Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/03/2016

Egitto - Gli squadroni della morte

di Nello Gradirà – Senza Soste n° 113

Il vero protagonista della politica egiziana è sempre stato l’esercito, fin dai tempi in cui gli “Ufficiali liberi”, guidati da Nasser, deposero Re Faruk e instaurarono la Repubblica (1952-53).

Il periodo nasseriano si caratterizzò per una sorta di “socialismo panarabo”. L’esercito appariva come il garante della moralità politica, dell’indipendenza nazionale e della laicità. Nel 1954 la Fratellanza Musulmana, a seguito di un fallito attentato, subì una dura repressione. Dal canto suo l’Arabia Saudita, per contrastare la crescente influenza egiziana, iniziò a finanziare i movimenti islamici. Alla morte di Nasser (1970) salì al potere Anwar al Sadat, che riavvicinò l’Egitto all’occidente, seguì i dettami del Fondo Monetario Internazionale e firmò il trattato di pace di Camp David con Israele. Venne ucciso il 6 ottobre 1981 da un fanatico per protesta contro la repressione dei movimenti religiosi e per il “tradimento” della causa palestinese. Il suo successore, Hosni Mubarak, proseguì sulla stessa falsariga. L’esercito progressivamente lasciò da parte i vecchi ideali, trasformandosi in una forza repressiva e in una potenza economica che controlla tuttora il 40% dell’economia del paese.

Il 25 gennaio 2011 sboccia anche in Egitto la “Primavera araba”: le imponenti manifestazioni di Piazza Tahrir, durate circa due settimane con scontri e centinaia di vittime, alla fine hanno la meglio sull’inamovibile Mubarak, che si dimette l’11 febbraio lasciando il potere alle forze armate. Queste non avevano altra scelta che permettere libere elezioni, ma l’unica forza che poteva vincerle, grazie al suo radicamento territoriale (e ai brogli) erano i Fratelli Musulmani, ben visti anche in occidente perché si pensava che potessero garantire stabilità (sul modello dell’Akp turco di Erdogan) e frenare le frange islamiste più estreme. Così, quando nel giugno del 2012 si svolgono le elezioni il vincitore è Mohamed Morsi, della Fratellanza Musulmana, che avvia una strisciante islamizzazione del paese e non risolve i problemi posti da una crisi economica sempre più grave. Quindi, nell’aprile 2013 anche Morsi si trova di fronte un imponente movimento di protesta.

Il 3 luglio viene deposto da un colpo di Stato e sostituito dal Ministro della Difesa e capo delle forze armate Abdel Fattah al Sisi, che l’anno dopo si confermerà presidente vincendo le elezioni con la classica maggioranza bulgara (97%). Il movimento esulta ma l’esercito ha agito per frenare il crescente caos politico ed economico che minacciava i suoi privilegi e non certo per difendere la democrazia. La Fratellanza Musulmana, dichiarata fuorilegge, scatena violente proteste e Sisi reagisce con una spietata repressione che colpisce tutte le opposizioni, con arresti arbitrari, torture, sparizioni, esecuzioni extragiudiziali.

Il Wall Street Journal scrive “Gli egiziani sarebbero fortunati se i loro generali al governo si rivelassero della stessa pasta del cileno Augusto Pinochet, che prese il potere in mezzo al caos ma ingaggiò riformatori liberisti e promosse una transizione alla democrazia”.

La natura autoritaria del governo egiziano è riemersa in questi giorni dopo la tragica morte di Giulio Regeni. L’ipotesi più accreditata sull’assassinio è che – come tanti altri – sia rimasto vittima degli apparati repressivi del regime a causa dei suoi contatti con i sindacati indipendenti, e si teme che la verità venga insabbiata in nome degli affari italiani in Egitto. Quali sono questi affari lo spiega la rivista Internazionale: “L’Eni è presente con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari; estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale. La scorsa estate l’Eni ha annunciato la scoperta di un nuovo giacimento offshore in una zona di sua concessione: si chiama Zhor, ha riserve stimate in 850 miliardi di metri cubi di gas, abbastanza da trasformare lo scenario energetico del paese. La produzione comincerà tra il 2018 e il 2019. Oltre all’Eni, circa 130 aziende italiane operano in Egitto. C’è Edison (con investimenti per due miliardi) e Banca Intesa San Paolo, che nel 2006 ha comprato Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari. Poi Italcementi, Pirelli, Italgen, Danieli Techint, Gruppo Caltagirone, e molti altri. Imprese di servizi, impiantistica, trasporti e logistica. E naturalmente il turismo (Alpitour, Valtour): anche se qui le cose vanno male dopo l’attentato a un aereo di turisti russi l’ottobre scorso.” Ma sulla morte di Regeni vi è anche un’altra ipotesi che nasce dalla logica del “A chi giova?”. In base a questa logica, solo dei nemici del regime di Sisi avrebbero avuto interesse a ostacolare i buoni rapporti tra Italia ed Egitto.

Quale sia la verità è ancora presto per dirlo.

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