Ieri in Sudan è giunta alla fine una delle più brutali dittature
d’Africa, trent’anni di Omar al-Bashir, di crimini di guerra e contro
l’umanità. Ma la protesta popolare, scoppiata il 19 dicembre scorso,
continua e tenace, non è finita. Centinaia di migliaia di
manifestanti stanno sfidando in queste ore il coprifuoco imposto
dall’esercito dopo il golpe militare che ieri ha deposto il presidente.
La piazza lo rigetta, lo ha rigettato da subito. Già
ieri le proteste erano continuate e oggi si farò altrettanto, fa sapere
l’Associazione dei professionisti sudanesi, organizzatrice della
mobilitazione: “I leader delle forze armate devono consegnare il potere
al popolo. Non accetteremo alcuna autorità diversa da quella civile”, scrive l’Associazione in un comunicato.
E’ la reazione alle prime mosse dell’esercito che ieri ha annunciato lo
scioglimento del parlamento e della costituzione del 2005, la creazione
di un consiglio di transizione militare e lo stato di emergenza per tre
mesi, il tutto all’interno di un periodo di transizione che le forze
armate indicano in due anni. Spazio aereo chiuso temporaneamente,
coprifuoco notturno e rilascio dei prigionieri politici, le
altre tre misure prese subito. Oltre al presidente l’esercito ha
arrestato un centinaio di personalità vicine a Bashir, tra cui
il premier Mohammed Taher Aila, l’ex ministro della Difesa, Abdel Rahim
Mohammed Hussein, il presidente del Partito del Congresso nazionale,
Ahmed Harun, e uno dei vice di Bashir, Ali Uthman Mohammed Taha.
La gioia esplosa immediatamente nelle piazze ieri si è presto
trasformata in rabbia. E il sit-in iniziato sabato scorso di fronte al
quartier generale dell’esercito non è stato smobilitato. Intanto decine
di migliaia di persone riempivano le strade della capitale Khartoum,
sventolando le bandiere del Sudan: “Il primo è caduto, cadrà
anche il secondo”. Il riferimento è chiaro: la giunta militare pare a
tutti un proseguimento del regime anti-democratico che per tre decenni
ha governato il paese.
Nelle stesse ore a Port Sudan e Kassala i manifestanti aggredivano le
sedi dei servizi segreti. Secondo il Central Committee of Sudanese
Doctors, l’esercito ha ucciso ieri almeno 13 persone, portando il totale
da sabato a 35.
Nel mirino dei manifestanti e dei partiti di opposizione c’è Ahmed Awad Ibn Auf, vicepresidente e ministro della Difesa.
“L’operazione ha salvato le strutture politiche ed economiche del
vecchio sistema e la nuova giunta non ha fornito nessuna soluzione
politica per porre fine alla guerra, realizzare una trasformazione
democratica o risolvere la crisi economica”, il commento del segretario
degli Affari esteri di Sudan Call.
Parla anche Omer al Degair, segretario del Partito del congresso
sudanese: la nota di Ibn Auf (con la quale ieri annunciava l’arresto e
la destituzione di Bashir) “non è altro che un tentativo di
riprodurre il regime di Bashir che invece deve essere abbattuto con
tutti i suoi organi e simboli. Rifiutiamo la formazione del
Consiglio militare. I vertici delle forze armate avrebbero dovuto
contattarci per ascoltare il nostro punto di vista sul futuro del
Sudan”.
Ibn Auf non è certo un volto nuovo per la politica sudanese e
regionale: nella sua carriera militare ha frequentato l’accademia del
Cairo dove si è formato anche il presidente egiziano al-Sisi. E’ stato
direttore dei servizi e vice capo di stato maggiore dell’esercito.
“Pensionato” nel 2010, è stato nominato console generale al Cairo prima
e ambasciatore in Oman poi. Dal 2015 è ministro della Difesa.
Nei mesi precedenti, quelli della protesta anti-governativa, ha
mostrato due volti: da una parte definiva “ragionevoli” le richieste
della piazza, dall’altra minacciava il ricorso alla forza per garantire
la stabilità. Una stabilità inesistente: la mobilitazione,
scoppiata lo scorso dicembre a causa del rincaro folle del prezzo del
pane e dei beni di prima necessità, è quasi subito divenuta una
sollevazione più ampia contro la leadership del paese. Bashir ha tentato
di salvarsi sia incolpando presunti complotti stranieri e le sanzioni
internazionali da parte degli Stati
esteri, sia promettendo riforme economiche e creazione di posti di
lavoro per i giovani.
Intanto nelle piazze la repressione uccideva quasi 100 manifestanti e
ne arrestava centinaia, alcuni subito sottoposti a processo sotto lo
stato di emergenza indetto da Bashir a febbraio: mesi di prigione per
violazione del divieto a manifestare. Ma non ha funzionato.
Ci si muove anche sul piano internazionale. Francia,
Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Belgio e Polonia hanno chiesto al
Consiglio di Sicurezza dell’Onu di riunirsi d’emergenza, mentre l’Unione
Africana ha condannato il golpe definendolo incostituzionale.
Washington, che da anni ha imposto a Khartoum sanzioni economiche, ha
fatto sapere che al momento il processo di rimozione delle restrizioni è
stato sospeso: il Dipartimento di Stato ha sospeso i negoziati in corso
con Khartoum sulla normalizzazione delle relazioni e ordinato agli
impiegati governativi statunitensi di lasciare il paese.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento