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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/03/2026

La nuova “guida suprema”, una sfida nella continuità

Siamo a dieci, per ora. I giorni passano e l’aggressione all’Iran non conosce sosta, anche se non mancano le sorprese e l’informazione occidentale fatica persino a capirle (o a restituirle).

Partiamo dalle novità politiche, visto che quel che avviene davvero sul terreno o nell’aria è schermato da due propagande opposte, al punto che conviene attenersi ai pochi dati che corrispondono, magari involontariamente.

Il Consiglio degli esperti, che riunisce gli ayatollah più importanti dell’Iran, ha scelto la nuova Guida Suprema e si confermano le indicazioni della vigilia: si tratta di Mojtaba Khamenei, secondogenito di Ali, ucciso a 87 anni nel primo giorno di guerra.

Sono da segnalare alcune cose secondo noi importanti. In primo luogo stavolta il Mossad non è riuscito a sapere modalità e luogo della riunione e quindi non ha potuto indirizzare l’ennesimo attacco aereo teso a “decapitare” il vertice religioso dell’Islam sciita. Sembra quindi che la rete di spie che aveva indirizzato gli omicidi mirati di giugno e del primo giorno di questa nuova guerra sia stata “accecata” o messa nelle condizioni di non nuocere.

In secondo luogo, al di là dei per noi ignoti meriti del prescelto (siamo atei, com’è noto), il clero sciita ha deciso per dare una continuità anche simbolica, a testimoniare un indirizzo che non cambia neanche sotto una pressione criminale e terribile.

In terzo luogo, più “stuzzicante” per gli analisti occidentali, il nome scelto è esattamente quello che Trump aveva escluso dal novero di quelli che avrebbe accettato. Non perché avesse un qualsiasi titolo per “essere coinvolto” nella selezione del massimo dirigente di un paese sotto attacco, ma per significare un proprio e inesistente potere assoluto – di vita e di morte – sull’Iran.

E in effetti l’unico suo commento alla decisione del Consiglio è stata la prevedibile “condanna” a morte dell’erede di Khamenei: “non durerà”. Stessa solfa per Israele, che in ogni caso avrebbe detto la stessa cosa chiunque fosse stato nominato.

Si apre dunque un periodo di “caccia all’uomo” all’interno di una guerra ben poco “chirurgica” da parte sionista-statunitense, affidata principalmente alle rispettive intelligence, ma condotta secondo logiche e strategie militari profondamente diverse, come si è provato a spiegare in quest’altro articolo.

Ma la minaccia più interessante – all’interno di una retorica trumpiana più trionfalistica e sregolata del solito – è stata quella di produrre una “escalation” per costringere Tehran alla “resa incondizionata”. Una minaccia simile indica almeno due cose:

a) le cose non stando andando così “meravigliosamente” come rivendicato o comunque c’è una certa fretta per chiudere anche questa guerra con un grido di “vittoria” a prescindere dai risultati reali (come nel giugno scorso, insomma). Gli analisti militari più seri elencano i problemi (rapido esaurimento dei missili anti-missile nei magazzini statunitensi, distruzione dei radar dedicati nell’area del Golfo, impossibilità di ottenere un regime change per via soltanto aerea, ecc.), anche se non è facile poi trarne delle conclusioni certe.

b) mettere come obbiettivo della guerra la “resa incondizionata” non significa soltanto ammettere che non si ha alcuna strategia per il “dopo”, se non la “libertà di decidere” sulle spoglie del vinto, ma è anche il modo – per forza di cose inconsapevole, per ignoranza dell’abc della guerra – di rendere la guerra stessa potenzialmente “infinita”. Se non ci sono “concessioni parziali” che possano accontentare l’aggressore, infatti, all’aggredito non resta che battersi fino all’ultimo uomo. E con una popolazione di 92 milioni, peraltro con una percentuale di laureati superiore a molti paesi europei (non solo “personale di fanteria”, insomma, ma teste pensanti con competenze scientifiche serie), il rischio di andare alle calende greche è davvero alto.

Ma una lunga durata del conflitto è insostenibile sia per Israele che per gli Stati Uniti (oltre che per i Paesi del Golfo e l’economia internazionale). I criminali genocidi di Tel Aviv devono infatti fare i conti con uno “scudo” antimissile che mostra già ora parecchi limiti (ed è accertato che finora l’Iran abbia lanciato soprattutto missili di vecchio tipo, meno veloci ed efficienti, ma in gran numero), ma con un sistema di vita che sopporta solo brevi shock, non l’incubo quotidiano riservato agli “inferiori” che di solito Israele aggredisce.

Per gli Usa, nonostante i disegni di golpe istituzionale ormai quasi dichiarati, c’è un serio deficit di consenso che attraversa la popolazione e ormai sta divaricando anche il mondo “Maga”, ossia il nocciolo duro della presa elettorale di Trump, simbolicamente rappresentato in questa immagine di “pastorievangelici” che sembrano usciti dai peggiori incubi di un esorcista.

In aggiornamento

Pezeshkian si congratula con la nuova Guida Suprema

A smentire seccamente ogni speculazione su “divisioni” al vertice dell’Iran il presidente Masoud Pezeshkian – laico, medico, considerato un riformista – si è congratulato con l’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei per la sua elezione come terzo leader della rivoluzione islamica, ha giurato fedeltà al nuovo leader e ha delineato il significato di questo momento fondamentale per la nazione iraniana.

Ha evidenziato che il voto decisivo e ponderato da parte dell’Assemblea degli esperti segna una nuova era di dignità e potere per il popolo iraniano. Questa selezione, ha detto il presidente, riflette la volontà della comunità islamica di rafforzare l’unità nazionale, che funge da robusta barriera contro i complotti degli avversari.

Pezeshkian ha riconosciuto i risultati del defunto leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, nel salvaguardare il sistema e nell’elevare la rivoluzione, sottolineando che questi risultati hanno gettato solide basi per il futuro dell’Iran.

Il presidente ha espresso fiducia che sotto la guida dell’Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, l’Iran raggiungerà un orizzonte luminoso caratterizzato da indipendenza sostenibile, progresso scientifico e tecnologico e sviluppo completo.

Ha osservato che nel corso della sua storia, l’Iran islamico ha dimostrato resilienza di fronte alle sfide e ha superato gli ostacoli più difficili attraverso la saggezza collettiva, la fede e lo sforzo continuo. Pezeshkian ha affermato che oggi, basandosi su questi beni preziosi e sfruttando le capacità di diverse élite, giovani coraggiosi e manager dedicati, l’Iran navigherà attraverso le attuali avversità.

Il presidente ha sottolineato che nonostante la palese aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti criminali, con le basi strategiche poste dal Leader appena ucciso e la notevole resistenza della nazione iraniana accanto alla determinazione delle sue Forze Armate, saranno raggiunti progressi ed efficacia.

Infine, Pezeshkian ha espresso la sua ferma convinzione che il superamento delle sfide attuali sarebbe possibile sotto la saggia leadership dell’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, promuovendo un ambiente costruito sulla fiducia, la solidarietà, la partecipazione e la diffusa resistenza pubblica.

Una guerra senza strategia

Il giornalista Nick Turse, di The Intercept, cita quattro funzionari governativi informati sui briefing riservati relativi agli attacchi all’Iran. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze è durissimo. Uno di loro afferma che l’amministrazione «non ha la minima idea» di quale sia la logica reale dell’operazione, né di quali debbano esserne gli esiti politici. Un altro riassume la linea di fondo con una formula brutale: non esiste un vero progetto di regime change coordinato, ma solo l’idea di “bombardarli finché non saranno meno pericolosi”.

Il segretario di Stato Marco Rubio, nei briefing riservati, avrebbe spiegato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire a favore del “popolo iraniano” solo se si presentasse un’occasione favorevole, ma che per il momento Washington resta concentrata su obiettivi tattici limitati, cioè il degrado della potenza militare iraniana. In altre parole: bombardamenti sì, ma nessuna idea chiara su ciò che dovrebbe nascere dalle macerie.

L’inchiesta insiste molto sul tema del “blowback”, il contraccolpo storico delle operazioni clandestine e delle guerre imperiali. Un funzionario avverte che le conseguenze di questa guerra potrebbero farsi sentire per decenni, proprio come avvenne dopo il colpo di Stato contro Mossadegh. La frase più significativa riportata nell’articolo è forse questa: “Tu e io saremo morti, e anche Trump, ma questo attacco all’Iran avrà una lunghissima emivita. Generazioni intere”

Il quadro che emerge dall’inchiesta è quindi quello di una guerra improvvisata sul piano politico, devastante sul piano umano e potenzialmente gravida di conseguenze storiche di lungo periodo. Non una strategia ordinata di trasformazione del quadro regionale, ma un uso della forza privo di una visione sul dopo. E proprio questo, suggerisce l’articolo, è forse l’aspetto più inquietante.

L’intelligence Usa esclude la possibilità di un “regime change” a Teheran

Il Wall Street Journal (WSJ), sabato, ha reso noto un rapporto classificato del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti (NIC) in cui si spiega che “che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti difficilmente riuscirebbe a spodestare l’establishment militare e clericale radicato della repubblica islamica”.

Gli stessi funzionari dell’intelligence hanno detto al WSJ di vedere “pochi segni, almeno finora, di una rivolta popolare di massa in Iran o di significative fratture all’interno del governo o delle forze di sicurezza che porteranno a un nuovo regime”.

Ma la bastonata più dura arriva dalla risposta di Mohammad Bagher Qalibaf, Presidente del Parlamento iraniano: “Il destino del caro Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato solo dalla fiera nazione iraniana, non dalla banda di Jeffrey Epstein”.

La bufala israeliana sugli Emirati partecipanti agli attacchi contro l’Iran

Come avevamo intuito persino noi, i media israeliani che avevano dato la notizia sugli Emirati Arabi Uniti che avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione iraniano, nel loro primo attacco di ritorsione contro droni e missili iraniani, era completamente falsa. Lo ha riportato il Jerusalem Post, da “una fonte informata”.

Un alto funzionario degli Emirati Arabi ha spiegato che “Si tratta di fake news. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, aggiungendo che gli Emirati “non metteranno mai il popolo iraniano sullo stesso piano del regime iraniano”.

La bufala diramata da Israele non era però una svista innocente nel caos di un’informazione in tempi di guerra. Vi era evidentemente il desiderio che i Paesi arabi del Golfo – in prevalenza sunniti, ma con una forte componente sciita – venissero arruolati tra le forze belligeranti.

In particolare proprio gli Emirati che, fra l’altro, hanno da decenni sottoscritto un accordo militare con la Francia sulla difesa del paese, tanto da concedere a Parigi una base sul proprio territorio. Se dunque Dubai fosse diventata parte della “coalizione Epstein” – magari grazie ad un’intensificazione della risposta iraniana contro le basi Usa sul suo territorio, come conseguenza di questa “notizia” – anche la Francia sarebbe dovuta correre in suo soccorso. Ma la Francia è parte centrale dell’Unione Europea, che in definitiva sarebbe stata coinvolta quasi “obbligatoriamente” nella guerra.

Le menti criminali si vedono da certi dettagli...

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