Due consulenti del ministro della salute sono entrati in un think tank partecipato dalle multinazionali farmaceutiche allo scopo di intervenire nelle riforme del settore, con un evidente rischio di conflitto di interesse.
Il caso riguarda due esperti voluti al ministero da Orazio Schillaci. Si tratta del farmacologo Guido Rasi, ex-direttore dell’Aifa e dell’Ema e già consulente del commissario Figliuolo nella campagna vaccinale anti-Covid, e dell’economista dell’università di Tor Vergata Francesco Saverio Mennini.
I due saranno anche tra i membri di Ithaca, il neonato think tank sostenuto da colossi come Roche, Gsk, MSD e AstraZeneca (ma la lista degli sponsor è molto più lunga). Secondo il comunicato con cui è stata annunciata l’iniziativa, Ithaca avrà come missione quella di «prefigurare modelli che favoriscano l’innovazione terapeutica e sappiano attrarre risorse finanziarie verso il nostro Paese».
Tra i temi di cui si occuperà nel 2023 c’è anche quello dei «modelli di governance». «Il tutto sullo sfondo della riforma dell’Agenzia italiana del farmaco», come afferma Francesco Maria Avitto, dirigente della società di consulenza sanitaria Sics che ha ideato il think tank.
Lo stesso Rasi ha illustrato la natura lobbistica dell’iniziativa: i documenti prodotti da Ithaca consentiranno alle aziende «di far sentire la propria voce e di essere soggetti attivi nella trasformazione dell’ecosistema italiano del farmaco».
Rasi e Mennini, dunque, svolgeranno un doppio ruolo. Da un lato, negli uffici del dicastero consiglieranno il ministro della salute Orazio Schillaci sui principali temi di salute pubblica. Dall’altro, aiuteranno le aziende farmaceutiche a «far sentire la propria voce» su alcuni dossier scottanti, come la riforma dell’agenzia deputata a controllarle. Un cortocircuito forse legale, ma di certo inopportuno.
P.s. della Redazione. Per la solita ironia della Storia, il governo più vicino alle follie “no vax” si dimostra il più prono ai comandamenti di Big Pharma. Della serie: non ascoltate mai quello che dicono/promettono i “potenti”, guardate quello che fanno davvero...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/10/2021
Green pass, contraddizioni in seno al popolo...
Alla fine non è successo quel che i media mainstream preconizzavano da giorni, chiedendo “interventi risoluti” a un governo che non vuole altro.
Il centro dell’attenzione era su Trieste e sui portuali riuniti intorno al Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste (Clpt). Qui, infatti, la contrarietà al green pass aveva assunto toni e obbiettivi di fatto politici – il ritiro del decreto da parte del governo – che non potevano non diventare un duro oggetto del contendere.
Il muro opposto dal governo, dopo aver ammesso che il costo dei tamponi per i lavoratori non vaccinati deve essere a carico delle aziende (com’è peraltro logico e previsto da tutti i contratti di lavoro), ha innalzato il livello dello scontro a un punto tale che ognuno ha dovuto rifare i calcoli.
Già ieri sera il “blocco” era stato trasformato in “presidio”, e stamattina in effetti alcuni lavoratori sono comunque entrati senza incontrare gli ostacoli tipici di un “picchetto”.
Sul lato opposto, il presidio è diventato il catalizzatore della solidarietà “no vax”, con personaggi non proprio “di sinistra”. Quasi 5.000 persone stazionano davanti all’ingresso, mentre i portuali sono in tutto 950.
Peggio ancora, lo sciopero è stato dichiarato “illegittimo” da chi non aspettava altro che un’occasione per migliorare la propria immagine ferocemente anti-operaia: la Commissione di garanzia sugli scioperi.
Confermando così che il green pass tutto è tranne che una misura sanitaria, ma serve solo a rafforzare il potere aziendale sui dipendenti.
In questo solco si muove il prefetto di Trieste, Valerio Valenti, che ha annunciato perciò la denuncia dei lavoratori in sciopero.
La “copertura sindacale” è peraltro arrivata da una sigla fantasma, il Fisi, che ha addirittura proclamato cinque giorni di sciopero.
Il problema è che come sindacato non esiste... La sedicente “Federazione italiana sindacati intercategoriali” ha sede a Eboli (in provincia di Salerno). Tra i leader viene segnalato il noto medico “no vax” Dario Giacomini, nonché Pasquale Bacco, altro medico “no vax”, in passato candidato alle elezioni politiche con CasaPound e sindaco a Bitonto con la Fiamma Tricolore. Nell’autunno scorso Bacco aveva capeggiato una manifestazione a Taranto incitando a togliersi la mascherina e a violare il lockdown.
Rolando Scotillo, segretario “generale” della Fisi, è stato candidato peraltro col centrodestra alle elezioni regionali in Campania, dopo esser stato nominato “commissario” dell’Udc nella stessa città.
Non proprio la migliore compagnia per una lotta operaia.
Diversa, sicuramente, la situazione nel porto di Genova, il più grande d’Italia, con blocchi all’ingresso dei tir al varco nazionale Etiopia, nella zona di Sampierdarena.
Un presidio in mattinata anche davanti all’accesso pedonale del terminal PSA di Genova Pra, nel ponente. Intorno alle 10:30 è stato bloccato anche l’accesso al varco Albertazzi.
La diversità politica e sindacale è merito dei lavoratori del Calp, che hanno immediatamente spiegato con molta chiarezza che l’opposizione al green pass sul posto di lavoro non ha niente a che vedere con le follie “vo vax”. E quindi sbarrato sostanzialmente la strada a pelose “solidarietà” fascistoidi.
Josè Nivoi, portavoce del Calp Genova (Collettivo autonomo lavoratori portuali) e dirigente sindacale USB: “Se, anche sulla base di una cosa ragionevole come la gestione del tampone, loro (aziende, ndr) non accolgono la proposta o hanno ‘niet’ totali, certamente impugniamo questa decisione, non sulla base di posizioni no vax o no green pass, ma sulla base della sicurezza dei lavoratori”.
Precisando ancora che “Il vaccino è un mezzo per tutelare la vita dei lavoratori, ma non è l’unico modo per tutelarla. Anche chi ha il vaccino infatti può essere portatore di covid, quindi se si vogliono evitare focolai covid, bisogna che si attuino delle procedure per evitare i contagi: un modo è il tampone. Non è possibile però che sia a carico dei lavoratori“.
Una posizione peraltro di tutto il sindacato Usb il quale, per un verso rivendica che l’utilizzo del green pass venga escluso dai luoghi di lavoro, indicando nel governo il responsabile di “una discussione enorme e divisiva, permettendo alle imprese di servirsi della “calda coperta pandemica” per destrutturare diritti e introdurre misure che poco hanno a che fare con la salute pubblica.“
E per l’altro “respinge con fermezza iniziative che abbiano come scopo il rifiuto totale a qualsiasi misura di sicurezza tese ad abbracciare impulsi complottisti o negazionisti della pandemia.“
Episodi minori nel resto del paese, con iniziative altamente contraddittorie e differenziate dal punto di vista sociale e politico.
A Roma “manifestanti” non meglio identificati hanno provato a bloccare il traffico a Porta Maggiore, ma si sono sciolti immediatamente all’arrivo della polizia. Contemporaneamente un presidio era stato chiamato da una parlamentare ex Cinque Stelle notoriamente “no vax”.
A Sigonella il Siam, Sindacato Aeronautica militare, aveva indetto per le 7 di oggi un presidio davanti ai cancelli d’ingresso della base militare. Non bisogna dimenticare infatti che le percentuali più alte di “no vax” si registrano proprio tra le forze dell’ordine e in generale i militari (con punte inquietanti tra gli agenti carcerari).
Presìdi e cortei anche a Livorno, Trento, Milano. A Bologna circa 2.000 persone in strada, con bandiere tricolori, slogan contro il certificato verde, e cartelli con scritto «siamo liberi», e «il Green pass discrimina», «La schiavitù che viola la Costituzione».
Anche sul piano “istituzionale” la situazione è in movimento. Dopo aver tanto ostacolato i vaccini non “euro-atlantici”, le interconnessioni della logistica europea hanno scoperchiato l’inapplicabilità pratica delle disposizioni previste dal green pass. E l’italiana Aifa si è detta ora pronta a sbloccare il green pass anche per i vaccini non autorizzati in Europa, ovvero il cinese Sinovac e il russo Sputnik (gli unici disponibili nei paesi dell’Est, i cui camionisti sono low cost).
In generale, è sicuramente paradossale che il governo più indifferente alla salute della popolazione, avendo – in perfetta continuità con il precedente – anteposto gli interessi delle aziende a qualsiasi altra considerazione, possa oggi recitare la parte del “premuroso” per aver inventato un “certificato” che non tutela nessuno (essendo rilasciato sia ai vaccinati che ai “tamponati” nelle ultime 48 ore).
Come si può vedere, l’assalto fascista alla Cgil è diventata l’occasione per avviare l’iter decisionale che dovrebbe portare alla sostanziale riduzione della libertà di manifestazione. E questo “blocco-non-blocco” può essere la scusa per restringere ancora di più il diritto di sciopero (vedi la decisione della Commissione...).
La situazione, per molti versi, ripropone un tema sempre attuale e che l’”antagonismo da social” sembra ignorare del tutto: le contraddizioni in seno al popolo.
Diversamente da quanto si crede nei cieli di alcune ideologie novecentesche, la condizione operaia permette sicuramente di identificare con chiarezza il proprio interesse come contrapposto a quello del padrone, ma non garantisce affatto che la “declinazione politica” sia “rivoluzionaria” o almeno progressista.
La decisione del governo Draghi di non rendere obbligatoria la vaccinazione anti-Covid ha rovesciato sull’intera popolazione – quindi anche su decine di milioni di lavoratori – la responsabilità di vaccinarsi o meno.
Una “libertà” che però comprometteva la contemporanea campagna vaccinale, perché rischiava (come si è verificato ad un certo punto) che il tasso di copertura fosse nei fatti insufficiente a garantire una qualche “immunità di gregge”.
Il green pass è stato perciò pensato come un mezzo surrettizio per “incentivare” la vaccinazione volontaria. Ma allo stesso tempo una comunicazione impazzita sugli “effetti avversi”, ingigantita dagli stessi media di regime, sollevava timori in una quota di popolazione (e di lavoratori) ben più larga dei “no vax”.
La decisione infine di rendere il green pass obbligatorio per accedere al posto di lavoro – ossia per guadagnarsi lo stipendio – ha finito per introvertire completamente la contraddizione sui singoli lavoratori, sui collettivi o sindacati. Spaccando e dividendo.
Ovvio che un lavoratore non vaccinato, che fino a ieri sera poteva essere costretto a lavorare in qualsiasi condizione, va difeso dal rischio di licenziamento. E questo giustamente spinge anche tanti altri lavoratori a solidarizzare e compattarsi.
Ma d’altro canto il rifiuto individuale del vaccino è incompatibile con qualsiasi visione e pratica collettiva del conflitto sociale. Se abbiamo infatti ancora una sanità pubblica – per quanto amputata a forza di tagli – è perché il movimento operaio ha strappato al capitale sia la necessità di costruirla (vaccini compresi) sia di assicurare almeno un minimo rispetto delle condizioni di sicurezza sul lavoro.
Contraddizioni in seno al popolo, appunto. Che non si tagliano con l’accetta delle battute da social...
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Il centro dell’attenzione era su Trieste e sui portuali riuniti intorno al Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste (Clpt). Qui, infatti, la contrarietà al green pass aveva assunto toni e obbiettivi di fatto politici – il ritiro del decreto da parte del governo – che non potevano non diventare un duro oggetto del contendere.
Il muro opposto dal governo, dopo aver ammesso che il costo dei tamponi per i lavoratori non vaccinati deve essere a carico delle aziende (com’è peraltro logico e previsto da tutti i contratti di lavoro), ha innalzato il livello dello scontro a un punto tale che ognuno ha dovuto rifare i calcoli.
Già ieri sera il “blocco” era stato trasformato in “presidio”, e stamattina in effetti alcuni lavoratori sono comunque entrati senza incontrare gli ostacoli tipici di un “picchetto”.
Sul lato opposto, il presidio è diventato il catalizzatore della solidarietà “no vax”, con personaggi non proprio “di sinistra”. Quasi 5.000 persone stazionano davanti all’ingresso, mentre i portuali sono in tutto 950.
Peggio ancora, lo sciopero è stato dichiarato “illegittimo” da chi non aspettava altro che un’occasione per migliorare la propria immagine ferocemente anti-operaia: la Commissione di garanzia sugli scioperi.
Confermando così che il green pass tutto è tranne che una misura sanitaria, ma serve solo a rafforzare il potere aziendale sui dipendenti.
In questo solco si muove il prefetto di Trieste, Valerio Valenti, che ha annunciato perciò la denuncia dei lavoratori in sciopero.
La “copertura sindacale” è peraltro arrivata da una sigla fantasma, il Fisi, che ha addirittura proclamato cinque giorni di sciopero.
Il problema è che come sindacato non esiste... La sedicente “Federazione italiana sindacati intercategoriali” ha sede a Eboli (in provincia di Salerno). Tra i leader viene segnalato il noto medico “no vax” Dario Giacomini, nonché Pasquale Bacco, altro medico “no vax”, in passato candidato alle elezioni politiche con CasaPound e sindaco a Bitonto con la Fiamma Tricolore. Nell’autunno scorso Bacco aveva capeggiato una manifestazione a Taranto incitando a togliersi la mascherina e a violare il lockdown.
Rolando Scotillo, segretario “generale” della Fisi, è stato candidato peraltro col centrodestra alle elezioni regionali in Campania, dopo esser stato nominato “commissario” dell’Udc nella stessa città.
Non proprio la migliore compagnia per una lotta operaia.
Diversa, sicuramente, la situazione nel porto di Genova, il più grande d’Italia, con blocchi all’ingresso dei tir al varco nazionale Etiopia, nella zona di Sampierdarena.
Un presidio in mattinata anche davanti all’accesso pedonale del terminal PSA di Genova Pra, nel ponente. Intorno alle 10:30 è stato bloccato anche l’accesso al varco Albertazzi.
La diversità politica e sindacale è merito dei lavoratori del Calp, che hanno immediatamente spiegato con molta chiarezza che l’opposizione al green pass sul posto di lavoro non ha niente a che vedere con le follie “vo vax”. E quindi sbarrato sostanzialmente la strada a pelose “solidarietà” fascistoidi.
Josè Nivoi, portavoce del Calp Genova (Collettivo autonomo lavoratori portuali) e dirigente sindacale USB: “Se, anche sulla base di una cosa ragionevole come la gestione del tampone, loro (aziende, ndr) non accolgono la proposta o hanno ‘niet’ totali, certamente impugniamo questa decisione, non sulla base di posizioni no vax o no green pass, ma sulla base della sicurezza dei lavoratori”.
Precisando ancora che “Il vaccino è un mezzo per tutelare la vita dei lavoratori, ma non è l’unico modo per tutelarla. Anche chi ha il vaccino infatti può essere portatore di covid, quindi se si vogliono evitare focolai covid, bisogna che si attuino delle procedure per evitare i contagi: un modo è il tampone. Non è possibile però che sia a carico dei lavoratori“.
Una posizione peraltro di tutto il sindacato Usb il quale, per un verso rivendica che l’utilizzo del green pass venga escluso dai luoghi di lavoro, indicando nel governo il responsabile di “una discussione enorme e divisiva, permettendo alle imprese di servirsi della “calda coperta pandemica” per destrutturare diritti e introdurre misure che poco hanno a che fare con la salute pubblica.“
E per l’altro “respinge con fermezza iniziative che abbiano come scopo il rifiuto totale a qualsiasi misura di sicurezza tese ad abbracciare impulsi complottisti o negazionisti della pandemia.“
Episodi minori nel resto del paese, con iniziative altamente contraddittorie e differenziate dal punto di vista sociale e politico.
A Roma “manifestanti” non meglio identificati hanno provato a bloccare il traffico a Porta Maggiore, ma si sono sciolti immediatamente all’arrivo della polizia. Contemporaneamente un presidio era stato chiamato da una parlamentare ex Cinque Stelle notoriamente “no vax”.
A Sigonella il Siam, Sindacato Aeronautica militare, aveva indetto per le 7 di oggi un presidio davanti ai cancelli d’ingresso della base militare. Non bisogna dimenticare infatti che le percentuali più alte di “no vax” si registrano proprio tra le forze dell’ordine e in generale i militari (con punte inquietanti tra gli agenti carcerari).
Presìdi e cortei anche a Livorno, Trento, Milano. A Bologna circa 2.000 persone in strada, con bandiere tricolori, slogan contro il certificato verde, e cartelli con scritto «siamo liberi», e «il Green pass discrimina», «La schiavitù che viola la Costituzione».
Anche sul piano “istituzionale” la situazione è in movimento. Dopo aver tanto ostacolato i vaccini non “euro-atlantici”, le interconnessioni della logistica europea hanno scoperchiato l’inapplicabilità pratica delle disposizioni previste dal green pass. E l’italiana Aifa si è detta ora pronta a sbloccare il green pass anche per i vaccini non autorizzati in Europa, ovvero il cinese Sinovac e il russo Sputnik (gli unici disponibili nei paesi dell’Est, i cui camionisti sono low cost).
In generale, è sicuramente paradossale che il governo più indifferente alla salute della popolazione, avendo – in perfetta continuità con il precedente – anteposto gli interessi delle aziende a qualsiasi altra considerazione, possa oggi recitare la parte del “premuroso” per aver inventato un “certificato” che non tutela nessuno (essendo rilasciato sia ai vaccinati che ai “tamponati” nelle ultime 48 ore).
Come si può vedere, l’assalto fascista alla Cgil è diventata l’occasione per avviare l’iter decisionale che dovrebbe portare alla sostanziale riduzione della libertà di manifestazione. E questo “blocco-non-blocco” può essere la scusa per restringere ancora di più il diritto di sciopero (vedi la decisione della Commissione...).
La situazione, per molti versi, ripropone un tema sempre attuale e che l’”antagonismo da social” sembra ignorare del tutto: le contraddizioni in seno al popolo.
Diversamente da quanto si crede nei cieli di alcune ideologie novecentesche, la condizione operaia permette sicuramente di identificare con chiarezza il proprio interesse come contrapposto a quello del padrone, ma non garantisce affatto che la “declinazione politica” sia “rivoluzionaria” o almeno progressista.
La decisione del governo Draghi di non rendere obbligatoria la vaccinazione anti-Covid ha rovesciato sull’intera popolazione – quindi anche su decine di milioni di lavoratori – la responsabilità di vaccinarsi o meno.
Una “libertà” che però comprometteva la contemporanea campagna vaccinale, perché rischiava (come si è verificato ad un certo punto) che il tasso di copertura fosse nei fatti insufficiente a garantire una qualche “immunità di gregge”.
Il green pass è stato perciò pensato come un mezzo surrettizio per “incentivare” la vaccinazione volontaria. Ma allo stesso tempo una comunicazione impazzita sugli “effetti avversi”, ingigantita dagli stessi media di regime, sollevava timori in una quota di popolazione (e di lavoratori) ben più larga dei “no vax”.
La decisione infine di rendere il green pass obbligatorio per accedere al posto di lavoro – ossia per guadagnarsi lo stipendio – ha finito per introvertire completamente la contraddizione sui singoli lavoratori, sui collettivi o sindacati. Spaccando e dividendo.
Ovvio che un lavoratore non vaccinato, che fino a ieri sera poteva essere costretto a lavorare in qualsiasi condizione, va difeso dal rischio di licenziamento. E questo giustamente spinge anche tanti altri lavoratori a solidarizzare e compattarsi.
Ma d’altro canto il rifiuto individuale del vaccino è incompatibile con qualsiasi visione e pratica collettiva del conflitto sociale. Se abbiamo infatti ancora una sanità pubblica – per quanto amputata a forza di tagli – è perché il movimento operaio ha strappato al capitale sia la necessità di costruirla (vaccini compresi) sia di assicurare almeno un minimo rispetto delle condizioni di sicurezza sul lavoro.
Contraddizioni in seno al popolo, appunto. Che non si tagliano con l’accetta delle battute da social...
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02/06/2017
Pillole anticoncezionali… sempre piu a pagamento!
Fa discutere il provvedimento preso dall’Aifa (Agenzia Italiana del farmaco) di declassificare le pillole anticoncezionali di terza generazione, le vecchie pillole nate negli anni ’90 che ancora erano rimborsabili dalla mutua. Tutte quante le specialità della terapia anticoncezionale si trovano infatti abbassate in fascia C, ovvero nella fascia a carico delle tasche dei cittadini senza che le si possa più prescrivere in fascia A, quella invece che permetterebbe la rimborsabilità da parte del SSN.
Nel 2015 l’Aifa riclassifica quindi questa classe di farmaci, ma dopo quasi un anno da quando il provvedimento è stato reso attivo, iniziano a contarsi i primi effetti. A parlare è proprio la classe medica che si è espressa attraverso un’intervista realizzata dal Fatto Quotidiano ad alcuni rappresentanti dei medici di base, i quali dichiarano espressamente:“C’è il rischio che ci sia un aumento delle interruzioni di gravidanza. L’unico anticoncezionale che in Italia continua ad essere rimborsato dallo Stato è l’aborto”. Il Sindacato dei medici di famiglia (Smi) vede la manovra come “un passo indietro inaccettabile” e la segretaria generale Smi, Pina Onotri, spiega: “come medico e come donna contestiamo questi ulteriori tagli, risibili in termini di economia, ma che rivestono una forte connotazione politico-culturale”.
A scanso di equivoci, il ministero se ne lava le mani e scarica la colpa sull’Aifa, la quale dichiara che secondo la letteratura scientifica i progestinici presenti nelle pillole di terza generazione hanno evidenziato un maggiore rischio di trombo-embolismo venoso e il provvedimento vuole così evitare un orientamento prescrittivo non del tutto appropriato che il regime di rimborsabilità indurrebbe a fare.
L’EMA, Agenzia europea per i medicinali, nel 2012 aveva già avviato un’indagine in seguito al caso di Marion Larat, una giovane donna francese colpita da un attacco cerebrale dopo l’utilizzo di una pillola anticoncezionale di terza generazione. In Francia infatti già nel marzo 2013 le pillole di terza e quarta generazione non sono state più rimborsate dalla previdenza sociale. Eppure all’epoca, in Italia, un silenzio di pece è calato sull’argomento.
In Italia il consumo corrente dei contraccettivi è soprattutto a carico di quelli contenenti 20 o 30 microgrammi di estrogeno, mentre per quanto riguarda il contenuto di progestinico la prescrizione è così suddivisa: prodotti contenenti gestodene 45%; prodotti contenenti drospirenone 25%; prodotti contenenti desogestrel 10%; prodotti contenenti levonorgestrel 7% (quest’ultimo considerato come più sicuro rispetto al rischio di trombosi e non sottoposto ad indagine dell’EMA).
Prima del provvedimento solo i contraccettivi contenenti 30 microgrammi di estrogeno si trovavano in regime di rimborsabilità, poiché erano stati individuati come “terapeutici” (per dismenorrea, cisti ovariche, acne), mentre quelli a 20 microgrammi erano in fascia C. Non eravamo quindi lontani dagli anni Sessanta, quando la contraccezione era illegale e quando la più antica di tutte le pillole che conteneva solo estrogeni per essere somministrata ginecologhe, ginecologi e donne dovevano per forza dire che serviva per combattere brufoli, peli e baffetti.
Interessanti sono le dichiarazioni di un medico di base del piccolo comune lombardo di Carnago, Maurizio Andreoli, che spiega in realtà come il grosso delle pillole di ultima generazione era già in classe C – facendo riferimento alle pillole più nuove e pubblicizzate dalle case farmaceutiche – e che la riclassificazione ha interessato appunto quelle di terza generazione, che rappresentano circa il 10% del mercato, una nicchia di farmaci che era utilizzata principalmente dalle classi più deboli.
Le politiche sanitarie auspicabili per rendere accessibili, disponibili e sicure le terapie anticoncezionali a tutte le donne potrebbero essere realizzate attraverso il finanziamento di studi epidemiologici e attraverso una vera revisione del regime di rimborsabilità con l’inserimento in fascia A dei prodotti a minor rischio.
Facendo sparire del tutto l’accesso alla contraCEzione gratuita risulta invece che le categorie più penalizzate dal provvedimento sono state le ragazze molto giovani, famiglie poco abbienti e donne straniere.
Da alcuni anni le donne del mondo stanno occupando le piazze con numeri importanti: da Spagna, Brasile, Argentina, Messico, Turchia, Polonia, Francia, Inghilterra, Irlanda, all'Italia la piattaforma Non Una di Meno ha promosso due manifestazioni rivendicative nazionali che hanno segnato l’inizio e la continuità di un percorso di lotta. Le donne, scese numerose in piazza, hanno lottato anche per la propria autodeterminazione in tema di aborto e procreazione, chiedendo servizi pubblici gratuiti e un welfare universale. D’altronde la garanzia di un welfare universale non è compito dell’Aifa, ma della politica che ancora una volta preferisce lavarsene le mani e far ricadere gli effetti sulla classe più debole della popolazione, quella esposta ai maggiori fenomeni di sfruttamento: la classe migrante e tutta la woorking poor soggetta a precarietà e a bassi salari che caratterizzano ancora di più la dimensione dell’occupazione femminile.
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Nel 2015 l’Aifa riclassifica quindi questa classe di farmaci, ma dopo quasi un anno da quando il provvedimento è stato reso attivo, iniziano a contarsi i primi effetti. A parlare è proprio la classe medica che si è espressa attraverso un’intervista realizzata dal Fatto Quotidiano ad alcuni rappresentanti dei medici di base, i quali dichiarano espressamente:“C’è il rischio che ci sia un aumento delle interruzioni di gravidanza. L’unico anticoncezionale che in Italia continua ad essere rimborsato dallo Stato è l’aborto”. Il Sindacato dei medici di famiglia (Smi) vede la manovra come “un passo indietro inaccettabile” e la segretaria generale Smi, Pina Onotri, spiega: “come medico e come donna contestiamo questi ulteriori tagli, risibili in termini di economia, ma che rivestono una forte connotazione politico-culturale”.
A scanso di equivoci, il ministero se ne lava le mani e scarica la colpa sull’Aifa, la quale dichiara che secondo la letteratura scientifica i progestinici presenti nelle pillole di terza generazione hanno evidenziato un maggiore rischio di trombo-embolismo venoso e il provvedimento vuole così evitare un orientamento prescrittivo non del tutto appropriato che il regime di rimborsabilità indurrebbe a fare.
L’EMA, Agenzia europea per i medicinali, nel 2012 aveva già avviato un’indagine in seguito al caso di Marion Larat, una giovane donna francese colpita da un attacco cerebrale dopo l’utilizzo di una pillola anticoncezionale di terza generazione. In Francia infatti già nel marzo 2013 le pillole di terza e quarta generazione non sono state più rimborsate dalla previdenza sociale. Eppure all’epoca, in Italia, un silenzio di pece è calato sull’argomento.
In Italia il consumo corrente dei contraccettivi è soprattutto a carico di quelli contenenti 20 o 30 microgrammi di estrogeno, mentre per quanto riguarda il contenuto di progestinico la prescrizione è così suddivisa: prodotti contenenti gestodene 45%; prodotti contenenti drospirenone 25%; prodotti contenenti desogestrel 10%; prodotti contenenti levonorgestrel 7% (quest’ultimo considerato come più sicuro rispetto al rischio di trombosi e non sottoposto ad indagine dell’EMA).
Prima del provvedimento solo i contraccettivi contenenti 30 microgrammi di estrogeno si trovavano in regime di rimborsabilità, poiché erano stati individuati come “terapeutici” (per dismenorrea, cisti ovariche, acne), mentre quelli a 20 microgrammi erano in fascia C. Non eravamo quindi lontani dagli anni Sessanta, quando la contraccezione era illegale e quando la più antica di tutte le pillole che conteneva solo estrogeni per essere somministrata ginecologhe, ginecologi e donne dovevano per forza dire che serviva per combattere brufoli, peli e baffetti.
Interessanti sono le dichiarazioni di un medico di base del piccolo comune lombardo di Carnago, Maurizio Andreoli, che spiega in realtà come il grosso delle pillole di ultima generazione era già in classe C – facendo riferimento alle pillole più nuove e pubblicizzate dalle case farmaceutiche – e che la riclassificazione ha interessato appunto quelle di terza generazione, che rappresentano circa il 10% del mercato, una nicchia di farmaci che era utilizzata principalmente dalle classi più deboli.
Le politiche sanitarie auspicabili per rendere accessibili, disponibili e sicure le terapie anticoncezionali a tutte le donne potrebbero essere realizzate attraverso il finanziamento di studi epidemiologici e attraverso una vera revisione del regime di rimborsabilità con l’inserimento in fascia A dei prodotti a minor rischio.
Facendo sparire del tutto l’accesso alla contraCEzione gratuita risulta invece che le categorie più penalizzate dal provvedimento sono state le ragazze molto giovani, famiglie poco abbienti e donne straniere.
Da alcuni anni le donne del mondo stanno occupando le piazze con numeri importanti: da Spagna, Brasile, Argentina, Messico, Turchia, Polonia, Francia, Inghilterra, Irlanda, all'Italia la piattaforma Non Una di Meno ha promosso due manifestazioni rivendicative nazionali che hanno segnato l’inizio e la continuità di un percorso di lotta. Le donne, scese numerose in piazza, hanno lottato anche per la propria autodeterminazione in tema di aborto e procreazione, chiedendo servizi pubblici gratuiti e un welfare universale. D’altronde la garanzia di un welfare universale non è compito dell’Aifa, ma della politica che ancora una volta preferisce lavarsene le mani e far ricadere gli effetti sulla classe più debole della popolazione, quella esposta ai maggiori fenomeni di sfruttamento: la classe migrante e tutta la woorking poor soggetta a precarietà e a bassi salari che caratterizzano ancora di più la dimensione dell’occupazione femminile.
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