Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/02/2025

Marco D’Eramo tra i terroni d’America

“Gli storici del futuro si chiederanno perché un paese che solo dodici anni prima aveva rieletto un presidente di colore, giovane, (Barack Obama), si trovasse solo dodici anni dopo incastrato nella scelta tra due vegliardi, uno che rasentava il fascismo (Donald Trump) e l’altro in bilico sull’alzheimer (Joe Biden).” Le parole con cui Marco D’Eramo apre il suo ultimo lavoro, I terroni dell’Impero – Viaggio nel profondo Sud degli Stati Uniti, precedono il colpo di scena che ha rimescolato la corsa alle presidenziali. Intanto, uno dei vegliardi ha gettato la spugna e una donna, di origini indiane e afroamericane, si è fatta strada. L’interrogativo rimane però di stretta attualità.

Come succede che l’America di Obama, il paese che annunciava il luminoso avvento della società post-razziale, ancora una volta è sull’orlo di una convulsione democratica – stretta fra razzismi, violenza e il richiamo viscerale del nativismo? “La risposta, per quanto paradossale, è: era successo proprio che nel 2008 il paese aveva eletto un presidente di colore, per la prima volta nei 234 anni della sua storia” suggerisce D’Eramo. “Con il suo ingresso nella Casa Bianca, Obama sdoganò il razzismo che era stato celato, sotterrato come un’ascia di guerra, dopo la vittoria dei movimenti per i diritti civili negli anni Sessanta del secolo scorso. ‘Come potete dire che siamo razzisti se abbiamo eletto un presidente nero?’, fu da allora l’implicito sottotesto di ogni violenza poliziesca nei confronti degli afroamericani. Violenze che infatti si moltiplicarono a dismisura dopo il 2008, e ancor più dopo il 2012, con il secondo mandato di Obama”.

I terroni dell’Impero (Marietti 1820,‎ 288 pp.) regala un affondo appassionante nella coscienza del Paese e nel retaggio della sua storia. Le cronache che compongono il libro risalgono, con la sola eccezione della sezione dedicata all’uragano Katrina del 2005, a quattro viaggi compiuti nel 1993, 2003, 2004 e 2005 nel Sud degli Stati Uniti. Alcune erano state riscritte e rielaborate per la Manifestolibri nel volume Via dal vento (2004) e tornano in quest’edizione riviste e aggiornate da una nuova introduzione con un titolo che è un deliberato pugno nello stomaco. 

L’obiettivo, scrive D’Eramo, è introdurre uno spaesamento. “‘Terrone’ è categoria che in Italia non viene attribuita a un paese così moderno e mitico come gli Stati Uniti. Ma a torto. Sotto alcuni aspetti, terrone è la categoria universale della condiscendenza con cui il nord mentale guarda al sud psichico”. “Terroni dell’Impero – continua – vuol dire che anche gli Stati Uniti sono minati da una questione meridionale. Anzi, la questione è così acuta che secondo molti osservatori è la scissione interna – e non una minaccia esterna, cinese o russa che sia – a costituire il maggior pericolo per l’Impero americano.”

Giornalista e scrittore, Marco D’Eramo ha lavorato per Paese Sera, Mondoperaio, Il manifesto ed è autore, tra l’altro, di Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro (1995, Feltrinelli), Il selfie del mondo (2017) e Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi (2020). Armato di una scrittura graffiante e una robusta dose di curiosità, in queste pagine attraversa gli stati un tempo parte della Confederazione sudista, dalla Virginia alla Florida e dall’Atlantico al Texas. Fra parchi a tema, campagne e grattacieli, incontra attivisti, artisti, sindacalisti, gente qualunque e il meridione degli Stati Uniti gli appare impenetrabile come di fatto è per il resto del paese.

La sufficienza mista a disprezzo con cui gli americani considerano il Sud non è un mistero. Per conferma, basta rivolgersi a Hollywood dove da tempo immemorabile l’accento del Sud è sinonimo di campagnolo, rozzo, ignorante. Nell’immaginario collettivo l’immensa regione sotto la linea Mason Dixon, che un tempo separava gli stati schiavisti dagli altri, è arretrata, intollerante, razzista. Il simbolo di un passato che si preferisce rimuovere. Una spaventosa terra di nessuno.

Le devastazioni climatiche e il micidiale inquinamento che a Sud falcidiano in primis le comunità afroamericane passano dunque nell’indifferenza generale (l’inglese Guardian riserva al tema una copertura migliore di tanta stampa americana). E così le contorsioni sempre più estremiste e bigotte della politica o le immense contraddizioni di politiche industriali che in quest’area hanno creato una nuova classe di poveri e sfruttati.

L’esplorazione di Marco D’Eramo non lascia spazio all’ottimismo. “Le città americane cambiano a un ritmo inconcepibile a un occhio europeo, ma se il paesaggio muta fulmineo, le strutture mentali, i comportamenti, i riflessi sociali si mantengono con una stupefacente costanza, soprattutto nei due tratti salienti che fanno di questo sud davvero il ‘cuore di tenebra’ dell’America, e cioè il razzismo più spietato di una nazione così razzista che ancora oggi non se lo riconosce, e il bigottismo più fondamentalista di una nazione letteralmente fondata dall’integralismo”. “Così, nel suo razzismo bigotto, quel passato di venti anni fa si presenta come un presente storico, in senso grammaticale: è il presente storico di un’antropologia che guardando l’allora chiarisce il dopo”.

L’elezione di Trump ha rilanciato quest’impasto di passato e presente all’attenzione del mondo. I media, negli Stati Uniti come in Europa, ne sono rimasti spiazzati e ne hanno parlato come di una perversione della democrazia. Per chi come me vive nel profondo Sud è stato invece l’esito inevitabile di una cultura intrisa di conservatorismo, pregiudizi, religiosità dove orgoglio, povertà e voglia di riscatto spesso vanno a braccetto. Imputare la ripresa dei suprematismi a Trump o al movimento MAGA è troppo facile perché non siamo davanti a un anacronismo né tanto meno un accidente della Storia. Scrive D’Eramo, “Proprio quando l’elezione di Obama sembrava aver sancito – dopo solo 143 anni – la sconfitta degli schiavisti stati confederati, proprio allora l’America ‘profonda’, e inconfessata, risollevava la testa. ‘Nel 1865 il sud perse la guerra civile, ma un secolo e mezzo dopo ha vinto la pace’, è una delle battute più frequenti negli Stati Uniti: il baratro tra il 2012 e il 2024 ci racconta semplicemente che, per usare un concetto gramsciano, il sud è diventato egemone”.

A rendere ancora più intrigante la questione, il trionfale ritorno dello stesso Obama sotto i riflettori della politica al fianco di Harris nelle battute finali della sfida elettorale. Per un pugno di giorni, mentre Michelle e Barack salivano di nuovo alla ribalta, è stato bello sognare che la coalizione di quel tempo potesse riprendere fiato e rilanciare una generosa promessa di futuro. Il delicato tessuto di alleanze su cui si reggeva la presidenza Obama appare però irripetibile: l’America sta cambiando pelle e così i due maggiori partiti.

L’ultimo decennio ha segnato una serie di svolte senza ritorno. La pandemia, la crisi economica e la deindustrializzazione hanno lasciato il segno. E mentre gli equilibri si riconfigurano, l’immigrazione, che negli anni della presidenza Biden ha sfiorato livelli record, ha messo l’intero Paese davanti allo specchio. Il risultato finale ha scompigliato parecchie certezze. I pullmann carichi di immigrati spediti verso Nord dal governatore del Texas Greg Abbott, che avevano fatto gridare allo scandalo e alla disumanità, si sono rivelati un gesto decisivo. L’immigrazione, fino allora considerata un problema degli stati a Sud, è diventata una questione nazionale e il corredo delle buone intenzioni è finito gambe all’aria.

Chi immaginava che a lanciare l’allarme per il massiccio afflusso di immigrati fosse una delle stelle nascenti del Partito democratico, il sindaco nero di New York Eric Adams (subito dopo è finito sotto inchiesta, ma è tutta un’altra storia)? E chi poteva immaginare che la nuova rivolta contro gli immigrati partisse dalle comunità del New Jersey, luogo natio di Philip Roth e del working class hero Bruce Springsteen?

Dal Sud arretrato e repubblicano ci si aspetta di tutto. E dai bandi all’aborto ai Dieci comandamenti nelle aule, poco o nulla ci è stato risparmiato in questi anni. Ma il Nord? Cosa succede? Vale per gli immigrati come per gli homeless, sgomberati a forza dagli accampamenti in strada – tende, coperte e abiti gettati nella spazzatura o ammassati in improbabili magazzini. È successo a New Orleans, in Louisiana, per ripulire l’area del Superdome prima del concerto di Taylor Swift. Ma che accada a San Francisco, Los Angeles, Portland, negli stati più progressisti, colti e sofisticati di America, lascia l’amaro in bocca.

In questa chiave, il grande valore delle pagine di Marco D’Eramo è nelle domande che accendono alla luce dell’attualità. La categoria del razzismo/bigottismo è sufficiente a giustificare l’ascesa di Trump e del movimento Maga? Perché la working class bianca sta in parte migrando verso i repubblicani e professionisti e diplomati si spostano verso i democratici? E la spaccatura in atto nell’elettorato considerato per eccellenza democratico – i Latinos e gli afroamericani? Qual è il ruolo della scena culturale afroamericana esplosa a Sud nell’ultimo decennio? E l’influsso del climate change che da tempo flagella il meridione d’America? Il ritorno sulla scena di Obama a suo modo è una risposta. E non è incoraggiante. La società post-razziale è durata un battito di ciglia o forse l’abbiamo solo sognata. Il passato non se n’è mai andato e non lo farà domani. I viaggi di D’Eramo però confermano che la via è ripartire dall’America e dalle sue periferie dove ancora si celano le sue ragioni, le sue oscurità e la profonda vitalità della sua gente.

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30/01/2023

Joseph Ratzinger. L’eredità del “pastore tedesco”

A neppure tre settimane dal commiato del “pastore tedesco” (per parafrasare una storica copertina de il manifesto di quando fu eletto papa) è uscito, per sua volontà postumo, quasi volesse continuare a incombere sul suo successore, il primo libro di Joseph Ratzinger scritto da emerito: “Che cos'è il Cristianesimo”.

Neanche il tempo dunque di iniziare a sedimentare le reazioni di quel momento, con l’inesorabile coro di condoglianze, sentite come pure di circostanza. Che si sono incentrate soprattutto sull’intellettuale e il teologo forbito, ricordato nella sua lunga vita per il pontificato e il “mite” decennio da ritirato.

Sono però stati in pochi a risalire agli anni precedenti e a parlare di lui quale conservatore. Anzi, di più: un reazionario che da inquisitore dell’infinito papato (27 anni) di Karol Wojtyla (in quanto suo prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede) contribuì nella decade degli ’80 ad affossare la Teología de la Liberación latinoamericana, che altro non era che l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II.

Con al centro l’“opzione preferenziale per i poveri” e quelle “comunità ecclesiali di base” che intendevano ribaltare il secolare oppressivo schema coloniale (oligarchia versus peones) iniziato (a suon di “cappa e spada”) con la conquista.

Non fu un caso che ad aprire la II Conferenza dell’Episcopato latinoamericano a Medellin (Colombia) nell’agosto 1968 sia stato Paolo VI in persona, nel suo unico viaggio in America Latina (e mentre era in corso l’invasione sovietica della Cecoslovacchia).

Altrettanto precisa per tempismo fu la prima missione all’estero di Giovanni Paolo II nel gennaio 1979 a Puebla (Messico) due mesi dopo la sua elezione per, al contrario, arginare le conclusioni della III Conferenza di quei vescovi che avrebbero ratificato i contenuti e gli sviluppi della precedente. Come a dire che il destino del Concilio si giocò in gran parte proprio in America Latina.

Fu subito dopo che il Papa polacco reclutò l’ex arcivescovo di Monaco (diocesi successivamente assurta anch’essa alle cronache per la pedofilia) a capo del Sant’Uffizio, con l’obiettivo di affossare le aperture di quel Concilio ispirato da Giovanni XXIII (e attuato fin dove possibile da papa Montini) all’insegna di un ecumenismo che doveva essere aperto a tutti “gli uomini (e aggiungerebbe oggi papa Francesco “le donne”) di buona volontà”.

Senza parlare poi di quella nuova visione circolare e sinodale della Chiesa che il papa polacco ignorò, mantenendo il centralismo piramidale romano. Non che ci siano stati veti o abiure formali naturalmente. Salvo adottare quel mellifluo linguaggio frequente nel mondo ecclesiastico di cui Ratzinger era specialista: assumere (eventualmente) nella forma per non praticare nella sostanza.

L’asse Reagan-Woytila

Al contempo, nel subcontinente più cristiano-cattolico del pianeta, con quell’operazione venne spianata (forse pure inconsapevolmente) la strada al piano neoliberista di Ronald Reagan che contemplava fra le altre cose l’espansione delle sette evangeliche. Che già agli inizi degli anni ’80 annoveravano in Guatemala il generale golpista Efraín Ríos Montt, primo genocida delle popolazioni maya, e al contempo pastore della Iglesia del Verbo (mentre suo fratello Mario era vescovo cattolico).

Del resto risale ancora al 1969 il rapporto che Nelson Rockefeller consegnò al presidente Nixon al termine di una sua lunga missione oltre il Rio Bravo, dove lo allertava che, se non fermata, quella “sovversiva” teologia della liberazione avrebbe messo in pericolo alla radice l’imperiale dottrina Monroe dell’“America agli americani” (ristretti agli statunitensi).

Rapporto cui seguirono negli anni ’80 i due noti Documenti di Santa Fe redatti da ultraconservatori, dove per l’appunto si auspicavano investimenti milionari per la penetrazione dei predicatori fondamentalisti.

Ma almeno al Papa polacco si poteva concedere l’attenuante di provenire da un paese a “socialismo reale” e di essere di conseguenza attratto dalla sponda occidentale più conservatrice della “guerra fredda”. Che significava pure diffidare delle evoluzioni teologiche del Centro e Sudamerica con parvenze (spesso strumentali) di marxismo.

Così che “sua santità” si lasciò da subito influenzare dalla parte di vescovi latinoamericani (in testa il colombiano Lopez Trujillo e il peruviano Juan Luis Cipriani) che, sotto l’abile regia dell’Opus Dei, intendevano resistere in quanto storico braccio ecclesiastico (al fianco di quello militare) delle oligarchie locali.

Al Cardinale Ratzinger il compito di istruire le censure e le contestazioni a teologi come il peruviano Gustavo Gutierrez o i brasiliani Clodovis e Leonardo Boff (ma anche in Europa il coetaneo svizzero/tedesco Hans Küng e lo spagnolo José Maria Castillo).

Per non parlare del Padre gesuita basco Jon Sobrino, trapiantatosi in El Salvador, particolarmente preso di mira dal cardinale Joseph per i suoi scritti che umanizzavano eccessivamente la figura di Gesù di Nazareth, come a sostenere che se lui era “il figlio di dio” allora lo erano allo stesso modo tutti gli altri essere umani.

Sobrino era particolarmente vicino all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, assassinato dagli squadroni della morte nel 1980 mentre celebrava messa, e la cui canonizzazione fu sbarrata per decenni dall’accoppiata papale polacco-tedesca. Fino all’insediamento sul soglio di Pietro dell’argentino Bergoglio che nel 2018 poté convertirlo in San Romero de America.

Guarda caso anche qui in coppia con Paolo VI che era stato l’unico papa a sostenere mons. Romero in vita. Così come nel 2014 Francesco, insieme alla precipitosa canonizzazione di Wojtyla, pretese, in contemporanea, anche quella di papa Roncalli.

Non poteva del resto che toccare al primo pontefice latinoamericano riabilitare pure, poco prima che morissero, i due sacerdoti-ministri del governo rivoluzionario sandinista Miguel d’Escoto (agli esteri) ed Ernesto Cardenal (alla cultura) sospesi a divinis all’indomani del viaggio di Wojtyla in Nicaragua quel fatidico venerdì 4 di marzo del 1983 (noi eravamo lì) quando fu clamorosamente contestato in piazza a Managua durante la messa. Evento poi rimosso per sempre dai resoconti dei decenni successivi.

L’ombra di Romero

Mentre il seguente 6 marzo, in El Salvador in piena guerra civile, fu ricevuto dal mandante dell’uccisione di Romero, l’ex maggiore Roberto D’Aubuisson (allora presidente del parlamento); non senza aver voluto almeno prima (rompendo il protocollo) inginocchiarsi sulla tomba dell’arcivescovo. Che aveva comunque clamorosamente delegittimato in vita nel maggio 1979 in Vaticano intimandogli che “doveva in qualche modo dialogare con quel governo”.

Quel tragico viaggio nell’istmo centroamericano, preparato anche con Ratzinger, culminò in Guatemala con il generale/reverendo Rios Montt che lo accolse all’aeroporto con tutti gli onori (per non parlare dell’apparizione di Wojtyla in Cile, quattro anni più tardi, al fianco del dittatore Pinochet).

All’indomani della caduta del Muro di Berlino Giovanni Paolo II rivolse finalmente le sue attenzioni all’unico sistema rimasto, quello del libero mercato retto dal “dio denaro”. Ma da allora nessuno gli fece più caso (vedi invasione dell’Iraq).

Cercò pure di recuperare in qualche modo l’America Latina chiedendo l’aiuto e promuovendo figure più aperte come Jorge Bergoglio e l’honduregno Óscar Rodríguez Maradiaga. Col cardinale Ratzinger almeno formalmente più dialogante anche con figure come il teologo Gutierrez. Ma ormai era troppo tardi.

Basti dire che oggi, per esempio nel gigante Brasile, i seguaci del fondamentalismo religioso (nonché “bolsonaristi”) superano quasi in numero i cattolici. Da ultimo è giunto il subentro sul soglio di Roma di un Benedetto XVI “addolcito” quanto geopoliticamente algido. Incorso pure in qualche infelice scivolone sui temi da lui ritenuti prioritari: come la “lezione” di Ratisbona, o la riabilitazione dei “lefebreviani” e della messa in latino (con i fedeli alle spalle del celebrante). Tuttavia si è salvato in qualche modo con l’ultimo atto da pontefice: le dimissioni.

Chissà, dopo lo scoppio del Vatileaks, comprese che da sapiente studioso e spiritualista quale era non avrebbe potuto mettere mano alle riforme in quel vespaio che era la curia vaticana. E così è finito col campare più da emerito che da papa, chiuso in un relativo silenzio ma pur sempre continuando a fare da ingombrante riferimento degli esponenti ed apparati tradizionalisti del cattolicesimo.

Solo il suo fedelissimo assistente Georg Gaenswein si avventurò in qualche isolata quanto maligna forzatura. Anche se almeno a lui tocca riconoscere di aver rotto per primo la fitta coltre d’ipocrisia incombente sul lutto papale evocando da subito (dalla sua prospettiva) “i diavoli che circolano” nella Santa Sede.

Que descanse en paz dunque e comunque Benedetto Ratzinger, si direbbe oltre Atlantico; in quello che non poteva che essere il sepolcro occupato da papa Wojtyla prima di essere proclamato “santo”. Se intendeva combattere il relativismo con una rassicurante fede nel solo aldilà, al contrario avrà contribuito a rinsaldare il processo di secolarizzazione e decadenza della Chiesa Cattolica, con il conseguente svuotamento dei templi.

Mentre Francesco, unico “vicario di Cristo” rimasto, tenta, contra viento y marea si proferirebbe ancora laggiù, di risalire la china di quel visionario Concilio dell’“anche di qua”, eretto da due Papi e demolito dai loro due successori.

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29/08/2022

Brasile - Bolsonaro scatena “l’anima nera” del paese. Lula in vantaggio nei sondaggi

La campagna elettorale in Brasile è iniziata formalmente martedì 15 agosto con Lula che ha visitato lo stabilimento automobilistico della Volkswagen nella cintura industriale di San Paolo, dove ha ricordato le sue origini di leader metalmeccanico, mentre Bolsonaro ha scelto di ricandidarsi a Juiz de Fora, la città del Minas Gerais dove è stato accoltellato nel 2018, un mese prima delle elezioni che lo hanno portato alla presidenza.

Il clima politico si va facendo sempre più pesante nel principale paese dell’America Latina.

Il presidente brasiliano di ultradestra Jair Bolsonaro sta ricorrendo a tutti i mezzi possibili per ottenere la rielezione: dalla minaccia di ignorare i risultati elettorali se non gli saranno favorevoli, a un colpo di Stato, a un bombardamento permanente di fake news da parte dei social network e dei media, fino a scatenare una guerra religiosa da parte del governo e delle chiese pentecostali per impedire la vittoria dell’ex presidente progressista Luiz Inacio Lula da Silva.

I candidati alla presidenza saranno dodici, tra cui quattro donne: Simone Tebet, del Movimento Democratico Brasiliano; Vera Lúcia Salgado, del Partito Socialista Operaio Unificato; Soraya Thronicke, di Unione Brasile; e Sofia Manzano, candidata del Partito Comunista Brasiliano.

Tuttavia, i due grandi favoriti sono l’ex presidente progressista Luiz Inácio Lula da Silva del Partito de Trabjadores e l’attuale leader dell’ultradestra e neopentacostale Jair Bolsonaro, che martedì ha dato il via a un’accesa fase finale di campagna elettorale, in cui il governo sta investendo milioni di dollari. La campagna di Bolsonaro per la rielezione sta investendo nel pericoloso percorso di quella che viene definita “la Jihad di Bolsonaro”, la guerra religiosa, come parte della guerra totale condotta contro l’ex presidente Lula, afferma l’analista Jeferson Miola. Sabato 13, a Rio, Bolsonaro ha completato la sua undicesima partecipazione dell’anno alla Marcia per Gesù: un evento evangelico che si tiene ogni 20 giorni.

Nelle ultime settimane Bolsonaro ha ripreso le sue frequentazioni con i leader evangelici più settari, fondamentalisti e radicalizzati. La campagna di Bolsonaro ha anche intensificato la presenza del presidente e di sua moglie Michelle in cerimonie e funzioni evangeliche, in cui non mancano appelli incendiari.

La partecipazione di Bolsonaro alle attività evangeliche, così come alle lauree e alle decorazioni per la polizia e i militari, fa parte del suo programma principale. Questa singolare routine presidenziale funge da bussola che segnala la strategia della sua campagna.

Questa settimana è andato in onda un servizio sulla stazione radiofonica di Radio Globo sul come i pastori neopentecostali abbiano trasformato i culti in spazi di agitazione politica dove diffondono notizie false. Il più ripetuto è che ci sarà una massiccia chiusura di chiese se il “comunismo” vincerà con Lula.

Recenti sondaggi concordano sul fatto che il presidente di ultradestra ha con sé la maggioranza degli elettori evangelici, mentre Lula sta vincendo tra quelli cattolici.

L’agenzia Quaest ha pubblicato questa settimana un sondaggio in cui Lula ha il 45% delle intenzioni a livello generale contro il 33% del suo avversario in vista del primo turno del 2 ottobre, e in caso di ballottaggio l’ex presidente sarebbe eletto con il 51% contro il 38% di Bolsonaro. Ma lo stesso sondaggio avverte la crescita di Bolsonaro a Rio de Janeiro

Alcuni giorni fa è stato insediato il nuovo capo del tribunale elettorale, il giudice Alexandre de Moraes, sotto la cui giurisdizione si svolgeranno le elezioni in cui potranno votare 156 milioni di cittadini, un numero che supera le popolazioni di Messico e Venezuela messe insieme. Ma proprio contro de Moraes la destra sta montando una campagna demolitrice a causa di una inchiesta giudiziaria.

Il Supremo Tribunal Federal, il massimo organismo della giustizia del Paese, ha autorizzato le perquisizioni nelle case e il blocco ai profili social di otto imprenditori vicini al presidente Jair Bolsonaro. Gli uomini d’affari sono stati accusati di aver inneggiato a un possibile colpo di Stato per contrastare l’eventuale vittoria del leader dell’opposizione Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali, in programma il prossimo 2 ottobre, sulla base di alcune rivelazioni del quotidiano online Metrópoles.

L’azione della polizia federale ai danni degli imprenditori è stata infatti avviata dopo che il giornale ha reso pubbliche una serie di affermazioni che gli imprenditori si sono scambiati su un gruppo Whatsapp.

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13/11/2016

Madre Teresa, il dolore come business

La suora albanese era contraria perfino all’uso di antidolorifici per i malati terminali

Il 4 settembre scorso in Vaticano è stata santificata la suora albanese Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, più nota come Madre Teresa di Calcutta, morta nel 1997 all’età di 87 anni, una delle icone religiose più note a livello internazionale.

Secondo le regole della Chiesa cattolica, per la beatificazione occorre che il candidato sia stato autore di un miracolo documentato, e altrettanto avviene per la santificazione.

Nel caso di Madre Teresa si tratta in entrambi i casi di stupefacenti miracoli a distanza: era stata beatificata da Karol Wojtyla nel 2003 grazie alla guarigione di tale Monica Besra, una donna indiana che risolse improvvisamente una forma di tubercolosi dopo aver appoggiato sull’addome un’immagine della suora. In base a un’indagine condotta dal governo indiano, il presunto miracolo si è rivelato falso. La donna è stata guarita dalle medicine ricevute in un ospedale, e i medici della struttura dov’è stata curata hanno denunciato pressioni subite dalle suore per tacere.

Per la santificazione è stata invece omologata la guarigione di un brasiliano affetto da un’infezione cerebrale: la moglie avrebbe pregato con un santino di Madre Teresa nelle mani. Quest’anno il miracolato ha raccontato la sua esperienza al meeting di CL a Rimini.

Madre Teresa, trasferitasi in India appena diciottenne, fondò nel 1950 la congregazione delle “Missionarie della carità”, dirigendola con estremo autoritarismo, e due anni dopo aprì un piccolo ospedale da 40 posti letto, il Nirmal Hriday, destinato ai moribondi che venivano respinti dagli ospedali pubblici.

Per quanto possa essere sorprendente, vista l’incredibile quantità di donazioni ricevute, si tratta dell’unica struttura sanitaria costruita da Madre Teresa. Questo ospedale l’ha resa famosa in tutto il mondo, ma ha attirato durissime critiche, provenienti anche da fonti molto autorevoli, inerenti la sua gestione e il trattamento dei malati.

Piuttosto esplicito il settimanale tedesco Stern, che nel 1998 titolò “Madre Teresa, dove sono i tuoi milioni?” I soldi delle donazioni finivano di solito nella costruzione di nuovi conventi, che in genere non forniscono alcuna assistenza alla popolazione ma hanno solo un ruolo di proselitismo.

Le note riviste mediche “Lancet” e “British Medical Journal” hanno puntato l’indice sulle terapie praticate, giudicate assolutamente insufficienti ed inefficaci. Si parlava di scarsa professionalità, diagnosi molto superficiali, carenti condizioni igieniche, riutilizzo di aghi con pericolo di contagio, mancanza di acqua calda, pessima qualità del cibo: «Tra i malati incurabili finivano spesso anche poveracci che sarebbero potuti guarire con le cure appropriate, ma che finivano anche loro per morire a causa delle infezioni e dell’inedia».

Qualche giornalista addirittura ha paragonato i malati di Madre Teresa agli internati nei lager. E “Le Monde” scriveva: «La suorina albanese era interessata a promuovere i suoi disumani principi dottrinali su sventurati moribondi che finivano nel suo ospizio, destinati a non uscirne più e a morire nella sofferenza, giacché la missionaria non permetteva l’uso di antidolorifici”.

Madre Teresa si opponeva esplicitamente alle cure mediche: «Se accetti la sofferenza e la offri a Dio, ti darà gioia. La sofferenza è un grande dono di Dio. Il dolore avvicina a Gesù».

Lei probabilmente era già abbastanza vicina a Gesù, tanto è vero che quando ha avuto bisogno di cure non ha esitato a procurarsele in strutture private di alto livello situate all’estero, come la Mayo Clinic di Jacksonville (Florida).

Uno studio canadese del 2013 parlava di “metodo opinabile nella gestione dei malati, controversa gestione dell’enorme quantità di soldi ricevuti, strani agganci politici”.

Dal punto di vista politico, Madre Teresa si caratterizzava per un assoluto fondamentalismo, e considerava un tradimento le riforme del Concilio vaticano secondo. Ha sempre manifestato posizioni ultraconservatrici: contraria all’aborto, alla contraccezione e al divorzio. E naturalmente «L’Aids è semplicemente una giusta retribuzione per una condotta sessuale impropria».

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 119 (ottobre 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste


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30/11/2015

Colorado Springs: ogni religione ha il suo Isis

Colorado Springs, sparatoria nella clinica degli aborti: tre morti, undici feriti. Preso il killer. Un uomo armato ha fatto irruzione nella clinica e ha aperto il fuoco dalla finestra contro gli agenti; per ore ha tenuto in ostaggio decine di persone poi alla fine è stato catturato.

tratto da baruda.net


Una scelta nostra. Una scelta solo nostra
Nessuno che chiede ad intere comunità di “prendere le distanze”.
Nessuno che chiama questo fatto con il suo nome.
Nessuno che azzarda paralleli con le Brigate Rosse.
Un’attenzione e una delicatezza incredibile nello scegliere di non usare mai, mai, le parole terrorismo, fondamentalismo cattolico: non vedo chiari ed espliciti riferimenti ai “pro life”.

I veri esecutori di quello che non si può non definire un massacro, tentativo di una vera e propria carneficina.

Immaginate l’odore di pulito, i corridoi luminosi, i camici, le stanze e le salette d’attesa: immaginate infermieri ed utenti, medici e sale operatorie.

Immaginate poi un kalashnikov (sembra che sia questa l’arma utilizzata) e il suo indistinguibile suono, immaginate quel che è un corridoio di una clinica per il controllo delle nascite cosa diventi in pochi secondi.
Tra sangue, cadaveri, urla, fuggi fuggi, altri spari, altri morti e quasi una decina di feriti: il luogo di questo che sembra uno dei soliti deliri americani con spari all’impazzata chiarifica immediatamente la scena.

Il luogo non è stato scelto a caso perchè la Planned Parenthood è una struttura medica per il controllo delle nascite dove si praticano aborti, già presa di mira dai militanti pro-life nel passato.


Quindi un chiaro attacco alla donna, all’autodeterminazione, alla libertà di scelta: ma non è un bistrot parigino, il killer è “solo” un appartenente alla destra fondamentalista, vicino al Ku Klux Klan, non un barbuto islamico da cui milioni di persone si trovano costrette a “prender le distanze” solo perché appartenenti allo stesso credo.

8 dipendenti di cliniche dove si praticano aborti son stati uccisi negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, molte e molte di più son le donne che muoiono per praticare aborti clandestini anche nel nostro paese.

La guerra che le religioni combattono contro il corpo delle donne non ha diverse bandiere ma una sola: quella del patriarcato e quella di oggi è solo un’altra bella pagina di terrorismo cattolico mascherato da raptus.

29 novembre 2015

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