Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/06/2019

Sudan - Dallo sciopero generale politico alla disobbedienza civile di massa

Sono state giornate storiche per il Sudan in un delicatissimo frangente pieno di incognite all’alba dell’era post-Bashir.

Per due giorni lo stato africano è stato letteralmente paralizzato da uno sciopero generale politico indetto dalla SPA – l’organizzazione che è stata il perno della vittoriosa opposizione a Omar Al-Bashir dal dicembre scorso – in seguito all’arenarsi delle trattative con la TMC.

Le foto degli scioperanti che mostravano cartelli sono un affresco del Sudan odierno, tra cui spicca una agguerrita componente femminile, così come le serrande abbassate di molti esercizi commerciali danno l’idea dell’impatto della mobilitazione.

L’organismo militare transitorio (TMC è l’acronimo inglese) detiene il potere dopo il defenestramento del sanguinario dittatore, con un “colpo di stato” l’11 aprile, al culmine di una protesta che ha accerchiato la capitale dal 6 aprile e dato vita ad un sit-in permanente che dura da più di 50 giorni.

Questo presidio di fronte al Quartier Generale dell’Esercito non è stato “rimosso” dai manifestanti dopo la caduta del despota che governava con il terrore il Sudan dal 1989, cioè da quando grazie ad un colpo di stato – spalleggiato dalle componenti più retrive dell’islam politico, che ora vorrebbero mantenere la Sharia, introdotta nel 1983 ma implementata durante l’era Al Bashir – aveva preso il potere e traghettato il paese in sanguinari conflitti civili “contro il suo popolo”.

Questi conflitti, come quello del Darfur, hanno fortemente segnato la vita delle persone e l’ex-presidente ha usato i potentissimi servizi di sicurezza interni contro l’opposizione sindacale, politica e culturale per annichilirla, ma invano, adoperando sistematicamente la tortura.

Nell’era Al Bashir, il Sudan ha perso una parte assolutamente rilevante dei suoi giacimenti petroliferi ed auriferi a discapito del Sud secessionista, resosi indipendente dopo un conflitto sanguinoso. Ma è diventato uno snodo strategico – per la sua posizione geografica – nella “Nuova Via della Seta” cinese, ed un partner affidabile della strategia anti-iraniana delle petromonarchie del Golfo, nonché un approdo di flussi d’investimento cinesi, sauditi e turchi (tra gli altri), oltre ad un acquirente di sistema d’arma russi.

È da evidenziare la firma in questi giorni di un trattato di cooperazione militare proprio con la Russia, della durata di sette anni, che intensifica ed amplia di molto i rapporti bilaterali.

Dalla cooperazione in ambito ONU, allo scambio di esperienze e capacità in manovre congiunte e dell’industria militare, il trattato fa fare “un balzo in avanti” nella cooperazione tra i due paesi.

Un altro aspetto importante è l’accordo per l’installazione di un ufficio di rappresentanza del Ministero della Difesa Russo in Sudan, con uno staff di quattro persone.

Lo scopo della rappresentanza è assistere lo sviluppo delle Forze Armate Sudanesi e addestrare il personale ad usare e riparare armi e equipaggiamenti militari forniti dalla Russia.

Non bisogna dimenticare che al vecchio despota l’UE aveva volentieri affidato un ruolo di contenimento e di gestione dell’immigrazione proveniente dall’Africa, chiudendo gli occhi di fronte al fatto che – sebbene giudicato un paese “sicuro” – molti sudanesi, se deportati, rischiavano la tortura e la morte, come denunciato con forza dalle varie comunità sudanesi all’estero.

Il razzismo di stato sudanese sotto Bashir privilegiava la componente araba di religione mussulmana, discriminando le popolazioni nere del sud (“schiavo” era un insulto comune ricorrente dei primi nei confronti dei secondi) e quelle delle valli del Nilo, le cui terre venivano espropriate e allagate per faraonici progetti di dighe – realizzate ed in costruzione – nonché delle “minoranze religiose”, come la componente sufi che in queste settimane si è schierata apertamente contro i vecchi arnesi islamisti del regime.

Differenti servizi della stampa internazionale stanno evidenziando come numerosi esuli stiano tornando in Sudan per dare il proprio contributo alla Rivoluzione sudanese.

Le donne sono, in continuità con tutta la storia del Sudan e al di là dell’“iconizzazione” fugace dei media mainstream occidentali, la componente fondamentale dell’insurrezione sudanese e coloro che forse hanno meglio realizzato – attraverso la propria arte “muralista” – la raffigurazione di una rivoluzione che ha sfidato un dittatore trentennale (che sembrava inamovibile) e sta sfidando un intero assetto regionale.

Tra le varie artiste Assil Diab sta realizzando, insieme ad una serie di “collaboratori”, dei murales con i volti dei martiri della rivoluzione per onorare la memoria delle novanta vittime di questi mesi di mobilitazione.

L’ultima avventura del vecchio guerrafondaio era stata l’appoggio alla coalizione a guida saudita nella guerra in Yemen del 2015 e la rottura dei rapporti diplomatici con l’Iran, cui il paese africano ha contribuito con esperti militari delle forze del Supporto di Reazione Rapida (RSF, il cui capo è tra l’altro uno degli uomini chiave della TMC), composti prevalentemente dai Janjaweed, che hanno combattuto in Darfur, e “bambini soldato” delle regioni più depresse, come il Darfur, pagando con i proventi petroliferi “la carne da cannone” sudanese e le armi usate per provocare “la più grossa crisi umanitaria mondiale” come l’ha definita l’ONU, e di cui la Francia e l’Italia sono tra i fornitori d'armi.

Le potenze regionali grandi sponsor della giunta militare (Egitto, Arabia Saudita, EAU) sono particolarmente preoccupate che la rivoluzione sudanese possa mettere in discussione il “contributo” che questo paese fornisce alla guerra in Yemen, oltre all’effetto domino che potrebbe provocare in un arco territoriale più ampio.

La popolazione sudanese rigetta in massa le ingerenze straniere e le offerte di denaro, sia dei sauditi sia degli Emirati, ed anche nei giorni di sciopero nell’aeroporto di Port Sudan una folla si è assembrata contro le interferenze saudite, bloccando nel primo giorno di sciopero un aereo saudita; il secondo giorno sono rimasti a terra i veivoli di Badr, Tarco e Nova.

I generali Abdel Fattaah al-Burham e Mohamed Hamdam Dagalo, rispettivamente numero uno e numero due della TMC, hanno viaggiato l’ultima settimana (proprio durante la fase di stallo dei colloqui) in questi paesi. Al-Burhan si è incontrato con Al-Sisi in Egitto e poi si è recato negli Emirati, dove ha incontrato il principe Mohamed bin Zayed; mentre Degalo si è recato in Arabia Saudita in visita ufficiale, ricevuto direttamente da re Salman.

Il portavoce della TMC, il generale Shnaseldin Kabbashi, ha accompagnato la delegazione della TMC che ha partecipato ad un incontro sull’Iran, in una fase in cui si stanno addensando pericolose spinte nell’escalation militare contro la repubblica islamica promosse dall’amministrazione Trump.

Fino ad ora sono state due le delegazioni che hanno visitato il Sudan: l’Eritrea e l’Etiopia.

La popolazione sudanese ha dimostrato con questi due giorni di sciopero, in tutti i settori e tutti gli stati del paese africano (dalle banche alle miniere aurifere, dai lavoratori dell’energia ai portuali, dai calzolai ai dipendenti del settore sanitario, ecc.), ha dimostrato la propria determinazione nonostante le minacce di licenziare chi non si sarebbe recato al lavoro, da parte del numero due della “TMC”.

La popolazione vuole la piena realizzazione degli obiettivi delle Forze della Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento (DFC), di cui la SPA è un asse portante: cioè il passaggio dei poteri ad un organismo a maggioranza civile che gestisca il processo di transizione, all’interno di una impalcatura politica su cui le due delegazioni trattanti (DFC e TMC) avevano raggiunto un accordo.

Se le trattative non riprenderanno, la SPA ha già dichiarato che passerà ad azioni di “disobbedienza civile di massa” più incisive.

Un risultato stupefacente, tenuto conto che il movimento sindacale sudanese, architrave dei movimenti vincenti contro i colpi di stato a metà anni '60 e '80, è stato il bersaglio della repressione dei Bashir, con i più giovani (la maggioranza della popolazione) che non hanno mai conosciuto nemmeno una pallida copia del regime democratico che il Paese aveva conquistato con l’indipendenza.

Lo “stato profondo” sudanese non sembra voler uscire di scena e si è reso responsabile in questi due mesi di continue provocazioni ed aggressioni. Solo la continua vigilanza ai sit-in e la pronta reazione dei partecipanti, che hanno organizzato una presenza permanente che si fa carico di ogni esigenza dal cibo all’acqua e ai bagni, e la risposta rapida della mobilitazioni in cui poteva prefigurarsi una escalation della violenza, hanno permesso questa tenuta, nonostante i morti siano più di novanta dall’inizio della “tempesta di sabbia” sudanese.

La giunta ha più volte intimato al leader della SPLM-N, Yasir Arman – che è parte della DFC – di lasciare il paese. Su di lui è stata emessa una condanna a morte da una corte militare, nel marzo del 2014, per la partecipazione alla ribellione nello stato del Blue Nile, nel settembre del 2011.

Yasir ha dichiarato: “rifiuto la richiesta, in quanto è mio diritto risiedere in Sudan e prodigarmi per l’affermazione di un processo di pace durevole, una democrazia e una cittadinanza equa”.

Le parti più martoriate della popolazione vedono una chance per il ripristino di una vera sovranità che cancelli l’influenza dell’islam politico più retrivo – abolendo la sharia e marginalizzando gli imam che hanno sostenuto Al Bashir – metta in un angolo i vari “signori della guerra” complici dei veri e propri genocidi commessi da Bashir e risolva i conflitti civili che ancora non hanno trovato soluzione; oltre a sganciarsi dalla coalizione saudita, ridando così dignità e sicurezza ai lavoratori e a parti importanti della società civile coinvolte nella mobilitazione (medici, insegnanti, avvocati, artisti), rendendo l’esilio non più una scelta obbligata e decidendo con quali partner internazionali disegnare insieme il futuro del nuovo Sudan, nel solco di una storia politica ricchissima che è doveroso (ri)scoprire.

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15/05/2019

Sudan - Accordo tra esercito e opposizone

L’accordo tra l’esercito sudanese e le opposizioni, organizzate in questi mesi in un movimento popolare di massa, è arrivato accompagnato dal sangue. Ieri il Consiglio militare di transizione (Tmc) e le forze di opposizione hanno annunciato il raggiungimento dell’intesa per una transizione lunga tre anni dopo la deposizione e l’arresto del presidente dittatore Omar al-Bashir, caduto sotto la pressione di manifestazioni ininterrotte dal 19 dicembre scorso.

Nascerà il Consiglio sovrano di cui faranno parte i militari, con poteri simbolici, e un governo civile con potere esecutivo che guiderà il Sudan per il prossimo triennio. Un’amministrazione completamente civile, fa sapere alla stampa il generale Yasser al-Atta, che vedrà la luce entro 24 ore. Nessuno stato di emergenza e un parlamento che sarà composto da 300 membri, di cui il 67% da rappresentanti dell’Alliance for Freedom and Change, la federazione delle opposizioni che ha guidato i negoziati con le forze armate. Durante i primi sei mesi, compito del governo sarà la pacificazione e il raggiungimento di accordi con i gruppi armati attivi nel paese.

L’accordo, lungamente negoziato e dato per morto numerose volte in queste settimane, è stato annunciato dopo un massacro. Le opposizioni avevano chiesto alla gente di proseguire nelle proteste e di non abbandonare le piazze e in particolare il sit-in che dall’inizio di aprile non lascia le strade di fronte alla sede dell’esercito a Khartoum.

“Elementi non identificati”, ma che secondo i testimoni indossavano delle uniformi, hanno aperto il fuoco sui manifestanti nella notte tra lunedì e martedì, uccidendo almeno sei persone e ferendone decine. L’accordo di transizione prevede anche l’apertura di un’inchiesta che indaghi sull’ultimo massacro. I maggiori sospetti ruotano intorno alle Rsd, le Rapid Support Forces, corpo paramilitare presente nelle strade con ronde e tentativi violenti di disperdere i manifestanti.

Nonostante ciò, la gente non ha lasciato le piazze ma ha innalzato altre barricate, organizzato turni per il sit-in permanente, bloccato un numero sempre maggiore di strade e vie di comunicazione.

Ad essere indagati saranno anche i crimini commessi da Bashir: lunedì, poche ore prima del raggiungimento dell’intesa, la procura sudanese ha ufficialmente messo sotto inchiesta l’ex presidente per “incitamento e partecipazione” all’uccisione di manifestanti, almeno cento, in questi mesi di protesta. Sarà sottoposto a processo mentre è detenuto nel carcere di Kober, prigione di massima sicurezza in cui è stato trasferito il mese scorso. All’inizio di marzo il procuratore generale aveva aperto un altro fascicolo per terrorismo e riciclaggio di denaro.

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18/04/2019

Sudan - Bashir in carcere, le proteste proseguono

L’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, deposto da un golpe militare una settimana fa, è stato trasferito in una prigione di Khartoum, Kobar, dopo una settimana di arresti domiciliari nel palazzo presidenziale.

A renderlo noto è la famiglia. Che perde altri pezzi: ieri un portavoce del Consiglio militare, Shams Eldin Kabashi, ha fatto sapere che anche due fratelli del dittatore sono stati arrestati, nell’ambito di una campagna detentiva “contro i simboli del precedente regime”.

Nell’ultima settimana sono stati decine gli arresti delle personalità più in vista del vecchio regime, ma tuttora mancano numeri precisi. Sotto il controllo dell’esercito, aggiunge il portavoce, anche membri delle forze armate irregolari fedeli al partito di governo di Bashir.

Ma le proteste proseguono. I manifestanti, centinaia di migliaia in tutto il paese, in piazza dal 19 dicembre scorso, non intendono cedere: a gestire la transizione è al momento l’esercito che ha già imposto misure di militarizzazione del paese. La gente chiede un governo civile e il trasferimento dei poteri dal Consiglio militare a un nuovo esecutivo, ma per ora ha solo ottenuto la rimozione del coprifuoco notturno, il rimpasto dei servizi segreti e la riduzione dello stato di emergenza.

Ieri a scendere in strada nella capitale sono stati i medici e il personale sanitario: con i camici bianchi hanno marciato dal principale ospedale della città al luogo del sit-in permanente, di fronte al quartier generale dell’esercito, dove da settimane stazionano migliaia di persone dandosi il cambio e sfidando gas lacrimogeni e arresti. La paura, come dicono i manifestanti, è che “ci rubino la rivoluzione”. Nelle stesse ore a manifestare erano di nuovo i giornalisti che chiedono di passare la gestione dei media pubblici a loro rappresentanti indipendenti.

A placarsi sono intanto le ostilità negli Stati meridionali del Blue Nile e del South Kordofan: ad annunciare uno stop della lotta armata nelle due regioni fino al prossimo 31 luglio è il Sudan’s People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), tre mesi di tregua come atto di buona volontà a seguito della rimozione di Bashir. “Un gesto di buona volontà – ha detto Abdulaziz al-Hilu, il leader del movimento scissosi otto anni fa da quello di liberazione del Sud Sudan e che tuttora rivendica l’indipendenza da Khartoum – per dare un’occasione per l’immediato trasferimento del potere ai civili”.

Ma a muoversi sono anche i paesi vicini. Ieri il Sud Sudan, Stato nato nel 2011 ottenendo l’indipendenza da Khartoum e privandolo dei ricchi pozzi petroliferi che hanno in parte provocato la crisi economica che ha inizialmente scatenato le proteste, si dice pronto a fare da mediatore della crisi politica.

Il presidente sudsudanese, Salva Kirr, si è detto pronto a sostenere il popolo sudanese e le sue “aspirazioni democratiche” attraverso “una mediazione delle attuali negoziazioni tra i vari gruppi politici del Sudan”. Si fa avanti anche l’Uganda che si dice – parola del ministero degli esteri – potrebbe garantire asilo politico a Bashir, visto il ruolo svolto dal dittatore nel mediare l’accordo di pace tra governo ugandese e Sud Sudan.

E non poteva mancare il generale golpista Abdel Fattah al-Sisi, rapidissimo nello scaricare Bashir e a dichiarare il proprio sostegno alla giunta militare. Il presidente egiziano, martedì, ha chiamato al-Burhan, capo del Consiglio militare, per offrire il supporto del Cairo nella transizione.

Infine gli Stati Uniti. Washington sarebbe pronto a rimuovere Khartoum dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo, dice il dipartimento di Stato senza aspettare di vedere se quello che la Casa Bianca definisce “un cambiamento significativo” sia effettivamente rispettoso del volere del popolo del Sudan. Non stupisce: gli Stati Uniti stavano già valutando la decisione con Bashir, criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale, ancora al potere.

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15/04/2019

Sudan - Il consiglio militare apre ai manifestanti

Un governo transitorio formato da civili. E’ la richiesta ribadita ieri dall’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), protagonista delle proteste in Sudan. Spa ha anche fatto sapere che eserciterà “tutte le forme pacifiche di pressione per raggiungere gli obiettivi della rivoluzione”. Che tradotto vuol dire: continuerà a restare in piazza a protestare insieme a migliaia di sudanesi finché non otterrà quello che chiede. Del resto la situazione nello stato africano resta molto fluida: ieri il Consiglio militare che ha rimpiazzato giovedì il presidente al-Bashir (da 30 anni al potere nel Paese) ha annunciato ieri alcune decisioni: in primo luogo il pensionamento del ministro della Difesa Awad Ibn Auf che, insieme al suo vice, aveva annunciato venerdì le proprie dimissioni come capo del Consiglio transitorio. Un incarico che aveva assunto il giorno dopo la deposizione di al-Bashir. Il Consiglio ha anche nominato il generale Abu Bakr Mustafa a capo dell’Intelligence al posto di Salah Abdallah Mohammed Saalh, conosciuto come Salah Gosh, che si era ritirato venerdì. Per ora, invece, non ha trovato un sostituto ad Ibn Auf.

I militari in Sudan al momento stanno usando toni conciliatori: ieri il portavoce del Consiglio Shams el-Din Kabbashi ha fatto sapere in conferenza stampa che la loro intenzione è quella di lavorare per formare un governo civile e di collaborare con i gruppi. “La palla ora è nel campo delle forze politiche [dell’opposizione] – ha detto Kabbashi – Se sono pronti ad approvare qualcosa oggi [ieri, ndr], noi siamo pronti ad implementarlo”.

Un altro rappresentante del Consiglio, il Generale Omar Zaind al-Abideen, ha invece fatto sapere all’opposizione che avrà una settimana di tempo per inviare i suoi suggerimenti. L’atteggiamento, almeno apparentemente conciliatorio dell’esercito è stato confermato anche dalle dichiarazioni del Tenente generale Abdel Fattah al-Burhan secondo cui il Consiglio ha invitato i principali partiti d’opposizione e gli organizzatori delle mobilitazioni di questi mesi ad incontrarsi con i militari. Un incontro a cui le “Forze per la libertà e il cambiamento” – un gruppo formato dallo Spa e dai partiti politici d’opposizione – dicono però di non essere stati mai invitati. “Invieremo le nostre proposte di governo al consiglio militare” ha dichiarato un rappresentante dello Spa alla Reuters. Senza le forze dell’opposizione, il vertice sarà completamente inutile: a prendervi parte, infatti, saranno solo politici e parlamentari ritenuti vicini ad al-Bashir e verranno pertanto eluse le richieste dei dissidenti.

In questa fase interlocutoria, intanto, continua per il nono giorno di fila il sit-in dei manifestanti fuori il ministero della difesa. Secondo alcuni testimoni, sarebbero ancora 4.000 le persone accampate all'esterno del compound (un numero solo leggermente inferiore rispetto a quello dei giorni passati). Un movimento che non può più essere più ignorato: emblematico a tal riguardo il fatto che persino la tv di stato controllata dal regime sudanese abbia incominciato a mostrare le immagini del sit-in. Al di là dell’inserimento di civili nel consiglio militare transitorio e della rimozione dei fedelissimi di al-Bashir, lo Spa ha chiesto anche l’arresto dei principali generali dell’Intelligence nazionale (tra cui il già nominato Salah Gosh), la rimozione del procuratore generale e infine l’arresto di al-Bashir (secondo l’esercito è già detenuto). Il portavoce del consiglio Kabbashi ha detto che a breve sarà formata una commissione che prenderà i beni dell’ex partito di governo, ha annunciato il licenziamento degli ambasciatori sudanesi a Washington (un ex capo dell’Intelligence) e a Ginevra (ex ministro degli esteri) e ha riferito che saranno rilasciati i militari e i poliziotti che hanno partecipato ai cortei di protesta.

Le manifestazioni anti-regime sono iniziate a dicembre e sono state duramente represse dalle autorità di Khartoum (sono decine le vittime). Tuttavia, ora la situazione appare più tranquilla: alcune persone sono tornate al lavoro dopo giorni di mobilitazione e, raccontano alcuni testimoni, i militari bevono e conversano con chi è ancora al sit-in. “Resteremo al presidio finché non avremmo le risposte dell’esercito alle nostre richieste. Difenderemo la rivoluzione da chi vuole dirottarla” ha detto un manifestante alla Reuters. Sulla stessa lunghezza d’onda è lo Spa: “Le nostre domande sono chiare ma non state implementate – scrive l’organizzazione su Twitter – Perché dovremmo andarcene se quello che chiediamo non è stato raggiunto? Il nostro sit-in è la più potente arma che abbiamo”.

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12/04/2019

Sudan - Prima contro Bashir, poi contro il golpe, le piazze non si svuotano

Ieri in Sudan è giunta alla fine una delle più brutali dittature d’Africa, trent’anni di Omar al-Bashir, di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma la protesta popolare, scoppiata il 19 dicembre scorso, continua e tenace, non è finita. Centinaia di migliaia di manifestanti stanno sfidando in queste ore il coprifuoco imposto dall’esercito dopo il golpe militare che ieri ha deposto il presidente.

La piazza lo rigetta, lo ha rigettato da subito. Già ieri le proteste erano continuate e oggi si farò altrettanto, fa sapere l’Associazione dei professionisti sudanesi, organizzatrice della mobilitazione: “I leader delle forze armate devono consegnare il potere al popolo. Non accetteremo alcuna autorità diversa da quella civile”, scrive l’Associazione in un comunicato.

E’ la reazione alle prime mosse dell’esercito che ieri ha annunciato lo scioglimento del parlamento e della costituzione del 2005, la creazione di un consiglio di transizione militare e lo stato di emergenza per tre mesi, il tutto all’interno di un periodo di transizione che le forze armate indicano in due anni. Spazio aereo chiuso temporaneamente, coprifuoco notturno e rilascio dei prigionieri politici, le altre tre misure prese subito. Oltre al presidente l’esercito ha arrestato un centinaio di personalità vicine a Bashir, tra cui il premier Mohammed Taher Aila, l’ex ministro della Difesa, Abdel Rahim Mohammed Hussein, il presidente del Partito del Congresso nazionale, Ahmed Harun, e uno dei vice di Bashir, Ali Uthman Mohammed Taha.

La gioia esplosa immediatamente nelle piazze ieri si è presto trasformata in rabbia. E il sit-in iniziato sabato scorso di fronte al quartier generale dell’esercito non è stato smobilitato. Intanto decine di migliaia di persone riempivano le strade della capitale Khartoum, sventolando le bandiere del Sudan: “Il primo è caduto, cadrà anche il secondo”. Il riferimento è chiaro: la giunta militare pare a tutti un proseguimento del regime anti-democratico che per tre decenni ha governato il paese.

Nelle stesse ore a Port Sudan e Kassala i manifestanti aggredivano le sedi dei servizi segreti. Secondo il Central Committee of Sudanese Doctors, l’esercito ha ucciso ieri almeno 13 persone, portando il totale da sabato a 35.

Nel mirino dei manifestanti e dei partiti di opposizione c’è Ahmed Awad Ibn Auf, vicepresidente e ministro della Difesa. “L’operazione ha salvato le strutture politiche ed economiche del vecchio sistema e la nuova giunta non ha fornito nessuna soluzione politica per porre fine alla guerra, realizzare una trasformazione democratica o risolvere la crisi economica”, il commento del segretario degli Affari esteri di Sudan Call.

Parla anche Omer al Degair, segretario del Partito del congresso sudanese: la nota di Ibn Auf (con la quale ieri annunciava l’arresto e la destituzione di Bashir) “non è altro che un tentativo di riprodurre il regime di Bashir che invece deve essere abbattuto con tutti i suoi organi e simboli. Rifiutiamo la formazione del Consiglio militare. I vertici delle forze armate avrebbero dovuto contattarci per ascoltare il nostro punto di vista sul futuro del Sudan”.

Ibn Auf non è certo un volto nuovo per la politica sudanese e regionale: nella sua carriera militare ha frequentato l’accademia del Cairo dove si è formato anche il presidente egiziano al-Sisi. E’ stato direttore dei servizi e vice capo di stato maggiore dell’esercito. “Pensionato” nel 2010, è stato nominato console generale al Cairo prima e ambasciatore in Oman poi. Dal 2015 è ministro della Difesa.

Nei mesi precedenti, quelli della protesta anti-governativa, ha mostrato due volti: da una parte definiva “ragionevoli” le richieste della piazza, dall’altra minacciava il ricorso alla forza per garantire la stabilità. Una stabilità inesistente: la mobilitazione, scoppiata lo scorso dicembre a causa del rincaro folle del prezzo del pane e dei beni di prima necessità, è quasi subito divenuta una sollevazione più ampia contro la leadership del paese. Bashir ha tentato di salvarsi sia incolpando presunti complotti stranieri e le sanzioni internazionali da parte degli Stati esteri, sia promettendo riforme economiche e creazione di posti di lavoro per i giovani.

Intanto nelle piazze la repressione uccideva quasi 100 manifestanti e ne arrestava centinaia, alcuni subito sottoposti a processo sotto lo stato di emergenza indetto da Bashir a febbraio: mesi di prigione per violazione del divieto a manifestare. Ma non ha funzionato.

Ci si muove anche sul piano internazionale. Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Belgio e Polonia hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di riunirsi d’emergenza, mentre l’Unione Africana ha condannato il golpe definendolo incostituzionale. Washington, che da anni ha imposto a Khartoum sanzioni economiche, ha fatto sapere che al momento il processo di rimozione delle restrizioni è stato sospeso: il Dipartimento di Stato ha sospeso i negoziati in corso con Khartoum sulla normalizzazione delle relazioni e ordinato agli impiegati governativi statunitensi di lasciare il paese.

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10/04/2019

Sudan - Manifestanti uccisi, prime defezioni nell'esercito

Un’altra notte di sit-in è trascorsa di fronte al quartier generale dell’esercito a Khartoum. Ormai da giorni centinaia di migliaia di manifestanti non lasciano la piazza di fronte all’edificio, a poca distanza dalla residenza del presidente Omar al-Bashir. Sabato mezzo milione di persone aveva occupato la strada, provocando la reazione delle forze armate: fuoco sui manifestanti, almeno 22 manifestanti uccisi negli ultimi tre giorni, secondo le opposizioni. Il nuovo presidio era stato lanciato in occasione dell’anniversario della caduta del regime di Jafar al Nimeyri, destituito il 6 aprile 1985.

Ma nonostante la repressione la protesta non cala. A quasi quattro mesi dall’inizio delle mobilitazioni anti-governative, organizzate dalle associazioni dei professionisti, dei medici, gli insegnanti, gli ingegneri, partite contro il rincaro dei beni di prima necessità a iniziare dal pane a causa del rialzo del costo del carburante, i sudanesi chiedono le dimissioni di Bashir. Che finora ha reagito con un mix di repressione e promesse di riforme e lavoro.

Tra le 22 vittime ci sarebbero anche cinque soldati, fa sapere il Comitato centrali dei medici sudanesi, che erano passati dalla parte della piazza e stavano cercando di difendere i manifestanti. Alcuni soldati e ufficiali sono passati dall’altra parte, aprendo a speculazioni su una frattura interna tra forze armate e servizi segreti del Niss. Tanto da convincere il governo a usare in piazza anche milizie fedeli a Bashir.

Almeno 153 i feriti, di cui alcuni gravi: il bilancio delle vittime potrebbe salire, portando quello totale ben sopra le 60. I servizi segreti e l’esercito utilizzano proiettili veri, e non solo gas lacrimogeni e proiettili di gomma, per disperdere i manifestanti che però non se ne vanno: la notte appena trascorsa ha visto la gente darsi il cambio per non abbandonare il sit-in e ricevere da fuori cibo e acqua per poter proseguire.

Le opposizioni, al fianco dei manifestanti, insistono nel chiedere le dimissioni di Bashir. Ieri il Sudanese Congress Party ha fatto appello all’esercito perché abbandoni il presidente e permetta la formazione di un governo di transizione dopo trent’anni di potere incontrastato e violazioni dei diritti umani. “Le forze armate non hanno altra opzione che quella di rispondere positivamente alle richieste del popolo”, dice il segretario generale del Scp, Khalid Omer Yousif.

Parla anche Sadiq al Mahdi, leader del Partito della nazione, Umma. A Bshir ha chiesto di “consegnare il potere a un comando militare selezionato e qualificato, che negozi con i rappresentanti del popolo la creazione di un nuovo sistema per raggiungere la pace e la democrazia”.

Ieri sono intervenuti anche i paesi occidentali, in particolare i tre che coordinano i colloqui di pace, Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia: hanno fatto appello a Khartoum perché prenda in considerazione le richieste di cambiamento dei manifestanti “verso un sistema politico inclusivo e con maggiore legittimità”.

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08/04/2019

Sudan - In 500 mila contro Bashir

Da due giorni sono accampati fuori il quartier generale dell’esercito sudanese nella capitale Khartoum chiedendo al presidente al-Bashir di farsi da parte. E’ la protesta di migliaia di sudanesi (oltre 500.000 persone) che sono fuori la struttura militare che è però anche residenza del presidente e sede del ministero della difesa. Una protesta pacifica, ma che ha già sperimentato la reazione violenta delle autorità locali: stamane le forze dell’ordine avrebbero tentato di disperdere i manifestanti lanciando i gas lacrimogeni. La piazza, tuttavia, non si è lasciata intimorire e non è indietreggiata di un passo: il presidio continua e, affermano i partecipanti, continuerà finché l’anziano leader non getterà la spugna. La scelta del 6 aprile come giorno d’inizio del partecipatissimo sit-in non è casuale: proprio in questo giorno nel 1985 l’allora presidente Jaafar Nimeiri fu deposto dai militari. Questi consegnarono il potere ad un governo eletto che a sua volta però fu esautorato dai poteri con il golpe militare di al-Bashir.

Nonostante sia sempre più sotto pressione, il regime sudanese non cede: il presidente ha ribadito che non si dimetterà e ha detto ai suoi oppositori che il potere va conquistato andando ai seggi non con le proteste. Ciononostante, conscio delle alte tensioni che si respirano nel Paese e dell’insistenza dei dimostranti nella loro lotta, ha provato a smorzare un po’ i toni: “Il Consiglio di sicurezza conferma che i manifestanti sono parte della comunità sudanese e la loro visione e richieste devono essere ascoltate”. “Il Consiglio – si legge ancora nella nota – prenderà le misure necessarie per assicurare la pace e la sicurezza nel Paese”.

Le contestazioni al regime di al-Bashir sono iniziate a dicembre in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Il movimento di protesta è però di giorno in giorno cresciuto ed ha alzato l’asticella delle richieste arrivando a chiedere la caduta di al-Bashir. Il presidente ha ammesso che le preoccupazioni dei manifestanti sono “legittime” per quanto riguarda le questioni economiche. Tuttavia, lo scorso 22 febbraio ha imposto lo stato di emergenza nel Paese nel tentativo di porre fine alle manifestazioni contro di lui. Bashir, il cui mandato scadrà nel 2020, ha poi provato a tranquillizzare la piazza dicendo che non si candiderà alle prossime presidenziali secondo quanto prevede la costituzione che impedisce un terzo mandato come presidente.

I tentativi di far tacere con la forza gli oppositori hanno avuto un prezzo alto in termini di vite umane. Secondo quanto ha dichiarato all’Associated Press la portavoce dell’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa) Sarah Abdel Jaleel, dal 6 aprile quattro persone sono state uccise a Khartoum dalle forze di sicurezza mentre un altro dimostrante ha perso la vita nel corso di una manifestazione a Omdurman, la seconda città del Paese. Quest’ultimo caso è stato confermato anche dal portavoce della polizia, il General Hashim Abdel Rahim, che ha parlato di “raduni illegali”. Per le autorità il numero dei manifestanti uccisi dall’inizio delle proteste è 32, ma per Human Rights Watch è di 51. Senza considerare poi che sono centinaia coloro che sono stati arrestati dai temuti Servizi d’Intelligence locali.

Il presidio fuori il compound dell’esercito intanto va avanti. Al di là dei soliti cori (“pace, giustizia e libertà”) i manifestanti hanno coniato un nuovo slogan dedicandolo al presidente algerino Bouteflika (dimessosi martedì scorso in seguito alle proteste popolari in Algeria) augurandosi che al-Bashir possa fare a breve la stessa fine. Alcuni dimostranti hanno denunciato l’uso di pallottole vere da parte delle forze dell’ordine; altri, invece, hanno raccontato che le macchine dei servizi di sicurezza, non appena arrivate, hanno cominciato a “investire i cittadini”. Secondo alcuni video postati sui social network, a fianco dei protestanti ci sarebbero anche dei militari. Ma non sono pochi i sudanesi che temono la solidarietà di una parte dell’esercito: a loro dire, infatti, questa vicinanza costituisce solo la “calma prima della tempesta” perché un attacco su ampia scala contro i manifestanti è prossimo.

Il governo, intanto, ieri alle 17 (ora locale) ha dichiarato un blackout nazionale e, stando alle dichiarazioni degli oppositori, avrebbe bloccato nuovamente i social network per bloccare lo scambio di informazioni e di denunciare quanto sta avvenendo.

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04/03/2019

Arabia Saudita e Israele entrano nella crisi sudanese

di Michele Giorgio

Salah Gosh, capo dei servizi segreti sudanesi, nega con tutte le sue forze. «Non ho avuto alcun incontro in Germania (con esponenti israeliani). Il Sudan non ha bisogno di muoversi in segreto o di seguire un percorso che va contro i suoi principi o le sue politiche nazionali», ha detto smentendo le rivelazioni fatte ieri dal Middle East Eye (Mee), uno dei portali d’informazione sul Medio oriente più importanti. Due settimane fa, ha scritto il Mee, a margine della conferenza sulla sicurezza di Monaco, Gosh ha incontrato Yossi Cohen, capo del Mossad, all’interno di un piano degli alleati di Israele nel Golfo volto a favorire la sua ascesa alla leadership del paese e ad avviare relazioni tra Khartoum e lo Stato ebraico, per il momento dietro le quinte, in futuro alla luce del sole. L’agenzia di intelligente sudanese e il suo capo al contrario ribadiscono che la posizione del paese non cambia nei confronti «dell’entità sionista», Israele. «Il Sudan – è scritto nel comunicato – è impegnato a una posizione di principio verso la causa palestinese, che è la prima e più importante questione del mondo arabo e islamico... L’intelligence sudanese rispetta la politica estera del paese, non agisce contro di essa o in segreto».

La posizione ufficiale del Sudan nei confronti di Israele, e dei palestinesi, non sarebbe cambiata ma sotto tanto fumo probabilmente c’è anche un po’ di arrosto. Non appare inverosimile quanto scrive il Mee sull’organizzazione egiziana e saudita del presunto incontro tra Gosh e Cohen, per discutere dello stop del traffico di armi diretto verso Gaza e del futuro del Sudan. Il presidente sudanese Omar Bashir – condannato dal Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità (i massacri del Darfur) – da settimane è costretto a fare i conti con una sollevazione popolare che non accenna a terminare nonostante il pugno di ferro delle forze di sicurezza e lo stato d’emergenza. Il suo potere vacilla e non è un mistero che Gosh sia legato a doppio filo all’Arabia Saudita, all’Egitto e agli Emirati che lo vorrebbero vedere a capo del Sudan. Non è passato inosservato che la stampa saudita, schierata contro la “primavera araba” e tutte le proteste popolari nella regione, stia invece mostrando una insolita simpatia per le manifestazioni in Sudan.

Arrestato per alto tradimento nel 2011 e graziato nel 2013, Gosh è stato rinominato capo dell’intelligence un anno fa, grazie, si dice, alle pressioni di Riyadh che in cambio avrebbe promesso aiuti economici al Sudan. Da allora si è dato da fare per rendere definitiva la rottura dell’alleanza con l’Iran e per portare il Sudan nell’orbita saudita. Mantiene inoltre stretti rapporti con la Cia e gli Stati Uniti – che nel 1998 bombardarono il Sudan accusato di proteggere al Qaeda – apprezzano le sue informazioni sui movimenti dei Fratelli musulmani.

Anche Israele ha più volte colpito in Sudan ma ora apprezza la rottura dell’alleanza tra il paese africano e l’Iran. Alle pressioni di Gosh su Bashir si deve, secondo indiscrezioni, anche il via libera dato il mese scorso all’ingresso nello spazio aereo sudsudanese, ancora controllato da Khartoum, del velivolo che riportava in patria il primo ministro israeliano Netanyahu, dopo la sua visita ufficiale in Ciad. Da tempo, in segreto, Israele lavora per ottenere dall’Arabia Saudita, da altri paesi del Golfo e dal Sudan il permesso di sorvolo per i propri aerei commerciali, in modo da ridurre i tempi per i voli diretti in Africa e Sudamerica. Più volte si sono diffuse voci, alimentate dallo stesso Netanyahu, sull’avvio «imminente» di relazioni diplomatiche tra Tel Aviv con il Bahrain e, appunto, il Sudan. Resta l’ostacolo Omar Bashir. Non sarà facile rimuoverlo per sauditi, egiziani, emiratini ed israeliani. Bashir, più debole e obbligato a lasciare la guida del suo partito, il Congresso Nazionale, mantiene ancora il controllo delle forze armate pilastro del suo potere.

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25/02/2019

Sudan - Bashir proclama lo stato di emergenza

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Due mesi, 57 morti e mille arresti dopo, il presidente sudanese Omar al-Bashir reagisce con il pugno di ferro alle manifestazioni che da metà dicembre invocano la sua cacciata.

Venerdì ha dichiarato lo stato di emergenza per un anno, sciolto il governo centrale e quelli locali: al posto dei 18 governatori civili arrivano i militari. Sabato ha nominato un nuovo premier e il suo nuovo vice: primo ministro diventa Mohamed Tahir Ayala, ex governatore e «delfino» di Bashir nel caso avesse mai deciso di porre fine al suo trentennale regime personale; il ministro della Difesa Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf (ex capo dell’intelligence militare) è invece stato scelto come vice presidente.

Tutto in nome, dice, «della riconciliazione nazionale e del dialogo». Infine, Bashir ha sospeso la riforma costituzionale che gli avrebbe permesso di estendere l’attuale mandato fino al 2020, per puntare l’anno prossimo alla rielezione in un paese militarizzato. 

Le strade non si calmano: venerdì a Khartoum i manifestanti sono stati dispersi con i gas lacrimogeni e sabato l’Associazione dei professionisti, organizzatrice delle proteste, ha annunciato nuove manifestazioni, a 48 ore dall’arresto (e il successivo rilascio) di dieci leader di opposizione, tra cui il vice presidente e il segretario dell’islamista Umma party, il leader del Partito comunista e quello del Baath. Marciavano sul palazzo presidenziale per consegnare a Bashir la petizione popolare che ne chiede le dimissioni.

Di andarsene non se ne parla, nonostante il linguaggio “conciliante”: «La richiesta del nostro popolo di migliori condizioni di vita sono legittime», ha detto nello stesso discorso tv in cui dichiarava uno stato di emergenza che permetterà a polizia ed esercito di condurre perquisizioni e arresti senza mandato in nome della «sicurezza nazionale». Potere alle forze armate, dunque, che in questi due mesi hanno arrestato attivisti, giornalisti, semplici cittadini, sparato sulla folla e ucciso in carcere con stupri e torture almeno una persona, l’insegnante Ahmed al-Kheir.

In contemporanea il governo bloccava i social, usati per organizzare le proteste, e accusava non meglio definiti «agenti stranieri» di aver aizzato il popolo sudanese. A scatenare le proteste è stato ben altro: la carenza di carburante che ha triplicato il prezzo di pane e medicine.

AGGIORNAMENTO

Ieri in migliaia hanno manifestato a Khartoum e Omdurman lungo il Nilo dopo l’annuncio dello stato di emergenza nel paese, mentre il nuovo governo nominato dal presidente Bashir giurava. Le forze armate sudanesi hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere la folla. I manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici e bloccato le strade al grido di “Libertà! Libertà!”.

Dopo il discorso tv di Bashir, parla anche il suo partito, il National Congress Party, che definisce lo stato d’emergenza lo strumento per affrontare la crisi economica: “Serve ad affrontare il caos negli affari economici, a risolvere la questione della carenza di contante e a combattere la corruzione, ma anche a fermare le pratiche che hanno effetti negativi sull’economica, in particolare il contrabbando d’oro”, ha detto il capo della segreteria del Ncp, Abdel-Rahman al-Khidir, durante un meeting del partito a Jebel Awliya.

Resta la questione di un’eventuale nuova candidatura alla presidenza di Bashir, alle elezioni del prossimo anno. Secondo il direttore dei servizi Niss, la Costituzione glielo impedisce ma potrebbe correre “nel caso di consenso politico e misure prese dalle istituzioni competenti”. Ovvero, modifiche costituzionali che in uno stato di emergenza sarebbero facilmente imponibili dal presidente.

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31/01/2019

Sudan - I servizi segreti ordinano il rilascio dei manifestanti

Sarebbero oltre mille i manifestanti arrestati da un mese e mezzo in Sudan. Ora il capo della potente Niss, l’agenzia di servizi segreti del paese, Salah Abdallah Mohammed Saleh (noto come Salah Ghosh) promette di liberarli. L’annuncio è di ieri: Ghosh, durante la visita a una prigione della capitale Khartoum, ha detto ai giornalisti di aver ordinato il rilascio dei manifestanti arrestati nelle proteste anti-governative che stanno investendo tutto il paese.

Una decisione figlia, probabilmente, delle critiche internazionali arrivate al governo sudanese che sta reprimendo con la violenza (sarebbero oltre 40 i morti) le proteste popolari contro il presidente Omar al-Bashir. Ma c’è un ma: Ghosh non ha dato numeri, un bilancio effettivo degli arresti, né specificato cosa intende per “eventi recenti”, termine usato per indicare le persone che saranno coinvolte nel rilascio. Tra loro ci sono semplici cittadini, giornalisti, leader delle opposizioni.

Intanto, fuori dalle carceri, le proteste continuano. Iniziate il 19 dicembre scorso a causa dell’aumento stellare del costo del carburante (triplicato) e il conseguente incremento dei beni di prima necessità e dei beni alimentari, in migliaia sono scesi in strada e ben presto la rabbia per l’inflazione si è tradotta nella richiesta di dimissioni del presidente Bashir, al potere con un golpe dal 1989 e ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra commessi nella regione del Darfur.

Poche ore prima l’annuncio di Ghosh, ieri, altre manifestazioni avevano avuto luogo a Khartoum e Omdurman, con i manifestanti dispersi di nuovo con i gas lacrimogeni. “Non abbiamo paura”, ha gridato la folla, “Libertà, pace e giustizia”, ha ripetuto mentre commemorava le vittime della repressione dell’ultimo mese e mezzo e ricordava quelle di Port Sudan, la strage governativa compiuta il 29 gennaio 2005 nella città sul Mar Rosso (almeno 21 manifestanti uccisi). E le proteste, fa sapere la Spa, l’Associazione dei professionisti sudanesi, la federazione organizzatrice delle manifestazioni, continueranno fino alle dimissioni di Bashir.

Il partito di opposizione National Umma Party ha denunciato ieri l’attacco contro la sua sede a Omdurman, con le forze sudanesi che hanno circondato l’edificio e arrestato alcuni impiegati. La polizia ha bloccato le strade e le piazze per impedire i raduni e usato gas lacrimogeni, granate stordenti, proiettili e acqua sporca per disperdere la folla.

Esternamente a fare pressioni è la comunità internazionale, con gli Stati Uniti in prima fila: il Dipartimento di Stato ha chiesto il rilascio di tutti “i giornalisti, gli attivisti e i manifestanti pacifici arbitrariamente detenuti” e un’inchiesta seria sulle violenze, per poi minacciare Khartoum di una revisione dei rapporti bilaterali. Ma sono proprio gli Usa il principale target del governo che imputa la crisi economica alla “guerra” lanciata dalla comunità internazionale negli ultimi due decenni: Washington ha imposto un embargo commerciale contro il Sudan nel 1997, per sospenderlo nel 2017.

Critiche simile sono arrivate da mezza Europa, dal Canada e dalle Nazioni Unite. Diversa la reazione di Egitto, Qatar e Arabia Saudita che fin da subito hanno espresso solidarietà a Bashir. Il presidente egiziano al-Sisi, dalla sua, teme che le proteste nel paese vicino possano contagiare il suo, già interessato da una rivoluzione e oggi governato con il pugno di ferro della repressione e misure di austerity che stanno affamando la popolazione: domenica, mentre i sudanesi manifestavano, Bashir era al Cairo dove ha discusso con al-Sisi di quel che definisce un’esagerazione delle proteste architettata dai media, definendo le manifestazioni un tentativo di “copiare le primavere arabe”. Doha e Riyadh hanno più di un interesse economico in Sudan e non intendono destabilizzare il ricco business perdendo la pedina Bashir.

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09/01/2019

Sudan - L'opposizione si compattta, Bashir non molla

Alla terza settimana di proteste anti-governative, il presidente sudanese Omar al-Bashir risponde alle incessanti richieste di abbandonare il potere che occupa da 30 anni: ieri in una base militare di Atbara, nel nord est della capitale Khartoum, si è rivolto ai soldati per rivolgersi al paese. E mandare un messaggio chiaro: “Non abbiamo problemi perché l’esercito non sostiene i traditori, ma si muove per sostenere la patria e i suoi risultati”, ha detto il presidente, lui stesso ex generale delle forze armate.

Un messaggio che arriva mente le piazze restano piene e la polizia continua a disperdere i manifestanti. L’ultima protesta è di ieri, nella città orientale di al-Qadarif, organizzata dall’Associazione dei professionisti e una delle più grandi dal 19 dicembre quando tutto è cominciato: i poliziotti hanno usato gas lacrimogeni ma anche proiettili veri per svuotare le strade, raccontano i giornalisti recenti. “Libertà, pace, giustizia”, gridano i manifestanti, “La rivoluzione è la scelta della gente”.

Per oggi è prevista una nuova marcia, nella città di Omdurman, anche questa guidata dall’Associazione dei professionisti: “Marceremo verso il parlamento – dice Mohamed Asbat, il portavoce dell’Associazione ad al-Jazeera – per consegnare le nostre richieste e continueremo a farlo pacificamente finché il governo non si dimetterà”.

E se quasi tutto il paese è in stato di emergenza e scuole e università sono chiuse in molte province, sarebbero già 40 i morti, uccisi dalle forze di sicurezza, nelle ultime tre settimane secondo i dati forniti da associazioni per i diritti umani, come Amnesty e Human Rights Watch. Diciassette, secondo il governo. E oltre 800 i manifestanti arrestati, 816 per l’esattezza, fa sapere il ministero dell’Interno. Tanti, troppi.

Ieri è arrivata una prima reazione da parte dei paesi occidentali con Stati Uniti, Canada, Norvegia e Gran Bretagna che in un comunicato congiunto hanno espresso preoccupazione per la reazione governativa alle proteste: “Siamo inorriditi dalle notizie di morti e gravi ferimenti di chi esercita il proprio legittimo diritto alla protesta, così come dalle notizie dell’uso di proiettili contro i manifestanti”.

Manifestanti che restano in strada con una richiesta precisa: le dimissioni di Bashir. Le manifestazioni sono iniziate per gli effetti devastanti della crisi economica, con un’inflazione alle stelle, al 70%, e i prezzi dei beni di prima necessità – pane, medicine carburante, in primo luogo – fuori controllo, raddoppiati e in alcuni casi triplicati. A monte, oltre a cause strutturali interne ed esterne, dalla corruzione alle ventennali sanzioni internazionali, c’è l’indipendenza del Sud Sudan di otto anni fa che ha fatto perdere a Khartoum due terzi delle riserve petrolifere di cui godeva.

In un primo momento, spaventato dalle proteste, Bashir ha promesso un’inchiesta sulle uccisioni e il mantenimento dei sussidi per le famiglie povere, ma alla gente non basta. Non basta nemmeno alle opposizioni che la scorsa settimana hanno dato vita al National Front for Change, formato da 22 partiti politici di diversa estrazione politica, dagli islamisti ex alleati di Bashir alla sinistra: l’obiettivo dichiarato è ampliare il fronte anti-governativo per costringere il presidente a dimettersi e ad aprire a un esecutivo di transizione.

Poco importa, il governo non sembra affatto intenzionato a “trattare”, a riconoscere la legittimità delle richieste, forte del sostegno che ancora una parte della popolazione gli garantisce ma soprattutto dall’appoggio di servizi segreti ed esercito. È forte anche del consenso che la Lega Araba non ritira: è stato proprio Bashir il presidente scelto per fare visita alla fine di dicembre, primo rappresentante di un paese della Lega dal 2011, al siriano Bashar al-Assad, chiara dimostrazione dell’intenzione dei paesi dell’organizzazione di riaprire alla Siria, estromessa all’inizio della guerra civile, quasi nove anni fa.

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