di Sonia Grieco
L’opposizione grida al “golpe” dopo la decisione delle Corte Costituzionale del Burundi di ammettere il presidente Pierre Nkurunziza
alla corsa per le presidenziali del 26 giugno, nonostante il limite
massimo sia di due mandati. E Nkurunziza è alla guida del Paese dal
2005.
L’annuncio, fatto a fine aprile, della candidatura per il terzo mandato ha provocato un’ondata di proteste,
con scontri, arresti, vittime e una stretta del governo sui media, in
particolare sulle radio indipendenti che sono state chiuse.
Almeno dodici i morti, secondo le organizzazioni scese in piazza, sei,
invece, per la polizia. E il clima si fa sempre più teso, quando sono
trascorsi dieci anni dalla fine del conflitto etnico che ha devastato il
Paese. Questa è probabilmente la crisi politica più acuta in Burundi da
un decennio e cresce il timore che inneschi di nuovo l’odio etnico che
ha devastato la nazione negli anni Novanta.
Ieri, mentre la Corte Costituzionale decideva di autorizzare la
ricandidatura di Nkurunziza, la capitale Bujumbura è stata teatro di
nuove manifestazioni e proteste. La Corte ha deciso che “il
rinnovo del mandato presidenziale per cinque anni tramite suffragio
universale diretto non rappresenta una violazione della Costituzione”.
L’argomento usato dal presidente per ricandidarsi, a quanto pare
accolto dai giudici, è che nel 2005 fu eletto capo di Stato dal
Parlamento e non in elezioni dirette, quindi quel mandato non
conterebbe.
Argomentazioni a parte, sulla decisione del tribunale si allunga l’ombra delle minacce e delle pressioni da parte di uomini vicini a Nkurunziza. Secondo quanto riferito da Al Jazeera, almeno quattro dei sette giudici hanno lasciato il Paese. Tra questi il vicepresidente della Corte, Sylvere Nimpagaritse, fuggito in Ruanda lunedì. Ha raccontato all’agenzia Afp che i magistrati hanno lavorato sotto una “enorme pressione e persino sotto minaccia di morte”. Quindi
la decisione sarebbe stata frutto di una manipolazione, come ha
sostenuto Jean Minani, leader del partito Frodebu-Nyakuri che fa parte
della coalizione che ha organizzato le manifestazioni. Minani ha
assicurato che la mobilitazione popolare non si fermerà fino a quando
Nkurunziza non ritirerà la candidatura.
Intanto, le proteste che scuotono il Burundi creano apprensione anche
in Ruanda, dove sono arrivate circa 24mila persone nelle ultime
settimane. Altre settemila hanno attraversato il confine con la
Repubblica democratica del Congo. Il ministro ruandese degli
Esteri, Louise Mushikiwabo, ha esortato il governo di Bujumbura a
riportare la calma nel Paese che ha la stessa composizione etnica (huti e
tutsi) del Ruanda, dove nel 1994 si consumò una delle più sanguinose
tragedie della storia recente: il massacro di 800mila persone in cento
giorni, in prevalenza tutsi, un’etnia praticamente inventata dai coloni
europei.
Dopo la decisione della Corte Costituzionale, il vicepresidente del Burundi, Prosper
Bazombanza, ha teso la mano ai manifestanti promettendo la
scarcerazione di centinaia di dimostranti arrestati nelle ultime
settimane e la riapertura delle radio in cambio della fine delle
proteste.
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