Fin qui s’era fatto notare per la capacità di ritardare la marcia dei treni (contravvenendo al mito di “quando c’era Lui”...), oppure per corbellerie complottarde sulla “sostituzione etnica” e invenzioni contorte sulla “carne sintetica” (che è una schifezza, certo, ma era già stata vietata dalla UE...).
Non pago, il cognato più famoso d’Italia ha voluto esibirsi anche come storico da bar, infoltendo la schiera degli “specialisti improvvisati”.
Ha preso ovviamente spunto dai “fatti di Napoli e di Roma”, ossia le contestazioni degli studenti universitari a Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, e David Parenzo, conduttore su La7.
“La tolleranza del passato verso questi episodi ha poi portato al terrorismo e al suo rafforzamento fino all’episodio di Aldo Moro che, con il suo sacrificio, creò un allarme democratico talmente ampio che ci permise di sconfiggere quel fenomeno brutale che è l’eversione e il terrorismo”.
Difficile dire se sia più grande la menzogna o l’ignoranza, però certamente c’è dietro un’idea del governare come repressione immediata di ogni dissenso, contestazione, divergenza. In ossequio alla teoria reazionaria del poliziotto medio – riassunta da Gian Maria Volontè nell’immortale Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto) per cui “Repressione è civiltà”. Manganellare i ragazzi, insomma, per “togliergli i grilli dalla testa”...
Ma facciamo finta che il ministro Lollobrigida abbia parlato sinceramente convinto di dire una cosa verosimile (ipotesi da marziani, ammettiamolo...).
Il ‘68 esplose notoriamente con gli scontri di Valle Giulia, in marzo, a Roma. Quando la polizia, come aveva già fatto nelle settimane precedenti in tutta Italia, caricò gli studenti davanti alla facoltà di Architettura. La novità, e la sorpresa, fu poi cantata da Paolo Pietrangeli: “Non siam scappati più”.
E comunque stiamo parlando di scontri di piazza – una cosa ben diversa dai recenti pestaggi unilaterali contro gli studenti di Pisa, Firenze, ecc. – nulla di più. Siamo insomma nella fisiologia del conflitto sociale in regime democratico...
E fino a quel momento, nelle piazze italiane del dopoguerra, si erano dovuti registrare e seppellire ben 171 manifestanti. E nessun poliziotto o carabiniere.
Il primo agente a perdere la vita durante una manifestazione fu Antonio Annarumma, nel novembre 1969, a Milano, mentre alla guida di un furgone della polizia inseguiva i manifestanti fin sui marciapiedi. Le inchieste non riuscirono a stabilire se la morte fosse stata determinata dallo scontro con i pali della luce oppure da un tubo preso dai “lavori in corso” e lanciato contro il mezzo. Il resto è propaganda, ossia vittimismo aggressivo.
Perché dal ‘68 piazzaiolo si passasse anche alla lotta armata servirono anni e conflitti ancora più duri. Ma il “consenso di massa” per la resistenza violenta esplose certamente dopo la strage di Piazza Fontana (12 dicembre ‘69) e il tentativo premeditato di attribuirla agli anarchici.
Ricordiamo che a compiere quella strage furono certamente fascisti (Freda, Ventura, Delfo Zorzi, ecc.), gravitanti all’interno o nei dintorni del partito da cui proviene anche il ministro in questione.
Le stragi divennero una “strategia” negli anni seguenti, sempre con protagonisti – noti o ignoti, arrestati e rei confessi come Vinciguerra, oppure presi sul fatto perché rimasti feriti come Nico Azzi – ben inseriti nell’ambito del neofascismo italiano e del Movimento Sociale Italiano (la cui “fiamma” campeggia ancora nel simbolo di Fratelli d’Italia).
Non possiamo rifare in un solo articolo tutta la storia di questo paese negli ultimi 80 anni, ma i fatti stanno così, registrati e certificati da centinaia di processi, inchieste, libri, memoriali (come quello di Carlo Digilio, “agente doppio” – delle Cia e dei servizi italiani – che aveva confezionato gli ordigni per Piazza Fontana e non solo).
Insomma, se c’è qualcuno che non era stato “represso in tempo” è esattamente il campo in cui è stato formato il ministro, la cognata e buona parte del governo in carica.
Ma dubitiamo che Lollobrigida stesse chiedendo di punire preventivamente gli attuali epigoni di Casapound o Forza Nuova.
Inutile dare consigli a gente simile. L’importante è sapere con chi abbiamo a che fare...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2024
27/08/2023
Viaggio nel paese delle meraviglie di Francesco Lollobrigida
Se Francesco Lollobrigida non esistesse, bisognerebbe inventarlo. E, a pensarci bene, nel paese che sulla commedia ha sempre investito le sue energie migliori, è quasi assurdo che nessuno abbia mai scritto un personaggio come il nostro ministro dell’Agricoltura.
Non è solo – o non è tanto – la sua incredibile propensione alle gaffe e alle uscite imbarazzanti. Come non è solo – o non è tanto – il suo albero genealogico intricato come quello di un nobile inglese.
Né può essere solo – né può essere tanto – la sua storia politica, tutta consumata nel solco della destra postfascista laziale – lui mozione Storace – sin da quando era studente e lo chiamavano “Beautiful” per i tratti gentili del suo viso (lui la butta più sulla versione Die Hard: lo chiamavano così per confondere i compagni intenzionati a picchiarlo).
È tutto insieme, quindi molto di più. L’ultima sparata è quella sui poveri che mangiano meglio dei ricchi perché hanno rapporti più vicini con i produttori diretti di roba buona e sana.
L’Ansa, curiosamente, racconta l’episodio specificando che la frase va inserita «in un contesto più ampio», un atto di clemenza in un’epoca in cui ai politici non se ne lascia cadere mezza.
Del resto, se Lollobrigida fosse un personaggio dei fumetti sarebbe Gastone, il cugino fortunato di Paperino, quello che persino quando inciampa trova una moneta d’oro per terra.
Insomma, abbiamo fatto tantissima ironia sul passato da steward di Luigi Di Maio e non siamo riusciti a trovare manco mezza battuta sulla laurea di Lollobrigida, ottenuta all’università telematica Niccolò Cusano: un dettaglio che in tempi più felici sarebbe stato la gioia degli autori satirici.
È forse in questo contesto, di certo più ampio, che vanno collocate le altre uscite a vuoto del ministro: dalle varie sulla sostituzione etnica alla polemica sulla parola «razza» nella Costituzione, fino a quelle un po’ più gravi, tipo quando il suo ministero aveva assegnato con un bando 19 milioni di euro a un imprenditore coinvolto in un’inchiesta per truffa.
Ed è invece nel contesto della politica che bisogna indagare suoi suoi rapporti familiari: Lollobrigida – peraltro parente alla lontana di Gina, «la» Lollobrigida: il bisnonno di lui era il fratello del nonno di lei – è il “cognato d’Italia”, cioè il compagno (pardon…) di Arianna Meloni, sorella di Giorgia e adesso responsabile della segreteria politica del partito.
A prescindere da tutte le dietrologie del caso, parliamo di un fatto naturale: si tratta di persone che fanno politica insieme più o meno dall’alba dei tempi e che, come spesso accade, talvolta finiscono per innamorarsi, sposarsi, fare figli.
Sull’opportunità di mettere su famiglia e piazzarla in giro per ministeri, poi, sia il lettore a farsi una sua idea.
Qualche mese fa, però, fu proprio la famiglia a rivelarsi un bel problema per Lollobrigida, sua moglie e sua cognata. L’ex deputata del Movimento Cinque Stelle poi passata a Fratelli d’Italia Rachele Silvestri, con una lettera al Corriere della Sera, confessò di aver sottoposto il proprio figlio a un test del dna per fugare ogni dubbio sulla di lui paternità.
Quali dubbi? Prima della letterina di Silvestri erano gossip che sibilavano negli ambienti politici di destra e sconosciuti al pubblico. Dopo tutti i giornali si sono tuffati a pesce sulla storia ed è venuto fuori che erano proprio i parlamentari di Fratelli d’Italia ad alimentare la voce che il papà del figlio di Silvestri fosse Lollobrigida.
Malelingue, elementi di una lotta politica che a destra si conduce così da sempre, andando sul personale, mettendo in giro voci. La calunnia, si sa, è un venticello. E ci mette un attimo a diventare uragano. Non sempre ma a volte sì. Questa volta no.
Fatto sta che, Silvestri dixit, Giorgia non ha mai voluto vedere i risultati del test del dna. In effetti, però, quel test non l’ha visto proprio nessuno e poi, come spesso accade, la questione è sfumata nella malinconia e nell’indifferenza di una classe politica che di classe proprio non ne ha.
Lollobrigida pare abbia tuonato in privato, ma in pubblico non si è mai lasciato sfuggire mezza parola. Anche perché, quando lo si vede in giro, non sembra uomo da grandi discorsi.
Sono più le foto abbracciato a caciotte e video di lui che osserva filoni di pane che trascrizioni dei suoi discorsi: chi vorrebbe vedere nero su bianco una frase come «se non devono esserci distinzioni di razza, allora la razza esiste»?.
Da ministro dell’Agricoltura – settore strategico per il governo Meloni, con tanto di riesumazione del termine «sovranità alimentare», un tempo cavallo di battaglia di no global e altermondisti e adesso simbolo di quelli che odiano il kebab e amano gli spaghetti al pomodoro – il cognato d’Italia ha stretto rapporti saldissimi con la Coldiretti, le cui convention sono ormai eventi turistici a base di stand tutti uguali, animali da pascolo e da soma esibiti per le strade, convegni contro la carne sintetica e sponsorizzazioni del McDonald’s.
Perché lui la politica la vede così: non è importante fare qualcosa o non fare niente. Né è importante essere coerenti tra ciò che si dice e ciò che si fa. Non conta nemmeno farsi parlare male dietro.
Basta farsi vedere al momento giusto dalle persone giuste. Proprio come in Beautiful.
Fonte
Non è solo – o non è tanto – la sua incredibile propensione alle gaffe e alle uscite imbarazzanti. Come non è solo – o non è tanto – il suo albero genealogico intricato come quello di un nobile inglese.
Né può essere solo – né può essere tanto – la sua storia politica, tutta consumata nel solco della destra postfascista laziale – lui mozione Storace – sin da quando era studente e lo chiamavano “Beautiful” per i tratti gentili del suo viso (lui la butta più sulla versione Die Hard: lo chiamavano così per confondere i compagni intenzionati a picchiarlo).
È tutto insieme, quindi molto di più. L’ultima sparata è quella sui poveri che mangiano meglio dei ricchi perché hanno rapporti più vicini con i produttori diretti di roba buona e sana.
L’Ansa, curiosamente, racconta l’episodio specificando che la frase va inserita «in un contesto più ampio», un atto di clemenza in un’epoca in cui ai politici non se ne lascia cadere mezza.
Del resto, se Lollobrigida fosse un personaggio dei fumetti sarebbe Gastone, il cugino fortunato di Paperino, quello che persino quando inciampa trova una moneta d’oro per terra.
Insomma, abbiamo fatto tantissima ironia sul passato da steward di Luigi Di Maio e non siamo riusciti a trovare manco mezza battuta sulla laurea di Lollobrigida, ottenuta all’università telematica Niccolò Cusano: un dettaglio che in tempi più felici sarebbe stato la gioia degli autori satirici.
È forse in questo contesto, di certo più ampio, che vanno collocate le altre uscite a vuoto del ministro: dalle varie sulla sostituzione etnica alla polemica sulla parola «razza» nella Costituzione, fino a quelle un po’ più gravi, tipo quando il suo ministero aveva assegnato con un bando 19 milioni di euro a un imprenditore coinvolto in un’inchiesta per truffa.
Ed è invece nel contesto della politica che bisogna indagare suoi suoi rapporti familiari: Lollobrigida – peraltro parente alla lontana di Gina, «la» Lollobrigida: il bisnonno di lui era il fratello del nonno di lei – è il “cognato d’Italia”, cioè il compagno (pardon…) di Arianna Meloni, sorella di Giorgia e adesso responsabile della segreteria politica del partito.
A prescindere da tutte le dietrologie del caso, parliamo di un fatto naturale: si tratta di persone che fanno politica insieme più o meno dall’alba dei tempi e che, come spesso accade, talvolta finiscono per innamorarsi, sposarsi, fare figli.
Sull’opportunità di mettere su famiglia e piazzarla in giro per ministeri, poi, sia il lettore a farsi una sua idea.
Qualche mese fa, però, fu proprio la famiglia a rivelarsi un bel problema per Lollobrigida, sua moglie e sua cognata. L’ex deputata del Movimento Cinque Stelle poi passata a Fratelli d’Italia Rachele Silvestri, con una lettera al Corriere della Sera, confessò di aver sottoposto il proprio figlio a un test del dna per fugare ogni dubbio sulla di lui paternità.
Quali dubbi? Prima della letterina di Silvestri erano gossip che sibilavano negli ambienti politici di destra e sconosciuti al pubblico. Dopo tutti i giornali si sono tuffati a pesce sulla storia ed è venuto fuori che erano proprio i parlamentari di Fratelli d’Italia ad alimentare la voce che il papà del figlio di Silvestri fosse Lollobrigida.
Malelingue, elementi di una lotta politica che a destra si conduce così da sempre, andando sul personale, mettendo in giro voci. La calunnia, si sa, è un venticello. E ci mette un attimo a diventare uragano. Non sempre ma a volte sì. Questa volta no.
Fatto sta che, Silvestri dixit, Giorgia non ha mai voluto vedere i risultati del test del dna. In effetti, però, quel test non l’ha visto proprio nessuno e poi, come spesso accade, la questione è sfumata nella malinconia e nell’indifferenza di una classe politica che di classe proprio non ne ha.
Lollobrigida pare abbia tuonato in privato, ma in pubblico non si è mai lasciato sfuggire mezza parola. Anche perché, quando lo si vede in giro, non sembra uomo da grandi discorsi.
Sono più le foto abbracciato a caciotte e video di lui che osserva filoni di pane che trascrizioni dei suoi discorsi: chi vorrebbe vedere nero su bianco una frase come «se non devono esserci distinzioni di razza, allora la razza esiste»?.
Da ministro dell’Agricoltura – settore strategico per il governo Meloni, con tanto di riesumazione del termine «sovranità alimentare», un tempo cavallo di battaglia di no global e altermondisti e adesso simbolo di quelli che odiano il kebab e amano gli spaghetti al pomodoro – il cognato d’Italia ha stretto rapporti saldissimi con la Coldiretti, le cui convention sono ormai eventi turistici a base di stand tutti uguali, animali da pascolo e da soma esibiti per le strade, convegni contro la carne sintetica e sponsorizzazioni del McDonald’s.
Perché lui la politica la vede così: non è importante fare qualcosa o non fare niente. Né è importante essere coerenti tra ciò che si dice e ciò che si fa. Non conta nemmeno farsi parlare male dietro.
Basta farsi vedere al momento giusto dalle persone giuste. Proprio come in Beautiful.
Fonte
24/04/2023
Sostituzione etnico-linguistica?
Quelli di destra, i Lollo-rigidi, i fasci, i leghisti, sono veramente ignoranti e poveri di spirito, riescono a trasformare in merda tutto l’oro che toccano.
Come in ogni parte del Globo Terraqqqueo, la cultura degli esseri umani locali è fatta di strati sovrapposti, di tanti diversi livelli che, se una mente è ricettiva, si intersecano e si meticciano per formare un’amalgama, che – pur essendo simile alla fin fine – è diversa per ognuno di noi. Ogni essere umano è “razza a sé”, o per meglio dire, è unico: we are one, but we’re not the same (cit.).
Ci sono strati comuni a tutta la specie umana sin dagli albori, come l’amore per la prole, l’istinto di sopravvivenza, l’attitudine al ludus e al gruppo, la crudeltà e l’amore, solo per fare esempi. Poi ci sono tratti comuni emersi lungo il cammino, come il senso di giustizia, di uguaglianza, di condivisione di ideali.
(Intermezzo: questo è un articolo buonista, statece)
Poi, se sei Italiano, hai un amore-odio verso la tua nazione, sei convinto che la nostra cucina sia fra le migliori al mondo, generalmente sei tifoso di una qualche rappresentativa nazionale, pensi che nei secoli in Italia ci sia stata molta arte, molta cultura, molto ingegno.
(Secondo intermezzo: a seconda della nazione cui appartieni, PER PURO CASO, qualcosa che ti piace lo trovi sempre, persino se sei, che so, estone).
Poi, in Italia, qualcosa dipende anche dal posto dove nasci e cresci: il vostro Massimino qui scrivente ha molti tratti di marcata torinesità, che si esprimono nella passione calcistica, nell’amore ostinato per certi cibi altrove improponibili, nel gusto per certi vini, e nella passione per il dialetto locale.
Sono rimasto fra i non moltissimi che lo capiscono, lo parlano come una seconda lingua, lo leggono, lo scrivono. Vado a spettacoli teatrali in dialetto e mi diverto come un matto. Parlo in torinese con mia suocera, o con chiunque trovo, e mi piace molto.
Recito poesie, persino: quelle dei nostri grandi poeti come Nino Costa, giù giù fino a quelle di mio nonno, poeta dialettale scatologico. Un godimento.
Questo, però, non ha nulla a che vedere con stupide idee di razza, di supremazia, di superiorità di X su Y: è solo il modo con cui son fatto io, che sono torinese, sì; italiano, sì; chiaro di pelle, sì (non troppo, però). Ma sono anche comunista e internazionalista. Antirazzista nel midollo. E antifascista, soprattutto: perché penso che il fascismo sia un crimine, sia il malo vizio dell’ignorante di trasformare ogni diversità – da ricchezza – in odio e divisione.
Stamattina vi allego una poesia di Nino Costa in piemontese, letta alla bell’e meglio da me. Con il testo sott’occhio, molti che non son piemontesi magari riescono a seguire: dura un minuto, provate se vi va e ditemi qualcosa.
È un dialetto ostico, la base provenzale lo rende meno semplice di altri dialetti, ma – alle mie orecchie – è musica. Sono nato e vissuto qui, fosse stato a Santa Maria di Leuca o Cincinnati, era diverso, ma uguale, in fondo.
Einstein rispose alla domanda: Razza? su un questionario in Germania al tempo dei nazi: UMANA. Ecco.
Fonte
Come in ogni parte del Globo Terraqqqueo, la cultura degli esseri umani locali è fatta di strati sovrapposti, di tanti diversi livelli che, se una mente è ricettiva, si intersecano e si meticciano per formare un’amalgama, che – pur essendo simile alla fin fine – è diversa per ognuno di noi. Ogni essere umano è “razza a sé”, o per meglio dire, è unico: we are one, but we’re not the same (cit.).
Ci sono strati comuni a tutta la specie umana sin dagli albori, come l’amore per la prole, l’istinto di sopravvivenza, l’attitudine al ludus e al gruppo, la crudeltà e l’amore, solo per fare esempi. Poi ci sono tratti comuni emersi lungo il cammino, come il senso di giustizia, di uguaglianza, di condivisione di ideali.
(Intermezzo: questo è un articolo buonista, statece)
Poi, se sei Italiano, hai un amore-odio verso la tua nazione, sei convinto che la nostra cucina sia fra le migliori al mondo, generalmente sei tifoso di una qualche rappresentativa nazionale, pensi che nei secoli in Italia ci sia stata molta arte, molta cultura, molto ingegno.
(Secondo intermezzo: a seconda della nazione cui appartieni, PER PURO CASO, qualcosa che ti piace lo trovi sempre, persino se sei, che so, estone).
Poi, in Italia, qualcosa dipende anche dal posto dove nasci e cresci: il vostro Massimino qui scrivente ha molti tratti di marcata torinesità, che si esprimono nella passione calcistica, nell’amore ostinato per certi cibi altrove improponibili, nel gusto per certi vini, e nella passione per il dialetto locale.
Sono rimasto fra i non moltissimi che lo capiscono, lo parlano come una seconda lingua, lo leggono, lo scrivono. Vado a spettacoli teatrali in dialetto e mi diverto come un matto. Parlo in torinese con mia suocera, o con chiunque trovo, e mi piace molto.
Recito poesie, persino: quelle dei nostri grandi poeti come Nino Costa, giù giù fino a quelle di mio nonno, poeta dialettale scatologico. Un godimento.
Questo, però, non ha nulla a che vedere con stupide idee di razza, di supremazia, di superiorità di X su Y: è solo il modo con cui son fatto io, che sono torinese, sì; italiano, sì; chiaro di pelle, sì (non troppo, però). Ma sono anche comunista e internazionalista. Antirazzista nel midollo. E antifascista, soprattutto: perché penso che il fascismo sia un crimine, sia il malo vizio dell’ignorante di trasformare ogni diversità – da ricchezza – in odio e divisione.
Stamattina vi allego una poesia di Nino Costa in piemontese, letta alla bell’e meglio da me. Con il testo sott’occhio, molti che non son piemontesi magari riescono a seguire: dura un minuto, provate se vi va e ditemi qualcosa.
È un dialetto ostico, la base provenzale lo rende meno semplice di altri dialetti, ma – alle mie orecchie – è musica. Sono nato e vissuto qui, fosse stato a Santa Maria di Leuca o Cincinnati, era diverso, ma uguale, in fondo.
Einstein rispose alla domanda: Razza? su un questionario in Germania al tempo dei nazi: UMANA. Ecco.
Fonte
21/04/2023
Rovesciamo dal piedistallo Almirante e il neofascismo
Per anni il revisionismo storico, di cui è stata complice anche tanta “sinistra”, ha tentato di costruire un Pantheon “condiviso” dei padri della Patria, che superasse l’antifascismo e magari lo sostituisse con l’anticomunismo.
Così la Costituzione e la democrazia sarebbero state portate dagli americani e realizzate e difese da De Gasperi. Il ruolo dei comunisti nella Resistenza è stato ridotto a quello dei cattivi. Massacratori di civili inermi dopo il 25 aprile e complici degli slavi infoibatori. C’è persino una ricorrenza ufficiale dedicata a questo.
Il solo “comunista buono” sarebbe Enrico Berlinguer, perché avrebbe accettato la NATO e soprattutto perché viene spesso accostato a Giorgio Almirante, che rese omaggio al suo feretro.
E in questi tempi il nazifascista Almirante, presentato come onesto, simpatico, rigoroso, è diventato anch’egli un “padre della Patria”.
Giorgio Almirante fu un razzista convinto, segretario di redazione della rivista nazista La Difesa della Razza. Fu nazifascista di Salò, fucilatore di partigiani, collaborazionista nello sterminio degli ebrei. Scampato alla giustizia partigiana e colpevolmente amnistiato da Togliatti, Almirante fu poi tra i fondatori del MSI.
La sigla del partito neofascista nasceva direttamente dalla Repubblica Sociale Italiana, RSI, voluta da Hitler per mascherare e rendere più agevole l’occupazione militare del nostro paese. La M stava al posto della R, ma era la repubblica di Salò il riferimento del MSI e la fiamma, giunta fino al partito di Giorgia Meloni, aveva un solo significato: celebrare Benito Mussolini.
Almirante fu il capo dello squadrismo neofascista più violento e, seppure con l’astuzia di mandare avanti altri, direttamente o indirettamente fu coinvolto in tutte le trame eversive degli anni '60 e '70. Non accettò mai la democrazia, semplicemente ne usò gli spazi, ma festeggiò il golpe dei colonnelli in Grecia del 1967 e quello di Pinochet in Cile del 1973.
Poi negli anni '80, contemporaneamente alla svolta liberista e alla restaurazione padronale, cominciò la legittimazione del nazifascista Giorgio Almirante.
Oggi Meloni, Lollobrigida e La Russa possono dire quello che dicono perché Almirante, che mai si distaccò dal fascismo se non con artifizi storicisti, è considerato un politico “per bene” da rimpiangere, non un criminale scampato alla pena.
Oggi la legittimazione del nazifascismo si è rafforzata con le politiche di austerità e con la guerra.
Giorgia Meloni ha fatto sua l’agenda di Draghi e ha esaltato la centralità dell’impresa e lo sfruttamento del lavoro, come nel passato Margareth Thatcher. Questo l’ha resa affidabile per l'élite. Poi ha continuato e rafforzato la partecipazione alla guerra in Ucraina; e così i liberali euroatlantici hanno potuto applaudirla.
Se i nazisti del battaglione Azov sono diventati “eroi della democrazia”, se i fascisti polacchi sono diventati “la prima linea della libertà”, come si fa a contestare la fiamma fascista di Giorgia Meloni?
Meloni ed i suoi sono profondamente almirantiani. Più il palazzo li legittima, più loro chiedono in cambio la legittimazione del loro fascismo.
Il ministro Lollobrigida ha ora sdoganato nel governo della Repubblica il concetto di “sostituzione etnica”. È una mostruosità nazista, una delle basi ideologiche dello sterminio degli ebrei e di ogni razzismo.
Il Ku Klux Klan negli USA linciava gli afroamericani, mentre tra i bianchi spargeva il timore di essere “rimpiazzati dai neri”. Non si può proclamare la “sostituzione etnica” se non si pensa che i bianchi debbano prevalere in quanto razza.
Come sempre, dopo aver lanciato il sasso, i fascisti di governo ritirano la mano, fanno finte correzioni, si dichiarano ignoranti che usano termini impropri. Certo meglio ignorante che fascista, ma stanno solo facendo gli scemi per non pagare dazio.
Quello che vogliono è alzare progressivamente l’asticella non della rivalutazione del fascismo storico, ma della legittimazione dei suoi elementi reazionari permanenti. Essi spargono un veleno profondo, che contamina ogni senso comune e pubblico e che rende normale ciò che fino a ieri era disgustoso ed inaccettabile.
Lo possono fare perché il Palazzo continuamente li punzecchia, ma poi alla fine li benedice.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è la personificazione più elevata di questo comportamento. Mattarella dovrebbe chiedere le dimissioni immediate di Lollobrigida, nel nome della Costituzione, invece tace. E va proprio dai fascisti polacchi per lanciare proclami di “guerra totale”.
Poi ad Auschwitz parla della “complicità” dei fascisti coi nazisti. Cioè anche lui cambia la storia a fini attuali, perché i fascisti non furono complici, ma autori dello sterminio degli ebrei, compresi i fascisti italiani con Almirante in testa.
C’è infine una ulteriore legittimazione dei fascisti di governo, quella che viene da chi sostiene che parlare di antifascismo sia un modo per nascondere i problemi reali.
Costoro partono da un fatto politico vero, che il PD ed il centro sinistra hanno spesso usato antifascismo e anti berlusconismo per coprire e legittimare le propria politica di destra liberale. Ma dimenticano che proprio questa politica ha portato al governo i fascisti, che ora ne sono gli estremi esecutori. Dunque denunciare oggi la legittimazione del neofascismo è un modo concreto per scontrarsi con le politiche liberiste e di guerra, che oggi sono la bandiera di Meloni e compagnia.
Facciamo un 25 aprile di lotta contro il governo dei seguaci di Almirante e della difesa della razza. Ribelliamoci alla legittimazione del fascismo. E rovesciamo dal suo sporco piedistallo il criminale nazifascista rimasto impunito.
Fonte
19/04/2023
È ora di rivoltarsi contro i naziliberisti!
Donne contro migranti.
Operai contro disoccupati.
Giovani contro pensionati.
La “nazione” di cui straparla Giorgia Meloni è in realtà lo schifo liberista della guerra ai poveri, mentre a padroni e ricchi il governo garantisce privilegio, arbitrio e impunità.
Il cognato della Presidente del Consiglio, il ministro Lollobrigida, ha fatto sua la teoria nazista della “sostituzione etnica”. Un obbrobrio per il quale, se in in Italia vigesse ancora la Costituzione e ci fosse chi la fa rispettare, il ministro Lollobrigida sarebbe cacciato a calcioni dal suo posto.
Perseguitano i migranti, tolgono il reddito di cittadinanza, bloccano i salari, aumentano la precarietà, esaltano la libertà d’impresa, fanno gli sbirri coi poveri e i servi coi ricchi. E fanno la guerra.
Intanto un loro sindaco “patriota” è appena stato arrestato per Camorra. Ma non è certo il primo.
Meloni e compagnia sono un governo da vomito, sono la sintesi di fascismo, liberismo e schiavismo razzista: sono naziliberisti.
Basta con l‘acquiescenza, il servilismo, le complicità con questi cialtroni.
La sola cosa da fare è organizzare il rifiuto, la contestazione, la rottura, la rivolta.
Fonte
Operai contro disoccupati.
Giovani contro pensionati.
La “nazione” di cui straparla Giorgia Meloni è in realtà lo schifo liberista della guerra ai poveri, mentre a padroni e ricchi il governo garantisce privilegio, arbitrio e impunità.
Il cognato della Presidente del Consiglio, il ministro Lollobrigida, ha fatto sua la teoria nazista della “sostituzione etnica”. Un obbrobrio per il quale, se in in Italia vigesse ancora la Costituzione e ci fosse chi la fa rispettare, il ministro Lollobrigida sarebbe cacciato a calcioni dal suo posto.
Perseguitano i migranti, tolgono il reddito di cittadinanza, bloccano i salari, aumentano la precarietà, esaltano la libertà d’impresa, fanno gli sbirri coi poveri e i servi coi ricchi. E fanno la guerra.
Intanto un loro sindaco “patriota” è appena stato arrestato per Camorra. Ma non è certo il primo.
Meloni e compagnia sono un governo da vomito, sono la sintesi di fascismo, liberismo e schiavismo razzista: sono naziliberisti.
Basta con l‘acquiescenza, il servilismo, le complicità con questi cialtroni.
La sola cosa da fare è organizzare il rifiuto, la contestazione, la rottura, la rivolta.
Fonte
03/03/2023
La pessima aria che il governo Meloni fa respirare al paese
La parole sono importanti diceva Moretti. Tanto più se espresse da personaggi con incarichi di potere sulla vita degli altri e influenza nella società.
Nel commentare la strage di migranti sulla spiaggia di Cutro, il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato che: “La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. Come se si scegliesse il tour operator sbagliato…
Non soddisfatto, di fronte ad una denuncia di un ospite televisivo sul mancato soccorso in mare dei migranti in naufragio, il ministro aveva fatto pervenire in diretta alla trasmissione “Non è l’Arena” la comunicazione di voler sottoporre all’Avvocatura dello Stato “le gravissime false affermazioni diffuse da alcuni ospiti al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del Governo, del Ministro Piantedosi, di tutte le articolazioni ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare”.
Qualcuno ha valutato che al ministro Piantedosi “gli era scappata“. Probabilmente non è così.
Già a novembre, durante una conferenza stampa convocata in prefettura a Milano, il ministro Piantedosi, presentando la nuova legge che complica parecchio l’attività di soccorso in mare delle Ong, aveva dichiarato: “Chi di competenza accerterà tutti coloro i quali versano in queste condizioni di necessità di assistenza, sui quali ci facciamo carico, a prescindere dalle regole internazionali che noi riteniamo che siano chiare in questo caso. Dopo di che vediamo che cosa succede. Dopo di che la nave, con tutto il resto del carico che ne dovesse residuare, dovrebbe lasciare le acque nazionali secondo il nostro provvedimento”.
L’interpretazione del concetto di “carico che ne dovesse residuare” riferito ai migranti tratti in soccorso, aveva prodotto una sintesi giornalistica come “carico residuo” che aveva suscitato già allora molte polemiche per la visione decisamente cinica che ne veniva fuori.
Nei giorni successivi c’è stata un po’ di bagarre sulla interpretazione della versione originale o della sintesi giornalistica delle parole del ministro. Quest’ultimo l’ha buttata contro la “strumentalizzazione” e l’esegesi del linguaggio burocratico mal interpretato.
Ma nelle parole e nella testa del ministro comunque quel concetto di “carico che ne dovesse residuare” non si riferiva a beni inanimati o a cose materiali ma a persone in carne ed ossa.
È vero che il linguaggio burocratico è quasi sempre freddo e spesso involuto e che il ministro ha consuetudine con circolari e incarichi prefettizi, ma se a novembre ci poteva stare l’equivoco e la strumentalizzazione, le parole dette sugli immigrati che attraversano il mare con i figli a seguito hanno confermato che quelle del ministro non sono proprio “parole dal sen fuggite”.
La fregola di “esternare per esistere” (patologia in cui abbondano i “pazienti zero”) ha invece giocato un pessimo tiro al ministro dell’Agricoltura Lollobrigida il quale, prendendo parola sulla questione immigrazione di cui tutti parlavano, l’ha sparata decisamente grossa affermando che: “Il governo italiano quest’anno intende lavorare per far entrare, usando meglio il piano flussi, quasi 500mila immigrati legali in Italia”. Apriti cielo!
Tra gli alleati di governo che chiedevano spiegazioni e compagni di partito che correvano ai ripari, è venuta fuori la boutade del ministro.
Il decreto flussi infatti prevede 83.000 ingressi all’anno e non certo 500.000. Il ministro è stato così costretto a rettificare il tiro spiegando che “La cifra da me indicata e riportata dai media si riferisce al numero di richieste di ingressi sul nostro territorio nel settore della produzione, nei trasporti, in agricoltura, nel terziario e via così”.
In pratica sarebbero le persone che da altri paesi hanno fatto richiesta di un visto di lavoro per l’Italia – ed entrarvi dunque in maniera regolare – ma alle quali rispondiamo positivamente solo per meno di un quinto e con attese che durano anni. Che una parte di questi cerchi strade “non regolari” per entrare in Europa attraverso l’Italia deve quindi sorprendere molto relativamente.
Ma dalle esternazioni del ministro Lollobrigida sembra emergere sibillinamente anche una presa di distanza dai guai combinati dal ministro Piantedosi. “Non so chi dei nostri abbia chiesto dei chiarimenti ma non ci vedo nulla di male, anzi. Credo che un gruppo parlamentare che non ha nulla da nascondere per sè e il resto della maggioranza, non abbia nessun problema a fare anche una richiesta del genere”. Leggerci una frecciata agli alleati di governo della Lega (alla quale è in quota Piantedosi) non è inverosimile.
Infine, e non certo per importanza, c’è il ministro dell’Istruzione Valditara che ha esternato con lo spadone contro la preside (anzi il “dirigente scolastico”, secondo la neo burocralingua) del liceo Da Vinci di Firenze per la lettera aperta agli studenti che questa ha scritto dopo l’aggressione neofascista agli studenti davanti al liceo Michelangiolo.
Commentando la lettera della preside il ministro aveva dichiarato: “Non compete a una preside, nelle sue funzioni, lanciare messaggi di questo tipo – ha detto Valditara – E poi il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà dei fatti. In Italia non c’è pericolo fascista, né una deriva violenta e autoritaria. Difendere le frontiere e ricordare l’identità di un popolo, non ha nulla a che vedere con il fascismo, o peggio con il nazismo”.
“Non voglio creare martiri – ha poi aggiunto il ministro – queste iniziative sono strumentali ed esprimono una politicizzazione che auspico non abbia un ruolo nelle scuole. Poi, se questi atteggiamenti dovessero persistere con comportamenti che vanno al di là dei confini istituzionali, vedremo se sarà necessario prendere delle misure. Attualmente non è necessario intervenire. Di queste lettere ridicole non so che farmene, sono propaganda“.
Inevitabile che si scatenassero polemiche e dibattito politico. Nelle parole del ministro c’è un pesante giudizio di merito negativo contro la preside del Da Vinci, c’è la negazione del nesso tra i fatti avvenuti e la lettera, e c’è la minaccia che in caso di reiterazione di lettera aperta o similia avrebbe valutato se prendere le necessarie misure (contro la preside ovviamente, ndr).
Il giorno dopo il ministro Valditara ha dovuto precisare su Twitter: “Sono state dette tante cose, ma io non ho annunziato sanzioni”.
In sostanza il ministro ha lasciato intendere che di politica a scuola ne può parlare solo lui, e magari le organizzazioni giovanili del suo partito. Perché? Perché il ministro pochi mesi fa in una circolare ministeriale per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, aveva scritto esplicitamente: “Il 9 novembre, è una ricorrenza di primaria importanza per l’Europa, la fine di un tragico equivoco nel cui nome, per decenni, il continente è stato diviso e la sua metà orientale soffocata dal dispotismo”.
“Il comunismo – proseguiva la circolare firmata dal ministro Valditara – è stato uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale. Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra. Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte. Perché infatti l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario. Prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare. La via verso il paradiso in terra si lastrica di milioni di cadaveri.
Questa consapevolezza è ancora più attuale oggi, di fronte al risorgere di aggressive nostalgie dell’impero sovietico e alle nuove minacce per la pace in Europa. Il crollo del Muro è la dimostrazione dell’esito drammaticamente fallimentare del comunismo, che per realizzare la sua utopia di uguaglianza in terra ha comportato ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà e morte”.
Insomma già a novembre, il ministro Valditara aveva utilizzato una ricorrenza storica e la propria posizione apicale per far arrivare agli studenti una circolare di interpretazione politica e storica assai unilaterale, al cui confronto la lettera della preside fiorentina è una puntualizzazione in punta di penna.
Il ministro che nega un ruolo per la politicizzazione nelle scuole commentando la lettera aperta della preside, ha utilizzato il proprio incarico di governo per una politicizzazione anticomunista assai spinta nelle scuole e verso gli studenti.
Dichiariamo apertamente che ci siamo risparmiati di inseguire le dichiarazioni del ministro Salvini. La bulimia compulsiva a cui ci ha abituato ne hanno demolito anche l’influenza e la credibilità politica, inclusa quella nell’alleanza di governo. Del resto anche il Corriere della Sera registra “il malessere del governo su Piantedosi”.
Ma i ministri di cui abbiamo voluto sottolineare le parole sono quelli che, più o meno maldestramente, hanno dato il segno della pessima aria che questo governo sta facendo respirare al paese.
Fonte
Nel commentare la strage di migranti sulla spiaggia di Cutro, il ministro dell’Interno Piantedosi ha dichiarato che: “La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. Come se si scegliesse il tour operator sbagliato…
Non soddisfatto, di fronte ad una denuncia di un ospite televisivo sul mancato soccorso in mare dei migranti in naufragio, il ministro aveva fatto pervenire in diretta alla trasmissione “Non è l’Arena” la comunicazione di voler sottoporre all’Avvocatura dello Stato “le gravissime false affermazioni diffuse da alcuni ospiti al fine di promuovere in tutte le sedi la difesa dell’onorabilità del Governo, del Ministro Piantedosi, di tutte le articolazioni ministeriali e di tutte le istituzioni che sono da sempre impegnate nel sistema dei soccorsi in mare”.
Qualcuno ha valutato che al ministro Piantedosi “gli era scappata“. Probabilmente non è così.
Già a novembre, durante una conferenza stampa convocata in prefettura a Milano, il ministro Piantedosi, presentando la nuova legge che complica parecchio l’attività di soccorso in mare delle Ong, aveva dichiarato: “Chi di competenza accerterà tutti coloro i quali versano in queste condizioni di necessità di assistenza, sui quali ci facciamo carico, a prescindere dalle regole internazionali che noi riteniamo che siano chiare in questo caso. Dopo di che vediamo che cosa succede. Dopo di che la nave, con tutto il resto del carico che ne dovesse residuare, dovrebbe lasciare le acque nazionali secondo il nostro provvedimento”.
L’interpretazione del concetto di “carico che ne dovesse residuare” riferito ai migranti tratti in soccorso, aveva prodotto una sintesi giornalistica come “carico residuo” che aveva suscitato già allora molte polemiche per la visione decisamente cinica che ne veniva fuori.
Nei giorni successivi c’è stata un po’ di bagarre sulla interpretazione della versione originale o della sintesi giornalistica delle parole del ministro. Quest’ultimo l’ha buttata contro la “strumentalizzazione” e l’esegesi del linguaggio burocratico mal interpretato.
Ma nelle parole e nella testa del ministro comunque quel concetto di “carico che ne dovesse residuare” non si riferiva a beni inanimati o a cose materiali ma a persone in carne ed ossa.
È vero che il linguaggio burocratico è quasi sempre freddo e spesso involuto e che il ministro ha consuetudine con circolari e incarichi prefettizi, ma se a novembre ci poteva stare l’equivoco e la strumentalizzazione, le parole dette sugli immigrati che attraversano il mare con i figli a seguito hanno confermato che quelle del ministro non sono proprio “parole dal sen fuggite”.
La fregola di “esternare per esistere” (patologia in cui abbondano i “pazienti zero”) ha invece giocato un pessimo tiro al ministro dell’Agricoltura Lollobrigida il quale, prendendo parola sulla questione immigrazione di cui tutti parlavano, l’ha sparata decisamente grossa affermando che: “Il governo italiano quest’anno intende lavorare per far entrare, usando meglio il piano flussi, quasi 500mila immigrati legali in Italia”. Apriti cielo!
Tra gli alleati di governo che chiedevano spiegazioni e compagni di partito che correvano ai ripari, è venuta fuori la boutade del ministro.
Il decreto flussi infatti prevede 83.000 ingressi all’anno e non certo 500.000. Il ministro è stato così costretto a rettificare il tiro spiegando che “La cifra da me indicata e riportata dai media si riferisce al numero di richieste di ingressi sul nostro territorio nel settore della produzione, nei trasporti, in agricoltura, nel terziario e via così”.
In pratica sarebbero le persone che da altri paesi hanno fatto richiesta di un visto di lavoro per l’Italia – ed entrarvi dunque in maniera regolare – ma alle quali rispondiamo positivamente solo per meno di un quinto e con attese che durano anni. Che una parte di questi cerchi strade “non regolari” per entrare in Europa attraverso l’Italia deve quindi sorprendere molto relativamente.
Ma dalle esternazioni del ministro Lollobrigida sembra emergere sibillinamente anche una presa di distanza dai guai combinati dal ministro Piantedosi. “Non so chi dei nostri abbia chiesto dei chiarimenti ma non ci vedo nulla di male, anzi. Credo che un gruppo parlamentare che non ha nulla da nascondere per sè e il resto della maggioranza, non abbia nessun problema a fare anche una richiesta del genere”. Leggerci una frecciata agli alleati di governo della Lega (alla quale è in quota Piantedosi) non è inverosimile.
Infine, e non certo per importanza, c’è il ministro dell’Istruzione Valditara che ha esternato con lo spadone contro la preside (anzi il “dirigente scolastico”, secondo la neo burocralingua) del liceo Da Vinci di Firenze per la lettera aperta agli studenti che questa ha scritto dopo l’aggressione neofascista agli studenti davanti al liceo Michelangiolo.
Commentando la lettera della preside il ministro aveva dichiarato: “Non compete a una preside, nelle sue funzioni, lanciare messaggi di questo tipo – ha detto Valditara – E poi il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà dei fatti. In Italia non c’è pericolo fascista, né una deriva violenta e autoritaria. Difendere le frontiere e ricordare l’identità di un popolo, non ha nulla a che vedere con il fascismo, o peggio con il nazismo”.
“Non voglio creare martiri – ha poi aggiunto il ministro – queste iniziative sono strumentali ed esprimono una politicizzazione che auspico non abbia un ruolo nelle scuole. Poi, se questi atteggiamenti dovessero persistere con comportamenti che vanno al di là dei confini istituzionali, vedremo se sarà necessario prendere delle misure. Attualmente non è necessario intervenire. Di queste lettere ridicole non so che farmene, sono propaganda“.
Inevitabile che si scatenassero polemiche e dibattito politico. Nelle parole del ministro c’è un pesante giudizio di merito negativo contro la preside del Da Vinci, c’è la negazione del nesso tra i fatti avvenuti e la lettera, e c’è la minaccia che in caso di reiterazione di lettera aperta o similia avrebbe valutato se prendere le necessarie misure (contro la preside ovviamente, ndr).
Il giorno dopo il ministro Valditara ha dovuto precisare su Twitter: “Sono state dette tante cose, ma io non ho annunziato sanzioni”.
In sostanza il ministro ha lasciato intendere che di politica a scuola ne può parlare solo lui, e magari le organizzazioni giovanili del suo partito. Perché? Perché il ministro pochi mesi fa in una circolare ministeriale per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, aveva scritto esplicitamente: “Il 9 novembre, è una ricorrenza di primaria importanza per l’Europa, la fine di un tragico equivoco nel cui nome, per decenni, il continente è stato diviso e la sua metà orientale soffocata dal dispotismo”.
“Il comunismo – proseguiva la circolare firmata dal ministro Valditara – è stato uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo, nei diversi tempi e luoghi ha assunto forme anche profondamente differenti, e minimizzarne o banalizzarne l’immenso impatto storico sarebbe un grave errore intellettuale. Nasce come una grande utopia: il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette. Che la proietti, insomma, verso il paradiso in terra. Ma là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande: la sua realizzazione concreta comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte. Perché infatti l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario. Prendono così forma regimi tirannici spietati, capaci di raggiungere vette di violenza e brutalità fra le più alte che il genere umano sia riuscito a toccare. La via verso il paradiso in terra si lastrica di milioni di cadaveri.
Questa consapevolezza è ancora più attuale oggi, di fronte al risorgere di aggressive nostalgie dell’impero sovietico e alle nuove minacce per la pace in Europa. Il crollo del Muro è la dimostrazione dell’esito drammaticamente fallimentare del comunismo, che per realizzare la sua utopia di uguaglianza in terra ha comportato ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà e morte”.
Insomma già a novembre, il ministro Valditara aveva utilizzato una ricorrenza storica e la propria posizione apicale per far arrivare agli studenti una circolare di interpretazione politica e storica assai unilaterale, al cui confronto la lettera della preside fiorentina è una puntualizzazione in punta di penna.
Il ministro che nega un ruolo per la politicizzazione nelle scuole commentando la lettera aperta della preside, ha utilizzato il proprio incarico di governo per una politicizzazione anticomunista assai spinta nelle scuole e verso gli studenti.
Dichiariamo apertamente che ci siamo risparmiati di inseguire le dichiarazioni del ministro Salvini. La bulimia compulsiva a cui ci ha abituato ne hanno demolito anche l’influenza e la credibilità politica, inclusa quella nell’alleanza di governo. Del resto anche il Corriere della Sera registra “il malessere del governo su Piantedosi”.
Ma i ministri di cui abbiamo voluto sottolineare le parole sono quelli che, più o meno maldestramente, hanno dato il segno della pessima aria che questo governo sta facendo respirare al paese.
Fonte
25/10/2022
La paura della parola “sovranità” genera imbecilli
Chiudiamola con sta storia della sovranità alimentare.
Smettiamola, su, di spaccare il pelo in quattro per la orrenda denominazione del ministero del “Lollo”.
Il Lollo è fascio, no? Dobbiamo discutere pure questo? No, vero? Allora, è il tono che fa la musica. È pur vero che è grave, da parte di sedicenti progres-sinistri, neppure conoscere i fondamentali: abbiamo trascorso anni a parlare di sovranità alimentare, sin dai tempi del Genoa Social Forum.
Ma anche solo limitandosi ai titoli, non vi pare che “IL CIBO NON È UNA MERCE, LA SOVRANITÀ ALIMENTARE È UN DIRITTO UNIVERSALE” ci parli di temi terzomondisti e noglobal, di tutela dei paesi poveri dal colonialismo alimentare dei paesi ricchi, dei disastri che Monsanto e soci hanno perpetrato da decenni nei paesi poveri, di sementi ogm imposte a forza, di dipendenza e asservimento?
Coniughiamola come INDIPENDENZA ed EQUITÀ alimentare, ok?
Dovete sapere che 20 anni fa “SOVRANITÀ” non aveva lo stesso significato fascio e nazionalista di adesso.
Per riassumere:
– Chi si è inalberato subito sulla parola SOVRANITÀ senza approfondire, ha fatto una gran brutta figura da superficiale, con la memoria da pesce rosso. O da sardina. Dovrebbe osservare almeno un anno di silenzio per espiare.
– D’altra parte, non è difficile capire che i destri qui intendono ben altro: SOVRANISMO alimentare, cioè sovvenzione e protezionismo ad oltranza di quanto è italiano rispetto a tutto il resto del mondo. Prima (i prodotti) italiani.
Qui – per approfondire un po’ – si innesta l’ultimo malo frutto del secolare discorso della “destra sociale”, abile ad impadronirsi delle istanze più popolari – trasformandole in becere e nazionaliste – della lotta al capitalismo.
In una frase: le destre combattono il “capitalismo internazionale” solo per tutelare quello nazionale, dato che le destre sono sempre state e rimangono SERVE DEI PADRONI: degli agrari un secolo fa, di Confindustria oggi.
Poi, fiutano come segugi i nodi dove più si addensa ignoranza e sanfedismo panciafichista, trovano qualche categoria di poveri da incolpare, e allèz.
Il loro “sovranismo alimentare” pesca nei trattori leghisti contro le quote latte, qualcuno li ricorderà. O più di recente, puzza di “forconi”. E della cara vecchia “autarchia”.
D’altra parte, se la sinistra si radical-chicchizza occupandosi à-la-Boldrini di “genere” inteso come grammatica, oppure si atlantizza e gareggia in militarismo coi peggiori guerrafondai, facendo pagare a noi i suoi vincoli con gli americani, se idolatra Draghi, se elegge Cottarelli e Casini, è ovvio che il ceto popolare e anche il ceto medio vota Meloni.
Esiste una terza via?
Certo. Gramsci disse: ISTRUITEVI, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.
Per capire come la sinistra possa tornare a fare la sinistra, a lottare per quello che sta a cuore alle classi medio-basse, “mollando le menate e mettendosi a lottare” (cit. il sommo Finardi) occorrerà ristudiare i fondamentali e partire da lì.
Occorrerà cultura popolare, visione politica e storica, e andare oltre i facili slogan.
Non si dovrà inseguire le destre o mischiarsi a loro – come gli sciagurati dell’epoca dei vaccini – ma inceppare con tutti i mezzi i loro ingranaggi populisti e padronali da fascismo di stato, e mostrare che ci sono altre possibilità, che può esistere una nuova classe politica che tuteli i lavoratori, senza leccare il culo ai padroni e senza far finta a parole di contrastarli, in realtà placando il popolo col corporativismo e il facile populismo.
Fonte
Smettiamola, su, di spaccare il pelo in quattro per la orrenda denominazione del ministero del “Lollo”.
Il Lollo è fascio, no? Dobbiamo discutere pure questo? No, vero? Allora, è il tono che fa la musica. È pur vero che è grave, da parte di sedicenti progres-sinistri, neppure conoscere i fondamentali: abbiamo trascorso anni a parlare di sovranità alimentare, sin dai tempi del Genoa Social Forum.
Ma anche solo limitandosi ai titoli, non vi pare che “IL CIBO NON È UNA MERCE, LA SOVRANITÀ ALIMENTARE È UN DIRITTO UNIVERSALE” ci parli di temi terzomondisti e noglobal, di tutela dei paesi poveri dal colonialismo alimentare dei paesi ricchi, dei disastri che Monsanto e soci hanno perpetrato da decenni nei paesi poveri, di sementi ogm imposte a forza, di dipendenza e asservimento?
Coniughiamola come INDIPENDENZA ed EQUITÀ alimentare, ok?
Dovete sapere che 20 anni fa “SOVRANITÀ” non aveva lo stesso significato fascio e nazionalista di adesso.
Per riassumere:
– Chi si è inalberato subito sulla parola SOVRANITÀ senza approfondire, ha fatto una gran brutta figura da superficiale, con la memoria da pesce rosso. O da sardina. Dovrebbe osservare almeno un anno di silenzio per espiare.
– D’altra parte, non è difficile capire che i destri qui intendono ben altro: SOVRANISMO alimentare, cioè sovvenzione e protezionismo ad oltranza di quanto è italiano rispetto a tutto il resto del mondo. Prima (i prodotti) italiani.
Qui – per approfondire un po’ – si innesta l’ultimo malo frutto del secolare discorso della “destra sociale”, abile ad impadronirsi delle istanze più popolari – trasformandole in becere e nazionaliste – della lotta al capitalismo.
In una frase: le destre combattono il “capitalismo internazionale” solo per tutelare quello nazionale, dato che le destre sono sempre state e rimangono SERVE DEI PADRONI: degli agrari un secolo fa, di Confindustria oggi.
Poi, fiutano come segugi i nodi dove più si addensa ignoranza e sanfedismo panciafichista, trovano qualche categoria di poveri da incolpare, e allèz.
Il loro “sovranismo alimentare” pesca nei trattori leghisti contro le quote latte, qualcuno li ricorderà. O più di recente, puzza di “forconi”. E della cara vecchia “autarchia”.
D’altra parte, se la sinistra si radical-chicchizza occupandosi à-la-Boldrini di “genere” inteso come grammatica, oppure si atlantizza e gareggia in militarismo coi peggiori guerrafondai, facendo pagare a noi i suoi vincoli con gli americani, se idolatra Draghi, se elegge Cottarelli e Casini, è ovvio che il ceto popolare e anche il ceto medio vota Meloni.
Esiste una terza via?
Certo. Gramsci disse: ISTRUITEVI, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.
Per capire come la sinistra possa tornare a fare la sinistra, a lottare per quello che sta a cuore alle classi medio-basse, “mollando le menate e mettendosi a lottare” (cit. il sommo Finardi) occorrerà ristudiare i fondamentali e partire da lì.
Occorrerà cultura popolare, visione politica e storica, e andare oltre i facili slogan.
Non si dovrà inseguire le destre o mischiarsi a loro – come gli sciagurati dell’epoca dei vaccini – ma inceppare con tutti i mezzi i loro ingranaggi populisti e padronali da fascismo di stato, e mostrare che ci sono altre possibilità, che può esistere una nuova classe politica che tuteli i lavoratori, senza leccare il culo ai padroni e senza far finta a parole di contrastarli, in realtà placando il popolo col corporativismo e il facile populismo.
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