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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2018

La gestione dei migranti rivela l’Unione Europea “dis-umanitaria”

La crisi dell’attuale assetto dell’Unione Europea è un fatto. Un sistema di trattati che ha messo al centro le priorità dei «mercati», programmaticamente teso a demolire il «modello sociale europeo» e i diritti sociali in nome della crescita economica, si va incagliando sui problemi posti dall’esistenza degli esseri umani, della loro libertà o meno di circolare e vivere.

La scena verificatasi ieri al consiglio degli Affari interni in corso a Lussemburgo, dove si è discusso della «riforma» del regolamento chiamato Dublino III, ha visto contrapporsi più schieramenti e allontanarsi la stessa possibilità di un accordo.

Gli accordi di Dublino, siglati per la prima volta nel 1990, definiscono le regole per l’accoglienza dei flussi migratori per tutti i paesi aderenti all’Unione Europea, e sono cambiati già due volte (2003 e 2013-4) sotto la pressione di flussi che sono andati crescendo come conseguenza di crisi economica globale, carestie, guerre scatenate in primo luogo dall’Occidente capitalista.

Le regole attuali affidano al paese di «prima accoglienza» il compito di identificare i richiedenti asilo (perseguitati per ragioni politiche o perché in fuga dalla guerra), distinguendoli dai «migranti economici», per un periodo che può arrivare anche a dieci anni. Italia, Grecia e Spagna sono i principali punti di approdo di profughi e migranti proveniente da Africa e Medio Oriente, dunque da tempo chiedevano una «riforma» che diminuisse questo periodo e criteri di redistribuzione obbligatori per tutti i paesi Ue.

La presidenza di turno, bulgara, ha avanzato una proposta di mediazione che cercava di mettere insieme interessi contrapposti (riduzione dei tempi di accoglienza e rifiuto totale di accettare anche un solo migrante sul proprio territorio). Naturalmente è stata affondata quasi all’unanimità.

Sette paesi (Italia, Spagna, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia) hanno formalmente bocciato la proposta. In tre (Estonia, Polonia, Regno Unito) si sono astenuti. I restanti 18 hanno avuto da obiettare su singoli aspetti della proposta (tra questi Grecia, Malta e Cipro, direttamente interessati come «paesi di primo ingresso»). Ma anche tra i «dialoganti» non mancano i contrari, a cominciare dall’onnipotente Germania che è riuscita a dividersi tra una Angela Merkel che ha chiesto più tempo per riflettere e un segretario di Stato – Stephan Mayer – che ha invece brutalmente chiuso la porta: “com’è attualmente non la accettiamo”.

Ma anche il fronte dei contrari è diviso in base agli interessi. Italia e Spagna vorrebbe che il periodo di accoglienza fosse ridotto a due anni (la mediazione bulgara parlava di otto anni) e che la redistribuzione fosse automatica; il gruppo di Visegrad, guidato all’Ungheria, non accetta invece nessuna redistribuzione. Se si stesse all’aspetto politico-formale, insomma, Salvini avrebbe fatto un clamoroso autogol, perché se il regolamento resta quello del 2013 l’Italia sarebbe costretta a restare nella condizione attuale.

I razzisti dei diversi paesi, però, trovano il punto di sintonia nel proposito di rimuovere militarmente il problema, chiedendo maggiore libertà in materia di «respingimenti», fin qui limitati dalle regole generali dell’Onu sui diritti umani, pacificamente recepite nella normativa europea.

La novità sta ora nel fatto che trovano ascolto e «comprensione» anche in ambiti prima impensabili, ai piani alti dell’establishment continentale. Il segretario di Stato belga responsabile delle Migrazioni, Theo Francken si è sbrigato a concludere che “La riforma del regolamento di Dublino è morta”. Secondo lui si va verso “un ribaltamento totale dell’approccio” e ne è felice: «Penso che sia positivo se l’Italia inizia a rifiutare i migranti sulle proprie coste, e non li lascia più entrare in Sicilia». Quanto ai respingimenti in mare “Dal 2012 non possiamo più farli, e finché è così, la situazione continuerà ad essere caotica. Dobbiamo rimandarli indietro. Quindi dobbiamo cercare di aggirare l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani. La giurisdizione dovrà seguire questa linea, perché altrimenti non ci sarà più la Corte europea”.

Il concetto chiave è «aggirare la Convenzione europea sui diritti umani», imponendo alla Corte una radicale revisione dei suoi criteri giuridici; pena l’abolizione. Con questo passaggio, se dovesse diventare la nuova regola continentale, l’Unione Europea farebbe tranquillamente a meno del valore che sbandiera nel mondo come prova di «superiorità morale» anche a fini di «ingerenza umanitaria»: il rispetto e la difesa dei diritti umani.

Un cambio di cultura generale che avviene con un tratto di penna, per motivi contingenti (l’impossibilità di trovare una quadra all’interno dei paesi aderenti), senza alcuna discussione «epocale» sui fondamenti della società europea.

Se si fosse trattato di un contrasto economico-commerciale, non c’è dubbio che la Germania avrebbe fatto valere il proprio peso, concertando con la Francia il pacchetto da far approvare. Ai riottosi sarebbe bastato ricordare la brutale realtà delle filiere produttive nazionali, dipendenti dalle commesse tedesche.

Ma su un «problema umanitario» come quello dei migranti questo tipo di ricatto – o di «proposta che non si può rifiutare» – non scatta. Non è conveniente neppure per la Germania (non ci guadagna nulla, anzi rischia di aumentare i propri problemi politici interni).

E’ la riprova che l’Unione Europea non esiste per migliorare la vita all’interno dello spazio rientrante nella sua giurisdizione, ma solo per affermare la libertà d’azione delle imprese (multinazionali, finanziarie, ecc). La sorte degli esseri umani – immigrati o «indigeni», non fa differenza – non è di sua competenza.

Il minimo che si possa pretendere è l’abolizione del «regolamento di Dublino», non la sua «riforma». Perché sta per diventare un dispositivo che autorizza la strage degli innocenti. I «respingimenti» in mare aperto non sono qualificabili altrimenti.

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08/09/2015

Migranti. La Commissione Europea presenta piano straordinario. Trattato di Dublino addio

Domani pomeriggio a Strasburgo, Junker presenterà le proposte della Commissione Europea sull’emergenza rifugiati e migranti. Dalle fughe di notizie più o meno orchestrate e da diverse fonti della Commissione, scrive l’agenzia Askanews, è trapelato già molto di quello che ci sarà nel pacchetto, contro cui c'è già stata una levata di scudi dei paesi dell'Est dell’Unione Europea ma che adesso deve fare i conti con il blocco degli Stati più potenti, il direttorio franco-tedesco innanzitutto, ma anche Italia e Spagna che scalpitano per stare nel “nucleo forte”. Il pacchetto di misure che verranno avanzate dalla Commissione Europea conterrà quattro nuove iniziative che, di fatto, annullano il precedente Trattato di Dublino sottoscritto dagli stati aderenti all’Unione Europea. Di fatto il "cambio di passo" della Germania conferma come i Trattati Europei possano rapidamente cessare la loro attuazione... se a farlo è uno degli Stati forti, una opzione questa negata alla Grecia o agli altri paesi Pigs.

La prima misura riguarda il ricollocamento fra i vari Stati membri, a carattere temporaneo (si parla dei prossimi due anni), di 120.000 rifugiati arrivati in Italia, Grecia e Ungheria, che si aggiungerà all'analoga proposta già fatta a maggio per 40.000 rifugiati (fra quelli arrivati nelle sole Italia e Grecia). La seconda proposta attiene ad un meccanismo permanente per la redistribuzione "automatica" dei rifugiati, sulla base di criteri oggettivi, ogni qualvolta i flussi d'immigrati superano una certa soglia d'emergenza in uno o più paesi membri. La terza riguarda un elenco di paesi di provenienza "sicuri", che permetta di velocizzare - fino a ridurle ad appena qualche giorno - e di uniformare e rendere coerenti le procedure per accertare se un richiedente asilo abbia o no diritto alla protezione internazionale. Infine nuove procedure più rapide, severe ed efficaci, per rimpatriare chi è immigrato irregolarmente per motivi economici e non ha diritto all'asilo, sempre che il paese di provenienza rispetti lo stato di diritto e sia "sicuro" (ovvero che non vi siano conflitti in corso o rischi di persecuzione o tortura).

Il primo provvedimento appare quello più contrastato ed è relativo alla ricollocazione dei 120.000 nuovi rifugiati da ripartire fra gli Stati membri, 54.000 verranno dall'Ungheria, 50.400 dalla Grecia (che si aggiungono ai 16.000 della proposta di maggio, per un totale di 66.400) e 15.600 dall'Italia (si aggiungono ai 24.000 della proposta di maggio, per un totale di 39.600). La grande maggioranza dei 120.0000 ricollocamenti sarà assorbita da Germania (31.443, il 26,2%), Francia (24.031, il 20%) e Spagna (14.931, il 12,04%). Seguono Polonia (9.287, il 7,7%), Olanda (7.2014, il 6%), Romania (4.646, il 3,9%), Belgio (4.564, il 3,8%) e Svezia (4.469, il 3,7%). In questo calcolo, l’Ungheria sarebbe chiamata ad ospitare meno rifugiati di quelli che attualmente sono entrati nei propri confini. Le cifre, confermate oggi da fonti della Commissione, non sono ancora definitive perché nella ricollocazione provvisoria, potrebbero intervenire anche, volontariamente, altri paesi europei non membri dell'Ue, come Norvegia e Svizzera, o l'Irlanda, come la Gran Bretagna e la Danimarca.

I paesi membri che dovessero rifiutare le quote loro assegnate potrebbero essere sottoposti a delle multe o sanzioni, secondo le indiscrezioni sul nuovo pacchetto. E' ancora da vedere come funzionerebbe il meccanismo, e quale sarebbe l'entità delle multe (probabilmente proporzionale al Pil), ma l'idea è che il denaro andrebbe a finanziare un fondo per i rifugiati ospitati negli altri paesi. Si tratta, comunque, per ora, di uno degli aspetti più controversi e meno chiari del pacchetto. La nuova proposta di ricollocazione per 120.000 rifugiati dovrà essere approvata a maggioranza qualificata dal Consiglio Europeo (composto dai capi di stato), con la "consultazione" dell'Europarlamento. Se il Consiglio vuol modificare alcuni aspetti della proposta contro il parere della Commissione, quelle modifiche devono essere approvate all'unanimità. E’ probabile che entro settembre venga convocato un apposito Consiglio Europeo per dirimere queste contraddizioni.

Il pacchetto di misure punta poi a stilare una sorta di elenco di paesi terzi in cui si considera di poter rimpatriare i migranti irregolari per motivi economici che non hanno titolo all'asilo, senza che rischino di subire persecuzioni o torture. La lista unica, comune per tutti gli Stati membri, dovrebbe permettere alle autorità competenti di risolvere rapidamente (riducendo i tempi delle procedure "da sei mesi a cinque giorni", secondo fonti della Commissione) i casi dubbi, quando le domande d'asilo sono usate strumentalmente dai migranti economici che non ne avrebbero bisogno. La lista conterrà tutti i paesi candidati all'adesione all'Ue, e dunque i paesi dei Balcani occidentali, compresi Serbia e Kosovo, e la Turchia. Questo non significa che non saranno presi in conto casi individuali particolari, per esempio dissidenti politici, che potrebbero avere bisogno della protezione internazionale nonostante la provenienza da un paese teoricamente "sicuro".

Infine viene previsto che ogni rifugiato che sarà "ricollocato" avrà diritto a 6.000 euro che saranno pagati dal bilancio dell’Unione Europea, decisione questa che però era già contenuta nella proposta di maggio riguardante la prima ricollocazione. I richiedenti asilo arrivati in Italia, Grecia o Ungheria potranno esprimere le loro preferenze per il paese dell'Ue in cui essere "ricollocati", ma saranno poi i paesi "ospiti" a decidere chi prendere in priorità, tenendo anche conto delle competenze e delle lingue eventualmente parlate dai rifugiati. Quando le richieste eccederanno le disponibilità, i rifugiati dovranno accettare di andare nel paese che verrà loro offerto.

Misure straordinarie dopo anni di inerzia e di abbandono dei paesi di frontiera (Italia, Grecia, Spagna), bandiera dell'Unione Europea assunto a simbolo di speranza dei rifugiati siriani, jet militari che scaldano i motori per andare a bombardare la Siria (non l'Isis ma la Siria di Assad). Una operazione di immagine e di strategia delle classi dominanti in Europa ben riuscita, purtroppo.

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26/08/2015

Ungheria. Gas lacrimogeni contro migranti in un campo. Pressione sul confine con la Serbia


Le scene viste pochi giorni al confine tra Grecia e Macedonia si sono ripetute, ma questa volta al confine tra Serbia e Ungheria, dove la polizia ungherese ha sparato gas lacrimogeni per impedire a circa duecento migranti di lasciare il centro di identificazione per rifugiati di Roszke sul territorio ungherese vicino al confine. Il  portavoce della polizia, Szabolcs Szenti ha riferito che gli immigrati rifiutavano di lasciarsi prendere le impronte digitali e che la "polizia sta cercando di riportare alla calma la situazione, anche se gli immigrati continuano a urlare". Anche qui si vedono a occhio gli effetti devastanti del Trattato di Dublino che impone, una volta identificati i migranti, di rimanere bloccati nel paese dove si è stati identificati invece di poter proseguire verso il paese di destinazione.

Il capo della polizia ungherese ha intanto annunciato che oltre 2.100 agenti saranno inviati alla frontiera  con la Serbia, dove si sta riversando un grande numero di migranti provenienti dalla Macedonia nella speranza  di poter poi entrare nel territorio dell'Unione Europea. I gendarmi inviati da Budapest, ridenominati "cacciatori di confine", pattuglieranno la frontiera, supportando gli oltre mille poliziotti regolari che già lavorano per intercettare i profughi. Il portavoce del Parlamento, Zoltan Kovacs, ha dichiarato che la possibilità di inviare l’esercito sarà dibattuta la prossima settimana. Oltre 2.500 persone, di cui 555 bambini, hanno varcato martedì il confine per l'Ungheria. La maggior parte arriva da Siria, Afghanistan e Pakistan.

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24/06/2015

L’Ungheria sospende l’adesione al trattato di Dublino: “basta richiedenti asilo”

L’Ungheria ha annunciato ieri in maniera unilaterale la sospensione della sua adesione al regolamento di Dublino che regola le domande di asilo all’interno dell’Unione europea. Il governo Orban (destra populista) ha dichiarato che questa decisione è stata presa “nell’interesse del paese”, perché se Dublino fosse rispettato ci sarebbero troppi richiedenti asilo in Ungheria (paese che in realtà finora ha fatto in materia di accoglienza uno sforzo davvero risibile).

Secondo un portavoce del governo, il flusso di migranti nel paese dall’inizio dell’anno è stato troppo massiccio, si stima che siano entrare in maniera irregolare 60mila persone nel paese. Con il consueto tono di esagerazione che contraddistingue la propaganda delle realtà politiche xenofobe un portavoce del governo ha dichiarato che l’Ungheria è il paese “più sovraccarico tra i paesi membri dell’Unione europea”, dimenticandosi di ricordare che più del 90% dei migranti che arrivano nel paese centroeuropeo in realtà sono diretti nei paesi del nord Europa e che quindi l’Ungheria è soltanto un territorio di transito.

Il 17 giugno l’Ungheria aveva annunciato la costruzione di un muro lungo 175 chilometri lungo il confine con la Serbia per limitare l’ingresso dei migranti, la maggior parte dei quali entra nel paese dalla frontiera serba e con l’intenzione di raggiungere la Germania o i paesi scandinavi, attraversando l’Austria e la Repubblica Ceca.

L’Austria, che più di altri potrebbe subire le conseguenze di questa decisione, ha immediatamente condannato l’annuncio di Budapest: “Chi vuole continuare ad avere un’Europa senza frontiere deve rispettare le regole di Schengen”, ha commentato la ministro degli interni Johanna Mikl-Leitner, “e ciò implica la stretta osservanza del regolamento di Dublino”.

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