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08/10/2025

“Una battaglia dopo l’altra”: il neocolonialismo come distopia

In Una battaglia dopo l’altra (A Battle after a Battle, 2025) di Paul Thomas Anderson, tratto dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon, il neocolonialismo dei suprematisti bianchi sembra essersi esteso a macchia d’olio in tutto il territorio degli Stati Uniti. Insomma, quei “nazisti dell’Illinois” odiati dai protagonisti di The Blues Brothers (1980) di John Landis sono ormai sparsi dappertutto. Se il romanzo si ambientava nell’America reaganiana del 1984, l’azione del film si svolge in un’epoca imprecisata che rimanda alla contemporaneità, un universo distopico dove l’odio nei confronti degli immigrati e delle persone di colore pare costituire le fondamenta del potere politico, economico e sociale. In questo mondo frutto di una sorta di pastiche tecnologico (come diverse ambientazioni degli episodi della serie TV Black Mirror) dove convivono telefoni a gettone, grossi cellulari stile anni Novanta, Facebook, i social e i più moderni smartphone, si muove, “in una battaglia dopo l’altra”, il gruppo eversivo di estrema sinistra dei “French 75” compiendo rapine e azioni per liberare gli immigrati nei centri di detenzione al confine fra Messico e Stati Uniti.

Se nelle prime sequenze vediamo “Ghetto Pat” (Leonardo DiCaprio), uno degli esponenti del gruppo, intento a muoversi rapidamente durante azioni violente e concitate, nella seconda parte del film, che si ambienta quindici anni dopo sempre in questa sorta di universo parallelo assai vicino alla realtà, il personaggio, nascosto sotto il falso nome di Bob Ferguson assieme alla figlia Charlene, che diventa Willa Ferguson (Chase Infiniti), ormai dedito alla droga e all’alcool, finisce per assomigliare all’ozioso Grande Lebovski del film dei fratelli Coen, perennemente in pantofole stravaccato sul divano. In questa società intrisa di neocolonialismo e di complottismo destrorso, gli immigrati e gli individui di colore sono diventati ormai i ‘paria’ della società, rinchiusi in gabbie nei centri di detenzione o marginalizzati in città e quartieri-ghetto. È quella società che la stessa Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor), militante del “French 75” e compagna di Pat, nera, combatteva con tanta veemenza e coraggio. Gli immigrati e i ‘non bianchi’ sono i nuovi fantasmi della società, destinati a sparire, condannati a non esistere, disintegrati dall’opinione pubblica. Possono solo protestare contro i soprusi dello stato, come avviene a Baktan Cross, in manifestazioni infiltrate con frange violente da esercito e polizia per giustificare l’altrettanto violenta repressione.

Nel film, la violenza neocolonialista è bene rappresentata dal capitano Lockjaw, poi divenuto colonnello, interpretato da uno strepitoso Sean Penn. Per poter entrare nella società segreta suprematista bianca “I Pionieri del Natale”, il capitano, in prima linea nella repressione del gruppo eversivo “French 75”, deve dimostrare di non aver avuto rapporti con donne di colore. Certo, nell’ufficio elegante della società segreta, che sia nascosto nei sotterranei della villa di uno dei suoi ricchissimi esponenti, con sullo sfondo il rassicurante dipinto di una idilliaca campagna, oppure al piano alto di un imponente edificio, separato dall’esterno da una sottile membrana di vetro, non c’è posto per chi si contamina con dei ‘diversi’. Viene da pensare, in fondo, all’America trumpiana, il cui presidente si è fatto promotore della costruzione di una barriera metallica tra Stati Uniti e Messico. E viene da pensare, anche, alle immagini di qualche giorno fa che mostrano la reunion fra Trump e Netanyahu intenti a esporre il loro piano di “pace” – in cui i palestinesi, non bianchi, spariscono come fantasmi – al mondo intero, in un’ovattata sala della Casa Bianca, un interno forse non troppo diverso da quegli uffici sfarzosi della società dei “Pionieri del Natale”.

Una battaglia dopo l’altra ci mostra però anche un altro tipo di spazio interno, quello marginale ed emarginato di chi resiste in semiclandestinità, come la casa di Pat e di sua figlia, una specie di baracca prefabbricata nascosta in un bosco, caratterizzata da interni poveri e semplici; oppure, la casa di Sensei Sergio St. Carlos (Benicio del Toro), un maestro di karate protettore degli immigrati clandestini. La dimora di quest’ultimo è connotata da spazi ampi e popolari, abitati dalla sua numerosa famiglia, le cui finestre si aprono sulle vie della rivolta dove si cerca di combattere le violenze del neocolonialismo bianco. Egli stesso, prima di aiutare Pat a fuggire, sta guardando su un vecchio televisore La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo, film emblematico sul processo di decolonizzazione algerino. Gli interni popolari sono quelli degli umili e dei diversi che continuano a resistere, come i personaggi del film di Pontecorvo e come la strampalata compagnia delle “Sorelle del prode castoro”, il gruppo di suore combattenti dove si rifugia la giovane Charlene.

L’odio nei confronti del diverso sembra comunque biologicamente connaturato a un tipo di società come quella americana, perfino dopo le devastazioni, altrettanto distopiche, portate da una guerra civile, come vediamo in Civil War (2024) di Alex Garland, in cui un gruppo di violenti suprematisti non esita a uccidere a colpi di fucile dei giornalisti di origine asiatica. Un odio e un neocolonialismo che, come detto all’inizio, si espandono a macchia d’olio e corrono lungo le strade: non a caso, nel film prevale un continuo movimento di travelling della macchina da presa, intento a seguire i personaggi nelle loro rocambolesche fughe e le auto sparate a tutta velocità sulle strade che salgono e scendono, come in un delirio dal sapore onirico, vicino al confine messicano. Il movimento ossessivo e rapido in discesa e in salita rappresenta il graduale e inesorabile diffondersi di questo odio neocolonialista e razzista: sale e scende, si diffonde, viaggia, anche lontano, fino a varcare l’oceano e a trovarsi a casa sua in una nazione in cui il (la?) presidente del consiglio accusa di voler fare “un weekend lungo” i lavoratori che scioperano contro il genocidio di un popolo (perché per i “nazisti dell’Illinois” de noantri “gli scioperi non servono a niente”), un popolo naturalmente non bianco e non occidentale.

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