Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/03/2026

Fede popolare e costruzione politica nella lettera di Maduro dal carcere

di Luciano Vasapollo

Il messaggio del presidente Maduro (vedi sotto) non può essere letto come una semplice dichiarazione celebrativa per l’8 marzo. Esso si colloca dentro una tradizione storica e culturale che appartiene profondamente all’America Latina: quella che unisce fede popolare, liberazione nazionale e partecipazione democratica dei popoli.

Il riferimento evangelico alla fede che muove le montagne richiama una spiritualità concreta, radicata nella vita dei popoli latinoamericani. Non si tratta di una fede astratta, ma di una fede che diventa impegno sociale, solidarietà comunitaria, costruzione di giustizia.

Allo stesso tempo il richiamo a Simón Bolívar e al Discorso di Angostura indica una direzione politica precisa: l’idea di uno Stato fondato sulla sovranità popolare, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione dei cittadini. Nella visione bolivariana contemporanea questa partecipazione si concretizza anche nelle Comunas, strutture territoriali di autogoverno riconosciute dalla Costituzione venezuelana e nate per promuovere la gestione diretta delle comunità locali.

Il riferimento a Cristo, Bolívar e Chávez non è dunque un semplice slogan. È la sintesi di tre dimensioni che nel processo bolivariano si intrecciano: la spiritualità cristiana della liberazione, la tradizione indipendentista latinoamericana e il progetto politico inaugurato da Hugo Chávez.

In questo quadro, il ruolo delle donne – richiamato nel messaggio dell’8 marzo – assume un valore centrale. Nelle comunità popolari, nei movimenti sociali, nelle organizzazioni territoriali, sono spesso proprio le donne a rappresentare il cuore della resistenza sociale e della costruzione della solidarietà.

La questione decisiva: la sovranità dei popoli

Ma il significato più profondo di questa lettera emerge quando la si colloca nel contesto geopolitico attuale. Il Venezuela, come molti altri Paesi dell’America Latina, continua a essere sottoposto a forti pressioni economiche, diplomatiche e militari da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Da anni Washington utilizza strumenti come sanzioni economiche, isolamento politico e minacce militari per tentare di piegare governi che rivendicano una linea indipendente. Lo stesso governo venezuelano ha denunciato più volte queste pressioni e ha chiamato alla mobilitazione popolare contro le minacce provenienti dagli Stati Uniti.

Qui emerge la questione fondamentale: il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Se esiste un principio che dovrebbe essere universalmente riconosciuto nel diritto internazionale è proprio questo: ogni popolo ha il diritto di decidere liberamente il proprio destino politico, economico e sociale.

Eppure assistiamo sempre più spesso a una politica internazionale in cui questo principio viene calpestato senza scrupoli quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze.

L’arroganza imperiale degli Stati Uniti

La politica estera degli Stati Uniti negli ultimi decenni – dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’America Latina – ha mostrato con chiarezza una logica di dominio che pretende di imporre modelli politici ed economici attraverso sanzioni, destabilizzazioni e, quando necessario, interventi militari. È una politica che parla continuamente di diritti umani ma troppo spesso nega nella pratica il diritto dei popoli alla sovranità.

Nel caso del Venezuela, questa contraddizione è evidente. Mentre si invoca la democrazia, si sostengono sanzioni economiche che colpiscono la popolazione e si tenta di isolare politicamente il Paese. Nel frattempo si costruisce una narrazione mediatica che riduce la complessità di una società a un semplice schema propagandistico.

Di fronte a questa realtà, il messaggio che arriva dal carcere di New York – al di là delle opinioni politiche che ognuno può avere sulle scelte politiche di Maduro – pone una domanda fondamentale al mondo: chi ha il diritto di decidere il destino di un popolo? Se davvero crediamo nei valori della democrazia, della pace e del diritto internazionale, la risposta dovrebbe essere una sola: i popoli stessi.

Ed è proprio questa la sfida che emerge dalle parole della lettera di Maduro: la convinzione che la storia non debba essere scritta dalle potenze imperiali ma dalla partecipazione cosciente dei popoli.

Per questo la fede che muove le montagne non è soltanto un’immagine religiosa. È una metafora politica potente: la fede dei popoli nella propria dignità, nella propria libertà e nel diritto di costruire il proprio futuro senza padroni.

Riportiamo integralmente la lettera diffusa dal presidente venezuelano Nicolás Maduro in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna.
Oggi, 8 marzo, Giornata della Donna, veniamo davanti a Dio e a Bolívar, insieme alle amate comunas del Venezuela, per chiedere al Signore di accompagnarci in questa giornata di costruzione del Potere Popolare, realizzata dalle mani coraggiose delle nostre donne e degli uomini del popolo.

Alziamo questa parola d’ordine che ci guida come idea centrale: “La fede che muove le montagne e l’azione che costruisce il nuovo, in Cristo e Bolívar”

Gesù ci ha insegnato: «Se avete fede e non dubitate, potete dire a questa montagna: spostati e gettati nel mare, e così avverrà», come si legge nel Vangelo di Matteo. Donaci quella fede sincera e popolare per muovere le montagne delle difficoltà che a volte ci frenano e trasformarle in una strada libera per la nostra patria.

E Bolívar, ad Angostura, ci ha indicato il cammino dell’azione: chiedeva un governo popolare, giusto e morale, capace di porre fine all’oppressione e portare la pace. Oggi lo stesso Bolívar ci invita a votare e a costruire, a partire dalle comunas, un governo in cui regnino l’uguaglianza e la libertà.

Che questa giornata, benedetta da Dio, sia segno della nostra fede salda e della nostra lotta quotidiana. Uniti in Cristo, Bolívar e Chávez faremo del Venezuela una casa di amore, giustizia e potere popolare. Amen.

Nicolás Maduro Moros
Fonte

30/01/2023

Joseph Ratzinger. L’eredità del “pastore tedesco”

A neppure tre settimane dal commiato del “pastore tedesco” (per parafrasare una storica copertina de il manifesto di quando fu eletto papa) è uscito, per sua volontà postumo, quasi volesse continuare a incombere sul suo successore, il primo libro di Joseph Ratzinger scritto da emerito: “Che cos'è il Cristianesimo”.

Neanche il tempo dunque di iniziare a sedimentare le reazioni di quel momento, con l’inesorabile coro di condoglianze, sentite come pure di circostanza. Che si sono incentrate soprattutto sull’intellettuale e il teologo forbito, ricordato nella sua lunga vita per il pontificato e il “mite” decennio da ritirato.

Sono però stati in pochi a risalire agli anni precedenti e a parlare di lui quale conservatore. Anzi, di più: un reazionario che da inquisitore dell’infinito papato (27 anni) di Karol Wojtyla (in quanto suo prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) contribuì nella decade degli ’80 ad affossare la Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II.

Con al centro l’“opzione preferenziale per i poveri” e quelle “comunità ecclesiali di base” che intendevano ribaltare il secolare oppressivo schema coloniale (oligarchia versus peones) iniziato (a suon di “cappa e spada”) con la conquista.

Non fu un caso che ad aprire la II Conferenza dell’Episcopato latinoamericano a Medellin (Colombia) nell’agosto 1968 sia stato Paolo VI in persona, nel suo unico viaggio in America Latina (e mentre era in corso l’invasione sovietica della Cecoslovacchia).

Altrettanto precisa per tempismo fu la prima missione all’estero di Giovanni Paolo II nel gennaio 1979 a Puebla (Messico) due mesi dopo la sua elezione per, al contrario, arginare le conclusioni della III Conferenza di quei vescovi che avrebbero ratificato i contenuti e gli sviluppi della precedente. Come a dire che il destino del Concilio si giocò in gran parte proprio in America Latina.

Fu subito dopo che il Papa polacco reclutò l’ex arcivescovo di Monaco (diocesi successivamente assurta anch’essa alle cronache per la pedofilia) a capo del Sant’Uffizio, con l’obiettivo di affossare le aperture di quel Concilio ispirato da Giovanni XXIII (e attuato fin dove possibile da papa Montini) all’insegna di un ecumenismo che doveva essere aperto a tutti “gli uomini (e aggiungerebbe oggi papa Francesco “le donne”) di buona volontà”.

Senza parlare poi di quella nuova visione circolare e sinodale della Chiesa che il papa polacco ignorò, mantenendo il centralismo piramidale romano. Non che ci siano stati veti o abiure formali naturalmente. Salvo adottare quel mellifluo linguaggio frequente nel mondo ecclesiastico di cui Ratzinger era specialista: assumere (eventualmente) nella forma per non praticare nella sostanza.

L’asse Reagan-Woytila

Al contempo, nel subcontinente più cristiano-cattolico del pianeta, con quell’operazione venne spianata (forse pure inconsapevolmente) la strada al piano neoliberista di Ronald Reagan che contemplava fra le altre cose l’espansione delle sette evangeliche. Che già agli inizi degli anni ’80 annoveravano in Guatemala il generale golpista Efraín Ríos Montt, primo genocida delle popolazioni maya, e al contempo pastore della Iglesia del Verbo (mentre suo fratello Mario era vescovo cattolico).

Del resto risale ancora al 1969 il rapporto che Nelson Rockefeller consegnò al presidente Nixon al termine di una sua lunga missione oltre il Rio Bravo, dove lo allertava che, se non fermata, quella “sovversiva” teologia della liberazione avrebbe messo in pericolo alla radice l’imperiale dottrina Monroe dell’“America agli americani” (ristretti agli statunitensi).

Rapporto cui seguirono negli anni ’80 i due noti Documenti di Santa Fe redatti da ultraconservatori, dove per l’appunto si auspicavano investimenti milionari per la penetrazione dei predicatori fondamentalisti.

Ma almeno al Papa polacco si poteva concedere l’attenuante di provenire da un paese a “socialismo reale” e di essere di conseguenza attratto dalla sponda occidentale più conservatrice della “guerra fredda”. Che significava pure diffidare delle evoluzioni teologiche del Centro e Sudamerica con parvenze (spesso strumentali) di marxismo.

Così che “sua santità” si lasciò da subito influenzare dalla parte di vescovi latinoamericani (in testa il colombiano Lopez Trujillo e il peruviano Juan Luis Cipriani) che, sotto l’abile regia dell’Opus Dei, intendevano resistere in quanto storico braccio ecclesiastico (al fianco di quello militare) delle oligarchie locali.

Al Cardinale Ratzinger il compito di istruire le censure e le contestazioni a teologi come il peruviano Gustavo Gutierrez o i brasiliani Clodovis e Leonardo Boff (ma anche in Europa il coetaneo svizzero/tedesco Hans Küng e lo spagnolo José Maria Castillo).

Per non parlare del Padre gesuita basco Jon Sobrino, trapiantatosi in El Salvador, particolarmente preso di mira dal cardinale Joseph per i suoi scritti che umanizzavano eccessivamente la figura di Gesù di Nazareth, come a sostenere che se lui era “il figlio di dio” allora lo erano allo stesso modo tutti gli altri essere umani.

Sobrino era particolarmente vicino all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre celebrava messa, e la cui canonizzazione fu sbarrata per decenni dall’accoppiata papale polacco-tedesca. Fino all’insediamento sul soglio di Pietro dell’argentino Bergoglio che nel 2018 poté convertirlo in San Romero de America.

Guarda caso anche qui in coppia con Paolo VI che era stato l’unico papa a sostenere mons. Romero in vita. Così come nel 2014 Francesco, insieme alla precipitosa canonizzazione di Wojtyla, pretese, in contemporanea, anche quella di papa Roncalli.

Non poteva del resto che toccare al primo pontefice latinoamericano riabilitare pure, poco prima che morissero, i due sacerdoti-ministri del governo rivoluzionario sandinista Miguel d’Escoto (agli esteri) ed Ernesto Cardenal (alla cultura) sospesi a divinis all’indomani del viaggio di Wojtyla in Nicaragua quel fatidico venerdì 4 di marzo del 1983 (noi eravamo lì) quando fu clamorosamente contestato in piazza a Managua durante la messa. Evento poi rimosso per sempre dai resoconti dei decenni successivi.

L’ombra di Romero

Mentre il seguente 6 marzo, in El Salvador in piena guerra civile, fu ricevuto dal mandante dell’uccisione di Romero, l’ex maggiore Roberto D’Aubuisson (allora presidente del parlamento); non senza aver voluto almeno prima (rompendo il protocollo) inginocchiarsi sulla tomba dell’arcivescovo. Che aveva comunque clamorosamente delegittimato in vita nel maggio 1979 in Vaticano intimandogli che “doveva in qualche modo dialogare con quel governo”.

Quel tragico viaggio nell’istmo centroamericano, preparato anche con Ratzinger, culminò in Guatemala con il generale/reverendo Rios Montt che lo accolse all’aeroporto con tutti gli onori (per non parlare dell’apparizione di Wojtyla in Cile, quattro anni più tardi, al fianco del dittatore Pinochet).

All’indomani della caduta del Muro di Berlino Giovanni Paolo II rivolse finalmente le sue attenzioni all’unico sistema rimasto, quello del libero mercato retto dal “dio denaro”. Ma da allora nessuno gli fece più caso (vedi invasione dell’Iraq).

Cercò pure di recuperare in qualche modo l’America Latina chiedendo l’aiuto e promuovendo figure più aperte come Jorge Bergoglio e l’honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga. Col cardinale Ratzinger almeno formalmente più dialogante anche con figure come il teologo Gutierrez. Ma ormai era troppo tardi.

Basti dire che oggi, per esempio nel gigante Brasile, i seguaci del fondamentalismo religioso (nonché “bolsonaristi”) superano quasi in numero i cattolici. Da ultimo è giunto il subentro sul soglio di Roma di un Benedetto XVI “addolcito” quanto geopoliticamente algido. Incorso pure in qualche infelice scivolone sui temi da lui ritenuti prioritari: come la “lezione” di Ratisbona, o la riabilitazione dei “lefebreviani” e della messa in latino (con i fedeli alle spalle del celebrante). Tuttavia si è salvato in qualche modo con l’ultimo atto da pontefice: le dimissioni.

Chissà, dopo lo scoppio del Vatileaks, comprese che da sapiente studioso e spiritualista quale era non avrebbe potuto mettere mano alle riforme in quel vespaio che era la curia vaticana. E così è finito col campare più da emerito che da papa, chiuso in un relativo silenzio ma pur sempre continuando a fare da ingombrante riferimento degli esponenti ed apparati tradizionalisti del cattolicesimo.

Solo il suo fedelissimo assistente Georg Gaenswein si avventurò in qualche isolata quanto maligna forzatura. Anche se almeno a lui tocca riconoscere di aver rotto per primo la fitta coltre d’ipocrisia incombente sul lutto papale evocando da subito (dalla sua prospettiva) “i diavoli che circolano” nella Santa Sede.

Que descanse en paz dunque e comunque Benedetto Ratzinger, si direbbe oltre Atlantico; in quello che non poteva che essere il sepolcro occupato da papa Wojtyla prima di essere proclamato “santo”. Se intendeva combattere il relativismo con una rassicurante fede nel solo aldilà, al contrario avrà contribuito a rinsaldare il processo di secolarizzazione e decadenza della Chiesa Cattolica, con il conseguente svuotamento dei templi.

Mentre Francesco, unico “vicario di Cristo” rimasto, tenta, contra viento y marea si proferirebbe ancora laggiù, di risalire la china di quel visionario Concilio dell’“anche di qua”, eretto da due Papi e demolito dai loro due successori.

Fonte

08/01/2023

Ratzinger e la teologia dell’euro-atlantismo

Il tentativo di collocare Joseph Ratzinger tra i più influenti condottieri della Chiesa Cattolica non può stupire. Semmai, stupiscono alcune prese di posizione cosiddette laiche che, nel tentativo di partecipare al dolore della scomparsa, hanno cercato di separare il teologo dal capo di stato, lasciando campo libero alla retorica reazionaria.

Che ha descritto lo scomparso come un autentico conservatore, un fine teologo, un vero papa, un campione della cristianità, un vero e proprio precursore delle odierne – bellicose e belliciste – ragioni della supremazia dell’Occidente sul resto del mondo.

Ora, la parte che riguarda la teologia cattolica e la mistica cristiana potrebbe pure rimanere nelle stanze vaticane.

Tuttavia, tanto per cominciare, non può quella che attiene alla funzione politica della Chiesa negli anni in cui Ratzinger ha affiancato papa Karol Wojtyla, da lui stesso nominato a capo della Congregazione della Dottrina della Fede, il nuovo nome che è stato dato al Sant’Uffizio, che prima ancora si chiamava Santa Inquisizione, la qual cosa spiega bene molte cose brutte che si sono storicamente registrate nel rapporto tra la Chiesa e la società, il potere politico, la morale, la cultura e la scienza.

Wojtyla, il “santo subito”, fu un accanito anticomunista. La sua azione politica per destabilizzare l’Est europeo, che coadiuvò la caduta del Muro di Berlino, costò alla Chiesa ingenti quantità di quattrini, tanti da prosciugarne le risorse, cosa che diede impulso a quelle illecite e spericolate attività finanziarie dello IOR ai tempi di Paul Marcinkus, arcivescovo implicato negli scandali che coinvolsero Sindona, Calvi, mafia e servizi, fascisti e malavita romana – o per meglio dire “magliana” – e il crack del Banco Ambrosiano.

L’anticomunismo viscerale di Wojtyla si spinse a coprire tutti gli scandali sessuali, per la ragione che venivano considerati argomenti con i quali i governi dell’Est Europa avrebbero potuto attaccare la Chiesa. A questa linea di condotta si uniformò Ratzinger. Le vittime degli abusi sono stati violentati non solo dai quei prelati che hanno abusato di loro, ma anche dalla stessa ragion di Stato Vaticano.

Quella stessa ragione di Stato che permise a Pio XII di non vedere lo sterminio degli ebrei in Europa, e a permettere la deportazione del ghetto di Roma, “città aperta”, senza muovere un dito per impedire che proprio dalla capitale del cattolicesimo fossero deportati e assassinati nel lager nazisti più di mille cittadini italiani di fede ebraica.

La “cecità” di fronte ai crimini di guerra non era una novità per Pio XII: non aveva visto lo sterminio delle guerre fasciste in Etiopia, la ferocia razzista in Somalia e Libia; aveva anzi sponsorizzato la guerra civile in Spagna e le aggressioni all’Albania, alla Grecia, alla Russia e alla Jugoslavia.

Tutto era lecito bastava che fosse “antibolscevico”. Anche dare rifugio ai criminali di guerra nazisti, tanto da fornirgli un passaporto vaticano col quale imbarcarsi da Genova alla volta del Sudamerica, e diventare poi preziosi consulenti, aguzzini della repressione delle giunte golpiste.

“Operation Condor”, per esempio, aveva sentore di “Endlösung der Judenfrage”, la soluzione finale, utile a difendere a tutti i costi l’imperialismo USA, che era proprio nei piani di Kissinger, il segretario di Stato ai tempi di Nixon, in piena “Guerra fredda”, che fu un braccio di ferro fra superpotenze in Europa, ma nient’altro che un sanguinario braccio armato in America Latina.

È questa la corrente di fede religiosa e di fede politica da cui viene Ratzinger, descritto da Ferrara sul Foglio come il gigante del conservatorismo dei “valori occidentali”. Quei valori che fecero dire a Umberto Eco:
“Ratzinger non è un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale. Le sue polemiche, la sua lotta contro il relativismo sono, a mio avviso, semplicemente molto grossolane, e nemmeno uno studente della scuola dell’obbligo le formulerebbe come lui. La sua formazione filosofica è estremamente debole.

In sei mesi, potrei organizzare io stesso un seminario sul tema del relativismo. Si può stare certi che alla fine presenterei almeno venti posizioni filosofiche differenti. Metterle tutte insieme come fa papa Benedetto XVI, come se fossero una posizione unitaria, è estremamente naif”. (Intervista rilasciata alla Berliner Zeitung, come riportato da post.it il 20 settembre 2011).
Su Il Corriere della Sera è stata ripubblicata giorno or sono un’omelia che Ratzinger, ancora cardinale, pronunciò nel 1978:
“Dio non ha operato – come noi sogneremmo e come poi Karl Marx ha gridato a gran voce al mondo – in modo da far scomparire il dolore e cambiare il sistema, così che non ci sia più bisogno di consolazione.

Questo significherebbe toglierci l’umanità. Ed è quello che nel segreto desideriamo. Sì, essere uomini ci è troppo pesante. Ma se ci venisse tolta la nostra umanità, smetteremmo di essere uomini e il mondo diverrebbe disumano.

Dio non ha operato così. Ha scelto un modo più sapiente, più difficile, da un certo punto di vista, ma proprio per questo migliore, più divino. Egli non ci ha tolto la nostra umanità, ma la condivide con noi. Egli è entrato nella solitudine dell’amore distrutto come uno che condivide il dolore, come consolazione.” (corriere.it)
Consolazione? Sembra implacabile Leonardo Boff, esponente di rilievo della Teologia della Liberazione, quando scrive:
“Il teologo Joseph Alois Ratzinger è un tipico intellettuale e teologo mitteleuropeo, brillante ed erudito. Non è un creatore, ma un eccellente esponente della teologia ufficiale. (...) Non ha introdotto nuove visioni, ma ha dato un altro linguaggio a quelle già tradizionali, fondate specialmente in Sant’Agostino e San Bonaventura.

Forse qualcosa di nuovo è la sua proposta della Chiesa come un piccolo gruppo fedelissimo e santo come “rappresentanza” del tutto. (...) Accade così che all’interno di questo gruppo di puri e santi ci fossero pedofili e persone coinvolte in scandali finanziari, che ha demoralizzato la sua comprensione della Rappresentanza". (leonardoboff.org, traduzione dal portoghese di Gianni Alioti).
Boff ci dà una precisa visione della situazione interna alla Chiesa cattolica, quando ci ricorda che in “Europa vive solo il 23,18% dei cattolici e in America Latina il 62%, il resto in Africa e Asia. La Chiesa Cattolica è una Chiesa del Secondo e Terzo Mondo (ibidem)”.

Con buona pace dei tifosi del ruolo del conservatorismo occidentale, Boff dice che Ratzinger “Intese la Chiesa come una sorta di castello fortificato contro gli errori della modernità, ponendo come principale riferimento l’ortodossia della fede, sempre legata alla verità” (ibidem).

Leonardo Boff, dunque, dice chiaramente che “Il teologo Joseph Ratzinger si è mostrato nemico degli amici dei poveri (i teologi della liberazione, ndr). Questo sarà ricordato negativamente nella storia della teologia. Sono molti i teologi che affermano che egli era preso da un’ossessione per il marxismo, sebbene avesse fallito in Unione Sovietica” (ibidem).

Ecco la continuità con l’anticomunismo come fede cieca, come “consolazione” dei misfatti della ragion di Stato Vaticano.

E poi un giudizio politico preciso, per non dire definitivo: “Con tutta la sua astuzia ha polemizzato con i musulmani, con gli evangelici, con le donne e contro il (Concilio) Vaticano II insieme al gruppo fondamentalista (…) È stato un rappresentante legittimo della vecchia cristianità europea con i suoi fasti e il suo potere politico-religioso” (ibidem).

La lotta intestina interna alla Chiesa cattolica è dunque lo specchio di uno scontro tra visioni contrapposte del mondo: da un lato l’arroccamento dell’occidente nella moderna visione euro-atlantista, così come ci appare dalla crisi della globalizzazione indotta dalla pandemia e implosa con la guerra in Ucraina, che è quello che il benemerito Ratzinger e i suoi epigoni hanno tentato di rappresentare; dall’altra l’apertura all’idea di una nuova dialettica che consideri lo spostamento del baricentro decisionale globale in altre aree dl mondo, che è quello che papa Bergoglio fatica a sostenere.

Lo scontro mondiale tra l’agguerrita minoranza dei più ricchi e forti e la maggioranza che cerca di liberarsi dallo sfruttamento, sia degli esseri umani che della natura, diventerà sempre più feroce.

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17/05/2019

Venezuela. Allarme bomba all’Assemblea Costituente. “Che problema c’è? Continuiamo la riunione”

“Eravamo in riunione con Tanya Vargas vicepresidente dell’Assemblea Costituente quando ci arriva la notizia di un allarme bomba nel palazzo dell’Assemblea. Con molta tranquillità e un sorriso la vicepresidente ci dice: “che problema c’è ? Continua la telenovela e noi ci spostiamo in un’altra sala”. E’ questa la normalità e la determinazione con cui in Venezuela si affrontano le giornate e il clima di tensione innescato dalla volontà golpista degli Usa. A raccontarci questo episodio è Luciano Vasapollo che, insieme a Rita Martufi e Salvatore Izzo, da alcuni giorni si trovano a Caracas per una serie di incontri sulle questioni dell’economia. “Questo solo per dire come sono abituati a questa situazione e come convivono tranquillamente con le varie forme di terrorismo voluti dall’oligarchia compreso quello delle fake news” .

“Al ministero della cultura abbiamo tenuto una riunione con intellettuali militanti per rafforzare la rete di solidarietà internazionale e con il prof. Luis Britto abbiamo deciso iniziative congiunte a livello internazionale per aiutare ad abbattere il muro delle menzogne a livello internazionale” ci dice Vasapollo, “Inoltre sono continuate le riunioni con il gruppo di economisti guidati da Pasqualina Curcio per capire meglio le articolazioni del blocco economico e dell’attacco monetario voluto dalla speculazione finanziaria internazionale cercando insieme di dare proposte e soluzioni pratiche immediate per combattere questa tremenda inflazione indotta dalla speculazione oligarchica e imperialista”.

Una attenzione particolare nel giro in corso in Venezuela è quella verso la Chiesa. Come noto, tra il Papa e i vescovi ci sono atteggiamenti assai diversi sulle sorti del paese. “Abbiamo incontrato gli esponenti del cristianesimo di base come Padre Numa e Fundalatin che lavorano con il popolo per dare il loro contributo a rafforzare il percorso di riscatto degli umili e degli sfruttati che sono ideali centrali del chavismo. Sono esponenti di quella Teologia della Liberazione nata proprio qui, in America Latina” racconta Luciano.

C’è stata poi la Conferenza tenuta al Palazzo che ospita l’Assemblea Costituente, quella da cui siamo partiti nella narrazione per l’allarme bomba, che ha visto la presenza di molti rappresentanti dell’Assemblea, del PSUV , del PCV , del Polo Patriottico, dei dirigenti delle organizzazioni femminili e con la partecipazione di sette parlamentari della Costituente.

I compagni venezuelani hanno fatto molte domande in un dibattito interessante e attivo che ha riguardato le dinamiche della competizione interimperialista, le ricadute del violento attacco contro la rivoluzione bolivariana, il ruolo e le attività della solidarietà internazionalista in Italia e in Europa in appoggio alla Rivoluzione Bolivariana in Venezuela.

“Abbiamo poi avuto una riunione con il compagno Saul Ortega, Presidente della commissione delle relazioni internazionali della costituente e con il compagno Roy Daza, segretario esecutivo del PSUV per la Commissione organizzativa del XXV incontro del Foro di San Paolo. Entrambe le riunioni con un proficuo interscambio”.

Nel pomeriggio una emozionante visita a una “Comune” con un incontro con la Ministra Blanca che nel suo discorso molto appassionato ha ribadito l’importanza delle “ Comuni” nella resistenza popolare in Venezuela.

Prima del Venezuela c’era stata una tappa a Cuba. Rapporti consolidati e confronti approfonditi sulle sfide economiche e politiche con cui le esperienze progressiste e rivoluzionarie della Nuestra America si stanno misurando di fronte alla durissima escalation scatenata dagli Usa per riprendere l’egemonia perduta in quello che ritengono il loro “cortile di casa”. Una sfida aperta sul piano politico ma anche sperimentazioni strategiche di indipendenza economica.

“L’alleanza dell’Alba, che inizialmente si chiamava Alternativa Bolivariana per le Americhe, oggi Alleanza Bolivariana per Nuestra America, nasce come rapporto fra Venezuela e Cuba sulla base di un principio economico: l’evoluzione del baratto”, precisa Vasapollo. E proprio questa visione solidaristica e non commerciale salva entrambi i paesi: Cuba dalla paralisi economica conseguente al “bloqueo” imposto da Washington e anche dalla repentina perdita degli aiuti sovietici e dei paesi satelliti di Mosca, e il Venezuela dalle conseguenze nefaste della preminenza nella società delle oligarchie possidenti, le élite vicine alla Chiesa locale che hanno tentato di ostacolare in ogni modo le riforme sociali. Grazie ai cubani Caracas ingaggia una lotta vincente all’analfabetisno e alla mortalità infantile. L’accordo tra Fidel e Chavez, prevedeva che il Venezuela desse il petrolio a prezzo politico, e così L’Avana esce dalla crisi energetica del periodo speciale. È arrivano in Venezuela 20 mila insegnanti e altrettanti medici cubani. Dopo due anni l’ONU dichiara il Venezuela libero dall’analfabetismo e oggi i livelli di mortalità infantile sono pari o inferiori a quelli europei”.

Quella in corso in Venezuela e in America Latina sta diventando una partita strategica tra la spinta all’emancipazione dell’umanità e il violento tentativo dell’imperialismo Usa di restaurare il proprio tallone di ferro. Per questo intorno ad esperienze come Venezuela e Cuba serve qualcosa in più della solidarietà, serve sentirsi parte della medesima barricata.

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30/07/2018

Nicaragua: le lezioni di una rivolta

Tutto è iniziato il 16 aprile, in occasione dell’emanazione del decreto Presidenziale di riforma dell’INSS, l’Istituto di Previdenza Sociale che in Nicaragua si occupa sia del settore pensionistico sia di quello previdenziale.

Questo provvedimento legislativo d’urgenza, deciso ed emesso senza alcuna consultazione delle parti sociali stabiliva che “i pensionati di vecchiaia, invalidità e incapacità daranno un apporto mensile del 5% dell’ammontare delle proprie pensioni a favore del Ramo Malattia e Morte”[1], oltre ad un aumento dei contributi a carico sia dei lavoratori che dei datori di lavoro e alla riduzione del tetto dell’importo pensionistico dall’80% al 70% della media salariale degli ultimi anni. Provvedimento peraltro dettato da specifico documento del Fondo Monetario Internazionale emesso nell’estate del 2017.

Si tenga presente che in Nicaragua il PIL procapite è di 5.500 cordoba mensili (circa 180 dollari) a fronte di un paniere di base di 13.392 cordoba, quindi la maggioranza dei nicaraguensi non dispone di un reddito sufficiente per garantirsi i beni fondamentali.

Le manifestazioni contro la riforma, scoppiate il giorno successivo sono degenerate in violenti scontri, che ad oggi hanno provocato circa 300 morti, tra i dimostranti da un lato e polizia e giovani filogovernativi dall’altro. L’elemento scatenante delle violenze è stato l’intervento di questi ultimi, che hanno deriso, provocato e aggredito i manifestanti, tra i quali molti anziani, causando la reazione dei giovani universitari e della popolazione in generale.

Per cancellare ogni dubbio su questa interpretazione dei fatti basta rivedere l’intervista rilasciata in quei giorni da Humberto Ortega, non certo sospettabile di complottismo essendo il fondatore dell’esercito sandinista e fratello del presidente: Humberto Ortega faceva appello al governo perché sul contenuto della riforma si riprendesse la prassi della trattativa tripartita (ossia governo-imprenditori e sindacati) e si arrivasse ad un consenso di tutti le parti in causa, evitando quelle decisioni verticistiche che avevano provocato le proteste. “È stato legittimo dunque – continuava Humberto Ortega – che la popolazione manifestasse, e la polizia deve svolgere il suo ruolo, che non è quello di reprimere la protesta, ma di garantire che i dimostranti vengano rispettati e che rispettino i diritti degli altri. E la polizia deve assicurare che non arrivi gente in moto, com’è successo ieri, armata con bastoni e spranghe di ferro, ad aggredire i manifestanti”.

A chi ritiene che questa improvvisa esplosione di manifestazioni di piazza sia la prova di un piano prestabilito bisogna ricordare che in Nicaragua le proteste anche violente sono ricorrenti. Basta guardare gli scontri avvenuti l’anno scorso nella località di Mina el Limón tra dimostranti e polizia, delle quali si trova in Youtube abbondante documentazione video.

E bisogna rilevare che in Nicaragua covava da tempo sotto la cenere un malcontento popolare profondo e generalizzato contro il governo della coppia Ortega-Murillo, nonostante l’ampio consenso ottenuto dal partito di governo alle ultime elezioni del 2016 (72%).

Certo, è difficile parlare di regime in senso “tecnico” per uno schieramento che ha raggiunto un risultato così netto, ma per inquadrare meglio la situazione è bene fare un breve riassunto delle vicende politiche del Nicaragua degli ultimi anni.

Nel 2016 Daniel Ortega si è riconfermato per la terza volta consecutiva alla guida del Paese dopo il 2006 e il 2011.

I sandinisti avevano governato il Paese dopo la liberazione dalla dittatura di Somoza (19 luglio 1979) e Ortega aveva già ricoperto la carica di presidente fra il 1985 e il 1990. Nel 1988 furono firmati gli accordi di pace che conclusero la guerra civile, e due anni dopo la destra vinse le elezioni e i sandinisti passarono all’opposizione, con il Paese dissanguato dall’aggressione controrivoluzionaria promossa dagli USA.

Il periodo della destra si caratterizzò per un estremo neoliberismo, con privatizzazioni di tutti i settori strategici del Paese, e una forte corruzione.

Nel 2006 la coalizione di Daniel Ortega tornò di nuovo al potere sconfiggendo la destra e ottenendo anche dei risultati interessanti dal punto di vista macroeconomico e sociale: tra il 2006 e il 2013 il Pil pro capite crebbe di quasi il 50% e la povertà crollò dal 48.3% al 29.6%. Tendenza questa, comune a tutti i paesi latinoamericani dall’inizio del nuovo millennio.

Grafico: povertà in alcuni paesi latinoamericani e nell’intero sub continente periodo 2000-2010 (Fonte Cepal)

Ma il “Sandinismo 2.0”, vale a dire la nuova stagione di Ortega alla presidenza, aveva ben poco da spartire con quello del periodo rivoluzionario.

Daniel Ortega aveva ricercato innanzitutto il consenso della Chiesa cattolica locale, riscoprendo la fede religiosa. Ortega e l’attuale vicepresidente Rosario Murillo si sposarono in chiesa nel 2005 e promossero una legge contro l’aborto terapeutico, per riconciliarsi con uno dei nemici storici del sandinismo, l’ultrareazionario cardinale Miguel Obando y Bravo.

Ortega era anche riuscito a neutralizzare un pesantissimo scandalo a sfondo sessuale scoppiato nel 1998, quando la figlia di Rosario Murillo, Zoilamérica, l’aveva accusato di averla violentata ripetutamente fin dalla fine degli anni ’70. La denuncia cadde nel vuoto grazie alla presa di posizione della madre che difese a spada tratta il marito: “Ho provato una terribile vergogna per il fatto che si volesse distruggere una persona con un curriculum senza macchia, e che fosse la mia stessa figlia a volerla distruggere per questa ossessione e innamoramento morboso con il potere quando non ha visto soddisfatta la sua ambizione”. A seguito di questo episodio la Murillo si guadagnò una rendita di posizione colossale nel sistema di potere nicaraguense.

Rosario Murillo e gli alberi della vita

Rosario Murillo, “la Chayo” è nata a Managua nel 1951 e proviene da una famiglia agiata. È figlia di Zoilamérica Zambrana Sandino, nipote dell’eroe nazionale Augusto Cesar Sandino.

Quale oppositrice del dittatore Somoza, nel 1977 fu costretta all’esilio, prima a Panama e in Venezuela, poi in Costa Rica dove cominciò a militare per il Fronte Sandinista. Fu in quel periodo che si rafforzò la relazione con Daniel Ortega.

Oggi viene considerata la vera presidente del Paese ed è soprannominata “La Strega” per la passione per la religione, le scienze occulte e la spiritualità.

Nel discorso politico di Murillo gli eroi della rivoluzione sono diventati santi mentre Dio e la Madonna sono sempre presenti, a ribadire continuamente la vocazione religiosa del governo nicaraguense. L’originaria Teologia della Liberazione che aveva ispirato la rivoluzione sandinista è stata così sostituita da una specie di “santeria” a metà tra la religiosità reazionaria e la superstizione. Una delle sue iniziative più vistose è stata quella di installare nelle strade principali di Managua e di altre città del Paese centinaia di “árboles de la vida” per allontanare il malocchio e attirare energia positiva. Gli alberi, che la gente chiama “arbolatas” [alberi di latta] o “chayopalos” [pali della Chayo] costano circa 20-30mila euro ciascuno e sono gigantesche strutture metalliche alte tra i 15 e i 20 metri, a colori vivaci e pieni di luci elettriche. I chayopalos, i più odiati simboli del potere personale della Murillo, sono stati le prime vittime delle manifestazioni di questi mesi.

Un mese dopo l’inizio dell’instabilità, Rosario Murillo ha dichiarato che nel Paese c’era un’invasione di “spiriti maligni” e ha pregato Dio di far cessare “questa mano diabolica che si muove nel nostro Paese e che nega la vita”.

Alleanze sottobanco

In questi anni “sotto un apparente discorso antimperialista – scrive il quotidiano progressista messicano la Jornada – il FSLN ha portato avanti la sua politica mascherando un’alleanza con la destra, ex alleati de Somoza e il capitale transnazionale. Le politiche neoliberiste sono state la controparte di un’alleanza spuria di Daniel Ortega con l’ex presidente di destra Arnoldo Alemán, il cui obiettivo è stato quello di spiazzare gli oppositori e configurare nuove relazioni di potere. È stata modificata la costituzione e si sono fatte concessioni alla Chiesa, agli imprenditori, al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. Tutto sotto una presunta calma”.

Questa politica poco trasparente ha provocato l’allontanamento pressoché totale della vecchia guardia sandinista: “dei nove comandanti della Direzione Nazionale del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che ha guidato il destino del Nicaragua tra il 1979 e il 1990, solo uno fa parte dell’attuale governo dell’ex comandante e Presidente Daniel Ortega: Bayardo Arce, che è consigliere economico della presidenza. Degli altri, due sono morti, tre sono critici con il governo e gli altri due “indifferenti”.

Ernesto Cardenal, protagonista della Teologia della Liberazione e ministro dopo la vittoria contro la dittatura di Somoza, ha scritto in questi giorni all’ex Presidente uruguayano Pepe Mujica per far sapere ai progressisti del mondo quello che succede in Nicaragua. Le sue parole sono lapidarie: “Ortega e Murillo non possono continuare a trovare legittimità nei movimenti di sinistra, quelli che con le loro azioni senza scrupoli hanno tradito. Le vittime di Ortega e Murillo meritano giustizia”.

La risposta dell’ex guerrigliero Mujica non poteva essere più netta: “Ricordo compagni che hanno dato la vita in Nicaragua lottando per un sogno (...) e sento che quello che una volta fu un sogno oggi si trasforma e cade nell’autocrazia, e capisco che coloro che ieri erano rivoluzionari hanno perso il senso della vita. Ci sono momenti in cui bisogna dire me ne vado”.

Rodrigo Rivas, intellettuale cileno e oppositore della dittatura di Pinochet, scrive: “Le politiche di Ortega mi sembrano indubbiamente neoliberiste in campo economico e soprattutto subordinate al pensiero conservatore e reazionario riguardo le forme della politica e del rapporto Stato-popolazione. Se questo è lo scopo di una rivoluzione, allora preferisco altro”. In sintesi, come scrive Pagayo Matacuras, “il Nicaragua del 1978, quello di Somoza, era il secondo paese più povero del continente, oggi è ancora il secondo paese più povero del continente. Nonostante l’aiuto milionario che ha dato il Venezuela: un milione di dollari al giorno dal 2007 al 2016”. Oltre a non aver portato a termine una riforma agraria degna di questo nome e non aver dato impulso ai servizi pubblici (ad esempio l’assistenza sanitaria è di qualità scadente e chi ne ha le possibilità deve ricorrere al settore privato, nel quale pure sembra che vi siano investimenti dell’entourage governativo) il governo di Ortega-Murillo ha destato molto malcontento anche per la corruzione generalizzata, il nepotismo, il clientelismo e lo strapotere della vicepresidente con le sue iniziative bizzarre.

Nepotismo e clientelismo

Rafael Ortega, il figlio maggiore, controlla con la moglie Yarida Leets la Distribuidora Nicaragüense de Petróleo, un organismo chiave che gestisce gli acquisti del greggio venezuelano a prezzi scontati nell’ambito del programma Petrocaribe.

Un altro figlio di Ortega e Murillo che occupa un posto al vertice è Laureano, che dal 2009 gestisce ProNicaragua, l’ente che ha trattato con l’imprenditore cinese Wang Ying la costruzione del canale [transoceanico] del Nicaragua. Il progetto (che comporta un impatto ambientale devastante) prevede un investimento di 40 miliardi di dollari, ma nessuno può assicurare che verrà costruito da qui al 2025. Laureano è un gran personaggio in Nicaragua ed è noto per i suoi orologi di marca e vestiti eleganti. Inoltre è un tenore, con un’attiva partecipazione nel settore della lirica locale.

Ma ci sono altri figli di Daniel Ortega in posti importanti. È il caso di Maurice, che insieme ai suoi fratelli Daniel Edmundo e Carlos Enrique controllano tre canali privati di televisione (4,9 e 13), oltre a Canal 6, che è pubblico. La famiglia Ortega gestisce anche la Nuova Radio Ya, Radio Nicaragua e Radio Sandino.

E perché tutto rimanga in famiglia, nel 2010 Maurice si è sposato con Blanca Javiera Díaz, figlia del capo della Sicurezza Pubblica e vice direttore della Polizia Nazionale, Francisco Díaz. Hoy, Díaz occupa la Direzione della Polizia di Managua.

A sua volta, Juan Carlos Ortega Murillo, un altro dei figli della coppia presidenziale, controlla Canal 8.

Inoltre nel settore pubblico non vi è un solo posto che non venga assegnato per meriti politici.

E per le strade la gente grida “Daniel y Somoza son la misma cosa”...

Conclusioni

Il già citato Rodrigo Rivas scrive “Tra quelli che denunciano da tempo Ortega c’è tutto il Pantheon dei miei riferimenti intellettuali nicaraguensi. Ci sono anche molti latinoamericani che conosco e stimo, che hanno combattuto in Nicaragua (cileni e argentini in particolare) che non hanno dubbi: tutti contro Ortega”.

Ma in Italia non tutti condividono questa visione... “È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”. Questa famosa citazione viene attribuita a vari presidenti statunitensi a proposito di diversi “figli di puttana”, cioè qualcuno tra i tanti dittatori-fantoccio che gli USA nel corso della storia hanno messo al potere in qualche loro colonia nel sud del mondo. Ma secondo la versione più accreditata sarebbe stato Roosevelt ad usare per la prima volta questa espressione proprio in riferimento al Nicaragua, parlando di Anastasio Somoza García, il dittatore che salì al potere nel 1937 e “regnò” fino al 1956, quando fu ucciso dal poeta Rigoberto López Pérez.

Questa frase è tornata alla mente di molti in questi mesi, ma in senso opposto rispetto alla formulazione originale. Da parte di alcuni settori che potremmo definire “filobolivariani” vi sono stati interventi di sostegno acritico alla coppia presidenziale nicaraguense (vedi per esempio i comunicati dell’Associazione nazionale Italia-Cuba o di Rifondazione Comunista).

Alcuni articoli e prese di posizione sono usciti addirittura su siti piuttosto ambigui, evidenziando un inquietante convergenza tra un antimperialismo di sinistra e quello tipico dell’estrema destra che vede il nemico solo in chiave anti-americana e anti-sionista (l’impero giudaico-massonico) e sostiene qualsiasi governo che sia al di fuori della sfera d’influenza statunitense (va bene il Venezuela e il Nicaragua ma vanno bene anche l’Iran degli ayatollah, la Siria di Assad o la Russia di Putin).

In questa visione tutta incentrata su una “geopolitica deviata”, dove contano solo gli equilibri tra Stati e governi anziché i popoli, il Nicaragua di Ortega nella scacchiera internazionale rappresenta una pedina dello schieramento “antimperialista” e quindi va sostenuto indipendentemente dalla vera natura del suo attuale governo. Del resto chi parla dell’Iran come di un Paese libero e pacifico di pelo sullo stomaco ne deve avere a quintali.

Così nella generalizzazione dietrologica tutte le vacche sono bigie: tutti i movimenti popolari nei Paesi del proprio schieramento devono essere descritti come frutto di agitatori pagati e di complotti orditi dalla CIA. Complotti che in Nicaragua sarebbero anche inspiegabili come sottolinea Pagayo Matacuras “Nel paese vivono e fanno affari lucrosi molti imprenditori gringos, grazie alle leggi in vigore e alla protezione governativa, che in questi anni hanno avuto la possibilità di arricchirsi sfruttando i lavoratori con stipendi non sufficienti per mettere insieme il pranzo con la cena e con condizioni lavorative assolutamente pessime”.

E sarebbe interessante capire come mai a Cuba, il Paese dove forse più di ogni altro gli Stati Uniti hanno scatenato una strategia terroristica di destabilizzazione e cercato di creare una opposizione interna, manifestazioni di massa antigovernative non ce ne siano mai state.

Sempre a proposito di Cuba, è singolare che in Italia negli incontri pubblici non si possa mai discutere con serenità delle interessanti prospettive del socialismo del dopo Fidel (così come lo si fa normalmente con i cubani) senza che intervenga un qualche “commissario del popolo” a censurare la discussione.

Eppure l’esperienza progressista latinoamericana, che oggi sta attraversando una profonda crisi, rappresenta per la sinistra europea un laboratorio imprescindibile per delineare anche le proprie strategie. E l’indubbia lezione che se ne trae in questo momento è che il futuro del “socialismo del XXI secolo” è in mano ai movimenti popolari, contadini e indigeni e non certo ai governi che a causa della controffensiva delle destre e dell’imperialismo statunitense, ma anche per errori limiti propri, risulta in chiara fase declinante dalla fine del 2015.

In Nicaragua la situazione è estremamente delicata: si rischia che l’assenza di alternative credibili a Ortega-Murillo e la prolungata instabilità affondino il Paese nella violenza endemica e nella paralisi politica che vivono i Paesi confinanti, in particolare l’Honduras, e che alla fine emerga una soluzione apertamente golpista. Anche per questo il sostegno internazionale al popolo nicaraguense è fondamentale perché dalla crisi si esca con un ritorno ai valori del vero sandinismo.

Realizzato in collaborazione tra:

Redazione pisana di Lotta Continua

Nello Gradirà per Senzasoste

28 luglio 2018


Fonte

01/03/2016

Romero e la teologia dlela liberazione: non chiamatelo marxista

La storia latinoamericana si intreccia con le vite dei tanti sacerdoti che, dai tempi della colonizzazione a oggi, hanno condiviso la sorte delle centinaia di migliaia di indigeni, contadini, operai e militanti sindacali e politici trucidati dai conquistatori prima, dalle milizie private e dalle soldataglie dei regimi militari con la “consulenza” nordamericana poi. Ciò non significa che la Chiesa del subcontinente si sia sempre e univocamente schierata a fianco dei poveri e degli oppressi: accanto ai teologi della Liberazione, e ai religiosi che sono arrivati a impugnare le armi (come fa nella fiction il protagonista del film “Mission”, o come fece nella vita reale Camillo Torres), ci sono quelli che si sono resi complici degli orrori perpetrati dai generali argentini e da Pinochet, così come ci sono gli innumerevoli emuli di Don Abbondio che, per paura o per quieto vivere, si sono tenuti fuori dalla mischia. Ma si può essere cristiani restando “neutrali” in Paesi segnati da contraddizioni e conflitti così radicali?

A giudicare dall’esempio del vescovo salvadoregno Romero, assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava messa nel 1980, e oggi venerato come beato, la risposta non può che essere negativa. Fra le suggestioni che emergono dal suo profilo biografico (“Oscar Arnulfo Romero. Beato fra i poveri”, Edizioni Clichy), curato da Geraldina Colotti (redattrice de "il manifesto”, nonché ex brigatista e autrice di un libro, “Talpe a Caracas”, sulla rivoluzione venezuelana), quella più netta è il rifiuto di ogni atteggiamento di “neutralità” di fronte alla lotta fra oppressi e oppressori. Un punto di vista che Romero ha maturato nell’ultima parte della vita. Già esponente di una Chiesa moderata e critica nei confronti degli “eccessi” della teologia della liberazione, il vescovo imbocca un percorso di “conversione” che giunge a compimento dopo l’assassinio di un suo amico sacerdote da parte degli sgherri del regime salvadoregno. Conversione che lo condurrà a sua volta al martirio perché, da quel momento, non cesserà di denunciare l’ingiustizia con parole che ne decreteranno la condanna a morte.

Basta leggere le citazioni dalle sue omelie nell’ultima parte del libro, per capire perché “dovevano” tappargli la bocca: “Una vera conversione cristiana oggi deve scoprire i meccanismi sociali che rendono un emarginato l’operaio o il contadino”; “Per le persone che non sono disposte a convertirsi la missione della Chiesa è sovversiva”;  “Nessun soldato è tenuto a ubbidire a un ordine contrario alla legge di Dio”; “Quando una dittatura lede gravemente i diritti umani (…) allora la Chiesa parla del legittimo diritto alla violenza insurrezionale”. Ce n’è abbastanza per “giustificare” l’esecuzione, preceduta, come racconta Colotti nella sua ricostruzione, da una campagna sistematica per screditare e isolare Romero in quanto marxista (“Sono gli interessi acquisiti a cercare di far passare per marxista l’azione della Chiesa quando questa ricorda i più elementari diritti dell’uomo”, scriveva il vescovo).

Ma se non era marxista, Romero non simpatizzava almeno con le loro idee? Domanda di assoluta attualità, dopo che l’ultima enciclica di papa Bergoglio gli ha procurato analoghe accuse da parte dei reazionari di tutto il mondo. Ma la risposta è no. Come spiega Colotti, e come le stesse parole di Romero confermano, il vescovo ha sfiorato il limite di una visione rivoluzionaria senza mai oltrepassarlo, perché la sua condanna nei confronti dei potenti non nasce da considerazioni sociologico politiche ma etico religiose: se il cristiano vede un’ingiustizia intollerabile non può tacere, né astenersi dal tentativo di cambiare le cose. Perché il profeta “Deve parlare anche quando sa che non lo ascoltano” e perché sa anche che la parola rimane e “rimarrà nei cuori che avranno voluto accoglierla”. Analogamente, quando papa Bergoglio riscopre toni profetici cui la Chiesa europea ci aveva disabituato (“chi costruisce muri e non ponti non è cristiano”) non chiamatelo marxista, perché fareste torto sia a lui che a noi marxisti: è vero che su certi problemi diciamo cose simili, ma le diciamo con motivazioni diverse e pensiamo a soluzioni diverse.

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