libra” la criptovaluta di Facebook, sarà effettuato solo dopo l’autorizzazione delle autorità statunitense ha fatto sapere Mark Zuckerberg intervenuto davanti alla commissione Servizi finanziari del Congresso Usa. “La politica monetaria è di competenza delle banche centrali, non di Libra. L’associazione Libra non ha intenzione di competere con le valute sovrane o di entrare nell’arena della politica monetaria”.
Il Dipartimento del Tesoro americano ha incontrato esponenti e funzionari di Facebook, e gli ha “fatto sapere” che i loro piani per il lancio della criptovaluta Libra sono prematuri. Inutile dire che il titolo di Facebook a Wall Street è arrivato a perdere il 2,26% a causa dell’ampliamento dell’indagine antitrust nei confronti della piattaforma e dell’avvertimento del Dipartimento del Tesoro Usa.
Il Sole 24 Ore sottolinea come “I grandi partner finanziari sono pronti a sfilarsi dal re dei social network – o meglio dall’ultimo, ambiziosissimo progetti del gruppo – nell’immagine e nella sostanza: la criptovaluta globale Libra. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Libra starebbe incassando importanti defezioni tra i suoi alleati: numerosi giganti della finanza – da Visa a Mastercard e non solo – potrebbero tirarsi indietro dal piano di dare vita a un network globale per un sistema di pagamenti fondato sulla nuova divisa digitale ideata da Fb”.
Che cosa segnala questo rapido “Rise and Fall” della criptomoneta di Facebook? Segnala che la guerra delle e tra le monete sta diventando un campo di battaglia durissimo e frontale nella competizione globale interimperialista del XXI Secolo.
“La nascita delle criptomonete da parte di Stati e di multinazionali, è un ulteriore tentativo di divincolarsi dagli attuali intrecci finanziari e monetari, per trovare nuovi spazi di crescita dei singoli soggetti privati e statuali. Questo intreccio pericoloso si è palesato nella crisi finanziaria del 2007 che si è velocemente propagata dagli USA a tutto il mondo” è scritto nel documento di convocazione del Forum su “Lo stallo degli imperialismi” che la Rete dei Comunisti ha organizzato a Roma per sabato 26 ottobre (ore 10.00 al centro congressi Cavour).
Ma la guerra delle monete configura ormai una competizione a tutto campo tra un numero crescente di Stati che intendono sganciarsi dall’egemonia del dollaro – e stanno agendo di conseguenza – e gli Stati Uniti che vorrebbero impedire con ogni mezzo il declino degli strumenti della loro egemonia globale durata quasi sessanta anni. Il ricorso ai dazi e alla guerra commerciale è il tentativo di rispondere al fatto che ormai solo il 40% dei pagamenti internazionali avviene ancora in dollari. Una moneta da anni non più ancorata a beni reali (oro, petrolio etc.) ma esclusivamente imposta al mondo su base “fiduciaria” – e garantita più dalla minaccia del Pentagono che dall’economia reale – viene rimessa pesantemente in discussione dai nuovi competitori emergenti: dalla Russia alla Cina, dall’Unione Europea a potenze regionali come Iran o Turchia, o da paesi apertamente antagonisti all’imperialismo Usa come il Venezuela.
È lo scenario da incubo che i Neocons statunitensi puntavano a scongiurare sin dal 1992 (riaffermato poi nel Project for New American Century nel 2000) e che invece si è via via delineato nelle relazioni internazionali del XXI Secolo, evidenziando quel declino Usa ampiamente intellegibile nella contraddittoria amministrazione Trump.
In passato situazioni come queste sono state affrontate con la guerra di cui ben ben due di dimensione mondiale. Oggi questa soluzione non è a portata di mano per nessuna potenza imperialista. La presenza e la diffusione di armamenti nucleari, pone ormai il rapporto tra costi e benefici di una guerra su un terreno non ragionevolmente quantificabile, se non quello della “alternativa del diavolo” descritta nel libro di Forsyth.
“Quello che si configura oggi, a nostro modo di vedere, è una situazione di stallo nei rapporti di forza internazionali che segnerà i prossimi anni, e che gli USA stanno vivendo come fine della loro egemonia globale alla quale intendono opporsi in tutti i modi, pena il declino e la fine del loro imperialismo come è avvenuto per l’Inghilterra nel secolo scorso” sottolinea il documento della RdC per la discussione nel Forum di sabato prossimo. “Uno scenario del tutto in contrasto con il sogno e il progetto del Nuovo Secolo Americano! Questa condizione di stallo sta inoltre producendo situazioni paradossali e contraddittorie”.
Siamo dunque dentro una crisi di sistema, quello capitalista, che non riesce a trovare vie d’uscita. Le vecchie sono impraticabili, le nuove stentano a delinearsi. È una situazione che rende di straordinaria pertinenza quanto scriveva Gramsci dal carcere indicando che: “La crisi appunto consiste nel fatto che il vecchio muore ma il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Ma la funzione delle soggettività rivoluzionarie non è certo quella dei meri osservatori di quanto accade. Se un sistema dominante è in crisi, una alternativa torna a rendersi necessaria. “Nonostante il discredito gettato quotidianamente dai nostri nemici di classe sulle nostre idee forza la situazione, per come si manifesta e per la dimensione che hanno assunto le contraddizioni, rivela tutto il peso dell’assenza di un’alternativa politica e statuale e pone dunque la necessità di una alternativa che non riusciamo ad esprimere con termini diversi da Socialismo e Comunismo” chiosa il documento della RdC che prepara il forum di sabato a Roma. Strada in salita sicuramente, ma non per questo da continuare a rimuovere dall’azione politica, sociale, sindacale e internazionale. Al contrario.
Fonte
Il Dipartimento del Tesoro americano ha incontrato esponenti e funzionari di Facebook, e gli ha “fatto sapere” che i loro piani per il lancio della criptovaluta Libra sono prematuri. Inutile dire che il titolo di Facebook a Wall Street è arrivato a perdere il 2,26% a causa dell’ampliamento dell’indagine antitrust nei confronti della piattaforma e dell’avvertimento del Dipartimento del Tesoro Usa.
Il Sole 24 Ore sottolinea come “I grandi partner finanziari sono pronti a sfilarsi dal re dei social network – o meglio dall’ultimo, ambiziosissimo progetti del gruppo – nell’immagine e nella sostanza: la criptovaluta globale Libra. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Libra starebbe incassando importanti defezioni tra i suoi alleati: numerosi giganti della finanza – da Visa a Mastercard e non solo – potrebbero tirarsi indietro dal piano di dare vita a un network globale per un sistema di pagamenti fondato sulla nuova divisa digitale ideata da Fb”.
Che cosa segnala questo rapido “Rise and Fall” della criptomoneta di Facebook? Segnala che la guerra delle e tra le monete sta diventando un campo di battaglia durissimo e frontale nella competizione globale interimperialista del XXI Secolo.
“La nascita delle criptomonete da parte di Stati e di multinazionali, è un ulteriore tentativo di divincolarsi dagli attuali intrecci finanziari e monetari, per trovare nuovi spazi di crescita dei singoli soggetti privati e statuali. Questo intreccio pericoloso si è palesato nella crisi finanziaria del 2007 che si è velocemente propagata dagli USA a tutto il mondo” è scritto nel documento di convocazione del Forum su “Lo stallo degli imperialismi” che la Rete dei Comunisti ha organizzato a Roma per sabato 26 ottobre (ore 10.00 al centro congressi Cavour).
Ma la guerra delle monete configura ormai una competizione a tutto campo tra un numero crescente di Stati che intendono sganciarsi dall’egemonia del dollaro – e stanno agendo di conseguenza – e gli Stati Uniti che vorrebbero impedire con ogni mezzo il declino degli strumenti della loro egemonia globale durata quasi sessanta anni. Il ricorso ai dazi e alla guerra commerciale è il tentativo di rispondere al fatto che ormai solo il 40% dei pagamenti internazionali avviene ancora in dollari. Una moneta da anni non più ancorata a beni reali (oro, petrolio etc.) ma esclusivamente imposta al mondo su base “fiduciaria” – e garantita più dalla minaccia del Pentagono che dall’economia reale – viene rimessa pesantemente in discussione dai nuovi competitori emergenti: dalla Russia alla Cina, dall’Unione Europea a potenze regionali come Iran o Turchia, o da paesi apertamente antagonisti all’imperialismo Usa come il Venezuela.
È lo scenario da incubo che i Neocons statunitensi puntavano a scongiurare sin dal 1992 (riaffermato poi nel Project for New American Century nel 2000) e che invece si è via via delineato nelle relazioni internazionali del XXI Secolo, evidenziando quel declino Usa ampiamente intellegibile nella contraddittoria amministrazione Trump.
In passato situazioni come queste sono state affrontate con la guerra di cui ben ben due di dimensione mondiale. Oggi questa soluzione non è a portata di mano per nessuna potenza imperialista. La presenza e la diffusione di armamenti nucleari, pone ormai il rapporto tra costi e benefici di una guerra su un terreno non ragionevolmente quantificabile, se non quello della “alternativa del diavolo” descritta nel libro di Forsyth.
“Quello che si configura oggi, a nostro modo di vedere, è una situazione di stallo nei rapporti di forza internazionali che segnerà i prossimi anni, e che gli USA stanno vivendo come fine della loro egemonia globale alla quale intendono opporsi in tutti i modi, pena il declino e la fine del loro imperialismo come è avvenuto per l’Inghilterra nel secolo scorso” sottolinea il documento della RdC per la discussione nel Forum di sabato prossimo. “Uno scenario del tutto in contrasto con il sogno e il progetto del Nuovo Secolo Americano! Questa condizione di stallo sta inoltre producendo situazioni paradossali e contraddittorie”.
Siamo dunque dentro una crisi di sistema, quello capitalista, che non riesce a trovare vie d’uscita. Le vecchie sono impraticabili, le nuove stentano a delinearsi. È una situazione che rende di straordinaria pertinenza quanto scriveva Gramsci dal carcere indicando che: “La crisi appunto consiste nel fatto che il vecchio muore ma il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Ma la funzione delle soggettività rivoluzionarie non è certo quella dei meri osservatori di quanto accade. Se un sistema dominante è in crisi, una alternativa torna a rendersi necessaria. “Nonostante il discredito gettato quotidianamente dai nostri nemici di classe sulle nostre idee forza la situazione, per come si manifesta e per la dimensione che hanno assunto le contraddizioni, rivela tutto il peso dell’assenza di un’alternativa politica e statuale e pone dunque la necessità di una alternativa che non riusciamo ad esprimere con termini diversi da Socialismo e Comunismo” chiosa il documento della RdC che prepara il forum di sabato a Roma. Strada in salita sicuramente, ma non per questo da continuare a rimuovere dall’azione politica, sociale, sindacale e internazionale. Al contrario.
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28/08/2019
Si accende la sfida sulla criptomonete
La notizia più particolare è che anche il Ruanda sta pensando di dotarsi di una criptomoneta. La cosa non deve sorprendere, perché abbiamo ben fissato nella memoria un articolo di qualche anno fa nel quale il quotidiano economico Il Sole 24 Ore decantava la “crescita” della Borsa di... Kigali.
Ma se anche il Ruanda si sta misurando con la sfida delle criptomonete, significa che questa nuova frontiera della competizione economica (e politica) globale va seguita con maggiore attenzione.
Secondo alcuni osservatori il paese più vicino a realizzare una valuta digitale potrebbe essere la Cina, che ha preso come una sfida l’annuncio della nascita nel 2020 di Libra, la criptomoneta di Facebook.
Nei giorni scorsi aveva invece fatto rumore la “provocazione” lanciata dal governatore della Bank of England alla riunione delle banche centrali a Jackson Hole, il quale ha proposto una supervaluta digitale come centro di un nuovo sistema finanziario mondiale che sostituisca quello incentrato sull’egemonia del dollaro.
Non è un mistero che il modello indicato dal governatore della banca centrale inglese sia quello di Libra. Ma su questa opzione sono in molti a mettere le mani avanti e storcere il naso (l’Antitrust dell’Unione Europea ha già aperto una indagine). Libra sarebbe una valuta privata e per di più controllata da un discutibile primus inter pares come Facebook.
Si scopre però che molte banche centrali stanno lavorando a una valuta digitale, che sia cripto o meno. Secondo il Sole 24 Ore lo stanno facendo almeno il 70% delle 63 banche centrali interpellate dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri) per il suo recente report in materia.
Il Fondo monetario internazionale in un rapporto reso pubblico lo scorso giugno, sostiene che il motivo principale per prendere in considerazione le criptomonete delle Banche centrali è “la riduzione dei costi, l’aumento dell’efficienza nell’implementazione della politica monetaria, il contrasto della concorrenza delle criptovalute, la contendibilità del mercato dei pagamenti e l’offerta di uno strumento di pagamento privo di rischi. Questo vale soprattutto per le economie sviluppate, dove la netta riduzione del contante spinge alla sperimentazione di strumenti alternativi per i pagamenti”.
Ancora il Sole 24 Ore riferisce che a inizio agosto la People’s Bank of China ha detto di essere “quasi pronta” a partire con l’emissione della propria valuta digitale sovrana e sarebbe quindi la prima banca centrale al mondo a ricorrere a questo strumento. Si tratterebbe di un sistema a due livelli in cui gli emittenti abilitati sarebbero sia la Banca centrale che le istituzioni finanziarie.
Anche la Svezia sta lavorando da più di due anni a un progetto di e-krona, per fornire un sostituto digitale del contante, garantito dallo Stato. Ma anche paesi digitali come Lituania ed Estonia hanno in cantiere progetti di valute digitali, in entrambi i casi basati su blockchain. In India c’è una legge che ha messo al bando le criptovalute ma sta abilitando espressamente una rupia digitale, con corso legale. L’Uruguay ha avviato un programma pilota per un e-peso per lo sviluppo di pagamenti istantanei via mobile. Stessa finalità hanno i progetti in Thailandia ma anche in paradisi fiscali come Bahamas e Dubai.
In stato di sviluppo avanzato è anche il progetto di Singapore, dove la Monetary Authority (Mas) ha avviato una sperimentazione con la Bank of Canada per il pagamento crossborder tra due sistemi valutari nazionali basati su blockchain. Anche Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno sperimentato un sistema di settlement tra i due Paesi.
Ma il ricorso a strumenti diversi dal dollaro nei pagamenti internazionali ha anche una dimensione squisitamente politica, nello scontro tra i rogues states minacciati dagli Usa ma anche per l’Europa. Dopo che gli Usa di Trump hanno ripristinato le sanzioni contro l’Iran, Teheran aveva annunciato i piani per il Crypto-Rial. Il mese scorso la Banca centrale iraniana ha detto di essere prossima all’emissione della criptovaluta nazionale, garantita dalle riserve aurifere del Paese e dunque un sistema per aggirare le sanzioni americane. Questo è un progetto che vede interessato anche il Venezuela con una moneta virtuale come il Petro garantito dal petrolio, ma le stesse Russia e Turchia ci stanno lavorando seriamente sopra. In questo caso una criptovaluta si trasforma in un sistema per bypassare il blocco alle transazioni finanziarie imposto dagli Stati Uniti.
Fonte
Ma se anche il Ruanda si sta misurando con la sfida delle criptomonete, significa che questa nuova frontiera della competizione economica (e politica) globale va seguita con maggiore attenzione.
Secondo alcuni osservatori il paese più vicino a realizzare una valuta digitale potrebbe essere la Cina, che ha preso come una sfida l’annuncio della nascita nel 2020 di Libra, la criptomoneta di Facebook.
Nei giorni scorsi aveva invece fatto rumore la “provocazione” lanciata dal governatore della Bank of England alla riunione delle banche centrali a Jackson Hole, il quale ha proposto una supervaluta digitale come centro di un nuovo sistema finanziario mondiale che sostituisca quello incentrato sull’egemonia del dollaro.
Non è un mistero che il modello indicato dal governatore della banca centrale inglese sia quello di Libra. Ma su questa opzione sono in molti a mettere le mani avanti e storcere il naso (l’Antitrust dell’Unione Europea ha già aperto una indagine). Libra sarebbe una valuta privata e per di più controllata da un discutibile primus inter pares come Facebook.
Si scopre però che molte banche centrali stanno lavorando a una valuta digitale, che sia cripto o meno. Secondo il Sole 24 Ore lo stanno facendo almeno il 70% delle 63 banche centrali interpellate dalla Banca dei regolamenti internazionali (Bri) per il suo recente report in materia.
Il Fondo monetario internazionale in un rapporto reso pubblico lo scorso giugno, sostiene che il motivo principale per prendere in considerazione le criptomonete delle Banche centrali è “la riduzione dei costi, l’aumento dell’efficienza nell’implementazione della politica monetaria, il contrasto della concorrenza delle criptovalute, la contendibilità del mercato dei pagamenti e l’offerta di uno strumento di pagamento privo di rischi. Questo vale soprattutto per le economie sviluppate, dove la netta riduzione del contante spinge alla sperimentazione di strumenti alternativi per i pagamenti”.
Ancora il Sole 24 Ore riferisce che a inizio agosto la People’s Bank of China ha detto di essere “quasi pronta” a partire con l’emissione della propria valuta digitale sovrana e sarebbe quindi la prima banca centrale al mondo a ricorrere a questo strumento. Si tratterebbe di un sistema a due livelli in cui gli emittenti abilitati sarebbero sia la Banca centrale che le istituzioni finanziarie.
Anche la Svezia sta lavorando da più di due anni a un progetto di e-krona, per fornire un sostituto digitale del contante, garantito dallo Stato. Ma anche paesi digitali come Lituania ed Estonia hanno in cantiere progetti di valute digitali, in entrambi i casi basati su blockchain. In India c’è una legge che ha messo al bando le criptovalute ma sta abilitando espressamente una rupia digitale, con corso legale. L’Uruguay ha avviato un programma pilota per un e-peso per lo sviluppo di pagamenti istantanei via mobile. Stessa finalità hanno i progetti in Thailandia ma anche in paradisi fiscali come Bahamas e Dubai.
In stato di sviluppo avanzato è anche il progetto di Singapore, dove la Monetary Authority (Mas) ha avviato una sperimentazione con la Bank of Canada per il pagamento crossborder tra due sistemi valutari nazionali basati su blockchain. Anche Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno sperimentato un sistema di settlement tra i due Paesi.
Ma il ricorso a strumenti diversi dal dollaro nei pagamenti internazionali ha anche una dimensione squisitamente politica, nello scontro tra i rogues states minacciati dagli Usa ma anche per l’Europa. Dopo che gli Usa di Trump hanno ripristinato le sanzioni contro l’Iran, Teheran aveva annunciato i piani per il Crypto-Rial. Il mese scorso la Banca centrale iraniana ha detto di essere prossima all’emissione della criptovaluta nazionale, garantita dalle riserve aurifere del Paese e dunque un sistema per aggirare le sanzioni americane. Questo è un progetto che vede interessato anche il Venezuela con una moneta virtuale come il Petro garantito dal petrolio, ma le stesse Russia e Turchia ci stanno lavorando seriamente sopra. In questo caso una criptovaluta si trasforma in un sistema per bypassare il blocco alle transazioni finanziarie imposto dagli Stati Uniti.
Fonte
22/08/2019
La criptomoneta di Facebook nel mirino dell’Antitrust di Bruxelles
Libra ossia la criptomoneta progettata da Facebook, è finita al centro di un'indagine della commissione Antitrust dell’Unione Europea.
Libra dovrebbe iniziare a circolare nel 2020, ma le autorità di vigilanza di Bruxelles sospettano che il progetto possa creare ostacoli alla concorrenza nei confronti degli altri sistemi di pagamento, soprattutto per quanto riguarda i dati sui consumatori.
L’indagine dell’Antitrus, per ora è limitata alla raccolta preliminare di informazioni, ma va ad aggiungersi agli allarmi delle autorità economiche e politiche europee verso il progetto di criptovaluta annunciato nel giugno scorso da Facebook, il quale non nasconde l’ambizione di creare un sistema economico globale incentrato su Libra. In ogni caso Facebook ha già anticipato di voler ottenere per la criptovaluta il via libera delle autorità regolamentari dei Paesi in cui vorrà operare.
Stando a quanto riportato da Bloomberg, la Commissione europea sta “valutando il potenziale impatto limitativo della concorrenza “ del progetto della Libra Association, l’associazione che unisce gruppi del mondo dell’hi-tech, finanziario e cripto, tra cui Facebook , per valutare i rischi.
Il Sole 24 Ore ci ricorda comunque che la raccolta di informazioni da parte dell’Antitrust è una pratica preliminare standard per la valutazione sull’opportunità di aprire un vero e proprio dossier, ma sottolinea anche come questa apertura di indagine si va ad aggiungere ad un’altra indagine preliminare di Bruxelles sulla valutazione di posizione dominante di Facebook nei confronti delle altre app.
A giugno Facebook si era affrettata a chiarire che la nuova piattaforma non verrebbe gestita solo da lei, ma “da un gruppo di soggetti in cui nessuno avrà il controllo dell’intero flusso di informazioni”, la cosiddetta Libra Association. Ma intanto la divisione Calibra di Facebook si è già sperticata a promettere un wallet digitale (sistema di pagamento elettronico dichiarato “sicuro”, ndr) sia dentro WhatsApp che Messenger per permettere pagamenti istantanei. Questa possibilità sarà prevista anche per gli altri membri fondatori della Libra Association che potranno aggiungere prodotti e servizi propri ma, come nel caso di Godzilla “le dimensioni contano”.
Facebook parte da una base di oltre due miliardi di utenti che scambiandosi denaro lasceranno tracce digitali preziose sui propri comportamenti finanziari, ragione per cui si è affrettata a chiarire che i dati degli utenti che usano il social verranno mischiati con quelli finanziari e che questi saranno utilizzabili solo dietro esplicita autorizzazione dell’utente. Ma il sistema appare piuttosto fragile, tanto “fragile” che le autorità statunitense hanno elevato a cinque miliardi (rispetto ai tre previsti) una multa a Facebook proprio per violazione dei dati e della privacy dei suoi utenti.
Fonte
Libra dovrebbe iniziare a circolare nel 2020, ma le autorità di vigilanza di Bruxelles sospettano che il progetto possa creare ostacoli alla concorrenza nei confronti degli altri sistemi di pagamento, soprattutto per quanto riguarda i dati sui consumatori.
L’indagine dell’Antitrus, per ora è limitata alla raccolta preliminare di informazioni, ma va ad aggiungersi agli allarmi delle autorità economiche e politiche europee verso il progetto di criptovaluta annunciato nel giugno scorso da Facebook, il quale non nasconde l’ambizione di creare un sistema economico globale incentrato su Libra. In ogni caso Facebook ha già anticipato di voler ottenere per la criptovaluta il via libera delle autorità regolamentari dei Paesi in cui vorrà operare.
Stando a quanto riportato da Bloomberg, la Commissione europea sta “valutando il potenziale impatto limitativo della concorrenza “ del progetto della Libra Association, l’associazione che unisce gruppi del mondo dell’hi-tech, finanziario e cripto, tra cui Facebook , per valutare i rischi.
Il Sole 24 Ore ci ricorda comunque che la raccolta di informazioni da parte dell’Antitrust è una pratica preliminare standard per la valutazione sull’opportunità di aprire un vero e proprio dossier, ma sottolinea anche come questa apertura di indagine si va ad aggiungere ad un’altra indagine preliminare di Bruxelles sulla valutazione di posizione dominante di Facebook nei confronti delle altre app.
A giugno Facebook si era affrettata a chiarire che la nuova piattaforma non verrebbe gestita solo da lei, ma “da un gruppo di soggetti in cui nessuno avrà il controllo dell’intero flusso di informazioni”, la cosiddetta Libra Association. Ma intanto la divisione Calibra di Facebook si è già sperticata a promettere un wallet digitale (sistema di pagamento elettronico dichiarato “sicuro”, ndr) sia dentro WhatsApp che Messenger per permettere pagamenti istantanei. Questa possibilità sarà prevista anche per gli altri membri fondatori della Libra Association che potranno aggiungere prodotti e servizi propri ma, come nel caso di Godzilla “le dimensioni contano”.
Facebook parte da una base di oltre due miliardi di utenti che scambiandosi denaro lasceranno tracce digitali preziose sui propri comportamenti finanziari, ragione per cui si è affrettata a chiarire che i dati degli utenti che usano il social verranno mischiati con quelli finanziari e che questi saranno utilizzabili solo dietro esplicita autorizzazione dell’utente. Ma il sistema appare piuttosto fragile, tanto “fragile” che le autorità statunitense hanno elevato a cinque miliardi (rispetto ai tre previsti) una multa a Facebook proprio per violazione dei dati e della privacy dei suoi utenti.
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