Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2020

Quel pericoloso disinteresse per i conflitti di interesse

Mi pare che non fosse il caso di candidare a presidente di una regione un uomo politico che aveva portato all’estero soldi per evadere il fisco.

Li ha “scudati” è vero, ma poi ha usato un conto in Svizzera per dare soldi all’impresa di cui la moglie detiene una quota azionaria, in una vicenda della quale tutto si può dire tranne che sia stata trasparente.

Il che dimostra che lui non è uno che si comporta secondo le regole che la carica che ha assunto gli impone di rispettare e far rispettare.

Diciamo che ha sviluppato un’attitudine a una certa disinvoltura nei comportamenti che poi è venuta alla luce nell’affaire dei camici.

La magistratura sta indagando, per il momento i reati sono ipotesi, ma il conflitto tra ruoli istituzionali e comportamenti individuali è acclarato.

Il sistema politico deve agire e reagire: il presidente Fontana rassegni le sue dimissioni.

Il portavoce del capo del Governo è incappato in un grave incidente di percorso personale: il suo compagno ha contratto un ingente debito bancario attraverso attività di trading online. Quando uno è fortemente indebitato è altrettanto fortemente ricattabile.

Dal momento che convive con il portavoce del capo del governo può venire a conoscenza di notizie sensibili per la sicurezza economica e militare del paese.

C’è forte il rischio che dal trading online si scivoli nell’inside trading?

Al momento non c’è una ipotesi investigativa, ma emerge una questione di opportunità istituzionale: Rocco Casalino deve rassegnare le sue dimissioni da portavoce, perché il suo ruolo è entrato in conflitto con la sua vita privata.

Quelli che qui sono stati sommariamente descritti sono fatti di natura diversa, ma hanno in comune due elementi: il denaro e il ruolo pubblico. Quando questi due elementi entrano in conflitto tra loro, la correttezza istituzionale impone il passo indietro dei politici coinvolti.

Non ci sono alternative in una democrazia compiuta. Che vieta il disinteresse per i conflitti di interesse, di qualsivoglia natura siano.

Fonte

17/12/2018

Il Fantasma del Cazzaro passato

”La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi – Silvio Berlusconi, discorso della ”discesa in campo”, 1994 

“That is not dead which can eternal lie“ – Non è morto ciò che può mentire in eterno – H. P. Lovecraft

Periodicamente, Silvio Berlusconi viene dato per politicamente morto.

La prima volta fu nel 1994, pochi mesi dopo la sua prima vittoria elettorale, quando Bossi tolse la fiducia al loro governo, col famigerato Ribaltone.

D’Alema s’illuse, e chiamò la Lega “Una costola della sinistra”. Dopo la sconfitta del 1996, Bossi la riportò all’ovile berlusconiano.

Durante gli anni successivi, i governi dell’Ulivo si occuparono di favorire economicamente le aziende di Berlusconi, e spianare politicamente la strada al suo ritorno, nel 2001.

Alla fine del 2010, dopo un decennio quasi ininterrotto di berlusconismo circense, Gianfranco Fini cercò incautamente di fare le scarpe al Re Sòla, che appariva indebolito dagli scandali.

In testa a tutti i sondaggi, allora Fini era considerato L’Uomo del Destino. Anche nel centrosinistra molti lo preferivano ai loro stessi leader.

Berlusconi però riuscì a rimanere al governo comprandosi una manciata di senatori sfusi.

Poi coi suoi media si divertì a distruggere completamente Fini.

Dopo la crisi dello spread del 2011, e la condanna per frode fiscale del 2013, quasi tutti si convinsero che fosse la volta buona, che il giovane rampante Matteo Renzi avrebbe svuotato Forza Italia e rottamato Berlusconi, portandogli via tutto l’elettorato.

Renzi fallì miseramente in questo obiettivo, come in tutti gli altri.

Adesso tocca al giovane rampante Matteo Salvini.

Periodicamente Silvio Berlusconi viene dato per politicamente morto.

I primi che lo hanno fatto sono fisicamente morti da almeno un decennio.

E se questa fosse veramente la volta buona?

Gli esseri umani non sono eterni.

Berlusconi però non è un essere umano, è un logo, come Walt Disney. E ha fatto dell’Italia la sua Disneyland. Con le topoline al posto di Topolino.

In quest’impero di cartapesta e di promesse farlocche, questo Cirque du Sòla d’impresari cazzari e pagliacci sinistri, domatori di pulci e giocolieri incapaci, noi siamo ancora prigionieri, a prescindere dalla sopravvivenza politica o fisica di Berlusconi.

Questo grottesco sub-universo ha comunque il suo marchio.

“Meno tasse per tutti”.

“Un milione di posti di lavoro”.

“Un nuovo Miracolo Italiano”.

Come Matteo Renzi, anche Matteo Salvini viene dai telequiz Mediaset, ed è stato portato al successo dall’occupazione bulimica di tutti i talk show.

Rocco Casalino, onnipresente PR e media manager del Movimento 5 Stelle, viene dal Grande Fratello, e ne incarna completamente la logica.

Antonio Ricci di Striscia la Notizia è stato il primo autore di Grillo.

La vittoria elettorale Grilloverde nasce anche (e al Nord soprattutto) dagli Allarmi Immigrazione e dalle Emergenze Criminalità di TG4 e Studio Aperto. E dalle inchieste delle Iene, che oggi non a caso gli si ritorcono contro.

Come Jory di Ubik, Berlusconi è il demiurgo non-morto d’un universo che cade a pezzi nel quale siamo ancora prigionieri, perché quelle che ci vengono spacciate per vie d’uscita, e che così tanti imboccano, sono in realtà solo porte girevoli che riportano dentro.

A Silvioland.

Fonte

26/09/2018

Il Governo nel confessionale: sacrificare i tecnici per salvare l’austerità

Si discute molto, in queste ore, di alcune dichiarazioni del portavoce di Palazzo Chigi, Rocco Casalino. In buona sostanza Casalino sostiene che qualora il Governo non riuscisse a reperire le risorse necessarie a finanziare il “reddito di cittadinanza”, ciò deriverebbe principalmente dall’ostruzionismo dell’alta burocrazia ministeriale – ed in particolare dei tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) che lavorano concretamente alla stesura della legge finanziaria. Stando a quanto dice Casalino, ci sarebbe tutto lo spazio per finanziare le promesse elettorali dei giallo-verdi, ma un manipolo di dirigenti pubblici ostili al Governo starebbe alacremente lavorando affinché queste risorse restino nascoste nei meandri del Bilancio dello Stato, tra migliaia di complicate tabelle di cui solo questa casta di burocrati conosce i segreti.

Questa vicenda colorita – Casalino evoca i “coltelli” per “far fuori tutti questi pezzi di merda del MEF” – ha molti livelli di lettura, più o meno rilevanti, tra i quali emergono due aspetti politici salienti utili a gettare luce sull’operato di questo governo.

La denuncia di Casalino non è affatto campata per aria. Dopo venticinque anni di alternanza tra centrodestra e centrosinistra al governo, si è formata in seno al Ministero dell’Economia una classe dirigente assolutamente organica ai principali partiti sconfitti nelle elezioni dello scorso marzo. I posti chiave della struttura amministrativa sono effettivamente presidiati da nemici giurati del Movimento Cinque Stelle, personaggi come il Ragioniere Generale dello Stato Daniele Franco, che controlla tutti i dossier di spesa del Governo e sembra rispondere più ai diktat della Banca d’Italia – da cui proviene – che non alle richieste dell’esecutivo di cui dovrebbe essere un braccio operativo. Ricordiamo tutti il caso clamoroso del Decreto Dignità, osteggiato da Confindustria ed uscito dalla Ragioneria con una tabella che calcolava impatti disastrosi del provvedimento sull’economia. Chi critica Casalino appellandosi ad una presunta neutralità dei tecnici ministeriali, dunque, vuole nascondere i legami che inevitabilmente sussistono tra politica e burocrazia, legami che vengono a galla proprio ora perché una nuova maggioranza politica si scontra con gli apparati statali maturati dalla metà degli anni Novanta al 4 marzo 2018. Ma quale è la natura di questo scontro? Seguendo il teorema di Casalino, possiamo davvero imputare alla resistenza dei tecnici l’impossibilità di varare misure espansive?

Soffermiamoci per un istante sui compiti della burocrazia ministeriale. Una volta ricevuto l’input politico, gli apparati amministrativi devono redigere la documentazione tecnica e legislativa corrispondente al provvedimento da adottare. Se per esempio il Governo vuole costruire un ponte, i tecnici dovranno stimarne i costi e predisporre le gare d’appalto necessarie alla realizzazione dell’opera; dovranno poi individuare le coperture per quella nuova spesa rintracciandole tra le entrate fiscali presunte oppure individuando voci di bilancio che contengano risorse eccedenti gli impegni, in modo da trasferire quell’eccedenza al nuovo progetto. Insomma, la burocrazia svolge un delicato compito di affinamento dei conti che si basa su stime, calcoli e ipotesi di lavoro – tutte elaborazioni che possono condurre a risultati leggermente diversi, rendendo l’operato del Governo più o meno agevole. Tuttavia, la definizione dei dettagli operativi non può certo modificare l’ordine di grandezza dei provvedimenti emanati dal Governo: i tecnici possono favorire o rendere più complessa la quadratura dei conti, ma l’entità della manovra finanziaria riflette solo ed unicamente una volontà politica.

E veniamo all’aspetto principale della vicenda, rigorosamente taciuto nel fuoco di critiche alzato in questi giorni da politici e media liberisti, che deve essere rintracciato nel contesto generale implicito nella narrazione di Casalino. Il portavoce del Governo, infatti, non menziona alcun particolare vincolo alla spesa pubblica, e l’unico ostacolo alla realizzazione del programma sarebbe rappresentato da agenti dell’opposizione – capaci di occultare nel Bilancio risorse altrimenti spendibili liberamente. Ci si dimentica dell’elefante nella stanza: la principale difficoltà di qualsiasi governo europeo è oggi rappresentata dai vincoli alla spesa pubblica imposti dai Trattati. È l’azione di questi vincoli che costringe i governi alla spasmodica ricerca delle coperture per ogni tipo di spesa: se la spesa in deficit è sostanzialmente vietata, con pochi margini di flessibilità, ciò significa che per ogni maggiore spesa bisogna individuare maggiori entrate o ridurre altre voci di spesa, in modo da trovare le corrispondenti risorse. Nello schema dell’austerità la quadratura dei conti è tutto, ma l’accettazione di quello schema è una scelta politica. Vuoi realizzare il reddito di cittadinanza? Devi aumentare le tasse sui lavoratori. Vuoi tagliare le tasse alle imprese? Devi tagliare le pensioni. È la ferrea legge del pareggio di bilancio imposta dall’Europa. Il rispetto di questa legge deriva da una scelta di campo, la scelta di compatibilità con la governance europea. Solo dopo che si sono accettati quei vincoli ci si trova in balia della burocrazia del MEF, perché il rispetto dei parametri di deficit e debito dipende da virgole, da minuzie contabili, da dettagli che sono effettivamente in mano a poche figure chiave dell’amministrazione.

Possiamo quindi concludere che il potere della burocrazia si esprime nel controllo delle scarse risorse lasciate in gestione ai governi nazionali, ma quella scarsità è determinata altrove: le risorse per la crescita e l’occupazione ce le nega l’Europa dell’austerità, non un manipolo di tecnici ministeriali.

Quando Casalino rivolge i coltelli verso il nemico interno ci rivela una scelta strategica precisa: non vi è alcuna volontà politica di rottura verso l’alto, ovvero verso l’Europa ed i suoi vincoli. Questo punto è fondamentale per inquadrare l’operato del Governo di cui Casalino è il portavoce. Al di là dei proclami bellicosi, il governo giallo-verde mette in chiaro per l’ennesima volta che non è disposto a forzare la gabbia che l’Europa ha costruito intorno al nostro Paese: i limiti alla spesa pubblica saranno religiosamente rispettati, e la colpa di una (sempre più probabile) insufficienza di risorse verrà imputata a singoli untori. Casalino si lascia sfuggire una confessione, lamentandosi del fatto che “una manovra da 20 miliardi la fa qualsiasi governo, mica stiamo parlando di 100 miliardi”. Ecco, in queste cifre c’è tutta l’ipocrisia di un Governo che ha raccolto la rabbia sociale degli sconfitti della globalizzazione solo per riportarla nel vicolo cieco dell’austerità. Confessano di voler fare come “qualsiasi governo”, la solita manovra fiscale lacrime e sangue, con buona pace del cambiamento tanto sbandierato – e si lamentano perché i tecnici ministeriali gli fanno fare brutta figura a Bruxelles. Quella tra Governo e alta burocrazia è una guerra tra bande che vogliono accreditarsi presso le istituzioni europee per gestire il progetto neoliberista dell’austerità in Italia: i giallo-verdi vorrebbero godere di una qualche flessibilità di manovra in più, del tipo di quella che consentì a Renzi di elargire i suoi 80 euro, ed i tecnici – legati alla vecchia maggioranza – non hanno alcuna intenzione di concedergli un simile spazio di manovra.

Nessun progresso potrà essere conseguito all’interno dei paletti fissati dall’Europa. Le minacce di Casalino ai burocrati infedeli ci permettono di capire che la priorità di questo Governo è la medesima dei governi precedenti: far quadrare i conti, rispettare i vincoli europei, amministrare l’austerità che sta condannando un’intera generazione alla precarietà e alla povertà.

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22/03/2018

Colloqui a 5 Stelle per l’ufficio stampa: metodo da rivedere, ma è lavoro vero

Nel teso clima post voto, è balzato agli onori delle cronache il “bando di concorso” che il Movimento 5 Stelle ha pubblicizzato: “cercasi addetti stampa per Camera e Senato”.

Le elezioni del 4 marzo hanno premiato il Movimento 5 Stelle con una percentuale, il 33%, che ha quasi triplicato il numero dei parlamentari.

Logico che sia necessario incrementare il numero di chi dovrà, nel corso della legislatura, aiutare deputati e senatori a comunicare il loro lavoro.

I tempi d’altronde sono stretti, e la soluzione trovata è quella di una sorta di maxi colloquio per il quale si presentano quasi duemila candidati.

Partiamo subito da quella che, per noi, è la notizia più importante: si apre la possibilità di assunzione per qualche decina di giornalista, categoria che – a parte la ristretta élite dei supertutelati – è tra le più colpite da precariato e crisi.

Un colloquio di lavoro a cui si accede presentando curriculum (cartaceo e video) e un comunicato stampa di “prova” è merce rara, di questi tempi.

Chi scrive, ad esempio, in passato ne ha mandati decine, sia di curriculum che di richieste: le risposte? Diciamo un 20% – ad essere generosi – rispetto al numero di mail inviate.

Qui, la risposta è arrivata; per tutti.

Una esperienza in controtendenza per molti candidati: sia per i più giovani, che magari hanno iniziato da pochi anni ad assaggiare questo amarissimo mondo del lavoro, sia per i più anziani (il bando era riservato al massimo ai 45enni), che magari si ritrovano a dover gestire un presente da precario o da free lance “per forza”, dopo magari aver conosciuti anni di professione più stabili e tranquilli.

Certo, una selezione così ampia e aperta unita alla necessità di allestire uno staff in breve tempo, porta con sé alcune inevitabili questioni.

La prima è quella del reale valore “meritocratico” di un colloquio di gruppo e relativamente breve nella tempistica.

La dinamica è questa: ad accogliere i candidati è Rocco Casalino, responsabile della comunicazione del Movimento 5 Stelle. E’ lui a sobbarcarsi l’onere di circa 150 colloqui al giorno: memorizzare nomi, volti, competenze... Non una cosa semplice. Per circa duemila candidati.

Sono usciti articoli che raccontano di incontri simili a casting, con domande lanciate nel vuoto e risposte nemmeno ascoltate: beh, non è così. I candidati che abbiamo contattato, e che ci hanno raccontato come è andata, hanno raccontato qualcosa di leggermente – ma sostanzialmente – diverso. E’ vero che il colloquio di gruppo è limitante, ed è altrettanto vero che il singolo candidato ha veramente poco tempo per esprimere competenze e capacità di ragionamento politico, al netto anche di una legittima agitazione. Ma le domande e gli argomenti posti da Casalino non sono campate in aria, sono contestuali al ruolo che i candidati vogliono ricoprire e sufficientemente precise da mettere in mostra eventuali lacune forse inaccettabili per ambire ad un ruolo del genere.

Al termine del colloquio orale poi c’è una piccola prova scritta: in dieci minuti produrre un post/comunicato di massimo dieci righe su un argomento posto al momento.

Insomma, un po’ di materiale per valutare il candidato c’è; probabilmente troppo poco, ma questo è quanto c’è a disposizione per i precari dell’informazione.

Ripetiamo, la notizia vera, a nostro parere, non è il “casting” organizzato dal Movimento 5 Stelle, o il master/non master di Rocco Casalino, o la vacuità delle domande poste; e nemmeno l’attenzione più o meno puntuale alle risposte espresse dai candidati.

La notizia è un “datore di lavoro” che risponde a tutti i curriculum inviati, e che organizza un colloquio per tutti quelli che hanno inviato la richiesta.

In tempi così feroci, per chi lavora e per chi cerca lavoro, questa “normalità” sembra già tanto.

Fonte

La presunta normalità è sicuramente tanto, ma dati i tempi non sufficiente, così come on si rivelerà sufficiente l'attitudine da buon amministratore dell'esistente dei 5S, in quanto il problema non è di "buona amministrazione" ma di qualità dell'esistente che si incarica di amministrare.