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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/01/2023

Joseph Ratzinger. L’eredità del “pastore tedesco”

A neppure tre settimane dal commiato del “pastore tedesco” (per parafrasare una storica copertina de il manifesto di quando fu eletto papa) è uscito, per sua volontà postumo, quasi volesse continuare a incombere sul suo successore, il primo libro di Joseph Ratzinger scritto da emerito: “Che cos'è il Cristianesimo”.

Neanche il tempo dunque di iniziare a sedimentare le reazioni di quel momento, con l’inesorabile coro di condoglianze, sentite come pure di circostanza. Che si sono incentrate soprattutto sull’intellettuale e il teologo forbito, ricordato nella sua lunga vita per il pontificato e il “mite” decennio da ritirato.

Sono però stati in pochi a risalire agli anni precedenti e a parlare di lui quale conservatore. Anzi, di più: un reazionario che da inquisitore dell’infinito papato (27 anni) di Karol Wojtyla (in quanto suo prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) contribuì nella decade degli ’80 ad affossare la Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II.

Con al centro l’“opzione preferenziale per i poveri” e quelle “comunità ecclesiali di base” che intendevano ribaltare il secolare oppressivo schema coloniale (oligarchia versus peones) iniziato (a suon di “cappa e spada”) con la conquista.

Non fu un caso che ad aprire la II Conferenza dell’Episcopato latinoamericano a Medellin (Colombia) nell’agosto 1968 sia stato Paolo VI in persona, nel suo unico viaggio in America Latina (e mentre era in corso l’invasione sovietica della Cecoslovacchia).

Altrettanto precisa per tempismo fu la prima missione all’estero di Giovanni Paolo II nel gennaio 1979 a Puebla (Messico) due mesi dopo la sua elezione per, al contrario, arginare le conclusioni della III Conferenza di quei vescovi che avrebbero ratificato i contenuti e gli sviluppi della precedente. Come a dire che il destino del Concilio si giocò in gran parte proprio in America Latina.

Fu subito dopo che il Papa polacco reclutò l’ex arcivescovo di Monaco (diocesi successivamente assurta anch’essa alle cronache per la pedofilia) a capo del Sant’Uffizio, con l’obiettivo di affossare le aperture di quel Concilio ispirato da Giovanni XXIII (e attuato fin dove possibile da papa Montini) all’insegna di un ecumenismo che doveva essere aperto a tutti “gli uomini (e aggiungerebbe oggi papa Francesco “le donne”) di buona volontà”.

Senza parlare poi di quella nuova visione circolare e sinodale della Chiesa che il papa polacco ignorò, mantenendo il centralismo piramidale romano. Non che ci siano stati veti o abiure formali naturalmente. Salvo adottare quel mellifluo linguaggio frequente nel mondo ecclesiastico di cui Ratzinger era specialista: assumere (eventualmente) nella forma per non praticare nella sostanza.

L’asse Reagan-Woytila

Al contempo, nel subcontinente più cristiano-cattolico del pianeta, con quell’operazione venne spianata (forse pure inconsapevolmente) la strada al piano neoliberista di Ronald Reagan che contemplava fra le altre cose l’espansione delle sette evangeliche. Che già agli inizi degli anni ’80 annoveravano in Guatemala il generale golpista Efraín Ríos Montt, primo genocida delle popolazioni maya, e al contempo pastore della Iglesia del Verbo (mentre suo fratello Mario era vescovo cattolico).

Del resto risale ancora al 1969 il rapporto che Nelson Rockefeller consegnò al presidente Nixon al termine di una sua lunga missione oltre il Rio Bravo, dove lo allertava che, se non fermata, quella “sovversiva” teologia della liberazione avrebbe messo in pericolo alla radice l’imperiale dottrina Monroe dell’“America agli americani” (ristretti agli statunitensi).

Rapporto cui seguirono negli anni ’80 i due noti Documenti di Santa Fe redatti da ultraconservatori, dove per l’appunto si auspicavano investimenti milionari per la penetrazione dei predicatori fondamentalisti.

Ma almeno al Papa polacco si poteva concedere l’attenuante di provenire da un paese a “socialismo reale” e di essere di conseguenza attratto dalla sponda occidentale più conservatrice della “guerra fredda”. Che significava pure diffidare delle evoluzioni teologiche del Centro e Sudamerica con parvenze (spesso strumentali) di marxismo.

Così che “sua santità” si lasciò da subito influenzare dalla parte di vescovi latinoamericani (in testa il colombiano Lopez Trujillo e il peruviano Juan Luis Cipriani) che, sotto l’abile regia dell’Opus Dei, intendevano resistere in quanto storico braccio ecclesiastico (al fianco di quello militare) delle oligarchie locali.

Al Cardinale Ratzinger il compito di istruire le censure e le contestazioni a teologi come il peruviano Gustavo Gutierrez o i brasiliani Clodovis e Leonardo Boff (ma anche in Europa il coetaneo svizzero/tedesco Hans Küng e lo spagnolo José Maria Castillo).

Per non parlare del Padre gesuita basco Jon Sobrino, trapiantatosi in El Salvador, particolarmente preso di mira dal cardinale Joseph per i suoi scritti che umanizzavano eccessivamente la figura di Gesù di Nazareth, come a sostenere che se lui era “il figlio di dio” allora lo erano allo stesso modo tutti gli altri essere umani.

Sobrino era particolarmente vicino all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre celebrava messa, e la cui canonizzazione fu sbarrata per decenni dall’accoppiata papale polacco-tedesca. Fino all’insediamento sul soglio di Pietro dell’argentino Bergoglio che nel 2018 poté convertirlo in San Romero de America.

Guarda caso anche qui in coppia con Paolo VI che era stato l’unico papa a sostenere mons. Romero in vita. Così come nel 2014 Francesco, insieme alla precipitosa canonizzazione di Wojtyla, pretese, in contemporanea, anche quella di papa Roncalli.

Non poteva del resto che toccare al primo pontefice latinoamericano riabilitare pure, poco prima che morissero, i due sacerdoti-ministri del governo rivoluzionario sandinista Miguel d’Escoto (agli esteri) ed Ernesto Cardenal (alla cultura) sospesi a divinis all’indomani del viaggio di Wojtyla in Nicaragua quel fatidico venerdì 4 di marzo del 1983 (noi eravamo lì) quando fu clamorosamente contestato in piazza a Managua durante la messa. Evento poi rimosso per sempre dai resoconti dei decenni successivi.

L’ombra di Romero

Mentre il seguente 6 marzo, in El Salvador in piena guerra civile, fu ricevuto dal mandante dell’uccisione di Romero, l’ex maggiore Roberto D’Aubuisson (allora presidente del parlamento); non senza aver voluto almeno prima (rompendo il protocollo) inginocchiarsi sulla tomba dell’arcivescovo. Che aveva comunque clamorosamente delegittimato in vita nel maggio 1979 in Vaticano intimandogli che “doveva in qualche modo dialogare con quel governo”.

Quel tragico viaggio nell’istmo centroamericano, preparato anche con Ratzinger, culminò in Guatemala con il generale/reverendo Rios Montt che lo accolse all’aeroporto con tutti gli onori (per non parlare dell’apparizione di Wojtyla in Cile, quattro anni più tardi, al fianco del dittatore Pinochet).

All’indomani della caduta del Muro di Berlino Giovanni Paolo II rivolse finalmente le sue attenzioni all’unico sistema rimasto, quello del libero mercato retto dal “dio denaro”. Ma da allora nessuno gli fece più caso (vedi invasione dell’Iraq).

Cercò pure di recuperare in qualche modo l’America Latina chiedendo l’aiuto e promuovendo figure più aperte come Jorge Bergoglio e l’honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga. Col cardinale Ratzinger almeno formalmente più dialogante anche con figure come il teologo Gutierrez. Ma ormai era troppo tardi.

Basti dire che oggi, per esempio nel gigante Brasile, i seguaci del fondamentalismo religioso (nonché “bolsonaristi”) superano quasi in numero i cattolici. Da ultimo è giunto il subentro sul soglio di Roma di un Benedetto XVI “addolcito” quanto geopoliticamente algido. Incorso pure in qualche infelice scivolone sui temi da lui ritenuti prioritari: come la “lezione” di Ratisbona, o la riabilitazione dei “lefebreviani” e della messa in latino (con i fedeli alle spalle del celebrante). Tuttavia si è salvato in qualche modo con l’ultimo atto da pontefice: le dimissioni.

Chissà, dopo lo scoppio del Vatileaks, comprese che da sapiente studioso e spiritualista quale era non avrebbe potuto mettere mano alle riforme in quel vespaio che era la curia vaticana. E così è finito col campare più da emerito che da papa, chiuso in un relativo silenzio ma pur sempre continuando a fare da ingombrante riferimento degli esponenti ed apparati tradizionalisti del cattolicesimo.

Solo il suo fedelissimo assistente Georg Gaenswein si avventurò in qualche isolata quanto maligna forzatura. Anche se almeno a lui tocca riconoscere di aver rotto per primo la fitta coltre d’ipocrisia incombente sul lutto papale evocando da subito (dalla sua prospettiva) “i diavoli che circolano” nella Santa Sede.

Que descanse en paz dunque e comunque Benedetto Ratzinger, si direbbe oltre Atlantico; in quello che non poteva che essere il sepolcro occupato da papa Wojtyla prima di essere proclamato “santo”. Se intendeva combattere il relativismo con una rassicurante fede nel solo aldilà, al contrario avrà contribuito a rinsaldare il processo di secolarizzazione e decadenza della Chiesa Cattolica, con il conseguente svuotamento dei templi.

Mentre Francesco, unico “vicario di Cristo” rimasto, tenta, contra viento y marea si proferirebbe ancora laggiù, di risalire la china di quel visionario Concilio dell’“anche di qua”, eretto da due Papi e demolito dai loro due successori.

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01/03/2016

Romero e la teologia dlela liberazione: non chiamatelo marxista

La storia latinoamericana si intreccia con le vite dei tanti sacerdoti che, dai tempi della colonizzazione a oggi, hanno condiviso la sorte delle centinaia di migliaia di indigeni, contadini, operai e militanti sindacali e politici trucidati dai conquistatori prima, dalle milizie private e dalle soldataglie dei regimi militari con la “consulenza” nordamericana poi. Ciò non significa che la Chiesa del subcontinente si sia sempre e univocamente schierata a fianco dei poveri e degli oppressi: accanto ai teologi della Liberazione, e ai religiosi che sono arrivati a impugnare le armi (come fa nella fiction il protagonista del film “Mission”, o come fece nella vita reale Camillo Torres), ci sono quelli che si sono resi complici degli orrori perpetrati dai generali argentini e da Pinochet, così come ci sono gli innumerevoli emuli di Don Abbondio che, per paura o per quieto vivere, si sono tenuti fuori dalla mischia. Ma si può essere cristiani restando “neutrali” in Paesi segnati da contraddizioni e conflitti così radicali?

A giudicare dall’esempio del vescovo salvadoregno Romero, assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava messa nel 1980, e oggi venerato come beato, la risposta non può che essere negativa. Fra le suggestioni che emergono dal suo profilo biografico (“Oscar Arnulfo Romero. Beato fra i poveri”, Edizioni Clichy), curato da Geraldina Colotti (redattrice de "il manifesto”, nonché ex brigatista e autrice di un libro, “Talpe a Caracas”, sulla rivoluzione venezuelana), quella più netta è il rifiuto di ogni atteggiamento di “neutralità” di fronte alla lotta fra oppressi e oppressori. Un punto di vista che Romero ha maturato nell’ultima parte della vita. Già esponente di una Chiesa moderata e critica nei confronti degli “eccessi” della teologia della liberazione, il vescovo imbocca un percorso di “conversione” che giunge a compimento dopo l’assassinio di un suo amico sacerdote da parte degli sgherri del regime salvadoregno. Conversione che lo condurrà a sua volta al martirio perché, da quel momento, non cesserà di denunciare l’ingiustizia con parole che ne decreteranno la condanna a morte.

Basta leggere le citazioni dalle sue omelie nell’ultima parte del libro, per capire perché “dovevano” tappargli la bocca: “Una vera conversione cristiana oggi deve scoprire i meccanismi sociali che rendono un emarginato l’operaio o il contadino”; “Per le persone che non sono disposte a convertirsi la missione della Chiesa è sovversiva”;  “Nessun soldato è tenuto a ubbidire a un ordine contrario alla legge di Dio”; “Quando una dittatura lede gravemente i diritti umani (…) allora la Chiesa parla del legittimo diritto alla violenza insurrezionale”. Ce n’è abbastanza per “giustificare” l’esecuzione, preceduta, come racconta Colotti nella sua ricostruzione, da una campagna sistematica per screditare e isolare Romero in quanto marxista (“Sono gli interessi acquisiti a cercare di far passare per marxista l’azione della Chiesa quando questa ricorda i più elementari diritti dell’uomo”, scriveva il vescovo).

Ma se non era marxista, Romero non simpatizzava almeno con le loro idee? Domanda di assoluta attualità, dopo che l’ultima enciclica di papa Bergoglio gli ha procurato analoghe accuse da parte dei reazionari di tutto il mondo. Ma la risposta è no. Come spiega Colotti, e come le stesse parole di Romero confermano, il vescovo ha sfiorato il limite di una visione rivoluzionaria senza mai oltrepassarlo, perché la sua condanna nei confronti dei potenti non nasce da considerazioni sociologico politiche ma etico religiose: se il cristiano vede un’ingiustizia intollerabile non può tacere, né astenersi dal tentativo di cambiare le cose. Perché il profeta “Deve parlare anche quando sa che non lo ascoltano” e perché sa anche che la parola rimane e “rimarrà nei cuori che avranno voluto accoglierla”. Analogamente, quando papa Bergoglio riscopre toni profetici cui la Chiesa europea ci aveva disabituato (“chi costruisce muri e non ponti non è cristiano”) non chiamatelo marxista, perché fareste torto sia a lui che a noi marxisti: è vero che su certi problemi diciamo cose simili, ma le diciamo con motivazioni diverse e pensiamo a soluzioni diverse.

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