Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2016

Il regime europeo del salario 2. La loi travail e il governo della precarizzazione

→ Vedi anche Il regime europeo del salario #1

Lo scorso 5 luglio Manuel Valls ha messo fine al dibattito parlamentare sulla loi travail con un atto di forza. Per scavalcare una peraltro timida opposizione, il governo ha fatto nuovamente ricorso all’articolo 49.3 della costituzione, una procedura d’emergenza che dovrebbe garantire l’interesse generale della nazione. Poco importa che negli ultimi quattro mesi milioni di uomini e donne abbiano scioperato e manifestato chiarendo che di quell’interesse generale non sanno che farsene. Un governo sotto assedio invoca lo stato d’assedio per stringere la morsa neoliberale sulla vita di quelle donne e di quegli uomini. Dopo che la Commissione europea ha imposto il suo diktat alla Grecia – cancellando senza esitazioni il risultato del referendum dello scorso luglio – e dopo l’imposizione del Jobs Act a colpi di fiducia in Italia, ora anche la Francia si adatta alla tendenza europea che pretende di stabilire il comando del potere esecutivo sul lavoro vivo. Invocando l’articolo 49.3, il governo francese non si libera soltanto di una patetica opposizione parlamentare, ma pretende anche di sovrastare il rifiuto espresso in questi mesi dalle piazze per imporre un incontrastato predominio del capitale. Definendo le condizioni politiche dello sfruttamento, di una completa disponibilità al lavoro e quindi un’estensione del comando capitalistico anche al di là del rapporto di lavoro salariato in essere, la loi travail è l’espressione nazionale del regime europeo del salario. La sollevazione francese degli ultimi mesi è però il chiaro segno che precarie, operai e migranti non sono affatto disposti a sottostare a un simile regime. Entrare nel merito della loi travail significa perciò interrogarsi fino in fondo non soltanto sulle novità che essa pretende di introdurre, ma su una lotta che riguarda la possibilità di governare il proprio tempo e far valere il proprio potere.

La precedenza accordata dalla proposta di legge alla contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale è stata fino a oggi uno dei punti più contestati. L’ormai celebre articolo 2 stabilisce infatti il diritto delle aziende di derogare alle condizioni sancite dai contratti nazionali di categoria, cosa che prima era possibile soltanto se andava a vantaggio dei lavoratori. Ciò è ancora più grave in un paese in cui, all’oggi, il contratto collettivo nazionale si applica a circa il 90% dei lavoratori. La dura opposizione dei sindacati non stupisce. In linea con il Trade Union Bill inglese, il Tarifeinheitsgesetz tedesco e l’accordo italiano sulla rappresentanza, la riforma francese limita drasticamente tanto la loro capacità di organizzare il conflitto sui luoghi di lavoro, quanto quella di negoziare. Con la loi travail, infatti, una proposta aziendale rifiutata dal sindacato maggioritario può essere sottoposta a referendum se a farne richiesta è un sindacato che rappresenti almeno il 30% degli addetti. È il sistema Marchionne aggiornato su scala europea. Il referendum è pensato per sbarazzarsi dell’eventuale opposizione sindacale. Sindacati gialli o «responsabili» sono pronti a valorizzare la «democrazia diretta» per lasciare i singoli lavoratori frammentati e sottoposti al ricatto del salario e del posto di lavoro di fronte all’esecutivo aziendale. Il referendum è pensato come plebiscito di fabbrica. Lontano dagli infiniti dibattiti sulle trasformazioni della democrazia, la tanto ricercata supremazia dell’esecutivo ha qui la sua prima radice. Questa è la forma reale del populismo in Europa, tanto dentro l’Unione quanto nella parte orientale del continente. Come i governi pretendono di rivolgersi direttamente ai singoli cittadini senza fastidiose mediazioni, così le direzioni aziendali esigono di avere di fronte solo la massa di singoli lavoratori senza connessioni tra di loro, senza solidarietà collettiva, senza potere. Si deve aggiungere che, come lo Stato nazione, l’unità aziendale oltre a essere un’inesistente comunità di interessi è anche una perimetrazione fittizia, se si considera che l’attuale organizzazione produttiva si basa sull’esternalizzazione e il subappalto. Chi sarà ammesso al voto referendario? Interinali e dipendenti di ditte in subappalto subiranno un accordo peggiorativo senza essere contati tra coloro che possono partecipare a questa vantata prova di democrazia. Il referendum previsto dalla loi travail è, dunque, lo strumento per imporre direttamente, oltre qualsiasi mediazione, il ricatto del lavoro, facendo leva sulla frammentazione che sempre più caratterizza ogni luogo di lavoro: non più solo tra impiegati e operai, ma tra una molteplicità di destini individuali che come tali si confrontano tutti ma in maniera differente con il ricatto esercitato dal regime del salario.

Con la loi travail lo Stato, che ancora pretende l’attributo di sociale, si presenta come il garante di un potere discrezionale e diffuso che si manifesta quotidianamente come arbitrio. La crisi non è più una contingenza passeggera che richiede sforzi eccezionali e temporanei, ma è trasformata nella condizione ordinaria e regolare per chi lavora. Emerge così con chiarezza che il problema fondamentale della crisi è il governo del lavoro vivo. A decidere quand’è il momento di sacrificarsi sarà, di volta in volta, l’interesse del padrone il cui comando può diventare totale. La priorità accordata alla contrattazione aziendale mette ciascun segmento della catena produttiva e dei servizi nelle condizioni di avere regole proprie e di poter oliare i propri ingranaggi attraverso la flessibilità e la diminuzione del costo del lavoro. Gli imprenditori possono aumentare il numero delle ore di lavoro giornaliere (da 10 a 11) e settimanali (da 44 a 46), con la conseguente riduzione del pagamento degli straordinari. Gli orari di lavoro diventano più flessibili e la variazione potrà essere comunicata con un anticipo di una settimana – ridotta a 3 giorni per i part-time – così da imporre a lavoratori e lavoratrici una piena disponibilità senza alcun risarcimento, anche perché le ore di reperibilità saranno contate come ore di riposo, quindi non retribuite. Se tutto ciò non bastasse, attraverso gli accordi aziendali si potranno imporre riduzioni dei salari e aumenti dei carichi lavorativi per un periodo di 5 anni, quando questo potrà giovare alla competitività dell’azienda. Sempre in nome della legge bronzea della competitività, la riforma prevede poi il licenziamento discrezionale: basta un’improvvisa flessione degli ordini o un periodo di scarsi profitti per giustificare «piani sociali» a favore dell’azienda, cioè licenziamenti collettivi e messa in stand by dei macchinari umani. Mentre i padroni sono tutelati da ogni imprevista oscillazione del mercato, ai lavoratori toccherà tutelarsi da sé accettando un salario purché sia. Quella che per i funzionari del capitale è la legge del mercato, per i lavoratori è l’arbitrio più brutale.

La precarietà sociale prodotta da questo arbitrio non dipende esclusivamente dal tipo di contratto posseduto, dal momento che l’85% dei lavoratori francesi ha un contratto a tempo indeterminato e, diversamente dal Jobs Act, la loi travail non prevede una riorganizzazione delle tipologie contrattuali. Per quanto si registri un aumento esponenziale dei contratti a termine – il 90% di quelli attivati nel 2015 è a tempo determinato – il dato rilevante è che la riforma del lavoro francese impone un radicale rovesciamento dei rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro pur mantenendo relativamente stabile e inalterato il quadro contrattuale di riferimento. Sia nei luoghi di lavoro sia grazie a una ristrutturazione del welfare e del governo della mobilità, essa crea cioè le condizioni per un governo della precarietà basato sulla più drastica individualizzazione del rapporto di lavoro. Ad esempio, l’erogazione dell’indennità di licenziamento verrà ora modulata più rigidamente sul numero di anni di lavoro di ciascuno: 15 mensilità per i lavoratori con almeno 20 anni di servizio; 12 mesi per quelli tra 10 e 20 anni, 9 mesi da 5 a 10 anni e tre mesi al massimo per tutti gli altri. A ciascun lavoratore non resta che affidarsi al compte personnel d’activité (conto dell’attività individuale) che viene esteso a tutti coloro che hanno più di 16 anni. Si tratta di un portfolio che tiene traccia, in base all’esperienza lavorativa, dei diritti acquisiti, una sorta di dispositivo individuale di «tutele crescenti» che produce diritti differenziati ad personam. Ciascuno si porta in tasca il proprio personale pacchetto di diritti e può sperare di aumentare il valore del proprio capitale umano al prezzo di una completa disponibilità e docilità. Nella migliore delle ipotesi, sarà possibile investire una quota del proprio salario per sottoscrivere una mutuelle, un’assicurazione integrativa, affidandosi alla previdenza privata largamente incoraggiata dalle recenti riforme della cosiddetta «economia sociale» (ESS). Differenziando i regimi di esigibilità dei diritti sul piano individuale, e dunque all’interno di ciascun luogo di lavoro, la loi travail mira a impedire ogni possibilità di elaborare rivendicazioni comuni e collettive. Liberté di vendersi a qualunque prezzo, égalité come completa disponibilità al lavoro, fraternité tra lo Stato e i padroni. La loi travail è la nuova dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino precario che suggella l’adeguamento francese al regime del salario europeo. Come è già chiaro in altre recenti legislazioni europee, a partire dal Jobs Act, il problema non è più la produzione della precarietà. Non si tratta più di cancellare i diritti acquisiti. A essere in gioco è il governo di una precarietà ormai consolidata, ovvero la possibilità di obbligare al lavoro in tempi e modi determinati esclusivamente dalle necessità del capitale. Il regime europeo del salario è questa perversa potenza dispiegata su scala continentale.

Si tratta di un regime che si impone grazie alla differenziazione forzata delle condizioni di lavoro e che si afferma anche attraverso un governo della mobilità sempre più capillare. La cosiddetta «crisi dei rifugiati» ha offerto al governo francese il pretesto per una riforma delle leggi sul diritto d’asilo e sull’immigrazione (rispettivamente nel 2015 e nel 2016) che mira ad accelerare l’ingresso dei migranti ritenuti idonei nel mercato del lavoro e l’espulsione di quanti non sono ritenuti meritevoli di asilo, che hanno solo 7 giorni per presentare ricorso. La precaria quota di potere sociale che ogni migrante si porta in tasca nella forma di un permesso di soggiorno è sempre più esposta al potere discrezionale dell’Opfra (ufficio francese per la protezione dei richiedenti asilo e apolidi) sulla valutazione delle richieste, che include la possibilità di esigere informazioni private alle autorità fiscali, alle scuole, le agenzie di sicurezza sociale o ai fornitori di energia, gestori telefonici e internet. Come avviene ormai da tempo anche in Italia, la carta di soggiorno europea di lungo periodo può essere ritirata in ogni momento, nel caso in cui il «costo sociale» dei migranti si riveli eccessivo.

Del resto è questo che chiede l’Unione Europea e per questo essa ritiene la loi travail solo «il minimo che si possa fare». Centinaia di migliaia di francesi, da parte loro, hanno compreso che la loi travail mette in gioco i rapporti di potere all’interno della società. Il trionfo della contrattazione aziendale è solo una delle forme in cui si esprimono le politiche neoliberali di frammentazione del mercato del lavoro, a cui contribuiscono in maniera determinante le modalità di erogazione del welfare e il governo della mobilità. Esse impongono un faccia a faccia con il padrone che non soltanto mira a spazzare via ogni rischio di iniziativa collettiva, ma pretende di imporre il dominio incontrastato del salario che, come in Gran Bretagna, tende a essere ridotto al livello della mera sopravvivenza. Anche questo i francesi lo hanno capito. La loi travail non rappresenta un punto di arrivo, ma inaugura un meccanismo per modificare costantemente le condizioni di vita di coloro che la subiscono. Essa non è semplicemente una legge, ma un’ipoteca sul futuro che può essere riscossa in continuazione. La loi travail è parte di un dispositivo continentale che, dietro il mantra del coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, la cosiddetta Agenda 2020, mira a sincronizzare nello spazio transnazionale europeo le condizioni dello sfruttamento.

Proprio per questo, pensare di poter invertire questa tendenza attraverso la semplice difesa della contrattazione nazionale nei singoli paesi è velleitario: ciò che si conquista in Francia attraverso la contrattazione nazionale rischia sempre di essere compensato da un’erosione di salario e diritti al di là della frontiera, affinché l’estrazione del valore lungo le catene transnazionali dello sfruttamento possa procedere senza intoppi. È anche evidente che una contrattazione europea – sia essa di categoria, oppure orientata a trattare con un’impresa multinazionale come controparte – rischia di essere niente più di una nobile aspirazione in un contesto segnato da una mobilità del lavoro senza precedenti. Bisogna prendere sul serio lo slogan agitato dal movimento francese dentro e fuori i luoghi di lavoro: la lotta non può riguardare soltanto la loi travail ma deve investire il suo mondo. Questo significa riconoscere chiaramente i terreni dello scontro: salario, welfare e governo della mobilità vanno pensati in connessione e in una prospettiva almeno europea, perché il mondo della loi travail non è solo francese. Salario, welfare e permesso di soggiorno europei sono perciò rivendicazioni politiche che mirano a creare le condizioni di un’organizzazione transnazionale capace di contrastare l’individualizzazione dei rapporti di forza imposta dalla ristrutturazione neoliberale della società, aggredendo i suoi punti nevralgici. Contro chi pretende di introdurre una democrazia diretta di fabbrica che maschera il ricatto esercitato dal regime del salario, è necessario costruire, anche oltre la rappresentanza sindacale, le condizioni di una lotta comune e collettiva contro il lavoro e il dominio, in tutte le forme in cui questo si dà, dentro e fuori dai luoghi di lavoro. Contro l’inesorabile trasformazione degli individui in capitale umano e contro la sincronizzazione politica delle condizioni dello sfruttamento, è necessario far valere il potere sociale di precarie, operai e migranti sul piano transnazionale e portare lo sciopero sociale che ha investito la Francia al di là dei suoi confini.

17/06/2016

Il regime europeo del salario 1. Precarity save the Queen! Il salario minimo della Corona

Quando si tratta di lavoro Buckingham Palace è come McDonald’s. Entrambi i palazzi, quello della regina e quello del fast food più globale del mondo, assumono con «contratti a zero-ore». Insomma, «che mangino brioche!», o meglio, hamburger. È noto infatti che il Big Mac Index inventato dall’Economist a metà degli anni ’80 è diventato uno strumento per misurare non solo il potere d’acquisto, ma anche il salario minimo, o meglio quello che il Regno Unito chiama ormai living wage, un modo di tagliare indiscriminatamente i servizi di welfare in cambio della mera sopravvivenza. La Burgernomics è il segno dei tempi, la nuova Realpolitik del lavoro che riduce il benessere al rapporto tra il lavoratore e il suo hamburger.

Un salario di sopravvivenza

Il contratto a zero ore non è una novità e già nel 2013 se ne contavano più di un milione. Ѐ il cavallo di troia con cui nel 1998 la Gran Bretagna ha introdotto, con il National Minimum Wage Act, la precarietà: si tratta di lavoro a chiamata, senza garanzie, senza orari di lavoro prefissati, senza malattie, senza ferie, un po’ come i voucher nostrani. Lavorare tutti, lavorare tanto ma just in time, quando serve ai padroni e senza sprechi. Durante la crisi i contratti a zero ore hanno funzionato come un interruttore col quale attivare e disattivare i lavoratori secondo i bisogni della produzione. Non è infatti un caso che, anche durante gli anni più pesanti della crisi, i livelli di disoccupazione in Inghilterra siano rimasti sotto la media europea. Proprio queste forme di lavoro smart hanno poi attirato masse di giovani italiani, spagnoli, greci, polacchi e così via, che sono stati prontamente accusati di fare i «turisti del welfare», come se il welfare non venisse pagato al prezzo di salari bassissimi e disponibilità a qualsiasi lavoro. Esemplare in questo senso la proposta del governo conservatore a maggio del 2014 di sospendere il sussidio di disoccupazione a chi avesse rifiutato i contratti a zero ore. Non si sputa sulle brioche, nemmeno se sono briciole, è una questione di buone maniere. La retorica degli «stranieri» che si arricchiscono rubando il welfare agli inglesi, lo abbiamo già detto, è dunque un mito: il lavoro dei migranti interni ed esterni ha costituito negli ultimi anni un’entrata netta per le casse dell’isola. Quello che ci interessa capire è però che cosa sta accadendo oggi e perché in molti paesi europei si torna a parlare di salario minimo nazionale o, come nel Regno Unito, di living wage, che nonostante il nome ingannevole, può essere tradotto solo con salario di sopravvivenza, finalizzato a garantire le condizioni minime necessarie a mantenere un equilibrio tra la precarizzazione e la disponibilità della forza lavoro.

Il Regno Unito ha anticipato tendenze del processo di precarizzazione del mercato del lavoro europeo che oggi diventano la punta di diamante delle riforme come il Jobs Act, che già nel nome mostra d’ispirarsi alla musa Albione, come il pacchetto Hartz tedesco e come la Loi Travail francese, che ha innescato in questi mesi una sollevazione di massa. La Gran Bretagna è stata anche la prima a schierarsi contro i migranti, europei e non, utilizzandoli come minaccia per meglio precarizzare il mercato interno del lavoro.

Il 2015 è stato per l’Inghilterra l’anno decisivo della ripresa e della precarizzazione. Tenendo conto dell’inflazione e delle forti differenze tra i settori produttivi, la crescita senza eguali in Europa dell’occupazione è andata di pari passo con un abbassamento costante dei salari. Ciò è stato possibile grazie all’aumento di quella che viene pietosamente chiamata la sottoccupazione giovanile, ovvero la condizione di «occupabilità» che produce una massa di precari – britannici e non – sempre disponibili, che entrano ed escono dal mercato del lavoro o vengono impiegati anche per lunghi periodi con salari che garantiscono a malapena la loro sussistenza. Il miracolo quotidiano della produzione sociale è possibile grazie a questo aumento esponenziale di lavori mal pagati, principalmente nei servizi, e grazie alla fine della contrattazione collettiva, conseguenza dell’ennesimo colpo inferto ai sindacati dal Trade Union Bill. Milioni di donne e di uomini si trovano di fronte un mercato del lavoro violentemente stratificato e quindi funzionale a tenere bassi i loro salari e alta la loro produttività. Loro sono gli occupabili sempre sull’orlo della povertà, i casuals, cioè i lavoratori occasionali che ormai da anni nel Regno Unito sono i precari per eccellenza, ma che sono stati anche protagonisti di importanti lotte dentro e fuori i posti di lavoro.

Il salario minimo nazionale diventa un motivo di tensione proprio nel momento in cui questo regime del salario sembra affermarsi definitivamente. Esso si giustifica, infatti, di fronte al venire meno delle forme di negoziazione collettiva. In più, non essendo universale, ma riconosciuto a partire da specifiche condizioni, esso è uno strumento che divide i lavoratori e giustifica una precarizzazione ulteriore realizzata attraverso tagli mirati del salario indiretto e delle prestazioni sociali. La funzione di questo salario di sopravvivenza è dunque quella di tenere sotto controllo una situazione altrimenti ingovernabile e contemporaneamente liberalizzare sempre più i contratti e monetizzare il welfare, aumentando il numero di lavoratori pagati con il salario minimo. L’uso politico neoliberale del salario minimo nazionale non è però solo inglese: in Germania esso è in vigore dal 2015 e verrà applicato a tutti i lavoratori dal 2017 sebbene, in un’ampia serie di impieghi, venga già ora aggirato senza troppe difficoltà. In entrambi i casi, il vero problema politico è quanto minimo può essere un salario minimo e quanto a lungo possa esserlo. Per capirlo dobbiamo tornare nel Regno Unito.

A una settimana dal 1° maggio, Cameron ha lanciato la proposta di incrementare gradualmente il salario minimo, in modo da farlo arrivare dalle 6,70 sterline orarie attuali prima a 7 e poi a 9 sterline entro il 2020. Non per bontà d’animo, ma per il pericolo concreto di perdere qualsiasi legittimazione sociale, il governo conservatore è stato costretto a promettere di allentare le condizioni dello sfruttamento. Il regime del salario che si è consolidato dentro la crisi sembra essere arrivato al suo punto di rottura. Il neoliberalismo deve affannosamente cercare di correggere se stesso. Immediatamente il «Financial Times» ha lanciato però l’allarme, avvertendo l’incauto primo ministro che un salario minimo troppo alto scoraggerebbe le assunzioni con la conseguente e inevitabile diminuzione della produttività. Una minaccia tanto maggiore ora che sembra profilarsi l’ennesima recessione dell’economia britannica. Eppure più della produttività e della recessione è per ora la trista e cupa opposizione al salario di sopravvivenza da parte di milioni di uomini e di donne che sta imponendo un mutamento di regime. In questo scenario, tutt’altro che dominato semplicemente dalla riaffermazione del nazionalismo, dall’orgoglio sovrano e dalle spinte secessionistiche, si aggira il fantasma della Brexit e si profila davvero la possibilità di contestare il regime europeo del salario.

Come abbiamo detto, la Gran Bretagna è stata la prima a sperimentare una serie di misure che poi si sono riversate sul resto d’Europa. Assieme alla compressione del salario fino al limite della sopravvivenza, infatti, devono essere considerati anche il respingimento dei migranti non europei e la ristrutturazione del welfare, che ha imposto una specifica precarizzazione dei migranti provenienti da altri paesi dell’Unione grazie a una decisa gerarchizzazione dell’accesso ai diritti sociali e ai contributi lavorativi. Il terreno di sperimentazione di una precarizzazione delle regole europee sul lavoro e sulle prestazioni sociali è diventato così il campo di tensione chiamato Brexit. Il 18 e il 19 febbraio il Consiglio Europeo ha disposto misure di governo della mobilità lavorativa interna ed esterna che entreranno in vigore all’indomani del referendum inglese, se il Regno Unito si impegnerà a restare membro dell’Unione. Se pensate che a contare qualcosa in tema di austerity e precarietà sia solo la Germania, vi sbagliate. Lo status speciale riconosciuto al Regno Unito ha portato all’approvazione di misure che sanciscono la definitiva separazione sul piano europeo tra accesso al mercato del lavoro e accesso alla protezione sociale, che un tempo era garantita dal Coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale istituito dalla CEE già nel 1958 ed estesa ai lavoratori di paesi terzi nel 2003. In due giorni, per salvare la pericolante Albione, il Consiglio europeo ha istituito formalmente e praticamente un regime europeo del salario. Cancellando qualsiasi sostegno al reddito e quindi stravolgendo definitivamente il principio della libera circolazione, ha imposto l’assoluto dominio del salario sulla vita dei lavoratori che si muovono all’interno dell’Europa. Ai migranti europei con figli a carico verranno concessi sussidi il cui ammontare varia a seconda del costo della vita del paese di residenza dei figli stessi, quindi di quello di provenienza. Inoltre saranno loro inizialmente negate le prestazioni non contributive, che verranno concesse solo gradualmente a seconda della stabilità del legame tra il lavoratore e il mercato del lavoro del paese che lo ospita. L’accesso crescente alle prestazioni resta però a tempo determinato (7 anni). Suona familiare. Nel regime europeo del salario, precarietà, impoverimento e disoccupazione sono a carico del lavoratore e del suo salario. Eppure tutto questo, che non è poco, sembra non risolvere il problema. La promessa di sfruttare ulteriormente i migranti non allontana la Brexit. Il tentativo di introdurre in Francia misure coerenti con il regime europeo del salario ha letteralmente scatenato la furia dei francesi. Il progetto di risolvere la crisi sulla pelle di precarie, migranti e operai rivela la sua faccia di provocazione esistenziale. La crisi economica minaccia perciò costantemente di diventare una crisi politica.

Per un salario minimo europeo

Poche settimane fa Jeremy Corbyn ha improvvisamente scoperto il salario minimo europeo. Anche il «compagno» Labour ha infine realizzato che il fatidico Brexit non è uno scontro con l’Europa, ma mette in gioco le condizioni di vita di milioni di persone per gli anni a venire. Secondo Corbyn, in questo momento Brexit fa rima con mercato libero, privo di diritti e di protezioni. Cosa senz’altro vera, ma che non differenzia in maniera significativa la Gran Bretagna dal resto d’Europa. A dispetto del suo passato euroscetticismo, egli propone un’azione di riforma dell’Unione. Insomma, adesso l’Europa è la soluzione. Finalmente, verrebbe da dire. Purtroppo però il suo salario minimo europeo è una sorta di strumento economico «anti dumping» da giocare contro i migranti, visto che dovrebbe essere tarato sul costo della vita di ogni paese, in modo che ognuno possa stare felicemente a casa sua. In verità non si capisce bene che cosa ci sia di europeo in questo salario minimo. Questa sorta di camera di compensazione delle povertà è esattamente il contrario di ciò di cui c’è bisogno in questo momento. La questione vera è la libertà di muoversi attraverso l’Europa, non gli incentivi a resistere ognuno nel proprio ambito di sfruttamento e oppressione.

La rivendicazione di un salario minimo europeo è uno strumento da utilizzare contro il regime del salario che in Europa è stato imposto grazie alle continue riforme del lavoro basate sugli stessi criteri e che si muovono nella stessa direzione. Esso deve essere uno strumento per impedire la solitudine dello sfruttamento alla quale ogni individuo è altrimenti destinato. Si tratta di imporre un punto comune attorno al quale far convergere le molteplici esperienze di insubordinazione, tanto individuale quanto collettiva, che attraversano lo spazio europeo. Esso deve essere quanto meno europeo, perché su questa scala è organizzato lo sfruttamento capitalistico. Non si tratta di rivendicare un livello minimo e generalizzato di sopravvivenza, ma al contrario di produrre le condizioni collettive per un’accumulazione di potere capace di imporsi contro il comando esercitato del salario. Il salario minimo europeo deve essere uno strumento di emancipazione, in grado di consentire a milioni di uomini e di donne di sottrarsi all’economia europea dello sfruttamento. Solo muovendo dal piano europeo si può pensare di sfuggire alla logica del salario come prezzo della sopravvivenza, rovesciando la tendenza per cui solo le politiche neoliberali diventano politiche europee. Solo muovendo dall’Europa come terreno minimo di lotta comune si può cogliere nel referendum sulla Brexit qualcosa di diverso e di più cruciale della scelta di essere precari per la Corona o per Bruxelles.

19/02/2016

Sul confine del salario. Il movimento reale e il dilemma democratico

Ben più che l’orrore della battaglia di Aleppo, alla fine è stata la pressione di migliaia di migranti a imporre un fragile accordo sulla guerra siriana. Settimane di trattative, ricatti più o meno espliciti, accordi indicibili sulla pelle dei curdi, denaro richiesto e promesso, l’annuncio dell’intervento della NATO, un altro inaccettabile ultimatum alla Grecia, questa volta sui migranti: tutto vuole confermare che il problema dei migranti si gioca sui confini. Non è così. Per capirlo basta guardarsi intorno. Per capirlo bisogna guardare dentro gli Stati e all’Unione europea. Dopo avere annunciato un emergency break – il taglio per due anni dei benefici sociali legati al lavoro per i migranti interni all’Unione Europea – il governo Cameron ha promosso insieme all’ONU e ai governi di Germania, Kuwait e Norvegia una «Conferenza dei donatori» per il sostegno della «crisi dei rifugiati» siriani. Nove miliardi di euro si aggiungeranno ai dodici promessi dalla Banca Centrale Europea a Turchia, Libano, Giordania ed Egitto per gestire i flussi di migranti al di fuori dell’Unione. Questo slancio umanitario e l’ipotesi di sospendere per due anni il trattato di Schengen sulla libera circolazione sono parte di uno stesso processo. Non si tratta di un semplice ritorno alla sovranità nazionale: anche quando sono prese in modo unilaterale, le decisioni sovrane dei singoli Stati hanno cause ed effetti globali perché globale è il processo innescato dal movimento dei migranti. Non si tratta della «fine» di Schengen, ma della sua continuazione con altri mezzi: una complessiva istituzionalizzazione delle gerarchie del lavoro che mira a governare il movimento reale che sta radicalmente modificando la costituzione materiale e l’assetto istituzionale europei. Essere all’altezza di questo movimento reale significa politicizzare il rifiuto della guerra, del regime del salario e del governo della mobilità che milioni di uomini e donne esprimono quotidianamente sfidando i confini. È necessario costruire le condizioni di una centralizzazione politica che non si limiti a coordinare le esperienze di attivismo esistenti, ma che trasformi la presenza di massa dei migranti in una forza capace di catalizzare il rifiuto dell’oppressione e dello sfruttamento vissuti da precarie, migranti e operai nello spazio allargato dell’Europa. Il movimento globale dei migranti non può essere ridotto a oggetto locale, tanto meno a oggetto locale di un gioco elettorale al quale i migranti non possono nemmeno partecipare.

Il sistema di Schengen non ha mai edificato una «fortezza» di frontiere invalicabili attorno a un’area di libera circolazione. Per decenni quelle frontiere hanno funzionato da filtro – selezionando e differenziando lo status della forza lavoro migrante – e hanno stabilito confini interni che soltanto nella cronaca più recente hanno assunto le sembianze di muri. D’altra parte l’emergency break vanta gloriosi precedenti. Nel 2014, per fare solo un esempio, il governo britannico ha imposto ai migranti extraeuropei un aumento del ticket sanitario pari al 150%, il cui effetto più eclatante è stato di costringere le donne migranti a pagare fino a novemila sterline per un parto. Questo non è un caso eccezionale, anche se finora solo la Gran Bretagna è arrivata a minacciare una «Brexit» per arginare il «turismo del welfare». La confisca dei beni dei rifugiati da parte della Danimarca segue infatti la stessa logica dell’emergency break: «prima di avanzare delle pretese, bisogna pagare». Questo slogan trova d’accordo l’Olanda, dove i rifugiati non possono lavorare per più di 24 settimane all’anno, ma devono pagare una gabella pari al 75% del loro reddito agli enti di gestione dei centri di accoglienza in cui per legge sono obbligati a risiedere. I sistemi dell’accoglienza creano un bacino di forza lavoro quasi servile, agganciata a uno status differenziato che deve essere accettato in cambio di assistenza e «protezione». Questo è solo un tassello di un «welfare della mobilità» attraverso il quale viene intensificato il processo di finanziarizzazione e «contrattualizzazione» dei servizi: in una logica mercantile secondo la quale ogni prestazione deve avere un equivalente in lavoro o denaro, i servizi sono sempre più orientati al profitto.

Dietro alle confische danesi – con la loro oscena evocazione di pratiche naziste – e alla sospensione di Schengen da parte della Gran Bretagna c’è una complessiva ridefinizione della costituzione europea in virtù della quale la precarizzazione del lavoro è tanto generale quanto disomogenea. Da una parte, prestazioni sociali sempre più limitate vengono riservate a chi ha un titolo di cittadinanza «pieno», per compensare gli effetti del progressivo abbassamento dei salari. Dall’altra parte, nel momento in cui i migranti interni ed esterni sono costretti a pagare per quelle prestazioni, il salario diventa uno strumento appena sufficiente alla «riproduzione ristretta» della forza lavoro. È sufficiente considerare le limitazioni ai ricongiungimenti familiari applicate in tutti gli Stati d’Europa per comprendere che cosa si intenda per «riproduzione ristretta»: una riproduzione del lavoratore o della lavoratrice nel suo isolamento, senza neppure la prole per definirsi proletario e senza alcuna possibilità di trasformare la migrazione in mobilità sociale. L’attraversamento dei confini viene utilizzato istituzionalmente per sottrarre il potere sociale che le migrazioni accumulano in quanto fenomeno di massa. A questo servono le confische di beni, la negazione di quote di salario indiretto oppure, per restare alla sola cronaca italiana, la riduzione delle carte di soggiorno europee di lungo periodo in permessi di lavoro subordinato per i migranti che intendano trasferirsi in Italia da un altro paese europeo prevista dal nuovo decreto flussi.

Molti dei più raffinati interpreti dei desideri del capitale hanno visto bene il legame indissolubile tra governo della mobilità e regime del salario. Dai quartier generali della Deutsche Bank ai think-tank della politica economica britannica fino al Fondo Monetario Internazionale risuona unanime una chiara indicazione politica: l’abolizione del salario minimo legale, considerato un incoraggiamento all’immigrazione, e la definizione legale di salari più bassi per i migranti che vengono «accolti» in Europa. I «confini salariali» interni allo spazio europeo – presenti da sempre, per quanto mai tracciati sulle mappe – non sono più sufficienti. Non basta che i salari dei paesi dell’Est siano sistematicamente più bassi di quelli dell’Europa settentrionale, perché la migrazione offre comunque la possibilità di rifiutare questo immiserimento del lavoro e cercare di meglio altrove. I differenziali salariali vanno quindi riprodotti e garantiti istituzionalmente anche all’interno dei singoli Stati dell’Unione. Una politica propriamente europea si sta quindi definendo a partire dalle scelte sovrane e protezionistiche dei singoli Stati. Queste scelte non impongono necessariamente una chiusura territoriale dei confini dello Stato nazione, ma aperture differenziali in virtù delle quali una decisione sovrana della Gran Bretagna avrà effetti a catena sui regimi di riproduzione sociale dei paesi dell’Est come la Polonia, da cui arriva la maggior parte dei migranti interni che saranno colpiti dall’emergency break. Questa politica è destinata ad avere conseguenze anche al di fuori dei confini dell’Unione, sulla vita di milioni di uomini, donne e bambini che, per sfuggire alla guerra, dovranno assoggettarsi in modo coatto a questo regime del salario. I miliardi destinati ai paesi di frontiera non sono soltanto un supporto alla costituzione di immensi centri di detenzione a cielo aperto in funzione del contenimento di flussi massicci e inarrestabili. Lo scandalo dei profughi bambini messi al lavoro in Turchia nella produzione per noti marchi dell’abbigliamento parla anche di catene transnazionali dello sfruttamento che si dipanano lungo i confini del salario. Grazie alla cooperazione internazionale e alle misure umanitarie una massa enorme di individui viene messa coattamente al lavoro, producendo profitti che torneranno in Europa con costi sociali ridotti perché una quota rilevante della gestione e riproduzione della forza lavoro è affidata a paesi terzi.

L’ambiziosa pretesa di «democratizzare l’Europa» deve necessariamente misurarsi con le conseguenze globali delle politiche europee e con quegli «effetti di sovranità» che, sebbene generati dai singoli Stati, vanno al di là dei loro confini e di quelli dell’Unione. Una simile pretesa deve necessariamente partire dalla registrazione che è già in atto un movimento pratico di democratizzazione dell’Europa. Il deficit democratico altro non è che la resistenza a riconoscere la pretesa politica di precarie, migranti e operai. Rendere presente e viva la loro pressione è il nostro dilemma democratico. Se il progetto di questa Unione Europea allargata è di ridurre milioni di uomini e di donne a bestie da salario la cui vita vale solo in quanto è messa al lavoro, è necessario opporsi sistematicamente alla coazione imposta dai confini territoriali, del salario e del welfare. Gran parte dei movimenti sociali in Europa riconosce finalmente che oggi ogni iniziativa politica deve fare i conti con la presenza di massa dei migranti. Questa presenza è vista come un’occasione per dare nuova forza all’attivismo e alla solidarietà, per generalizzare la rivendicazione di migliori condizioni di vita e di lavoro per tutti e tutte, per connettere molteplici iniziative locali sul piano europeo. Tutto questo è importante, ma non è sufficiente a colmare lo scarto tra i movimenti sociali esistenti e il movimento reale scatenato dai migranti. La presenza di massa dei migranti, che sta radicalmente modificando la composizione del lavoro vivo, non corrisponde ancora a una forza politica da far valere contro la nuova costituzione europea. E d’altra parte ci si deve interrogare sui limiti di una riabilitazione della rappresentanza che necessariamente esclude proprio i migranti. I migranti sono una critica pratica alla democrazia rappresentativa. Per «democratizzare l’Europa» non è sufficiente un cambiamento del quadro politico e istituzionale dell’Unione, ma è necessario dare voce al movimento reale che sta facendo vacillare quel quadro. Per questo, si tratta di costituire uno spazio organizzativo transnazionale all’interno del quale i migranti possano prendere parola non come oggetti di accoglienza e solidarietà o di un’impossibile rappresentanza, ma come protagonisti di una lotta che mira a sfidare e rovesciare le gerarchie che l’Europa pretende di imporre. Solo così la solidarietà che ha mobilitato parte della società in molti paesi europei può diventare a sua volta un movimento in grado di sfidare i confini e le gerarchie di questa Europa. Con questa prospettiva devono misurarsi quei movimenti, come Blockupy, che in questi anni hanno messo in relazione esperienze anche molto diverse e coordinato l’opposizione europea contro le politiche di austerity. In questa direzione, la mobilitazione del primo marzo – solo il primo passo di un progetto e di un processo più ampio per uno sciopero sociale transnazionale – offre un’indicazione politica chiara, che non può e non deve esaurirsi in una singola giornata di azioni. Mobilità, salario e welfare devono diventare terreni di rivendicazione comune, a partire dai quali innescare nuovi processi di lotta realmente transnazionali. Portare sul piano europeo la battaglia per riconquistare quote di potere sociale, rifiutare le gerarchie imposte attraverso i confini territoriali, il salario e il welfare deve essere la leva per mettere in questione l’intero assetto istituzionale dell’Europa e dei suoi Stati, per rovesciare gli attuali rapporti di forza di cui quell’assetto è espressione, per aprire spazi di libertà tuttora imprevisti.