Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/05/2014
Sud Sudan lacerato tra tribù e petrolio. Avvio di una tregua
Dopo cinque mesi di guerra inter-etnica, un milione e mezzo di sfollati e migliaia di morti, il 9 maggio è stato firmato l’accordo di cessate il fuoco fra il Presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il suo ex vice Riek Machar. Formazione di un Governo di transizione per elezioni nel 2015.
Presidente e vicepresidente del neonato Stato indipendente del Sud Sudan costretti a convivere per garantire complessi equilibri tribali. Ma la rivalità esplode nel dicembre 2013 quando Salva Kiir, il Presidente accusa Machar, il suo vice, di tentato colpo di Stato costringendolo alla fuga.
L’antica ostilità tra i Dinka che costituiscono il 38% della popolazione e i Nuer che ne sono il 17% riemerge fra Kiir, d’etnia Dinka, e Machar, d’etnia Nuer.
La tensione si ripercuote all’interno del Movimento per la Liberazione del Popolo Sudanese divenuto Esercito governativo e i soldati delle due etnie cominciano a combattersi.
Una prima tregua nel gennaio di quest’anno 2014 mediata dal blocco regionale dell’Africa Orientale naufraga subito con reciproche accuse di violazioni.
E la crisi umanitaria da gennaio ad oggi raggiunge proporzioni inimmaginabili.
La missione ONU con 8 mila peacekeeper calcola per i primi 4 mesi di guerra oltre 1 milione di sfollati, di cui 800 mila nel Paese e 250 mila fuggiti nei Paesi limitrofi. Oltre 67 mila sono i civili ospitati presso le basi della missione Onu.
I campi profughi gestiti dall’Unmiss sono da allora in piena emergenza umanitaria a rischio colera, malaria, malnutrizione.
Durante il conflitto è stata commessa ogni atrocità: omicidi di donne e bambini, esecuzioni a sangue freddo, stupri, devastazione di interi quartieri.
Emblematico l’attacco alla base ONU di Bor a 120 km dalla capitale Juba che ha causato 58 morti e oltre 100 feriti costringendo il Governo a inviare l’Esercito a difesa della Missione.
Da allora, mentre USA e Unione Europea minacciano sanzioni mirate contro chiunque ostacola i fragili tentatici di tregua, i militari sono dovunque.
Le pressioni vengono anche da Cina, Russia e Malesia, fra i maggior investitori petroliferi nel Sud Sudan, ricchissimo di fonti energetiche, dove fra le altre operano la China National Petroleum Corp., l’Indian ONGVidesh e la Petronas malesiana.
Risolutiva è stata la missione nella prima settimana di maggio del Segretario Generale dell’ONU Ban ki Moon e del Segretario di Stato Usa John Kerry che ottengono l’impegno tra le parti a dar vita da subito ad un Governo di transizione per portare alla pacificazione e ad elezioni nel 2015.
Sulla tenuta dell’accordo è difficile un pronostico.
Fonte
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