Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/04/2023

Sostituzione etnico-linguistica?

Quelli di destra, i Lollo-rigidi, i fasci, i leghisti, sono veramente ignoranti e poveri di spirito, riescono a trasformare in merda tutto l’oro che toccano.

Come in ogni parte del Globo Terraqqqueo, la cultura degli esseri umani locali è fatta di strati sovrapposti, di tanti diversi livelli che, se una mente è ricettiva, si intersecano e si meticciano per formare un’amalgama, che – pur essendo simile alla fin fine – è diversa per ognuno di noi. Ogni essere umano è “razza a sé”, o per meglio dire, è unico: we are one, but we’re not the same (cit.).

Ci sono strati comuni a tutta la specie umana sin dagli albori, come l’amore per la prole, l’istinto di sopravvivenza, l’attitudine al ludus e al gruppo, la crudeltà e l’amore, solo per fare esempi. Poi ci sono tratti comuni emersi lungo il cammino, come il senso di giustizia, di uguaglianza, di condivisione di ideali.

(Intermezzo: questo è un articolo buonista, statece)

Poi, se sei Italiano, hai un amore-odio verso la tua nazione, sei convinto che la nostra cucina sia fra le migliori al mondo, generalmente sei tifoso di una qualche rappresentativa nazionale, pensi che nei secoli in Italia ci sia stata molta arte, molta cultura, molto ingegno.

(Secondo intermezzo: a seconda della nazione cui appartieni, PER PURO CASO, qualcosa che ti piace lo trovi sempre, persino se sei, che so, estone).

Poi, in Italia, qualcosa dipende anche dal posto dove nasci e cresci: il vostro Massimino qui scrivente ha molti tratti di marcata torinesità, che si esprimono nella passione calcistica, nell’amore ostinato per certi cibi altrove improponibili, nel gusto per certi vini, e nella passione per il dialetto locale.

Sono rimasto fra i non moltissimi che lo capiscono, lo parlano come una seconda lingua, lo leggono, lo scrivono. Vado a spettacoli teatrali in dialetto e mi diverto come un matto. Parlo in torinese con mia suocera, o con chiunque trovo, e mi piace molto.

Recito poesie, persino: quelle dei nostri grandi poeti come Nino Costa, giù giù fino a quelle di mio nonno, poeta dialettale scatologico. Un godimento.

Questo, però, non ha nulla a che vedere con stupide idee di razza, di supremazia, di superiorità di X su Y: è solo il modo con cui son fatto io, che sono torinese, sì; italiano, sì; chiaro di pelle, sì (non troppo, però). Ma sono anche comunista e internazionalista. Antirazzista nel midollo. E antifascista, soprattutto: perché penso che il fascismo sia un crimine, sia il malo vizio dell’ignorante di trasformare ogni diversità – da ricchezza – in odio e divisione.

Stamattina vi allego una poesia di Nino Costa in piemontese, letta alla bell’e meglio da me. Con il testo sott’occhio, molti che non son piemontesi magari riescono a seguire: dura un minuto, provate se vi va e ditemi qualcosa.

È un dialetto ostico, la base provenzale lo rende meno semplice di altri dialetti, ma – alle mie orecchie – è musica. Sono nato e vissuto qui, fosse stato a Santa Maria di Leuca o Cincinnati, era diverso, ma uguale, in fondo.

Einstein rispose alla domanda: Razza? su un questionario in Germania al tempo dei nazi: UMANA. Ecco.

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12/02/2019

Mahmood: una diversità che non c’è


Premetto alle mie considerazioni che da trentacinque anni non seguo il festival di Sanremo, da dieci non possiedo più un televisore e non mi viene certo in mente di uscire di casa per andare a seguire quella rassegna sempre più banale musicalmente e antropologicamente triste.

Se prendo la parola su quanto accaduto all’ultimo Festival di Sanremo è solo perché la vittoria di Mahmood ha assunto in molti social e giornali un significato politico, credo peraltro senza grande interesse del cantante se non per questioni di audience.

L’ormai onnipresente media-premier Salvini, che ci informa quotidianamente sul suo amore per la Nutella, il ragù Star e il Moscow mule (ma lo beve nel bicchiere di rame?), è intervenuto sulla questione dichiarando con un tweet che avrebbe preferito la vittoria di Ultimo. Quest’Ultimo se l’è presa con i giornalisti per essere arrivato secondo, ma con quel nome d’arte che ha scelto, gli è andata già molto bene.

Salvini naturalmente può preferire quello che vuole, tra le canzonette di Sanremo, però ecco subito controtwittare la sua ex fidanzata, una show girl della TV, che sostiene che “l’incontro di culture diverse genera bellezza” (ma della canzone o del cantante?). Fin qui, una piccola ripicca tra ex. Ma entra in campo niente meno che Laura Boldrini, con il suo autorevole passato istituzionale, per dare ragione alla soubrette non più salviniana. E allora la questione diventa seria. Infatti subito qualche radio cosiddetta “popolare” comincia a parlare del giovane di “seconda generazione” che ha vinto il Festival.

Ma di chi si parla, infine? Di un giovane di ventisette anni, nato a Milano da padre egiziano e da madre italiana con cui ha vissuto sin da bambino, dopo la separazione dei genitori. E’ cresciuto in un quartiere della periferia milanese, dove è conosciuto e benvoluto da molti, ha studiato nelle scuole italiane, la sua lingua madre è quindi l’italiano, non parla arabo e infine la canzone con cui ha vinto Sanremo rispetta i criteri di molta produzione italiana degli ultimi tempi.

Non si può certo dire che con questa storia personale Mahmood si possa considerare una “seconda generazione” dell’immigrazione. Probabilmente ha condiviso la stessa vita, magari non molto sfarzosa di molti giovani italiani cresciuti nelle periferie urbane. Per quali ragioni, quindi, sottolinearne una presunta “diversità”?

Semplicemente, dovremmo forse accettare l’idea che nella società italiana di oggi, come in tutta Europa, può essere normale avere un padre egiziano senza che questo desti stupore. Dal punto di vista musicale, come ho accennato, la canzone presentata da questo giovane è del tutto inserita in un filone di similrap commerciale italiano e, salvo uno strano riferimento a “chi beve champagne durante il Ramadan” (?), inserito forse per la metrica, è una vieta storiella italiana come tante, dove, se ho ben capito, si accusa una ragazza di essere stata con qualcuno per soldi (si sa come sono le donne...).

Ovvio che nel 2018 lo stile, i temi, l’orchestrazione non siano alla Nilla Pizzi o alla Gino Latilla, ci mancherebbe che la “canzone italiana” fosse ancora quella. Ma è chiaro che, a loro tempo, Adriano Celentano o Peppino di Capri abbiano costituito rotture musicali ben più importanti.

Allora, mi chiedo perché tutto questo ciarlare, anche “a sinistra”, inventandosi la bellezza di una “diversità” che non esiste. Anzi creando danno, perché si enfatizza una “diversità” che in realtà si fatica a cogliere.

Ricordo che nel 1998, quando la Francia vinse i mondiali di calcio, la stampa esultò sottolineando il carattere multietnico di quella nazionale, composta da “blanc, black e beur” quindi da bianchi, neri e immigrati prevalentemente maghrebini (poi evidentemente tutti naturalizzati francesi e tali da anni e anni). Insomma, si volle esaltare il multiculturalismo francese, forse anche con oneste intenzioni. Tuttavia, l’antropologo Jean-Loup Amselle contestò tali entusiasmi poiché, scrisse, tendevano a sottolineare eccessivamente delle diversità che in una società moderna dovrebbero essere considerate normali.

Quindi, attenzione: Mahmood, alla fine, è un giovane cantante italiano come tanti. Può piacere o non piacere, ma buttarla tanto in politica forse è esagerato.

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