Da due giorni sono accampati fuori il quartier generale dell’esercito
sudanese nella capitale Khartoum chiedendo al presidente al-Bashir di
farsi da parte. E’ la protesta di migliaia di sudanesi (oltre
500.000 persone) che sono fuori la struttura militare che è però anche
residenza del presidente e sede del ministero della difesa. Una protesta pacifica, ma che ha già sperimentato la reazione violenta delle autorità locali: stamane le forze dell’ordine avrebbero tentato di disperdere i manifestanti lanciando i gas lacrimogeni.
La piazza, tuttavia, non si è lasciata intimorire e non è
indietreggiata di un passo: il presidio continua e, affermano i
partecipanti, continuerà finché l’anziano leader non getterà la spugna. La
scelta del 6 aprile come giorno d’inizio del partecipatissimo sit-in
non è casuale: proprio in questo giorno nel 1985 l’allora presidente
Jaafar Nimeiri fu deposto dai militari. Questi consegnarono il
potere ad un governo eletto che a sua volta però fu esautorato dai
poteri con il golpe militare di al-Bashir.
Nonostante sia sempre più sotto pressione, il regime sudanese non
cede: il presidente ha ribadito che non si dimetterà e ha detto ai suoi
oppositori che il potere va conquistato andando ai seggi non con le
proteste. Ciononostante, conscio delle alte tensioni che si
respirano nel Paese e dell’insistenza dei dimostranti nella loro lotta,
ha provato a smorzare un po’ i toni: “Il Consiglio di sicurezza
conferma che i manifestanti sono parte della comunità sudanese e la
loro visione e richieste devono essere ascoltate”. “Il Consiglio – si
legge ancora nella nota – prenderà le misure necessarie per assicurare
la pace e la sicurezza nel Paese”.
Le contestazioni al regime di al-Bashir sono iniziate a
dicembre in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo
del pane. Il movimento di protesta è però di giorno in giorno
cresciuto ed ha alzato l’asticella delle richieste arrivando a chiedere
la caduta di al-Bashir. Il presidente ha ammesso che le
preoccupazioni dei manifestanti sono “legittime” per quanto riguarda le
questioni economiche. Tuttavia, lo scorso 22 febbraio ha imposto lo
stato di emergenza nel Paese nel tentativo di porre fine alle
manifestazioni contro di lui. Bashir, il cui mandato scadrà nel
2020, ha poi provato a tranquillizzare la piazza dicendo che non si
candiderà alle prossime presidenziali secondo quanto prevede la
costituzione che impedisce un terzo mandato come presidente.
I tentativi di far tacere con la forza gli oppositori hanno avuto un prezzo alto in termini di vite umane.
Secondo quanto ha dichiarato all’Associated Press la portavoce
dell’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa) Sarah Abdel Jaleel, dal
6 aprile quattro persone sono state uccise a Khartoum dalle forze di
sicurezza mentre un altro dimostrante ha perso la vita nel corso di una
manifestazione a Omdurman, la seconda città del Paese.
Quest’ultimo caso è stato confermato anche dal portavoce della polizia,
il General Hashim Abdel Rahim, che ha parlato di “raduni illegali”. Per le autorità il numero dei manifestanti uccisi dall’inizio delle proteste è 32, ma per Human Rights Watch è di 51. Senza considerare poi che sono centinaia coloro che sono stati arrestati dai temuti Servizi d’Intelligence locali.
Il presidio fuori il compound dell’esercito intanto va avanti.
Al di là dei soliti cori (“pace, giustizia e libertà”) i manifestanti
hanno coniato un nuovo slogan dedicandolo al presidente algerino
Bouteflika (dimessosi martedì scorso in seguito alle proteste popolari
in Algeria) augurandosi che al-Bashir possa fare a breve la stessa fine.
Alcuni dimostranti hanno denunciato l’uso di pallottole vere da parte
delle forze dell’ordine; altri, invece, hanno raccontato che le macchine
dei servizi di sicurezza, non appena arrivate, hanno cominciato a
“investire i cittadini”. Secondo alcuni video postati sui social
network, a fianco dei protestanti ci sarebbero anche dei militari. Ma
non sono pochi i sudanesi che temono la solidarietà di una parte
dell’esercito: a loro dire, infatti, questa vicinanza costituisce solo
la “calma prima della tempesta” perché un attacco su ampia scala contro i
manifestanti è prossimo.
Il governo, intanto, ieri alle 17 (ora locale) ha dichiarato un
blackout nazionale e, stando alle dichiarazioni degli oppositori,
avrebbe bloccato nuovamente i social network per bloccare lo scambio
di informazioni e di denunciare quanto sta avvenendo.
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