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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/08/2017

L’Austria schiera i militari al Brennero

I carri armati per ora no. Specie se con scritte tedesche sopra, che fanno ancora un brutto effetto mediatico... Ma un po’ di soldati sì, ma “col compito di coadiuvare la polizia di frontiera”.

La scelta dell’Austria era nell’aria da mesi, vuoi per soddisfare il bisogno di rispondere a una psicosi da “invasione” inesistente, vuoi per capitalizzare elettoralmente queste iniziative.

Di fatto Vienna limita di molto la praticabilità dell’accordo di Shengen, che garantiva la libera circolazione tra i paesi aderenti all’Unione Europea sopprimendo i controlli alle frontiere sugli spostamenti delle persone. E’ chiaro infatti che con l’invio dei militari si compie sia un atto simbolico (una volta schierati, potranno essere implementati al bisogno), che una modifica delle procedure alla frontiera. I controlli vengono insomma ripristinati, con prevedibile attenzione al colore della pelle dei transitanti. Via libera dunque agli “ariani” e verifica degli “scuretti”.

Il governo Gentiloni prende così un altro sonoro ceffone da un partner europeo, dopo la ben più rilevante nazionalizzazione francese dei cantieri navali di Saint Nazaire. Le prime dichiarazioni uscite dal Viminale parlano di decisione “sorprendente e ingiustificata”, ma non annunciato reazioni di rilievo.

Lo stesso ministero dell’Interno si limita a far notare che nei primi sette mesi del 2017, alla frontiera italo-austriaca è stato inibito l’ingresso sul territorio nazionale a 1200 cittadini stranieri, a riprova semmai del trend dei movimenti migratori dall’Austria verso l’Italia. E dei controlli ormai attivi in entrambe le direzioni...

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29/04/2016

Bordate all’eurozona: domenica l’Austria, venerdì la Grecia

Non era difficile prevedere il fatto che già il primo turno delle elezioni austriache provocasse problemi seri all’Italia. E’ esplosa subito la questione Brennero che riguarda sia i profughi che l’economia visto che, con i nuovi controlli alle frontiere, ci sono diverse catene della logistica che rischiano di veder lievitare i costi o di saltare. Diversi osservatori, che in Austria si definiscono neutrali, hanno parlato di una campagna elettorale tutta giocata sull’immigrazione “che ha approfondito ed accelerato le distanze dagli schieramenti” (riportiamo qui una intervista alla Deutsche Welle).

L’Austria è un paese economicamente fermo – chiude la prossima previsione di bilancio con un piccolo avanzo strutturale ma anche, di riflesso, con un tasso di crescita di poco superiore allo zero – che è evidentemente spiazzato dai flussi migratori. Dalla Germania, anzi dalla Baviera, sono già arrivati segnali di malessere rispetto alla chiusura delle frontiere austriache che danneggia diverse catene della logistica che passano tra i due paesi. Vedremo cosa accadrà sapendo che, se salta la catena Schengen, il riflesso su economia e (poi) finanza sarà non trascurabile. Di sicuro quello che sta accadendo è una bordata all’eurozona, non intesa come moneta ma come area dove si intensificano i flussi di traffico. Ma c’è anche il rischio di bordata all’eurozona come moneta. La crisi bancaria di Hypo, oggi Heta, sta portando la regione Carinzia al fallimento, (previsioni attendibili danno perdite superiori di tre volte al bilancio della stessa regione) ed è evidente come l’Austria rischi di avvitarsi su una crisi politica, legata ai profughi, economica e finanziaria. Tra l’altro, in caso di vittoria della Fpoe al secondo turno delle presidenziali, non è da escludere un conflitto tra presidenza e governo (coalizione centrodestra-centrosinistra fino al 2018) che può essere risolto dal presidente della repubblica ma che potrebbe non essere indolore.

In questo scenario c’è il ritorno, sulle scene perchè dietro le quinte non si è mai conclusa, della crisi greca. Lo scontro, tra governo greco e il solito plotone di istituzioni continentali e non, è sulla prossima tranche di finanziamenti al paese ellenico. La Grecia, per l’ennesima volta, rischia la bancarotta tra maggio e settembre. E, per l’ennesima volta, al paese ellenico, in cambio degli “aiuti” vengono chieste misure draconiane per vampirizzare, ancora di più, il paese. Quale è la novità rispetto agli ultimi mesi? Che la Grecia ha ripreso a fare resistenza, rifiutando le clausole di salvaguardia (quelle che l’Italia ha accettato da tempo) a garanzia del debito. Clausole che il governo greco ritiene incostituzionali. Certo, lo scorso anno abbiamo visto, in diretta mondiale, quanto sia, oggettivamente, poco solida la resistenza del governo Tsipras in caso di trattative del genere dentro-o-fuori. Ma la nuova bordata all’eurozona, da una crisi ritenuta sotto controllo, c’è. E le crepe, in questi crisi, non le allarga l’opinione pubblica ma i mercati finanziari. In cerca di crisi, e quindi di volatilità di borsa, per qualche guadagno ribassista su tutta la superficie globale.

Rimane, come notava Varoufakis nella fonte che citiamo, che dall’inizio della fase acuta della crisi, la Grecia ha ricevuto cento miliardi di dollari dalle istituzioni internazionali. Dove sono finiti questi soldi? Girati alle banche francesi e tedesche che avevano fatto della Grecia l’Eldorado della speculazione. Banche che non hanno ancora risolto la crisi del 2008. Come l’austriaca Hypo che “salvata” nel 2009, continua a fare danni anche oggi. Certo bordata oggi, bordata domani, l’eurozona appare poco in salute. Vedremo il suo stato entro la fine dell’estate (tra Austria, Grecia, Brexit e Spagna). Nel frattempo, si conferma la verità dell’ultimo monologo della Grande scommessa: mentre la finanza continua ad esplodere, la gente se la prende con gli immigrati.

Redazione, 29 aprile 2016

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19/02/2016

Sul confine del salario. Il movimento reale e il dilemma democratico

Ben più che l’orrore della battaglia di Aleppo, alla fine è stata la pressione di migliaia di migranti a imporre un fragile accordo sulla guerra siriana. Settimane di trattative, ricatti più o meno espliciti, accordi indicibili sulla pelle dei curdi, denaro richiesto e promesso, l’annuncio dell’intervento della NATO, un altro inaccettabile ultimatum alla Grecia, questa volta sui migranti: tutto vuole confermare che il problema dei migranti si gioca sui confini. Non è così. Per capirlo basta guardarsi intorno. Per capirlo bisogna guardare dentro gli Stati e all’Unione europea. Dopo avere annunciato un emergency break – il taglio per due anni dei benefici sociali legati al lavoro per i migranti interni all’Unione Europea – il governo Cameron ha promosso insieme all’ONU e ai governi di Germania, Kuwait e Norvegia una «Conferenza dei donatori» per il sostegno della «crisi dei rifugiati» siriani. Nove miliardi di euro si aggiungeranno ai dodici promessi dalla Banca Centrale Europea a Turchia, Libano, Giordania ed Egitto per gestire i flussi di migranti al di fuori dell’Unione. Questo slancio umanitario e l’ipotesi di sospendere per due anni il trattato di Schengen sulla libera circolazione sono parte di uno stesso processo. Non si tratta di un semplice ritorno alla sovranità nazionale: anche quando sono prese in modo unilaterale, le decisioni sovrane dei singoli Stati hanno cause ed effetti globali perché globale è il processo innescato dal movimento dei migranti. Non si tratta della «fine» di Schengen, ma della sua continuazione con altri mezzi: una complessiva istituzionalizzazione delle gerarchie del lavoro che mira a governare il movimento reale che sta radicalmente modificando la costituzione materiale e l’assetto istituzionale europei. Essere all’altezza di questo movimento reale significa politicizzare il rifiuto della guerra, del regime del salario e del governo della mobilità che milioni di uomini e donne esprimono quotidianamente sfidando i confini. È necessario costruire le condizioni di una centralizzazione politica che non si limiti a coordinare le esperienze di attivismo esistenti, ma che trasformi la presenza di massa dei migranti in una forza capace di catalizzare il rifiuto dell’oppressione e dello sfruttamento vissuti da precarie, migranti e operai nello spazio allargato dell’Europa. Il movimento globale dei migranti non può essere ridotto a oggetto locale, tanto meno a oggetto locale di un gioco elettorale al quale i migranti non possono nemmeno partecipare.

Il sistema di Schengen non ha mai edificato una «fortezza» di frontiere invalicabili attorno a un’area di libera circolazione. Per decenni quelle frontiere hanno funzionato da filtro – selezionando e differenziando lo status della forza lavoro migrante – e hanno stabilito confini interni che soltanto nella cronaca più recente hanno assunto le sembianze di muri. D’altra parte l’emergency break vanta gloriosi precedenti. Nel 2014, per fare solo un esempio, il governo britannico ha imposto ai migranti extraeuropei un aumento del ticket sanitario pari al 150%, il cui effetto più eclatante è stato di costringere le donne migranti a pagare fino a novemila sterline per un parto. Questo non è un caso eccezionale, anche se finora solo la Gran Bretagna è arrivata a minacciare una «Brexit» per arginare il «turismo del welfare». La confisca dei beni dei rifugiati da parte della Danimarca segue infatti la stessa logica dell’emergency break: «prima di avanzare delle pretese, bisogna pagare». Questo slogan trova d’accordo l’Olanda, dove i rifugiati non possono lavorare per più di 24 settimane all’anno, ma devono pagare una gabella pari al 75% del loro reddito agli enti di gestione dei centri di accoglienza in cui per legge sono obbligati a risiedere. I sistemi dell’accoglienza creano un bacino di forza lavoro quasi servile, agganciata a uno status differenziato che deve essere accettato in cambio di assistenza e «protezione». Questo è solo un tassello di un «welfare della mobilità» attraverso il quale viene intensificato il processo di finanziarizzazione e «contrattualizzazione» dei servizi: in una logica mercantile secondo la quale ogni prestazione deve avere un equivalente in lavoro o denaro, i servizi sono sempre più orientati al profitto.

Dietro alle confische danesi – con la loro oscena evocazione di pratiche naziste – e alla sospensione di Schengen da parte della Gran Bretagna c’è una complessiva ridefinizione della costituzione europea in virtù della quale la precarizzazione del lavoro è tanto generale quanto disomogenea. Da una parte, prestazioni sociali sempre più limitate vengono riservate a chi ha un titolo di cittadinanza «pieno», per compensare gli effetti del progressivo abbassamento dei salari. Dall’altra parte, nel momento in cui i migranti interni ed esterni sono costretti a pagare per quelle prestazioni, il salario diventa uno strumento appena sufficiente alla «riproduzione ristretta» della forza lavoro. È sufficiente considerare le limitazioni ai ricongiungimenti familiari applicate in tutti gli Stati d’Europa per comprendere che cosa si intenda per «riproduzione ristretta»: una riproduzione del lavoratore o della lavoratrice nel suo isolamento, senza neppure la prole per definirsi proletario e senza alcuna possibilità di trasformare la migrazione in mobilità sociale. L’attraversamento dei confini viene utilizzato istituzionalmente per sottrarre il potere sociale che le migrazioni accumulano in quanto fenomeno di massa. A questo servono le confische di beni, la negazione di quote di salario indiretto oppure, per restare alla sola cronaca italiana, la riduzione delle carte di soggiorno europee di lungo periodo in permessi di lavoro subordinato per i migranti che intendano trasferirsi in Italia da un altro paese europeo prevista dal nuovo decreto flussi.

Molti dei più raffinati interpreti dei desideri del capitale hanno visto bene il legame indissolubile tra governo della mobilità e regime del salario. Dai quartier generali della Deutsche Bank ai think-tank della politica economica britannica fino al Fondo Monetario Internazionale risuona unanime una chiara indicazione politica: l’abolizione del salario minimo legale, considerato un incoraggiamento all’immigrazione, e la definizione legale di salari più bassi per i migranti che vengono «accolti» in Europa. I «confini salariali» interni allo spazio europeo – presenti da sempre, per quanto mai tracciati sulle mappe – non sono più sufficienti. Non basta che i salari dei paesi dell’Est siano sistematicamente più bassi di quelli dell’Europa settentrionale, perché la migrazione offre comunque la possibilità di rifiutare questo immiserimento del lavoro e cercare di meglio altrove. I differenziali salariali vanno quindi riprodotti e garantiti istituzionalmente anche all’interno dei singoli Stati dell’Unione. Una politica propriamente europea si sta quindi definendo a partire dalle scelte sovrane e protezionistiche dei singoli Stati. Queste scelte non impongono necessariamente una chiusura territoriale dei confini dello Stato nazione, ma aperture differenziali in virtù delle quali una decisione sovrana della Gran Bretagna avrà effetti a catena sui regimi di riproduzione sociale dei paesi dell’Est come la Polonia, da cui arriva la maggior parte dei migranti interni che saranno colpiti dall’emergency break. Questa politica è destinata ad avere conseguenze anche al di fuori dei confini dell’Unione, sulla vita di milioni di uomini, donne e bambini che, per sfuggire alla guerra, dovranno assoggettarsi in modo coatto a questo regime del salario. I miliardi destinati ai paesi di frontiera non sono soltanto un supporto alla costituzione di immensi centri di detenzione a cielo aperto in funzione del contenimento di flussi massicci e inarrestabili. Lo scandalo dei profughi bambini messi al lavoro in Turchia nella produzione per noti marchi dell’abbigliamento parla anche di catene transnazionali dello sfruttamento che si dipanano lungo i confini del salario. Grazie alla cooperazione internazionale e alle misure umanitarie una massa enorme di individui viene messa coattamente al lavoro, producendo profitti che torneranno in Europa con costi sociali ridotti perché una quota rilevante della gestione e riproduzione della forza lavoro è affidata a paesi terzi.

L’ambiziosa pretesa di «democratizzare l’Europa» deve necessariamente misurarsi con le conseguenze globali delle politiche europee e con quegli «effetti di sovranità» che, sebbene generati dai singoli Stati, vanno al di là dei loro confini e di quelli dell’Unione. Una simile pretesa deve necessariamente partire dalla registrazione che è già in atto un movimento pratico di democratizzazione dell’Europa. Il deficit democratico altro non è che la resistenza a riconoscere la pretesa politica di precarie, migranti e operai. Rendere presente e viva la loro pressione è il nostro dilemma democratico. Se il progetto di questa Unione Europea allargata è di ridurre milioni di uomini e di donne a bestie da salario la cui vita vale solo in quanto è messa al lavoro, è necessario opporsi sistematicamente alla coazione imposta dai confini territoriali, del salario e del welfare. Gran parte dei movimenti sociali in Europa riconosce finalmente che oggi ogni iniziativa politica deve fare i conti con la presenza di massa dei migranti. Questa presenza è vista come un’occasione per dare nuova forza all’attivismo e alla solidarietà, per generalizzare la rivendicazione di migliori condizioni di vita e di lavoro per tutti e tutte, per connettere molteplici iniziative locali sul piano europeo. Tutto questo è importante, ma non è sufficiente a colmare lo scarto tra i movimenti sociali esistenti e il movimento reale scatenato dai migranti. La presenza di massa dei migranti, che sta radicalmente modificando la composizione del lavoro vivo, non corrisponde ancora a una forza politica da far valere contro la nuova costituzione europea. E d’altra parte ci si deve interrogare sui limiti di una riabilitazione della rappresentanza che necessariamente esclude proprio i migranti. I migranti sono una critica pratica alla democrazia rappresentativa. Per «democratizzare l’Europa» non è sufficiente un cambiamento del quadro politico e istituzionale dell’Unione, ma è necessario dare voce al movimento reale che sta facendo vacillare quel quadro. Per questo, si tratta di costituire uno spazio organizzativo transnazionale all’interno del quale i migranti possano prendere parola non come oggetti di accoglienza e solidarietà o di un’impossibile rappresentanza, ma come protagonisti di una lotta che mira a sfidare e rovesciare le gerarchie che l’Europa pretende di imporre. Solo così la solidarietà che ha mobilitato parte della società in molti paesi europei può diventare a sua volta un movimento in grado di sfidare i confini e le gerarchie di questa Europa. Con questa prospettiva devono misurarsi quei movimenti, come Blockupy, che in questi anni hanno messo in relazione esperienze anche molto diverse e coordinato l’opposizione europea contro le politiche di austerity. In questa direzione, la mobilitazione del primo marzo – solo il primo passo di un progetto e di un processo più ampio per uno sciopero sociale transnazionale – offre un’indicazione politica chiara, che non può e non deve esaurirsi in una singola giornata di azioni. Mobilità, salario e welfare devono diventare terreni di rivendicazione comune, a partire dai quali innescare nuovi processi di lotta realmente transnazionali. Portare sul piano europeo la battaglia per riconquistare quote di potere sociale, rifiutare le gerarchie imposte attraverso i confini territoriali, il salario e il welfare deve essere la leva per mettere in questione l’intero assetto istituzionale dell’Europa e dei suoi Stati, per rovesciare gli attuali rapporti di forza di cui quell’assetto è espressione, per aprire spazi di libertà tuttora imprevisti.

06/01/2016

Salta Shengen, nell'Unione Europea ci si blinda ognun per sé

La retorica comunitaria dell'Unione Europea si è retta finora su due pilastri ben visibili nella vita quotidiana delle popolazioni del Vecchio Continente: euro e libera circolazione. Con effetti pratici assai diversi – terribile l'adozione della moneta unica per le economia a più bassa composizione organica del capitale (altrimenti detta “produttività”, in linguaggio neoliberista), esaltante e liberatoria la possibilità di recarsi dappertutto con i soli documenti di identità nazionali – ma entrambi di grande potenza, sia simbolica che reale.

Sono bastate alcune decine di migliaia di profughi, incolonnati lungo la via balcanica in direzione dei “paradisi del welfare” del Grande Nord per evidenziare come sotto la patina della retorica unitaria sopravvivano robustissimi “egoismo nazionali”. La decisione svedese di stringere i controlli alla frontiera con la Danimarca – la porta di ingresso da sud verso la Scandinavia – mette fine a decenni di spostamenti sostanzialmente liberi e costringe quote robuste di lavoratori transfrontalieri a raddoppiare i tempi di viaggio.

Soprattutto, ha dato il via a un effetto domino che ha visto immediatamente la Danimarca fare altrettanto con la sua porta di ingresso meridionale, la Germania; e quest'ultima replicare la norma con l'unico paese con cui condivide anche la lingua, ossia l'Austria. Inevitabile, a quel punto, che Vienna si adeguasse alla tendenza “settentrionalista”, rimandando le guardie di frontiera ad effettuare controlli sul traffico in entrata dall'Italia. Scelte analoghe erano state fatte dalla Francia verso l'Italia nei giorni scorsi.

Di fatto, i trattati di Shengen sono sospesi. E la Commissione europea è costretta a convocare una riunione d'urgenza per “coordinare al meglio la gestione comune” dei flussi di profughi soprattutto tra Stoccolma, Copenaghen e Berlino, ovvero le mete più ambite dai disperati in fuga dalle guerre mediorientali e non solo.

È la conseguenza di un fallimento molto chiarificatore: gli accordi presi nei mesi scorsi, sotto la pressione anche mediatica di quelle colonne scortate dalla polizia a cavallo, stabilivano l'obbligo di identificazione e la ripartizione dei profughi secondo quote proporzionali agli abitanti di ciascun paese europeo. I paesi dell'Est hanno alzato i muri e i reticolati, evidenziando un rifiuto totale di questi accordi. La distribuzione di fatto veniva bloccata (i trasferimenti dall'Italia sono stati 190 su 39.600, dalla Grecia appena 82 su 66.400) e i paesi per tradizione “più accoglienti” – come storicamente è la Svezia – si son venuti a trovare sotto una pressione demografica sproporzionata alle proprie capacità ricettive.

Anche la soluzione turca – 3 miliardi di euro in cambio di un efficace freno alle partenze da quel paese – non ha funzionato. Dalle coste continuano a partire imbarcazioni di fortuna verso le isole greche, con percentuali altissime di morti annegati, che alimentano – seppur con meno intensità che in estate – un flusso diretto verso i paesi più ricchi. Il che, a sua volta, irrigidisce la chiusura delle frontiere lasciando immaginare periodi molto lunghi di sospensione della libera circolazione.

Ma l'Unione Europea, senza libera circolazione, non esiste. Resta solo una serie di trattati ferrei quanto incomprensibili, che piegano i vari paesi ad applicare politiche di austerità altrettanto impopolari dei flussi migratori. Col rischio – ben evidenziato da lepeninisti, leghisti e nazionalisti vari – di una saldatura reazionaria con consistente radicamento sociale.

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24/06/2015

L’Ungheria sospende l’adesione al trattato di Dublino: “basta richiedenti asilo”

L’Ungheria ha annunciato ieri in maniera unilaterale la sospensione della sua adesione al regolamento di Dublino che regola le domande di asilo all’interno dell’Unione europea. Il governo Orban (destra populista) ha dichiarato che questa decisione è stata presa “nell’interesse del paese”, perché se Dublino fosse rispettato ci sarebbero troppi richiedenti asilo in Ungheria (paese che in realtà finora ha fatto in materia di accoglienza uno sforzo davvero risibile).

Secondo un portavoce del governo, il flusso di migranti nel paese dall’inizio dell’anno è stato troppo massiccio, si stima che siano entrare in maniera irregolare 60mila persone nel paese. Con il consueto tono di esagerazione che contraddistingue la propaganda delle realtà politiche xenofobe un portavoce del governo ha dichiarato che l’Ungheria è il paese “più sovraccarico tra i paesi membri dell’Unione europea”, dimenticandosi di ricordare che più del 90% dei migranti che arrivano nel paese centroeuropeo in realtà sono diretti nei paesi del nord Europa e che quindi l’Ungheria è soltanto un territorio di transito.

Il 17 giugno l’Ungheria aveva annunciato la costruzione di un muro lungo 175 chilometri lungo il confine con la Serbia per limitare l’ingresso dei migranti, la maggior parte dei quali entra nel paese dalla frontiera serba e con l’intenzione di raggiungere la Germania o i paesi scandinavi, attraversando l’Austria e la Repubblica Ceca.

L’Austria, che più di altri potrebbe subire le conseguenze di questa decisione, ha immediatamente condannato l’annuncio di Budapest: “Chi vuole continuare ad avere un’Europa senza frontiere deve rispettare le regole di Schengen”, ha commentato la ministro degli interni Johanna Mikl-Leitner, “e ciò implica la stretta osservanza del regolamento di Dublino”.

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16/06/2015

Ventimiglia. Sui migranti si consuma la vergogna dei trattati europei

E’ iniziato questa mattina presto lo sgombero dei migranti dalla zona di Ponte San Ludovico, al confine italo-francese di Ventimiglia. La polizia italiana ha chiuso il tratto compreso tra Latte ed il confine, ma anche dalla Francia non si può più accedere in territorio italiano da Ponte San Ludovico.

Questa mattina Carabinieri e Polizia hanno iniziato a sgomberare in particolare la zona a ridosso del complesso ‘Balzi Rossi’, dove i profughi hanno trascorso queste notti. La polizia sta tentando con ogni mezzo di trasferire tutti i migranti verso la zona della stazione ferroviaria, dove la Croce Rossa ha allestito un minimo di servizi. Gli agenti non vanno certo per il sottile e si registrano diversi contusi tra i rifugiati che cercano di sottrarsi al fermo perché temono l’identificazione che – in base all’assurdo Trattato di Dublino – gli impedirebbe di arrivare nei paesi europei di destinazione. La Francia, in questo caso.

L’ariaccia che tira si capisce dalle dichiarazioni del ministro degli Interni francese Bernard Cazeneuve, che ieri aveva dichiarato che “questi migranti devono essere presi a carico dall’Italia”. “Bisogna far rispettare le regole dei trattati di Schengen e di Dublino. Quali sono queste regole? Quando i migranti arrivano in Francia e sono passati attraverso l’Italia e sono stati registrati in Italia, il diritto europeo stabilisce che siano riammessi in Italia”. Un concetto, quello del governo francese, che è stato ribadito anche oggi: “Non c’è chiusura di frontiere tra Francia e Italia. Ci sono delle regole in seno all’Ue: Schengen e Dublino. Se i migranti attraversano le frontiere, ed il loro arrivo è dall’Italia è normale vi siano riportati. Abbiamo degli accordi. Facciamo i controlli perché gli accordi siano rispettati”, ha detto il ministro dell’Interno francese Cazeneuve. Appunto. Viene da chiedersi chi e perché, per conto del governo italiano, abbia firmato il Trattato di Dublino con dei partner, come la Francia, pronti a buttartelo dietro alla prima occasione.

Per quanto riguarda la situazione a Ventimiglia oggi la strada tra la frazione di Latte e Ponte San Ludovico è stata chiusa al traffico e l'unico modo per accedere in Francia è Ponte San Luigi, oltre alla A10. La Francia ha invece chiuso il transito verso l’Italia al confine. Molti migranti sono esausti e disidratati perché da due giorni sono in sciopero della fame. Sul posto c'è il personale della Croce Rossa. Un giovane che durante lo sgombero aveva avuto un malore è stato assistito dai volontari. I suoi compagni lo hanno poi accompagnato di nuovo sugli scogli, dove i migranti si sentono probabilmente più al sicuro da eventuali interventi delle forze dell'ordine.  Nella notte intanto, sono arrivati alla stazione di Ventimiglia altri 60 profughi che si aggiungono al centinaio, fermi da giorni in attesa di poter superare il confine.

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