Lo scorso 3 giugno la commissione europea ha presentato alcune nuove proposte di legge che vanno a costituire lo European Technological Sovereignty Package. Questi provvedimenti andrebbero a regolamentare ed indirizzare vari aspetti dell’industria tecnologica continentale, a partire dalla produzione di semiconduttori, arrivando allo sviluppo di sistemi cloud e IA, fino all’ammodernamento della rete elettrica europea.
Il pacchetto si compone di quattro diverse inziative: il Chips Act 2.0, il Cloud and AI Development Act, la Open Source Strategy e la Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in the Energy Sector.
Il Chips Act 2.0 intende aggiustare il tiro delle misure prese con il precedente Chips Act proposto nel 2022. La legge precedente mirava a raddoppiare il peso europeo nella produzione mondiale di microchip, facendolo passare dal 10% al 20% del mercato mondiale entro il 2030. Ad oggi siamo ancora lontani da questo obiettivo, la quota europea sarebbe arrivata nel 2025 a circa l’11%, comunque la nuova iniziativa europea mantiene questo obiettivo di aumento della produzione continentale di microchip.
Nonostante la legislazione precedente, la quota di microchip importati dall’estero utilizzati nell’industria europea è ancora dell’80%, quindi con il Chips Act 2.0 si vuole diminuire questa dipendenza dalle importazioni investendo sia sulla domanda sia sull’offerta, generando domanda del settore pubblico e creando degli attori intermedi che mettano in comunicazione i produttori e gli acquirenti.
Il Chips Act 2.0 pone anche l’obiettivo di iniziare a produrre nell’Unione Europea chip con il processo produttivo a 3 nm, il più avanzato presente sul mercato, sempre entro il 2030, nonostante ad oggi in UE si producano al massimo chip a 22 nm e l’industria europea utilizzi per la produzione nel settore dell’automotive e dei macchinari industriali principalmente chip con architetture meno sofisticate.
Il Cloud and AI Development Act invece mira a rinforzare i fornitori UE di soluzioni cloud e IA. Il principale scopo del programma è infatti creare un’infrastruttura digitale europea in grado di far diminuire il peso delle grandi aziende americane nel settore cloud, dove da sole Aws, Google e Microsoft coprono il 70% del mercato europeo, limitando anche l’accesso di attori stranieri ad informazioni sensibili. La legge inoltre pone l’obiettivo di triplicare i data center in territorio UE entro il 2030, snellendo la burocrazia necessaria per costruirli e adeguando le reti energetiche e idriche necessarie per il loro funzionamento, all’insegna di una fantomatica sostenibilità energetica e ambientale.
Proprio a questo si collega la Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in the Energy Sector, che mira ad ammodernare con strumenti di IA la rete elettrica continentale, vista come asset strategico di primaria importanza, per essere in grado di sostenere l’enorme richiesta futura dei nuovi data center, che com’è noto richiedono imponenti quantità di energia elettrica per il loro funzionamento e causano importanti stress per le reti elettriche nazionali.
Infine, il pacchetto rilancia la European Open Source Strategy. Quest’ultima iniziativa mira a sviluppare e sostenere progetti open source che possano essere utilizzati sia dalle amministrazioni europee che dai privati come alternative alle soluzioni proprietarie più utilizzate, per la maggior parte provenienti dall’estero. Oltre a ciò ci si propone di sfruttare gli sviluppatori europei che contribuiscono a progetti open source anche per sviluppare l’IA europea, parallelamente all’aumento dei fondi per la ricerca.
Tutte queste misure, evidentemente mirate a rendere meno dipendente l’economia europea dalle big tech americane, hanno suscitato non pochi malumori nell’altra sponda dell’Atlantico. In particolare gli analisti a stelle e strisce marcano che seguendo la strada della sovranità tecnologica l’UE andrà a sottrarre introiti alle aziende d’oltreoceano, non riuscendo comunque a fornire ai clienti europei strumenti di un comparabile livello tecnologico, sia perché gli investimenti nei settori precedentemente citati sono arrivati troppo tardi, sia perché i fondi messi a disposizione sono di svariati ordini di grandezza inferiori a quelli a disposizione dei colossi statunitensi o cinesi.
Sembra infatti che il Chips Act originale abbia generato finanziamenti di circa 50 miliardi, la maggior parte dei quali soggetti alle decisioni degli stati membri e non gestiti in maniera centralizzata secondo gli obbiettivi della commissione europea, contro i centinaia di miliardi spesi annualmente dalle big tech.
Secondo un analista americano inoltre, la volontà di investire nell’IA sovrana da parte dell’UE andrebbe in ultima istanza ad avvantaggiare lo sviluppo dell’IA cinese, perché i mancati guadagni delle big tech a stelle e strisce rallenterebbero la corsa occidentale alla supremazia tecnologica in questo campo.
Al di là dei commenti degli osservatori statunitensi, appare chiaro che le misure intraprese dall’UE rischiano di essere troppo poco incisive per spostare l’ago della bilancia in favore del settore tecnologico europeo nella competizione internazionale.
Infatti, l’utilizzo pluridecennale da parte delle amministrazioni e delle aziende europee dei prodotti americani non ha incentivato la creazioni di robuste alternative europee. Il raffreddamento dei rapporti transatlantici ha trovato l’industria tecnologica europea impreparata ad un potenziale distacco dalle filiere statunitensi.
Se dal lato del software libero e della ricerca scientifica open access gli attori europei posso attingere ad uno stack di software e conoscenze molto esteso e anche tecnologicamente avanzato, non si può fare lo stesso con le fab di semiconduttori e la costruzione di data center.
Queste infrastrutture, infatti, richiedono risorse ingenti e anni per essere costruite e per entrare a regime ed in questo momento potrebbe risultare già troppo tardi per i sogni di gloria di Bruxelles.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/06/2026
Il pacchetto sulla Sovranità Tecnologica Europea: troppo poco, troppo tardi
04/04/2026
Sovranità satellitare
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.
Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.
Non è solo una questione di sicurezzaLa rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al Pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.
Un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori.
I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi.
Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto.
Lo stato dell’arte del sistema di geolocalizzazionePer quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari.
In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione.
A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile.
Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”.
Il tasto dolente delle comunicazioni strategicheDove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici.
Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente.
L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza.
Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione.
La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita.
Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense.
Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione.
Come l’UE sta preparando il terreno per Iris2Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati.
Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD.
I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa.
In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus.
06/03/2025
La seconda amministrazione Trump, vista dalla Cina
Il primo mandato di Trump ha contribuito in almeno tre modi significativi all’ascesa della Cina.
Primo, per molti cinesi la sua presidenza ha infranto l’immagine degli Stati Uniti quale modello di democrazia, rivelando il caos politico e le profonde divisioni sociali nel paese. Per decenni, alcuni cinesi avevano idealizzato gli Stati Uniti come un “paese bellissimo” (la traduzione letterale del nome cinese per gli USA). Tuttavia, le azioni di Trump hanno fornito quella che alcuni descrivono come una “lezione politica”, rimodellando le percezioni e favorendo una maggiore apprezzamento per la stabilità e la governance della Cina.
Secondo, Trump ha contribuito ad accelerare la spinta della Cina verso l’indipendenza tecnologica. Più di 20 anni fa, il governo cinese aveva iniziato a promuovere l’innovazione in ambito scientifico e tecnologico, sebbene molti credessero che non esistessero confini in questo settore.
Solo con eventi come l’arresto della direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, nel 2018 e la repressione delle aziende tecnologiche cinesi, il paese ha deciso di impegnarsi pienamente nell’innovazione. Nel 2024, la Cina ha raggiunto traguardi significativi nell’indipendenza tecnologica, con progressi nella produzione di semiconduttori. Questo cambiamento è stato evidenziato dalle esportazioni record di chip nel 2024, che hanno superato i 159 miliardi di dollari, raddoppiando i dati del 2018.
Terzo, la guerra commerciale di Trump contro la Cina ha portato a una rapida ristrutturazione del commercio globale, portando più cinesi a riconoscere che il mondo è molto più grande degli Stati Uniti. Attraverso iniziative come la Belt and Road Initiative, la Cina ha rafforzato le sue relazioni con le nazioni del Sud del mondo. Tra il 2018 e il 2024, il commercio con questi paesi è aumentato di oltre il 40%, mentre la dipendenza commerciale della Cina dagli Stati Uniti è scesa dal 17% all’11%.
Guardando indietro, l’esperienza combinata del primo mandato di Trump e delle politiche di contenimento della Cina attuate da Biden negli ultimi otto anni ha rafforzato la posizione cinese nel medio termine.
Da una prospettiva a lungo termine, la Cina ha guadagnato un vantaggio psicologico strategico nell’affrontare un eventuale Trump 2.0.
I media e i think tank cinesi hanno reagito alla possibilità di un ritorno di Trump con relativa calma, rispetto all’ansia crescente in Europa e Canada. Pechino sembra fiduciosa, avendo già affrontato guerre commerciali e blocchi tecnologici durante il primo mandato di Trump.
La Cina non provocherà attivamente la nuova amministrazione Trump, ma se le politiche aggressive degli Stati Uniti, come guerre commerciali o restrizioni tecnologiche, continueranno, la Cina risponderà con contromisure calcolate – e alla fine ne uscirà ancora più forte.
Il 7 gennaio 2025, sia la Cina che gli Stati Uniti hanno affrontato disastri naturali. Un terremoto di magnitudo 6,8 ha colpito la contea di Dingri, in Tibet, mentre un vasto incendio si è sviluppato a Los Angeles.
In Tibet, le autorità cinesi sono passate rapidamente dalla fase di emergenza a quella di recupero, trasferendo 50.000 residenti in un solo giorno. Nel frattempo, l’incendio a Los Angeles è divampato per oltre 10 giorni, aggravato da conflitti politici e cattiva gestione.
La rapida risposta della Cina al terremoto, passando efficacemente dal soccorso alla ricollocazione, è stata in netto contrasto con la crisi prolungata di Los Angeles, dove i leader politici si sono scambiati accuse mentre il fuoco causava danni superiori a quelli dell’attacco dell’11 settembre. Queste risposte contrastanti evidenziano le debolezze della gestione delle crisi e del governo negli Stati Uniti.
Mentre gran parte del mondo non occidentale rimane relativamente tranquillo, il neo-fascismo in stile Trump sta provocando panico dall’altra parte dell’Atlantico, specialmente in Europa e in Canada. Ora emergono domande ai più alti livelli della diplomazia internazionale: la Danimarca perderà la Groenlandia? La NATO perderà il sostegno militare degli Stati Uniti? Il Canada diventerà il 51º stato USA? Questi concetti, un tempo considerati assurdi, ora vengono apertamente discussi.
Per molti in Cina, l’impatto globale di Trump 2.0 difficilmente supererà quello di Trump 1.0. Anzi, nel 2025, molti nei paesi non occidentali credono che Trump 2.0 si concentrerà principalmente sugli affari interni, con occasionali turbolenze tra gli alleati occidentali. Gli osservatori non occidentali sanno bene che Trump 2.0 non porrà fine alla guerra Russia-Ucraina in un giorno. Non risolverà il conflitto israelo-palestinese nel breve periodo. Non impedirà la crescita del commercio cinese a lungo termine con tariffe del 60%. Non fermerà, e non potrà fermare, l’ascesa continua della Cina.
Trump 2.0 probabilmente continuerà a ritirarsi dagli accordi internazionali, inclusi quelli sul clima e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il risultato? La graduale disintegrazione dell’egemonia globale degli Stati Uniti. Se questa tendenza continuerà, Trump 2.0 potrebbe spingere gli Stati Uniti verso uno status di potenza regionale, abbracciando l’isolazionismo.
Indipendentemente dalla portata dell’impatto di Trump – che si tratti di guerre commerciali, conflitti tecnologici o ritiri dai trattati – la Cina è ben preparata al peggio. Come ha già fatto in passato, la Cina ha la capacità di trasformare le sfide in opportunità.
Entro il 2028, i cinesi saranno più sicuri che mai nel dire: “Grazie, Trump”.
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