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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/09/2026

Soldati italiani feriti “sul fronte russo”, ma si sono sparati tra loro

Stavolta, a quanto pare, c’entrano poco sia la “guerra ibrida” che la Russia, ma l’episodio è significativo.

Il Ministero della Difesa ha infatti reso noto un incidente avvenuto nel tardo pomeriggio di venerdì in Lettonia, durante un’esercitazione a fuoco nell’area addestrativa di Ādaži.

Sono rimasti feriti quattro militari italiani dell’Esercito inviati in Lettonia, appartenenti all’11° Reggimento Bersaglieri e impegnati nell’ambito della missione NATO Forward Land Forces (FLF).

I soldati sono stati immediatamente soccorsi e trasferiti presso una struttura ospedaliera di Riga, dove sono tuttora sottoposti a cure e accertamenti. Secondo le prime informazioni, purtroppo uno dei quattro militari versa in condizioni più serie. In ogni caso nessuno risulta, al momento, in pericolo di vita.

Per quanto riguarda le cause dell’incidente, il Ministero della Difesa fa sapere che sono attualmente in corso di accertamento, ma conferma che l’episodio è avvenuto durante un’esercitazione militare.

Nello specifico, si tratta di un incidente legato a un’“arma da fuoco non automatizzata” installata su un veicolo militare italiano. In pratica, una raffica di mitragliatrice è partita accidentalmente da un veicolo corazzato Dardo manovrato da militari italiani e ha colpito un altro mezzo dello stesso tipo che lo precedeva con il portellone aperto, forse perché i militari stavano per scendere dal cingolato.

In Lettonia sono schierati circa 250 militari italiani della Brigata Garibaldi con mezzi blindati al seguito.

È utile rammentare che l’Italia è il paese europeo che ha più soldati impegnati all’estero in missioni militari. Il decreto che conferma questi impegni viene rinnovato – e confermato in modo bipartisan – tutti gli anni dal Parlamento e, indipendentemente dalla guerra in Ucraina, costa 1,48 miliardi di euro all’anno.

Più morti e feriti...

Fonte

23/05/2026

I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.

«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.

E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».

Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.

Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».

Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».

Gli risponde l’omologo tedesco Boris Pistorius, in visita a Zaporož’e: obiettivo della Germania è imparare dall’esperienza ucraina nella guerra coi droni e capire come accelerare e migliorare l’efficienza della loro produzione. Berlino e Kiev sono ora «partner strategici», ha detto il bellicista teutonico; «Possiamo trarre profitto dall’esperienza ucraina… non smetteremo di fornirvi lo stesso livello di supporto che vi abbiamo garantito in tutti questi anni. Ma ora dobbiamo capire come accelerare e migliorare l’efficienza nella produzione di droni».

Detto così, apertamente: ormai non si finge nemmeno più di essere fuori dalla guerra. Altrettanto platealmente, Fëdorov elogia la Germania, che «è il primo Paese al mondo per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina… Fornisce un supporto significativo nel settore della difesa aerea e delle forniture di artiglieria a lungo raggio, acquista droni ucraini per l’Ucraina e costruisce impianti di produzione congiunti».

E in un trasporto di comuni “ideali”, passati e presenti, Pistorius si sbraccia in un moto di orgoglio per il «mio Paese e il popolo tedesco, così prudente in materia di guerra e di esercito, data la nostra storia… abbiamo una responsabilità nei confronti delle persone di oggi e delle generazioni future, quando si tratta di sicurezza e della minaccia rappresentata dalla Russia… la minaccia esiste… Dobbiamo riconoscerlo. Altrimenti, non saremo in grado di affrontare la sfida e portare a termine la nostra missione».

Quella, cioè, di incrementare l’industria di guerra in preparazione dello scontro con la Russia.

Già un mese fa, l’ex deputato della Rada Oleg Tsarëv aveva detto che Kiev al momento non ha problemi con armi e soldi, dato che l’Europa ha completamente sostituito i rifornimenti USA: «lo vediamo al fronte. Se ci fosse carenza, la situazione sarebbe diversa».

Dei 90 miliardi stanziati, 60 andranno nell’acquisto di armi e si farà di tutto perché metà del prestito venga erogata rapidamente; se prima si fornivano a Kiev carri armati e attrezzature costose e facilmente distrutte, ora i soldi vanno in armi adatte «a un nuovo e più efficace tipo di guerra… Hanno intenzione di inondare l’Ucraina di armi. Queste joint venture che stanno avviando… beh, noi siamo stati così precisi nel colpire la produzione in Ucraina, che l’hanno trasferita in Europa».

«Nulla costringerà l’Europa a negoziare con la Russia in questo momento» dice il sociologo di Donetsk Evghenij Kopat’ko; la macchina bellica «è già in moto. L’Europa sta riarmando e modernizzando l’industria della difesa. I soldi per una guerra con la Russia ci sono e, con la linea del fronte praticamente ferma, l’Ucraina ha risorse economiche e umane sufficienti per resistere a lungo… Al ritmo attuale delle operazioni militari, l’Europa ha fondi sufficienti per finanziare l’Ucraina per molti anni».

Così che, dato che le aziende occidentali non fanno mistero del loro coinvolgimento diretto nella guerra contro la Russia, dovrebbero diventare obiettivi legittimi per attacchi di rappresaglia, afferma il politologo Vladimir Kornilov.

È il momento, dice, di domandarci se stiamo combattendo solo contro l’Ucraina o contro tutti questi “gruppi Palantir”: dobbiamo avvertirli che «hanno oltrepassato il limite che avevamo indicato. I nostri leader avevano avvertito che colpire in profondità la Russia e usare armi occidentali, avrebbe rappresentato il superamento di una linea rossa. Hanno oltrepassato quella linea e stanno testando fin dove possano spingersi. Finora, a mio avviso, non c’è stata una risposta adeguata, ma dovrà essere data».

Il rappresentante russo presso la OSCE, Dmitrij Poljanskij afferma infatti che nella società russa cresce la richiesta di azioni decise in risposta al coinvolgimento dei paesi UE nei bombardamenti del territorio russo: «Gli europei esagerano… cercano di mettere alla prova la nostra determinazione, di capire a che punto reagiremo. È un gioco molto pericoloso… non è un videogioco, una simulazione, ma una situazione seria. Noi teniamo aperta la porta per una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina, ma nessuno vuole ascoltarci. Ora c’è una forte richiesta pubblica di un’azione decisa, per dimostrare che la Russia è pronta a combattere».

Dunque, dato che la UE ha da tempo oltrepassato tutte le linee rosse, una guerra con essa è solo questione di tempo: «consiglierei di non mettere alla prova la nostra pazienza e moderazione. Il fatto che la NATO sia ora direttamente coinvolta nella guerra contro la Russia, fornendo spazio aereo ai droni ucraini e localizzando la produzione di droni e altri mezzi bellici sul proprio territorio, ci avvicina pericolosamente a questo conflitto».

Proprio ieri, l’intelligence estera russa ha diffuso una notizia secondo cui Kiev starebbe apprestando una serie di attacchi in profondità al territorio russo, servendosi dello spazio aereo lettone; in sostanza, non si limiterebbe a utilizzare i corridoi aerei messi a disposizione dai paesi baltici, intenderebbe lanciare droni direttamente dal loro territorio.

Quindi, dice Poljanskiij, solo una vittoria militare russa potrà far rinsavire i politici occidentali, distaccati dalla realtà: «Ci sono due scenari possibili. Il primo è che schiacciamo militarmente l’Ucraina. Credo che questo sia uno scenario molto verosimile. L’altro, che al momento sembra molto improbabile, è che l’Occidente, e in particolare i paesi europei, rinsaviscano e si rendano conto di essersi spinti troppo oltre… tutte le misure adottate finora dall’Occidente sono state a spese della Russia, senza tenere conto delle sue preoccupazioni…

Non ci sono diplomatici da parte europea disposti a fare ciò per cui siamo stati addestrati: riunirci, cercare soluzioni e proporle alle nostre capitali. Quelli con cui ho a che fare sono solo dei propagandisti che si limitano a diffondere le informazioni che il loro governo cerca di diffondere ovunque».

È così che il professor Serghej Karaganov, Presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa, in uno sterminato saggio pubblicato da La Russia nella politica globale, dal titolo “Guerra mondiale: la strada verso la vittoria”, afferma che una vera e propria guerra mondiale sia già iniziata e, da parte di Moskva, si tratti di adottare la conseguente strategia.

Il primo passo da compiere, dice, è la “siberizzazione” della Russia: il trasferimento del centro dello sviluppo ideologico, economico e politico nell’Asia russa. Dato che «l’Europa sta tornando “a se stessa” – fonte di guerre e altri problemi – uno spostamento verso Oriente e lo sviluppo della tecnologia militare sono necessari anche per ragioni strategico-militari… trasferendo alcune funzioni capitali alle città siberiane».

Questo, insieme a una modernizzazione delle politiche estera e della difesa; tanto più che «continuare con l’attuale mezza politica in Ucraina, che rischia di sfinire il paese, potrebbe minare la forza e lo spirito di rinascita della Russia».

Dunque, i colloqui per una tregua nello “spirito dell’Alaska” possono proseguire a livello tattico, ma «con la consapevolezza che la pace e lo sviluppo a lungo termine sono impossibili senza fermare il tentativo dell’Occidente di attuare una vendetta militare e politica storica».

In particolare, afferma lo storico, una conclusione vittoriosa dell’attuale conflitto in Ucraina, e ancor meno la prevenzione di un’escalation a livello termonucleare globale, è impossibile senza un significativo rafforzamento della politica di deterrenza nucleare: il potenziamento dei missili a medio e lungo raggio e di altri vettori «dovrebbe essere intensificato per dissuadere gli occidentali dal tentare di riconquistare la propria superiorità… Le armi nucleari, se impiegate in quantità ottimali e con la dottrina appropriata, rendono irraggiungibile la superiorità non nucleare e consentono di risparmiare risorse per le forze convenzionali.

I nostri “Burevestnik”, “Orešnik” e i sistemi di lancio ipersonici dovrebbero convincere il nemico della vacuità delle sue speranze di vittoria… L’obiettivo di potenziare e rendere più flessibili gli arsenali nucleari è ricordare a tutti che una grande potenza nucleare non può essere sconfitta attraverso una corsa agli armamenti non nucleari o una guerra convenzionale, nemmeno con i droni…

I potenziali avversari devono comprendere che una corsa agli armamenti è suicida per loro… La guerra coi droni, la guerra biologica e persino la guerra cognitivo-digitale devono essere prevenute e scoraggiate facendo sempre più affidamento su armi in grado di distruggere i responsabili di tali guerre».

È inoltre necessario accrescere la «credibilità della minaccia dell’uso di armi nucleari per risvegliare le società europee dal loro “parassitismo strategico”, ovvero dalla convinzione che la guerra non scoppierà, che “andrà tutto bene”. Bisogna restituire il senso di paura e di autoconservazione a coloro che hanno smarrito la strada e dimenticato le guerre e i crimini commessi dai loro paesi e popoli nei secoli passati».

Sono necessari diversi cambiamenti alla dottrina sull’uso delle armi nucleari. Affidarsi alla deterrenza nucleare è «essenziale per prevenire la guerra coi droni. La risposta deve essere devastante. Se, ad esempio, missili o droni venissero nuovamente lanciati dall’Ucraina e dai paesi limitrofi dopo possibili accordi di pace o persino una capitolazione, coloro che gestiscono i droni devono sapere che subiranno ritorsioni, anche nucleari».

È il momento di abbandonare l’assunto, che avvantaggia principalmente gli americani, secondo cui in una guerra nucleare «non ci possono essere vincitori e che l’uso di armi nucleari porterebbe inevitabilmente a un’escalation termonucleare globale. Dio non voglia che vengano usate armi nucleari. Persone innocenti moriranno e verrà distrutto il mito che ha salvato l’umanità, quello secondo cui l’uso di armi nucleari porterebbe a un Armageddon universale. Ma una guerra nucleare, soprattutto in un’Europa sovraffollata e moralmente debole, può essere vinta…

Ripeto: l’uso delle armi nucleari è un grave peccato. Ma, di fatto, astenersi dall’usarle non è meno grave, perché spiana la strada all’intensificarsi della guerra mondiale iniziata dall’Occidente… Dobbiamo vincere la guerra mondiale scatenata, indebolendo e respingendo i revanscisti… Alla Russia sono stati concessi vent’anni di pace. Ma ora siamo entrati in decenni di guerra e conflitto. Dobbiamo vincere, salvando noi stessi e l’umanità».

Nemmeno a farlo apposta, dal 19 al 21 maggio, sono in corso in Russia esercitazioni delle forze nucleari: vi sono impegnati circa 65.000 uomini e quasi ottomila mezzi delle forze missilistiche strategiche, flotte del Nord e del Pacifico, aviazione a lungo raggio.

Che importa; per i megafoni della guerra, attendati in via Solferino, importante è sbavare per «il giovane neoministro» che, nella Kiev nazigolpista, «toglie la giacca, indossa la felpa e diventa un manager» di «droni economici e sacrificabili»: al Corriere della Sera presentano davvero la guerra come fosse “un videogioco, una simulazione”.

D’altronde, da un secolo e mezzo sono avvezzi a glorificare guerre coloniali, fasciste e naziste. E quella dei banderisti non fa eccezione.

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18/03/2026

Il ritorno della leva militare in Europa e in Italia /1

Questo lavoro è parte di un’opera collettiva “Scuole e università di Pace. Fermiamo la follia della guerra. Atti II Convegno Nazionale” (Aracne editrice). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda e la terza parte in preparazione all’assemblea internazionale studentesca di Milano del 21 marzo contro la leva militare.

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Riflettere sui sistemi di reclutamento militare significa mettere a fuoco i rapporti sociali che si rispecchiano nella forma degli eserciti; quest’ultimi infatti storicamente assumono diverse modalità di reclutamento, di organizzazione, di addestramento e di impiego dettate non solo dalla tipologia di guerra nella quale saranno impegnati, ma anche dal legame che le classi dominanti stabiliscono con le masse dei subalterni.

Dopo la fine della guerra fredda la maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale ha abolito o sospeso la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa (oltretutto estremamente costosi), ma soldati professionisti e padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi. (1)

Ma a decenni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo e l’abolizione della leva è dunque ora un handicap per i guerrafondai.

Per questo in tutta Europa si torna a parlare con insistenza di reintroduzione della leva, un tema di stringente attualità, che per molti mesi è stato tenuto sottotraccia, ma che negli ultimi tempi è emerso con la centralità che sin dall’inizio avrebbe meritato.

In tale percorso le classi dominanti hanno oggi di fronte un grande problema politico strutturale: come riavvicinare cittadini abbandonati da trent’anni di neoliberismo a uno stato e a una “patria” che vengono percepiti a distanza siderale dai propri bisogni materiali e anzi sono diffusamente percepiti come nemici?

Le classi dominanti non possono e non vogliono mettere in discussione il neoliberismo che ha determinato il loro scollamento con le masse dei subalterni di cui oggi hanno bisogno per portare avanti la loro guerra; per questo stanno mettendo in atto una serie di strategie con obiettivi sia materiali che ideologici per recuperare consenso e nascondere come gli “interessi nazionali” siano in realtà precisi interessi di classe.

Quello che segue vuole essere un contributo alla comprensione di quanto si sta muovendo in Europa e in Italia sul ripristino della leva obbligatoria perché questo è senza ombra di dubbio l’obiettivo finale dei guerrafondai europei.

Conoscere le strategie che i governi stanno mettendo in campo per raggiungerlo è compito di coloro che alla guerra si oppongono e vogliono individuare percorsi che ostacolino il ritorno alla leva di massa. Cercherò inoltre di mostrare come il ritorno della leva sia legato a doppio filo con la militarizzazione delle scuole, un fenomeno che sempre di più si dimostra centrale e strutturale nell’orizzonte di guerra che si profila e d’altra parte la Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 “Invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” e inoltre chiede di “mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili” (2).

È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello Stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

La militarizzazione delle scuole è lo strumento più importante per arrivare al potenziamento degli eserciti ed è esattamente questo che sta accadendo in molti paesi d’Europa compreso il nostro.

Le classi dominanti sanno perfettamente che devono lavorare in profondità, a livello culturale e ideologico, per poter tornare all’obbligo militare di massa; non presenteranno mai il ritorno alla leva come un obbligo generalizzato e anche le recenti dichiarazioni del ministro Crosetto e della premier Meloni vanno in questa direzione: si andrà per gradi, si dichiarerà che nessuno ha intenzione di reintrodurre l’obbligo, si giurerà di voler solamente aumentare il numero dei volontari, ma intanto si porteranno avanti le strategie per raggiungere il l'obiettivo strutturale del ritorno alla leva obbligatoria perché è questo che richiede la nuova forma della guerra.

L’Ucraina e la forma della guerra

È noto che gli Stati Maggiori apprendono a fare la guerra dalla guerra stessa; e così all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina strateghi, industrie belliche e governi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di rivedere il modello di reclutamento.

È infatti la guerra in Ucraina che mostra al mondo in modo plateale come la forma della guerra è cambiata (3): non più le guerre asimmetriche che avevano caratterizzato la fase post caduta del muro di Berlino, ma una guerra simmetrica, che vede cioè una parità di forze militari in campo (quelle statunitensi/NATO/europee e quelle russe, oltre quelle cinesi, seppur ancora sullo sfondo); questo mutamento della forma della guerra implica nuove necessità rispetto all’organizzazione degli eserciti in campo: nelle guerre asimmetriche (dove la grande maggioranza delle vittime erano civili) erano centrali i top gun volontari e altamente addestrati a gestire la superiorità tecnologico militare delle forze in campo; nella guerra simmetrica, al contrario, è necessario un alto numero di uomini impegnati direttamente sul campo (e infatti in Ucraina il numero ormai enorme di morti è soprattutto militare).

La guerra in Ucraina, un conflitto che è tornato a terra e assume i contorni di una guerra di trincea, ha mostrato che oggi non si combatte più solamente sul vantaggio tecnologico (senz’altro ancora imprescindibile), ma anche sul numero di soldati impegnati sul campo.

Da qui la necessità di incrementare fortemente il numero degli effettivi, visto che i volontari non bastano più e le caserme sono piene di soldati in età non più utile al combattimento.

In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024. (4)

È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare la necessità di cui si sono fatti portatori praticamente tutti i governi d’Europa, i quali però non possono tornare tout court alla leva obbligatoria che incontrerebbe una forte ostilità da parte delle opinioni pubbliche; per questo le strategie che stanno mettendo in campo sono insieme subdole e intelligenti perché, benché il loro obiettivo oggi non dichiarabile sia senza dubbio il ritorno alla coscrizione di massa obbligatoria (5), l’intento è farlo con gradualità evitando la contrarietà della popolazione giovanile e dell’opinione pubblica in generale.

Da questo punto di vista si rivela particolarmente interessante analizzare i sistemi di reclutamento nei paesi europei che o non hanno mai abolito la coscrizione o l’hanno reintrodotta in tempi recenti.

Sono d’altra parte questi i modelli a cui esplicitamente guardano molti governi europei proprio perché essi hanno permesso di testare sul campo forme di reclutamento obbligatorio senza incontrare resistenze significative, superando così il principale ostacolo che i guerrafondai europei si trovano davanti.

Il modello scandinavo

In più paesi i ministri della difesa, quando annunciano la prospettiva di tornare alla leva, evocano il modello scandinavo; si tratta di paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca che, nel momento in cui quasi tutti i paesi europei abbandonavano l’obbligo, non hanno abolito la coscrizione (o come nel caso della Svezia, l’hanno reintrodotta dopo pochi anni); siamo di fronte cioè a modelli che hanno dimostrato concretamente la possibilità di obbligare i giovani a svolgere il servizio di leva senza che questo susciti forti opposizioni. Il meccanismo viene definito con l’ossimoro di “obbligo volontario” perché punta a incrementare il numero di arruolati facendo però percepire il meno possibile la sua obbligatorietà.

I sistemi dei tre paesi differiscono leggermente, ma ciò che qui interessa mettere a fuoco sono le loro caratteristiche comuni e gli obiettivi che essi si prefiggono. Un primo elemento, decisivo e peculiare al modello scandinavo, è che, pur sussistendo l’obbligo per l’intera popolazione, il numero dei giovani che vengono arruolati si riduce di fatto a percentuali minime; questo è reso possibile dai percorsi attraverso i quali si arriva alla coscrizione.

In Norvegia, dove la leva non è mai stata abolita (nel 2013 è stata estesa obbligatoriamente anche alle donne) tutti i cittadini al compimento del 18° anno ricevono un questionario da compilare in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate.

Di tutta l’annata di leva, in base alle risposte, viene selezionato circa il 30% che viene inserito in una seconda fase centrata su visite mediche e test attitudinali; a tutti viene attribuito un punteggio da 1 a 9 in base al quale viene selezionato circa il 15-18 % dell’intero anno di leva: sono questi i giovani che verranno effettivamente addestrati, ed essere selezionati tra quel 15-18% è motivo di prestigio. È indubbio che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti. (5)

Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito. (6)

La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita. Al termine del servizio le reclute potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici. 

In questi anni l’esercito norvegese non ha avuto bisogno di reclutare soldati oltre a coloro che volontariamente dichiarano di voler partecipare alla vita militare; questi numeri sono però destinati ad aumentare perché il governo norvegese ha recentemente stabilito un massiccio investimento nel settore della difesa (51 miliardi dal 2024 al 2036) che prevede non solo il potenziamento di tutti i sistemi d’arma, ma anche un ampliamento del numero di soldati. Quando questo diventerà realtà, lo stato ha già predisposto il meccanismo per selezionare anche i non volontari che dovranno andare a servire nell’esercito.

In Svezia la leva obbligatoria era stata abolita nel 2010 e ripristinata nel 2017 (anche per le donne) ispirandosi al modello norvegese: tutti i cittadini al 18° anno di età sono tenuti a compilare un questionario molto dettagliato in cui viene chiesto loro di esprimersi anche sulla possibilità di svolgere il servizio militare. Rispetto all’intera classe di leva si seleziona circa il 13% che dopo ulteriori selezioni scende al 7-8% che fino a 47 anni dovrà svolgere periodici periodi di richiamo. Anche in Svezia di fatto sono stati sinora sufficienti i volontari, ma le cose potrebbero cambiare di fronte alle nuove esigenze ed infatti anche la Svezia prevede di aumentare il numero di cittadini da arruolare che saranno già selezionati attraverso i risultati del questionario.

In Danimarca, dove il servizio di leva non è mai stato né abolito né sospeso, tutti i cittadini al 18° anno di età devono obbligatoriamente presenziare al “Giorno della Difesa” in cui vengono presentate le opportunità della carriera militare; tutti sono sottoposti a una visita medica attitudinale che li divide in tre categorie: abili, parzialmente abili o inabili; gli ultimi sono scartati, i primi due partecipano a una lotteria che assegna loro un numero (7): i primi 8.000 vengono addestrati (dando la precedenza ai volontari), gli altri in tempo di pace non saranno chiamati; di fatto in Danimarca per ogni annata di leva partecipano al servizio militare effettivo il 7-8%.

Va inoltre segnalato che nel gennaio 2024 è stata approvata una legge che entrerà in vigore nel 2026 la quale, oltre ad estendere l’obbligo anche alle donne, ha aumentato da 4 a 11 mesi il periodo dell’obbligo dopo il quale i militari sono assegnati a una riserva che può essere mobilitata in caso di necessità. Di fatto sinora, anche in Danimarca, è stato sufficiente addestrare solo coloro che abbiano espresso il desiderio di entrare nelle forze armate, ma il numero sembra destinato ad aumentare (si parla di triplicare il numero) e il risultato della lotteria permetterà di individuare i non volontari.

Come si vede le percentuali degli arruolati sono minoritarie (il 7-8% in Svezia e in Danimarca, il 15-18% in Norvegia) e probabilmente il più importante obiettivo di questi modelli di reclutamento è quello di frammentare e dividere il fronte del possibile dissenso: non tutti saranno arruolati, ma solo una bassa percentuale di coloro che sono valutati abili (tramite punteggi o sorteggi); in questo modo chi sarà escluso (e al momento sarà la maggioranza) non avrà motivo di solidarizzare con coloro che verranno obbligati a svolgere il servizio militare.

È certamente questo l’aspetto principale che porta i governi europei a guardare con tanto interesse al modello scandinavo: questi meccanismi permettono di riaprire, anche da un punto di vista culturale, la questione della leva, ma lo fanno in modo inizialmente leggero e dunque probabilmente sopportabile dalle opinioni pubbliche nazionali; quando il terreno sarà dissodato, sarà possibile procedere con l’estensione alla popolazione giovanile tutta.

Un secondo elemento comune del modello scandinavo, anche se in forme diverse, è la possibilità di optare per il servizio civile (8): anche questo è uno strumento a forte connotazione ideologica, che mira cioè ad allentare le resistenze all’obbligatorietà del servizio.

Ma è indispensabile mettere a fuoco l’intrinseco collegamento tra servizio civile contemporaneo e militarizzazione: non siamo più di fronte alla dimensione pacifista che assumeva un tempo la scelta dell’obiezione di coscienza, al contrario oggi esso è parte integrante e costituiva dei futuri scenari di guerra. È allora necessario a questo proposito avvicinare il concetto di “difesa totale”: si tratta di preparare l’intera società a mobilitarsi in caso di guerra e dunque ogni singolo cittadino deve essere in grado di gestire il “fronte”, ognuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società.

Un programma con finalità pratiche in caso di conflitto, ma anche di penetrazione ideologica: la guerra deve essere tenuta ben presente da tutti i cittadini in un futuro imminente e le giovani generazioni sono quelle maggiormente nel mirino, perché saranno soprattutto loro che dovranno mettersi a disposizione per i progetti dei guerrafondai. (9)

La separazione netta tra “militare” e “civile” viene così a cadere perché il servizio civile è inquadrato pienamente all’interno di un processo di militarizzazione totale della società e non può più essere concepito come “obiezione di coscienza”.

Da questo punto di vista occorre anche tenere presente come la strategia della difesa totale, più pertinente all’ambito militare, si sposi e si intersechi con quella di “resilienza”, un programma in ambito civile di fitta penetrazione ideologica tra le popolazioni europee che devono prepararsi alla guerra con kit di sopravvivenza fin dall’interno delle proprie case e soprattutto interiorizzare la propaganda dei guerrafondai europei. (10)

Ma l’elemento a mio avviso decisivo che accomuna i tre paesi è l’obbligo per i giovani dell’annata di leva di sottoporsi a un passaggio finalizzato a fare una schedatura completa della popolazione giovanile e a stilare liste in base alle caratteristiche individuali (fisiche, psicologiche, di competenze già acquisite, ecc.) ed è importante notare che è proprio a questo livello iniziale che si registrano le sanzioni più dure: chi non adempie a questo obbligo, infatti, subisce multe più o meno salate (da qualche centinaia di euro in Svezia ad un massimo di circa 2.000 euro in Norvegia) e, se recidivo, può anche essere punito con il carcere (da 3 a 6 mesi a seconda dei paesi); la polizia può inoltre costringere con la forza chi rifiuta di presentarsi o di compilare il questionario (in Svezia e Norvegia la polizia può, a norma di legge, “accompagnare” i giovani per quella che viene chiamata “compilazione assistita”).

È questa fase iniziale che si configura come un vero e proprio obbligo di leva: la mancata compilazione del questionario o la mancata presenza alla giornata dedicata alle forze armate viene considerata dalla normativa come un mancato adempimento alla coscrizione obbligatoria.

Sanzioni così pesanti a fronte di un obbligo in fondo marginale sono da valutare con attenzione: a cosa punta infatti questa schedatura di massa? Gli obiettivi sono sostanzialmente due: da una parte avere un uditorio il più ampio possibile per presentare tutti i vantaggi della carriera militare e dunque aumentare il numero dei volontari; dall’altro avere a disposizione i dati dell’intera popolazione che potranno tornare utili se e quando sarà necessario aumentare il numero degli effettivi.

Gli Stati maggiori stanno ponendo le basi per reggere una possibile mobilitazione di massa per la quale attualmente mancano sia dati che infrastrutture e la schedatura di massa è un passo in questa direzione.

Un altro aspetto altrettanto importante da tenere presente in questa riflessione è che l’elemento strutturale di questi eserciti “volontari-obbligatori” è l’istituzione o il potenziamento di una riserva ausiliaria, composta cioè principalmente da soldati con addestramento di base da utilizzare in tutti quei settori non direttamente coinvolti nelle prime linee. E la riserva ausiliaria ben si adatta a questo elemento di “obbligo leggero”: l’addestramento di base è generalmente molto più breve (qualche mese), richiede poi dei richiami periodici ancora più brevi e viene proposta come limitata nel tempo (l’obbligo al richiamo si limita a pochi anni dopo lo svolgimento dell’addestramento); sono queste tutte caratteristiche che potrebbero rendere più accettabile la reintroduzione dell’obbligo militare.

La riserva ausiliaria d’altra parte ben si sposa con il concetto di “difesa totale”: è proprio di questa “disponibilità leggera” di un numero ampio di cittadini che la forma contemporanea della guerra ha bisogno.

Tutti i meccanismi finora analizzati mirano pragmaticamente a obiettivi concreti (aumento degli effettivi e raccolta generalizzata di dati in vista di mobilitazioni di massa), ma insieme hanno una forte funzione ideologica che punta senza tentennamenti a “israelizzare” le società europee: non possono ovviamente contare su un obbligo di leva sul modello israeliano (tre anni per gli uomini e due per le donne, senza possibilità di obiezione di coscienza), ma provano a costruire la stessa pervasività che l’aspetto militare ha nella società israeliana; la ricaduta “formativa” di un servizio militare o di un servizio civile militarizzato, il dispiegamento della strategia della difesa totale e della resilienza alla popolazione puntano a costruire uomini e donne che non solo accettino la guerra, ma siano pronti a supportarla attivamente.

Da questo punto di vista occorre mettere a fuoco il ruolo centrale che in tutto questo gioca la militarizzazione delle scuole: anche nei paesi scandinavi assistiamo a interventi specifici dei governi nel settore dell’istruzione, che hanno implementato in anni recenti questo tipo di penetrazione in ambito educativo; è interessante annotare che i provvedimenti in ambito scolastico sono cronologicamente più recenti: su questo aspetto i paesi scandinavi non sono infatti il modello, ma anch’essi, al pari di molti altri paesi europei, hanno recentemente introdotto forme di educazione militare nelle scuole (11); ma di questo si discuterà più nel dettaglio affrontando l’analisi dei paesi baltici.

Credo che a questo punto sia chiaro il motivo per il quale il modello scandinavo è interessante per i paesi che pensano di reintrodurre la leva; molti sono gli aspetti su cui tale modello si basa: un questionario obbligatorio per legge, sanzioni pesanti per i “renitenti”, una schedatura completa di tutta la popolazione nell’ottica del suo futuro impiego per la “difesa totale”, la “libertà” di scegliere un servizio civile fortemente militarizzato e un potenziamento della riserva ausiliaria sono tutti elementi che hanno testato sul campo la possibilità di far “digerire” alle opinioni pubbliche un ritorno per il momento parziale della leva per poi arrivare, laddove ve ne fosse necessità, alla sua reintroduzione a livello di obbligo di massa.

Ed è senz’altro questo mix di volontarietà ed obbligo ad attrarre l’interesse dei governi europei e infatti i paesi che si sono recentemente mossi verso la reintroduzione della leva si sono ampiamente ispirati proprio al modello scandinavo.

I paesi baltici

È molto istruttivo analizzare cosa sta succedendo nei paesi baltici, perché si tratta di territori che sono intervenuti sui sistemi di reclutamento in tempi recenti e ci mostrano concretamente la strategia che stanno assumendo i guerrafondai quando decidono di legiferare sulla questione del reclutamento.

In questi territori la vicinanza geografica con la Russia alimenta il nazionalismo e la percezione del pericolo, elementi che portano ad un aumento degli arruolamenti. La tendenza a impostare leggi sul reclutamento ispirandosi al modello scandinavo è evidente: la riforma più recente è quella della Lettonia che aveva sospeso l’obbligatorietà nel 2007 (al momento del suo ingresso nella NATO) e l’ha reintrodotta nel 2023: la leva è obbligatoria per i maschi e, se i volontari non bastano, vengono sorteggiati con un sistema molto simile a quello della Danimarca; inoltre è sempre possibile scegliere il servizio civile che, secondo i principi della difesa totale, è dipendente dal ministero della difesa.

Ciò che è da annotare è che parallelamente e contemporaneamente ai processi di reintroduzione della leva, in Lettonia si interviene pesantemente sulla militarizzazione del sistema educativo: in questo paese infatti è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali); le ore sono state inserite in collegamento con educazione fisica e civica e tale obbligo ha come primo obiettivo, raggiunto, l’aumento dei volontari: le nuove generazioni vengono bombardate con le allettanti prospettive lavorative e, anche in chi non sceglierà le carriere militari, saranno istillati i valori della difesa; le scuole sono un terreno privilegiato per l’offensiva ideologica: intervenire sulle scuole significa infatti impattare per mezzo dei minori le famiglie e dunque la società tutta.

Nel febbraio 2015 la Lituania, che aveva abolito la leva nel 2008, ha deciso di reintrodurla allargandola anche alle donne, ma nel 2024 il parlamento lituano è intervenuto nuovamente inserendo l’obbligo di registrazione per i ragazzi di 17 anni e retrodatando la possibilità di rinvio a 22 anni (prima era fino a 26); inoltre è diventato obbligatorio per tutti presentarsi a visita medica, anche se solamente i sorteggiati (sul modello danese) saranno obbligati a svolgere il servizio militare o in alternativa quello civile che però, oltre ad essere gestito direttamente dal ministero della difesa, punitivamente dura tre mesi in più (successivamente tutti entreranno a far parte della riserva militare o di quella civile).

Nel 2024 anche il governo lituano è intervenuto pesantemente sulla militarizzazione delle scuole inserendo corsi di cultura militare (facoltativi, circa due ore la settimana con lezioni sia teoriche che pratiche come marce, uso delle mappe, tiro con armi ad aria compressa ecc.). 

Chi opta per questi corsi avrà vantaggi come ad esempio la riduzione del periodo di leva; il fatto di aver anticipato l’obbligo di iscrizione ai registri di leva a 17 anni ha reso più “naturale” il legame tra scuola e mondo della difesa. Si tratta dunque della trasposizione in ambito baltico del modello scandinavo, e va sottolineato con forza che i paesi che hanno reintrodotto la leva hanno agito a livello legislativo in perfetta contemporaneità verso la militarizzazione delle scuole: è questo infatti un elemento strutturale necessario al ripristino della leva ed è questo infatti che sta accadendo in Germania e in Polonia, due paesi in cui si sta alacremente lavorando per il ritorno della leva di massa.

Note

(1) È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

(2) Risoluzione parlamento europeo del 2 aprile 2025, articoli 164 e 167.

(3) In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024.

(4) È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare questo aspetto, dimenticando che i valori del mondo militare sono intrinsecamente machisti e patriarcali; è indubbio però che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti.

(5) Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito.

(6) La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita Al termine del servizio potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.

(7) Il sistema del sorteggio non è nuovo nei meccanismi di reclutamento: ne fece abbondante uso anche l’esercito regio all’indomani dell’Unità d’Italia, anche perché il nuovo stato non era ancora in grado di sostenere economicamente un esercito troppo numeroso; ma per ricordare uno degli esempi più famosi pensiamo al sistema della lotteria usato dagli USA per la guerra del Vietnam (il primo sorteggio avvenne in diretta televisiva il 1 dicembre 1969, ne esiste una traccia video in rete). Il sorteggio permette allo stato di risparmiare rispetto a un esercito di leva e insieme mostrare imparzialità nella scelta di chi sarà chiamato a combattere.

(8) In Danimarca se si è sorteggiati e non si vuole svolgere il servizio militare, è possibile optare per quello civile (solitamente più lungo: quello militare va da 4 a 12 mesi, quello civile da 8 a 12); è possibile anche svolgere il servizio militare non armato in compiti di logistica, amministrazione, sanità, ecc. In Norvegia è addirittura possibile, se selezionati, rifiutare sia il servizio militare che quello civile (lo stato si riserva però, in caso di necessità, di chiamare all’arruolamento in quanto da un punto di vista normativo l’obbligo sussiste). In Svezia sussiste l’obbligo di “difesa totale”, per cui tutti i cittadini devono prestare servizio allo stato (o sotto le armi o come servizio civile).

(9) Il concetto di difesa totale nasce nel secondo dopoguerra (a seguito dell’esperienza di “guerra totale” rappresentata dal secondo conflitto mondiale) in stati piccoli (Svizzera, Svezia, Finlandia, Israele) che prevedono, in virtù del basso numero di abitanti, la necessità di mobilitare l’intera società in caso di guerra. Il concetto di “difesa totale” si è poi allargato ed è diventato un elemento centrale nei programmi di riarmo europeo: si tratta di preparare le popolazioni a reggere lo shock di una guerra e portarle a continuare a sostenere le istituzioni e il sistema che l’hanno creata. La difesa totale non è solo un programma militare, ma anche politico perché mira a recuperare i subalterni intorno alle screditate istituzioni occidentali, coalizzandole contro il “nemico” per scaricare all’esterno le tensioni sociali e politiche che strutturalmente il neoliberismo ha creato.

(10) Si pensi a questo proposito all’opuscolo distribuito a tutte le famiglie in Svezia con istruzioni in caso di guerra; opuscoli simili sono già stati prodotti in altri paesi (Norvegia, Finlandia e Danimarca) e d’altra parte la Commissione Europea il 26 marzo 2025 ha richiesto a tutti gli stati membri di dotarsi di strumenti di questo tipo. La più recente dichiarazione del novembre 2025 è quella del ministro Crosetto contenuta nell’ “informale” documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva” in cui la necessità di portare attivamente la guerra nel cyberspazio diventa l’occasione per mettere a punto una propaganda capillare in base alla quale la postura delle masse subalterne europee verso la guerra e le proprie classi dirigenti sia dovuta non tanto alla macelleria sociale di decenni di feroce neoliberismo, ma alla propaganda dell’avversario. Questi documenti sono da attenzionare e studiare compiutamente perché prefigurano lo scenario propagandistico entro cui ci troveremo ad operare, ma non è possibile affrontare in questa sede questa analisi.

(11) In Svezia dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali il ruolo della difesa nazionale, diritto internazionale, ruolo della NATO, preparazione a crisi o guerra (tutto questo ovviamente porta con sé anche la necessità di formare i docenti per realizzare nelle aule questo cambiamento del curriculum scolastico). Anche in Norvegia e in Danimarca in tempi recenti i governi sono intervenuti sulle scuole; in Danimarca le norme di riferimento sono state approvate nel 2023, anche se al momento non sussiste obbligo, ma si registrano forti spinte da parte del ministero dell’istruzione a implementare questo tipo di corsi.

Note

13/07/2025

Lettonia - La repressione colpisce chi non si allinea al pensiero unico guerrafondaio

In un periodo storico in cui la guerra è diventata parte della realtà quotidiana, gli spazi per il dissenso vengono sempre meno e chiunque porti una prospettiva anche solo anti guerrafondaia diventa bersaglio della repressione.

Se questo è vero in Italia, lo è ancor di più per i Paesi Baltici, da tempo in prima fila nella retorica antirussa e che continuano a celebrare la memoria degli “eroi” collaborazionisti nazisti.

Infatti, una notizia allarmante giunge proprio dalla Lettonia. Un compagno, Vlad, studente universitario di nazionalità russa, residente a Riga da otto anni e attivo nel centro sociale Maiznica, ha ricevuto un decreto di espulsione dal Paese, sebbene non sia stato accusato di alcun reato in particolare.

La vicenda di Vlad, uno dei più attivi animatori dell’esperienza del Maiznica, è solo una parte della massiccia campagna repressiva messa in piedi dalle forze di sicurezza dello Stato lettone contro quella realtà, la cui attività è stata spiata per mesi, come avvenuto qui in Italia per Cambiare Rotta, il Cau e Potere al Popolo.

Tra i motivi che avrebbero portato Vlad ad essere attenzionato dalla polizia ci sarebbe, oltre alla cittadinanza russa, l’aver organizzato discussioni sul marxismo, che, secondo il teorema della polizia lettone, equivarrebbe ad un’apologia dell’Unione Sovietica e quindi ad essere schierati con la Russia di Putin.

Pertanto, la ripresa del pensiero marxista equivarrebbe ad un reato contro la sicurezza nazionale. In un clima che criminalizza in modo così esplicito le realtà sociali, l’esperienza del Maiznica, che si basa sull’antimperialismo, sull’anticolonialismo e su una socialità al di fuori delle logiche di mercato, diventa un bersaglio primario della repressione.

Dal 20 maggio Vlad ha dovuto lasciare casa e ha perso il lavoro. Il tribunale si dovrà pronunciare in appello il 18 di luglio. In attesa degli ulteriori sviluppi del caso, esprimiamo la nostra solidarietà nei confronti di Vlad, a favore di cui si sta sviluppando una campagna internazionale.

L’est Europa sta scivolando sempre più nella scure della repressione delle lotte e del pensiero a vario di titolo di “sinistra”. Il recupero dei simboli e degli epigoni del nazismo e dell’anticomunismo stanno spingendo Paesi come le Repubbliche baltiche, la Polonia o quel che resta dell’Ucraina banderista nel buco nero della reazione e del conservatorismo più retrogrado.

Una bella gatta da pelare per gli antifascisti e le antifasciste che vivono in quei Paesi, nonché per gli abitanti di quell’Unione Europea che sul sostegno di queste esperienze nostalgiche sta basando, principalmente in funziona antirussa, la sua politica guerrafondaia.

Il link con l’appello per Vlad.

Fonte

28/04/2017

Anaconda “ideologica” e militare intorno alla Russia

La municipalità di Kiev ha stabilito di proclamare il 2017, nell'area comunale, anno dell'UPA, il cosiddetto esercito insurrezionale ucraino, braccio armato dell'OUN, che collaborò con le truppe naziste durante la seconda guerra mondiale. Nel momento "in cui la nazione ucraina si oppone di nuovo in armi agli aggressori russi, è molto preziosa l'esperienza storica della lotta degli ucraini contro gli occupanti", è detto nella risoluzione. Sono previste iniziative “formativo-istruttive”(!), culturali, artistiche, conferenze “scientifiche”(!) e mostre. Il 4 aprile la Rada suprema aveva sancito l'aumento delle pensioni per i veterani dell'UPA.

In Lettonia, mentre è prevedibile che alcune centinaia di migliaia di “non cittadini” di lingua russa parteciperanno il 9 maggio alla parata della vittoria sul nazismo, i confratelli locali dei neonazisti ucraini programmano un contro-corteo, dopo che lo scorso 16 marzo, come tradizione ormai da diversi anni, avevano marciato in onore dei legionari lettoni delle SS che, al pari della divisione ucraina “Galizia”, furono al servizio degli hitleriani. German Sadulaev scrive su news-front.info che la “Società a sostegno dei soldati nazionali” avrebbe giustificato il contro-corteo del 9 maggio, sostenendo che in quella data si celebrerebbe “in modo inammissibile l'occupazione sovietica, che ha portato detrimento allo stato lettone”. E' il caso di ricordare che sui legionari lettoni ricade in larga parte il sangue delle oltre cinquecentomila vittime, tra civili e prigionieri di guerra, dell'occupazione nazista in Lettonia.

Quasi nelle stesse ore, il Centro per la lingua nazionale ha multato per l'ennesima volta il sindaco di Riga, Nil Ušakov, per aver usato la lingua russa nel corso di un incontro con le scolaresche di lingua russa della capitale. Altre volte, la multa gli era stata comminata per aver scritto in russo sui social netwok, oppure per aver parlato in russo in occasione delle celebrazioni del 9 maggio.

Al pari di Ušakov, anche il sindaco di Ventspils, duecento km a nordovest di Riga, Ajvars Lembergs, è in attesa della decisione del Centro per la lingua nazionale a proposito di un suo intervento in lingua russa in un teatro cittadino. In Lettonia, paese UE e NATO, nonostante oltre il 40% dei poco più di 2 milioni di abitanti sia costituito da popolazione di lingua russa, l'unica lingua ufficiale è il lettone.

Ma c'è anche chi, sfidando i golpisti di Kiev, dice in qualche modo la sua sui collaborazionisti ucraini. Ieri a Ternopol, una delle maggiori città ucraine, a suo tempo centro amministrativo di Galizia e Podolija, è stato ricoperto di vernice rossa il cippo a ricordo della divisione SS “Galizia”: il gesto è avvenuto alla vigilia del 28 aprile, quando si celebra il 74° anniversario dell'istituzione della divisione SS “Galizia”.

A Odessa, ex roccaforte di Mikhail Saakašvili, il Consiglio municipale ha deciso di restituire alla città la vecchia toponomastica sovietica, contrapponendo così una “desaakašvilizzazione” alla “decomunistizzazione” adottata dall'ex governatore georgiano. Novorosinform.org ricorda come già lo scorso marzo il Consiglio cittadino avesse rivolto un appello a Presidente e speaker della Rada per le celebrazioni del 8 marzo, 1 e 9 maggio e perché cessino le provocazioni contro la popolazione di lingua russa nel sudest del paese. E se la Procura regionale ha già aperto un procedimento penale contro il Consiglio municipale odessino, il sindaco di Dnepr (Dnepropetrovsk prima della “decomunistizzazione”) ha annunciato, in risposta alla “desaakašvilizzazione”, che in caso di nuova elezione alla carica intitolerà il ponte cittadino sul fiume Dnepr al leader dell'OUN-UPA Stepan Bandera.

Quasi in contemporanea, nell'area di Przemyśl, nel voivodato polacco della Precarpazia, a pochi km dal confine ucraino, le autorità locali hanno smantellato la lapide cimiteriale che dal 1994 era dedicata ai collaborazionisti filonazisti dell'UPA. Vero è che l'azione è stata sostenuta dal “Movimento nazionale” di Precarpazia e dalla “Associazione patriottica dei veterani”, con la motivazione che la lapide sarebbe stata “antiestetica”, ma è in ogni caso indicativa dei rapporti tra nazionalisti polacchi e ucraini. Lo scorso dicembre il governo polacco aveva annullato ogni finanziamento pubblico al portale della comunità ucraina in Polonia prostir.pl, giustificando il provvedimento con la “falsificazione della storia e la propaganda avversa allo stato polacco” operata dal network, riaccesasi con le polemiche sul genocidio della Volynia, soprattutto dopo l'uscita del film polacco “Volynia”, sui massacri perpetrati dall'UPA.

In generale, tale almanacco di democrazia nazional-nazionalistica, sembra far da corollario alla ben più concreta e allarmante cintura liberale che il sistema “Anaconda” sta stringendo attorno ai confini russi. Kolokolrussia.ru ricorda come nel 2015 la cosiddetta “CIA segreta”, nota come Strategic Forecasting (Stratfor), avesse pubblicato il rapporto “Il mondo nel decennio 2015-2025”, in cui si delineava il destino finale della Russia. Nelle scorse settimane, il centro RAND ha invitato il Ministero della difesa USA a valutare le possibili reazioni a ogni segnale di aggressione russa, in particolare nei confronti di Svezia, Estonia, Lettonia e Polonia, puntando alla neutralizzazione della regione russa di Kaliningrad. Inoltre, USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Polonia, Finlandia, Svezia Lettonia e Lituania si sono accordate a Helsinki per la creazione di un Centro europeo contro la minaccia ibrida russa, cui entro fine anno è prevedibile si assoceranno i restanti paesi UE e NATO. In questo quadro, osserva Vadim Bondar, “il confine tra guerra e pace si fa sempre più sottile, dato che la guerra ibrida non conosce né nuove regole, né una linea rossa” e si rinnova il “cordone sanitario” istituito negli anni '20 attorno all'Urss “per abbattere il potere dei bolscevichi”. Oggi, continua Bondar, “i cosiddetti stati cuscinetto diventano l'arena di un nuovo conflitto tra il nostro paese” e l'Occidente, che cambia lo status strategico di quelli. Sarebbe suicida “difendere i propri interessi esclusivamente sul proprio territorio”, gli Stati Uniti non prevedono mai alcun conflitto entro i propri confini.

Entro l'anno, verrà realizzato in Georgia, con l'aiuto USA, un Combat Training Center, analogo a quello multinazionale in funzione nella base militare USA di Hohenfels, in Baviera. “Perché tutto ciò?”, si chiede Bondar e risponde: “il rapporto Stratfor giudica improbabile “che la Russia possa continuare a esistere nella forma attuale ancora 10 anni”. Vale a dire “A ovest, Polonia, Ungheria e Romania cercheranno di riprendersi le regioni perse a suo tempo nella lotta con i russi. A sud la Russia perderà la capacità di controllare il Caucaso settentrionale; in Asia centrale comincerà la destabilizzazione. A nord-ovest, la Karelia cercherà di tornare nella compagine finlandese”. Sarebbe “logico estendere la nuova alleanza Baltico-mar Nero” continua Stratfor, “all'Azerbajdžan e al mar Caspio”. Qual è la risposta russa? “Sul piano militare, ad esempio, il trasferimento, col pretesto di riparazioni, dal mar Nero al Baltico di vascelli armati di missili alati a lunga gittata “Kalibr” e lo stazionamento nel mar Nero di sommergibili atomici, insieme all'aumento del numero di militari in servizio. Si ammodernano vari tipi di armamento pesante”. E non è il caso nemmeno di “farsi illusioni sulle pretese degli stati cuscinetto” continua Bondar, “se l'orso si indebolisce, si troveranno molti pretendenti a farlo a brandelli. E' tempo di iniziare a realizzare centri di pronta reazione alle rivoluzioni colorate e alle risposte asimmetriche nei paesi amici in America Latina e nei paesi del CSTO (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia e Tadžikistan”)”.

Insomma: à la guerre comme à la guerre.

Fonte

06/03/2017

La Spagna invia truppe in Lettonia

La Spagna invierà oltre 300 militari, sei carri da combattimento “Leopard” e circa quindici veicoli blindati “Pizarro” in Lettonia (antica repubblica dell’URSS) per cercare di impedire, come membro della NATO, “le ambizioni espansioniste della Russia” nell’“Est dell’Europa”.

Quest’operazione s’inquadra nel contesto del vertice di Varsavia dello scorso luglio dove i capi di Stato e di Governo della NATO hanno deciso di dispiegare nei paesi baltici e in Polonia quattro battaglioni – oltre 4.000 soldati e 2.500 carri armati – “per rafforzare il fianco est dell’Europa”. Il Cremlino, che considera questo spiegamento una grave provocazione, ha detto che non resterà a guardare.

Precedentemente, la Spagna aveva trasferito quattro dei suoi aerei da combattimento più avanzati, gli Eurofigther, nella base di Ämari, vicina alla capitale dell’Estonia, Tallin. L’obiettivo degli alleati, che contano sul benestare di Donald Trump, è controllare, a loro dire, che gli aerei russi non entrino nello spazio aereo dell’Alleanza Atlantica.

Di fronte a questi “movimenti”, il viceministro russo degli Affari Esteri, Alexei Meshkov, ha rilevato che “è la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale che i soldati tedeschi si trovano vicini alle frontiere russe”. Circa la Spagna, non ha neanche menzionato l’intrepida División Azul, legione di fondamentalisti cristiani che Franco aveva inviato in appoggio alle truppe di Hitler che hanno invaso la Russia comunista e atea.

“La NATO deve ricordare che le sue azioni avranno una risposta, positiva o negativa. È la legge della vita”, ha sottolineato Alexei Meshkov, nelle dichiarazioni alla stampa.

Intanto la ministra della Difesa, María Dolores de Cospedal, ha tenuto una riunione con il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, per parlare della “polizia aerea spagnola” alla frontiera russa e mettere in risalto il fatto che Madrid desidera una partecipazione “molto attiva” e “più reale” nelle missioni dell’Alleanza Atlantica, tanto nel Sud (Stato Islamico) come nel Nord (cosacchi, tartari, adoratori di Zaratustra, ittiti e dervisci).

Le truppe e altre forze spagnole s’integreranno nel battaglione NATO guidato dal Canada. Rispetto agli altri tre battaglioni, gli USA comanderanno quello dispiegato in Polonia; la Germania quello appostato in Lituania e il Regno Unito, il contingente dell’Estonia. I quattro battaglioni devono essere “pienamente operativi in giugno”, ha detto questo mese Stoltenberg.

Lo spiegamento di truppe NATO alla “frontiera con la Russia” (cosa che “alcuni mettono in relazione” con il conflitto in Ucraina e l’adesione della Crimea alla Federazione russa), presuppone un nuovo e rumoroso colpo di pistola verso il ritorno alla Guerra Fredda e alla corsa agli armamenti.

Il Segretario alla Difesa degli USA, James Mattis, soprannominato Cane Pazzo, ha detto a María Dolores de Cospedal che la Spagna e gli altri paesi europei devono aumentare le loro spese nella Difesa fino al 2% del PIL[2] e ha dato ad intendere che, se gli alleati non cacciano fuori i soldi, “lascerà che i barbari entrino a Roma e la facciano finita con la civiltà”.

All’interno dei desideri della Spagna di avere una partecipazione “molto attiva” e “più reale” nelle operazioni Nord-Sud della NATO, rientra l’annuncio di Madrid che otto dei suoi Eurofighter attraverseranno per la prima volta l’Atlantico per partecipare, insieme ad altre 80 aeronavi alleate, all’esercitazione Red Flag che si terrà in Nevada (USA) tra il 27 de febbraio e il 10 marzo, per migliorare le abilità belliche dei piloti.

L’Europa continua a non capire che le conviene mantenere relazioni di buon vicinato con la Russia (non sono marziani) e che ciò che vogliono gli USA (già l’ha chiaramente detto Trump nel suo discorso d’insediamento) è: “America First”, e questo significa potenziare l’unipolarità dell’Impero, come pure il suo dominio militare, politico, mediatico, economico e geo-strategico del mondo.

E torna a cantare Chicchirichì il Nobile Gallo Beneventano per ricordare il grande Günter Grass[3] che ci ha già avvertito del pericolo dello spiegamento massiccio dei missili nucleari alla frontiera con la Russia e della miopia di voltare le spalle al conflitto israeliano-palestinese, cosa che a suo giudizio presuppone giocare con un fuoco che potrebbe provocare un incendio universale.

Javier Cortines
http://www.nilo-homerico.es/

Notas:

[1] Qualsiasi riferimento all’assoluzione dell’Infanta Cristina nel caso Nóos e alla difesa del suo avvocato Miquel Roca, è puramente casuale.

[2] La Spagna investe annualmente in Difesa (NATO) lo 0,9% del PIL, il che equivale a circa 12.614 milioni di dollari. Trump vuole che s’incrementi quella spesa fino al 2% del PIL, cosa che supporrebbe circa 27.614 milioni di dollari; cioè 600 dollari per ognuno dei 47 milioni di spagnoli.

[3] Tanto Günter Grass come Eduardo Galeano (diventati la coscienza e la memoria storica rispettivamente dell’Europa e dell’America Latina) sono stati tremendamente scomodi per i leaders delle potenze occidentali. Con la morte di entrambi, molti dirigenti hanno cominciato a dormire sonni migliori.

(traduzione di Rosa Maria Coppolino)

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13/11/2016

Giochi di potere in Ucraina e commemorazioni naziste in Lettonia

Dopo l'elezione di Donald Trump, sembra che nessuno possa sottrarsi alla necessità di legare la vittoria del candidato repubblicano a questa o quella questione, apparentemente circoscritta a un determinato scacchiere o scenario geopolitico. L'attributo con cui ovunque viene qualificato il neo presidente USA, quello della imprevedibilità, gioca ovviamente a favore di quella necessità. In giro per il mondo ci si chiede quale strada prenderà Trump rispetto alle scelte fin qui adottate dalla Casa Bianca. L'Ucraina golpista non fa eccezione.

Se già il giorno stesso del risultato USA, qualche politologo ucraino aveva osservato come Trump si appresti a lasciare la patata bollente ucraina all'Europa, ecco che l'Alto Rappresentante per la Politica estera della Ue, Federica Mogherini, conferma che la politica UE nei confronti dell'Ucraina non cambia, nemmeno dopo la vittoria di Trump. In un'intervista a Deutsche Welle, Mogherini ha sottolineato come ciò vada inteso sia in rapporto al Donbass, che alla Crimea. Secondo le sue parole, la “collaborazione fruttuosa e costruttiva tra UE e USA, non significa che Washington detti le proprie condizioni”. Ma a Kiev sembrano dare poco peso a tali dichiarazioni, ben consci di come il sostegno determinante alla junta sia sinora venuto proprio da Washington, e come, soprattutto negli ultimi mesi, Berlino e Parigi abbiano preso a non respingere del tutto le proposte di Mosca. Così che, a fronte di malcelati timori degli attuali “uomini forti”, compaiono le speranze dei loro concorrenti, vale a dire delle persone professatesi fino a una settimana fa colonne portanti del regime. Dunque, Trump ha detto di odiare la questione ucraina e di non comprendere i motivi (glieli si dovrebbero spiegare; ma non è questa la sede) per cui nessuno, tranne gli Stati Uniti, difenda tanto gli interessi ucraini.

Ecco che l'ex presidente georgiano e più fervente yankee postsovietico, nonché, nell'ultimo anno e mezzo, governatore ucraino di Odessa, (sino alla vigilia elettorale USA!) Mikhail Saakašvili, ha già pensato bene di piazzare un'ipoteca sulla poltrona presidenziale di Kiev, dicendosi convinto che, nonostante le dimissioni da governatore, Porošenko non lo consegnerà alla polizia georgiana, di fronte alla quale deve tuttora rispondere delle accuse – di quando era presidente dal 2004 al 2007 e dal 2008 al 2013 – di appropriazione di alcuni milioni di $ e falsificazione di prove per la misteriosa morte dell’ex primo ministro Zurab Zhvania. In generale, secondo le Izvestija, la situazione ucraina sembrerebbe avviarsi verso elezioni presidenziali anticipate, dopo che, anche senza attendere Trump, l'amministrazione Obama sembra aver tolto la fiducia a Porošenko, Avakov & co.

Anche per questo, forse, prendono sempre più piede a Varsavia le isterie antiucraine: o meglio, i richiami nazionalistici polacchi contro il neonazismo ucraino, già ampiamente sviluppatisi l'estate scorsa. Venerdì scorso, nella ricorrenza della proclamazione dell'indipendenza (Narodowe Święto Niepodległości) polacca dagli imperi tedesco, austro-ungarico e zarista, nel 1918, una fiaccolata ha percorso le strade di Varsavia; nel corso della marcia, cui hanno partecipato, secondo la polacca gazeta.pl, dalle 70mila alle 100mila persone, gruppi di nazionalisti hanno bruciato e calpestato la bandiera ucraina, lanciando ingiurie all'indirizzo dell'ex esercito filonazista ucraino dell'UPA e del suo capo di allora e attuale eroe nazionale ucraino Stepan Bandera.

E, a proposito di marce, seppur di orientamento opposto rispetto alle “glorie” naziste, si è svolta nei giorni scorsi in Lettonia, al memoriale di Lestenes Brāļu kapi, (inaugurato in pompa magna nel 2000; si trova a una settantina di km a sudovest di Riga) in cui sono sotterrati i legionari SS lettoni che qui, nel 1944, furono liquidati nella cosiddetta sacca di Curlandia, in cui rimase intrappolato il Gruppo di armate “Nord”, due terzi del quale era costituito, appunto, da legionari lettoni della Wehrmacht. Per la “democratica” Lettonia non è certo questa una novità, ma si inserisce in tutta una serie di iniziative ufficiali tese a celebrare il passato filonazista, mentre si adottano provvedimenti sempre più segregazionisti e di marca xenofoba, soprattutto nei confronti delle centinaia di migliaia di persone di lingua russa considerate “non cittadini” e private dei più elementari diritti.

Nella Lettonia “europeista”, dopo che si era cominciato a realizzare una speciale zona di controllo (92 km di recinzione di circa 3 metri di altezza; al momento, appena pochi km realizzati) al confine con la Russia, che dovrebbe filtrare i “richiedenti asilo” che cercano di raggiungere la Polonia attraverso la Russia, ora si comincia a studiare un progetto per fare altrettanto al confine con la Bielorussia, innalzando uno sbarramento per proteggere la “purezza ariana” locale dai migranti del Medio Oriente.

Non molto ottimismo viene nemmeno dall'ultima trovata della municipalità di Piter che, dopo alcuni tentativi non andati a buon fine per la pronta reazione di quanti considerano tutt'oggi l'ex Leningrado “culla della Rivoluzione d'Ottobre”, ieri pomeriggio ha installato una targa commemorativa dell'ammiraglio Aleksandr Kolčak. La targa è stata apposta al balcone dell'edificio in cui l'ammiraglio visse dal 1905 al 1912, prima ancora cioè di divenire uno dei maggiori comandanti bianchi all’epoca della guerra civile scatenata contro il giovane governo bolscevico (dal novembre 1918 al gennaio 1920 fu governatore supremo della Russia, accusato e riconosciuto colpevole, per sua stessa ammissione, di fucilazioni in massa, terrore, dittatura militare, tradimento della patria al servizio di Francia, Inghilterra e Giappone e fucilato a Irkutsk nel 1920), quando era considerato un esploratore di fama mondiale.

La procedura burocratica per l'installazione della targa era cominciata nel 2015, ma più volte interrotta per la larga opposizione manifestata sui social network. Una petizione diceva che la prevista installazione della targa rappresenta "un gesto politico volto a giustificare i massacri durante il Terrore Bianco e i metodi dittatoriali di governo". La targa commemorativa del periodo (dal 1887 al 1918) in cui il generale finlandese Karl Gustav Mannerheim servì nell’esercito zarista, mesi fa installata sempre a Piter, è stata più volte imbrattata di vernice rossa, finché le autorità cittadine non l'hanno tolta. E' prevedibile che quella in onore di Kolčak subirà la stessa, meritata sorte, a dispetto dei gesti ufficiali miranti “a superare la divisione della società russa determinata dalla Rivoluzione d’Ottobre”.

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03/11/2016

I Paesi baltici e la fobia dell’invasione russa

Nei fine settimana in Estonia ci si allena alla guerra. Reparti cosiddetti “volontari” fanno le prove di una futura guerra partigiana contro l'occupazione straniera, condotta da una milizia popolare tutta da formare e che, di popolare, sembra avere solo il nome. Chiaro quale sia l'esercito ritenuto attaccante. Meno chiaro, apparentemente, il compito di simile milizia. Tale Vivika Barnabas, una delle partecipanti alle manovre domenicali nella contea di Järvamaa, ha dichiarato al New York Times che insieme a lei altre 25mila persone si esercitano a nascondersi nei boschi per sfuggire, ovviamente, alle truppe russe e dar man forte ai seimila soldati regolari dell'esercito estone. Oltre a ciò, pare che questo “esercito partigiano” si debba esercitare a far fronte a situazioni di crisi, come quella, ad esempio, ipotizzata nell'area di Narva, all'estrema punta nordorientale del paese, con una forte minoranza di lingua russa e che, secondo Eesti Ekspress, in caso di attriti con la leadership estone, potrebbe trasformarsi in un altro Donbass. Chiaro dunque che i “partigiani” estoni, nel momento in cui Tallin accusasse direttamente Mosca di puntare a quel territorio, assumerebbero le medesime funzioni dei “volontari” ucraini arruolati nei battaglioni neonazisti: d'altronde, una sicura matrice hitleriana, nei Paesi baltici, non è mai venuta meno.

"Quello che sta accadendo nella contea di Ida-Virumaa” ha dichiarato a Pravda.ru il professor Nikolaj Meževič a proposito della regione di Narva, “è una catastrofe economica”, un'area depressa con decine di imprese chiuse e completa mancanza di investimenti “e, dove inizia una catastrofe economica, si genera inevitabilmente anche un disastro politico. Giudico quanto scritto da Eesti Ekspress una fandonia provocatoria. Se in quella contea ci saranno conflitti, questi riguarderanno le condizioni sociali della popolazione, a partire dai posti di lavoro”.

Più nello specifico della “guerra partigiana”, il presidente dell'Unione dei veterani dell'Afghanistan di Tallin, Oleg Kulikov, ha detto a Sputnik Estonia di ritenere il progetto un'assurdità. “Affinché una guerra partigiana in Estonia possa avere un qualche effetto, tutta la popolazione dovrebbe essere in armi. L'idea di mobilitare tante persone è di per sé assurda”. Inoltre, “il terreno e le dimensioni del paese, semplicemente non permettono una lotta partigiana. E anche se fosse possibile, le più recenti tecnologie, come ad esempio le termocamere, non lascerebbero alcuna possibilità ai guerriglieri”. Kulikov giudica impossibile il ripetersi della guerriglia dei “fratelli dei boschi”, gli ex legionari nazisti baltici che seminarono il terrore in quelle zone per buona parte degli anni '50.

Sputnik attaglia all'Estonia di oggi l'aforisma napoleonico secondo cui un popolo che non desidera sfamare il proprio esercito, ne sfamerà uno straniero e scrive che “la militarizzazione dell'Estonia sta assumendo forme ipertrofiche. Quanto più gli “alleati” promettono di inviare qui i loro soldati, tanto meno qui ci si preoccupa della situazione economica”. Secondo il Ministro della difesa, Hannes Hanso, l'investimento nelle infrastrutture che dovranno ospitare il battaglione Nato destinato all'Estonia, si misura in decine di milioni di euro e il costo della successiva manutenzione rimarrà "entro limiti ragionevoli", mentre "il contributo britannico è stimato in centinaia di milioni di euro”. A tanto, pare che assommi il costo dei mezzi bellici a disposizione degli 800 soldati britannici del battaglione destinato all'Estonia: carri Challenger II, blindati trasporto truppe Warrior e droni. Peccato che, intanto, gli abitanti dell'area circostante la base aerea Nato di Ämari si lamentino di non riuscire più a vendere un immobile e quelli di Tapa, dove verranno dislocati i corazzati britannici, siano già preoccupati di subire la stessa sorte. A livello economico, si lamenta che nessun investitore vorrà rischiare soldi sulla linea del fronte, come la leadership estone reclamizza il proprio paese, quale “piazzaforte avanzata della Nato”. Tantomeno vorranno rischiare potenziali investitori russi, etichettati non come “vicini”, bensì come “attaccanti”. Anzi, Mosca, dopo le controsanzioni con cui ha colpito l'agricoltura estone, ha già annunciato che dal 2018 troverà vie alternative al transito petrolifero dai Paesi baltici e, dal 2020, cesserà completamente il transito di merci, che rappresenta tuttora una voce fondamentale del bilancio estone.

D'altronde, la questione non riguarda solo l'Estonia. Anche la Lettonia, che attende il dispiegamento del battaglione a guida canadese (in cui rientrano anche i militari italiani), sta per essere trasformata in piazza d'armi della contrapposizione a Mosca. La scorsa settimana, scrive il sito ves.lv, si è tenuta a Riga la Conferenza internazionale sulla sicurezza; l'ex comandante in capo dell'esercito svedese, generale Sverker Eranson ha proposto pari pari di subordinare le forze armate della UE al comando supremo USA. Ai Paesi baltici, Eranson ha chiesto "investimenti permanenti per la sicurezza", dato che essi sarebbero “vulnerabili a cambiamenti del clima e reati ibridi". Il Segretario di stato alla difesa lettone, Janis Garisons, ha dedotto che "gli abitanti della Lettonia non si sentono abbastanza sicuri", perché per molto tempo non si è speso abbastanza nella difesa. L'ex Segretario generale Nato, Anders Fogh Rasmussen è stato più diretto: non appena la UE rafforzerà e renderà permanenti le sanzioni contro la Russia, Putin comincerà a comportarsi come un barboncino addestrato e obbediente: il brevettato “metodo Rasmussen” per far sì che la Russia divenga un “partner strategico dell'Occidente”, come da lui stesso ventilato. Un nuovo brevetto, che fa il paio con quello per cui gli USA debbano “intervenire maggiormente nei conflitti internazionali”, dato che si ha bisogno degli Stati Uniti quale “gendarme mondiale”.

A ogni buon conto, anche la Lituania ha deciso di preparare la popolazione a un'invasione e comincia ad addestrare gruppi di persone a spiare gli “occupanti”. Secondo la CNN, ripresa dal norvegese Dagbladet, negli ultimi due anni Vilnius ha reintrodotto il servizio militare e aumentato le spese per la difesa. Ora, andando oltre, il governo lituano ha pubblicato un opuscolo dal titolo “Prepararsi a sopravvivere in caso di crisi e di guerra”: ovviamente scatenata dalla Russia. "E' necessario prestare attenzione alle azioni del nostro vicino, la Russia. Questo paese è pronto in qualsiasi momento a usare la forza militare contro i suoi vicini e sta continuando l'aggressione militare all'Ucraina" recita il manuale. Di seguito, si invita la popolazione a essere fermamente orientata alla resistenza contro l'eventuale attacco. Secondo la CNN, è questa la terza volta, dal 2014, che il governo pubblica simili opuscoli; questa volta, si forniscono istruzioni su come condurre la ricognizione contro il nemico, su come identificare corazzati russi, mine, armi e munizionamento. A detta del funzionario del Ministero della difesa lituano, Karolis Aleksa, l'opuscolo “può contribuire a dissuadere la Russia dall'attaccare la Lituania”!

Se non fosse per l'intento provocatorio che accomuna il passato filonazista e il bellicismo odierno di gran parte del Baltico, verrebbe da replicar al signor Karolis Aleksa alla maniera del bottegaio toscano che, al villico entrato in negozio con l'ombrello aperto per giocare i numeri del lotto e dicendo quest'ultimo di voler puntare su cento, duecento e trecento, gli rispose: “che tu eri un bischero l'avevo capito dall'ombrello”. E si potrebbero anche pubblicare milioni di opuscoli su come sopravvivere alle “attenzioni particolari” di quel “gendarme mondiale”.

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18/10/2016

La Nato si schiera per il ‘NO’ al referenzum?

A ben guardare, l'annuncio del segretario generale Nato Jens Stoltenberg, fatto non incidentalmente in casa dei diretti interessati, sull'invio di 140 militari italiani in Lettonia, a completare i quattro battaglioni (di 1.000 uomini ciascuno) che l'Alleanza Atlantica ha deciso di dislocare in Polonia e nei Paesi baltici, in sé e per sé non è una “nuova notizia”. Lo si sapeva da tempo e anche Contropiano vi aveva accennato nel luglio scorso, dopo il vertice Nato di Varsavia. Del dispiegamento dei quattro battaglioni, poi, si sa da molto prima che il vertice di Varsavia adottasse la risoluzione definitiva e lo stesso Stoltenberg lo aveva ribadito a giugno, alla riunione Nato a livello di Ministri della difesa.

Il sito baltnews.lv, a inizio agosto, scriveva che nel battaglione comandato dai canadesi (i quattro battaglioni multinazionali che, dal 2017, verranno dislocati in Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia saranno sotto comando rispettivamente di USA, Gran Bretagna, Germania e Canada) “possono entrare anche circa 150 soldati italiani”, mentre con gli altri paesi – con riferimento a Francia, Belgio, Danimarca e Norvegia – “si sta ancora trattando”. Dettaglio “curioso”, baltnews scriveva testualmente che, oltre ai canadesi, “la partecipazione di soldati degli altri stati al battaglione multinazionale in Lettonia sarà annunciata da quegli stessi stati”! Evidentemente, alla Nato hanno concluso che l'ipocrisia del governo Renzi sia tale per cui un annuncio diretto in tal senso non sarebbe mai arrivato da Roma e la notizia sarebbe forse stata diffusa solo a cose fatte, nel 2018, data per cui è decisa la partenza del contingente italiano; o, quantomeno, dopo il referendum di dicembre, per non fornire un ulteriore argomento a favore del “NO”.

E poi, oltre ai 140 o 150 soldati che dovranno schierarsi in Lettonia, da tempo velivoli da guerra italiani partecipano nel Baltico, a rotazione con altri paesi Nato, al cosiddetto “pattugliamento” dei cieli ai confini nordorientali dell'Alleanza Atlantica e nessuno ha mai detto se quegli aerei, battenti bandiera italiana, portino a bordo ordigni convenzionali o, a seconda del “clima”, anche nucleari. E, da sud a nord dei confini russi, non da ora naviglio italiano partecipa alla squadra navale multinazionale che incrocia nel mar Nero e nel mar Baltico. E' inoltre certo che reparti italiani entreranno nella prevista task force aerea, navale e di terra, forte di quarantamila uomini, (anzi, Stoltenberg ha precisato che nel 2018 proprio l'Italia ne sarà paese guida) che la Nato programma di dislocare in una rete di “agili punti di forza, con rotazione di truppe, periodiche esercitazioni militari e apertura di depositi per attrezzature militari”, dopo l'apertura dei sei centri di comando (Nato Force Integration Unit) in Lituania, Bulgaria, Lettonia, Polonia, Romania ed Estonia.

Ed è molto probabile che anche vascelli italiani partecipino all'operazione di “scorta” della squadra navale russa che oggi transiterà nel mar del Nord, per raggiungere entro una settimana il Mediterraneo orientale. A sorvegliare da vicino il naviglio russo – un incrociatore portaerei, un incrociatore atomico lanciamissili, due navi antisom e vascelli di scorta – sono mobilitate per ora forze aeronavali Nato di Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Francia e Spagna. Nel momento in cui i vascelli russi entreranno nel bacino del Mediterraneo, sarà quasi certamente compito della marina italica dare il cambio alla scorta.

Dunque, anche senza l'aggiunta di quei 140 uomini, l'Italia è da tempo militarmente schierata ai confini con la Russia e ogni dichiarazione sul “dialogo” con Mosca, sulla ricerca di “avvicinamento”, sembra avere poco più che valenza interna. Nei fatti, Roma è parte attiva dell'espansione della Nato a ridosso delle frontiere russe; un'espansione che i massimi esponenti USA ed europei, poco prima della fine dell'Urss, quando si trattava di strappare a Mikhail Gorbaciov il via libera all'annessione della DDR da parte della RFT, avevano giurato e spergiurato non sarebbe mai avvenuta. E intanto gli USA, sotto il cui comando agiscono i paesi dell'Alleanza Atlantica, Italia compresa, si apprestano a schierare anche nei Paesi baltici sistemi di difesa antiaerea “Patriot”, dopo aver già trasferito in basi dell'Europa centrale numerosi caccia multifunzione F22 “Raptor”, dopo l'installazione in Romania e Polonia dei sistemi di direzione automatica “Aegis”, armati di missili-intercettori “Standard-3” e ora che, il prossimo febbraio, una forza autonoma USA di 4.500 uomini verrà dislocata in vari paesi esteuropei ai confini russi.

Il sito mk-lat.lv, lo scorso settembre si chiedeva “Porteranno la tranquillità in Lettonia i soldati stranieri? A che scopo soldati Nato in Lettonia? Da chi saranno comandati? Saranno pronti a entrare in combattimento?”. Le stesse domande che anche ogni cittadino italiano avrebbe diritto di rivolgere al proprio governo. “Nonostante i mantra tranquillizzanti dei politici sull'impossibilità di un conflitto militare tra il nostro vicino orientale e la Nato, prosegue la militarizzazione dell'intera regione del Baltico”, scriveva mk-lat.lv. “L'ultimo soldato russo ha lasciato il territorio lettone nel 1995” continua il Moskovskij Komsomolets lettone “e per quasi 20 anni non c'è stato soldato straniero sulla nostra terra, a parte quegli alleati durante le esercitazioni. Tutto è cambiato nel 2014. L'America, principale gendarme della democrazia sul pianeta, ha cominciato subito l'operazione Atlantic Resolve e allora è giunta in Lettonia la prima compagnia di soldati americani, che devono rimanere permanentemente nel paese”. Mk-lat.lv scriveva poi dei 200 soldati USA della 3° Divisione di fanteria, con 9 carri Abrams e 5 blindati Bradley, presenti nella base di Ādaži, una ventina di km a nordest di Riga e anche dei 60 soldati del 501° reggimento dell'aviazione dell'esercito USA, con 5 elicotteri Black Hawk, giunti nella base aerea di Lielvārde (50 km a sudest di Riga) e non dimenticava i 150 soldati italiani (dei militari degli altri paesi, il sito non scriveva: pare che il reparto italiano fosse l'unico di cui si avesse già certezza) che dovranno entrare nel battaglione comandato dal Canada e facente capo, ovviamente, al comando generale Nato.

Se lo stesso segretario del Ministero della difesa lettone, Janis Garisons, confessava candidamente di non sapere ancora se i soldati lettoni della base di Ādaži dovrebbero essere agli ordini dei propri comandi o di quelli USA o Nato, non è difficile immaginare a chi risponderanno i 150 militari italici: di sicuro, non al Parlamento italiano. Se la compagnia yankee è stata dislocata in Lettonia, a detta di Garisons, “per scongiurare un possibile attacco da parte della Russia”, mk-lat.lv replica semplicemente che “la Russia non ha mai manifestato alcuna intenzione di attaccare la Lettonia”; inoltre, lo stesso Garisons afferma che “i paesi i cui soldati si trovano sul nostro territorio, non hanno fornito alcuna garanzia che, in caso di attacco alla Lettonia, i loro reparti ingaggerebbero combattimenti coi potenziali nemici”.

Dunque, a difesa di cosa saranno schierati i soldati nostrani? Ancora una volta, a difesa di infrastrutture energetiche controllate anche da banche italiane? O saranno invece impiegati in servizio d'ordine alle parate annuali, a Riga, degli ex legionari lettoni, lituani ed estoni delle Waffen SS, “istituzionalizzate” ora dalle massime autorità locali? Parteciperanno i nostri militari alle celebrazioni ufficiali lettoni di fronte al monumento dedicato ai “fratelli dei boschi”, gli ex legionari nazisti baltici che seminarono il terrore in quelle zone per buona parte degli anni '50? O ancora, monteranno la guardia ai futuri ghetti in cui le organizzazioni nazionaliste e neonaziste propongono (col beneplacito ufficioso del Ministero della giustizia) di deportare i circa 250mila “non cittadini” e “non uomini” russi della Lettonia, per preservare la purezza degli “ariani” lettoni?

Molto improbabile che ciò avvenga. Ma, mentre ci auguriamo che non finisca davvero così, ci domandiamo anche quale tipo di “democrazia” vadano a difendere le armi italiche; una democrazia che manda in galera per la minima esposizione di “simbologia comunista”, che sanziona il sindaco della propria capitale per l'uso della lingua russa, che non ammette al voto alcune centinaia di migliaia di propri cittadini, rei di parlare russo e che innalza agli onori nazionali le proprie ex SS. E ci domandiamo anche contro quale “pericolo di aggressione”, che non sia quello portato dalla Nato stessa nella propria espansione a est, si mobiliti il governo italiano.

Chissà se Stoltenberg, rilasciando proprio ora la dichiarazione ai media italiani, avesse un occhio puntato anche al referendum del prossimo dicembre e, se sì, quali obiettivi possono essersi posti al quartier generale Nato nei confronti del governo di Roma, oltre la smania di dimostrare una volta di più agli elettori italiani chi è che comanda a Roma e a Bruxelles?

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22/03/2016

La Nato e la “minaccia russa” ai paesi baltici

In Lettonia credono di vedere vascelli militari russi vicini alle coste, scriveva ieri Pravda.ru, con riferimento a quanto dichiarato domenica scorsa dal portavoce delle Forze armate nazionali di Riga. Il naviglio in questione sarebbe stato costituito da due fregate della classe “Krivak” che, a detta dei lettoni, avrebbero incrociato “nella zona economica esclusiva lettone, alla distanza di 8,5 miglia marine dalle acque territoriali” del paese. La Tass cita ancora la fonte delle Forze armate lettoni, secondo cui, alla vigilia, le stesse avrebbero individuato anche un velivolo militare russo Il-20, in volo sopra acque neutrali del mar Baltico e vicino ai confini marittimi lettoni. Secondo il Ministero della difesa di Riga, lo scorso anno navi e aerei militari russi si sarebbero avvicinati alle coste lettoni più di 270 volte e oltre 250 volte nel 2014.

L’ambasciatore russo in Lettonia, Aleksandr Vešnjakov, prosegue la Tass, ha più volte dichiarato che “aerei e vascelli russi si muovono seguendo minuziosamente le norme internazionali”. Pravda.ru ricorda come i comandi militari di Estonia, Lituania e Lettonia si siano rivolte ai comandi Nato affinché vengano inviati nell’area soldati britannici, con l’aiuto dei quali si possa “tenere a freno il presidente Putin dall’iniziare un attacco”. Ciò dimostra, commenta Pravda.ru, non tanto il timore paranoico dei generali baltici di fronte alle forze russe, quanto la loro brama di dimostrare, una volta di più, la propria posizione antirussa.

Per ogni evenienza, le forze armate estoni hanno ricevuto domenica scorsa dagli USA una partita di missili controcarro FGM-148 “Javelin” da utilizzo individuale. Secondo Interfax, la quantità di armi giunta in Estonia, sufficiente a distruggere fino a una brigata carri nemica, ha un valore di 33 milioni di $, finanziati coi fondi USA per il “sostegno alle misure di dissuasione in Europa”. Il sistema Javelin, che andrà gradualmente a sostituire quello Milan, attualmente in servizio in Estonia, consente all’operatore di eclissarsi immediatamente dopo aver sparato la salva.

E perché la “minaccia russa” venga completamente scongiurata, l’ex ambasciatore yankee in Russia, Michael McFaul, distintosi a suo tempo a Mosca se non altro per i suoi ricevimenti a pro dell’opposizione liberale, teorizza ora l’annessione alla Germania di Kaliningrad, l’enclave russa sul mar Baltico stretta tra Polonia e Lituania, a una cinquantina di km dalla base lituana di Klaipėda, dove si stanno svolgendo le manovre della forza di reazione rapida “Colpo di saetta 2016”. La bizzarra idea di McFaul ha preso spunto dalla polemica in rete sull’appartenenza storica della Crimea alla Russia, del Texas al Messico, di varie città polacche alla Germania, dell’Alaska alla Russia, dell’antica Könisberg alla Prussia orientale. Nel 1945, con la conferenza di Potsdam, la Prussia cessò di esistere: un terzo del suo territorio, con Könisberg, andò all’Unione Sovietica e il resto alla Polonia.

Che assonanza di vedute con l’idea ucraina di una Crimea ancora debitrice delle gesta di zuavi napoleonici e bersaglieri piemontesi!

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