Siamo a dieci, per ora. I giorni passano e l’aggressione all’Iran non conosce
sosta, anche se non mancano le sorprese e l’informazione occidentale fatica
persino a capirle (o a restituirle).
Partiamo dalle novità
politiche, visto che quel che avviene davvero sul terreno o nell’aria è
schermato da due propagande opposte, al punto che conviene attenersi ai pochi
dati che corrispondono, magari involontariamente.
Il Consiglio degli
esperti, che riunisce gli ayatollah più importanti dell’Iran, ha scelto la nuova
Guida Suprema e si confermano le indicazioni della vigilia: si tratta di Mojtaba
Khamenei, secondogenito di Ali, ucciso a 87 anni nel primo giorno di guerra.
Sono da segnalare alcune cose secondo noi importanti. In primo luogo
stavolta il Mossad non è riuscito a sapere modalità e luogo della riunione e
quindi non ha potuto indirizzare l’ennesimo
attacco aereo teso a “decapitare”
il vertice religioso dell’Islam sciita. Sembra quindi che la rete di spie che
aveva indirizzato gli omicidi mirati di giugno e del primo giorno di questa
nuova guerra sia stata “accecata” o messa nelle condizioni di non nuocere.
In secondo luogo, al di là dei per noi ignoti meriti del prescelto
(siamo atei, com’è noto), il clero sciita ha deciso per dare una continuità
anche simbolica, a testimoniare un indirizzo che non cambia neanche sotto una
pressione criminale e terribile.
In terzo luogo, più “stuzzicante”
per gli analisti occidentali, il nome scelto è esattamente quello che Trump
aveva escluso dal novero di quelli che avrebbe accettato. Non perché avesse un
qualsiasi titolo per “essere coinvolto” nella selezione del massimo dirigente di
un paese sotto attacco, ma per significare un proprio e inesistente potere
assoluto – di vita e di morte – sull’Iran.
E in effetti l’unico suo
commento alla decisione del Consiglio è stata la prevedibile “condanna” a morte
dell’erede di Khamenei: “non durerà”. Stessa solfa per Israele, che in
ogni caso avrebbe detto la stessa cosa chiunque fosse stato nominato.
Si apre dunque un periodo di “caccia all’uomo” all’interno di una
guerra ben poco “chirurgica” da parte sionista-statunitense, affidata
principalmente alle rispettive intelligence, ma condotta secondo logiche e
strategie militari profondamente diverse, come
si è provato a spiegare in quest’altro articolo.
Ma la minaccia più interessante – all’interno di una retorica
trumpiana più trionfalistica e sregolata del solito – è stata quella di produrre
una “escalation” per costringere Tehran alla “resa incondizionata”. Una minaccia
simile indica almeno due cose:
a) le cose non stando andando così
“meravigliosamente” come rivendicato o comunque c’è una certa fretta per
chiudere anche questa guerra con un grido di “vittoria” a prescindere dai
risultati reali (come nel giugno scorso, insomma). Gli analisti militari più
seri elencano i problemi (rapido esaurimento dei missili anti-missile nei
magazzini statunitensi, distruzione dei radar dedicati nell’area del Golfo,
impossibilità di ottenere un regime change per via soltanto aerea, ecc.), anche
se non è facile poi trarne delle conclusioni certe.
b) mettere come
obbiettivo della guerra la “resa incondizionata” non significa soltanto
ammettere che non si ha alcuna strategia per il “dopo”, se non la “libertà di
decidere” sulle spoglie del vinto, ma è anche il modo – per forza di cose
inconsapevole, per ignoranza dell’abc della guerra – di rendere la guerra stessa
potenzialmente “infinita”. Se non ci sono “concessioni parziali” che possano
accontentare l’aggressore, infatti, all’aggredito non resta che battersi fino
all’ultimo uomo. E con una popolazione di 92 milioni, peraltro con una
percentuale di laureati superiore a molti paesi europei (non solo “personale di
fanteria”, insomma, ma teste pensanti con competenze scientifiche serie), il
rischio di andare alle calende greche è davvero alto.
Ma una lunga
durata del conflitto è insostenibile sia per Israele che per gli Stati Uniti
(oltre che per
i Paesi del Golfo e l’economia internazionale). I criminali genocidi di Tel Aviv devono infatti fare i conti con uno “scudo”
antimissile che mostra già ora parecchi limiti (ed è accertato che finora l’Iran
abbia lanciato soprattutto missili di vecchio tipo, meno veloci ed efficienti,
ma in gran numero), ma con un sistema di vita che sopporta solo brevi shock, non
l’incubo quotidiano riservato agli “inferiori” che di solito Israele aggredisce.
Per gli Usa, nonostante i disegni di golpe istituzionale ormai quasi
dichiarati, c’è un serio deficit di consenso che attraversa la popolazione e
ormai sta divaricando anche il mondo “Maga”, ossia il nocciolo duro della presa
elettorale di Trump, simbolicamente rappresentato in questa immagine di “pastorievangelici” che sembrano usciti dai peggiori incubi di un esorcista.
In aggiornamento
Pezeshkian si congratula con la nuova Guida Suprema
A smentire seccamente ogni speculazione su “divisioni” al vertice
dell’Iran il presidente Masoud Pezeshkian – laico, medico, considerato un
riformista – si è congratulato con l’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei per la sua
elezione come terzo leader della rivoluzione islamica, ha giurato fedeltà al
nuovo leader e ha delineato il significato di questo momento fondamentale per la
nazione iraniana.
Ha evidenziato che il voto decisivo e ponderato da
parte dell’Assemblea degli esperti segna una nuova era di dignità e potere per
il popolo iraniano. Questa selezione, ha detto il presidente, riflette la
volontà della comunità islamica di rafforzare l’unità nazionale, che funge da
robusta barriera contro i complotti degli avversari.
Pezeshkian ha
riconosciuto i risultati del defunto leader della rivoluzione islamica,
l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, nel salvaguardare il sistema e nell’elevare la
rivoluzione, sottolineando che questi risultati hanno gettato solide basi per il
futuro dell’Iran.
Il presidente ha espresso fiducia che sotto la
guida dell’Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, l’Iran raggiungerà un orizzonte
luminoso caratterizzato da indipendenza sostenibile, progresso scientifico e
tecnologico e sviluppo completo.
Ha osservato che nel corso della
sua storia, l’Iran islamico ha dimostrato resilienza di fronte alle sfide e ha
superato gli ostacoli più difficili attraverso la saggezza collettiva, la fede e
lo sforzo continuo. Pezeshkian ha affermato che oggi, basandosi su questi beni
preziosi e sfruttando le capacità di diverse élite, giovani coraggiosi e manager
dedicati, l’Iran navigherà attraverso le attuali avversità.
Il
presidente ha sottolineato che nonostante la palese aggressione del regime
sionista e degli Stati Uniti criminali, con le basi strategiche poste dal Leader
appena ucciso e la notevole resistenza della nazione iraniana accanto alla
determinazione delle sue Forze Armate, saranno raggiunti progressi ed efficacia.
Infine, Pezeshkian ha espresso la sua ferma convinzione che il
superamento delle sfide attuali sarebbe possibile sotto la saggia leadership
dell’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, promuovendo un ambiente costruito sulla
fiducia, la solidarietà, la partecipazione e la diffusa resistenza pubblica.
Una guerra senza strategia
Il giornalista Nick
Turse, di The Intercept, cita quattro funzionari governativi informati
sui briefing riservati relativi agli attacchi all’Iran. Il quadro che emerge
dalle loro testimonianze è durissimo. Uno di loro afferma che l’amministrazione
«non ha la minima idea» di quale sia la logica reale dell’operazione, né di
quali debbano esserne gli esiti politici. Un altro riassume la linea di fondo
con una formula brutale: non esiste un vero progetto di regime change
coordinato, ma solo l’idea di “bombardarli finché non saranno meno pericolosi”.
Il segretario di Stato Marco Rubio, nei briefing riservati, avrebbe
spiegato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire a favore del “popolo
iraniano” solo se si presentasse un’occasione favorevole, ma che per il momento
Washington resta concentrata su obiettivi tattici limitati, cioè il degrado
della potenza militare iraniana. In altre parole: bombardamenti sì, ma nessuna
idea chiara su ciò che dovrebbe nascere dalle macerie.
L’inchiesta
insiste molto sul tema del “blowback”, il contraccolpo storico delle operazioni
clandestine e delle guerre imperiali. Un funzionario avverte che le conseguenze
di questa guerra potrebbero farsi sentire per decenni, proprio come avvenne dopo
il colpo di Stato contro Mossadegh. La frase più significativa riportata
nell’articolo è forse questa:
“Tu e io saremo morti, e anche Trump, ma questo attacco all’Iran avrà una
lunghissima emivita. Generazioni intere”.
Il quadro che emerge dall’inchiesta è quindi quello di una
guerra improvvisata sul piano politico, devastante sul piano umano e
potenzialmente gravida di conseguenze storiche di lungo periodo. Non una
strategia ordinata di trasformazione del quadro regionale, ma un uso della forza
privo di una visione sul dopo. E proprio questo, suggerisce l’articolo, è forse
l’aspetto più inquietante.
L’intelligence Usa esclude la possibilità di un “regime change” a Teheran
Il Wall Street Journal (WSJ), sabato, ha reso noto un
rapporto classificato del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti
(NIC) in cui si spiega che
“che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti
difficilmente riuscirebbe a spodestare l’establishment militare e clericale
radicato della repubblica islamica”.
Gli stessi funzionari dell’intelligence hanno detto al
WSJ di vedere
“pochi segni, almeno finora, di una rivolta popolare di massa in Iran o di
significative fratture all’interno del governo o delle forze di sicurezza che
porteranno a un nuovo regime”.
Ma la bastonata più dura arriva dalla risposta di Mohammad Bagher
Qalibaf, Presidente del Parlamento iraniano:
“Il destino del caro Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato
solo dalla fiera nazione iraniana, non dalla banda di Jeffrey Epstein”.
La bufala israeliana sugli Emirati partecipanti agli attacchi contro
l’Iran
Come avevamo intuito persino noi, i media israeliani che avevano
dato la notizia sugli Emirati Arabi Uniti che avrebbero colpito un impianto di
desalinizzazione iraniano, nel loro primo attacco di ritorsione contro droni e
missili iraniani, era completamente falsa. Lo ha riportato il
Jerusalem Post, da “una fonte informata”.
Un alto
funzionario degli Emirati Arabi ha spiegato che
“Si tratta di fake news. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di
annunciarlo”, aggiungendo che gli Emirati
“non metteranno mai il popolo iraniano sullo stesso piano del regime
iraniano”.
La bufala diramata da Israele non era però una svista innocente
nel caos di un’informazione in tempi di guerra. Vi era evidentemente il
desiderio che i Paesi arabi del Golfo – in prevalenza sunniti, ma con una forte
componente sciita – venissero arruolati tra le forze belligeranti.
In particolare proprio gli Emirati che, fra l’altro, hanno da
decenni sottoscritto un accordo militare con la Francia sulla difesa del paese,
tanto da concedere a Parigi una base sul proprio territorio. Se dunque Dubai
fosse diventata parte della “coalizione Epstein” – magari grazie ad
un’intensificazione della risposta iraniana contro le basi Usa sul suo
territorio, come conseguenza di questa “notizia” – anche la Francia sarebbe
dovuta correre in suo soccorso. Ma la Francia è parte centrale dell’Unione
Europea, che in definitiva sarebbe stata coinvolta quasi “obbligatoriamente”
nella guerra.
Le menti criminali si vedono da certi dettagli...
Fonte
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