All’inizio tutto è solo sabbia. La linea arriva subito dopo da mano divina per delimitare lo spazio e l’identità delle sue creature. Il solco si trasforma in ferita per l’uccisione di un fratello ad opera del fratello. Caino e Abele firmano sulla sabbia la prima frontiera conosciuta. Da allora in poi una linea nella sabbia accompagna l’umana avventura fino ai nostri giorni. Quella che attraversa il mondo non è che una continuazione delle precedenti. Linee tracciate per generazioni tra guerre, armistizi, piste carovaniere per schiavi, concubine e mercanzie. Su queste linee sono passate, spesso assieme agli eserciti, idee, culture, navi e religioni. Le nostre invece no. Nel Sahel abbiamo innumerevoli linee nella sabbia che si cancellano dopo averle create. Se ne fanno di nuove ogni giorno che passa. Sono linee irregolari tracciate da pneumatici di fuoristrada che assomigliano al primo solco. Sono solo i nomi e il numero dei fratelli che hanno cambiato.
Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa al sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.
Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilato dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo il Niger dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che la unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Chad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio ad uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continui a girare dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.
Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi ad entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credete, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.
Niamey, settembre 2018
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/09/2018
04/04/2016
Burundi - Militari ONU per fermare le violene
di Federica Iezzi
Accolto dalle autorità del Burundi il consenso al dispiegamento di una forza militare delle Nazioni Unite nel Paese per fermare le violenze che rischiano di sfociare nell’ennesimo conflitto etnico. Via libera anche all’aumento del numero di osservatori dei diritti umani ed esperti militari dell’Unione Africana, in territorio burundese. Il Burundi è stato coinvolto in una spirale di violenze politiche da quando, lo scorso aprile, il presidente Pierre Nkurunziza, sfruttando una controversa interpretazione della Costituzione, ha vinto il suo terzo mandato con il 69% dei voti.
La crisi sanguinosa che ha ucciso fino a 900 persone contrappone i sostenitori del presidente Nkurunziza contro chi ritiene la sua rielezione per il terzo mandato, una violazione al limite dei due soli mandati previsti dalla Costituzione e dagli accordi di Arusha, che nel 2005 avevano posto fine alla guerra civile ed etnica che aveva lasciato come eredità al Paese 300.000 morti. Dopo un fallito colpo di stato e due visite ufficiali da parte dell’ONU, il governo ha intensificato la repressione. Il risultato sono i più di 250.000 civili fuggiti nei Paesi limitrofi, Rwanda, Tanzania, Uganda e Congo, e le altre 15.000 persone sfollate all’interno del Paese.
L’ultima visita degli esponenti dell’ONU risale allo scorso gennaio. In quell’occasione, era stato verificato che 439 persone erano state uccise solo negli ultimi mesi, che le persone venivano selettivamente uccise – tutsi in questo caso – e che coloro che hanno ucciso cercavano essenzialmente di distruggere la leadership dell’altro gruppo. Il quadro è quello di una ripresa delle feroci divisioni tra hutu, tutsi e twas. La risoluzione, figlia di un’analisi francese e disposta dai 15 Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si prefigge di lavorare con il governo del Burundi al disarmo, all’assistenza civile nello sviluppo, al monitoraggio e alla sicurezza sul confine con il Rwanda, all’avanzamento di uno Stato di diritto. Il Consiglio ha sottolineato la fondamentale importanza del dialogo tra maggioranza e opposizione, al fine di trovare una soluzione pacifica consensuale all’interno del Paese.
Nel testo della risoluzione si evince una diminuzione del numero di omicidi affiancata da un preoccupante aumento di violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari, detenzioni, condanne senza processo, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni e sevizie. Dunque nonostante alcuni progressi, compreso il rilascio di alcuni detenuti, la riapertura di una stazione radio indipendente e la cooperazione del governo con esperti di diritti indipendenti, le gravi violazioni non accennano a fermarsi.
L’opposizione chiede il dispiegamento delle forze militari per disarmare i violenti gruppi armati conservatori, tra cui le milizie alleate al partito di governo CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia), note come ‘Imbonerakure’. Ad oggi gli Imbonerakure hanno circa 50.000 membri in tutto il Paese e ricevono addestramento militare nella Repubblica Democratica del Congo. In molte zone rurali, le milizie agiscono in collusione con le autorità locali e con totale impunità. I timori di una guerra etnica hanno portato anche ad una crisi economica. L’economia del Burundi, che si basa molto sugli aiuti internazionali e sulle esportazioni di tè e caffè, si è ridotta di un ulteriore 7,2% rispetto allo scorso anno. Sospeso anche il sostegno finanziario diretto al governo del Burundi da parte dell’Unione Europea.
Il Burundi ha avuto una storia in cui la giustizia è stata negata e la vita ha continuato a scorrere in un modello di impunità. Negli ultimi 50 anni nessuno è stato punito per i crimini contro l’umanità e per i genocidi commessi dal 1993 al 2005.
Fonte
Accolto dalle autorità del Burundi il consenso al dispiegamento di una forza militare delle Nazioni Unite nel Paese per fermare le violenze che rischiano di sfociare nell’ennesimo conflitto etnico. Via libera anche all’aumento del numero di osservatori dei diritti umani ed esperti militari dell’Unione Africana, in territorio burundese. Il Burundi è stato coinvolto in una spirale di violenze politiche da quando, lo scorso aprile, il presidente Pierre Nkurunziza, sfruttando una controversa interpretazione della Costituzione, ha vinto il suo terzo mandato con il 69% dei voti.
La crisi sanguinosa che ha ucciso fino a 900 persone contrappone i sostenitori del presidente Nkurunziza contro chi ritiene la sua rielezione per il terzo mandato, una violazione al limite dei due soli mandati previsti dalla Costituzione e dagli accordi di Arusha, che nel 2005 avevano posto fine alla guerra civile ed etnica che aveva lasciato come eredità al Paese 300.000 morti. Dopo un fallito colpo di stato e due visite ufficiali da parte dell’ONU, il governo ha intensificato la repressione. Il risultato sono i più di 250.000 civili fuggiti nei Paesi limitrofi, Rwanda, Tanzania, Uganda e Congo, e le altre 15.000 persone sfollate all’interno del Paese.
L’ultima visita degli esponenti dell’ONU risale allo scorso gennaio. In quell’occasione, era stato verificato che 439 persone erano state uccise solo negli ultimi mesi, che le persone venivano selettivamente uccise – tutsi in questo caso – e che coloro che hanno ucciso cercavano essenzialmente di distruggere la leadership dell’altro gruppo. Il quadro è quello di una ripresa delle feroci divisioni tra hutu, tutsi e twas. La risoluzione, figlia di un’analisi francese e disposta dai 15 Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si prefigge di lavorare con il governo del Burundi al disarmo, all’assistenza civile nello sviluppo, al monitoraggio e alla sicurezza sul confine con il Rwanda, all’avanzamento di uno Stato di diritto. Il Consiglio ha sottolineato la fondamentale importanza del dialogo tra maggioranza e opposizione, al fine di trovare una soluzione pacifica consensuale all’interno del Paese.
Nel testo della risoluzione si evince una diminuzione del numero di omicidi affiancata da un preoccupante aumento di violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari, detenzioni, condanne senza processo, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni e sevizie. Dunque nonostante alcuni progressi, compreso il rilascio di alcuni detenuti, la riapertura di una stazione radio indipendente e la cooperazione del governo con esperti di diritti indipendenti, le gravi violazioni non accennano a fermarsi.
L’opposizione chiede il dispiegamento delle forze militari per disarmare i violenti gruppi armati conservatori, tra cui le milizie alleate al partito di governo CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Forze per la Difesa della Democrazia), note come ‘Imbonerakure’. Ad oggi gli Imbonerakure hanno circa 50.000 membri in tutto il Paese e ricevono addestramento militare nella Repubblica Democratica del Congo. In molte zone rurali, le milizie agiscono in collusione con le autorità locali e con totale impunità. I timori di una guerra etnica hanno portato anche ad una crisi economica. L’economia del Burundi, che si basa molto sugli aiuti internazionali e sulle esportazioni di tè e caffè, si è ridotta di un ulteriore 7,2% rispetto allo scorso anno. Sospeso anche il sostegno finanziario diretto al governo del Burundi da parte dell’Unione Europea.
Il Burundi ha avuto una storia in cui la giustizia è stata negata e la vita ha continuato a scorrere in un modello di impunità. Negli ultimi 50 anni nessuno è stato punito per i crimini contro l’umanità e per i genocidi commessi dal 1993 al 2005.
Fonte
23/07/2015
Burundi - Tra sparatorie e boicottaggi, si contano i voti
Si contano i voti in Burundi, dove la tensione resta alta in questa
tornata elettorale imposta dall’attuale presidente Pierre Nkurunziza in
cerca del terzo mandato consecutivo, nonostante il limite costituzionale
sia di due.
Il voto è stato segnato dalle violenze: sparatorie ed esplosioni. Nella notte prima dell’apertura delle urne, martedì, sono stati uccisi due poliziotti a Bujumbura e il corpo senza vita di un funzionario dell’opposizione è stato trovato in strada sempre nella capitale. Ci sono stati scontri con gli oppositori del presidente che dallo scorso aprile hanno protestato contro la ricandidatura di Nkurunziza, gridando al golpe. Almeno cento i morti nelle violenze (la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti) e il leader di un partito di opposizione, Zedi Feruzi, è stato assassinato a maggio mentre faceva jogging.
L’opposizione ha boicottato le elezioni, giudicandole irregolari, e il presidente sembra non avere avversari. I suoi rivali più temibili, tra cui Agathon Rwasa, si sono ritirati, anche se la commissione elettorale ha mantenuto i loro nomi sulla scheda. Meno di tre quarti degli aventi diritto (3,8 milioni) si sono recati alle urne, ma tra chi ha votato si è diffusa la paura di rappresaglie: la Bbc ha raccontato di persone che hanno cercato di cancellare l’inchiostro indelebile dalle dita, usato per marcare chi ha votato.
Rwasa ha parlato di una “sceneggiata” e ha ribadito che l’estensione del mandato di Nkurunziza porterà il Burundi all’isolamento. Dall’esterno questo appuntamento elettorale, più volte rinviato, è stato giudicato non trasparente e libero. Sia il Dipartimento di Stato Usa sia l’Unione europea hanno espresso preoccupazione per la correttezza dello svolgimento del voto, mentre l’Unione Africana ha deciso di non inviare osservatori. È la prima volta che prende una posizione di questo tipo contro uno Stato membro.
Dal canto suo, il presidente ha definito i suoi detrattori terroristi e a maggio ha trovato la sponda della Corte Costituzionale la quale ha deciso che “il rinnovo del mandato presidenziale per cinque anni tramite suffragio universale diretto non rappresenta una violazione della Costituzione”. L’argomento usato dal presidente per ricandidarsi, a quanto pare accolto dai giudici, è che nel 2005 fu eletto capo di Stato dal Parlamento e non in elezioni dirette, quindi quel mandato non conterebbe. Ma su questa decisione si staglia l’ombra delle pressioni e delle intimidazioni: quattro giudici hanno lasciato il Paese e uno di loro ha denunciato minacce.
Ne è seguito un fallito tentativo di golpe, che ha giustificato una stretta del governo su ogni forma di dissenso, soprattutto sulle radio indipendenti, unica fonte di informazione per una grossa fetta della popolazione che vive senza elettricità. Inoltre, soltanto il 2 per cento dei burundesi ha accesso a internet. La chiusura, spesso violenta (sedi incendiate o vandalizzate) delle stazioni radio ha di fatto impedito ai pochi sfidanti di Nkurunziza di fare campagna elettorale. L’opposizione è stata silenziata e dallo scorso aprile molti suoi esponenti, tanti giornalisti e anche diversi membri del partito del presidente, CNDD-FDD, hanno lasciato il Paese.
E sono fuggiti anche circa 150mila burundesi. Un esodo quotidiano, soprattutto verso la Tanzania, causato dal timore che l’instabilità provocata dalla decisione di Nkurunziza di ricandidarsi faccia riesplodere le tensioni etniche (tra la maggioranza Hutu e la minoranza Tutsi) che negli anni Novanta costarono la vita di centinaia di migliaia di persone (alcuni dicono 800mila, altri 500mila), massacrate a colpi di machete nel giro di cento giorni. La dimensione etnica al momento non sembra prendere il sopravvento, ma la crisi politica in cui è piombato il Paese alla lunga potrebbe riaccendere l’odio etnico e le ripercussioni travalicherebbero i confini burundesi. È il Rwanda a preoccuparsi maggiormente, sul suo territorio sarebbero presenti milizie vicine sia partito di governo burundese sia agli Hutu del FDLR, esecutori del genocidio del 1994, allora fuggiti nella Repubblica democratica del Congo. Milizie che avrebbero già compiuto rapimenti, torture e omicidi in questi mesi.
Nkurunziza, però, ostenta sicurezza (è andato a votare in mountain-bike e si fa ritrarre mentre gioca a calcio) e non pare temere le conseguenze del voto. Lo scrutinio è in corso e domani potrebbero arrivare i risultati.
Fonte
Il voto è stato segnato dalle violenze: sparatorie ed esplosioni. Nella notte prima dell’apertura delle urne, martedì, sono stati uccisi due poliziotti a Bujumbura e il corpo senza vita di un funzionario dell’opposizione è stato trovato in strada sempre nella capitale. Ci sono stati scontri con gli oppositori del presidente che dallo scorso aprile hanno protestato contro la ricandidatura di Nkurunziza, gridando al golpe. Almeno cento i morti nelle violenze (la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti) e il leader di un partito di opposizione, Zedi Feruzi, è stato assassinato a maggio mentre faceva jogging.
L’opposizione ha boicottato le elezioni, giudicandole irregolari, e il presidente sembra non avere avversari. I suoi rivali più temibili, tra cui Agathon Rwasa, si sono ritirati, anche se la commissione elettorale ha mantenuto i loro nomi sulla scheda. Meno di tre quarti degli aventi diritto (3,8 milioni) si sono recati alle urne, ma tra chi ha votato si è diffusa la paura di rappresaglie: la Bbc ha raccontato di persone che hanno cercato di cancellare l’inchiostro indelebile dalle dita, usato per marcare chi ha votato.
Rwasa ha parlato di una “sceneggiata” e ha ribadito che l’estensione del mandato di Nkurunziza porterà il Burundi all’isolamento. Dall’esterno questo appuntamento elettorale, più volte rinviato, è stato giudicato non trasparente e libero. Sia il Dipartimento di Stato Usa sia l’Unione europea hanno espresso preoccupazione per la correttezza dello svolgimento del voto, mentre l’Unione Africana ha deciso di non inviare osservatori. È la prima volta che prende una posizione di questo tipo contro uno Stato membro.
Dal canto suo, il presidente ha definito i suoi detrattori terroristi e a maggio ha trovato la sponda della Corte Costituzionale la quale ha deciso che “il rinnovo del mandato presidenziale per cinque anni tramite suffragio universale diretto non rappresenta una violazione della Costituzione”. L’argomento usato dal presidente per ricandidarsi, a quanto pare accolto dai giudici, è che nel 2005 fu eletto capo di Stato dal Parlamento e non in elezioni dirette, quindi quel mandato non conterebbe. Ma su questa decisione si staglia l’ombra delle pressioni e delle intimidazioni: quattro giudici hanno lasciato il Paese e uno di loro ha denunciato minacce.
Ne è seguito un fallito tentativo di golpe, che ha giustificato una stretta del governo su ogni forma di dissenso, soprattutto sulle radio indipendenti, unica fonte di informazione per una grossa fetta della popolazione che vive senza elettricità. Inoltre, soltanto il 2 per cento dei burundesi ha accesso a internet. La chiusura, spesso violenta (sedi incendiate o vandalizzate) delle stazioni radio ha di fatto impedito ai pochi sfidanti di Nkurunziza di fare campagna elettorale. L’opposizione è stata silenziata e dallo scorso aprile molti suoi esponenti, tanti giornalisti e anche diversi membri del partito del presidente, CNDD-FDD, hanno lasciato il Paese.
E sono fuggiti anche circa 150mila burundesi. Un esodo quotidiano, soprattutto verso la Tanzania, causato dal timore che l’instabilità provocata dalla decisione di Nkurunziza di ricandidarsi faccia riesplodere le tensioni etniche (tra la maggioranza Hutu e la minoranza Tutsi) che negli anni Novanta costarono la vita di centinaia di migliaia di persone (alcuni dicono 800mila, altri 500mila), massacrate a colpi di machete nel giro di cento giorni. La dimensione etnica al momento non sembra prendere il sopravvento, ma la crisi politica in cui è piombato il Paese alla lunga potrebbe riaccendere l’odio etnico e le ripercussioni travalicherebbero i confini burundesi. È il Rwanda a preoccuparsi maggiormente, sul suo territorio sarebbero presenti milizie vicine sia partito di governo burundese sia agli Hutu del FDLR, esecutori del genocidio del 1994, allora fuggiti nella Repubblica democratica del Congo. Milizie che avrebbero già compiuto rapimenti, torture e omicidi in questi mesi.
Nkurunziza, però, ostenta sicurezza (è andato a votare in mountain-bike e si fa ritrarre mentre gioca a calcio) e non pare temere le conseguenze del voto. Lo scrutinio è in corso e domani potrebbero arrivare i risultati.
Fonte
15/06/2015
Burundi - L'ombra del conflitto etnico
di Sonia Grieco
La crisi politica in Burundi rischia di precipitare in una guerra civile che potrebbe destabilizzare l’intera regione, a iniziare dal vicino Rwanda, dove si sono rifugiate decine di migliaia di persone. A lanciare l’allarme, tra gli altri, è stato Salim Ahmed Salim, l’ex segretario generale di quella che fu l’Organizzazione dell’unità africana poi diventata l’Unione Africana che in questi giorni si riunisce in Sud Africa e che in cima all’agenda ha proprio la questione Burundi.
Dalla fine di aprile il Paese è teatro di proteste, spesso sfociate in scontri (una quarantina i morti), contro la decisione del presidente Pierre Nkurunziza di imporre la sua terza candidatura, nonostante il limite costituzionale dei mandati sia di due. La risposta del governo alle manifestazioni è stata la repressione: decine di arresti, spari sui dimostranti, stretta sui mezzi d’informazione, con la chiusura di radio indipendenti e restrizioni su internet. Inoltre, milizie pro-governative seminano paura tra la popolazione. Il dialogo nazionale è fallito dopo che il leader del partito di opposizione Unione per la Pace e lo Sviluppo (UPF), Zedi Feruzi, è stato ucciso in un agguato nella capitale Bujumbura a fine maggio. Ma la repressione non è bastata a fermare l’opposizione che continua a scendere in piazza e a chiedere al presidente di farsi da parte.
In questo clima i burundesi sono chiamati alle urne nelle prossime settimane. Nkurunziza non vuole mollare e punta al voto che, però, è stato costretto a posticipare due volte. Adesso le presidenziali sono state fissate per il 15 luglio, mentre le politiche e le amministrative si terranno il 29 giugno. L’opposizione ha già annunciato il boicottaggio, secondo cui un voto in questa situazione non può svolgersi in maniera trasparente e libera. Non si escludono ulteriori rinvii, se gli Stati africani faranno altre pressioni, preoccupati che la crisi sfoci in un conflitto di dimensioni etniche, come quello che ha segnato il Paese negli anni Novanta.
Secondo Devon Curtis, della Cambridge University, “il conflitto al momento è sostanzialmente politico. Gli Hutu e i Tutsi si sono schierati da entrambe le parti”. Tuttavia, avverte, la dimensione etnica potrebbe assumere un peso sempre più rilevante. E alcuni ritengono che le cose potrebbero precipitare, se il Rwanda utilizzasse il pericolo di instabilità per giustificare un intervento in Bururndi. In Rwanda, infatti, sarebbero presenti milizie vicine al sia partito di governo burundese sia agli Hutu del FDLR, esecutori del genocidio del 1994, allora fuggiti nella Repubblica democratica del Congo. Milizie che avrebbero già compiuto rapimenti, torture e omicidi in queste settimane.
Le proteste contro la pretesa di Nkurunziza di restare alla guida del Burundi, potrebbero quindi tingersi di quell’odio etnico che costò la vita di centinaia di migliaia di persone (alcuni dicono 800mila, altri 500mila), massacrate a colpi di machete nel giro di cento giorni. Una ferita ancora aperta, che spinge migliaia di persone a fuggire dal Burundi, in maggioranza rifugiatesi in Tanzania, dove l’accoglienza dei profughi sta determinando un’emergenza umanitaria. Secondo Save the Children, 2.300 bambini sono fuggiti senza i genitori, rimasti a proteggere case e terre in Burundi. In totale, sono almeno 96mila i profughi riparati in Rwanda, Tanzania, Uganda e Repubblica democratica del Congo, e in maggioranza sono minorenni.
Intanto, la crisi politica sta avendo ripercussioni altrettanto pericolose sull’economia del Burundi, che si regge sugli aiuti stranieri. Senza le donazioni dall’estero, sarà difficile anche mettere in piedi la macchina elettorale. Al momento, però, Nkurunziza non sembra preoccupato da queste questioni né dal rischio di un conflitto civile. La speranza è riposta nel summit sudafricano.
Fonte
La crisi politica in Burundi rischia di precipitare in una guerra civile che potrebbe destabilizzare l’intera regione, a iniziare dal vicino Rwanda, dove si sono rifugiate decine di migliaia di persone. A lanciare l’allarme, tra gli altri, è stato Salim Ahmed Salim, l’ex segretario generale di quella che fu l’Organizzazione dell’unità africana poi diventata l’Unione Africana che in questi giorni si riunisce in Sud Africa e che in cima all’agenda ha proprio la questione Burundi.
Dalla fine di aprile il Paese è teatro di proteste, spesso sfociate in scontri (una quarantina i morti), contro la decisione del presidente Pierre Nkurunziza di imporre la sua terza candidatura, nonostante il limite costituzionale dei mandati sia di due. La risposta del governo alle manifestazioni è stata la repressione: decine di arresti, spari sui dimostranti, stretta sui mezzi d’informazione, con la chiusura di radio indipendenti e restrizioni su internet. Inoltre, milizie pro-governative seminano paura tra la popolazione. Il dialogo nazionale è fallito dopo che il leader del partito di opposizione Unione per la Pace e lo Sviluppo (UPF), Zedi Feruzi, è stato ucciso in un agguato nella capitale Bujumbura a fine maggio. Ma la repressione non è bastata a fermare l’opposizione che continua a scendere in piazza e a chiedere al presidente di farsi da parte.
In questo clima i burundesi sono chiamati alle urne nelle prossime settimane. Nkurunziza non vuole mollare e punta al voto che, però, è stato costretto a posticipare due volte. Adesso le presidenziali sono state fissate per il 15 luglio, mentre le politiche e le amministrative si terranno il 29 giugno. L’opposizione ha già annunciato il boicottaggio, secondo cui un voto in questa situazione non può svolgersi in maniera trasparente e libera. Non si escludono ulteriori rinvii, se gli Stati africani faranno altre pressioni, preoccupati che la crisi sfoci in un conflitto di dimensioni etniche, come quello che ha segnato il Paese negli anni Novanta.
Secondo Devon Curtis, della Cambridge University, “il conflitto al momento è sostanzialmente politico. Gli Hutu e i Tutsi si sono schierati da entrambe le parti”. Tuttavia, avverte, la dimensione etnica potrebbe assumere un peso sempre più rilevante. E alcuni ritengono che le cose potrebbero precipitare, se il Rwanda utilizzasse il pericolo di instabilità per giustificare un intervento in Bururndi. In Rwanda, infatti, sarebbero presenti milizie vicine al sia partito di governo burundese sia agli Hutu del FDLR, esecutori del genocidio del 1994, allora fuggiti nella Repubblica democratica del Congo. Milizie che avrebbero già compiuto rapimenti, torture e omicidi in queste settimane.
Le proteste contro la pretesa di Nkurunziza di restare alla guida del Burundi, potrebbero quindi tingersi di quell’odio etnico che costò la vita di centinaia di migliaia di persone (alcuni dicono 800mila, altri 500mila), massacrate a colpi di machete nel giro di cento giorni. Una ferita ancora aperta, che spinge migliaia di persone a fuggire dal Burundi, in maggioranza rifugiatesi in Tanzania, dove l’accoglienza dei profughi sta determinando un’emergenza umanitaria. Secondo Save the Children, 2.300 bambini sono fuggiti senza i genitori, rimasti a proteggere case e terre in Burundi. In totale, sono almeno 96mila i profughi riparati in Rwanda, Tanzania, Uganda e Repubblica democratica del Congo, e in maggioranza sono minorenni.
Intanto, la crisi politica sta avendo ripercussioni altrettanto pericolose sull’economia del Burundi, che si regge sugli aiuti stranieri. Senza le donazioni dall’estero, sarà difficile anche mettere in piedi la macchina elettorale. Al momento, però, Nkurunziza non sembra preoccupato da queste questioni né dal rischio di un conflitto civile. La speranza è riposta nel summit sudafricano.
Fonte
26/05/2015
Burundi - Ucciso leader dell'opposizone, dialogo sospeso
Fine del dialogo tra opposizione e governo in Burundi, dopo che sabato il leader del partito di opposizione Unione per la Pace e lo Sviluppo (UPF), Zedi Feruzi, è stato ucciso in un agguato nella capitale Bujumbura, insieme alla sua guardia del corpo.
Un assassinio che fa aumentare la tensione nel Paese, teatro di scontri e di un tentato golpe nelle ultime settimane. Al momento non ci sono notizie certe sulla dinamica dell’agguato né sugli esecutori, ma per gli esponenti dell’opposizione potrebbe essere parte di quello che chiamano “piano per l’eliminazione fisica” dei dissidenti da parte del presidente Pierre Nkurunziza, ed è per questo che hanno deciso di sospendere i colloqui. Domenica ai funerali di Feruzi c’erano migliaia di persone che sono sfilate per le strade della capitale per 90 minuti.
È stata la di decisione Nkurunziza di imporre la sua terza candidatura alla guida del Burundi, nonostante il limite costituzionale dei mandati sia di due, a far esplodere le proteste in cui hanno perso la vita almeno 25 persone.
I leader delle forze di opposizione adesso temono per le proprie vite e si sono nascosti, ha spiegato Agathon Rwasa ad Al Jazeera. Politici, giornalisti, attivisti sono spariti dalla circolazione dopo la notizia dell’agguato, mentre il governo usa il pugno di ferro per silenziare il dissenso. Dopo gli attacchi a quattro radio indipendenti ed emittenti tv, l’unica fonte di informazione resta la tv di Stato. Le manifestazioni sono state seguite da arresti e sono spesso sfociate in scontri con le forze dell’ordine, che hanno anche aperto il fuoco sui manifestanti.
La terza candidatura di Nkurunziza è stata legittimata da una controversa pronuncia della Corte costituzionale, all’inizio del mese, che ha esacerbato la situazione. Una decisione su cui si stagliano le ombre della corruzione e del ricatto: alcuni giudici sarebbero stati minacciati, persino di morte, e sono fuggiti all’estero, dove hanno denunciato pressioni da parte dell’entourage del presidente. Ne è seguito un tentativo di golpe da parte di alcuni ufficiali delle Forze armate, ma il putsch è fallito in poche ore e questo ha probabilmente dato ancora più vigore a Nkurunziza.
Intanto, prosegue la fuga dal Paese di migliaia di persone. È ancora vivo il ricordo dei massacri e dell’odio etnico che hanno devastato la nazione negli anni Novanta. È la Tanzania lo Stato che sta accogliendo più profughi: circa 64mila, mentre 27mila sono fuggiti in Rwanda e circa settemila nella Repubblica democratica del Congo.
In questo clima di tensione e di sospetto il Burundi si avvia al voto, posticipato su pressione del Sud Africa dal 26 maggio al 5 giugno. Un rinvio insufficiente a riportare il Paese alla calma, ma Nkurunziza sembra determinato a cercare il terzo mandato e questo appuntamento elettorale rischia di essere bagnato dal sangue.
Fonte
Un assassinio che fa aumentare la tensione nel Paese, teatro di scontri e di un tentato golpe nelle ultime settimane. Al momento non ci sono notizie certe sulla dinamica dell’agguato né sugli esecutori, ma per gli esponenti dell’opposizione potrebbe essere parte di quello che chiamano “piano per l’eliminazione fisica” dei dissidenti da parte del presidente Pierre Nkurunziza, ed è per questo che hanno deciso di sospendere i colloqui. Domenica ai funerali di Feruzi c’erano migliaia di persone che sono sfilate per le strade della capitale per 90 minuti.
È stata la di decisione Nkurunziza di imporre la sua terza candidatura alla guida del Burundi, nonostante il limite costituzionale dei mandati sia di due, a far esplodere le proteste in cui hanno perso la vita almeno 25 persone.
I leader delle forze di opposizione adesso temono per le proprie vite e si sono nascosti, ha spiegato Agathon Rwasa ad Al Jazeera. Politici, giornalisti, attivisti sono spariti dalla circolazione dopo la notizia dell’agguato, mentre il governo usa il pugno di ferro per silenziare il dissenso. Dopo gli attacchi a quattro radio indipendenti ed emittenti tv, l’unica fonte di informazione resta la tv di Stato. Le manifestazioni sono state seguite da arresti e sono spesso sfociate in scontri con le forze dell’ordine, che hanno anche aperto il fuoco sui manifestanti.
La terza candidatura di Nkurunziza è stata legittimata da una controversa pronuncia della Corte costituzionale, all’inizio del mese, che ha esacerbato la situazione. Una decisione su cui si stagliano le ombre della corruzione e del ricatto: alcuni giudici sarebbero stati minacciati, persino di morte, e sono fuggiti all’estero, dove hanno denunciato pressioni da parte dell’entourage del presidente. Ne è seguito un tentativo di golpe da parte di alcuni ufficiali delle Forze armate, ma il putsch è fallito in poche ore e questo ha probabilmente dato ancora più vigore a Nkurunziza.
Intanto, prosegue la fuga dal Paese di migliaia di persone. È ancora vivo il ricordo dei massacri e dell’odio etnico che hanno devastato la nazione negli anni Novanta. È la Tanzania lo Stato che sta accogliendo più profughi: circa 64mila, mentre 27mila sono fuggiti in Rwanda e circa settemila nella Repubblica democratica del Congo.
In questo clima di tensione e di sospetto il Burundi si avvia al voto, posticipato su pressione del Sud Africa dal 26 maggio al 5 giugno. Un rinvio insufficiente a riportare il Paese alla calma, ma Nkurunziza sembra determinato a cercare il terzo mandato e questo appuntamento elettorale rischia di essere bagnato dal sangue.
Fonte
14/05/2015
Burundi - Golpe militare? Nkurunziza: è fallito
Dichiarazioni e smentite segnano questa giornata di caos e violenza in Burundi, dove i
militari hanno dichiarato di avere deposto con un colpo di Stato il
presidente Pierre Nkurunziza, in visita in Tanzania, che su Twitter non
nega il golpe, ma dice che è fallito. Stamattina, la polizia aveva aperto il fuoco sui manifestanti accorsi in centinaia nel centro della capitale Bujumbura.
Ad annunciare il golpe è stato il generale Godefroid Niyombareh, ma non è chiaro di quanto sostegno goda il comitato di salvezza nazionale che ha citato, di cui fanno parte cinque ufficiali delle Forze armate. In un comunicato riportato dalla Bbc si legge: “Le masse hanno deciso di prendere nelle proprie mani il destino della nazione per rimediare alla situazione di incostituzionalità in cui è sprofondato il Burundi”. Sempre secondo la Bbc, i militari hanno circondato la sede tv pubblica e per le strade della capitale le proteste si sono trasformate in festeggiamenti.
Il rischio di un colpo di mano era nell’aria da settimane, da quando il presidente ha cercato di imporre la sua terza candidatura alla guida del Paese nelle prossime elezioni del 26 giugno, nonostante il limite massimo sia di due mandati, scatenando un’ondata di proteste. Le manifestazioni sono sfociate in scontri con le forze dell’ordine, in cui hanno perso la vita almeno venti persone; arresti, una stretta del governo sui media, in particolare sulle radio indipendenti che sono state chiuse.
La tensione è arrivata alle stelle la settimana scorsa con la controversa pronuncia della Corte Costituzionale, che ha dato il via libera alla ricandidatura di Nkurunziza. Una decisione su cui si addensano le ombre di minacce ed estorsioni a danno dei giudici, alcuni dei quali sono fuggiti all’estero e hanno denunciato pressioni da parte dell’entourage del presidente.
Il clima si fa sempre più teso in Burundi, quando sono trascorsi dieci anni dalla fine del conflitto etnico che ha devastato il Paese. Questa è probabilmente la crisi politica più acuta da un decennio e cresce il timore che inneschi di nuovo l’odio etnico che ha devastato la nazione negli anni Novanta. In 50mila hanno lasciato il Paese per andare in Rwanda.
Oggi, in Tanzania, i capi di Stato dell’Africa orientale si sono riuniti per cercare di risolvere la crisi.
Fonte
Ad annunciare il golpe è stato il generale Godefroid Niyombareh, ma non è chiaro di quanto sostegno goda il comitato di salvezza nazionale che ha citato, di cui fanno parte cinque ufficiali delle Forze armate. In un comunicato riportato dalla Bbc si legge: “Le masse hanno deciso di prendere nelle proprie mani il destino della nazione per rimediare alla situazione di incostituzionalità in cui è sprofondato il Burundi”. Sempre secondo la Bbc, i militari hanno circondato la sede tv pubblica e per le strade della capitale le proteste si sono trasformate in festeggiamenti.
Il rischio di un colpo di mano era nell’aria da settimane, da quando il presidente ha cercato di imporre la sua terza candidatura alla guida del Paese nelle prossime elezioni del 26 giugno, nonostante il limite massimo sia di due mandati, scatenando un’ondata di proteste. Le manifestazioni sono sfociate in scontri con le forze dell’ordine, in cui hanno perso la vita almeno venti persone; arresti, una stretta del governo sui media, in particolare sulle radio indipendenti che sono state chiuse.
La tensione è arrivata alle stelle la settimana scorsa con la controversa pronuncia della Corte Costituzionale, che ha dato il via libera alla ricandidatura di Nkurunziza. Una decisione su cui si addensano le ombre di minacce ed estorsioni a danno dei giudici, alcuni dei quali sono fuggiti all’estero e hanno denunciato pressioni da parte dell’entourage del presidente.
Il clima si fa sempre più teso in Burundi, quando sono trascorsi dieci anni dalla fine del conflitto etnico che ha devastato il Paese. Questa è probabilmente la crisi politica più acuta da un decennio e cresce il timore che inneschi di nuovo l’odio etnico che ha devastato la nazione negli anni Novanta. In 50mila hanno lasciato il Paese per andare in Rwanda.
Oggi, in Tanzania, i capi di Stato dell’Africa orientale si sono riuniti per cercare di risolvere la crisi.
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06/05/2015
Burundi - Approvata la ricandidatura di Nkurunziza, per l'opposizione è golpe
di Sonia Grieco
L’opposizione grida al “golpe” dopo la decisione delle Corte Costituzionale del Burundi di ammettere il presidente Pierre Nkurunziza alla corsa per le presidenziali del 26 giugno, nonostante il limite massimo sia di due mandati. E Nkurunziza è alla guida del Paese dal 2005.
L’annuncio, fatto a fine aprile, della candidatura per il terzo mandato ha provocato un’ondata di proteste, con scontri, arresti, vittime e una stretta del governo sui media, in particolare sulle radio indipendenti che sono state chiuse. Almeno dodici i morti, secondo le organizzazioni scese in piazza, sei, invece, per la polizia. E il clima si fa sempre più teso, quando sono trascorsi dieci anni dalla fine del conflitto etnico che ha devastato il Paese. Questa è probabilmente la crisi politica più acuta in Burundi da un decennio e cresce il timore che inneschi di nuovo l’odio etnico che ha devastato la nazione negli anni Novanta.
Ieri, mentre la Corte Costituzionale decideva di autorizzare la ricandidatura di Nkurunziza, la capitale Bujumbura è stata teatro di nuove manifestazioni e proteste. La Corte ha deciso che “il rinnovo del mandato presidenziale per cinque anni tramite suffragio universale diretto non rappresenta una violazione della Costituzione”. L’argomento usato dal presidente per ricandidarsi, a quanto pare accolto dai giudici, è che nel 2005 fu eletto capo di Stato dal Parlamento e non in elezioni dirette, quindi quel mandato non conterebbe.
Argomentazioni a parte, sulla decisione del tribunale si allunga l’ombra delle minacce e delle pressioni da parte di uomini vicini a Nkurunziza. Secondo quanto riferito da Al Jazeera, almeno quattro dei sette giudici hanno lasciato il Paese. Tra questi il vicepresidente della Corte, Sylvere Nimpagaritse, fuggito in Ruanda lunedì. Ha raccontato all’agenzia Afp che i magistrati hanno lavorato sotto una “enorme pressione e persino sotto minaccia di morte”. Quindi la decisione sarebbe stata frutto di una manipolazione, come ha sostenuto Jean Minani, leader del partito Frodebu-Nyakuri che fa parte della coalizione che ha organizzato le manifestazioni. Minani ha assicurato che la mobilitazione popolare non si fermerà fino a quando Nkurunziza non ritirerà la candidatura.
Intanto, le proteste che scuotono il Burundi creano apprensione anche in Ruanda, dove sono arrivate circa 24mila persone nelle ultime settimane. Altre settemila hanno attraversato il confine con la Repubblica democratica del Congo. Il ministro ruandese degli Esteri, Louise Mushikiwabo, ha esortato il governo di Bujumbura a riportare la calma nel Paese che ha la stessa composizione etnica (huti e tutsi) del Ruanda, dove nel 1994 si consumò una delle più sanguinose tragedie della storia recente: il massacro di 800mila persone in cento giorni, in prevalenza tutsi, un’etnia praticamente inventata dai coloni europei.
Dopo la decisione della Corte Costituzionale, il vicepresidente del Burundi, Prosper Bazombanza, ha teso la mano ai manifestanti promettendo la scarcerazione di centinaia di dimostranti arrestati nelle ultime settimane e la riapertura delle radio in cambio della fine delle proteste.
Fonte
L’opposizione grida al “golpe” dopo la decisione delle Corte Costituzionale del Burundi di ammettere il presidente Pierre Nkurunziza alla corsa per le presidenziali del 26 giugno, nonostante il limite massimo sia di due mandati. E Nkurunziza è alla guida del Paese dal 2005.
L’annuncio, fatto a fine aprile, della candidatura per il terzo mandato ha provocato un’ondata di proteste, con scontri, arresti, vittime e una stretta del governo sui media, in particolare sulle radio indipendenti che sono state chiuse. Almeno dodici i morti, secondo le organizzazioni scese in piazza, sei, invece, per la polizia. E il clima si fa sempre più teso, quando sono trascorsi dieci anni dalla fine del conflitto etnico che ha devastato il Paese. Questa è probabilmente la crisi politica più acuta in Burundi da un decennio e cresce il timore che inneschi di nuovo l’odio etnico che ha devastato la nazione negli anni Novanta.
Ieri, mentre la Corte Costituzionale decideva di autorizzare la ricandidatura di Nkurunziza, la capitale Bujumbura è stata teatro di nuove manifestazioni e proteste. La Corte ha deciso che “il rinnovo del mandato presidenziale per cinque anni tramite suffragio universale diretto non rappresenta una violazione della Costituzione”. L’argomento usato dal presidente per ricandidarsi, a quanto pare accolto dai giudici, è che nel 2005 fu eletto capo di Stato dal Parlamento e non in elezioni dirette, quindi quel mandato non conterebbe.
Argomentazioni a parte, sulla decisione del tribunale si allunga l’ombra delle minacce e delle pressioni da parte di uomini vicini a Nkurunziza. Secondo quanto riferito da Al Jazeera, almeno quattro dei sette giudici hanno lasciato il Paese. Tra questi il vicepresidente della Corte, Sylvere Nimpagaritse, fuggito in Ruanda lunedì. Ha raccontato all’agenzia Afp che i magistrati hanno lavorato sotto una “enorme pressione e persino sotto minaccia di morte”. Quindi la decisione sarebbe stata frutto di una manipolazione, come ha sostenuto Jean Minani, leader del partito Frodebu-Nyakuri che fa parte della coalizione che ha organizzato le manifestazioni. Minani ha assicurato che la mobilitazione popolare non si fermerà fino a quando Nkurunziza non ritirerà la candidatura.
Intanto, le proteste che scuotono il Burundi creano apprensione anche in Ruanda, dove sono arrivate circa 24mila persone nelle ultime settimane. Altre settemila hanno attraversato il confine con la Repubblica democratica del Congo. Il ministro ruandese degli Esteri, Louise Mushikiwabo, ha esortato il governo di Bujumbura a riportare la calma nel Paese che ha la stessa composizione etnica (huti e tutsi) del Ruanda, dove nel 1994 si consumò una delle più sanguinose tragedie della storia recente: il massacro di 800mila persone in cento giorni, in prevalenza tutsi, un’etnia praticamente inventata dai coloni europei.
Dopo la decisione della Corte Costituzionale, il vicepresidente del Burundi, Prosper Bazombanza, ha teso la mano ai manifestanti promettendo la scarcerazione di centinaia di dimostranti arrestati nelle ultime settimane e la riapertura delle radio in cambio della fine delle proteste.
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29/04/2015
Burundi - Proteste contro il terzo mandato di Nkurunziza
di Federica Iezzi
Terzo giorno di feroci proteste nella capitale del Burundi. Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dopo l’annuncio della candidatura, alle prossime elezioni del 26 giugno, dell’attuale presidente Pierre Nkurunziza, i partiti di opposizione e i leader della società civile hanno organizzato manifestazioni in tutto il Paese.
Nkurunziza vinse le ultime elezioni presidenziali con l’88% di preferenze. Salito al potere nel 2005, dopo aver guidato un gruppo di ribelli durante la guerra civile di 12 anni che ha annientato socialmente ed economicamente il piccolo stato africano, è rimasto poi in carica per due mandati. Oggi il tentativo di cercare un terzo incarico appare incostituzionale e contrario allo spirito dell’accordo di pace e riconciliazione di Arusha del 2000, che ha chiuso un decennio di guerra civile nel Paese.
Gli Accordi di Arusha, hanno accompagnato all’epilogo il sanguinario conflitto, che ha ucciso più di 300.000 persone, tra l’esercito di minoranza tutsi e i gruppi ribelli hutu. Essi limitano la funzione presidenziale a due mandati e prevedono la condivisione del potere tra i gruppi etnici del Paese.
L’ultimo rapporto di Amnesty International segnala violenze pre-elettorali, aggressioni e intimidazioni da parte dei membri dell’Imbonerakure, ala giovanile del CNDD-FDD (Conseil National pour la Défense de la Démocratie-Forces de Défense et de la Démocratie), partito di Nkurunziza.
Per l’impunita condotta di abusi, 20.408 burundesi hanno cercato rifugio in Rwanda nel corso delle ultime due settimane, secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Almeno 16.000 rifugiati, sono stati spostati dai due centri di accoglienza di Bugesera e Nyanza, nel Rwanda orientale e meridionale, al nuovo campo profughi Mahama, nel distretto orientale di Kirehe. I numeri dell’UNHCR, in rapida crescita, parlano di 4.000 civili burundesi rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo e poco più di un centinaio in Tanzania.
L’esercito governativo del Burundi ha arrestato 157 persone durante le ultime proteste. Secondo Human Rights Watch, la polizia, guidata da André Ndayambaje, ha usato gas lacrimogeno, cannoni ad acqua e proiettili veri contro i manifestanti.
Le emittenti locali, come Radio Isanganiro, parlano di almeno sei morti. Le autorità hanno posto restrizioni ai media locali, già bloccate le trasmissioni di tre stazioni radio popolari. Linee telefoniche tagliate. Scuole, università e negozi del centro di Bujumbura sono chiusi. Le proteste si sono concentrate nei quartieri periferici. Cortei di studenti anche nella città di Gitega, sulla linea della campagna dell’opposizione “Stop the Third Term”.
Già qualche settimana fa, erano state arrestate 65 persone che manifestavano contro un terzo mandato dell’attuale Presidente, notizia tenuta celata dalle autorità locali. Nel mese di febbraio era stato licenziato, dopo soli tre mesi di lavoro, il leader dell’intelligence del Burundi, Godefroid Niyombare, apertamente schierato contro il terzo mandato di Nkurunziza.
Fonte
Terzo giorno di feroci proteste nella capitale del Burundi. Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dopo l’annuncio della candidatura, alle prossime elezioni del 26 giugno, dell’attuale presidente Pierre Nkurunziza, i partiti di opposizione e i leader della società civile hanno organizzato manifestazioni in tutto il Paese.
Nkurunziza vinse le ultime elezioni presidenziali con l’88% di preferenze. Salito al potere nel 2005, dopo aver guidato un gruppo di ribelli durante la guerra civile di 12 anni che ha annientato socialmente ed economicamente il piccolo stato africano, è rimasto poi in carica per due mandati. Oggi il tentativo di cercare un terzo incarico appare incostituzionale e contrario allo spirito dell’accordo di pace e riconciliazione di Arusha del 2000, che ha chiuso un decennio di guerra civile nel Paese.
Gli Accordi di Arusha, hanno accompagnato all’epilogo il sanguinario conflitto, che ha ucciso più di 300.000 persone, tra l’esercito di minoranza tutsi e i gruppi ribelli hutu. Essi limitano la funzione presidenziale a due mandati e prevedono la condivisione del potere tra i gruppi etnici del Paese.
L’ultimo rapporto di Amnesty International segnala violenze pre-elettorali, aggressioni e intimidazioni da parte dei membri dell’Imbonerakure, ala giovanile del CNDD-FDD (Conseil National pour la Défense de la Démocratie-Forces de Défense et de la Démocratie), partito di Nkurunziza.
Per l’impunita condotta di abusi, 20.408 burundesi hanno cercato rifugio in Rwanda nel corso delle ultime due settimane, secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Almeno 16.000 rifugiati, sono stati spostati dai due centri di accoglienza di Bugesera e Nyanza, nel Rwanda orientale e meridionale, al nuovo campo profughi Mahama, nel distretto orientale di Kirehe. I numeri dell’UNHCR, in rapida crescita, parlano di 4.000 civili burundesi rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo e poco più di un centinaio in Tanzania.
L’esercito governativo del Burundi ha arrestato 157 persone durante le ultime proteste. Secondo Human Rights Watch, la polizia, guidata da André Ndayambaje, ha usato gas lacrimogeno, cannoni ad acqua e proiettili veri contro i manifestanti.
Le emittenti locali, come Radio Isanganiro, parlano di almeno sei morti. Le autorità hanno posto restrizioni ai media locali, già bloccate le trasmissioni di tre stazioni radio popolari. Linee telefoniche tagliate. Scuole, università e negozi del centro di Bujumbura sono chiusi. Le proteste si sono concentrate nei quartieri periferici. Cortei di studenti anche nella città di Gitega, sulla linea della campagna dell’opposizione “Stop the Third Term”.
Già qualche settimana fa, erano state arrestate 65 persone che manifestavano contro un terzo mandato dell’attuale Presidente, notizia tenuta celata dalle autorità locali. Nel mese di febbraio era stato licenziato, dopo soli tre mesi di lavoro, il leader dell’intelligence del Burundi, Godefroid Niyombare, apertamente schierato contro il terzo mandato di Nkurunziza.
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