Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/03/2026

Sanremo 2026 – Pagelle e analisi del Festival

 di Giuliano Delli Paoli, Antonio Silvestri, Claudio Lancia 

È la prima volta nella storia del Festival di Sanremo che il Direttore Artistico e Presentatore dell'edizione successiva viene annunciato già durante la serata finale dell'edizione precedente. Carlo Conti ha fatto benissimo a farsi da parte, dopo essere riuscito a riportare la rassegna in balia di tutti i cliché che per decenni l'hanno contraddistinta: cartellone dei partecipanti poco interessante, canzoni mediamente mediocri (tanto che la serata delle cover risulta di gran lunga la migliore), il neo melodico nazional popolare che alla fine trionfa sulle poche proposte meno scontate, persino gli ospiti lasciano poco o niente, eccetto un minuto e mezzo di una straordinaria Alicia Keys.
Le uniche "scosse" arrivano dal bacio fra Levante e Gaia, da qualche vestito un po' più scollato, da un Sandokan che risveglia gli ormoni femminili, da TonyPitony (è lui il personaggio più atteso), dall'annuncio del Direttore Artistico del prossimo anno, per l'appunto, il telefonatissimo Stefano De Martino. In bocca al lupo per lui. E peccato per il super-abbronzato Carlo Conti: nel 2025 non era andato male, e gli va senz'altro riconosciuto il merito di aver reso i tempi del Festival più serrati. Purtroppo stavolta c'è ben poco da salvare: ne parliamo nelle pagelle preparate dalla nostra redazione. 
(Claudio Lancia)

Arisa – Magica favola

Arisa torna all’Ariston stranamente in punta di piedi, visto che la missione è quella di non fallire dopo la discutibile prova con “Potevi fare di più”, nomen omen di un brano che è passato un po’ in sordina nel 2021. E per farlo si avvale della penna dell’ex fidanzato Giuseppe Anastasi, quello di “Sincerità” e “La notte”, per intenderci, autore dunque di grande prestigio sanremese e non solo. La canzone è però una ballata tipicamente dolcissima, quasi da canzoncina d’amore per una pellicola Disney, composta per ammaliare il pubblico dell’Ariston ma che nel complesso non aggiunge assolutamente nulla a un campionario melodico ultra-collaudato che con buona probabilità farà faville per un po’ di tempo su Radio Subasio ma di certo non sulle piattaforme streaming dove ormai anche questo tipo di canzone ha raggiunto il grado massimo di saturazione già da un pezzo. Canta bene, e ci mancherebbe altro. Ma il punto è un altro: fino a quando sarà conveniente proporre brani che sembrano usciti da un incontro tra Spagna e Massimo Di Cataldo?
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Bambole di Pezza – Resta con me

Per la prima volta una band di sole donne al Festival di Sanremo, un ritorno dopo essere state delle meteore punk-rock qualche anno fa. L’effetto un po’ Virgin Radio di “Resta con me” non oscura una proposta decisamente energetica. Danno il meglio nella serata delle cover, quando si presentano accogliendo Cristina D’Avena per una personalissima versione di “Occhi di gatto” proposta a chitarre spianate. Durante l’esecuzione spunta un frammento di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, ed è esattamente in quei venti secondi che le Bambole di Pezza dimostrano di saper suonare, cantare, e di saper affrontare senza timori un classico intoccabile, uno di quelli che metterebbe in soggezione anche l’artista più scaltro. Una delle poche proposte “alternative” di questa edizione.
Voto: 7
(Claudio Lancia)

Chiello – Ti penso sempre

In un’epoca in cui le chitarre sono in via d’estinzione, questa canzone un po’ post-punk ne mette una in primo piano, ed è una variazione gradita nelle noiosissime serate sanremesi del Conti-bis. Purtroppo fatica a decollare: l’energia chitarra-basso-batteria si scioglie negli archi, in un ritornello che non è esattamente un’esplosione, interpretato abbastanza bene ma senza guizzi da una figura snella, con i capelli che sembrano usciti da un manga.
Non aiuta il testo d’amore, con un po’ di doppiaggese (“fottuto letto”) e quel ribaltamento che arriva dopo una manciata di secondi (“Voglio disinnamorarmi”) e che quindi poi perde tutto la sua capacità di sorprendere. Chiello ci ha già abituati a certi eccessi drammatici, un po’ adolescenziali nonostante abbia 26 anni, ma “Lasciami sciogliere nell’agonia” è una frase talmente esasperata che suonerebbe eccessiva persino per un lugubre brano doom-metal, figuriamoci per questo pop-rock innocuo. Si ferma al venticinquesimo posto, fin troppo punitivo.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

Dargen D’Amico – Ai ai

Che pasticcio, questo Sanremo, per Dargen: l’idea di unire ritmo e messaggio, attraverso quel mix di nostalgia e divertimento che lo ha fatto amare dal pubblico con “Dove si balla”, si è ormai sgasata alla terza partecipazione al Festivàl. Ci gioca, un po' anche lui, aprendo come se fosse una ballata per pianoforte e, terrorizzando tutti, parte subito un pop-rap da ballare che strappa al massimo un sorriso poco convinto quando cita l’assurda vicenda di Carlos Raposo, calciatore leggendario che concluse a 26 anni una carriera fatta di mille scuse per non giocare. Rispetto al passato canta un po’ di più e si sente, perché fa fatica qua e là a rimanere intonato. L’intelligenza artificiale è un pretesto, il messaggio di pace è assai vago: davvero il minimo sindacale per uno dei liricisti più creativi che abbiamo in Italia, ma si sa che quel palco smussa e omologa (quasi) tutti. La cosa più memorabile è il kimono-parquet della prima serata, non esattemente un buon segno. Severa risposta della classifica finale, che lo vede affondare al numero 27, poco sopra Elettra Lamborghini.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)
 

Ditonellapiaga – Che fastidio!

Gli organizzatori di Miss Italia hanno minacciato azioni giudiziarie per via del titolo del suo prossimo album. Ma lei se ne frega, e la prima sera non teme di essere la prima a salire sul palco, una sfida vera, visto che la sua canzone non è proprio politically correct, e la giuria della Sala Stampa la piazza subito fra le prime cinque. Margherita si abbatte sul Festival come il principale uragano di questa edizione, il Lucio Corsi del 2026 e, tanto per non farsi mancare niente, è la protagonista più attesa nella serata dei duetti, quando dà vita insieme a TonyPitony all’azzeccata cover dell’evergreen “The Lady Is A Tramp”. E si portano la vittoria a casa: niente male! Sin troppo facile prevedere “Che fastidio!” fra i principali tormentoni dei prossimi mesi. Dirige l’orchestra Carolina Bubbico. Trascinante energia. Chiude in trionfo, sul podio, con un meritatissimo terzo posto in classifica generale, più il Premio "Giancarlo Bigazzi" per la migliore composizione musicale.
Voto: 7,5
(Claudio Lancia)

Elettra Lamborghini – Voilà

Elettra è ormai da tempo un personaggio televisivo tanto discutibile quanto onestamente simpatico. Ha una carica kitsch tutta sua che non dispiace, certo non è una cantante professionista e le “sue” canzoni tornano utili per animatori e campeggi nei balli di gruppo. La Lamborghini si ripresenta a Sanremo con una canzone che omaggia fin dall’attacco e poi nel ritornello da “tutti giù per terra” la Carrà, ma talmente innocua da dimenticarla già cento secondi dopo averla ascoltata. C’è un coraggio e in particolare un’ostinazione che andrebbero almeno sulla carta premiati ma il livello è troppo basso e l’Ariston, nonostante la scarsa qualità di questa edizione del Festival, non è mai una piazzola.  
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli)

Eddie Brock – Avvoltoi

Una volta esisteva un filtro igienico che impediva a cantanti con poca esperienza di accedere all’Ariston, oggi invece abbiamo Eddie Brock. Rappresenta perfettamente lo scomposto tentativo di Conti di acciuffare l'interesse dei giovanissimi che Amadeus era riuscito a conquistare più organicamente: una sensazione, assai transitoria, di TikTok a cui viene concesso un palco di enorme importanza per il nostro mainstream.
Si presenta come lo zio che ha bevuto troppo al matrimonio e si appropria del microfono del karaoke, urlando come un ossesso un testo degno del Marco Masini d’epoca. L’amore non ricambiato diventa l’occasione per insultare gli altri pretendenti (“quell’uomo che non vale niente”) e subdolamente dare a lei della poco di buono (“è più facile per te farti spogliare/ che spogliarti il cuore”), che lui magnanimo accoglie sul suo grande petto virile (“poi torni da me a piangere sul petto”). Un teatrino un po’ tossico (“Mi mordo la lingua fino a sanguinare”), apparecchiato con un arrangiamento prevedibile fatto di strofe pensose e ritornelli sguaiati, ingolfati dall’orchestra. Se la prima sera è un disastro annunciato, con note sfuggite e intonazioni dubbie, nelle successive esibizioni si ha la conferma che non è stato esattamente un episodio sfortunato. C’è persino il “na na na na na na”: emetico, tanto da ambire all'interesse dei centri antiveleni. Un meritato ultimissimo posto.
Voto: 2,5
(Antonio Silvestri)

Enrico Nigiotti  Tutte le volte che non so volare

Un po' Vasco Rossi è un po' Francesco Gabbani, questa riflessione ombelicale e tristarella, gonfia di retorica infantile fatta di “mostri” e “voli”, è interpretata da Nigiotti con i lucciconi agli occhi e un’intensità che ogni tanto collima con espressioni di chi ti vuole menare. Punta dritto al cuore, cercando di conquistare con una fragilità sbandierata che contrasta con un fisico che intimorisce. Nessun parente che urina, per fortuna, ma il pezzo non c’è neanche questa volta: questa malinconia è troppo scontata, una pappa di lacrime e commozione a cui manca una storia che funga da giustificazione. In memoria di "Nonno Hollywood", diventa il momento ideale per andare a mingere nelle infinite nottate del Conti-bis.
Voto: 4
(Antonio Silvestri) 

Ermal Meta – Stella stellina

A leggere chi ha ascoltato le anteprime, doveva essere una specie di reggaeton, invece Dardust ha amalgamato mediterraneo ed elettronica per teletrasportare Ermal Meta in Medio Oriente. E dire che hanno già i loro problemi.
Aperta dai versi di una filastrocca infantile, è un brano sulla guerra e i bambini morti, che fa di tutto per colpire a tradimento l’ascoltatore: abbassata appena la guardia illusi da un ballo folkloristico, c’infilza con versi spietati come “Ma non c’è quel che c’era/ Non ci sei più tu”, “Oh, mia bambina, la notte è nera nera” o “Nel vento della sera ci sarai pure tu”.
Un frullato indigesto di infantile e tragico, un po’ da ballare, interpretato in modo impacciato e con un’inspiegabile momento in cui ci si lancia in vocalizzi da muezzin di Temu. Un ottovolante emotivo, o semplicemente un accrocchio tenuto insieme da un subdolo ricatto morale. Il brano, in teoria, parlerebbe di Gaza, ma bisogna cercare con santa pazienza gli indizi di questa geolocalizzazione: perfettamente in linea con un Sanremo fuori da ogni tema anche potenzialmente divisivo.
Lo si propone come vincitore dell'appena istituita “Coppa Cristicchi”, l’insigne riconoscimento che spetta a chi propone il brano sanremese più patetico dell’anno, facendo di un tema rispettabile un’opportunità di acciuffare il fugace successo garantito dall’Ariston. L’altra contendente, Serena Brancale, non può competere con gli ultimi versi cantati guardando dritto in camera, con sguardo intensissimo: “Non ti ho dimenticato/ Aspetto il tuo ritorno/ Come le farfalle/ Hai vissuto solo un giorno”. 
Voto: 4,5
(Antonio Silvestri)

Fedez & Masini – Male necessario

Al super-attico dell’egocentrismo si può accedere solo citandosi in un brano di Sanremo, come fa qui Fedez in alcuni versi d’ispirazione biblica: ci mancava che si paragonasse direttamente a Gesù.
Questa canzone è una mezza ammissione di colpa di due uomini feriti. Inizia con un rap piangino, poi Masini si sgola come suo solito e Fedez rappa come se fosse ancora il 2003. Tutto già sentito, già visto, noioso se non irritante.
Il climax vede i due che cantano all’unisono, un quadretto surreale: un sessantenne barbuto e paonazzo che spettina con gli acuti un trentaseienne che con l’intonazione ha bisticciato da giovane.
Verrebbe da definirla una canzone passivo-aggressiva (“Nel frattempo giuro mi puoi odiare”; “E ringrazierò il passato/ E chi mi ha condannato”) ma è soltanto molto furba: dice e non dice, come quelli che si scusano aprendo con “per chi si fosse sentito offeso...”. Il pubblico li adora, ma visto come vanno le elezioni in mezzo mondo non ne farei un vanto. Qualcuno si tatuerà ovvietà “Ci ho messo una vita per sentirmi vivo” sul costato, perché non c’è fine al peggio. Il titolo è un avvertimento a noi ascoltatori: evidentemente ce lo meritiamo.
Arrivano nella cinquina finale e improvvisamente la prospettiva che vinca uno qualsiasi degli altri quattro è una disperata speranza. Per fortuna si ferma al quinto posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri) 

Francesco Renga – Il meglio di me

Sorprendentemente trasformatosi nell’Al Bano della sua generazione, ogni sua partecipazione è uno tsunami di vocali allungate all’infinito. Questa volta, però, l’esibizione convince più che nelle ultime occasioni, grazie a uno sviluppo più dinamico. È un altro uomo che si scusa sul palco più famoso d’Italia (“Perdona il peggio di me, il peggio di me, il peggio di me”), che azzanna il microfono soprattutto nel finale. Si piace tantissimo, così sorge l’impressione che non sorrida a noi ma a qualche specchio fuori dall’inquadratura. Non è facile immaginare un motivo per ascoltare questa canzone fuori da questa settimana di sequestro di persona musicale, purtroppo, a meno che non abbiate un improvviso calo di “A” e di “E”. Relegato in bassa classifica ma, conoscendolo, ci riproverà. 
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

Fulminacci – Stupida sfortuna

Chi ha scoperto Fulminacci qualche anno fa, quando in molti nel circuito romano lo inquadrarono come il più naturale erede di Daniele Silvestri (e si sente anche fra le pieghe di “Stupida sfortuna”), sarà rimasto parzialmente deluso da una canzone ultra malinconica e da una performance un pochino dimessa. Il giovane cantautore osa poco o niente, e perde una grande occasione per lasciare una traccia importante. Fulminacci resta un pochino ingessato anche quando sceglie di scendere a cantare in mezzo al pubblico. Non incide più di tanto nemmeno quando sceglie di farsi affiancare dalla giornalista Francesca Fagnani per “Parole Parole” un duetto a ruoli invertiti non completamente riuscito. Dirige l’orchestra Golden Years. Per la definitiva consacrazione occorrerà attendere il prossimo giro, ma intanto strappa un significativo settimo posto in classifica generale, più un ancor più significativo Premio della Critica "Mia Martini".
Voto: 6
(Claudio Lancia)

J-Ax – Italia starter pack

Il titolo anticipa già quello che la canzone propone, che è poi quell’idea di critica sociale un po’ complice e un po’ irritante che J-Ax porta avanti da troppi (troppi!) anni. Per capirci, il nostro ha l’acume di proporre versi come “Sto paese lo capisci da un cantiere/ Cinque dicono che fare, uno solo che lo fa”.
A fare la differenza, almeno alla prima esibizione, è il colorato spettacolo abborracciato sul palco, una via di mezzo tra la fiera di paese e un circo un po’ sfigato. La seconda volta, però, è tutto già visto: come una battuta di spirito, se la ripeti non diverte più.
Aperta dal battimani e un violino, s’affolla di banjo e cheerleader, poi sbraca nel ritornello e butta tutto in caciara con un pernicioso “pappapparappa”: meglio le carie. Prende a pretesto il country per suonare in realtà un pop chiassoso, che lui rappa stancamente o grida come l’ugola gli permette, cioè malaccio. Apprezzabile l’onestà di definirla “una brutta canzone”: condivisibile.
Voto: 5,5
(Antonio Silvestri)

LDA e AKA 7even  Poesie clandestine
Sulla carta un disastro annunciato, invece si approcciano al palco con leggerezza, divertendosi e persino divertendo. Animano il brano, un pop-rap un po' latin con i percussionisti sul palco, le ballerine e una buona chimica. Sono giovani, nel senso più positivo del termine: possono ancora crescere, sfruttando l'entusiasmo di chi è già contento di essere in gara all'Ariston. "Bella da farmi mancare l’aria/ Tu sei Napoli sotterranea" stuzzica il misuratissimo orgoglio partenopeo ed è una delle poche immagini originali di questa edizione. Colonna sonora perfetta della gita delle superiori nella città di Partenope.
Voto: 5
(Antonio Silvestri)

Leo Gassman  Naturale

Sussurra, ammicca, si agita, si sgola mentre ci tormenta con questo eyeliner che cola e un messaggio pericolosamente vicino a una red flag: “Sei più bella al naturale”, consiglio molto ascoltato nei centri antiviolenza di tutta Italia. Comunque, sa muoversi sul palco e conduce la ballata, piena di contrasti tra piano e forte, alla sua prevedibile destinazione. Non ci si aspettava nessuna sorpresa, a ragione. Come tanti altri, vale la domanda: abbiamo totalizzato l’ingombrante totale di 30 concorrenti perché era assolutamente necessario inserire brani dimenticabili come questo? Meritatissimo ventottesimo posto.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)

Levante  Sei tu

Bisogna essere abbastanza masochisti per tornare in radio con una canzoncina valida come “Niente da dire”, che a suo modo riporta a galla i primissimi tempi di Levante, quando non era ancora una scrittrice da romanzetto innocuo, alla Chiara Gamberale, per intenderci, una giudice talent dal dente spesso avvelenato e soprattutto una specie di influencer con la puzzetta sotto il naso, e poi ripresentarsi all’Ariston con una smielata come “Sei tu” che supera virtualmente destra anche Kekko dei Modà in preda a un delirio di onnipotenza melodica. Levante è l’esempio di come una brava cantautrice con del potenziale pop finisca per essere subito travolta da un successo che per quanto effimero purtroppo ti cambia tristemente l’anima. Musicale, s’intende.
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)

Luchè – Labirinto

Luchè ha scritto la storia del rap napoletano con i Co’Sang, poi a un certo punto ha avviato una carriera solista tra alti e bassissimi, dissing fuori tempo massimo, diari di bordo da rapper maledetto che le ha viste tutte e chi più ne ha più ne metta. Arriva a Sanremo dopo Geolier, l’enfant prodige dell’hip hop partenopeo, con la speranza di farsi notare anche da un pubblico ignaro dei suoi fasti. E lo fa con una canzone scritta insieme, tra gli altri, a Davide Petrella e Rosario Castagnola, due pesi massimi del nuovo corso pop napoletano ma non solo. “Labirinto” è una buona ballata pop, vagamente mistica nel ritornello e afflitta quanto basta. Il dramma è che Luchè non sa affatto cantare e all’Ariston certe cose giustamente alla fine poi non te le perdonano. Nonostante l’oggettiva mediocrità della sua performance canora, la canzone riesce a piacere a una sala stampa sempre più imbarazzante nei giudizi, stregata com’è da comunicati esagerati e cenette con discografici e addetti alla comunicazione di turno. Mentre il pubblico più giovane da casa, chiamato in causa sui social da Geolier, corre in massa a votarlo. Farà anche bene in radio ma resterà sempre la curiosità di ascoltarla per la prima volta, ossia cantata da qualcun altro. Andrebbe bene anche Pupo. Finanche un Drupi.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Malika Ayane – Animali notturni

Mettiamo un po’ sul piatto Sorrenti, che tra poco è estate, deve aver pensato Malika quando ha deciso di tornare al Festival. “Animali notturni” (che è anche il nome di un brand del quale Ayane è testimonial, coincidenza “equina”, per dirlo con Eduardo, tanto da mandare in escandescenza i piani alti di via Teulada) è una canzone che sembra uscita da una pellicola di serie b degli anni ’70, quando appunto in tanti puntavano a emulare in qualche modo Alan e i suoi cavalli di battaglia. Malika, essendo sulla carta una cantante lirica, con un brano allegro del genere passeggia al microfono, si diverte e addirittura balla. Manca però quel quid, per l’esattezza quella variazione melodica sorprendete, che tramuti il brano da canzonetta di passaggio in qualcosa di più corposo.
Voto: 5,5
(Giuliano Delli Paoli) 

Mara Sattei – Le cose che non sai di me

Nonostante sia una millennial, canta una ballata classica, che interpreta bene soprattutto quando si allontana dal registro più basso. Nel Festivàl più medio degli ultimi anni, lei galleggia di serata in serata, senza spiccare e senza farsi ricordare per un dettaglio, una frase, nulla di nulla. Neanche la firma di Thasup aiuta granché, perché ci si adagia sui soliti allunghi vocali, sentiti e risentiti, che animano pigramente una dedica romantica delle più telefonate. “Ma quanto è bella la follia?” fa salire il Basaglia. Penultima, ma solo perché c'è Eddie Brock a sorvegliare strenuamente la trentesima posizione.
Voto: 4
(Antonio Silvestri)

Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta

Unici veri rappresentanti del giro indie nazionale, coppia anche nella vita, Maria Antonietta e Colombre portano la medesima ventata di freschezza che caratterizzò qualche anno fa la partecipazione di Colapesce e Dimartino con “Musica leggerissima”. La prima sera Maria Antonietta si presenta con un outfit che ricalca in maniera perfetta quello indossato da Nada nell’edizione del 1969, quando a soli 15 anni si piazzò al quinto posto con “Ma che freddo fa”. “La felicità e basta” assomiglia a una delle tante canzoni sfacciatamente pop dei Baustelle, quelle con i ritornelli killer che ti si stampano in testa, a dimostrazione di quanta influenza ha Francesco Bianconi nell’odierno songwriting italiano (se ne trovano tracce anche nella canzone di Patti Pravo). Maria Antonietta e Colombre sul palco portano i propri strumenti, perché non vogliono essere percepiti come semplici esecutori ma come musicisti. Serata cover senza particolari sussulti, accanto a Brunori SAS per omaggiare “Il Mondo” di Jimmy Fontana. Alla fine ringraziano tutti: dopo anni di gavetta è stata una gran bella settimana per loro. Ed ora via a riempire i live club di tutta Italia. 
Voto: 8
(Claudio Lancia)

Nayt – Prima che

Mood notturno, un sound che rivolge lo sguardo verso il trip hop, Nayt è amatissimo dai più giovani, ma il martedì, all’esordio assoluto sul palco dell’Ariston, subisce l'emozione che lo rende un po' rigido. Nesseun particolre sussulto nemmeno nella serata dei duetti, quando esegue in coppia con la talentuosa Joan Thiele “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De Andrè. E neanche durante la maratona finale del sabato, affrontata in total black. Super serioso, non buca lo schermo come avrebbe potuto, ma arriva comunque a un passo dai cinque finalisti, chiudendo con un ottimo sesto posto in classifica generale. Cupa al punto giusto, la canzone crescerà ulteriormente con il tempo, diventando con tutta probabilità un classico del suo repertorio.
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)

Patty Pravo – Opera

Alla divina Strambelli le si vuole infinitamente bene sempre e comunque. Assodato questo, la Patty nazionale torna all’Ariston con una canzone che più epica nel ritornello non si può, ma anche vagamente innocua nel testo al netto dei ricordi personali che evoca, per una sorta di confessione attempata sui tempi andati e conditi da una follia eterna, quasi fisiologica per una delle regine della canzone italiana, una che “gli uomini me li fumo come sigarette”. Piace ovviamente al pubblico over 60 che guarda ancora Mara Venier ma finirà inevitabilmente per essere dimenticata in fretta, al netto di un’interpretazione sentita per una settantasettenne come l’ex mattatrice del Piper.
Voto: 6
(Giuliano Delli Paoli)

Raf – Ora e per sempre

In una recente intervista rilasciata per OndaRock, Raf ha dichiarato assurdo il fatto che Sanremo sia ormai l’unica vetrina utile della musica italiana. Una constatazione che non fa una piega. Purtroppo però l’ex dominatore dei Festivalbar e delle classifiche degli anni ’80 e ’90 torna all’Ariston con una canzone talmente sciatta, innocua e dimenticabile già al primo ascolto da poter in teoria essere scartata addirittura anche da un Giuliano Sangiorgi. Il che è tutto dire. Raf passa sul palco dell’Artison senza lasciare alcun segno, mentre sui social l’attenzione è più per il suo essere esteticamente sempreverde che per il brano in sé. E anche questo, ahinoi, dice tutto sulla bontà di “Ora e per sempre”.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Sal Da Vinci – Per sempre sì

Prendete “Se bruciasse la città” di Massimo Ranieri, strapazzatela in una busta piena di confetti bianchi, agitate bene, coloratela con una soluzione per capelli, vestitela di lucido neomelodico e poi “servitela” con furore all’Ariston. “Per sempre sì” è questo ma anche altro. Ossia un inno all’amore eterno in chiave finto monastica da cantare a squarciagola ai matrimoni più calorici a cui possiate partecipare se siete a Napoli e dintorni. “Per sempre sì” ha stregato Ariston, sala stampa e buona parte del pubblico che continua a cantarla ascoltandola praticamente da ogni piattaforma possibile. E nonostante sia una canzone orrenda, farà la fortuna di Da Vinci, uno che nella sua carriera ha studiato moltissimo e che merita rispetto a prescindere. Ma che conosce anche molto bene gli shaker più kitsch del mercato discografico italiano di questi maledetti tempi, vedi “Rossetto e caffè”.   
Voto: 4
(Giuliano Delli Paoli) 

Samurai Jay – Ossessione

Reggaeton ultra-prevedibile e da spiaggia con Belén rediviva che balla come una forsennata offrendoti magari il suo piede da cui sorseggiare calientamente lo champagne che scivola lungo le sue gambe. Tutto questo è “Ossessione”, la canzone con cui Samurai Jay, uno che lo scorso anno con “Halo” ha dominato TikTok e quel che resta dei jukebox estivi, debutta a Sanremo. Gennaro canta, si diverte, balla, ammicca, scambiando l’Ariston per una pista da ballo di salsa e merengue. A suo modo fa anche “bene” perché l’intento è quello di farsi notare ancora di più dopo aver assaggiato un certo successo via social. Il punto è che l’Ariston non dovrebbe essere questo, per dirla proprio con Raf. Premio simpatia ma Sanremo o quel che resta della kermesse di un tempo è un’altra cosa.
Voto: 5
(Giuliano Delli Paoli)

Sayf – Tu mi piaci tanto

Così così nelle prime due tornate, quando in molti si son lasciati ingannare dal ritornello apparentemente frivolo. Sayf è l’artista più amato fra i giovanissimi in questa edizione del Festival di Sanremo, una vetrina che lo lancia definitivamente verso una notorietà molto più ampia. Il giovedì, quando entra in scena il televoto, finisce dritto nei primi cinque, il venerdì si piazza al secondo posto nella serata delle cover grazie a una travolgente esecuzione di “Hit The Road Jack” insieme a Mario Biondi, Alex Britti e la mamma corista. E’ lì che conquista tutti, finalmente padrone del palco, mostrando anche le proprie qualità alla tromba. L’impegno di Daniele Silvestri unito all’esotismo di Ghali per un futuro che potrebbe delinearsi ricco di soddisfazioni. E un presente che gli consegna un incredibile secondo posto!
Voto: 6,5
(Claudio Lancia)

Serena Brancale – Qui con me

Secondo posto della neonata “Coppa Cristicchi” stravinta da Ermal Meta (vedi sopra), la dolente ballata dedicata dalla madre morta da Serena Brancale è interpretata con grande intensità fin dalla prima serata, e infatti si guadagna un applauso lungo e meritato dall’Ariston ogni volta che viene eseguita. Un pezzo della dolente storia luttuosa familiare è nella direttrice d'orchestra, sorella di Serena: praticamente, una seduta di psicoterapia familiare in eurovisione.
Non ascolterei una canzone così drammatica e didascalica neanche con le orecchie di un altro, se non nella dimensione parallela della settimana sanremese, ma se ancora dev’essere questo il palcoscenico del canto allora la Brancale ha pochi rivali tra i trenta accorsi in Liguria quest’anno: anche rispetto all’usignolo Arisa è più calda e fantasiosa; a confronto dell’ipertricotico Renga è più poetica ed elegante. Talento e capacità sprecate, certamente, ma almeno presenti. A Sanremo ugola-e-lacrime è una combinazione che spesso garantisce ottimi risultati nella classifica finale ma sorprendentemente si ferma al nono posto.
Voto: 6,5
(Antonio Silvestri)

Tommaso Paradiso – I romantici 

Prendete una delle tante canzoni del Paradiso solista, quelle che riportano subito a una variante carbonara di Luca Carboni, ascoltatela per venti secondi e poi fate partire “I romantici”. Ebbene, non noterete alcuna differenza, nessuno sforzo compositivo compiuto dall’ex frontman dei Thegiornalisti. Zero assoluto. Non il duo, per carità. Il cantautore romano fan di Vasco e appunto Carboni al punto da emularli all’inverosimile approda a Sanremo con il vento ormai fermo dei tormentoni di qualche anno fa. “I romantici” è una canzonetta it-pop come altre centomila di Paradiso e non solo. A partire dalle strofe con il piano sempre uguale e dal ritornello che arriva come un gol di Haaland tutto solo davanti alla porta. I violini aiutano qui e là ma è troppo poco. Tommaso ci crede, tra “bacio prima di partire” e una “doccia prima di dormire”. Altro?
Voto: 4,5
(Giuliano Delli Paoli)

Tredici Pietro – Uomo che cade 

Una delle piccole (poche) sorprese di questa edizione, ha un bel groove ed è interpretata senza sopravvalutarsi, come troppo spesso accade da queste parti. Le strofe hanno qualcosa di sinuoso, persino sensuale: merce rara su un palco generalmente sterilizzato, asettico. La canzone si apre nel ritornello, dolceamaro, che lui interpreta meglio dopo il primo tentativo un po’ troppo sforzato: “E faccio un’altra figuraccia/ Come un bambino scivolato in una piazza/ A volte siamo bravi a sparire/ Per non rischiare/ Di farci male”. Buon uso dell’orchestra, con gli ottoni e i cori che aggiungono profondità al ricercato arrangiamento. Si distingue e si ricorda, anche se manca di un colpo creativo nel finale, accontentandosi di una breve variazione acustica. Sfuma di tre posizioni la possibilità di rispettare il proprio nome d'arte: sedicesimo.
Voto: 7
(Antonio Silvestri)

Fonte 

14/02/2025

Sanremo, lo show delle bare

La prima cosa che ho pensato guardando l’inizio del Festival di Sanremo 2025 è che Carlo Conti fosse così ingessato e spento da sembrare una bara. A mano a mano che proseguivo con la visione questa prima fugace impressione si è trasformata in una sensazione pervasiva che alla fine ha abbracciato ogni aspetto dello spettacolo.

La visione del mondo che pare emergere da questa prima puntata sanremese si costruisce a partire da innumerevoli elementi che abbracciano tutti i livelli della comunicazione simbolica: dai temi delle canzoni all’abbigliamento, dalle luci alla scenografia, dal filtro viola alla scelta dei fiori: tutto sembra parlare a partire da un punto di vista in disfacimento, tutto porta in profondità.

L’architettura complessiva fra i vari segni di morte emerge unitariamente nel senso profondo che esprimono le bare-personaggi durante tutto lo spettacolo: Carlo Conti sacrestano del cimitero elenca minuziosamente la lista dei morti da ricordare e invita a salire sul palco ospiti e interpreti che espongono la loro morte in vita, la loro personale e intima pena, consci o meno di farlo.

Jovanotti, reduce da due anni di inferno, ha un viso rasputiniano, balla arrancando “l’ombelico del mondo” con accanto nella mente il fratello morto, la madre depressa e la figlia malata; Gimbo Tamberi, una carriera spezzata, guarda con occhi intimoriti una platea che lo costringe a continuare la sua via crucis fino alle Olimpiadi di Los Angeles 2028; il dolore e l’amore sofferente per una madre (malata?) cantato da Simone Cristicchi, l’amore psichiatrico di Fedez, l’accettare di non essere un duro ma senza alcun tipo di riscatto di Lucio Corsi, il posticcio ritorno a un passato soffocante di Tony Effe o il passato filmico in bianco e nero di Achille Lauro.

Ognuno di questi elementi degli “attori” si incorpora alla generale organizzazione dei segni dello show, dando l’impressione che il teatro dell’Ariston sia una cripta di velluto viola, dove l’aria è appesantita dal profumo melenso dei fiori e in cui le bare, e non i cadaveri, recitano lo spettacolo.

Dico bare e non cadaveri perché ciò che esprimono non è terrore (non sono elementi fuori dalla natura) bensì un’oppressione sonnolenta da ambiente oppiaceo; i presenti hanno dolori e frustrazioni racchiusi privatamente con gelosia ma li aprono, perché è Sanremo, vampiristicamente verso il pubblico: un teatro del piangersi addosso commossi, un soffrire consapevolmente.

Quella che vediamo in scena sul palco dell’Ariston è un’accettazione del dolore intimo che sa di sonnifero mortale, un invito a coricarsi dolcemente nella propria bara abbracciati ai propri mali e alla propria condizione subalterna, che sia nei confronti della società, dei propri cari o di sé stessi.

La simbologia mortifera del fascismo è un elemento storicamente accertato. Per quanto si sia studiato che ruolo essa abbia avuto per i dirigenti, i militari e i fanatici dei regimi fascisti, forse non si è ancora indagato abbastanza su che visione della morte veniva invece progressivamente emergendo nel popolo sottomesso. Forse era qualcosa di vicino a una morte generale della volontà più che alla “morte per mezzo della volontà” delle élite di regime.

In conclusione, è proprio uno spettacolo nazionalpopolare di questo genere che svolge il ruolo di contraltare mediatico-comunicativo di ciò che questo governo sta producendo in termini di politiche repressive, autoritarie e antipopolari. Il messaggio che porta è il rimedio alla povertà indotta, il metodo con cui sobbarcarsi, nella propria bara, i mali necessari e correttivi, che cadranno su di lui. È un Sanremo pedagogico, mostra un metodo, spazza via la leggerezza perché i tempi saranno duri, ma ne dà anche il rimedio ideologico.

Se il periodo sanremese di Amadeus rappresentava il tentativo di capitalizzare sfruttando la leggerezza e il ridicolo e di mettere a valore per l’industria musicale e per quella mediatica radio-televisiva quindici anni di cambiamenti nelle relazioni sociali nell’epoca digitale, i tempi ora sono cambiati. Per l’appunto i tempi ora saranno duri e bisogna preparare la nazione pedagogicamente; è da questo che si spiega l’ossessione di questo governo per l’egemonia culturale anche a scapito dello share e dei trend.

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26/07/2024

Il “Teorema Sanremo” non ha funzionato. Assolto il vigile perseguitato

Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia. Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. L’USB è stato l’unico sindacato a comprendere che cosa fosse davvero successo ai lavoratori e alle lavoratrici. Una sintesi è stata pubblicata su questa rivista in occasione della nomina del direttore generale della Città Metropolitana di Genova.

Il 23 luglio è arrivata finalmente la notizia della sentenza dell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione, grazie alla quale Alberto Muraglia, passato alla storia come il “vigile in mutande” di Sanremo, ha vinto in via definitiva il ricorso contro il licenziamento: il Comune deve versargli, per il momento, 130mila euro. Ma con altri risarcimenti la cifra sarà anche maggiore. Nel febbraio 2024, l’USB Funzioni Locali Liguria ha pubblicato un comunicato dal titolo “Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo””. Alla luce della recente sentenza della cassazione, questo testo, di seguito riportato, è ritornato molto attuale, e vale la pena riportarlo integralmente:
Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo”

Da un po’ di tempo “esperti di codice di comportamento” tengono corsi di formazione nelle pubbliche amministrazioni.

Più che corsi di formazione, però, a volte si tratta di momenti collettivi nei quali il/la docente rivolge velate minacce ai lavoratori e alle lavoratrici degli Enti Locali, con le quali il messaggio di fondo è che i dipendenti pubblici si possono licenziare.

Pagati con soldi pubblici, a volte tali corsi sono tenuti proprio da dipendenti pubblici.

Queste persone possono avere anche ampio spazio sui media mainstream.

Recentemente ad una di queste “formazioni” la relatrice (dipendente pubblica nota in rete) annoverava nella sua aneddotica casi di dipendenti di enti locali licenziati grazie a lei e che, a suo avviso, i lavoratori assolti nel “caso Sanremo” sono “probabilmente” colpevoli, assolti solo a causa di indagini mal condotte. La “formatrice” è entrata quindi nel merito di sentenze emesse dai giudici in diversi processi.

La domanda che sorge spontanea è se un funzionario pubblico nelle vesti istituzionali possa mettere in discussione l’esito di un processo e il lavoro di un tribunale, così come accusare pubblicamente di “probabili” reati persone ormai già proclamate innocenti, senza incorre in una violazione dello stesso Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, oltre che delle più ovvie norme della convivenza civile. Certamente non un bell’esempio.

Il codice di comportamento dovrebbe essere una guida per il dipendente a non commettere reati, e quindi è preventivo e non coercitivo. Il fine non è la punizione, ma mettere in campo ogni strumento per evitare comportamenti errati.

È da osservare, inoltre, come ci si dimentica sistematicamente del fatto che, in caso di licenziamento, per i dipendenti pubblici non è previsto alcun sostegno economico (non c’è la Naspi), ma per la “formatrice” in questione è doveroso licenziare quanto prima per dare l’esempio.

Intanto poi l’eventuale danno da risarcire, pesa sulle tasche dei lavoratori e dei cittadini (vedi Sanremo).

Di recente è arrivata la notizia, con nostra grande soddisfazione, dell’assoluzione definitiva per Alberto, il vigile di Sanremo perseguitato e dileggiato per anni.

A lui e a tutti i lavoratori del Comune di Sanremo dedichiamo un abbraccio collettivo.

Su giornali e nei social media, ora, diverse persone si scusano con Alberto.

USB non deve scusarsi perché da quando siamo entrati al Comune di Sanremo (2017) siamo sempre stati (unici) dalla parte dei lavoratori.

Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia.

Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. Colpire per annichilire e poter cosi privatizzare tutto il possibile e per rendere più deboli i lavoratori, non solo del pubblico impiego, ma di tutto il mondo del lavoro.

Ci hanno raccontato che questi lavoratori sono stati puniti in quanto “furbetti del cartellino”, e infatti tutto il “caso” si sviluppa all’interno della campagna contro i dipendenti pubblici.

Si tratta di una delle peggiori pagine di questa indegna campagna. Un vero e proprio film horror con lavoratori e lavoratrici buttati nel tritacarne.

Storie di uomini e donne spogliati della loro vita, della loro dignità, portati via in manette. Alcuni di loro messi in prigione e agli arresti domiciliari per 85 giorni (Alberto per 87 giorni), molti licenziati e altri che hanno subito provvedimenti disciplinari pesantissimi. Sradicati all’improvviso dalle loro famiglie.

Anche quei pochi colpevoli per davvero di comportamenti sbagliati, e perciò passibili di condanne e licenziamento, trattati come i peggiori assassini pur non avendo ucciso nessuno.

La stragrande maggioranza di loro perseguitata per un caffè, per una sigaretta fumata fuori dal portone.

Ritrovarsi all’improvviso spogliati di ogni briciolo di dignità e di umanità. Avere bisogno di aiuto e non trovare nessuno, avere bisogno di un avvocato e non avere i soldi per pagarlo. Ritrovarsi in un dramma talmente grande che ti soffoca, che non ti permette di ragionare e che ti fa fare scelte che potrebbero costare carissime.

Tutti i lavoratori del Comune di Sanremo sono stati condannati ad un “fine pena mai”.

Chi è rimasto si è trovato a convivere con la paura e la vergogna. Con carichi di lavoro moltiplicati a causa della sospensione di decine di colleghi. Solo grazie a loro il Comune ha continuato a funzionare in quei drammatici mesi.

L’Amministrazione Comunale non provò nemmeno a comprendere quanto stava accadendo. Non ha speso una parola in difesa dei propri dipendenti che da decenni permettevano al Comune di erogare tutti i servizi necessari ai cittadini, nonostante il dissesto finanziario, nonostante i tagli governativi, nonostante un blocco contrattuale più che decennale. Non si è assunta le sue vere responsabilità (se qualche lavoratore si comportava illegalmente i dirigenti dove erano?). Nessuno, in quei giorni, ha speso una parola di solidarietà, di comprensione, di dubbio.

Nemmeno gli altri sindacati spesero una parola.

Ci piacerebbe che fosse punito chi ha sbagliato nel perseguitare i lavoratori del Comune di Sanremo, causando un danno enorme alla collettività.

I lavoratori pubblici non sono fannulloni, non sono furbetti del cartellino. Sono gli unici a difendere lo stato sociale massacrato da tagli e privatizzazioni.

Sempre in prima linea, dovendo subire una dirigenza spesso incapace e amministratori pubblici che pensano solo agli affari loro.

Il problema non era e non è il Codice di Comportamento/Disciplina o le pene per i lavoratori, ma la cattiva organizzazione che vige in tantissime Amministrazioni locali.

È necessario invertire il paradigma: per prima cosa agire sull’organizzazione del lavoro e dopo applicare, nel caso, i “codici di disciplina” (ma a tutti, anche a chi ha accusato ingiustamente). Solo cosi gli enti locali possono tornare ad essere protagonisti della vita sociale del nostro paese.
Fonte

11/02/2024

Sanremo 2024 - Pagelle e analisi del Festival

Breve introduzione alla 74° edizione

L’edizione del Festival di Sanremo che porta a termine il regno quinquennale di Amadeus si chiude con la vittoria di Angelina Mango, con una delle poche canzoni in grado di distinguersi per personalità della proposta musicale. Sì, perché sin dalla prima serata la sensazione è stata quella di assistere all'edizione meno interessante delle ultime cinque, con molti (troppi?) brani costruiti con arrangiamenti simili (gli autori sono un attimino ridondanti, ma approfondiremo più in basso...), quasi sempre incentrati su cassa dritta e voglia di dancefloor, ponendosi in scia a quei suoni à-la Elodie in grado di assicurare rapidi riscontri radiofonici. Gli spunti interessanti si perdono così nella ripetitività degli stessi, nell’eterna replica del medesimo sound, attitudine che lascia emergere l’incapacità (ma meglio sarebbe dire la mancanza di volontà) degli autori di tracciare nuove direzioni. L’obiettivo non è più comporre il motivo giusto per vincere Sanremo (cioè la tipica costruzione in crescendo, con ritornello iper-coinvolgente e ultra commovente) quanto quello maggiormente adatto a "spaccare" nelle radio – e di conseguenza nelle classifiche di vendita – in tempo reale. Omologazione dello stile, quindi, per un Festival privo di novità dal punto di vista artistico, senza sorprese, scorrevole ma a tratti tendente alla mediocrità. Grandi assenti il rock e le chitarre: non c’è nulla che possa neanche lontanamente ricordare la scossa elettrica dei Maneskin (più di qualcuno ne sarà felice), manca qualsiasi proposta realmente alternativa. Si arriva a sobbalzare dalla sedia giusto per gli orsacchiotti di Dargen D’Amico e per le creste punk dei La Sad.

Quelle di Angelina Mango e Annalisa (terza classificata) sono parse da subito le due performance più compiute, anche per la capacità di adeguare ai canoni sanremesi i modelli internazionali ai quali le due artiste si ispirano. La Mango cerca un'energica sintesi fra tradizione e contemporaneità, flirtando con elementi ispanici (la cumbia, il flamenco) e guardando in maniera decisa all'esperienza di Rosalìa (ottimo il lavoro svolto con i co-autori Madame e Dardust), Annalisa non teme di evidenziare i propri ingombranti riferimenti (qualcuno ha detto Taylor Swift?) persino attraverso il taglio dei capelli e la scelta dell'outfit. Fra le due cantanti, al secondo posto si è piazzato Geolier, spinto soprattutto da una vera e propria acclamazione giunta sulle ali del televoto, sempre decisivo quando sul palco ci sono cantanti particolarmente amati dal pubblico più giovane.
La caduta di stile avvenuta la seconda serata, nel penoso siparietto con John Travolta, viene riscattata da uno show complessivamente di buon livello, in grado negli ultimi anni – grazie al lavoro di svecchiamento portato avanti dalla direzione artistica di Amadeus – di riunire per cinque lunghissime serate un'audience transgenerazionale, avvicinando per la prima volta nella sua storia un pubblico giovanissimo. Trenta canzoni in gara sono sembrate davvero troppe, come una Serie A di trenta squadre, certamente inclusiva ma con troppe formazioni non all’altezza del massimo campionato, con il gioco che ovviamente ne risente. I troppi compromessi necessari per stilare la lista dei concorrenti, evidentemente pongono il direttore artistico nelle condizioni di non poter dire troppi “no”. (Claudio Lancia)

La questione “omologazione”

La questione spinosissima, sollevata un po’ ovunque già settimane prima dell’inizio del Festival, sulla presenza massiccia di alcuni autori nei trenta brani in gara, è giocoforza fisiologica quando la direzione artistica di una rassegna assume contorni baudiani. Il che non è una giustificazione, tutt’altro: pone in ballo la necessità di affidare alla stessa persona per troppo tempo la vetrina di fatto più importante del mainstream nostrano. Succede così che Tropico, ossia il cantautore pop napoletano Davide Petrella, si trovi a firmare ben quattro canzoni, quasi come se non fossero bastati il primo e il secondo posto dello scorso anno conquistati come autore delle canzoni di Marco Mengoni e Lazza. Oppure che Cheope, cioè Alfredo Rapetti, il figlio del paroliere per antonomasia Mogol, appaia in tre brani. E ancora altri immancabili come Davide Simonetta o Jacopo Et, al secolo Jacopo Angelo Ettore, anche lui come Rapetti presente tre volte. Insomma, se da un lato negli ultimi anni si è assistito a uno svecchiamento della proposta sanremese, dall’altro lato si è progressivamente fatto spazio un coagulo di penne più o meno satellitari alle major del caso, che ha creato l’inevitabile ristagno a valle in un’edizione annacquatissima.

Le canzoni della settantaquattresima puntata, per dirla con Netflix, della kermesse ligure finiscono dunque spesse volte per essere il risultato di una congrega narrativa (e ritmica) tanto blasonata quanto ripetitiva. Si prenda il caso della cassa dritta che mai in passato aveva tanto bordeggiato a Sanremo, o i ganci melodici che scuotono la memoria breve come ben dimostra “Cenere” di Lazza che appare e scompare in “I p’ me, tu p’ te” di Geolier. È un loop che dovrebbe dissolversi il prossimo anno, quantomeno sulla carta, a meno che Amadeus non voglia “sorprenderci” tutti con un ulteriore gettone. Eventualità, quest’ultima, che metterebbe seriamente a rischio la bontà della proposta sanremese, così come già accaduto in passato quando l’Ariston fini per diventare il palco di riserva di Amici. (Giuliano delli Paoli)

Le pagelle

Alessandra Amoroso - "Fino a qui"
Le briciole di "Amici" che un tempo non troppo lontano erano i primi piatti del Festival tornano ogni tanto sulla tavola. Accade soprattutto con Emma e per la “prima volta” ad Alessandra Amoroso, che all’Ariston si è spesso presentata come duettante accanto alla sopracitata Emma o alla meteora dei laghi Valerio Scanu. Stavolta, però, la diva delle torte fatte in casa e delle canzoni ai matrimoni da cantare per piangere con la zia debutta come concorrente con una canzone scritta da Jacopo Et che è un campionario di tutto lo scibile delle orripilanti compilation “Scialla” di "Amici", tra strofe piatte (“Un’altra notte di pioggia scivola come una goccia”) che farebbero impallidire anche Franco Arminio, ossia il peggior poeta italiano del dopoguerra, e ritornelli scipiti da chiedere aiuto a quel “simpaticone” di Cannavacciuolo. Tornando seri, “Fino a qui” è una ballata urlata male, che ha la velleità di crescere sul finale con un improvviso tambureggiare a introdurre per l’ultima volta il ritornello che somiglia ad altri duecento scritti dagli ex-concorrenti di uno dei talent più rovinosi per la musica pop di questo paese. Ammesso che esista un talent costruttivo. Ma questa è un’altra storia. (Giuliano Delli Paoli)
Voto: 2

Alfa - "Vai!"
È Ed Sheeran, no è Avicii, no sta cantando "Old Town Road". Qualcuno dice che il brano lo hanno già inciso gli OneRepublic e che il riff in ogni caso è pressoché lo stesso. Il pezzo portato in gara dal ventitreenne Alfa non brilla in assoluto per originalità, ma nel contesto del festival è tutto sommato una boccata d'aria. E senz'altro suona parecchio radiofonico. Quattro accordi (gli stessi di buona parte delle canzoni in competizione) e un efficace "wohoo!", canzonato da Fiorello per allungare ancora un po' il brodo dell'interminabile ultima serata. "Se muoio giovane spero sia dal ridere", recita uno dei versi di "Vai!", e anche questo pare sia altrui: è l'incipit di "Wait for me" del rapper Alberto Dubito, morto a ventun anni dodici anni fa, suicida. Tutto un altro il tono di Alfa, che con piglio - fortunatamente - poco serioso celebra lo slancio del seguire i propri sogni. Ingenuo, innocuo, un po' retorico? A ventitré anni ci può stare.
(Marco Sgrignoli)
Voto: 6


Angelina Mango - "La noia"
Rosalía che incontra Madame al Coachella e le gira qualche barra perché le stanno troppo simpatiche le groupie italiane. È iniziata più o meno così la genesi de “La noia”, quantomeno nelle pagine di un racconto fantasioso ma non troppo. Perché la canzone vincitrice, grazie alla sala stampa che ribalta il verdetto popolare, sembra proprio nata dall’incontro tra la cantante catalana e quella vicentina. Angelina ce la mette tutta ma non ha la voce adattabile a tutto e potente come quella di mamma Laura. È la cumbia della noia, canta la ventiduenne di Maratea. Ma al di là del ritmo vagamente gitano, utile la prossima estate per gli animatori, rigorosamente fan di Fiorello, in un campeggio a caso del Salento, il brano è un frullato di stereotipi percussivi neolatini a dir poco inflazionati. Il testo è vagamente pacchiano e il tocco di Dardust stracotto. Piace al pubblico dell’Ariston e ai giornalisti che remano da due mesi contro Geolier, ed è tutto dire. La mediocrità è raggiunta solo per l’energia che impiega la Mango in studio, rendendo il tutto meno indecente. (Giuliano Delli Paoli)
Voto: 5

Annalisa - "Sinceramente"
Taglio di capelli e outfit inequivocabilmente ispirati alla superstar Taylor Swift, brano composto con in testa “Can’t Get You Out Of My Head” di Kylie Minogue, Annalisa e i suoi autori pescano dal meglio del pop mondiale per presentare uno dei grandi tormentoni dei prossimi mesi, specialità nella quale la cantante ligure non teme certo confronti. “Sinceramente” è una canzone semplice ma efficace, in grado di colpire sin dal primo ascolto: non a caso si piazza benissimo già dalla prima serata. Seducente e convincente, Annalisa regge la scena con sicurezza, sensualità ed eleganza, ormai ultra consapevole delle proprie capacità. Visto il livello non altissimo delle canzoni in gara, si ritrova ad avere un’occasione forse irripetibile per vincere, occasione che si infrange contro il fattore televoto, in grado di spingere in alto Geolier, e ancor più contro l’inarrestabile ciclone Angelina Mango. Straordinaria anche nella serata dei duetti, quando riesce a convincere anche i più scettici reinterpretando "Sweet Dreams" degli Eurythmics, supportata da La Rappresentante di Lista. Chiude la classifica generale al terzo posto, senza demeritare nei confronti dei due colleghi che l’hanno preceduta. (Claudio Lancia)
Voto: 8 

BigMama - "La rabbia non ti basta"
Marianna Mammone in arte BigMama viene da un piccolo paesino dell’avellinese, San Michele di Serino, e arriva a Sanremo come outsider, spinta da un carico di singoli pregni di energia alla Missy Elliott. Peccato che il brano in gara, al netto dell’intenzione narrativa di lanciare un messaggio alla coscienza bambina, pecchi di vacuità, sia per quanto riguarda il ritornello che per la strofa in modalità Fiordaliso. Riesce a fare meglio nella serata delle cover, che è come giocare bene al trofeo Berlusconi in estate e finire poi sedicesimi in campionato. I discografici le avranno suggerito la carta della pietà e della bandiera queer da anteporre alla musica. Con una canzone a caso delle sue avrebbe detto la sua. Peccato. (Giuliano Delli Paoli)
Voto: 5

Bnkr44 - "Governo Punk"
Coloratissimi, con un look da qualche parte fra band emo-punk e combriccola k-pop, gli empolesi Bnkr44 sono pesci fuor d'acqua sul palco dell'Ariston. Uccelli esotici. Come quelli evocati da John Lennon commentando l'articolo del musicologo William Mann sul Times, che nel 1963 plaudeva all'utilizzo ricorrente di "cadenze eoliche" e "sopradominanti bemolli" (flattened submediants) in pezzi come "Not A Second Time". Lennon smentì ogni intenzionalità affermando "I don't know what they are. They sound like exotic birds". Chissà come replicherebbero i sei toscani, che su quelle stesse sopradominanti bemolli hanno costruito (consapevolmente? puramente perché "ci stava"?) la particolarità del loro pezzo. Un brano spigliato e dal testo non particolarmente brillante, con quel mix di immagini trite e salti di palo in frasca che ha fatto la fortuna dei Pinguini Tattici Nucleari. E una sorpresa che arriva al momento del ritornello: "Scrivo dentro un garage/ La mia testa è un collage/ Di canzoni e momenti tristi". Sui "momenti tristi" il mood si fa ombroso, con un cambio d'atmosfera impossibile da non notare. A innescarlo armonicamente, un inconsueto accordo di Do maggiore, esterno alla tonalità di Mi maggiore del pezzo. Trucco armonico estremamente raro, che fra i pochissimi esempi in campo pop conta "Coffee And TV", imbevuto della sua agrodolce pigrizia (guarda un po', il testo della strofa cita espressamente proprio "un pezzo dei Blur"...). Di altre analoghe astuzie compositive la discografia della giovane band è sostanzialmente priva. Eppure, l'azzeccata riproposizione di "Ma quale idea" portata in scena con Pino D'Angiò è stata fra i momenti più estrosi della serata cover. Pubblico e giuria non sono rimasti sedotti e hanno relegato la boyband alle ultime posizioni della classifica finale, ma per il futuro si può forse sperar bene. (Marco Sgrignoli)
Voto: 7

Clara - "Diamanti grezzi"

Perdiamo tutto
L'amore è una sala slot
Mi gioco tutto

Abbiamo chiaramente superato un confine quando il giovane rapper Gianni “Cardiotrap” Russo si è fatto rubare il pezzo emo-rap “Origami all’alba” dalla spregiudicata Giulia “Crazy J” Bertolacci e poi quella stessa canzone, uscita dal contesto della fiction adolescenziale “Mare Fuori”, è diventato un disco di platino per l’attrice e cantante Clara Soccini, che interpetava appunto Giulia. La traiettoria che ha portato questa giovane donna nata nel ‘99 al successo, passando anche per la vittoria a Sanremo Giovani 2023, è fondamentale per capire chi sia e cosa ci faccia sul palco. Ha l’onere di aprire la prima serata e lo fa in modo composto, proponendo un pop elettronico e un po’ rap, vivace ma comunque con una sua eleganza, uno dei tanti che ricorda "Cenere" di Lazza. L’esecuzione non è perfetta, il testo non buca mai e alla fine sembra più una recitazione del pop-rap contemporaneo che una canzone vera. Quando Sangiorgi la presenta rimane quasi senza parole dinanzi a lei in vestito di brillanti: comprensibile. (Antonio Silvestri)
Voto: 4,5

Dargen D'Amico - "Onda alta"

Navigando navigando verso Malta
Senza aver nuotato mai nell'acqua alta

La proposta di Dargen D’Amico, diventato famoso in modo inaspettato proprio grazie a Sanremo, è di quelle che quasi la odi per come gioca con le emozioni dell’ascoltatore. La prima volta si presenta con la giacca piena di orsetti coccolosi, monta su una cassa dritta e, nonostante non sia gioviale come sempre, quando arriva al ritornello colpisce dritto allo stomaco: il pop-rap da discoteca è in realtà un brano sul dramma dell’emigrazione e sulle guerre, che, fingendosi una filastrocca infantile, tratteggia con poche, intense, immagini, la disperazione e l’angoscia di una parte dell’umanità. Gli ultimi versi, a perdifiato, lasciano in sospeso il racconto con un cliffhanger devastante. La stavi ballando e ti senti colpevole. Nelle altre esibizioni l’effetto sorpresa sfuma, prevedibilmente, ed è sempre più chiaro che solo superficialmente ha replicato “Dove si balla”. È tra i pochi a chiedere un “cessate il fuoco”. (Antonio Silvestri)
Voto: 7

Diodato - "Ti muovi"
Alla quarta partecipazione al Festival (una vittoria nel 2020 con “Fai rumore”), il cantautore aostano si presenta al concorso con un brano che parla di emozione e di squilibrio, di qualcosa che si muove nel proprio inconscio e che può a volte creare dei dissesti inaspettati. Niente da dire, Diodato è sempre molto raffinato ed energico, in un brano che si eleva progressivamente, ma che purtroppo non raggiunge i livelli artistici ed emotivi della canzone citata in apertura, con la quale aveva sbancato Sanremo quattro anni fa. Resta, in ogni caso, tra le proposte più penetranti e stilose presentate nel corso dell’edizione. Nella serata dei duetti è accompagnato da Jack Savoretti nella cover di “Amore che vieni, amore che vai” di Fabrizio De André. Idem come sopra. Esibizione pulita, senza sbavature, ma che non regala le vibrazioni che si attenderebbe di ricevere quando si toccano episodi come quello prescelto per l’occasione. (Cristiano Orlando)
Voto: 6,5

Emma - "Apnea"

Io se avessi un telecomando
Non ti cambierei mai

L'ideale scontro tra un pezzo anni Ottanta e una hit da dancefloor di vent'anni fa, con Emma che si spertica per risultare dinamica, aggressiva e sexy allo stesso tempo. Archiviate le interpretazioni drammatiche di qualche edizione fa, e in generale superata quella fase della carriera per abbracciarne una in cui si diverte a collaborare anche con Tony Effe in brani trash come la hit "Taxi sulla luna", questa (semi-)nuova Emma Marrone non ha l'appeal di una Annalisa né il graffio da pantera di una Elodie. Con Bresh rispolvera Tiziano Ferro, ed è semplice karaoke ad alto budget(Antonio Silvestri)
Voto: 4

Fiorella Mannoia - "Mariposa"
Una delle signore della musica italiana questa volta porta al Festival una canzone che non ti aspetti. Alla partecipazione numero 6, Fiorella Mannoia mette al bando malinconie e romanticismi, lasciando spazio a un brano ritmato che flirta in maniera decisa con lo stile di Mannarino. Senza mai perdere nemmeno un briciolo del proprio stile, lascia emergere il suo lato più spensierato anche nella serata dei duetti, divertendosi visibilmente al fianco di Francesco Gabbani. Difficile che una come lei possa deludere le aspettative. Soltanto quindicesima nella classifica finale, e avrebbe meritato qualcosina di più, ma la sua canzone si aggiudica il Premio per il Miglior Testo. E lei lo ritira con grande soddisfazione. (Claudio Lancia)
Voto: 6,5

Fred De Palma - "Il cielo non ci vuole"

Staremo bene anche all'inferno
Il cielo non ci vuole
Pieni di rimpianti fino all'overdose

L'ennesima variazione di questo 2024 su "Cenere", cantata da un fu rapper che poi, quasi per caso, è diventato molto famoso come un esperto del reggaeton più kitsch. Se non lo conoscete, ringraziate la vostra bolla. Ha il vocione, sa stare sul beat e non manca di energia, ma nulla di quello che fa, neanche la semi-citazione di De André, aiuterà a farlo ricordare dopo quest'ubriacatura sanremese. Avrebbe potuto portare un po' del suo reggaeton assordante e muscolare, quantomeno sarebbe stato più distinguibile. Nella serata delle cover-duetti scongela gli Eiffel 65, peccato che imbottisca il revival con strofe sue. Imbarazzante freestyle con Fiorello che fa beatbox nella finale: voleva dimostrare di essere un rapper hardcore e se n'è uscito con quattro versi da oratorio. (Antonio Silvestri)
Voto: 4

Gazzelle - "Tutto qui"
Flavio Pardini è l’impavido del Festival che ha il peso di rappresentare la fatidica scena indie italiana dello scorso decennio. Si presenta quindi coi suoi occhiali da sole per mettere la timidezza in chiaro fin da subito. Guai a toglierli per tutta la durata del Festival. “Tutto qui” regala un onesto ritornello, un po’ Calcutta, un po’ Eeels terza fase, con le strofe telefonate e uno speciale orchestrale che sa di epica fuori tempo massimo. “Chiudere gli occhi e vedere com’è”, prima che il piano da prima comunione chiuda i battenti di una prova sufficiente che però, a differenza di altre, farà fatica in radio. (Giuliano Delli Paoli)
Voto: 6

Geolier - "I p' me, tu p' te"
Emanuele arriva al suo primo Festival spinto da Spotify e da una serie infinita di numeri che, piacciano o meno, dicono molto sul ragazzo di Miano tutto rap e fratm. Il pezzo è una variante di “Cenere” di Lazza con la strofa in dialetto che però si conficca in testa più dello stesso ritornello. Un gancio alla Tyson che nelle scuole napoletane, così come praticamente in tutta la penisola, è già colonna sonora. Geolier alla fine dei giochi finisce secondo in un Festival deciso da una sala stampa stracolma di pregiudizi, che ribalta spudoratamente il televoto. Poche ore prima dell'ultima serata, si ritrova poi a dover rispondere all’accusa di ruberia mossa in conferenza da una giornalista. Sentenze da bettola padana che seguono i fischi di un Ariston sabaudo che non accetta il verdetto del popolo nella serata dei duetti. Una scena da film a cui Emanuele, appena ventitré anni, risponde da gran signore, cantando tra il pubblico e stringendo la mano a chi l’aveva fischiato. La canzone? Spacca. Dopo tre ascolti della versione in studio, si percepisce la mano di Simonetta. Al netto della ridondanza melodica dei suoi tipici refrain, il brano funziona sempre e comunque. O quasi. Perché stavolta il resto lo fa Emanuele, che gioca un altro campionato con il suo napoletano un po’ scomodo e “sbagliato” in un Sanremo diviso in due, con le nuove generazioni che gridano a gran voce “I p' me, tu p' te” e le vecchie a farsi ancora le seghe sulla bontà dell’autotune, quando anche Paul McCartney ha sentenziato da tempo immemore sulla faccenda. (Giuliano Delli Paoli)
Voto: 7

Ghali - "Casa mia"

Ma qual è casa tua?
Ma qual è casa mia?
Dal cielo è uguale, giuro

Con il pezzo giusto, un po’ disco-funk e molto pop-rap, Ghali risolleva a sorpresa le sue quotazioni, quantomeno come cantante da alta classifica: l’ennesima giravolta, ora che sembrava voler tornare alle origini. Dal punto di vista canoro è un mezzo pastrocchio (nella terza serata, soprattutto) ma sa muoversi magnificamente sul palco, è tra i meglio vestiti della kermesse e porta un testo di quelli che tiene in equilibrio godibilità e profondità. Il ritornello, che nella versione registrata funziona assai meglio, è già candidato a un successo duraturo. Vedere Mahmood che lo presenta nella terza serata è un colpo al cuore per chi crede in slogan come “l’Italia agli italiani”. Se ascoltate Sanremo solo su Spotify, sappiate che non vale e... aggiungete pure un voto al numeretto. (Antonio Silvestri)
Voto: 6

Il Tre - "Fragili"

Odio convivere con i demoni fissi nella mia testa

Disperatamente ultimo nella prima serata, posizionamento in scaletta devastante per un esordiente, fa fatica a sostenere la dinamica del suo brano, un po’ rap e un po’ pop (ovviamente). Quando azzanna con un flow veloce e preciso, colpisce più di quando allunga le vocali alla ricerca di un’intonazione che ogni tanto gioca a nascondino. Lo premiano posizionandolo all’inizio della terza serata, così ci riprova tremando meno con la voce e dimostrando più confidenza con un palco non semplice da abitare, anche a causa di una scenografia tutta curve e luci. Dopo gli ascolti (e riascolti) rimane l’impressione di un brano che poteva essere scritto tale e quale anche tre lustri fa, con un testo sulla fragilità che ormai rientra nei cliché sanremesi tanto quanto la ballata d’amore. Segna comunque la presenza senza infamia. (Antonio Silvestri) Voto: 5

Il Volo - "Capolavoro"
Non l’avrei mai detto. E invece succede che nel Festival più mediocre della storia recente, i tre pseudo-tenori sono riusciti a combinare qualcosa di apprezzabile, quantomeno nelle strofe, poste così come sono tra Massimo Di Cataldo e il Paolo Vallesi meno chierichetto. Il ritornello purtroppo riporta tutto e tutti alla realtà. Ed è triste, a pensarci. Perché i miraggi sono dei capolavori. Anche in accezione ironica. (Giuliano Delli Paoli)
Voto: 5

Irama - "Tu no"
Si presenta al Festival per la quinta volta con un brano che tratta argomenti quali separazione e malinconia per persone che non fanno più parte della nostra vita. Qualche anno fa si sarebbe definito il classico “pezzo giusto per Sanremo”, ma le cose sono cambiate. Irama affronta la sfida esibendo la solita voce possente e graffiante. La canzone risulta, però, piuttosto debole, senza sfumature, posizionando banalmente un tema fin troppo inflazionato su una melodia che presenta scarsa efficacia. Nella serata dei duetti si esibisce con Riccardo Cocciante nella sua “Quando finisce un amore”. Invece di sfruttare l’occasione per ottenerne un utile feedback, sembra uscirne eclissato, annichilito dal magnetismo sprigionato dal suo pigmalione, senza cercare o trovare quell’empatia fondamentale in queste occasioni. (Cristiano Orlando)
Voto: 5,5

La Sad - "Autodistruttivo"

Nessuno resta per sempre
tranne i tattoo sulla pelle

L’apparenza inganna solo chi è ingenuo e chi non li conosceva già: che i La Sad giocassero con un modo di vestire e di intendere il punk che non ha nulla a che fare con i Black Flag o i Germs è stato chiaro sin dai primi singoli. Con le dovute proporzioni, stanno ai Blink 182 o i Rancid come i Maneskin stanno ai Motley Crue o ai Guns n’ Roses. Non sembrano mai prendersi sul serio, nel senso più noioso del termine, ma non per questo rinunciano a lanciare un messaggio sul malessere giovanile, anche con l’uso un po’ didascalico dei cartelloni. Cantano in modo approssimativo, hanno i capelli coloratissimi e i look più carnevaleschi del Festival. Con la Rettore trovano un’affinità tanto inaspettata quanto perfetta nella serata cover: “Lamette” è un modello a cui aspirare, lontanissimo. (Antonio Silvestri)
Voto: 4

Loredana Berté - "Pazza"
Dodicesima volta a Sanremo, fra i partecipanti di quest’anno soltanto i Ricchi e Poveri possono vantare un maggior numero di presenze. Il pubblico la adora, ne scandisce il nome alla fine delle sue esibizioni, dopo un lungo periodo difficile, la sensazione è di averla ritrovata, finalmente lucida. Capelli blu, grinta intatta e quell’innata voglia di non allinearsi, nemmeno quando si trova in uno dei luoghi più allineati della penisola. In gara ha portato il brano più “rock” di questa edizione, una composizione autobiografica, fra le sue più riuscite dagli anni Novanta ad oggi. Nella serata dei duetti va sul sicuro, e in parte si autocelebra, proponendo “Ragazzo mio”, un brano di Luigi Tenco da lei già inciso nel 1984 con un elegante arrangiamento di Ivano Fossati per aprire “Savoir faire”, uno dei suoi album di maggior successo. Non entra nella cinquina finale dei più votati ma porta a casa il prestigioso Premio della Critica intitolato da tanti anni alla sorella Mia Martini. (Claudio Lancia)
Voto: 6,5

Mahmood - "Tuta gold"
Un Re Mida degli ultimi cinque anni del Festival, con due partecipazioni e altrettante vittorie. Non c’è il due senza il tre? Non questa volta, anche se il brano è certamente tra i più interessanti tra quelli presentati nella kermesse. Scritto dallo stesso artista milanese, offre uno spaccato della vita che caratterizza le periferie delle grandi città, spietata, intrisa di mille pericoli. Mahmood si esibisce con la solita personalità, in un brano acceso, che ha alcune reminiscenze armoniche con la sua pluridecorata “Soldi” e che avrebbe certamente ben figurato all’Eurofestival. Look sempre coraggiosi, ma con quel fisico anche io avrei fatto ancora una porca figura. Sarà certamente tra i vincitori del post-Festival. “Tuta Gold” non mancherà di riempire le classifiche dei brani più selezionati, forte anche di una capacità di attrazione che cresce a ogni ascolto. Il duetto con i fantastici Tenores di Bitti su “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla è tra i migliori della terza serata. Alessandro affronta uno dei brani più importanti della musica italiana con grande rispetto, carisma e ottima predisposizione. (Cristiano Orlando)
Voto: 7

Maninni - "Spettacolare"

Hai imparato a cadere con stile
Come fanno i campioni di muay thai

Premessa: ho visto tutte le serate di Sanremo e questo vuol dire che ho visto ogni cantante esibirsi quattro volte. Qualcuno l'ho anche rivisto grazie a Rai Play, nei giorni successivi. Nonostante tutto, mentre scrivo queste righe, su Maninni mi trovo costretto a cercare il video della sua "Spettacolare", per raccogliere le briciole della memoria. Uscito direttamente da un Sanremo degli anni Zero, e non è un complimento, porta una ballata pianistica talmente prevedibile e anonima che lo candida a essere il più dimenticato di questa edizione. Quando duetta con Ermal Meta, vestendo i panni di Fabrizio Moro, viene surclassato. Chi sperava in un nuovo Tananai non può che rimanere deluso, perché canta anche benino.
(Antonio Silvestri)
Voto: 3

Mr. Rain - "Due altalene"

Io e te fermiamo il mondo
quando siamo insieme

Ha sfiorato la vittoria nel 2023, quindi ci riprova. Scoperto che non si può portare lo stesso brano, fa il possibile per cambiarlo quanto basta per convincere Amadeus. I bambini sono stati sostituiti dalle altalene, per la gioia dei tecnici di palco. Suonicchia il pianoforte perché fa molto artista profondo, usa l’autotune per qualche verso, fa di tutto per commuoverci alternando strofe rap, allunghi vocali da ballatona malinconica e tanti buoni sentimenti. Nella terza serata è presentato da Il Volo e, potere dei paragoni, quasi li ho rivalutati. Dopo aver scoperto di essere candidato alla metà classifica, si esibisce in finale con la faccia di chi ci aveva sperato tantissimo: spiaze(Antonio Silvestri)
Voto: 2

Negramaro - "Ricominciamo tutto"
La band salentina ritorna per la seconda volta al Festival a distanza di vent’anni con una canzone sulla rinascita, sulla rivincita, che cerca di superare la diffusa freddezza che impera oggigiorno. Sangiorgi sfoggia la sua riconoscibile vocalità, sempre perfetta e ben calibrata, tra i saliscendi previsti dal brano, scritto dallo stesso Giuliano, con un ritornello piuttosto intenso e una strofa che rimanda, nell’approccio, al grande Lucio Dalla. Nella terza serata, quella dei duetti, sono accompagnati da Malika Ayane nella cover di “La canzone del Sole” di Lucio Battisti. Il risultato regala un momento d’accuratezza, con le vocalità di Giuliano e Malika ben amalgamate in un arrangiamento piuttosto sinfonico. (Cristiano Orlando)
Voto: 6,5

Renga e Nek - "Pazzo di te"
Francesco Renga iniziò la propria carriera come talentuoso cantante dei Timoria, poi convertito alla canzonetta nazional-popolare, Nek era un cantautore pop dalla hit facile: oggi tentano il colpaccio acchiappa-voti presentandosi in coppia. Ma è un’occasione persa, con un brano proposto in maniera molto classica, reso con capacità vocali oltre tutto distanti rispetto a quelle che potevano esprimere venti o trent’anni fa. Se un amico che odia Sanremo dovesse sceglierla a supporto delle proprie convinzioni, non avreste frecce al vostro arco per poter replicare in maniera convincente. Renga ha vinto il Festival nel 2005 ed è a Sanremo per la decima volta (compresa la presenza del 1991 con i Timoria), Nek è per la quinta volta sul palco dell’Ariston: questa volta ci mettono tanto mestiere, ma non basta. Nella serata dei duetti si autocelebrano a vicenda con un medley trascurabile, relegato non a caso a notte fonda. Chiudono a fondo classifica, al 25° posto. Giusto così. (Claudio Lancia)
Voto: 3


Ricchi e Poveri - "Ma non tutta la vita"
Per la tredicesima volta a Sanremo, vincitori nel 1985 con “Se m’innamoro”, i Ricchi e Poveri rappresentano la scelta di quest’anno come quota over, quei concorrenti scelti dalla direzione artistica per catturare l’attenzione delle nostre mamme, il medesimo compito ben svolto nelle recenti edizioni da Orietta Berti e dai Cugini di Campagna. Dal 2016 ridotti a un duo, Angelo e Angela fanno il loro, presentando esattamente il tipo di canzone che ti aspetteresti dai Ricchi e Poveri. Ma al di là di un’oggettiva simpatia e nonostante stiamo cavalcando l’eterno riflusso degli anni Ottanta, non possiamo certo considerarli fra le eccellenze di questa edizione. Nella serata delle cover reinterpretano sé stessi, con Paola e Chiara come spalle. Mezzo punto in più per l’autoironia dimostrata. (Claudio Lancia)
Voto: 5


Rose Villain - "Click boom!"

Senti il mio cuore, fa così: "Boom, boom, boom"
Corro da te sopra la mia "vroom, vroom, vroom"

Non è esattamente giovanissima, ma anche per Rose Villain questo Sanremo 2024 serve a posizionarsi nella mente del pubblico più trasversale, più che competere per la vittoria. “Rose, vuoi portare una ballata o un brano pronto per Tik Tok?” “Sì”: questo il dialogo che evidentemente deve esserci stato in preparzione al Festivàl. “Click Boom” è, come suggerisce il titolo, una ballata accorata sparata contro un ritornello scemo, perfetto per le mossette sui social. Anche per la poca esperienza, lei fatica a cambiare personalità tra strofa e ritornello, anche perché non è facile risultare credibile quando devi passare in pochi secondi da trentenne malinconica ad adolescente in cerca di views. Trova più coraggio al secondo tentativo. Gazzelle fatica non poco a presentarla nella terza serata e quando lei gli tocca una spalla quasi sviene. Lascia qualche dubbio il capello in versione “appena uscita dalla palude”. (Antonio Silvestri)
Voto: 5

Sangiovanni - "Finiscimi"

Io non so come si controllano le emozioni
Perciò delle volte ho fatto un po' il coglione

Durante i giorni di Sanremo si è dichiarato stritolato dal suo stesso successo, arrivato quando era ancora troppo giovane. Invece della frizzante “Farfalle” per questa seconda volta all’Ariston propone una ballata sulle difficoltà emotive, che chiude in un sussurro felicemente in contrasto con gli acuti di tanti altri colleghi. Il testo, pur senza guizzi notevoli, colpisce nella sua semplicità e genuinità, ma lui sembra davvero in difficoltà e l’esecuzione ne risente molto. I due guasconi Rek & Renga lo presentano nella terza serata in modo da far risaltare ancora di più la differenza di mood: loro a manetta a ogni acuto, lui che combatte una battaglia nella sua testa. (Antonio Silvestri)
Voto: 5

Santi Francesi - "L'amore in bocca"
Il giovane duo torinese fa l’esordio al Festival, dopo aver vinto l’edizione propedeutica di Sanremo Giovani. Il brano scritto dal cantante Alessandro De Santis è una raccolta di diapositive che ricostruiscono la propria e l’altrui vita privata, senza dilungarsi in troppe spiegazioni. Il pezzo è tra i più gustosi tra quelli in concorso, forte di schemi synth-pop vibranti, che incontrano addirittura alcune ritmiche à-la Daft Punk e che vive dell’ottima esibizione del frontman. La versione di “Hallelujah” del grande Leonard Cohen, presentata con Skin nel corso della serata dei duetti, resta uno dei momenti più alti dell’intero Festival 2024: toccante, intensa, quasi mistica, costruita sul dualismo vocale tra la cantante degli Skunk Anansie (immensa) e l’eccellente prova di De Santis. Teniamo d’occhio questi due ragazzi perché potrebbero essere forieri di novità piuttosto interessanti. (Cristiano Orlando)
Voto: 6,5

The Kolors - "Un ragazzo una ragazza"

E lo sai, l'amore non si può cantare
in una strofa da otto

Impossibilitati dal regolamento a portare un brano già edito, i The Kolors provano a rifare “Italodisco” per capitalizzare l’incredibile successo del 2023. Ci mettono dentro, per strafare, anche un balletto da villaggio vacanze che sarebbe perfetto per un ritorno di John Travolta. Mentre si è ipnotizzati dai denti di ceramica di Stash, il loro funk-pop entra subito in testa e si fa ricordare per quel mix di semplicità e un pizzico di fantasia (ma non c’è una citazione sorprendente come quella del “basso dei Righeira”). Esecuzione da veri esperti del palco, con Stash che tra mossette, ammicchi e chitarra suonata un po’ per finta è una calamita per gli occhi insieme al batterista, suo fratello Alex Fiordispino, che sembra direttamente uscito da "Mad Max".
(Antonio Silvestri)
Voto: 6

La classifica finale

  1. Angelina Mango - La noia
  2. Geolier - I p' me, tu p' te
  3. Annalisa - Sinceramente
  4. Ghali - Casa mia
  5. Irama - Tu no
  6. Mahmood - Tuta gold
  7. Loredana Bertè - Pazza
  8. Il Volo - Capolavoro
  9. Alessandra Amoroso - Fino a qui
  10. Alfa - Vai!
  11. Gazzelle - Tutto qui
  12. Il Tre - Fragili
  13. Diodato - Ti muovi
  14. Emma - Apnea
  15. Fiorella Mannoia - Mariposa
  16. The Kolors - Un ragazzo una ragazza
  17. Mr.Rain - Due altalene
  18. Santi Francesi - L'amore in bocca
  19. Negramaro - Ricominciamo tutto
  20. Dargen D'Amico - Onda alta
  21. Ricchi e Poveri - Ma non tutta la vita
  22. BigMama - La rabbia non ti basta
  23. Rose Villain - Click boom!
  24. Clara - Diamanti grezzi
  25. Renga Nek - Pazzo di te
  26. Maninni - Spettacolare
  27. La Sad - Autodistruttivo
  28. Bnkr44 - Governo punk
  29. Sangiovanni - Finiscimi
  30. Fred De Palma - Il cielo non ci vuole


I premi

Primo Classificato: Angelina Mango
Premio della Critica "Mia Martini": Loredana Bertè
Premio della Sala Stampa "Lucio Dalla": Angelina Mango
Premio "Sergio Bardotti" per il Miglior Testo: Fiorella Mannoia
Premio "Giancarlo Bigazzi" per la Miglior Composizione Musicale: Angelina Mango

Fonte

 

07/02/2020

Festival di Sanremo. La Rai censura Roger Waters. Troppo filopalestinese

Non ce la possono fare, non ne hanno il coraggio. La Rai dei sepolcri imbiancati e delle mummie rifatte (e non solo quelle anagraficamente più datate), è riuscita a censurare uno dei fondatori dei Pink Floyd, cioè una leggenda vivente della musica.

Era infatti previsto un videomessaggio di Roger Waters al Festival di Sanremo ma improvvisamente è scomparso dalla scaletta. Il suo contributo era stato annunciato da Amadeus come “un regalo al Festival” ma è stato annullato per imprecisati “motivi di scaletta”.

Roger Waters non è un personaggio da tappezzeria televisiva. È uno storico membro dei Pink Floyd e, certamente, tra i maggiori musicisti rock del mondo, ma è anche “colpevole” di aver preso apertamente posizione a sostegno del popolo palestinese. “Un’altra telefonata da Gerusalemme? Si direbbe di sì” è il commento al vetriolo de L’Antiplomatico che ha pubblicato spesso i messaggi di Roger Waters e che sottolinea come solo qualche mese la Rai sia riuscita a censurare una propria intervista già pronta al presidente siriano Assad.

Pare che nel videomessaggio per il festival di Sanremo Roger Waters avesse citato una delle sue canzoni (Waiting for her, contenuta nell’album Is this the life we really want?) ispirata ad una poesia dello scrittore palestinese Mahmoud Darwish.

Da quella poesia, spiegava Waters, ho imparato che le donne non basta amarle ma bisogna saperle. Un poeta palestinese come ispiratore è probabilmente una possibilità che la dirigenza Rai – e le autorità israeliane – non possono accettare. Il negazionismo sull’esistenza di una identità palestinese è parte di quel politicidio contro i palestinesi ben individuato dallo storico Baruck Kimmerling e perseguito dagli apparati ideologici israeliani, fin dentro la Rai.

Ma la notizia del messaggio censurato di Roger Waters è circolata anche su altri media incontrando però l’assordante silenzio (e dunque la complicità) sia della politica sia del multiforme mondo degli artisti. Troppo spesso scattanti su polemiche di nicchia ma straordinariamente silenti o distratti su questioni di fondo.

La politica-spettacolo, la politica e lo spettacolo, si rivelano così mondi piccoli piccoli, privi di quella dignità che in tante occasioni ha fatto la storia. Mummie rifatte e sepolcri imbiancati a cui neanche la più eccellente delle coreografie riuscirebbe a dare luce.

Fonte

12/02/2019

Mahmood: una diversità che non c’è


Premetto alle mie considerazioni che da trentacinque anni non seguo il festival di Sanremo, da dieci non possiedo più un televisore e non mi viene certo in mente di uscire di casa per andare a seguire quella rassegna sempre più banale musicalmente e antropologicamente triste.

Se prendo la parola su quanto accaduto all’ultimo Festival di Sanremo è solo perché la vittoria di Mahmood ha assunto in molti social e giornali un significato politico, credo peraltro senza grande interesse del cantante se non per questioni di audience.

L’ormai onnipresente media-premier Salvini, che ci informa quotidianamente sul suo amore per la Nutella, il ragù Star e il Moscow mule (ma lo beve nel bicchiere di rame?), è intervenuto sulla questione dichiarando con un tweet che avrebbe preferito la vittoria di Ultimo. Quest’Ultimo se l’è presa con i giornalisti per essere arrivato secondo, ma con quel nome d’arte che ha scelto, gli è andata già molto bene.

Salvini naturalmente può preferire quello che vuole, tra le canzonette di Sanremo, però ecco subito controtwittare la sua ex fidanzata, una show girl della TV, che sostiene che “l’incontro di culture diverse genera bellezza” (ma della canzone o del cantante?). Fin qui, una piccola ripicca tra ex. Ma entra in campo niente meno che Laura Boldrini, con il suo autorevole passato istituzionale, per dare ragione alla soubrette non più salviniana. E allora la questione diventa seria. Infatti subito qualche radio cosiddetta “popolare” comincia a parlare del giovane di “seconda generazione” che ha vinto il Festival.

Ma di chi si parla, infine? Di un giovane di ventisette anni, nato a Milano da padre egiziano e da madre italiana con cui ha vissuto sin da bambino, dopo la separazione dei genitori. E’ cresciuto in un quartiere della periferia milanese, dove è conosciuto e benvoluto da molti, ha studiato nelle scuole italiane, la sua lingua madre è quindi l’italiano, non parla arabo e infine la canzone con cui ha vinto Sanremo rispetta i criteri di molta produzione italiana degli ultimi tempi.

Non si può certo dire che con questa storia personale Mahmood si possa considerare una “seconda generazione” dell’immigrazione. Probabilmente ha condiviso la stessa vita, magari non molto sfarzosa di molti giovani italiani cresciuti nelle periferie urbane. Per quali ragioni, quindi, sottolinearne una presunta “diversità”?

Semplicemente, dovremmo forse accettare l’idea che nella società italiana di oggi, come in tutta Europa, può essere normale avere un padre egiziano senza che questo desti stupore. Dal punto di vista musicale, come ho accennato, la canzone presentata da questo giovane è del tutto inserita in un filone di similrap commerciale italiano e, salvo uno strano riferimento a “chi beve champagne durante il Ramadan” (?), inserito forse per la metrica, è una vieta storiella italiana come tante, dove, se ho ben capito, si accusa una ragazza di essere stata con qualcuno per soldi (si sa come sono le donne...).

Ovvio che nel 2018 lo stile, i temi, l’orchestrazione non siano alla Nilla Pizzi o alla Gino Latilla, ci mancherebbe che la “canzone italiana” fosse ancora quella. Ma è chiaro che, a loro tempo, Adriano Celentano o Peppino di Capri abbiano costituito rotture musicali ben più importanti.

Allora, mi chiedo perché tutto questo ciarlare, anche “a sinistra”, inventandosi la bellezza di una “diversità” che non esiste. Anzi creando danno, perché si enfatizza una “diversità” che in realtà si fatica a cogliere.

Ricordo che nel 1998, quando la Francia vinse i mondiali di calcio, la stampa esultò sottolineando il carattere multietnico di quella nazionale, composta da “blanc, black e beur” quindi da bianchi, neri e immigrati prevalentemente maghrebini (poi evidentemente tutti naturalizzati francesi e tali da anni e anni). Insomma, si volle esaltare il multiculturalismo francese, forse anche con oneste intenzioni. Tuttavia, l’antropologo Jean-Loup Amselle contestò tali entusiasmi poiché, scrisse, tendevano a sottolineare eccessivamente delle diversità che in una società moderna dovrebbero essere considerate normali.

Quindi, attenzione: Mahmood, alla fine, è un giovane cantante italiano come tanti. Può piacere o non piacere, ma buttarla tanto in politica forse è esagerato.

Fonte