La notte scorsa Israele ha rotto unilateralmente la tregua e, subito dopo, ha bombardato nuovamente Gaza uccidendo 400 palestinesi. Le autorità sioniste hanno detto che l’obiettivo erano 5 militanti di Hamas. È semplicemente agghiacciante.
La ferocia sionista, in ciò, è stata nettamente superiore anche a quella usata dai nazisti nella rappresaglia seguita all’attentato partigiano di via Rasella del 23 marzo 1944, a Roma, che provocò la morte di 33 soldati tedeschi. In quella circostanza il feldmaresciallo Kesselring ordinò la fucilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso e i morti furono 335.
La dura rappresaglia delle Ardeatine venne condotta ed eseguita con metodica spietatezza dal generale Kappler il giorno dopo via Rasella, ovvero, il 24 marzo 1944.
Quella nazista fu una rappresaglia, in termini militari, in cui si ordinava di uccidere un tot di civili per ogni perdita subita dall’esercito occupante. A Gaza, invece, è stata compiuta una strage senza che l’esercito israeliano – da oltre un mese a questa parte, grazie al cessate il fuoco – abbia subito alcuna perdita.
L’unica proporzione numerica che possiamo fare è insomma tra numero di civili palestinesi e combattenti palestinesi. Ovvero tra persone che stanno dalla stessa parte e che vengono attaccate tutte in quanto “nemici”.
I criminali sionisti, con il bombardamento dell’altra notte, hanno ucciso 80 civili per ogni combattente di Hamas. Praticamente dimostrano che, per loro, “eliminare Hamas” significa cancellare tutto il popolo palestinese. Un genocidio voluto e perseguito scientificamente.
Ma di ciò, come dello sterminio deliberato del popolo palestinese residente in Cisgiordania che Israele sta attuando da più di un anno e mezzo, nella confusa piazza dei Serrafondai, non si è fatto alcun cenno. Chi non fa parte della “cultura che abbiamo solo noi”, evidentemente, non merita neanche di essere considerato umano...
I contenuti e gli interventi dal palco di quella manifestazione trasudavano una forma soft di razzismo e suprematismo bianco ed occidentale e, nel sottolineare ciò, mi riporto a quanto affermato dal professor Luciano Canfora nel corso di una trasmissione televisiva andata in onda proprio sabato scorso a commento della manifestazione di piazza del Popolo: “Quanto poi alla nostra sinistra, con tutto il rispetto, non ci dimentichiamo il razzismo per cui il palestinese ammazzato è un sottouomo e l’ucraino ammazzato è un superuomo[...] Il nucleo profondo dei fascismi, nelle loro varie forme, è il razzismo, il suprematismo bianco, l’idea di essere un popolo superiore. Quello che sta accadendo a Gaza, dove si blocca l’arrivo del cibo, per mettere in ginocchio milioni di persone, rassomiglia ad #Auschwitz, punto e basta”.
Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, l’eccidio delle Fosse Ardeatine divenne l’evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell’occupazione. Come racconteremo ai posteri l’inenarrabile abominio che si sta compiendo a Gaza sotto lo sguardo complice di tutto l’Occidente “democratico”?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/02/2025
Il primo esperimento storico di un governo di centro sinistra fu un disastro...
di Luciano Canfora
...che si è ripetuto nel tempo, fino ai giorni nostri.
Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni, Noske, commissario del popolo all’esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del «Vorwärts» occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio).
Ma la soluzione parlamentare era pronta: il centro-sinistra. [...]
Sul peso dell’affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel cruciale gennaio 1919 si è molto speculato.
Il perbenismo socialdemocratico si è speso tutto in difesa di Noske, per scagionarlo dalla responsabilità dell’assassinio di Liebknecht e della Luxemburg.
Tempo sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps, bensì che la neonata «democrazia» tedesca tollerasse – per spirito legalitario – l’esistenza dei Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i militanti di sinistra.
Il loro apporto alla nascita del movimento nazista è ben noto.
Peraltro un po’ di gratitudine dall’estrema destra Noske se la guadagnò con la sua azione (egli era ministro dell’Esercito e della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di quella che consacrò ad espugnare la sede del «Vorwärts»). [...]
Ad ogni modo, la tesi che l’insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l’opinione pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale è fragile.
Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo «anti-democratico» proveniente da sinistra.
Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della «democraticità» della dirigenza socialdemocratica.
Il contraccolpo elettorale poté averlo, semmai, l’Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court assimilata – dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico) – alla Lega di Spartaco.
Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico.
Fonte
...che si è ripetuto nel tempo, fino ai giorni nostri.
Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni, Noske, commissario del popolo all’esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del «Vorwärts» occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio).
Ma la soluzione parlamentare era pronta: il centro-sinistra. [...]
Sul peso dell’affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel cruciale gennaio 1919 si è molto speculato.
Il perbenismo socialdemocratico si è speso tutto in difesa di Noske, per scagionarlo dalla responsabilità dell’assassinio di Liebknecht e della Luxemburg.
Tempo sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps, bensì che la neonata «democrazia» tedesca tollerasse – per spirito legalitario – l’esistenza dei Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i militanti di sinistra.
Il loro apporto alla nascita del movimento nazista è ben noto.
Peraltro un po’ di gratitudine dall’estrema destra Noske se la guadagnò con la sua azione (egli era ministro dell’Esercito e della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di quella che consacrò ad espugnare la sede del «Vorwärts»). [...]
Ad ogni modo, la tesi che l’insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l’opinione pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale è fragile.
Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo «anti-democratico» proveniente da sinistra.
Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della «democraticità» della dirigenza socialdemocratica.
Il contraccolpo elettorale poté averlo, semmai, l’Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court assimilata – dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico) – alla Lega di Spartaco.
Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico.
Fonte
21/05/2022
Se la geopolitica conquista anche i comunisti
Noterella a: “Guerra in Europa. L’Occidente, la Russia e la propaganda” di Luciano Canfora, Francesco Borgonovo, Oaks editrice, 2022, pagg. 125
1. Con lo scoppio della recente guerra in Ucraina la disciplina geopolitica ha assunto un ruolo preponderante nei dibattiti quotidiani nei principali media (televisivi, digitali e carta stampata). Non è un caso che il numero di «Limes» dedicato alla guerra russo-ucraina abbia raggiunto record di vendite impensabili fino a poche settimane prima e in tv impazzino analisti di vario calibro, esperti di relazioni internazionali e, appunto, geopolitica.
Alessandro Orsini è uscito dagli ovattati ambienti universitari della Luiss per costellare le tv con le sue presenze e Mentana, fiutato l’affare, ha deciso di editare addirittura una nuova rivista di geopolitica – «Domino» – diretta dal giovane Dario Fabbri.
La “materia” tira... ma dove porta?
È risaputo che la geopolitica studia i rapporti tra la statualità e lo spazio (non a caso i primi teorici tedeschi di tale disciplina ragionavano sui problemi strategici che la Germania doveva affrontare per reagire contro le pressioni derivanti da Est e da Ovest, alla ricerca, dunque, del Lebensraum).
Al di là delle differenze, pure sensibili, tra i disparati filoni di ricerca delle varie teorie “geopolitiche” (che ne hanno anche ampliato gli ambiti di investigazione), esse per lo più hanno contribuito a fornire delle basi alle ideologie dello Stato [1].
Il soggetto di riferimento delle principali teorie o analisi geopolitiche, dunque, è lo Stato (nazionale o plurinazionale che sia; federale o imperiale, ecc…). Le classi sociali sono entità del tutto estranee agli studi geopolitici. È l’interesse nazionale (a prescindere dalla soggettività politica che lo incarna) ad essere indagato, per costruire ipotesi che possano servire ad una sua migliore proiezione esterna.
2. Il ragionamento che sviluppa Luciano Canfora nell’intervista realizzata da Francesco Borgonovo è senz’altro erudito e articolato. Il tentativo, esplicitato nelle prime pagine del libro, è quello di andare alla ricerca delle “cause” della guerra nei periodi di pace.
Canfora, per inquadrare la complessità delle vicende belliche e dei loro fattori scatenanti, richiama il grande patrimonio della letteratura classica e fa ricorso a frequenti analogie con le esperienze del Novecento.
Per spiegare la dinamica delle relazioni internazionali così come sono andate strutturandosi negli ultimi decenni nell’Est Europa, e segnatamente tra la Russia e i Paesi ad essa limitrofi, soprattutto l’Ucraina, fa riferimento ad un libro di Arnold Toynbee, Il mondo e l’Occidente: “Toynbee… dice: l’Occidente è storicamente l’aggressore. Verso gli altri mondi, non soltanto verso la Russia. Toynbee introduce questa categoria storica molto interessante, ‘sfida e risposta’” (pag. 82).
Utilizzando tale quadro analitico, Canfora ricostruisce gli scopi e l’operato degli USA e della NATO degli ultimi decenni: “spingere sempre più in là” la Russia, fino ad accerchiarla. Per questo motivo: “La reazione russa è stata brutale, certo, ma è arrivata al termine di una serie di brutalità dall’altra parte. Dirlo ormai sembra un sacrilegio, ma più ci penso e più mi pare che questo sia lo scenario dell’ultimo quarto di secolo” (pag. 63) [2].
Nell’intero ragionamento di Canfora scompaiono le classi sociali: russe, ucraine, degli altri Paesi, occidentali o orientali che siano. Le dinamiche internazionali sono analizzate solo dal punto di vista delle nazioni e dei poli transnazionali di aggregazione di interessi geoeconomici e militari.
La NATO provoca – la Russia reagisce [3]. Ma quali sono gli interessi di classe nelle politiche di aggressione della NATO? E quali sono gli interessi di classe che Putin e il suo entourage politico difendono con la decisione criminale di invadere un altro Paese?
Nell’ottica assunta dall’A., in campo ci sono solo blocchi nazionali o macroregionali di interessi, contrapposti, come se all’interno di ogni realtà nazionale o polo imperialistico non vi fossero contraddizioni di classe insanabili.
Non v’è dubbio che alla alleanza atlantica vadano attribuite le responsabilità per molteplici guerre degli ultimi decenni. E non v’è dubbio che il costante allargamento dell’alleanza verso Est abbia generato un “moto reattivo” della Russia.
La NATO, d’altronde, negli anni ’90 ha modificato la propria missione ufficiale, trasformandosi da alleanza difensiva a strumento di dominio imperialistico tout court degli USA: la nuova missione è quella di proteggere il “sistema energetico globale” (vie marittime, condotti di gas e petrolio…). Di fatto, una delega in bianco al suo principale azionista per operare su qualsiasi scenario mondiale.
Lo strumento utilizzato è la dottrina della “Responsability to Protect”: nell’accezione fornita dagli statunitensi essa deborda dal similare principio delle Nazioni Unite e, quindi, anche in assenza di autorizzazione del Consiglio di sicurezza, la NATO può operare [4].
La ricostruzione delle politiche di dominio imperialistico, tuttavia, non vanno mai scisse da una analisi di classe anche sui vari livelli nazionali. È proprio su questo piano che la geopolitica è inservibile dal punto di vista marxista e, anzi, finisce per essere una pericolosa “ideologia”, nella misura in cui occulta deliberatamente le distinzioni di classe e le diseguaglianze interne ad ogni Paese/Stato che, invece, prende – nella sua interezza – come riferimento della propria analisi e proposta strategica. La geopolitica, per sua natura costitutiva, nega ogni possibilità di analisi internazionalista (diversa da quella internazionale che fa delle dinamiche interstatuali).
La perdita del punto di vista di classe immancabilmente rigenera l’attenzione per i “popoli” (considerati come indistinte aggregazioni umane con interessi omogenei) e gli Stati (o comunque per le entità statuali) [5].
Si abbandona la critica dell’economia politica per abbracciare l’ideologia dello Stato (e, quindi, legittimare l’operato degli agenti del Capitale).
3. Ciò che desta più sconcerto, per un comunista, è tuttavia l’assenza di qualsiasi presa di posizione radicalmente contraria alla guerra di Putin (il massimo che si concede Canfora è definirla una “brutale reazione”) [6]. La logica di contrapposizione di potenza degli Stati (nel caso specifico: la Russia contro gli interessi della NATO gestiti per procura dall’Ucraina), finisce per legittimare una lettura quasi “neutrale” della guerra (priva di interessi di classe specifici) che quasi assume i connotati della “inevitabilità”, perché a lungo provocata.
Se la posizione assunta si limita ad essere ostile al “momento unipolare” statunitense, si rischia di fare il “tifo” per chi, “semplicemente”, si posiziona in un orizzonte multipolare. Ancora una volta si sposa la logica di potenza. Quali sono, invece, gli interessi delle classi subalterne nel complesso di tali dinamiche?
Se la guerra di aggressione della Russia è la risposta ad una provocazione ultradecennale, se è la Russia a reagire e non le classi dominanti russe a tutela dei propri interessi, allora non c’è spazio per le voci delle classi subalterne.
Canfora, in effetti, non spende una sola parola per le vite e gli interessi dei proletari ucraini e russi che vengono quotidianamente brutalizzati da questa guerra.
La conseguenza – tutto sommato coerente – è che non sia in grado di fornire alcuna parola d’ordine sul “che fare” delle classi oppresse russa e ucraina in questa precisa congiuntura bellica [7].
Sabotare la guerra e la logistica bellica, promuovere e sostenere la diserzione di massa, imporre al Governo russo un cessate il fuoco immediato e a quelli occidentali il fermo all’invio di nuove armi. Non dovrebbero essere questi i compiti immediati delle classi subalterne e dei soggetti politici che ne difendono gli interessi?
A che serve indagare le cause della guerra senza porsi il problema immediato e concreto del come uscirne?
4. La logica della statualità e dell’interesse nazionale portano immancabilmente acqua al nazionalismo [8].
Gli anticorpi possono essere coltivati solo in una dimensione di fratellanza di classe internazionale: «… il proletariato… sa che la patria per la quale si deve battere non è la sua patria, che per il proletariato di ogni paese non vi è che un solo vero nemico: la classe dei capitalisti, che opprime e sfrutta il proletariato; che il proletariato di ogni paese è strettamente unito, dal suo più profondo interesse, al proletariato di ogni altro paese; che di fronte all’interesse comune del proletariato internazionale passano in seconda linea tutti gli interessi nazionale e che alla coalizione internazionale dello sfruttamento e dell’asservimento bisogna contrapporre la coalizione internazionale degli sfruttati, degli asserviti. Esso sa che il proletariato, se dovesse essere impiegato in una guerra, verrebbe condotto a lottare contro i suoi stessi fratelli e compagni di classe e con ciò contri i suoi stessi interessi» [9].
Oggi non c’è alcun consesso globale delle classi oppresse capace di coordinare lotte generalizzate transnazionali che vadano in tale ottica, ma questa deve essere la prospettiva, per la quale lavorare quotidianamente. La guerra, qualsiasi guerra che non sia rivoluzionaria, non fa che affossare ogni seppur minimo conato di internazionalismo.
5. Messa in mora la critica dell’economia politica, l’analisi dei processi di riarmo e delle dinamiche belliche da un punto di vista di classe (e dunque: logica del capitale in movimento per l’espansione o la difesa dei propri interessi), non rimane che l’antiamericanismo (categoria politica tipicamente di destra, perché fondata su una logica di “scontro di civiltà”) [10].
Non è un caso, forse, che l’intervista a Luciano Canfora sia stata condotta da Francesco Borgonovo (secondo un’impostazione delle domande e degli argomenti del tutto coerente con le sue idee politiche – decisamente di destra [11]) e pubblicata da «Oaks editrice», la quale ha in catalogo autori che appartengono all’estrema destra, fascista (neo e vetero) e con qualche simpatia nazistoide.
Note
[1] Lo evidenzia Amedeo Maddaluno, Geopolitica. Storia di un’ideologia, Firenze, goWare, 2019, pag. 12. Forse è anche il motivo per il quale la geopolitica sembra essere il luogo privilegiato di incontro tra la destra radicale e alcune connotazioni “stataliste” e “nazionali” di sinistra. Il libriccino appena citato, d’altronde, è emblematico: introdotto da Aldo Giannuli, tra i principali ringraziamenti dell’Autore figura anche Claudio Mutti: il “nazimaoista” fondatore della rivista di geopolitica «Eurasia» e delle «Edizioni all’Insegna del Veltro», note per aver pubblicato numerosi testi di autori nazisti nonché il libro del “nazionalcomunista” Gennadij Zjuganov (Presidente del PCFR), Stato e potenza, già nel 1999.
[2] È interessante notare come lo stesso schema di lettura sia stato adottato dalla rivista «Eurasia», che ha intitolato l’ultimo numero “Pressioni atlantiche e risposte eurasiatiche” (n. 2/2022). Con questo non si vuole sostenere che Canfora sia assimilabile agli ambienti rossobruni della rivista appena richiamata, ma che certi paradigmi spingono verso le medesime conclusioni.
[3] L’Autore ammette che la “denazificazione”, per quanto abbia una “parte di riscontro nella realtà”, in ragione della presenza non irrilevante di organizzazioni politiche e militari neonaziste in Ucraina, è una parola d’ordine che serve per di più a “mobilitare gli spiriti”. Tuttavia, la vera posta in gioco – continua l’A. – è fermare l’avanzata della NATO (pag. 72).
[4] Su questi temi si v. Noam Chomsky, Perché l’Ucraina. Interviste di C. J. Polychroniou e Valentina Nicolì, Milano, Ponte alle Grazie, 2022, pagg. 20-23.
[5] Tutt’altra complessità teorica e analitica recano, invece, gli approcci critici alle relazioni internazionali. Solo per fare un es., si pensi alle elaborazioni maturate negli ultimi decenni nell’ambito degli studi neo-gramsciani, nei quali la lotta di classe (rapporti tra forze sociali, di comando e subordinazione, di egemonia…) mantiene un ruolo fondamentale e non viene messa da parte. Si v., per una critica simpatetica a detto approccio, Mark McNally, “The Neo-Gramscians in the Study of International Relations: An Appraisal” in Materialismo Storico, n. 1/2017 (vol. II), pagg. 93-114.
[6] In un breve passaggio dell’intervista (pag. 33), Canfora ci tiene a precisare di non avere nulla a che fare con la Russia di Putin, considerando l’esperienza della Russia post-sovietica molto negativa. Non c’è alcun motivo per non credergli, ci mancherebbe. Il problema è altrove: nella incapacità di muovere una critica netta alla guerra, anche se di fatto “antiamericana”.
[7] Il grande stordimento generato dall’invasione russa non ha risparmiato nemmeno Noam Chomsky che, nel provare a dare indicazioni sul da farsi, si spinge a sostenere che “… dobbiamo fare tutto il possibile per dare sostegno a coloro che difendono valorosamente la loro patria…” (op. cit., pag. 82), senza rendersi conto che, così facendo, si finisce per sostenere la “linea Biden” dell’invio massiccio di armi in Ucraina.
[8] Ogni “buon” nazionalismo – si sa – costruisce la propria identità nazionale contro le altre, fino, nei casi estremi, a negarle. È proprio quanto accade nel discorso politico di Putin, il quale – valorizzando gli stessi temi del nazionalismo russo ottocentesco e del primo Novecento – finisce per negare legittimità storica all’identità nazionale ucraina. Sul tema si v. Giovanni Savino, “Cosmologia di Vladimir Putin”, in Limes, n. 4/2022, pagg. 67-73.
[9] Karl Liebknecht, “Militarismo e antimilitarismo con particolare riguardo al movimento giovanile internazionale”, in Id., Scritti politici, a cura di Enzo Collotti, Milano, Feltrinelli, 1971, pag. 87.
[10] Sul tema si v. Giorgio Locchi, Alain De Benoist, Il male americano, Roma, LEDE, 1979. Per una ricostruzione ben più articolata della crisi ucraina, con un impianto analitico storico-materialista, si v. Yurii Colombo, Svoboda. Ucraina fra NATO e Russia dall’indipendenza a oggi. Nuova edizione, Roma, Castelvecchi, 2022.
[11] Ampiamente squadernate negli articoli pubblicati dopo l’intervista a Canfora.
Fonte
1. Con lo scoppio della recente guerra in Ucraina la disciplina geopolitica ha assunto un ruolo preponderante nei dibattiti quotidiani nei principali media (televisivi, digitali e carta stampata). Non è un caso che il numero di «Limes» dedicato alla guerra russo-ucraina abbia raggiunto record di vendite impensabili fino a poche settimane prima e in tv impazzino analisti di vario calibro, esperti di relazioni internazionali e, appunto, geopolitica.
Alessandro Orsini è uscito dagli ovattati ambienti universitari della Luiss per costellare le tv con le sue presenze e Mentana, fiutato l’affare, ha deciso di editare addirittura una nuova rivista di geopolitica – «Domino» – diretta dal giovane Dario Fabbri.
La “materia” tira... ma dove porta?
È risaputo che la geopolitica studia i rapporti tra la statualità e lo spazio (non a caso i primi teorici tedeschi di tale disciplina ragionavano sui problemi strategici che la Germania doveva affrontare per reagire contro le pressioni derivanti da Est e da Ovest, alla ricerca, dunque, del Lebensraum).
Al di là delle differenze, pure sensibili, tra i disparati filoni di ricerca delle varie teorie “geopolitiche” (che ne hanno anche ampliato gli ambiti di investigazione), esse per lo più hanno contribuito a fornire delle basi alle ideologie dello Stato [1].
Il soggetto di riferimento delle principali teorie o analisi geopolitiche, dunque, è lo Stato (nazionale o plurinazionale che sia; federale o imperiale, ecc…). Le classi sociali sono entità del tutto estranee agli studi geopolitici. È l’interesse nazionale (a prescindere dalla soggettività politica che lo incarna) ad essere indagato, per costruire ipotesi che possano servire ad una sua migliore proiezione esterna.
2. Il ragionamento che sviluppa Luciano Canfora nell’intervista realizzata da Francesco Borgonovo è senz’altro erudito e articolato. Il tentativo, esplicitato nelle prime pagine del libro, è quello di andare alla ricerca delle “cause” della guerra nei periodi di pace.
Canfora, per inquadrare la complessità delle vicende belliche e dei loro fattori scatenanti, richiama il grande patrimonio della letteratura classica e fa ricorso a frequenti analogie con le esperienze del Novecento.
Per spiegare la dinamica delle relazioni internazionali così come sono andate strutturandosi negli ultimi decenni nell’Est Europa, e segnatamente tra la Russia e i Paesi ad essa limitrofi, soprattutto l’Ucraina, fa riferimento ad un libro di Arnold Toynbee, Il mondo e l’Occidente: “Toynbee… dice: l’Occidente è storicamente l’aggressore. Verso gli altri mondi, non soltanto verso la Russia. Toynbee introduce questa categoria storica molto interessante, ‘sfida e risposta’” (pag. 82).
Utilizzando tale quadro analitico, Canfora ricostruisce gli scopi e l’operato degli USA e della NATO degli ultimi decenni: “spingere sempre più in là” la Russia, fino ad accerchiarla. Per questo motivo: “La reazione russa è stata brutale, certo, ma è arrivata al termine di una serie di brutalità dall’altra parte. Dirlo ormai sembra un sacrilegio, ma più ci penso e più mi pare che questo sia lo scenario dell’ultimo quarto di secolo” (pag. 63) [2].
Nell’intero ragionamento di Canfora scompaiono le classi sociali: russe, ucraine, degli altri Paesi, occidentali o orientali che siano. Le dinamiche internazionali sono analizzate solo dal punto di vista delle nazioni e dei poli transnazionali di aggregazione di interessi geoeconomici e militari.
La NATO provoca – la Russia reagisce [3]. Ma quali sono gli interessi di classe nelle politiche di aggressione della NATO? E quali sono gli interessi di classe che Putin e il suo entourage politico difendono con la decisione criminale di invadere un altro Paese?
Nell’ottica assunta dall’A., in campo ci sono solo blocchi nazionali o macroregionali di interessi, contrapposti, come se all’interno di ogni realtà nazionale o polo imperialistico non vi fossero contraddizioni di classe insanabili.
Non v’è dubbio che alla alleanza atlantica vadano attribuite le responsabilità per molteplici guerre degli ultimi decenni. E non v’è dubbio che il costante allargamento dell’alleanza verso Est abbia generato un “moto reattivo” della Russia.
La NATO, d’altronde, negli anni ’90 ha modificato la propria missione ufficiale, trasformandosi da alleanza difensiva a strumento di dominio imperialistico tout court degli USA: la nuova missione è quella di proteggere il “sistema energetico globale” (vie marittime, condotti di gas e petrolio…). Di fatto, una delega in bianco al suo principale azionista per operare su qualsiasi scenario mondiale.
Lo strumento utilizzato è la dottrina della “Responsability to Protect”: nell’accezione fornita dagli statunitensi essa deborda dal similare principio delle Nazioni Unite e, quindi, anche in assenza di autorizzazione del Consiglio di sicurezza, la NATO può operare [4].
La ricostruzione delle politiche di dominio imperialistico, tuttavia, non vanno mai scisse da una analisi di classe anche sui vari livelli nazionali. È proprio su questo piano che la geopolitica è inservibile dal punto di vista marxista e, anzi, finisce per essere una pericolosa “ideologia”, nella misura in cui occulta deliberatamente le distinzioni di classe e le diseguaglianze interne ad ogni Paese/Stato che, invece, prende – nella sua interezza – come riferimento della propria analisi e proposta strategica. La geopolitica, per sua natura costitutiva, nega ogni possibilità di analisi internazionalista (diversa da quella internazionale che fa delle dinamiche interstatuali).
La perdita del punto di vista di classe immancabilmente rigenera l’attenzione per i “popoli” (considerati come indistinte aggregazioni umane con interessi omogenei) e gli Stati (o comunque per le entità statuali) [5].
Si abbandona la critica dell’economia politica per abbracciare l’ideologia dello Stato (e, quindi, legittimare l’operato degli agenti del Capitale).
3. Ciò che desta più sconcerto, per un comunista, è tuttavia l’assenza di qualsiasi presa di posizione radicalmente contraria alla guerra di Putin (il massimo che si concede Canfora è definirla una “brutale reazione”) [6]. La logica di contrapposizione di potenza degli Stati (nel caso specifico: la Russia contro gli interessi della NATO gestiti per procura dall’Ucraina), finisce per legittimare una lettura quasi “neutrale” della guerra (priva di interessi di classe specifici) che quasi assume i connotati della “inevitabilità”, perché a lungo provocata.
Se la posizione assunta si limita ad essere ostile al “momento unipolare” statunitense, si rischia di fare il “tifo” per chi, “semplicemente”, si posiziona in un orizzonte multipolare. Ancora una volta si sposa la logica di potenza. Quali sono, invece, gli interessi delle classi subalterne nel complesso di tali dinamiche?
Se la guerra di aggressione della Russia è la risposta ad una provocazione ultradecennale, se è la Russia a reagire e non le classi dominanti russe a tutela dei propri interessi, allora non c’è spazio per le voci delle classi subalterne.
Canfora, in effetti, non spende una sola parola per le vite e gli interessi dei proletari ucraini e russi che vengono quotidianamente brutalizzati da questa guerra.
La conseguenza – tutto sommato coerente – è che non sia in grado di fornire alcuna parola d’ordine sul “che fare” delle classi oppresse russa e ucraina in questa precisa congiuntura bellica [7].
Sabotare la guerra e la logistica bellica, promuovere e sostenere la diserzione di massa, imporre al Governo russo un cessate il fuoco immediato e a quelli occidentali il fermo all’invio di nuove armi. Non dovrebbero essere questi i compiti immediati delle classi subalterne e dei soggetti politici che ne difendono gli interessi?
A che serve indagare le cause della guerra senza porsi il problema immediato e concreto del come uscirne?
4. La logica della statualità e dell’interesse nazionale portano immancabilmente acqua al nazionalismo [8].
Gli anticorpi possono essere coltivati solo in una dimensione di fratellanza di classe internazionale: «… il proletariato… sa che la patria per la quale si deve battere non è la sua patria, che per il proletariato di ogni paese non vi è che un solo vero nemico: la classe dei capitalisti, che opprime e sfrutta il proletariato; che il proletariato di ogni paese è strettamente unito, dal suo più profondo interesse, al proletariato di ogni altro paese; che di fronte all’interesse comune del proletariato internazionale passano in seconda linea tutti gli interessi nazionale e che alla coalizione internazionale dello sfruttamento e dell’asservimento bisogna contrapporre la coalizione internazionale degli sfruttati, degli asserviti. Esso sa che il proletariato, se dovesse essere impiegato in una guerra, verrebbe condotto a lottare contro i suoi stessi fratelli e compagni di classe e con ciò contri i suoi stessi interessi» [9].
Oggi non c’è alcun consesso globale delle classi oppresse capace di coordinare lotte generalizzate transnazionali che vadano in tale ottica, ma questa deve essere la prospettiva, per la quale lavorare quotidianamente. La guerra, qualsiasi guerra che non sia rivoluzionaria, non fa che affossare ogni seppur minimo conato di internazionalismo.
5. Messa in mora la critica dell’economia politica, l’analisi dei processi di riarmo e delle dinamiche belliche da un punto di vista di classe (e dunque: logica del capitale in movimento per l’espansione o la difesa dei propri interessi), non rimane che l’antiamericanismo (categoria politica tipicamente di destra, perché fondata su una logica di “scontro di civiltà”) [10].
Non è un caso, forse, che l’intervista a Luciano Canfora sia stata condotta da Francesco Borgonovo (secondo un’impostazione delle domande e degli argomenti del tutto coerente con le sue idee politiche – decisamente di destra [11]) e pubblicata da «Oaks editrice», la quale ha in catalogo autori che appartengono all’estrema destra, fascista (neo e vetero) e con qualche simpatia nazistoide.
Note
[1] Lo evidenzia Amedeo Maddaluno, Geopolitica. Storia di un’ideologia, Firenze, goWare, 2019, pag. 12. Forse è anche il motivo per il quale la geopolitica sembra essere il luogo privilegiato di incontro tra la destra radicale e alcune connotazioni “stataliste” e “nazionali” di sinistra. Il libriccino appena citato, d’altronde, è emblematico: introdotto da Aldo Giannuli, tra i principali ringraziamenti dell’Autore figura anche Claudio Mutti: il “nazimaoista” fondatore della rivista di geopolitica «Eurasia» e delle «Edizioni all’Insegna del Veltro», note per aver pubblicato numerosi testi di autori nazisti nonché il libro del “nazionalcomunista” Gennadij Zjuganov (Presidente del PCFR), Stato e potenza, già nel 1999.
[2] È interessante notare come lo stesso schema di lettura sia stato adottato dalla rivista «Eurasia», che ha intitolato l’ultimo numero “Pressioni atlantiche e risposte eurasiatiche” (n. 2/2022). Con questo non si vuole sostenere che Canfora sia assimilabile agli ambienti rossobruni della rivista appena richiamata, ma che certi paradigmi spingono verso le medesime conclusioni.
[3] L’Autore ammette che la “denazificazione”, per quanto abbia una “parte di riscontro nella realtà”, in ragione della presenza non irrilevante di organizzazioni politiche e militari neonaziste in Ucraina, è una parola d’ordine che serve per di più a “mobilitare gli spiriti”. Tuttavia, la vera posta in gioco – continua l’A. – è fermare l’avanzata della NATO (pag. 72).
[4] Su questi temi si v. Noam Chomsky, Perché l’Ucraina. Interviste di C. J. Polychroniou e Valentina Nicolì, Milano, Ponte alle Grazie, 2022, pagg. 20-23.
[5] Tutt’altra complessità teorica e analitica recano, invece, gli approcci critici alle relazioni internazionali. Solo per fare un es., si pensi alle elaborazioni maturate negli ultimi decenni nell’ambito degli studi neo-gramsciani, nei quali la lotta di classe (rapporti tra forze sociali, di comando e subordinazione, di egemonia…) mantiene un ruolo fondamentale e non viene messa da parte. Si v., per una critica simpatetica a detto approccio, Mark McNally, “The Neo-Gramscians in the Study of International Relations: An Appraisal” in Materialismo Storico, n. 1/2017 (vol. II), pagg. 93-114.
[6] In un breve passaggio dell’intervista (pag. 33), Canfora ci tiene a precisare di non avere nulla a che fare con la Russia di Putin, considerando l’esperienza della Russia post-sovietica molto negativa. Non c’è alcun motivo per non credergli, ci mancherebbe. Il problema è altrove: nella incapacità di muovere una critica netta alla guerra, anche se di fatto “antiamericana”.
[7] Il grande stordimento generato dall’invasione russa non ha risparmiato nemmeno Noam Chomsky che, nel provare a dare indicazioni sul da farsi, si spinge a sostenere che “… dobbiamo fare tutto il possibile per dare sostegno a coloro che difendono valorosamente la loro patria…” (op. cit., pag. 82), senza rendersi conto che, così facendo, si finisce per sostenere la “linea Biden” dell’invio massiccio di armi in Ucraina.
[8] Ogni “buon” nazionalismo – si sa – costruisce la propria identità nazionale contro le altre, fino, nei casi estremi, a negarle. È proprio quanto accade nel discorso politico di Putin, il quale – valorizzando gli stessi temi del nazionalismo russo ottocentesco e del primo Novecento – finisce per negare legittimità storica all’identità nazionale ucraina. Sul tema si v. Giovanni Savino, “Cosmologia di Vladimir Putin”, in Limes, n. 4/2022, pagg. 67-73.
[9] Karl Liebknecht, “Militarismo e antimilitarismo con particolare riguardo al movimento giovanile internazionale”, in Id., Scritti politici, a cura di Enzo Collotti, Milano, Feltrinelli, 1971, pag. 87.
[10] Sul tema si v. Giorgio Locchi, Alain De Benoist, Il male americano, Roma, LEDE, 1979. Per una ricostruzione ben più articolata della crisi ucraina, con un impianto analitico storico-materialista, si v. Yurii Colombo, Svoboda. Ucraina fra NATO e Russia dall’indipendenza a oggi. Nuova edizione, Roma, Castelvecchi, 2022.
[11] Ampiamente squadernate negli articoli pubblicati dopo l’intervista a Canfora.
Fonte
14/03/2022
Canfora: Zelensky grazie a un golpe
Una voce fuori dal coro. Per “vocazione”. Controcorrente, anche quando sa che le sue considerazioni si scontrano con una narrazione consolidata, mainstream. Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni), è così. Sempre stimolante, comunque la si pensi. E le sue riflessioni sulla guerra d’Ucraina ne sono una conferma.
Professor Canfora, in queste drammatiche settimane, in molti si sono cimentati nel definire ciò che sta avvenendo ad Est. Qual è la sua di definizione?
Punto uno, è un conflitto tra potenze. È inutile cercare di inchiodare sull’ideologia i buoni e i cattivi, le democrazie e i regimi autocratici... Ciò che sfugge è che il vero conflitto è tra la Russia e la Nato. Per interposta Ucraina. Che si è resa pedina di un gioco più grande. Un gioco che non è iniziato avanti ieri ma è cominciato almeno dal 2014, dopo il colpo di Stato a Kiev che cacciò Yanukovich. È una guerra tra potenze. Quando i vari giornaletti e giornalistucoli dicono ecco gli ex comunisti che si schierano... Una delle solite idiozie della nostra stampa. Io rivendico il diritto di dire che le potenze in lotta sono entrambe lontane dalla mia posizione e dalle mie scelte, perché le potenze in lotta fanno ciascuna il loro mestiere. E né gli uni né gli altri sono apprezzabili. Nascondere le responsabilità degli uni a favore degli altri è un gesto, per essere un po’ generosi, perlomeno anti-scientifico.
C’è chi sostiene che per Putin la vera minaccia non era tanto l’ingresso dell’Ucraina nella Nato o la sua adesione all’Ue, quanto il sistema democratico che in quel Paese ai confini con la Russia si stava sperimentando. Lei come la pensa?
Usiamo un verso del sommo Leopardi: “Non so se il riso o la pietà prevale” dinanzi a schemi di questo tipo...
Dalla poesia alla prosa...
Se dobbiamo ritenere che sia democratico chi arriva al potere dopo un colpo di Stato, perché quando in Ucraina fu cacciato il governo in carica quello era un golpe, come quello di al-Sisi in Egitto contro i Fratelli Musulmani. Ognuno è libero di dire le sciocchezze che vuole ma adoperare queste categorie per salvarsi la coscienza, è cosa poco seria. Il figlio di Biden è in affari con Zelensky. Zelensky è un signore che dice di voler combattere per degli ideali, ma questi ideali hanno anche dei risvolti meno idealistici...
Vale a dire?
Il Guardian, non la Pravda, nell’ottobre del 2021 fece un ritratto di Zelensky, dal punto di vista affaristico, molto pesante. Incitiamo i nostri simpatici gazzettieri ad andarsi a leggere il Guardian dell’anno passato per avere un ritratto realistico di Zelensky. Dopodiché non mi scandalizzo, perché quando si usano le parole libertà e democrazia c’è odore di propaganda lontano un miglio. O parliamo seriamente o facciamo propaganda. La propaganda peraltro è cosa molto seria, basta non crederci.
C’è chi accusa la Russia di disinformatia...
Beh, anche il nostro apparato informativo è spaventoso, da quel punto di vista lì. Non ho nessuna tenerezza per la disinformatia russa, però lo spettacolo della nostra stampa, cartacea e televisiva, è peggio del Minculpop. A confronto il Minculpop è un’Accademia dell’Arcadia. Una stampa con l’elmetto, in cui dalla mattina alla sera non si fa altro che blaterare, urlare, protestare, piangere, sentenziare, per creare una psicosi di massa. Devo confessarle che nonostante ne abbia viste tante in vita mia, sono rimasto piuttosto stupito di cotanta prontezza, che fa pensare ad a ordini precisi, con cui la stampa si sia messa l’elmetto. Una cosa francamente penosa. Anche nella psicologia diffusa. Le racconto questa: l’altro ieri ho incontrato un tizio per la strada che mi ferma e mi dice: “Professore, ma lei cosa pensa di quel pazzo di Putin?”. “Qualche responsabilità c’è anche dall’altra parte”, gli rispondo. “Ah”, dice, “ma allora lei la pensa come me”. Questo è un episodio emblematico. Siamo arrivati all’autocensura per timore di scoprirsi. Come durante il fascismo, quando si diceva ma allora anche Lei è contro... Siamo ridotti a questo. Lanciamo almeno un campanello d’allarme affinché la stampa ridivenga dignitosa. Se ce la fa.
I pacifisti che hanno manifestato sabato scorso a Roma, sono stati additati da più parti come dei “filo-Putin”...
È maccartismo puro. Non mi stupisce questo, una volta si diceva sono pagati per questo. È talmente in malafede dire una cosa del genere che non merita neanche un’argomentazione complessa. Perché rivela da sé la natura maccartistica, persecutoria, isterica, di falsa coscienza di una tale valutazione. È chiaro che tutti auspichiamo che si torni a una vera situazione pacifica. Ma ricordiamoci il passato, però...
Ricordiamolo, professore.
Gorbaciov auspicò la Casa comune europea. E fu respinto. Aggiungiamo anche che dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, nacque la Comunità degli Stati Indipendenti, di cui facevano parte l’Ucraina, i Paesi baltici, l’Asia centrale russa, la Georgia. La Comunità degli Stati Indipendenti è un concetto. Comunità vuol dire qualche cosa. Se tu dopo un colpo di Stato, quello del 2014, cominci a chiedere di entrare nella Nato, stai disattendendo un impegno preso non molti anni prima. Ci vuole una Conferenza per la sicurezza europea. Una via di uscita. Se esistesse l’Unione Europea, che purtroppo non esiste, la soluzione sarebbe quella di prendere una iniziativa per una Conferenza per la sicurezza in Europa. Di cui gli Stati Uniti non fanno parte. Invece l’Europa è ingabbiata dentro la Nato il cui vertice politico e militare sta negli Stati Uniti. Il comandante generale della Nato per statuto deve essere un generale americano. Il segretario generale della Nato per entrare in carica, anche se si chiama Stoltenberg ed è norvegese, deve avere il placet del governo degli Stati Uniti. Imbavagliati così, balbetteremo sempre.
In queste settimane di guerra, ci si è molto esercitati nella decodificazione dei vari discorsi pronunciati da Putin, nei quali il presidente russo ha evocato la Grande Guerra Patriottica, la Madre Terra Russia, il panrussismo etc. Da storico: non c’è da temere quando un politico, soprattutto se questo politico ha in mano una potenza nucleare, sembra voler riscrivere la Storia?
Questo mi pare evidente. Solo che il paragone storico più calzante sarebbe un altro...
Quale?
Quello che un ottimo studioso italiano, Gian Enrico Rusconi, quando la Nato si affrettò a disintegrare la Jugoslavia, intitolò un suo libro, un bel libro, a riguardo Rischio 1914. Ci siamo dimenticati che dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, la Nato ha voluto, pezzo a pezzo, mangiarsi lo spazio intermedio fino ai confini della Russia? E il primo ostacolo era la Jugoslavia. E quando ci fu la secessione della Croazia, analoga se vogliamo alla secessione del Donbass, il primo a riconoscere il governo croato fu il Papa e il secondo fu il governo federale tedesco. E tutti applaudivano. La secessione della Croazia era un gioiello, una bellezza. Adesso la secessione del Donbass è un crimine. Rischio 1914. Lo dico con allarme. Sul Corriere della Sera, una voce sensata, quella di Franco Venturini, dice: ma ci rendiamo conto che Zelensky sta continuando a chiedere l’intervento militare della Nato, cioè vuole la Terza guerra mondiale... Ce ne rendiamo conto o no?
Lei come giudica la decisione del governo italiano di inviare equipaggiamenti militari all’Ucraina?
L’Unione europea, che purtroppo non esiste, avrebbe dovuto avere una politica unica su questo come su altri terreni. È piuttosto sconcertante e politicamente sbagliato che ognuno vada per conto suo. Nel caso particolare l’Italia vuole fare la prima della classe. Spero che si mantenga entro limiti accettabili per la controparte, stante che noi abbiamo in casa le basi Nato. Se continuiamo a scherzare col fuoco, facciamo quello che Zelensky insistentemente chiede. A questo proposito mi permetto di raccontare una cosa che peraltro è verificabile. Giorni fa, sulla Rete Tre della televisione, in un talk show c’è in studio una studiosa ucraina, e viene mandato in onda un discorso di Zelensky che viene tradotto, in simultanea, in italiano. A un certo punto, la studiosa ucraina dice “attenzione, la traduzione è sbagliata”, perché lui sta dicendo altro. “E che sta dicendo, le chiede la conduttrice?”. “Sta dicendo che bisogna che la Nato intervenga militarmente”. La traduzione voleva occultare questo. Figuraccia della televisione italiana. Rischiamo di raccontarle queste cose, perché tra breve, non so, leggeremo il Vangelo secondo Riotta? Spero di no.
Se qualcuno alzasse l’indice accusatorio e dicesse: ecco, il professor Canfora ha svelato di essere un nostalgico del tempo che fu... Come risponderebbe?
Io non credo di aver manifestato nostalgie nel momento che mi sono più volte espresso intorno agli scenari conseguenti alla sconfitta dell’Unione Sovietica nella Guerra Fredda. Nessuno, però, può toglierci il diritto di dire quello che ha scritto, poco prima di morire, Demetrio Volcic. E cioè che la situazione di equilibrio esistente al tempo delle due super potenze, garantiva la pace nel mondo. Demetrio Volcic. Spero che sia considerato al di sopra di ogni sospetto.
Fonte
Professor Canfora, in queste drammatiche settimane, in molti si sono cimentati nel definire ciò che sta avvenendo ad Est. Qual è la sua di definizione?
Punto uno, è un conflitto tra potenze. È inutile cercare di inchiodare sull’ideologia i buoni e i cattivi, le democrazie e i regimi autocratici... Ciò che sfugge è che il vero conflitto è tra la Russia e la Nato. Per interposta Ucraina. Che si è resa pedina di un gioco più grande. Un gioco che non è iniziato avanti ieri ma è cominciato almeno dal 2014, dopo il colpo di Stato a Kiev che cacciò Yanukovich. È una guerra tra potenze. Quando i vari giornaletti e giornalistucoli dicono ecco gli ex comunisti che si schierano... Una delle solite idiozie della nostra stampa. Io rivendico il diritto di dire che le potenze in lotta sono entrambe lontane dalla mia posizione e dalle mie scelte, perché le potenze in lotta fanno ciascuna il loro mestiere. E né gli uni né gli altri sono apprezzabili. Nascondere le responsabilità degli uni a favore degli altri è un gesto, per essere un po’ generosi, perlomeno anti-scientifico.
C’è chi sostiene che per Putin la vera minaccia non era tanto l’ingresso dell’Ucraina nella Nato o la sua adesione all’Ue, quanto il sistema democratico che in quel Paese ai confini con la Russia si stava sperimentando. Lei come la pensa?
Usiamo un verso del sommo Leopardi: “Non so se il riso o la pietà prevale” dinanzi a schemi di questo tipo...
Dalla poesia alla prosa...
Se dobbiamo ritenere che sia democratico chi arriva al potere dopo un colpo di Stato, perché quando in Ucraina fu cacciato il governo in carica quello era un golpe, come quello di al-Sisi in Egitto contro i Fratelli Musulmani. Ognuno è libero di dire le sciocchezze che vuole ma adoperare queste categorie per salvarsi la coscienza, è cosa poco seria. Il figlio di Biden è in affari con Zelensky. Zelensky è un signore che dice di voler combattere per degli ideali, ma questi ideali hanno anche dei risvolti meno idealistici...
Vale a dire?
Il Guardian, non la Pravda, nell’ottobre del 2021 fece un ritratto di Zelensky, dal punto di vista affaristico, molto pesante. Incitiamo i nostri simpatici gazzettieri ad andarsi a leggere il Guardian dell’anno passato per avere un ritratto realistico di Zelensky. Dopodiché non mi scandalizzo, perché quando si usano le parole libertà e democrazia c’è odore di propaganda lontano un miglio. O parliamo seriamente o facciamo propaganda. La propaganda peraltro è cosa molto seria, basta non crederci.
C’è chi accusa la Russia di disinformatia...
Beh, anche il nostro apparato informativo è spaventoso, da quel punto di vista lì. Non ho nessuna tenerezza per la disinformatia russa, però lo spettacolo della nostra stampa, cartacea e televisiva, è peggio del Minculpop. A confronto il Minculpop è un’Accademia dell’Arcadia. Una stampa con l’elmetto, in cui dalla mattina alla sera non si fa altro che blaterare, urlare, protestare, piangere, sentenziare, per creare una psicosi di massa. Devo confessarle che nonostante ne abbia viste tante in vita mia, sono rimasto piuttosto stupito di cotanta prontezza, che fa pensare ad a ordini precisi, con cui la stampa si sia messa l’elmetto. Una cosa francamente penosa. Anche nella psicologia diffusa. Le racconto questa: l’altro ieri ho incontrato un tizio per la strada che mi ferma e mi dice: “Professore, ma lei cosa pensa di quel pazzo di Putin?”. “Qualche responsabilità c’è anche dall’altra parte”, gli rispondo. “Ah”, dice, “ma allora lei la pensa come me”. Questo è un episodio emblematico. Siamo arrivati all’autocensura per timore di scoprirsi. Come durante il fascismo, quando si diceva ma allora anche Lei è contro... Siamo ridotti a questo. Lanciamo almeno un campanello d’allarme affinché la stampa ridivenga dignitosa. Se ce la fa.
I pacifisti che hanno manifestato sabato scorso a Roma, sono stati additati da più parti come dei “filo-Putin”...
È maccartismo puro. Non mi stupisce questo, una volta si diceva sono pagati per questo. È talmente in malafede dire una cosa del genere che non merita neanche un’argomentazione complessa. Perché rivela da sé la natura maccartistica, persecutoria, isterica, di falsa coscienza di una tale valutazione. È chiaro che tutti auspichiamo che si torni a una vera situazione pacifica. Ma ricordiamoci il passato, però...
Ricordiamolo, professore.
Gorbaciov auspicò la Casa comune europea. E fu respinto. Aggiungiamo anche che dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, nacque la Comunità degli Stati Indipendenti, di cui facevano parte l’Ucraina, i Paesi baltici, l’Asia centrale russa, la Georgia. La Comunità degli Stati Indipendenti è un concetto. Comunità vuol dire qualche cosa. Se tu dopo un colpo di Stato, quello del 2014, cominci a chiedere di entrare nella Nato, stai disattendendo un impegno preso non molti anni prima. Ci vuole una Conferenza per la sicurezza europea. Una via di uscita. Se esistesse l’Unione Europea, che purtroppo non esiste, la soluzione sarebbe quella di prendere una iniziativa per una Conferenza per la sicurezza in Europa. Di cui gli Stati Uniti non fanno parte. Invece l’Europa è ingabbiata dentro la Nato il cui vertice politico e militare sta negli Stati Uniti. Il comandante generale della Nato per statuto deve essere un generale americano. Il segretario generale della Nato per entrare in carica, anche se si chiama Stoltenberg ed è norvegese, deve avere il placet del governo degli Stati Uniti. Imbavagliati così, balbetteremo sempre.
In queste settimane di guerra, ci si è molto esercitati nella decodificazione dei vari discorsi pronunciati da Putin, nei quali il presidente russo ha evocato la Grande Guerra Patriottica, la Madre Terra Russia, il panrussismo etc. Da storico: non c’è da temere quando un politico, soprattutto se questo politico ha in mano una potenza nucleare, sembra voler riscrivere la Storia?
Questo mi pare evidente. Solo che il paragone storico più calzante sarebbe un altro...
Quale?
Quello che un ottimo studioso italiano, Gian Enrico Rusconi, quando la Nato si affrettò a disintegrare la Jugoslavia, intitolò un suo libro, un bel libro, a riguardo Rischio 1914. Ci siamo dimenticati che dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, la Nato ha voluto, pezzo a pezzo, mangiarsi lo spazio intermedio fino ai confini della Russia? E il primo ostacolo era la Jugoslavia. E quando ci fu la secessione della Croazia, analoga se vogliamo alla secessione del Donbass, il primo a riconoscere il governo croato fu il Papa e il secondo fu il governo federale tedesco. E tutti applaudivano. La secessione della Croazia era un gioiello, una bellezza. Adesso la secessione del Donbass è un crimine. Rischio 1914. Lo dico con allarme. Sul Corriere della Sera, una voce sensata, quella di Franco Venturini, dice: ma ci rendiamo conto che Zelensky sta continuando a chiedere l’intervento militare della Nato, cioè vuole la Terza guerra mondiale... Ce ne rendiamo conto o no?
Lei come giudica la decisione del governo italiano di inviare equipaggiamenti militari all’Ucraina?
L’Unione europea, che purtroppo non esiste, avrebbe dovuto avere una politica unica su questo come su altri terreni. È piuttosto sconcertante e politicamente sbagliato che ognuno vada per conto suo. Nel caso particolare l’Italia vuole fare la prima della classe. Spero che si mantenga entro limiti accettabili per la controparte, stante che noi abbiamo in casa le basi Nato. Se continuiamo a scherzare col fuoco, facciamo quello che Zelensky insistentemente chiede. A questo proposito mi permetto di raccontare una cosa che peraltro è verificabile. Giorni fa, sulla Rete Tre della televisione, in un talk show c’è in studio una studiosa ucraina, e viene mandato in onda un discorso di Zelensky che viene tradotto, in simultanea, in italiano. A un certo punto, la studiosa ucraina dice “attenzione, la traduzione è sbagliata”, perché lui sta dicendo altro. “E che sta dicendo, le chiede la conduttrice?”. “Sta dicendo che bisogna che la Nato intervenga militarmente”. La traduzione voleva occultare questo. Figuraccia della televisione italiana. Rischiamo di raccontarle queste cose, perché tra breve, non so, leggeremo il Vangelo secondo Riotta? Spero di no.
Se qualcuno alzasse l’indice accusatorio e dicesse: ecco, il professor Canfora ha svelato di essere un nostalgico del tempo che fu... Come risponderebbe?
Io non credo di aver manifestato nostalgie nel momento che mi sono più volte espresso intorno agli scenari conseguenti alla sconfitta dell’Unione Sovietica nella Guerra Fredda. Nessuno, però, può toglierci il diritto di dire quello che ha scritto, poco prima di morire, Demetrio Volcic. E cioè che la situazione di equilibrio esistente al tempo delle due super potenze, garantiva la pace nel mondo. Demetrio Volcic. Spero che sia considerato al di sopra di ogni sospetto.
Fonte
25/04/2017
La schiavitù linguistica del capitale
Qualche tempo fa Luciano Canfora ha presentato il suo ultimo libello, La schiavitù del capitale, alla trasmissione Quante storie di Corrado Augias.
Vorrei riportare due dichiarazioni di Canfora che sintetizzano il quadro entro cui è racchiusa la direzione politico-economica della scuola (mondiale, europea e, di conseguenza, italiana).
A commento di un video sul lavoro di fabbrica e quello post-fordista dei call center, Canfora dice: «Impressionante, direi; lo sfruttamento diventa più raffinato, e perciò più pericoloso [...] questo interferisce direttamente nel pensiero, nella vita intellettuale dello sfruttato, per giunta in condizioni, dal punto di vista sindacale, peggiori».
Il secondo passo. Ad Augias che, a proposito del “manifesto dei 600”, dice: «Che i giovani parlino e scrivano male è un dato, si vede. Perché?», Canfora risponde:
«È un effetto di vari fattori. Vorrei sintetizzarli molto in breve: uno è l’imperversare medico pedagogico, potremmo chiamarlo così, di questa pseudo-scienza che individua nello sforzo per imparare quasi una persecuzione. Gramsci diceva che studiare è una fatica, deve essere una fatica. [E invece oggi] niente sintassi, niente date nella storia, nozionismo come nemico. Tutto questo è stato un danno.
Poi è intervenuta anche una mania, diciamo, paranglosassone: siccome nel mondo anglosassone si parla e si scrive in modo telegrafico e semplice con una sintassi quasi fragile, dobbiamo scrivere così: una perdita gratuita di una identità. La guerra contro l’analisi logica...».
Questo è un effetto paradossale – ma solo apparentemente – della cosiddetta società della conoscenza, che non produce certo più conoscenza di prima, ma cerca di inglobarle quanto più è possibile nel processo di valorizzazione capitalistica. E questo avviene con la sua frammentazione, semplificazione e diffusione a tripla w.
È il famoso processo descritto da Marx, come “sussunzione reale” (della conoscenza, in questo caso) sotto il capitale. Questa conoscenza, prodotta altrove e da pochi, viene spezzettata e omogeneizzata e resa fruibile alla massa dei “knowledge workers”, cioè ai nostri studenti. Per questo motivo occorrono metodi semplificati, riduzione dei saperi, velocità nell’apprendimento. Proprio la velocità è un fattore importante nel nuovo paradigma produttivo post-fordista del just-in-time. Da qui deriva la semplificazione e l’odio verso la “fatica del concetto”, per citare Hegel.
A questa velocità corrisponde una semplificazione sintattica, che ha la sua massima espressione nella scrittura web. È noto a qualunque studente di filosofia che per leggere Hegel, Kant o Aristotele occorre avere un libro in mano, proprio perché la difficoltà della cosa è anche difficoltà della lingua. Leggere per ore su uno schermo è puro masochismo.
Chi studia sa che il concetto è difficile sino a che non viene assimilato: allora diventa familiare e non più oscuro. Attraverso il pensiero e la lingua (che non sono statici) noi conosciamo il mondo. Ma una lingua facile non fa il mondo facile, lo rende banale.
Su questa banalità si incentra in pratica la nozione di literacy (alfabetizzazione, all’ingrosso), ossia, detta in parole prive di paillettes, la capacità di reperire le informazioni necessarie, soprattutto sul web. È su questa nozione che si basano fondamentalmente le "prove invalsi". Tutta la verifica delle competenze linguistiche non è atta a capire se, attraverso la lingua, un individuo è in grado di padroneggiare il mondo e di esprimerlo concettualmente e dunque linguisticamente, ma se è in grado di capire le informazioni che legge. Che, direi, non è poca cosa, ovviamente. Ma se la nostra capacità si esercita su testi semplificati, la capacità di comprensione del reale si perde. Così come si perde se i nostri obiettivi si abbassano al mero reperimento delle informazioni.
Purtroppo una parte non esigua di responsabilità è delle case editrici, soprattutto quelle per l’infanzia e i giovani, le quali hanno semplificato il linguaggio per renderlo spedito e semplice, in maniera tale da conquistare in tempi veloci il proprio lettore-consumatore. E questa è la situazione migliore, perché parliamo dei “giovani che leggono”. Non parliamo invece di quelli che non leggono o “leggono solo internet”...
Ma allora, che società della conoscenza è quella in cui non si sa più né accedere al sapere né produrlo? Non a caso, prima che la dizione “società delle conoscenza” si imponesse a livello massmediatico anche nei documenti europei, una volta si parlava di società dell’informazione, anche perché alla base c’era l’informatica. Agli albori di questa società (che ha appena un trentennio), c’era ancora un po’ di umiltà e di memoria di cosa fosse la conoscenza. Oggi non più.
E come non ricordare quella famosa battuta del film di Nanni Moretti (che gli insegnanti di sinistra conoscevano prima di innamorarsi dei balbettii di Fazio e Saviano): «La scuola non deve formare, ma informare!».
Formare significa dare forma. Sembra un’ovvietà, ma non lo è più. Oggi con formazione si intendono tirocini, alternanza scuola-lavoro, stage, lavoro gratuito, schiavitù mascherata.
La parola formazione aveva un significato più alto un tempo. Era la traduzione del termine tedesco Bildung, che alla base ha anche il concetto di costruire e di istituzione, concetti collegati anche con il termine italiano istruzione (e infatti la scuola è un’istituzione formativa).
Questa idea di istruzione (e non di educazione, come oggi si dice comunemente) aveva una base politica di fondo: la costituzione dell’uomo moderno, del cittadino, come si diceva un tempo non dimenticando che si parlava del citoyen, ossia di una delle due facce dell’individuo moderno, essendo l’altra il bourgeois, il privato (Rousseau). Dietro a quelle formulazioni ovviamente c’era la nascita della nuova società capitalistica in Europa.
C’erano (e continuano ad esserci) dunque una sfera pubblica e una privata e la formazione si occupava della sfera pubblica dell’individuo. Per questo motivo era compito della comunità (in questo caso dello Stato) occuparsi della formazione della sfera pubblica, senza la quale non poteva darsi nessun contratto sociale.
Con la diffusione del neoliberismo, dopo la caduta del muro di Berlino, questo concetto di formazione viene messo in discussione, perché il “pubblico” è sempre più un bersaglio da colpire, sia praticamente che concettualmente.
Siamo atomi che si scontrano tra loro in una rete, diceva il filosofo Francois Lyotard quando il web non era ancora nato, ma era appena stato prodotto il primo pc, la crisi petrolifera sanciva la crisi del fordismo e in Cile il generale Pinochet apriva la strada ai Chicago boys.
Non c’è un disegno comune, non c’è una progettualità, un piano, ma c’è solo il caso. La storia non ha un fine perché l’uomo non ha un fine, ma al massimo un interesse privato. Lo scontro degli interessi privati produce la società di mercato, che per regolarsi non ha bisogno di nessun Leviatano.
La storia non ha una razionalità, perché la casualità prodotta dai movimenti degli atomi non si lascia imbrigliare da una qualche ragione. È la società complessa, poi divenuta liquida, destrutturata, come il pensiero che l’ha teorizzata.
Non esistono piani, ideologie, sistemi di pensiero, esistono solo “narrazioni” (récit), che, invece, nel vero senso letterario del termine hanno fatto una brutta fine.
Alla fine ha prevalso il privato (il “particulare”, avrebbe detto Gramsci citando Guicciardini): l’uomo del consumo, il cui grado di libertà è sotto gli occhi di tutti...
Ed eccoci arrivati a noi e alla nostra scuola, a quella del “particulare”, che non deve più formare, ma “facilitare” i percorsi “autonomi” degli studenti (gli insegnanti devono essere facilitatori), per tirare fuori le loro potenzialità, secondo un’idea di formazione che Gramsci definiva spontaneista, alla base della quale c’è l’idea di individuo come gomitolo. «Il bambino non è un gomitolo di lana da sgomitolare, ma la parte del complesso mondo storico su cui l’ambiente e la società esercitano la loro coercizione».
Sia detto per inciso, Gramsci sapeva che esistevano tendenze in un individuo che non dovevano essere represse, ma non credeva alla libertà assoluta, cioè ab-soluta, sciolta da tutto, libera da condizionamenti storico-sociali, quasi fosse un fatto naturale.
Gramsci sapeva bene, lui che aveva letteralmente sgobbato per conquistare quel sapere per poi produrne altro (andrebbe ricordato che Gramsci è, assieme a Dante e Machiavelli, lo scrittore italiano più tradotto e letto al mondo), lui che veniva da una famiglia di umili condizioni, sapeva che dietro a un individuo non ci sono autonomia e libertà come cose già date, ma condizionamenti non conosciuti.
La libertà una volta si diceva essere un fine, magari della storia (addirittura!), non una precondizione. E la consapevolezza dei propri condizionamenti (o delle proprie “catene”, come sapevano gli operai di un tempo e non sanno più i knowledge workers di oggi), è il primo e fondamentale passo verso la libertà. La conditio sine qua non.
Oggi dovremmo ricordare quel motto di Don Milani che recitava «ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani», estendendone il significato. Non si tratta più di singole parole (non lo è mai stato), ma di sintassi, cioè di collegamenti, di ragionamenti, di rapporti tra concetti, di rapporti di forza. Il padrone oggi non ha né più parole, né più ragionamenti dei suoi lavoratori, ha solo più capacità di persuasione: e l’homo videns, il consumatore e il nuovo analfabeta si fanno convincere facilmente. Il padrone ha dalla sua i rapporti di forza. I rapporti di forza sono il padrone.
Riprendersi quel sapere, quella lingua, quei concetti, quella logica: occorre riprendersi quegli strumenti affinché un bambino possa di nuovo dire: “ma il re è nudo!”.
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