Il boss ha infine gridato un comando verso il botolo ringhioso che azzanna tutti. Non è secondario analizzare il contenuto dell’ordine, i punti di forza che rendono il comando più “autorevole” del solito ed anche il fatto che l’avvertimento non sia stato affidato a “Taco” Trump – Trump always chickens out, ovvero Trump fa sempre marcia indietro – ma al suo vice, J.D Vance.
Il quale, narrano le indiscrezioni di palazzo circolanti da diversi mesi, era decisamente scettico sulla necessità di far guerra all’Iran, o per lo meno sulle modalità che sono state scelte. Oltre che – particolare forse ancora più importante – notevolmente lontano dal pantano puzzolente degli Epstein files.
Mentre tutto il mondo constatava che il “memorandum of understanding” firmato con Teheran rappresenta di fatto un notevole cedimento statunitense, l’interrogativo principale riguardava come Israele avrebbe impedito che le intenzioni di pace si traducessero in accordo vero e proprio.
Non “se”, ma “quando e come”. L’occupazione del Libano resta in piedi, i raid mirati o intimidatori anche, la minaccia di fare sfracelli ancora più estesi – con qualche problema, vista la resistenza di Hezbollah – davano già a Tel Aviv la possibilità di mandare a monte i sessata giorni di negoziato sui dettagli del memorandum. Eventualmente, cominciavano già a dire apertamente i genocidi sionisti, si sarebbero incaricati direttamente loro di continuare la guerra contro l’Iran.
Chiaro che questa eventualità sarebbe un colpo mortale non solo alla (residua) credibilità degli Usa come king maker dell’Occidente capitalistico, ma anche ai loro progetti geostrategici – qualsiasi essi siano – perché li obbligherebbe a restare impegnati nel teatro mediorientale ben al di là di quanto previsto.
Sarebbe insomma un far prevalere gli interessi di Israele – oltretutto disegnati sul millenarismo delirante delle favole bibliche di tremila anni fa – contro quelli della superpotenza dominante. Certificandone così il declino davanti al resto del mondo.
Questa volta, dunque, non bastava la solita telefonata tra il tycoon e Netanyahu, da raccontare poi ai media come piena di urli ed insulti cui nessuno, in fondo, crede davvero. Serviva un altolà ufficiale, quasi formale, pronunciato da chi non è altrettanto ricattabile personalmente dal Mossad. Serviva una dose di sedativo abbastanza forte, oltretutto imprevisto.
Vance ha recitato il suo ordine con i toni tipici riservati da questa amministrazione ai vassalli europei, quasi en passant mentre teneva una conferenza stampa sul memorandum.
“Quello che mi dà fastidio è che abbiamo visto persone nel governo di Bibi attaccare l’accordo e in alcuni casi attaccare personalmente il presidente. Il mio messaggio a loro è che Donald Trump è l’unico capo di stato in tutto il mondo che è solidale con in Israele, ed è anche il capo della superpotenza mondiale”.
Non sono solo parole, perché la “solidarietà” americana con i killer seriali di Tel Aviv è sostanziata da denaro e soprattutto armi tecnologicamente avanzate (l’Iron Dome, lo scudo anti-missile, è fatto di Patriot e Thaad statunitensi, utilizzati nella guerra al punto da esaurire le scorte del Pentagono). “Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano – ha detto ancora Vance – non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”.
Semplice, concreto, immediato.
“Il problema per Israele non è Donald Trump e chiunque in Israele pensi che il loro maggiore problema sia il presidente degli Stati Uniti si deve svegliare e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il loro Paese”. Il millenarismo dei coloni non può insomma essere la linea politica di Israele, e tanto meno quella dell’America. Non per bontà, ma per banale realismo.
La Casa Bianca, insomma, fa sapere che è stata fin troppo tollerante con il botolo ringhioso. “Siamo alla svolta decisiva per l’accordo, all’improvviso c’è un’enorme esplosione in un’area di civili a Beirut, e un sacco di persone che non hanno nulla a che vedere con Hezbollah hanno perso la vita. Questo non è accettabile”.
Perché svuota di credibilità la leadership statunitense una volta di troppo, subordinandola pubblicamente agli interessi di un paese da “nove milioni di abitanti che nessuno al mondo sopporta più”. E la cui impunità intollerabile è garantita unicamente dal “protettore” che siede a Washington.
Nessuno si illuda che ciò rappresenti una “rottura” di portata strategica tra i due paesi. L’“amicizia” resta solida e incrollabile, così come i finanziamenti e le forniture di materiale bellico, ma la reprimenda di Vance punta a ristabilire le gerarchie e gli interessi prevalenti.
È una linea di frattura appena accennata – la prima da quasi 80 anni – che sta ora a Israele decidere se si allargherà oppure resterà allo stato di “avvertimento”. Ma è anche chiaro che una eventuale – e niente affatto impossibile – “seconda puntata” potrebbe prevedere il passaggio dalle parole ai fatti, ossia a qualche riduzione della portata degli aiuti diretti.
In fondo a Washington non hanno le remore ipocrite che paralizzano l’Unione Europea – incapace persino di emettere sanzioni per il solo BenGvir – e possono decidere in un attimo come “rivedere il contratto” che li lega a Israele.
È di fatto il contenuto vero dell’intervista poi rilasciata da Trump ad Axios per smentire la valutazione universale sul memorandum come “sconfitta” americana e ribadire che il suo personale potere “non conosce limiti”. All’interno del Paese, forse. Nel mondo – dopo questa fallimentare guerra condotta al seguito di Netanyahu – sicuramente no. E il memorandum sta lì a dimostrarlo.
Siccome la Storia ama mostrarsi ironica, questo “irrigidimento” dell’attuale amministrazione arriva nelle stesse ore in cui la presunta “teocrazia iraniana” – dove gli ayatollah farebbero e disfarrebbero ogni cosa insieme ai pasdaran – si mostra invece molto più articolata.
Nella prima vera dichiarazione pubblica della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, siamo venuto a sapere che “Avevo un’opinione diversa (riguardo al memorandum d’intesa, ndr) ma ho dato la mia approvazione considerando l’impegno che il Presidente Pezeshkian ha assunto per per preservare i diritti del popolo iraniano e del fronte della resistenza”.
Insomma, in Iran c’è un potere laico, regolarmente eletto (le presidenziali si sono svolte esattamente due anni fa, dopo un primo bombardamento israeliano sul Paese, facendo prevalere il cardiochirurgo Massoud Pezeshkian), che può assumere decisioni diverse da quelle preferite dalla “gerarchia ecclesiastica”. La quale accetta di “provare e vedere” anche soluzioni offerte da altri poteri, comunque riconosciuti come “patriottici” e assolutamente legittimi.
Il contrario dei “poteri senza limiti” vantati da un tycoon che deve addolcire il fiele di una sconfitta e temere che il botolo ringhioso azzanni anche lui, magari con qualche foto o filmato, invece che con le bombe.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/06/2026
13/03/2026
Il primo discorso di Mojtaba Khamenei
Il primo discorso da Guida Suprema degli sciiti e dell’Iran va per lo meno conosciuto, se ci si vuole orizzontare realisticamente nel caos di un conflitto e nella “nebbia informativa” che lo confonde. Soprattutto va preso con la serietà dovuta a chi sa benissimo di essere un bersaglio cui punteranno per anni sia gli Stati Uniti che Israele.
Mojtaba Khamenei, ferito nel corso del bombardamento che ha sterminato la sua famiglia e ucciso il predecessore nonché suo padre, non è comunque apparso ma ha fatto sentire la sua voce. Una scelta che lascia campo aperto a molte ipotesi, su cui però è fuorviante esercitarsi.
I media occidentali ne hanno parlato come una “successione dinastica” dopo aver spiegato per giorni che Ali Khamenei avrebbe preferito una scelta diversa da parte dell’Assemblea degli esperti proprio per evitare anche solo l’impressione di un “merito” ridotto ad un’eredità. Curioso – per noi abituati ad altri riti di successione – il fatto che lui stesso abbia appreso della nomina dalla televisione, come tutti. Può darsi non sia del tutto vero, ma certo testimonia della volontà di apparire “obbediente” ad una volontà istituzionale superiore, non ad una ambizione individuale.
Ha naturalmente parlato anche del modo in cui il predecessore ha esercitato la sua funzione e quindi della difficoltà di mettersi a quell’altezza.
Ma, passaggi obbligati a parte, il cuore del suo primo messaggio non poteva che essere rivolto alla popolazione e contemporaneamente ai nemici esterni, nonché alla complicata posizione dei paesi arabi confinanti.
Ha quindi sottolineato la particolarità del sistema di vita iraniano e i progressi fatti durante la “rivoluzione islamica” rispetto al periodo vissuto sotto il dominio statunitense (dopo il colpo di stato del 1953, con l’uccisione del laico Mossadeq, “reo” di aver nazionalizzato il petrolio) e del loro feroce proconsole, Reza Pahlevi.
Un percorso che – dice Khamenei jr – ha portato il popolo a fare affidamento sulle proprie forze incarnando così la realtà del “pubblico” e della “repubblica” (comunità sociale e comunità politica), che nel suo discorso spiega forse meglio della propaganda il perché le pur evidenti contraddizioni politiche e sociali non si siano fin qui trasformate in fratture scomposte davanti all’aggressione.
O, come preferisce dire, “Voi, il popolo, siete quelli che hanno guidato il paese e ne hanno garantito la forza... quindi sappiate che se la vostra forza non appare sulla scena, né la leadership né le altre istituzioni statali – il cui vero scopo è servire il popolo – avranno l’efficacia richiesta”.
Non ci metteremo qui a riassumere i frequenti riferimenti a dio, per noi decisamente estranei, mentre dal richiamo precedente sembra derivare l’invito – non solo retorico, ma per ora realistico – a “Mantenere l’unità del popolo e dei suoi vari gruppi, un’unità che solitamente appare più chiaramente nei momenti difficili, superando i punti di disaccordo”.
Né rituale sembra la chiamata a che il popolo mantenga “una presenza influente sulla scena, sia come avete dimostrato in questi giorni e notti di guerra, sia attraverso ruoli attivi in ambito sociale, politico, educativo, culturale e persino di sicurezza. L’importante è che ognuno comprenda il proprio ruolo senza compromettere l’unità sociale”.
Il tutto con la sottolineature di una caratteristica della cultura persiana che qualunque turista occidentale non cieco ha potuto verificare viaggiando in quel paese: “non trascurate di aiutarvi a vicenda. Questa è una delle caratteristiche ben note degli iraniani, e si prevede che diventi ancora più evidente in questi tempi difficili che alcuni membri della popolazione potrebbero attraversare, con una richiesta alle agenzie di servizi di fornire tutta l’assistenza possibile alle persone colpite e alle organizzazioni di soccorso popolari”.
Dopo di che, certamente, sono arrivate le disposizioni generali per condurre la guerra, con l’obbligatorio riconoscimento del “valore dei combattenti” che “hanno bloccato il cammino del nemico con i loro potenti attacchi e lo hanno strappato all’illusione di controllare questa patria o addirittura di dividerla”.
Una resistenza che dovrà proseguire annunciando anche che “sono in corso studi per aprire altri fronti dove il nemico non ha esperienza ed è estremamente debole, e che ciò verrà attivato se lo stato di guerra persiste e se richiesto dagli interessi del popolo”.
Mojtaba ha, inoltre, espresso il suo ringraziamento ai mujaheddin del Fronte della Resistenza (Houthi, Hezbollah, milizie sciite in Iraq, ecc.). “Non c’è dubbio che la cooperazione delle componenti di questo fronte accorci il cammino verso la salvezza dalla sedizione sionista. Abbiamo visto come il coraggioso e fedele Yemen non abbia abbandonato la difesa del popolo oppresso di Gaza, e come Hezbollah, con sacrificio, abbia sostenuto la Repubblica Islamica nonostante tutti gli ostacoli, e anche la resistenza irachena ha coraggiosamente proseguito su questa strada”.
Obbligatoria anche la parte riservata alle vittime della guerra – morti civili, feriti, sfollati senza più la casa – ma con l’empatia di chi non solo è in questo momento uno di quei feriti, ma ha anche perso “mio padre, la cui perdita è diventata una tragedia pubblica, dico addio alla mia cara e leale moglie, a mia sorella che si è sacrificata per servire i suoi genitori e ha ricevuto la sua ricompensa, al suo bambino piccolo, e al marito dell’altra mia sorella”.
La promessa di vendetta dunque “non si limita al solo martirio del leader della rivoluzione, ma ogni individuo del nostro popolo che viene martirizzato per mano del nemico costituisce un caso a sé stante nel fascicolo della vendetta”, con un pensiero particolare alle bambine morte nel bombardamento della scuola di Minab.
Più problematica, certamente, è la possibilità di far pagare un “risarcimento al nemico” per i danni provocati con la guerra.
Infine la parte riservata ai vicini. “L‘Iran ha confini terrestri o marittimi con 15 paesi e Teheran ha sempre desiderato relazioni cordiali e costruttive con tutti”. Ma “il nemico ha stabilito basi militari e finanziarie in alcuni di questi paesi per anni per assicurarsi il dominio sulla regione”, e “alcune di queste basi sono state utilizzate nel recente attacco”.
Pertanto, come precedentemente avvertito, “Abbiamo preso di mira solo quelle basi senza attaccare quei paesi, e dovremo continuare così se quelle basi continueranno a essere utilizzate, sottolineando costantemente il nostro desiderio di relazioni amichevoli con i nostri vicini”.
Pertanto Mojtaba consiglia a questi paesi di chiudere rapidamente le basi, poiché “è diventato chiaro per loro che la pretesa degli Stati Uniti di raggiungere la sicurezza e la pace non era altro che una menzogna”.
È evidente che per un osservatore completamente esterno, questa sia la parte più interessante per i riflessi sul piano geopolitico. E si intreccia strettamente con le molte riflessioni che stanno accompagnando una guerra che dura ormai da due settimane e sicuramente ridisegnerà – in un modo o in un altro – gli equilibri generali del Medio Oriente.
Fonte
Mojtaba Khamenei, ferito nel corso del bombardamento che ha sterminato la sua famiglia e ucciso il predecessore nonché suo padre, non è comunque apparso ma ha fatto sentire la sua voce. Una scelta che lascia campo aperto a molte ipotesi, su cui però è fuorviante esercitarsi.
I media occidentali ne hanno parlato come una “successione dinastica” dopo aver spiegato per giorni che Ali Khamenei avrebbe preferito una scelta diversa da parte dell’Assemblea degli esperti proprio per evitare anche solo l’impressione di un “merito” ridotto ad un’eredità. Curioso – per noi abituati ad altri riti di successione – il fatto che lui stesso abbia appreso della nomina dalla televisione, come tutti. Può darsi non sia del tutto vero, ma certo testimonia della volontà di apparire “obbediente” ad una volontà istituzionale superiore, non ad una ambizione individuale.
Ha naturalmente parlato anche del modo in cui il predecessore ha esercitato la sua funzione e quindi della difficoltà di mettersi a quell’altezza.
Ma, passaggi obbligati a parte, il cuore del suo primo messaggio non poteva che essere rivolto alla popolazione e contemporaneamente ai nemici esterni, nonché alla complicata posizione dei paesi arabi confinanti.
Ha quindi sottolineato la particolarità del sistema di vita iraniano e i progressi fatti durante la “rivoluzione islamica” rispetto al periodo vissuto sotto il dominio statunitense (dopo il colpo di stato del 1953, con l’uccisione del laico Mossadeq, “reo” di aver nazionalizzato il petrolio) e del loro feroce proconsole, Reza Pahlevi.
Un percorso che – dice Khamenei jr – ha portato il popolo a fare affidamento sulle proprie forze incarnando così la realtà del “pubblico” e della “repubblica” (comunità sociale e comunità politica), che nel suo discorso spiega forse meglio della propaganda il perché le pur evidenti contraddizioni politiche e sociali non si siano fin qui trasformate in fratture scomposte davanti all’aggressione.
O, come preferisce dire, “Voi, il popolo, siete quelli che hanno guidato il paese e ne hanno garantito la forza... quindi sappiate che se la vostra forza non appare sulla scena, né la leadership né le altre istituzioni statali – il cui vero scopo è servire il popolo – avranno l’efficacia richiesta”.
Non ci metteremo qui a riassumere i frequenti riferimenti a dio, per noi decisamente estranei, mentre dal richiamo precedente sembra derivare l’invito – non solo retorico, ma per ora realistico – a “Mantenere l’unità del popolo e dei suoi vari gruppi, un’unità che solitamente appare più chiaramente nei momenti difficili, superando i punti di disaccordo”.
Né rituale sembra la chiamata a che il popolo mantenga “una presenza influente sulla scena, sia come avete dimostrato in questi giorni e notti di guerra, sia attraverso ruoli attivi in ambito sociale, politico, educativo, culturale e persino di sicurezza. L’importante è che ognuno comprenda il proprio ruolo senza compromettere l’unità sociale”.
Il tutto con la sottolineature di una caratteristica della cultura persiana che qualunque turista occidentale non cieco ha potuto verificare viaggiando in quel paese: “non trascurate di aiutarvi a vicenda. Questa è una delle caratteristiche ben note degli iraniani, e si prevede che diventi ancora più evidente in questi tempi difficili che alcuni membri della popolazione potrebbero attraversare, con una richiesta alle agenzie di servizi di fornire tutta l’assistenza possibile alle persone colpite e alle organizzazioni di soccorso popolari”.
Dopo di che, certamente, sono arrivate le disposizioni generali per condurre la guerra, con l’obbligatorio riconoscimento del “valore dei combattenti” che “hanno bloccato il cammino del nemico con i loro potenti attacchi e lo hanno strappato all’illusione di controllare questa patria o addirittura di dividerla”.
Una resistenza che dovrà proseguire annunciando anche che “sono in corso studi per aprire altri fronti dove il nemico non ha esperienza ed è estremamente debole, e che ciò verrà attivato se lo stato di guerra persiste e se richiesto dagli interessi del popolo”.
Mojtaba ha, inoltre, espresso il suo ringraziamento ai mujaheddin del Fronte della Resistenza (Houthi, Hezbollah, milizie sciite in Iraq, ecc.). “Non c’è dubbio che la cooperazione delle componenti di questo fronte accorci il cammino verso la salvezza dalla sedizione sionista. Abbiamo visto come il coraggioso e fedele Yemen non abbia abbandonato la difesa del popolo oppresso di Gaza, e come Hezbollah, con sacrificio, abbia sostenuto la Repubblica Islamica nonostante tutti gli ostacoli, e anche la resistenza irachena ha coraggiosamente proseguito su questa strada”.
Obbligatoria anche la parte riservata alle vittime della guerra – morti civili, feriti, sfollati senza più la casa – ma con l’empatia di chi non solo è in questo momento uno di quei feriti, ma ha anche perso “mio padre, la cui perdita è diventata una tragedia pubblica, dico addio alla mia cara e leale moglie, a mia sorella che si è sacrificata per servire i suoi genitori e ha ricevuto la sua ricompensa, al suo bambino piccolo, e al marito dell’altra mia sorella”.
La promessa di vendetta dunque “non si limita al solo martirio del leader della rivoluzione, ma ogni individuo del nostro popolo che viene martirizzato per mano del nemico costituisce un caso a sé stante nel fascicolo della vendetta”, con un pensiero particolare alle bambine morte nel bombardamento della scuola di Minab.
Più problematica, certamente, è la possibilità di far pagare un “risarcimento al nemico” per i danni provocati con la guerra.
Infine la parte riservata ai vicini. “L‘Iran ha confini terrestri o marittimi con 15 paesi e Teheran ha sempre desiderato relazioni cordiali e costruttive con tutti”. Ma “il nemico ha stabilito basi militari e finanziarie in alcuni di questi paesi per anni per assicurarsi il dominio sulla regione”, e “alcune di queste basi sono state utilizzate nel recente attacco”.
Pertanto, come precedentemente avvertito, “Abbiamo preso di mira solo quelle basi senza attaccare quei paesi, e dovremo continuare così se quelle basi continueranno a essere utilizzate, sottolineando costantemente il nostro desiderio di relazioni amichevoli con i nostri vicini”.
Pertanto Mojtaba consiglia a questi paesi di chiudere rapidamente le basi, poiché “è diventato chiaro per loro che la pretesa degli Stati Uniti di raggiungere la sicurezza e la pace non era altro che una menzogna”.
È evidente che per un osservatore completamente esterno, questa sia la parte più interessante per i riflessi sul piano geopolitico. E si intreccia strettamente con le molte riflessioni che stanno accompagnando una guerra che dura ormai da due settimane e sicuramente ridisegnerà – in un modo o in un altro – gli equilibri generali del Medio Oriente.
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09/03/2026
La nuova “guida suprema”, una sfida nella continuità
Siamo a dieci, per ora. I giorni passano e l’aggressione all’Iran non conosce
sosta, anche se non mancano le sorprese e l’informazione occidentale fatica
persino a capirle (o a restituirle).
Partiamo dalle novità politiche, visto che quel che avviene davvero sul terreno o nell’aria è schermato da due propagande opposte, al punto che conviene attenersi ai pochi dati che corrispondono, magari involontariamente.
Il Consiglio degli esperti, che riunisce gli ayatollah più importanti dell’Iran, ha scelto la nuova Guida Suprema e si confermano le indicazioni della vigilia: si tratta di Mojtaba Khamenei, secondogenito di Ali, ucciso a 87 anni nel primo giorno di guerra.
Sono da segnalare alcune cose secondo noi importanti. In primo luogo stavolta il Mossad non è riuscito a sapere modalità e luogo della riunione e quindi non ha potuto indirizzare l’ennesimo attacco aereo teso a “decapitare” il vertice religioso dell’Islam sciita. Sembra quindi che la rete di spie che aveva indirizzato gli omicidi mirati di giugno e del primo giorno di questa nuova guerra sia stata “accecata” o messa nelle condizioni di non nuocere.
In secondo luogo, al di là dei per noi ignoti meriti del prescelto (siamo atei, com’è noto), il clero sciita ha deciso per dare una continuità anche simbolica, a testimoniare un indirizzo che non cambia neanche sotto una pressione criminale e terribile.
In terzo luogo, più “stuzzicante” per gli analisti occidentali, il nome scelto è esattamente quello che Trump aveva escluso dal novero di quelli che avrebbe accettato. Non perché avesse un qualsiasi titolo per “essere coinvolto” nella selezione del massimo dirigente di un paese sotto attacco, ma per significare un proprio e inesistente potere assoluto – di vita e di morte – sull’Iran.
E in effetti l’unico suo commento alla decisione del Consiglio è stata la prevedibile “condanna” a morte dell’erede di Khamenei: “non durerà”. Stessa solfa per Israele, che in ogni caso avrebbe detto la stessa cosa chiunque fosse stato nominato.
Si apre dunque un periodo di “caccia all’uomo” all’interno di una guerra ben poco “chirurgica” da parte sionista-statunitense, affidata principalmente alle rispettive intelligence, ma condotta secondo logiche e strategie militari profondamente diverse, come si è provato a spiegare in quest’altro articolo.
Ma la minaccia più interessante – all’interno di una retorica trumpiana più trionfalistica e sregolata del solito – è stata quella di produrre una “escalation” per costringere Tehran alla “resa incondizionata”. Una minaccia simile indica almeno due cose:
a) le cose non stando andando così “meravigliosamente” come rivendicato o comunque c’è una certa fretta per chiudere anche questa guerra con un grido di “vittoria” a prescindere dai risultati reali (come nel giugno scorso, insomma). Gli analisti militari più seri elencano i problemi (rapido esaurimento dei missili anti-missile nei magazzini statunitensi, distruzione dei radar dedicati nell’area del Golfo, impossibilità di ottenere un regime change per via soltanto aerea, ecc.), anche se non è facile poi trarne delle conclusioni certe.
b) mettere come obbiettivo della guerra la “resa incondizionata” non significa soltanto ammettere che non si ha alcuna strategia per il “dopo”, se non la “libertà di decidere” sulle spoglie del vinto, ma è anche il modo – per forza di cose inconsapevole, per ignoranza dell’abc della guerra – di rendere la guerra stessa potenzialmente “infinita”. Se non ci sono “concessioni parziali” che possano accontentare l’aggressore, infatti, all’aggredito non resta che battersi fino all’ultimo uomo. E con una popolazione di 92 milioni, peraltro con una percentuale di laureati superiore a molti paesi europei (non solo “personale di fanteria”, insomma, ma teste pensanti con competenze scientifiche serie), il rischio di andare alle calende greche è davvero alto.
Ma una lunga durata del conflitto è insostenibile sia per Israele che per gli Stati Uniti (oltre che per i Paesi del Golfo e l’economia internazionale). I criminali genocidi di Tel Aviv devono infatti fare i conti con uno “scudo” antimissile che mostra già ora parecchi limiti (ed è accertato che finora l’Iran abbia lanciato soprattutto missili di vecchio tipo, meno veloci ed efficienti, ma in gran numero), ma con un sistema di vita che sopporta solo brevi shock, non l’incubo quotidiano riservato agli “inferiori” che di solito Israele aggredisce.
Per gli Usa, nonostante i disegni di golpe istituzionale ormai quasi dichiarati, c’è un serio deficit di consenso che attraversa la popolazione e ormai sta divaricando anche il mondo “Maga”, ossia il nocciolo duro della presa elettorale di Trump, simbolicamente rappresentato in questa immagine di “pastorievangelici” che sembrano usciti dai peggiori incubi di un esorcista.
In aggiornamento
Pezeshkian si congratula con la nuova Guida Suprema
A smentire seccamente ogni speculazione su “divisioni” al vertice dell’Iran il presidente Masoud Pezeshkian – laico, medico, considerato un riformista – si è congratulato con l’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei per la sua elezione come terzo leader della rivoluzione islamica, ha giurato fedeltà al nuovo leader e ha delineato il significato di questo momento fondamentale per la nazione iraniana.
Ha evidenziato che il voto decisivo e ponderato da parte dell’Assemblea degli esperti segna una nuova era di dignità e potere per il popolo iraniano. Questa selezione, ha detto il presidente, riflette la volontà della comunità islamica di rafforzare l’unità nazionale, che funge da robusta barriera contro i complotti degli avversari.
Pezeshkian ha riconosciuto i risultati del defunto leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, nel salvaguardare il sistema e nell’elevare la rivoluzione, sottolineando che questi risultati hanno gettato solide basi per il futuro dell’Iran.
Il presidente ha espresso fiducia che sotto la guida dell’Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, l’Iran raggiungerà un orizzonte luminoso caratterizzato da indipendenza sostenibile, progresso scientifico e tecnologico e sviluppo completo.
Ha osservato che nel corso della sua storia, l’Iran islamico ha dimostrato resilienza di fronte alle sfide e ha superato gli ostacoli più difficili attraverso la saggezza collettiva, la fede e lo sforzo continuo. Pezeshkian ha affermato che oggi, basandosi su questi beni preziosi e sfruttando le capacità di diverse élite, giovani coraggiosi e manager dedicati, l’Iran navigherà attraverso le attuali avversità.
Il presidente ha sottolineato che nonostante la palese aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti criminali, con le basi strategiche poste dal Leader appena ucciso e la notevole resistenza della nazione iraniana accanto alla determinazione delle sue Forze Armate, saranno raggiunti progressi ed efficacia.
Infine, Pezeshkian ha espresso la sua ferma convinzione che il superamento delle sfide attuali sarebbe possibile sotto la saggia leadership dell’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, promuovendo un ambiente costruito sulla fiducia, la solidarietà, la partecipazione e la diffusa resistenza pubblica.
Una guerra senza strategia
Il giornalista Nick Turse, di The Intercept, cita quattro funzionari governativi informati sui briefing riservati relativi agli attacchi all’Iran. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze è durissimo. Uno di loro afferma che l’amministrazione «non ha la minima idea» di quale sia la logica reale dell’operazione, né di quali debbano esserne gli esiti politici. Un altro riassume la linea di fondo con una formula brutale: non esiste un vero progetto di regime change coordinato, ma solo l’idea di “bombardarli finché non saranno meno pericolosi”.
Il segretario di Stato Marco Rubio, nei briefing riservati, avrebbe spiegato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire a favore del “popolo iraniano” solo se si presentasse un’occasione favorevole, ma che per il momento Washington resta concentrata su obiettivi tattici limitati, cioè il degrado della potenza militare iraniana. In altre parole: bombardamenti sì, ma nessuna idea chiara su ciò che dovrebbe nascere dalle macerie.
L’inchiesta insiste molto sul tema del “blowback”, il contraccolpo storico delle operazioni clandestine e delle guerre imperiali. Un funzionario avverte che le conseguenze di questa guerra potrebbero farsi sentire per decenni, proprio come avvenne dopo il colpo di Stato contro Mossadegh. La frase più significativa riportata nell’articolo è forse questa: “Tu e io saremo morti, e anche Trump, ma questo attacco all’Iran avrà una lunghissima emivita. Generazioni intere”.
Il quadro che emerge dall’inchiesta è quindi quello di una guerra improvvisata sul piano politico, devastante sul piano umano e potenzialmente gravida di conseguenze storiche di lungo periodo. Non una strategia ordinata di trasformazione del quadro regionale, ma un uso della forza privo di una visione sul dopo. E proprio questo, suggerisce l’articolo, è forse l’aspetto più inquietante.
L’intelligence Usa esclude la possibilità di un “regime change” a Teheran
Il Wall Street Journal (WSJ), sabato, ha reso noto un rapporto classificato del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti (NIC) in cui si spiega che “che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti difficilmente riuscirebbe a spodestare l’establishment militare e clericale radicato della repubblica islamica”.
Gli stessi funzionari dell’intelligence hanno detto al WSJ di vedere “pochi segni, almeno finora, di una rivolta popolare di massa in Iran o di significative fratture all’interno del governo o delle forze di sicurezza che porteranno a un nuovo regime”.
Ma la bastonata più dura arriva dalla risposta di Mohammad Bagher Qalibaf, Presidente del Parlamento iraniano: “Il destino del caro Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato solo dalla fiera nazione iraniana, non dalla banda di Jeffrey Epstein”.
La bufala israeliana sugli Emirati partecipanti agli attacchi contro l’Iran
Come avevamo intuito persino noi, i media israeliani che avevano dato la notizia sugli Emirati Arabi Uniti che avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione iraniano, nel loro primo attacco di ritorsione contro droni e missili iraniani, era completamente falsa. Lo ha riportato il Jerusalem Post, da “una fonte informata”.
Un alto funzionario degli Emirati Arabi ha spiegato che “Si tratta di fake news. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, aggiungendo che gli Emirati “non metteranno mai il popolo iraniano sullo stesso piano del regime iraniano”.
La bufala diramata da Israele non era però una svista innocente nel caos di un’informazione in tempi di guerra. Vi era evidentemente il desiderio che i Paesi arabi del Golfo – in prevalenza sunniti, ma con una forte componente sciita – venissero arruolati tra le forze belligeranti.
In particolare proprio gli Emirati che, fra l’altro, hanno da decenni sottoscritto un accordo militare con la Francia sulla difesa del paese, tanto da concedere a Parigi una base sul proprio territorio. Se dunque Dubai fosse diventata parte della “coalizione Epstein” – magari grazie ad un’intensificazione della risposta iraniana contro le basi Usa sul suo territorio, come conseguenza di questa “notizia” – anche la Francia sarebbe dovuta correre in suo soccorso. Ma la Francia è parte centrale dell’Unione Europea, che in definitiva sarebbe stata coinvolta quasi “obbligatoriamente” nella guerra.
Le menti criminali si vedono da certi dettagli...
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Partiamo dalle novità politiche, visto che quel che avviene davvero sul terreno o nell’aria è schermato da due propagande opposte, al punto che conviene attenersi ai pochi dati che corrispondono, magari involontariamente.
Il Consiglio degli esperti, che riunisce gli ayatollah più importanti dell’Iran, ha scelto la nuova Guida Suprema e si confermano le indicazioni della vigilia: si tratta di Mojtaba Khamenei, secondogenito di Ali, ucciso a 87 anni nel primo giorno di guerra.
Sono da segnalare alcune cose secondo noi importanti. In primo luogo stavolta il Mossad non è riuscito a sapere modalità e luogo della riunione e quindi non ha potuto indirizzare l’ennesimo attacco aereo teso a “decapitare” il vertice religioso dell’Islam sciita. Sembra quindi che la rete di spie che aveva indirizzato gli omicidi mirati di giugno e del primo giorno di questa nuova guerra sia stata “accecata” o messa nelle condizioni di non nuocere.
In secondo luogo, al di là dei per noi ignoti meriti del prescelto (siamo atei, com’è noto), il clero sciita ha deciso per dare una continuità anche simbolica, a testimoniare un indirizzo che non cambia neanche sotto una pressione criminale e terribile.
In terzo luogo, più “stuzzicante” per gli analisti occidentali, il nome scelto è esattamente quello che Trump aveva escluso dal novero di quelli che avrebbe accettato. Non perché avesse un qualsiasi titolo per “essere coinvolto” nella selezione del massimo dirigente di un paese sotto attacco, ma per significare un proprio e inesistente potere assoluto – di vita e di morte – sull’Iran.
E in effetti l’unico suo commento alla decisione del Consiglio è stata la prevedibile “condanna” a morte dell’erede di Khamenei: “non durerà”. Stessa solfa per Israele, che in ogni caso avrebbe detto la stessa cosa chiunque fosse stato nominato.
Si apre dunque un periodo di “caccia all’uomo” all’interno di una guerra ben poco “chirurgica” da parte sionista-statunitense, affidata principalmente alle rispettive intelligence, ma condotta secondo logiche e strategie militari profondamente diverse, come si è provato a spiegare in quest’altro articolo.
Ma la minaccia più interessante – all’interno di una retorica trumpiana più trionfalistica e sregolata del solito – è stata quella di produrre una “escalation” per costringere Tehran alla “resa incondizionata”. Una minaccia simile indica almeno due cose:
a) le cose non stando andando così “meravigliosamente” come rivendicato o comunque c’è una certa fretta per chiudere anche questa guerra con un grido di “vittoria” a prescindere dai risultati reali (come nel giugno scorso, insomma). Gli analisti militari più seri elencano i problemi (rapido esaurimento dei missili anti-missile nei magazzini statunitensi, distruzione dei radar dedicati nell’area del Golfo, impossibilità di ottenere un regime change per via soltanto aerea, ecc.), anche se non è facile poi trarne delle conclusioni certe.
b) mettere come obbiettivo della guerra la “resa incondizionata” non significa soltanto ammettere che non si ha alcuna strategia per il “dopo”, se non la “libertà di decidere” sulle spoglie del vinto, ma è anche il modo – per forza di cose inconsapevole, per ignoranza dell’abc della guerra – di rendere la guerra stessa potenzialmente “infinita”. Se non ci sono “concessioni parziali” che possano accontentare l’aggressore, infatti, all’aggredito non resta che battersi fino all’ultimo uomo. E con una popolazione di 92 milioni, peraltro con una percentuale di laureati superiore a molti paesi europei (non solo “personale di fanteria”, insomma, ma teste pensanti con competenze scientifiche serie), il rischio di andare alle calende greche è davvero alto.
Ma una lunga durata del conflitto è insostenibile sia per Israele che per gli Stati Uniti (oltre che per i Paesi del Golfo e l’economia internazionale). I criminali genocidi di Tel Aviv devono infatti fare i conti con uno “scudo” antimissile che mostra già ora parecchi limiti (ed è accertato che finora l’Iran abbia lanciato soprattutto missili di vecchio tipo, meno veloci ed efficienti, ma in gran numero), ma con un sistema di vita che sopporta solo brevi shock, non l’incubo quotidiano riservato agli “inferiori” che di solito Israele aggredisce.
Per gli Usa, nonostante i disegni di golpe istituzionale ormai quasi dichiarati, c’è un serio deficit di consenso che attraversa la popolazione e ormai sta divaricando anche il mondo “Maga”, ossia il nocciolo duro della presa elettorale di Trump, simbolicamente rappresentato in questa immagine di “pastorievangelici” che sembrano usciti dai peggiori incubi di un esorcista.
In aggiornamento
Pezeshkian si congratula con la nuova Guida Suprema
A smentire seccamente ogni speculazione su “divisioni” al vertice dell’Iran il presidente Masoud Pezeshkian – laico, medico, considerato un riformista – si è congratulato con l’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei per la sua elezione come terzo leader della rivoluzione islamica, ha giurato fedeltà al nuovo leader e ha delineato il significato di questo momento fondamentale per la nazione iraniana.
Ha evidenziato che il voto decisivo e ponderato da parte dell’Assemblea degli esperti segna una nuova era di dignità e potere per il popolo iraniano. Questa selezione, ha detto il presidente, riflette la volontà della comunità islamica di rafforzare l’unità nazionale, che funge da robusta barriera contro i complotti degli avversari.
Pezeshkian ha riconosciuto i risultati del defunto leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, nel salvaguardare il sistema e nell’elevare la rivoluzione, sottolineando che questi risultati hanno gettato solide basi per il futuro dell’Iran.
Il presidente ha espresso fiducia che sotto la guida dell’Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, l’Iran raggiungerà un orizzonte luminoso caratterizzato da indipendenza sostenibile, progresso scientifico e tecnologico e sviluppo completo.
Ha osservato che nel corso della sua storia, l’Iran islamico ha dimostrato resilienza di fronte alle sfide e ha superato gli ostacoli più difficili attraverso la saggezza collettiva, la fede e lo sforzo continuo. Pezeshkian ha affermato che oggi, basandosi su questi beni preziosi e sfruttando le capacità di diverse élite, giovani coraggiosi e manager dedicati, l’Iran navigherà attraverso le attuali avversità.
Il presidente ha sottolineato che nonostante la palese aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti criminali, con le basi strategiche poste dal Leader appena ucciso e la notevole resistenza della nazione iraniana accanto alla determinazione delle sue Forze Armate, saranno raggiunti progressi ed efficacia.
Infine, Pezeshkian ha espresso la sua ferma convinzione che il superamento delle sfide attuali sarebbe possibile sotto la saggia leadership dell’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, promuovendo un ambiente costruito sulla fiducia, la solidarietà, la partecipazione e la diffusa resistenza pubblica.
Una guerra senza strategia
Il giornalista Nick Turse, di The Intercept, cita quattro funzionari governativi informati sui briefing riservati relativi agli attacchi all’Iran. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze è durissimo. Uno di loro afferma che l’amministrazione «non ha la minima idea» di quale sia la logica reale dell’operazione, né di quali debbano esserne gli esiti politici. Un altro riassume la linea di fondo con una formula brutale: non esiste un vero progetto di regime change coordinato, ma solo l’idea di “bombardarli finché non saranno meno pericolosi”.
Il segretario di Stato Marco Rubio, nei briefing riservati, avrebbe spiegato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire a favore del “popolo iraniano” solo se si presentasse un’occasione favorevole, ma che per il momento Washington resta concentrata su obiettivi tattici limitati, cioè il degrado della potenza militare iraniana. In altre parole: bombardamenti sì, ma nessuna idea chiara su ciò che dovrebbe nascere dalle macerie.
L’inchiesta insiste molto sul tema del “blowback”, il contraccolpo storico delle operazioni clandestine e delle guerre imperiali. Un funzionario avverte che le conseguenze di questa guerra potrebbero farsi sentire per decenni, proprio come avvenne dopo il colpo di Stato contro Mossadegh. La frase più significativa riportata nell’articolo è forse questa: “Tu e io saremo morti, e anche Trump, ma questo attacco all’Iran avrà una lunghissima emivita. Generazioni intere”.
Il quadro che emerge dall’inchiesta è quindi quello di una guerra improvvisata sul piano politico, devastante sul piano umano e potenzialmente gravida di conseguenze storiche di lungo periodo. Non una strategia ordinata di trasformazione del quadro regionale, ma un uso della forza privo di una visione sul dopo. E proprio questo, suggerisce l’articolo, è forse l’aspetto più inquietante.
L’intelligence Usa esclude la possibilità di un “regime change” a Teheran
Il Wall Street Journal (WSJ), sabato, ha reso noto un rapporto classificato del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti (NIC) in cui si spiega che “che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti difficilmente riuscirebbe a spodestare l’establishment militare e clericale radicato della repubblica islamica”.
Gli stessi funzionari dell’intelligence hanno detto al WSJ di vedere “pochi segni, almeno finora, di una rivolta popolare di massa in Iran o di significative fratture all’interno del governo o delle forze di sicurezza che porteranno a un nuovo regime”.
Ma la bastonata più dura arriva dalla risposta di Mohammad Bagher Qalibaf, Presidente del Parlamento iraniano: “Il destino del caro Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato solo dalla fiera nazione iraniana, non dalla banda di Jeffrey Epstein”.
La bufala israeliana sugli Emirati partecipanti agli attacchi contro l’Iran
Come avevamo intuito persino noi, i media israeliani che avevano dato la notizia sugli Emirati Arabi Uniti che avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione iraniano, nel loro primo attacco di ritorsione contro droni e missili iraniani, era completamente falsa. Lo ha riportato il Jerusalem Post, da “una fonte informata”.
Un alto funzionario degli Emirati Arabi ha spiegato che “Si tratta di fake news. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, aggiungendo che gli Emirati “non metteranno mai il popolo iraniano sullo stesso piano del regime iraniano”.
La bufala diramata da Israele non era però una svista innocente nel caos di un’informazione in tempi di guerra. Vi era evidentemente il desiderio che i Paesi arabi del Golfo – in prevalenza sunniti, ma con una forte componente sciita – venissero arruolati tra le forze belligeranti.
In particolare proprio gli Emirati che, fra l’altro, hanno da decenni sottoscritto un accordo militare con la Francia sulla difesa del paese, tanto da concedere a Parigi una base sul proprio territorio. Se dunque Dubai fosse diventata parte della “coalizione Epstein” – magari grazie ad un’intensificazione della risposta iraniana contro le basi Usa sul suo territorio, come conseguenza di questa “notizia” – anche la Francia sarebbe dovuta correre in suo soccorso. Ma la Francia è parte centrale dell’Unione Europea, che in definitiva sarebbe stata coinvolta quasi “obbligatoriamente” nella guerra.
Le menti criminali si vedono da certi dettagli...
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