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13/07/2026

Banda della Uno Bianca: i dubbi insoluti sugli omicidi in armeria portano ai Servizi?

Da ciò che riportano i quotidiani locali, ci sono alcune sostanziali novità per ciò che concerne la nuova inchiesta sulla Banda della Uno bianca così come sulla condizione detentiva dei due fratelli Savi.

Partiamo proprio da Roberto Savi, il “corto”, presunto capo del sodalizio criminale che operò tra Bologna, Romagna e Marche dal 1987 al 1994, compiendo un centinaio di azioni che portarono all’uccisione di almeno 24 persone ed al ferimento di più di un altro centinaio.

Roberto, il cui nome era di nuovo tornato nel cono di luce dei media per la sua intervista a “Belve Crime” andata in onda il 5 maggio, è stato trasferito al carcere di Ferrara dal carcere di Bollate in cui stava scontando l’ergastolo insieme al fratello Fabio, alias “il lungo”, con cui non parlerebbe da anni.

“Il corto”, nell’intervista, aveva esplicitamente fatto riferimento alla copertura da parte dei servizi che li avrebbero ingaggiati nel corso della loro già iniziata attività di rapinatori, con annesse notevoli disponibilità di denaro e basi all’estero.

Si deve ricordare che dopo l’arresto, il comportamento del presunto capo della Banda è stato caratterizzato dall’alternarsi di dichiarazioni e ritrattazioni, per poi tornare al silenzio.

Anche questa volta, Roberto Savi ha scelto di parlare “ad uso di telecamere” per poi tacere di fronte ai magistrati che l’hanno interrogato in carcere, forse incentivato dalla notizia resa pubblica poco dopo la sua intervista – ma relativa ad alcuni mesi prima – del misterioso suicidio di Pietro Gugliotta, altro membro della Banda che aveva da tempo scontato la sua pena, ritrovato morto nel paese in Friuli dove viveva, pochi giorni dopo avere comunicato alla sua legale la propria urgenza di parlarle di persona.

Lo spostamento del “corto” è avvenuto su richiesta della Procura, di cui i PM Lucia Russo e Andrea Feis hanno in mano la nuova inchiesta avviata nel 2024 grazie all’esposto degli avvocati dell’associazione dei familiari vittime della Banda, Alessandro Gamberini e Luca Moser.

Anche Fabio Savi potrebbe essere spostato dal carcere di Bollate, mentre il terzo fratello della Banda sta scontando la pena detentiva a Padova, dove di giorno si reca al lavoro.

“Il lungo”, anche lui intervistato in una trasmissione andata in onda su Rete 4 alcuni giorni dopo, ha smentito seccamente le dichiarazioni del fratello, per poi, l’11 giugno, di fronte ai PM – tra cui il Procuratore Capo Paolo Guido – rispondere per qualche ora ad alcune domande. Sulle risposte date da Fabio Savi non è trapelata finora nessuna indiscrezione.

Le novità più rilevanti vengono però da un altro teste, testimone del duplice omicidio commesso dalla Banda il 2 maggio del 1991, all’armeria di via Volturno a Bologna, in cui perirono la proprietaria Lucia Ansaloni ed il suo assistente, Pietro Capolungo, un ex carabiniere in pensione che faceva da commesso.

Ricostruiamo i fatti e l’incredibile incapacità delle forze dell’ordine di fare 2+2.

Un’azione criminale operata in pieno centro a Bologna, a volto scoperto, con un flusso costante di clienti, che valse come “bottino” il furto di due pistole Beretta 9×21. Un risultato piuttosto risibile, se non ci fossero stati due morti di mezzo, considerando l’arsenale di cui già disponeva la Banda.

La dinamica è resa ancora più strana per due circostanze verificate.

Roberto Savi risulterà essere cliente abituale dell’armeria che lo riforniva di armi e proiettili, quindi ben conosciuto dalle vittime della progettata rapina.

Dei due killer che si sono recati la mattina in armeria attendono il rientro di Capolungo – in commissariato per sbrigare alcune pratiche – uno si piazza al bancone guardando le pistole, l’altro alla porta. Quando Capolungo rientra sembra che gli sparino inserendo il caricatore nella pistola che stavano visionando – ma successive perizie balistiche escludono tale ipotesi – per poi freddare anche la proprietaria.

Le motivazioni additate dai Savi in sede processuale, cioè il furto, stridono sia con l’assoluta inutilità di procurarsi altre due pistole uccidendo due persone, sia per la dinamica.

Paolo Soglia, infatti, nell’11 capitolo di Uno Bianca Reloaded si chiede giustamente: “E se l’obiettivo invece fosse stato quello di togliere di mezzo un testimone scomodo, tipo il Capolungo, che forse aveva intuito qualcosa e poteva parlare? È possibile, ma perché ucciderlo in una situazione così rischiosa?”.

A rendere più inquietante la vicenda per la cecità di chi ha condotto le indagini ci sono altri tre particolari.

Il primo è che il marito e comproprietario dell’armeria, Luciano Verlicchi, sentito per circa un mese tutti i giorni, ad un certo punto riferisce testualmente al Dottor Buono la frase: “Questo somiglia ad uno dei vostri”, vedendo l’identikit fatto raccogliendo le indicazioni di un cliente che era entrato in armeria e di una passante che aveva visto il killer subito dopo gli spari.

Luciano Verlicchi, vedovo della Ansaloni, ne è sicuro perché proprio ad un poliziotto della questura di Bologna, aveva venduto un’arma poco comune, una Smith and Wesson 44 Magnum.

Se si confronta poi l’identikit con la foto di Roberto Savi, si nota che sono praticamente sovrapponibili.

Al dottor Buono probabilmente “non si è accesa una scintilla” come ebbe a dichiarare dopo l’arresto dei Savi a Radio Città del Capo, l’ormai chiusa emittente radiofonica bolognese che si occupò costantemente delle vicende della Banda.

Il secondo particolare, che in qualche misura avvalora la tesi dell’“assassino che torna sempre sul luogo del delitto”, è il fatto che Roberto Savi si ripresenterà in divisa davanti all’armeria assieme ai suoi colleghi e verrà ripreso dalle telecamere della Rai regionale.

Un frammento che si vede, tra l’altro, anche nella puntata della serie Rai Blu Notte dedicata alla Banda da Carlo Lucarelli.

Altro particolare è il fatto che Roberto Savi possiede non uno, ma ben due AR70, lo stesso tipo di fucile che ha sparato in diverse stragi, tra cui quella del Pilastro avvenuta nel gennaio dello stesso anno.

Paradossalmente era stato un altro poliziotto ai vertici della Questura di Bologna ad aver chiesto proprio a Savi di portare quel fucile ai colleghi per fare i confronti, e lui porterà naturalmente quello “pulito”, acquistato dopo avere utilizzato l’altro in suo possesso.

Il terzo particolare è il fatto che mentre l’identikit di uno dei due killer è la copia di Roberto Savi, l’altro fornito dai testimoni è diversissimo da quello di Fabio, che pure si è attribuito l’omicidio come “reo confesso”, ma la cui testimonianza risulta piuttosto strampalata, con una ricostruzione della dinamica che fa acqua da tutte le parti.

In sede giudiziaria i due “super-testi” che videro gli assassini in faccia furono Sergio Tugnoli, cliente dell’armeria, e Maria Cristina Erede. Il primo è tanto sicuro negli interrogatori, quanto confuso e smemorato al processo del ’96, quanto è invece più lineare la seconda, allora studentessa a Bologna, che non riconosce affatto Fabio Savi come il secondo uomo.

Ci sono insomma più che solide ragioni per supporre che il “secondo uomo” non fosse Fabio Savi, e che il movente del delitto non fosse quello del furto di due pistole per un’armeria che, è bene ricordarlo, era l’unica che vendeva a Bologna proiettili calibro 222. I Savi si rifornivano lì, comprandone molte, per rimpiazzare quelli sparati con il fucile AR70 di Roberto e con il SIG di Fabio.

Ci siamo concentrati su questi aspetti, proprio perché i quotidiani sembrano non volerli riprendere, concentrandosi su altre novità, comunque importanti, di cui pure tratteremo. Ma qui dobbiamo riportare un altro fatto che potrebbe collegarsi alle nuove scoperte, bellamente ignorato fino ad oggi dalla stampa.

Il 4 maggio 1991, 2 giorni dopo il duplice omicidio all’armeria, la redazione dell’Ansa di Bologna riceve una telefonata. L’anonimo telefonista dall’accento tedesco dice le seguenti parole: “Questo è il comunicato numero 5. Anche se ne accusiamo la paternità, l’azione messa in atto in via Volturno deve essere intesa in senso che non rientra nella strategia sociale, politica e militare che la nostra organizzazione persegue. Bensì come un fatto che fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione a evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei meccanismi della Falange”.

Chi parla dice di far parte della Falange Armata, a cui rimandiamo per la storia e gli intrecci con la Banda della uno bianca al dossier La uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione.

Quella “smagliatura” è probabilmente qualcosa in grado di rompere la segretezza con cui stava operando, e a cui bisognava rimediare tappando qualche bocca con ogni mezzo.

Le novità riguardano i pedinamenti “non autorizzati” di uno dei testimoni, un militare dell’Arma, ora in pensione, che corrisponderebbe all’identikit dell’uomo dei Servizi che un nuovo “super-teste” – allora poliziotto alla questura di Bologna – avrebbe incontrato in un ufficio di copertura dei Servizi (la Gattel Srl) a Porta Lame, portato lì da Roberto Savi e Pietro Gugliotta nel 1990 per essere reclutato.

«Fu quell’uomo a pedinarmi nel 1991. È lui, ne sono sicuro». Il testimone non ha dubbi e assicura di essere in grado di riconoscere il carabiniere – allora in servizio e oggi in pensione – che lo pedinò, assieme a un altro soggetto mai identificato, pochi giorni dopo il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno, riporta La Repubblica del 10 luglio.

Il testimone che si è fatto avanti, secondo il quotidiano, ricorda bene quei giorni, e quel carabiniere «che incrociò prima in modalità ravvicinata» e al quale «chiese spiegazioni del pedinamento» e che incontrò di nuovo, «pochissimi giorni dopo», all’interno della Caserma dei carabinieri di via dei Bersaglieri.

La stessa caserma, peraltro, dove aveva prestato servizio proprio Pietro Capolungo, ucciso nell’armeria. Di recente, il testimone ha riferito che ritiene possibile che un’altra persona residente a Imola e nota in città come ex appartenente all’Arma, fosse la stessa che lo pedinò all’epoca.

I legali dei familiari delle vittime hanno recuperato anche la foto di questa persona: e il testimone «oggi non manifesta alcun dubbio sull’affermare che la foto corrisponde perfettamente al carabiniere che lo pedinò nel 1991, ovviamente con alcune modifiche del volto derivanti dall’invecchiamento».

Peraltro – proseguono nella nuova istanza – all’epoca il testimone sentiva di poter essere oggetto di minacce alla propria vita e quindi ricorda bene quei fatti e quei volti ed è pertanto, per questi motivi, da ritenersi attendibile.

Insomma, il comunicato della Falange potrebbe essere non solo una rivendicazione del duplice omicidio – fornendo le presunte ragioni di sicurezza organizzativa affinché continuasse ad essere impenetrabile – ma una precisa indicazione per impedire che qualcuno fornisse elementi utili.

Era forse anche un messaggio rivolto a chi poi pedinò il testimone e magari in parte a coloro che avrebbero dovuto fare 2+2, grazie alle testimonianze e alla lista di armi e proiettili venduti ai clienti dell’armeria da cui si rifornivano i Savi? 

A cercare di comporre il quadro, fornendo eventuali piste interpretative, saranno gli inquirenti ed il Copasir, se svolgeranno fino in fondo il loro lavoro.

Per fare un po’ di luce, da parte nostra, mettiamo a disposizione altri due elementi che andrebbero approfonditi.

Il primo, di cui i giornali sembrano scordarsi, è il ritrovamento a febbraio di quest’anno di una vera e propria Santabarbara – 300 “pezzi” circa – con tanto di materiale bellico in una zona residenziale vicino ai Giardini Margherita, nella casa dell’ottantacinquenne Corrado Pizzoli, ossia colui che acquistò l’armeria ad una cifra irrisoria per l’epoca, dopo il duplice omicidio.

Pizzoli, tra l’altro, conosceva il proprietario della villa a San Lazzaro, dove c’era un poligono abusivo in cui sparavano i fratelli Savi.

Si tratta di Villa Paglia, oggi Villa Scornetta, proprietà ai tempi di Lucio Paglia, che fino al 1982 era proprietario proprio dell’armeria di via Volturno e di cui era stato cliente anche Paolo Bellini, poi condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Sulle intricate vicende di quel poligono abusivo rimandiamo all’inchiesta di Gigi Marcucci: “Strage del 2 agosto e omicidi della Uno bianca: il poligono dei destini incrociati”, che riporta, anche in questo caso, la mancata verifica di alcune piste investigative che avrebbero potuto portare all’individuazione dei membri della Banda dell’Uno Bianca, per una sorta di ostruzionismo anche di figure ai vertici dei Servizi (in questo caso il Sismi).

Riportiamo ciò che si legge nell’esposto dei familiari delle vittime, depositato in Procura dall’avvocato Alessandro Gamberini:
“Nella prima circostanza, il Mariani – unitamente al figlio Davide, al socio Paolo Monti, a un amico, tale Paolo Accorsi – aveva avuto accesso a un poligono abusivo attrezzato nella cantina della villa ove, nella circostanza, spararono alcuni colpi con l’arma legalmente detenuta dal Monti. In quell’occasione, Mariani affermò d’aver ricevuto come confidenza da Edoardo Paglia che presso quel poligono si esercitavano al tiro poliziotti della Questura di Bologna, della Criminalpol e dei Servizi Segreti.
Prima di lasciare il poligono, il figlio Davide Mariani raccolse dei bossoli, probabilmente di un’arma lunga descritta come un ‘7,62 Nato’, che aveva utilizzato nel corso del servizio militare. Descrisse le dimensioni delle munizioni, ricordandole più grandi di una cal. 9, e con la scritta Winchester (i bossoli ritrovati nel poligono potrebbero essere proprio i 222 utilizzati dall’AR70 o del SIG a disposizione dei Savi.”
È forse negli strani incroci ed incontri che avvenivano in quel poligono che bisogna cercare il movente del doppio omicidio in via Volturno?

Se non era Fabio Savi, uno dei due killer, chi potrebbe essere l’altro membro finora sconosciuto della Banda che sparò in armeria?

*Vedi le altre puntate dell’inchiesta

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca – Contropiano

La Banda della Uno bianca, in odor di “servizi” – Contropiano

Banda della Uno Bianca: chi ha paura della verità? – Contropiano

Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna” – Contropiano

La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità – Contropiano

Banda della Uno bianca: la verità in piazza – Contropiano

Fonte

31/05/2026

La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità

Giovedì, a Bologna, la redazione di Contropiano ha organizzato in Piazza Maggiore un incontro pubblico per riprendere in mano una battaglia di verità sulla famigerata Banda dell’Uno bianca che seminò di sangue quel territorio negli anni Novanta.

Il botta e risposta dei fratelli Savi (Roberto e Fabio) attraverso due interviste televisive rispettivamente a Belve Crime – andata in onda su Rai2 il 5 maggio – ed il 29 maggio a Quarto Grado su Rete4, se ha rimesso al centro del cono di luce dei media le vicende legate alla cosiddetta Banda della Uno bianca, rischia di “inquinare” il dibattito proprio nel momento in cui sono state riaperte le indagini sulla lunga scia di sangue che dal 1987 al 1994 ha letteralmente sconvolto prevalentemente Bologna e la Romagna.

Almeno 24 omicidi, più di 100 feriti, oltre 100 azioni criminali è il bilancio di una storia fatta di delitti sproporzionati rispetto all’incasso di magri bottini difficilmente spiegabili all’interno dei perimetri della criminalità comune.

La finalità delle parole dei due killer, con le ampie anticipazioni della stampa a fare una sorta di “effetto lancio”, rimangono oscure e sembrano orientate più ad una logica di scambio e lancio di messaggi ad uso interno a quegli ambienti dove vige la regola del silenzio e del ricatto, ambienti che sono l’humus in cui sono cresciuti i protagonisti della strategia della tensione: gli ultimi depositari di una verità storica che potrebbero portarsi nella tomba.

Una strategia in cui probabilmente va inserita “l’operazione Banda della Uno bianca” e che in Italia si è protratta con modus operandi differenti fino alla prima metà degli anni Novanta con il crepuscolo della Prima Repubblica, quella che la Falange Armata in uno suo comunicato affermava essere: “stato di equilibrio politico basato con demagogia di contrabbando sulla ipocrita, famelica e corrotta ricerca del consenso straccione”.

Da quando sono state riaperte le indagini, grazie all’opera meritoria in primis dei legali dell’associazione delle vittime della Banda dell’Uno bianca, al di là delle sparate dei Savi ad uso di telecamera dal carcere di Bollate in cui scontano l’ergastolo, vi sono in particolare due fatti di cronaca di una certa rilevanza.

Il primo è l’arresto a febbraio di Corrado Pizzoli, colui che aveva rilevato l’armeria di via Volturno in pieno centro di Bologna, dove il 2 maggio del 1991 si compì una vera e propria strage per opera della banda. Pizzoli, 85 anni, deteneva una vera e propria Santa Barbara con tanto di granate, tritolo e armi da guerra non registrate nel proprio appartamento in via Tinozzi, una zona residenziale a pochi passi dai giardini Margherita.

Il secondo fatto di cronaca è l’inspiegabile “suicidio” di Pietro Gugliotta che da anni aveva finito di scontare la propria pena per i fatti legati alla Banda e che, sembra per voce del suo avvocato, fosse intenzionato a parlare con urgenza pochi giorni prima di togliersi la vita.

Ciò che rende il “suicidio” di Gugliotta ancora più inquietante è che la notizia si è saputa solo qualche giorno dalla prima intervista di Savi, nonostante fosse avvenuto a gennaio e nessuno si fosse sentito in dovere di comunicarlo.

Per i legali dell’associazione dei familiari delle vittime “è incredibile che la Procura di Bologna sia stata informata dopo mesi del suicidio di Pietro Gugliotta” e l’avvocato Alessandro Gamberini non fa mistero delle sue “perplessità” su quanto avvenuto.
E aggiunge: “si sta riproponendo la storia della Uno Bianca”, e più esplicitamente “lo stesso clima di quando le polizie giudiziarie e le diverse procure non si parlavano tra di loro”. Tra il 1987 e il 1994, “questi difetti di comunicazione impedirono agli investigatori di svolgere le indagini in maniera sistematica, e fu la fortuna della banda”.
E se anche la Procura può “non avere colto la portata dell’evento”, è comunque grave che i carabinieri, che sicuramente hanno informato la loro scala gerarchica, non abbiano informato i colleghi di Bologna.

Un fatto abbastanza strano, che ricorda il periodo in cui nonostante l’alto tributo di sangue dell’Arma, con 9 morti e svariati feriti in quegli anni, a Bologna i Carabinieri non sentirono la necessità di stendere alcun rapporto da inviare a Roma.

È il secondo suicidio piuttosto “strano” dopo quello dell’agente Claudio Bravi in forza alla Questura di Bologna, avvenuto il 29 marzo del 1989, che potrebbe essere collegato alle vicende della Banda, e su cui rimandiamo alla terza puntata dell’ottima serie podcast prodotti da Paolo Soglia “Uno Bianca Reloaded”.

Se consideriamo questi eventi di cronaca e il fatto che le indagini sembra che finalmente vogliano andare più a fondo di quanto fatto finora, allora forse le parole dei Savi assumono un’altra veste: inquinano piuttosto che chiarire, elidendosi nello scontro verbale tra fratelli-coltelli.

Anche il giornalismo d’inchiesta sta svolgendo una funzione tutt’altro che secondaria.

Non possiamo non citare due recenti inchieste giornalistiche che in parte hanno trattato delle vicende della Banda.

La prima è la trasmissione in diretta di Fanpage “Confidential” di Francesco Piccinini con la presenza dell’ex-parà della Folgore Fabio Piselli, il quale fornisce una testimonianza importante in grado di far comprendere la possibile evoluzione operativa di alcuni apparati filo-atlantici ed il loro bacino di reclutamento dalla seconda metà degli anni Ottanta, e di cui consigliamo vivamente la visione.

In trasmissione, Piselli, era affiancato dal magistrato Antonio Spinosa e dal criminologo Federico Carbone.

L’altra è la prima parte della recente inchiesta di report “Le piste nere”, a cui rimandiamo e che sembra avvalorare appieno le domande di fondo poste nel dossier pubblicato dalla Rete dei Comunisti: “La Uno bianca e altre storie. Nell’Ultima fase della strategia della tensione”, insieme a fornire particolari importanti rispetto alle guerre ai vertici dell’Arma dei Carabinieri riguardo alla vicenda.

Speriamo che le inchieste giudiziarie possano colmare almeno in parte quei vuoti evidenti sulla reale composizione numerica della Banda – 6 membri di cui 5 poliziotti, o almeno “ufficialmente” poliziotti, ma almeno 3 in più sembrano confermare le indagini stando alle indiscrezioni giornalistiche – e far luce più nello specifico rispetto ad alcuni episodi su cui sarebbe stato necessario scavare ma che – una volta terminati i processi nei vari gradi di giudizio – come tutta la serie di vicende a cui è legata sono state frettolosamente archiviate come risolte, senza che ci si interrogasse a sufficienza e venisse trasmessa una memoria adeguata di quegli anni terribili.

Siamo convinti che una lettura più puntuale di quei fenomeni potrebbe contribuire a spiegare meglio quel tornante politico dalla Prima alla Seconda Repubblica, fare luce sulla funzione che ebbe quella parte di Stato profondo più incline a seguire i desiderata di Washington, che ruolo giocarono i protagonisti dell’eversione nera che da metà Anni sessanta sono protagonisti delle vicende politiche italiane, quali furono i limiti della magistratura che sposò strampalate piste investigative credendo a chi depistava serialmente le indagini anziché seguire ipotesi proposte da esponenti politici autorevoli come Libero Gualtieri.

Riportiamo le parole di Libero Gualtieri del 31 gennaio 1995 in una seduta di una Commissione parlamentare d’inchiesta, in cui spiega cosa disse ad un convegno a Bologna del giugno 1991:
“Spiegai allora che fatti analoghi erano accaduti in Belgio alcuni anni prima, quando la banda del Brabante, con una macchina simile, una specie di uno nera, rapinò e uccise una trentina di persone”, 28 omicidi e 40 feriti, per la precisione. “Si scoprì poi che erano appartenenti alle forze di polizia. Il giorno dopo la falange armata minacciò questi che avevano parlato al convegno”.
Ancora oggi la verità giudiziaria sulla Banda del Brabante, che ha agito nella prima metà degli anni Ottanta, non è giunta purtroppo ad alcunché, e si sono riaperte le indagini nel 2025.

Rimane poi da indagare come si comportarono nei confronti della Banda della Uno bianca le maggiori testate giornaliste ed i media in genere pronte a sposare la tesi del “regolamento di conti criminale” o “l’esclusione del movente razziale” quando venivano colpiti membri della comunità Romaní con due assalti ai cosiddetti “campi nomadi” o cittadini di origine straniera. Media pronti ad incriminare la malavita comune con un tocco di razzismo anti-meridionale, o a criminalizzare interi quartieri – come il Pilastro – ed i ceti popolari che li abitavano.

Lo diciamo, in maniera abbastanza provocatoria, ma alla fine l’ultima fase della strategia della tensione, almeno per quanto riguarda la Banda della Uno bianca, risultò vincitrice nella sua capacità di seminare il terrore, modificare i comportamenti di massa, e porre la questione della sicurezza e dell’ordine pubblico in maniera sempre più reazionaria, facendo sì che questa richiesta venisse capitalizzata da alcune forze politiche della destra che ereditarono i temi propugnati dalla maggioranza silenziosa degli anni Settanta.

Non ultimo, la Banda inaugurò la pratica della strage razziale nel nostro paese, sdoganando il suprematismo bianco “armato” che vedrà prodursi una serie di episodi, anche quelli presto rimossi per ciò che concerne la riflessione pubblica, come la strage di piazza Dalmazia a Firenze del 13 dicembre del 2011 da parte del neo-fascista Gianluca Casseri (2 morti ed un ferito grave) e la tentata strage di Macerata (6 feriti) da parte di Luca Trani del 3 febbraio del 2018.

Per questo come Redazione di Bologna continueremo a contribuire ad un’opera di sensibilizzazione che dopo la riuscita iniziativa in piazza Maggiore del 28 maggio vada in quei luoghi colpiti dal terrorismo della Banda della Uno bianca e per la prima volta ne parli pubblicamente, o riprenda a parlarle chiedendo verità e giustizia per una ferita che non si è mai rimarginata.

Sull’argomento vedi anche:

La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità – Contropiano

La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità” – Contropiano

La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione – Contropiano

Fonte