Un’altra notte di sit-in è trascorsa di fronte al quartier generale dell’esercito a Khartoum. Ormai
da giorni centinaia di migliaia di manifestanti non lasciano la piazza
di fronte all’edificio, a poca distanza dalla residenza del presidente
Omar al-Bashir. Sabato mezzo milione di persone aveva occupato la strada, provocando la reazione delle forze armate: fuoco sui manifestanti, almeno 22 manifestanti uccisi
negli ultimi tre giorni, secondo le opposizioni. Il nuovo presidio era
stato lanciato in occasione dell’anniversario della caduta del regime
di Jafar al Nimeyri, destituito il 6 aprile 1985.
Ma nonostante la repressione la protesta non cala. A quasi quattro
mesi dall’inizio delle mobilitazioni anti-governative, organizzate dalle
associazioni dei professionisti, dei medici, gli insegnanti, gli
ingegneri, partite contro il rincaro dei beni di prima necessità a iniziare dal pane a causa del rialzo del costo del carburante, i sudanesi
chiedono le dimissioni di Bashir. Che finora ha reagito con un mix di
repressione e promesse di riforme e lavoro.
Tra le 22 vittime ci sarebbero anche cinque soldati, fa
sapere il Comitato centrali dei medici sudanesi, che erano passati dalla
parte della piazza e stavano cercando di difendere i manifestanti.
Alcuni soldati e ufficiali sono passati dall’altra parte,
aprendo a speculazioni su una frattura interna tra forze armate e
servizi segreti del Niss. Tanto da convincere il governo a usare in
piazza anche milizie fedeli a Bashir.
Almeno 153 i feriti, di cui alcuni gravi: il bilancio delle vittime potrebbe salire, portando quello totale ben sopra le 60. I
servizi segreti e l’esercito utilizzano proiettili veri, e non solo gas
lacrimogeni e proiettili di gomma, per disperdere i manifestanti che
però non se ne vanno: la notte appena trascorsa ha visto la gente darsi
il cambio per non abbandonare il sit-in e ricevere da fuori cibo e acqua
per poter proseguire.
Le opposizioni, al fianco dei manifestanti, insistono nel chiedere le dimissioni di Bashir.
Ieri il Sudanese Congress Party ha fatto appello all’esercito perché
abbandoni il presidente e permetta la formazione di un governo di
transizione dopo trent’anni di potere incontrastato e violazioni dei
diritti umani. “Le forze armate non hanno altra opzione che quella di
rispondere positivamente alle richieste del popolo”, dice il segretario
generale del Scp, Khalid Omer Yousif.
Parla anche Sadiq al Mahdi, leader del Partito della nazione, Umma. A
Bshir ha chiesto di “consegnare il potere a un comando militare
selezionato e qualificato, che negozi con i rappresentanti del popolo la
creazione di un nuovo sistema per raggiungere la pace e la democrazia”.
Ieri sono intervenuti anche i paesi occidentali, in particolare i tre che coordinano i colloqui di pace, Stati
Uniti, Gran Bretagna e Norvegia: hanno fatto appello a Khartoum perché
prenda in considerazione le richieste di cambiamento dei manifestanti “verso un sistema politico inclusivo e con maggiore legittimità”.
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