Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/11/2024

Il governo Meloni contro i lavoratori pubblici

“Se fossimo in un mondo ideale dove tutto funziona perfettamente, dovrei dire che non sono tanto contento della notizia di un taglio del turn over. Ma non viviamo in un modo ideale e quindi ciascuno deve fare la sua parte e chi sta al governo deve comprendere cosa serve per tenere sotto controllo i conti dello stato”. Con queste parole Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica Amministrazione, ha preannunciato l’ennesimo boccone amaro da far inghiottire ai lavoratori pubblici con questa manovra di bilancio. L’ennesimo perché, con buona pace della propaganda governativa, arriva dopo una sequenza ininterrotta di interventi punitivi che rischia seriamente di gettare una pietra tombale su quel che resta del servizio pubblico.

Andiamo con ordine, cercando di far emergere la distanza siderale che esiste fra la narrativa del Governo e la realtà dei fatti.

Partiamo proprio con l’ultimo fronte dell’offensiva governativa. Le parole di Zangrillo alludono al blocco del turnover – cioè delle nuove assunzioni a seguito di personale in uscita, ad esempio perché va in pensione – che viene limitato per il 2025 al 75% (quindi per ogni 4 persone che escono una amministrazione potrà assumerne solamente 3). Una norma inserita quasi di nascosto nella legge di bilancio (art. 110) e che ci riporta indietro all’era pre-covid, quando una forte limitazione del turnover era la norma. E a poco serve ricordare che, facendo qualche confronto internazionale, si scopre che il numero dei dipendenti pubblici in Italia non è affatto superiore a quello degli altri Paesi, mentre sicuramente l’età media dei dipendenti pubblici da noi è ben più alta rispetto agli altri paesi. Per fare un confronto internazionale, un indicatore particolarmente opportuno è quello del rapporto fra numero di abitanti e numero di dipendenti pubblici, che ci dice cioè quante persone possono ricevere servizi da un singolo dipendente pubblico (ovviamente, quanto più alto è questo rapporto, peggiori saranno verosimilmente quantità e qualità del servizio erogato): ebbene (dati 2020), tale rapporto in Italia è pari a 17,37 (quindi, ogni dipendente pubblico in generale deve assicurare servizi a 17,37 abitanti), ben superiore non solo a Francia, Spagna e UK, ma anche a Germania e USA. I dati settoriali sono anche peggiori, indicando che un lavoratore della sanità, per fare un esempio sotto gli occhi di tutti, deve prendersi cura del doppio dei pazienti rispetto a Germania, Francia e Svezia.

La furia dell’austerità (pardon, della responsabilità) impone, per riprendere le parole del ministro Zangrillo, che “ognuno faccia la sua parte”. Eppure il ministro avrebbe dovuto dare retta... al sé stesso di pochi giorni prima, quando ad un incontro di Confindustria aveva candidamente ammesso che “Nei prossimi 5 anni perderemo 1 milione di dipendenti della Pubblica amministrazione” e che “Abbiamo disperato bisogno di giovani”.

La diminuzione di personale peraltro andrà di pari passo con i tagli lineari imposti tanto ai ministeri (nell’ordine del 5% della loro dotazione) quanto alle regioni (oltre 6 miliardi di euro aggiuntivi di tagli da qui al 2029) e agli altri enti locali (ulteriori 1,5 miliardi di tagli per Comuni e Province sempre da qui al 2029). Si tratta, in questo caso, dei primi effetti perversi del nuovo patto di stabilità che pone sotto controllo direttamente la spesa primaria degli Stati. È evidente che tagli di questa entità comporteranno non semplici “risparmi di gestione” ma veri e propri interventi di riduzione dei programmi di spesa delle amministrazioni (quindi, in definitiva, meno investimenti pubblici e meno servizi per i cittadini).

Possiamo proseguire, nella ricostruzione della lotta senza quartiere condotta dal Governo contro il pubblico impiego, con il rinnovo dei contratti per i lavoratori di questo settore. Con grande (e fuori luogo) enfasi, sempre il ministro Zangrillo – nel commentare i lavori preparatori della manovra di bilancio – aveva rivendicato che venivano già previste le risorse per il rinnovo del contratto per il triennio 2025-27. E perfino Giorgetti si è lanciato nel magnificare tale “innovazione straordinaria rispetto alle abitudini della contabilità pubblica” (in quanto solitamente le risorse sono stanziate solamente al termine del triennio di riferimento), chiarendo comunque che le risorse stanziate dovrebbero garantire – sempre per il triennio 2025-2027 – il recupero dell’inflazione attesa, che è previsto essere quasi insignificante!

Tutto a posto, quindi? Niente affatto, perché nella premura di occuparsi del triennio 2025-2027 (per il quale comunque ai lavoratori interessa poco quando le risorse sono stanziate, ma piuttosto quando sono effettivamente erogate) i due ministri trascurano allegramente il fatto che ci sono ancora da stipulare i contratti per il triennio 2022-2024, periodo durante il quale l’inflazione è stata tragicamente alta e le risorse stanziate dal Governo non sono assolutamente adeguate. Queste, infatti, comporteranno una perdita di salario reale per i lavoratori intorno al 10% (cioè, una famiglia nonostante il rinnovo del contratto potrà comprare il 10% di beni e servizi in meno rispetto a quanto poteva permettersi prima). Insomma, il Governo butta la palla in avanti, mettendo su carta pochi soldi per il triennio successivo, ma non muove un dito per aumentare le risorse per il rinnovo contrattuale da chiudere ora e provare a garantire un minimo di recupero di salario reale già perso. Anzi, per essere precisi un dito lo muove (il medio?) prendendo in giro i lavoratori e inserendo nella legge di bilancio un nuovo stanziamento che porterà – udite udite – ben 6 euro (lordi) in tasca ai lavoratori.

Non stupisce che un contratto (quello 2022-2024) così irricevibile venga rispedito al mittente da parte delle organizzazioni sindacali, per lo meno da quelle non disposte a perdere del tutto la faccia davanti ai lavoratori. Oltre USB che, coerentemente con quanto detto e già fatto in passato, ha abbandonato il tavolo del rinnovo del comparto funzioni centrali, pare infatti che stavolta anche CGIL e UIL non saranno disponibili a sottoscrivere un contratto così indecente. Si va quindi verso un contratto, e sarebbe una prima volta in assoluto nel lavoro pubblico, sottoscritto unicamente da CISL e qualche sigla autonoma di destra, tutte organizzazioni ben contente, evidentemente, di accreditarsi agli occhi del Governo Meloni come interlocutori “responsabili”. Il danno per i lavoratori di questa operazione è doppio: da una parte si troveranno un contratto rinnovato con aumenti ridicoli, ma “legittimato” da qualche organizzazione sindacale compiacente, dall’altro rischiano di perdere rappresentanza anche sui tavoli sindacali locali. Occorre infatti evidenziare una criticità specifica delle relazioni sindacali in ambito pubblico: da una parte è l’unico settore in cui esiste un criterio di rappresentatività perché un’organizzazione sia ammessa al tavolo negoziale in sede di contratto collettivo (un’organizzazione è rappresentativa se supera la soglia del 5%, calcolata come media del numero degli iscritti e dei voti ricevuti alle elezioni per le RSU), dall’altra – in virtù di una norma profondamente antidemocratica – si prevede che ai tavoli di contrattazione integrativa (che trattano ormai moltissime materie fondamentali, dall’organizzazione del lavoro alla sicurezza sui luoghi di lavoro, passando per i meccanismi di valutazione e premialità) siano ammesse unicamente le organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto il contratto collettivo. Come dire: con una mano la legge afferma che sei rappresentativo, con l’altra prevede che sei rappresentativo solamente se mi dici sempre di sì...

Inoltre, vale la pena di ricordare un’ultima attenzione che il Governo ha rivolto al settore pubblico, vale a dire l’impegno, solennemente assunto e messo nero su bianco nel Piano Strutturale di Bilancio inviato a Bruxelles, di “assicurare che almeno il 20% dei posti vacanti a livello annuale per posizioni dirigenziali siano assegnati ai funzionari più meritevoli, selezionati sulla base di un’adeguata procedura di valutazione della performance”. Un ennesimo colpo al principio democratico inserito in Costituzione secondo cui ai pubblici impieghi si accede per concorso, parzialmente sostituito con una più comodo “procedura di valutazione della performance” che permetterà di offrire crescita professionale ed economica in misura totalmente discrezionale, in modo da premiare i dipendenti più fedeli e accondiscendenti.

Al posto del “mondo ideale” vagheggiato dal ministro Zangrillo prende luce quindi l’idea di pubblica amministrazione di questo Governo: meno dipendenti, più anziani, meno pagati e (per le posizioni apicali) selezionati sempre più arbitrariamente.

Noi vogliamo il contrario, cioè servizi pubblici adeguati per quantità e qualità, e questo si potrà ottenere solamente partendo dal restituire dignità a chi nel settore pubblico lavora e, nonostante i tentativi di definitivo affossamento (funzionali a fare spazio al privato per chi può permetterselo), fa funzionare uffici, scuole e ospedali che quotidianamente utilizziamo.

Fonte

 

31/12/2023

La precarietà diventa pubblica (altro che posto fisso)

“La Pubblica Amministrazione sarà più attrattiva. Ai giovani il posto fisso non basta”. Questa fu la celebre frase con cui il Ministro Zangrillo inaugurò la stagione del “posto figo”, e purtroppo è stato di parola. Il triste regalo di Natale del Ministro è infatti il Decreto Ministeriale (DM) del 26 dicembre con cui apre le porte all’uso dell’apprendistato nella pubblica amministrazione, a cominciare dal personale dell’università.

Il Decreto prevede che fino al 10% delle nuove assunzioni (addirittura fino al 20% per Comuni, Province e Città Metropolitane) possa avvenire attraverso un contratto di apprendistato fino a tre anni che poi – previa una “valutazione positiva del servizio prestato, accompagnata da una relazione motivata concernente il servizio prestato, le attività svolte e la performance conseguita” – si trasforma nell’agognato (per i lavoratori, non per il Ministro) tempo indeterminato.

Le Pubbliche Amministrazioni potranno utilizzare questa modalità di assunzione fino al 2026, scadenza non a caso coincidente con la conclusione del PNRR, e infatti questa possibilità di assunzione viene presentata come uno degli elementi della strategia per sbloccare gli investimenti finora frenati dalle carenze di organico specialmente a livello locale, dove i “bandi PNRR” di ricerca del personale finora emanati erano tutti o quasi a tempo determinato senza nessuna garanzia di successiva assunzione a tempo indeterminato, col risultato di andare spesso deserti a causa dei bassi stipendi offerti e degli alti costi che i lavoratori si trovavano a dover affrontare in particolare in caso di trasferimento nelle grandi città.

In realtà, visto l’andazzo, c’è da temere fortemente che dal 2026 ci ritroveremo comunque con pochi investimenti fatti, ma con l’ennesimo colpo ai diritti dei lavoratori anche nella pubblica amministrazione, non solo con il proliferare di forme di inquadramento anomale, ma anche con criteri di selezione sempre più discutibili.

Il nesso con il PNRR, del resto, è tirato in ballo in maniera strumentale dal decreto, usato di fatto come leva per introdurre l’apprendistato. Le pubbliche amministrazioni, da qui al 2026, dovranno gestire non solo l’ordinario ma pure i 200 miliardi di euro di investimenti PNRR, e per questo hanno bisogno di personale anche a tempo, o comunque non automaticamente rinnovabile. Tuttavia, proprio in virtù di questo, avrebbero potuto, se questo fosse stato l’obiettivo, limitare il ricorso all’apprendistato a quelle amministrazioni, e al loro interno a quegli uffici, che sono direttamente impegnati nell’attuazione degli investimenti e delle riforme del Piano. Ciò avrebbe limitato di molto la possibilità di ricorrere all’apprendistato, circoscrivendolo alle mansioni connesse al lavoro straordinario derivante dal PNRR. Invece, il PNRR si cita solo retoricamente, mentre gli apprendisti saranno impiegati soprattutto nelle attività ordinarie delle amministrazioni. Prova di ciò sta nel fatto che il comma 3 dell’art. 1 del Decreto Ministeriale prevede la deroga all’art. 36 del DL 165/2001, ovverosia la deroga al principio secondo cui le pubbliche amministrazioni possono assumere con contratti precari “soltanto per comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale”.

Nella sostanza il DM è una piccola galleria degli orrori: questa tipologia di assunzione è riservata a giovani di età inferiore ai 24 anni, neolaureati o che hanno completato gli esami previsti dal proprio ciclo di studio se l’Università ha in essere una convenzione con qualche pubblica amministrazione. Si sposa in pieno quindi l’idea che chi è giovane deve prima “farsi le spalle” e sottostare a condizioni peggiorative per entrare nel mondo del lavoro, salvo poi ricordarsi (art. 5) che costituisce elemento di valutazione, fra gli altri, “la rilevanza e la pertinenza delle esperienze professionali documentate con il profilo da ricoprire, nonché la durata delle medesime, ove attinenti”: insomma, per essere assunto devi prima esserti formato (non solo sui libri, ma anche professionalmente), ma poi da me Stato sempre da apprendista sarai trattato. Fra i titoli di studio sono oggetto di valutazione anche “la media ponderata dei voti conseguiti nei singoli esami” e “la regolarità dello svolgimento del percorso di studi”, misure penalizzanti per gli studenti-lavoratori, o semplicemente per chi nel proprio percorso di studi ha incontrato qualche difficoltà (ma magari criteri ad hoc per favorire le università-esamifici, a partire da quelle private). E si badi bene, in nome dell’immancabile “ottica di valorizzazione del merito” (art. 6), la media ponderata degli esami vale almeno per il 25% della valutazione complessiva ai fini dell’assunzione. Insomma, e per espressa ammissione dei Ministri (non a caso il Decreto è cofirmato dalla Ministra dell’Università Bernini), “ad aprire la strada all’apprendistato sono le convenzioni con le Università per individuare gli studenti da assumere”, un ulteriore svilimento delle Università stesse sempre più trasformate da enti educativi e di ricerca a una sottospecie di centri di avviamento al lavoro (povero).

L’articolo 4 infine, in maniera criptica, introduce un ambiguo principio di “Territorialità del reclutamento” che – insieme all’articolo 7 che disciplina le Convenzioni che le amministrazioni devono stipulare prioritariamente con le Università più vicine – paradossalmente finisce per costituire addirittura un freno alla mobilità delle persone (peraltro una delle contestazioni mossa più frequentemente ai giovani in maniera sprezzante definiti troppo choosy).

Tutte queste potrebbero alla fin fine sembrare solo note di colore, alchimie contabili con cui lo Stato si prende in giro da solo per aggirare parzialmente i vincoli auto-imposti con le politiche economiche di austerità che rendono difficoltosa la spesa pubblica (peggio che mai quella “corrente”, costituita in parte maggioritaria dalle spese per il personale). Tuttavia, a parte il fatto che occorrerà vigilare su come i vari istituti contrattuali (a partire da quelli economici) verranno applicate a questa tipologia di lavoratori, la nostra idea invece è che queste misure vanno contrastate a partire dalla loro funzione disciplinante: un neoassunto giovane, probabilmente alla prima esperienza lavorativa, la cui conferma dipende dalla valutazione del proprio dirigente, è verosimilmente un lavoratore facilmente ricattabile (o almeno più facilmente condizionabile), a cui “sconsigliare” scioperi o attività sindacale, o imporre obiettivi e carichi di lavoro spropositati; si crea un’ulteriore segmentazione del lavoro negli uffici, con il proliferare di gerarchie e interessi divergenti, cercando di mettere i lavoratori stessi gli uni contro gli altri.

La verità è che nella pubblica amministrazione di flessibilità ce n’è fin troppa, e lo Stato-datore di lavoro è ormai da anni diventato uno dei principali produttori di precarietà, con la conseguenza non solo di impoverire i propri lavoratori, ma anche di offrire alla cittadinanza servizi sempre meno validi dal punto di vista qualitativo.

Il caso della scuola è esemplare, con un numero di supplenti (soprattutto quelli annuali) in continua crescita, un fabbisogno facilmente programmabile (oggi possiamo già sapere con certezza quante classi dovremmo formare – e quindi di quanti docenti abbiamo bisogno – in un orizzonte medio-lungo) ma nonostante ciò ad ogni inizio anno scolastico si ripetono le scene del caos organizzativo dovuto alle nuove nomine temporanee, con conseguente ansia dei supplenti stessi che scoprono da una sera all’altra in quale scuola (e a volte addirittura quale provincia o regione) sono assegnati, e alunni costretti a cambiare ogni anno il proprio docente e iniziare i programmi in ritardo.

Sorvolando sul disastro pedagogico di questa situazione (evidentemente non rilevante né per questo Governo né per quelli che lo hanno preceduto) osserviamo che si tratta di un fenomeno numericamente ben noto alla Ragioneria Generale dello Stato, che nel proprio osservatorio sul pubblico impiego fornisce un quadro sconfortante: il numero di insegnanti precari (“Altro personale”) è in crescita costante da oltre 10 anni, fino ad aver superato nel 2021 il precedente record (negativo) del 2006.

Fonte: Ragioneria Generale dello Stato. Commento ai principali dati del conto annuale del periodo 2012-2021

Università e sanità sono altri due esempi in cui la precarietà sta creando danni enormi, con contratti a termine rinnovati all’infinito (quando va bene) e conseguenti disservizi.

Apprendistato e altre forme di flessibilità insomma, nel pubblico come nel privato, non servono affatto per “formare” un nuovo dipendente (che, vale la pena ricordarlo sempre, è un dovere e un onere del datore di lavoro, e non del lavoratore, neppure indirettamente) né per verificare le sue reali capacità (per quello già esiste il periodo di prova). Si tratta banalmente di un modo per imporre condizioni lavorative peggiori, e se nel caso del pubblico impiego pare – almeno per ora – escluso il caso di un sottoinquadramento retributivo, è ridicolo pensare all’altro “beneficio” generalmente associato nel settore privato al contratto di apprendistato, costituito essenzialmente da uno sgravio previdenziale: che senso ha infatti un risparmio previdenziale per una pubblica amministrazione, quando quegli stessi contributi costituiscono una entrata di un altro “pezzo” dello Stato? Nessuno appunto, tranne per il lavoratore che si troverà ad avere meno contributi versati, pur svolgendo (sarà da scommetterci) esattamente le stesse funzioni dei suoi colleghi “non apprendisti”.

Il Governo insomma continua a pensare a tutto per il pubblico impiego, meno a quello che serve veramente: un rinnovo dei contratti che garantisca almeno il pieno recupero dell’inflazione, un piano di assunzioni straordinarie e una diminuzione del già eccessivo livello di precarietà presente.

Al contrario, anche il settore pubblico accresce la sua funzione di vettore di precarietà e ricattabilità tramite un’offensiva che si nutre di retorica velenosa contro il “lavoratore pubblico fannullone” e di misure concrete di attacco alle condizioni lavorative di chi è impiegato presso un’amministrazione pubblica.

L’introduzione dell’apprendistato è un chiaro tassello di questa offensiva e come tale va denunciato e combattuto.

Fonte

22/04/2023

Zangrillo brava gente

Al poco edificante campionato del tiro a segno contro il lavoro dipendente si iscrive – con l’ambizione di conquistare velocemente la vetta – un nuovo giocatore: nientedimeno che il Ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, che se la prende, peraltro con la presunzione di esprimere la loro voce, con i dipendenti pubblici.

Con una serie di dichiarazioni dal tono surreale, il Ministro ha detto che “il mito del posto fisso sta per essere soppiantato dal mito del lavoro figo” perché “oggi i giovani non cercano la stabilità, cercano un virtuoso equilibrio tra l’attività professionale e la loro vita privata”; in definitiva, conclude il Ministro, “il mito del posto fisso lo lasciamo a Checco Zalone”.

Il Ministro ripropone in sostanza la favoletta per cui “I nostri giovani, quelli bravi e con talento, lasciano l’Italia perché hanno la sensazione che questo Paese non sia capace di valorizzarli”; al contrario, quelli che scelgono di restare, magari appunto lavorando in una qualche Pubblica Amministrazione, darebbero scarso valore ai diritti legati a una posizione lavorative stabile e a tempo indeterminato ma semplicemente “vogliono avere un lavoro che sia ben retribuito, capace di valorizzarli, che dia loro delle opportunità di crescita e che sia capace di bilanciare l’aspetto professionale con quello della vita privata”. Le due cose (un lavoro a tempo indeterminato e un salario decente) evidentemente sono inconciliabili nella mente del Sig. Ministro.

Lasciamo un attimo da parte l’odio che traspira da un ragionamento che, per quanto riguarda i dipendenti pubblici, si occupa unicamente di “giovani” (non meglio identificati), e che evidentemente considera i “non giovani” solamente come una zavorra che impedisce alla nostra pubblica di amministrazione di spiccare il volo. Allo stesso modo, sorvoliamo sul fatto che questo modo di ragionare riprende da vicino molte delle argomentazioni dei teorici del falso mito delle “grandi dimissioni”. Concentriamoci qui sul punto politico cui evidentemente tende un intervento come questo, e cioè uno scambio fra “diritti” (con una rinuncia – certa – a diversi istituti, primo dei quali sembrerebbe dover essere addirittura il tempo indeterminato) e “salario” (e ovviamente non si parla di salario di base, ma di una – assolutamente ipotetica – “crescita salariale attraverso il merito”).

Il Ministro non prova neanche ad argomentare razionalmente la necessità (ovviamente inesistente) di tale dicotomia, ma il punto è un altro: è forse vero che i più giovani entrati in questi ultimi anni nella pubblica amministrazione sarebbero così indifferenti all’aspetto dei diritti e interessati solo alla “possibilità di carriera” all’interno della PA?

La risposta ci viene da una recente indagine fra i neoassunti nella PA svolta dal sindacato USB. L’indagine mostra come gli intervistati siano ben capaci di non cadere in questo tranello. Infatti, le risposte evidenziano una forte insoddisfazione per gli stipendi nella PA (circostanza tanto più grave per quanti dopo un concorso sono costretti a spostarsi anche di molti km per andare a vivere in città come Roma e Milano dove il costo della vita è ormai fuori controllo), ma al tempo stesso ne esce un quadro in cui proprio l’aspetto del contratto a tempo indeterminato è uno degli aspetti decisivi nella scelta di orientarsi verso un impiego pubblico; e non c’è da sorprendersi, pensando che proprio le fasce più giovani sono quelle che negli ultimi anni hanno più sperimentato sulla propria pelle la precarietà del lavoro.

Insomma, e con buona pace del Ministro, molti neoassunti sono interessati a questi lavori proprio (anche) perché riconoscono nel pubblico impiego una delle poche aree in cui la parola lavoro è ancora associata a diritti. Associazione, peraltro, che anche nel settore pubblico diventa sempre meno sicura, considerato che le ultime riforme in tema di reclutamento introdotte dal precedente Ministro Brunetta hanno causato un’espansione anche nel settore pubblico dei contratti a tempo determinato, in particolare nei concorsi per il reclutamento delle figure funzionali al PNRR, salvo poi scoprire che tali concorsi andavano frequentemente parzialmente deserti proprio a causa del tempo determinato e conseguente precarietà offerti.

Ma, tornando allo scambio indecente salario/diritti proposto dal Ministro, c’è da dire anche un’altra cosa: non solo non c’è motivo per cedere di un millimetro sul tema dei diritti, ma c’è da stare bene attenti anche sul tema del salario, e non per incrementarlo, ma semplicemente per preservare il suo valore reale.

Un recente articolo del Sole 24 Ore infatti, sulla base delle stime sull’inflazione contenute nel DEF, ha valutato in 32 miliardi le risorse necessarie per garantire il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego per il triennio 2022-2024. E questo solamente per garantire un rinnovo in base all’indice IPCA, che come abbiamo visto in passato sottostima l’inflazione reale non considerando i prezzi dell’energia. Detto questo, l’articolo continua con due considerazioni, una condivisibile e una no.

Da un lato si fa notare che, poiché nel pubblico impiego si ha la cattiva abitudine di lavorare a contratto scaduto, e il contratto (che dura tre anni) viene firmato – quando va bene – al termine del triennio di riferimento, queste risorse equivalgono almeno in parte ad un salario reale (cioè un potere di acquisto) già perso. Quanto è stato perso? Considerato che siamo a metà del triennio 2022-2024 almeno la metà dei 32 miliardi, ma probabilmente di più, considerato che il Governo nel DEF stima di aver scavallato il picco dell’inflazione, che come sappiamo ha picchiato duro in questi 18 mesi.

La seconda considerazione, inaccettabile, è quella con cui i giornalisti concludono seraficamente dicendo che 32 miliardi sono un sacco di soldi, troppi soldi, per cui è chiaro (secondo loro) che non ci potrà essere nessun adeguamento salariale sulla base di questi numeri. E questo, come sappiamo, è l’uso che ogni datore di lavoro fa dell’inflazione per ridurre il proprio costo del lavoro, a tutto vantaggio dei profitti (in caso di datore di lavoro privato) o perseguimento di una politica di austerità (per il datore di lavoro pubblico).

Insomma non solo il Governo, per voce del suo Ministro della Pubblica Amministrazione, pare deciso a incrementare la precarizzazione anche nel pubblico impiego, ma non ci sono buone notizie neanche sul fronte stipendi, considerato che dal DEF si evince chiaramente un futuro di tagli per la PA (a partire dalla sanità pubblica).

Attacco ai diritti, salari in discesa e meno servizi agli utenti: questo la pubblica amministrazione figa disegnata dal Ministro Zangrillo. Sarà una figata rispedire al mittente questo progetto.

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