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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/09/2026

Soldati italiani feriti “sul fronte russo”, ma si sono sparati tra loro

Stavolta, a quanto pare, c’entrano poco sia la “guerra ibrida” che la Russia, ma l’episodio è significativo.

Il Ministero della Difesa ha infatti reso noto un incidente avvenuto nel tardo pomeriggio di venerdì in Lettonia, durante un’esercitazione a fuoco nell’area addestrativa di Ādaži.

Sono rimasti feriti quattro militari italiani dell’Esercito inviati in Lettonia, appartenenti all’11° Reggimento Bersaglieri e impegnati nell’ambito della missione NATO Forward Land Forces (FLF).

I soldati sono stati immediatamente soccorsi e trasferiti presso una struttura ospedaliera di Riga, dove sono tuttora sottoposti a cure e accertamenti. Secondo le prime informazioni, purtroppo uno dei quattro militari versa in condizioni più serie. In ogni caso nessuno risulta, al momento, in pericolo di vita.

Per quanto riguarda le cause dell’incidente, il Ministero della Difesa fa sapere che sono attualmente in corso di accertamento, ma conferma che l’episodio è avvenuto durante un’esercitazione militare.

Nello specifico, si tratta di un incidente legato a un’“arma da fuoco non automatizzata” installata su un veicolo militare italiano. In pratica, una raffica di mitragliatrice è partita accidentalmente da un veicolo corazzato Dardo manovrato da militari italiani e ha colpito un altro mezzo dello stesso tipo che lo precedeva con il portellone aperto, forse perché i militari stavano per scendere dal cingolato.

In Lettonia sono schierati circa 250 militari italiani della Brigata Garibaldi con mezzi blindati al seguito.

È utile rammentare che l’Italia è il paese europeo che ha più soldati impegnati all’estero in missioni militari. Il decreto che conferma questi impegni viene rinnovato – e confermato in modo bipartisan – tutti gli anni dal Parlamento e, indipendentemente dalla guerra in Ucraina, costa 1,48 miliardi di euro all’anno.

Più morti e feriti...

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18/07/2024

Cagliari. Processo per i generali accusati di disastro ambientale a Capo Teulada

Il 18 luglio al Tribunale di Cagliari si terrà l’udienza del processo che mira a identificare i colpevoli del disastro ambientale avvenuto nel Poligono Militare di Teulada. Gli imputati del processo sono quattro generali, ex capi di stato maggiore dell’Esercito Italiano, su cui pendono le accuse di disastro ambientale colposo. Il quinto imputato, il generale Graziano, si è suicidato il 17 giugno 2024.

Le indagini hanno riguardato un arco temporale sino al 2016 ma nel capo di imputazione si contestano le condotte solo sino al primo settembre 2014, in evidente contrasto con quanto accertato dalla stessa Procura. Con le indagini si è accertato che, nonostante si fosse attivato il PIA (Piano di intervento ambientale integrato), dal 2008 al 2016 si sono svolte le esercitazioni nella penisola Delta e nel 2016 sono stati rinvenuti n. 4 lunette contaminate di Torio e nel 2018 n. 9 motori di missili Milan.

Gli agenti inquinanti riversati nel territorio hanno la capacità di permeare la terra per decine di metri, raggiungere le falde acquifere, muoversi attraverso l’aria per chilometri e diffondersi nelle acque del mare per distanze difficilmente calcolabili. Queste sostanze entrano all’interno della catena alimentare, inquinando la pesca, l’allevamento, l’agricoltura e i prodotti derivati (es. pane, pasta, formaggi, vini etc).

La tossicità dei materiali e la loro diffusione è alla base di numerose patologie che colpiscono animali, piante e esseri umani, come ad esempio leucemia, tumori solidi, malformazioni neonatali, intossicazione da specifici agenti. Esistono evidenze scientifiche del nesso causale tra questi agenti inquinanti e le patologie riportate, sebbene, ad oggi, non siano mai state effettuate ricerche epidemiologiche serie che mettano alla luce la reale situazione nei pressi dei poligoni.

L’indagine era nata nel 2012 quando una ventina di residenti aveva presentato alcuni esposti segnalando l’insorgenza di alcune patologie come linfomi e diverse neoplasie riconducibili alle attività belliche praticate nel poligono. In realtà la parte legata all’ipotesi di omicidio colposo era stata stralciata quasi subito e archiviata per l’impossibilità di dimostrare, come sostiene il Pubblico Ministero, un nesso causale tra decessi e presenza del poligono. In realtà i l nesso causale tra agenti inquinanti prodotti dalle esercitazioni militari e l’insorgenza di queste patologie è ampiamente dimostrato e documentato dalla letteratura scientifica internazionale.

Quello che manca è uno studio epidemiologico accurato che dimostri l’aumento di incidenza di queste patologie in prossimità dei Poligoni, ma questo genere di studi può essere condotto esclusivamente dalle istituzioni Sarde o Italiane che fino ad oggi hanno latitato. Il processo si configura già come come l’ennesima assoluzione dello Stato verso se stesso. Infatti, il Pubblico Ministero, pur ammettendo che nel Poligono di Teulada è avvenuto un disastro ambientale, continua a chiedere il proscioglimento di tutti gli imputati.

Questo è avvenuto già al termine delle indagini preliminari, durate sette anni, ma in quell’occasione il GIP Alessandra Tedde ed il GUP Giuseppe Pintori hanno rispettivamente ordinato l’imputazione coatta dei presunti responsabili e successivamente rinviato a processo tutti gli imputati. È probabile che il proscioglimento possa essere deciso già nell’udienza del 18 luglio, senza dare inizio al dibattimento.

Al di là del verdetto, il dibattimento potrebbe attestare in maniera più chiara i livelli di inquinamento ambientale, le relazioni con le patologie che affliggono la popolazione e le modalità con cui le esercitazioni hanno determinato il disastro ambientale. Si potrebbero fare studi e produrre documenti che spiegherebbero meglio cosa è accaduto e quali sono, ancora oggi, i rischi che derivano da queste attività. Inoltre, probabilmente, si svilupperebbe un dibattito pubblico che darebbe maggiori informazioni di quanto accade nei territori limitrofi ai poligoni. L’obiettivo sembra essere quello di non voler dare alcuna risposta su ciò che accade nei poligoni militari né trovare responsabilità politiche e penali.

Per questo motivo chiedono il proscioglimento per tutti i generali dei gravissimi capi di imputazione. Due pesi e due misure Secondo la magistratura inquirente tenere i generali sotto processo sarebbe un accanimento inopportuno verso di loro, che dovrebbero sopportare ancora a lungo l’accusa di essere i responsabili del disastro colposo.

Qui la giustizia italiana dimostra di utilizzare due pesi e due misure: mentre per i generali sopra citati si chiede il proscioglimento dalle accuse per disastro ambientale colposo, gli imputati per l’Operazione Lince non hanno ricevuto lo stesso trattamento, ma dovranno sopportare ancora per tanti anni un’assurda accusa di terrorismo. Le più di quaranta persone coinvolte, quasi tutte sotto i quarant’anni, non potranno partecipare a concorsi pubblici, venire assunte nel pubblico impiego, accedere a contributi e finanziamenti in quanto indagate per reati contro lo Stato. Non è questa la sede in cui crediamo di doverci difendere, ma vogliamo solo smascherare, ancora una volta, la bugia che la giustizia è uguale per tutti.

I capi di imputazione dell’operazione Lince sono manifestazione non autorizzata, aver forse divelto delle reti già rotte, resistenza e simili. La somma di tutti questi ha fatto sì che l’accusa principale sia il reato associativo con finalità di sovvertire l’ordine costituito, quindi terrorismo. Rendere, invece, una parte della Sardegna inbonficabile, per lo Stato italiano è un reato che non ha colpevoli e non varrebbe la pena di iniziare il dibattimento.

Il silenzio della politica e la lotta di A Foras Noi non accettiamo che a farsi carico di questo scempio ambientale debbano essere le prossime generazioni di sardi, costretti a vivere in un’isola sfruttata e deturpata come una colonia. Esigiamo risposte per tutte le persone, civili o militari, che si sono ammalate o che sono morte; vogliamo giustizia per le loro famiglie; pretendiamo che la nuova giunta regionale prenda posizione, anziché fantasticare di esercitazioni green. Chiediamo la chiusura di tutti i poligoni, la bonifica e la restituzione dei territori occupati e di poter vivere in una terra di pace.

Ci vediamo quindi il 18 luglio alle 9 davanti al Tribunale di Cagliari, per affermare che per noi lo Stato Italiano e il ministero della Difesa sono colpevoli di tutto questo. Aspetteremo tuttə insieme la decisione dei giudici, per gridare ancora che la lotta non si ferma.

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08/05/2024

Scenari di guerra disegnati dal generalissimo Maisello

Le dichiarazioni del generalissimo dell’Esercito italiano, se fossero state fatte quando c’era la leva militare obbligatoria attiva, avrebbero suscitato allarme fra i militari di leva e i loro cari. Ci riferiamo alle dichiarazioni rilasciate ieri dal capo di Stato maggiore dell’Esercito italiano, il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, al Corriere della Sera.

Il generalissimo Masiello, senza parlare di GUERRA ha disegnato scenari di guerra in cui all’Italia spetta un ruolo da protagonista.

“Bisogna sbrigarsi”, ha dichiarato il generalissimo, “perché non sappiamo cosa accadrà. Mentre politica e diplomazia fanno il loro lavoro, noi dobbiamo impegnarci a farci trovare pronti, sperando di non dover mai entrare in azione: l’Italia deve diventare una nazione con una capacità di deterrenza reale e credibile”.

“L’Esercito – ha sottolineato Masiello – deve essere rivisto sotto diversi profili. Sono cambiati gli scenari, le minacce e, quindi, le esigenze, anche degli altri Paesi Nato. Vanno rivisti soprattutto i principali sistemi d’arma, potenziati gli strumenti, adeguate le strutture e le procedure d’impiego”.

Scenari di guerra supportati anche dal governo, con il Ministro della difesa Crosetto che da tempo ha rimesso in discussione la sospensione del servizio di leva. “Sospensione” perché in Italia la leva militare obbligatoria non è mai stata “abolita”, ma resa inattiva dal 1º gennaio 2005, come stabilito dalla legge 23 agosto 2004, n. 226.

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04/12/2023

Italia - Il gen. Vannacci promosso a Capo delle Forze Operative Terrestri

Da oggi, lunedì 4 dicembre, il discusso generale Vannacci – autore del contestato libro “Il Mondo al contrario” è stato trasferito a Roma dove nei prossimi giorni assumerà l’incarico di Capo di Stato Maggiore del comando delle Forze operative terrestri/comando operativo dell’esercito esercito. Che segnale è? È un bruttissimo segnale.

Secondo fonti della Difesa quella di Vannacci “Non è una promozione” aggiungendo che il ruolo “non comporta relazioni con altre istituzioni”. Vannacci, affermano le stesse fonti della Difesa, “dipenderà dal vice comandante delle Forze operative terrestri/Comando operativo Esercito e non avrà autonomia decisionale diretta. Sara solo comandante dei propri capi ufficio”.

Di tutt’altro avviso sembra essere proprio il gen. Vannacci, il quale ieri ha commentato all’Adn Kronos che: “Già da domani sarò a Roma per il mio nuovo incarico di capo di Stato Maggiore del comando delle forze operative terrestri. Una nomina in linea con il mio grado, con la mia funzione e con la mia esperienza”.

“Un incarico prestigioso – spiega Vannacci – che assumerò con grande determinazione e passione e che mi vedrà nella Capitale dove presterò servizio. Un comando che si occupa della validazione delle unità che devono partire con ruoli operativi all’estero, della loro preparazione, del loro addestramento”.

Vannacci, ex comandante dei parà della Folgore e del Col Moschin, con alle spalle missioni in Iraq e Afghanistan, avrà ai suoi ordini tre generali di brigata e diversi colonnelli.

Il 17 agosto scorso il ministro della Difesa Guido Crosetto si era imbufalito, affermando sui social che quelle del gen. Vannacci sono “opinioni personali che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione repubblicana”.

Il 18 agosto era arrivata la decisione dello Stato Maggiore dell’Esercito che aveva sollevato Vannacci dal comando e rimosso dal ruolo di capo dell’Istituto geografico militare di Firenze. Il generale, era stato messo a disposizione del comando delle forze operative terrestri.

Il ministro della Difesa Crosetto, preso a pallonate ad agosto anche dai suoi colleghi di partito e di maggioranza per aver chiesto la rimozione del gen. Vannacci, stavolta ha fatto – o ha dovuto fare – buon viso a cattivo gioco.

Non siamo esperti di gerarchie militari, ma un passaggio dal defilato Istituto Geografico Militare a Capo di Stato Maggiore delle forze operative terrestri, non ci sembra proprio un semplice cambiamento di posto, né un incarico ancora più marginale, cui sembrava fosse destinato il gen. Vannacci dopo le polemiche scatenate dal suo libro.

Al contrario, appunto, sembra più una gratificazione per un altissimo ufficiale dell’esercito che ha dato fiato a tutte lo spettro del pensiero regressivo della destra.

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06/07/2023

2 luglio 1993 - Italia con le mani in Pasta


30 anni fa la battaglia (e le torture) di Mogadiscio

La Battaglia del Pastificio – Ceckpoint Pasta

Era un venerdì, il 2 luglio del 1993. Da oltre due mesi l’operazione Unosom II[i] aveva sostituito la precedente Unitaf[ii]. Si trattava di operazioni promosse dall’ONU a partire dalla primavera del 1992 (risoluzione 751/92) allo scopo di “portare aiuti umanitari per combattere la carestia” che colpiva la Somalia; carestia aggravatasi in seguito alla guerra civile (iniziata dopo la caduta di Siad Barre nel 1991) fra i seguaci del presidente Ali Mahdi Mohamed[iii] e i seguaci di Farah Aidid[iv].

L’operazione Unosom II, a differenza delle precedenti Unosom I e Unitaf (conosciuta come Restore Hope)[v] autorizzava l’uso delle armi alle truppe ONU inviate nel paese del Corno d’Africa, ufficialmente arrivate per garantire appoggio logistico e sicurezza alle operazioni umanitarie di aiuto. Ma anche per disarmare le due fazioni armate somale che si combattevano, e si dividevano anche i quartieri della capitale Mogadiscio.

E furono proprio le operazioni finalizzate a requisire armi e mezzi, nonché a smantellare radio e apparati logistici dei due contendenti, ad accentuare le caratteristiche di occupazione militare agli occhi della popolazione somala.

Meno di un mese prima, il 5 giugno, nel tentativo di occupare la sede di radio Mogadiscio, utilizzata dalle truppe di Farah Aidid[vi], ci fu uno scontro fra le truppe ONU e i somali, in cui rimasero uccisi 25 soldati pakistani.

Le forze militari italiane[vii] la mattina del 2 luglio furono assalite da una folla di civili somali nei pressi dell’ex pastificio costruito dagli italiani nell’epoca coloniale fascista (per la ricostruzione degli eventi rimandiamo all’articolo di Il Post del 2 luglio 2013, per il ventennale)[viii]

Negli scontri rimasero uccisi 3 militari italiani e ne rimasero feriti 22. Come al solito in questi casi, se dei morti e dei feriti italiani si conoscono nome e cognome, non è così per le vittime somale. Alcuni fonti parlano di 67 morti e 122 feriti. Altre fonti parlano di numeri ben più alto, come del resto rivendicato con orgoglio dai parà italiani con la scritta lasciata all’ingresso del Campo 7 a Mogadiscio (vedi foto). La Battaglia del Pastificio è stata definita da molti come il primo vero scontro che coinvolge truppe italiane dopo la Seconda Guerra Mondiale. In realtà, sia nel Corno d’Africa (l’Italia mantenne l’Amministrazione fiduciaria della Somalia sino al 1960), sia nell’allora Congo Belga, i militari italiani coinvolti in fatti di guerra sono stati numerosi per tutto il dopo guerra, e i militari morti sono stati decine.

Sulle ragioni dell’attacco alle truppe italiane si è sempre parlato di mistero. Si disse che forse stavano per avvicinarsi troppo a depositi di armi o al rifugio di Farah Aidid.

Le torture

Una delle possibili cause delle motivazioni per cui i soldati italiani, al di là della solita retorica degli “italiani brava gente”, potrebbe trovarsi in quanto venne fuori alcuni anni dopo, quando il settimanale Panorama pubblicò foto in cui si vedevano militari italiani mentre torturavano civili somali, fra cui donne violentate, che portarono a inchieste e interrogazioni parlamentari. In realtà già nel giugno del 1993, prima della battaglia del pastificio, i settimanali Epoca e Sette pubblicarono foto di torture da parte dei militari italiani.

“Stefano Valsecchi (ex paracadutista, ndr), autore di una fotografia di una ragazza legata a un carro armato e violentata, confessò al giornalista Marco Gregoretti di Panorama che durante la scena erano presenti parà, bersaglieri e carristi, e che tutti “ridevano, c’era tanto casino. Più che un gioco sessuale era un far qualcosa, un sentirsi grandi. Era stare nel gruppo. È la legge del branco.” (fonte)

Eppure continuò (e continua, basta leggere nei siti che fanno riferimento ai corpi armati o ai congedati dai corpi armati italiani più coinvolti nelle missioni all’estero) la legenda del comportamento irreprensibile delle forze italiane e lo “stupore” per l’attacco del 2 luglio. La copertura politica e istituzionale di fatto dura ancora, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei militari coinvolti e individuati sono stati esigui e ridicoli, quelli penali assenti.

“La mancanza di conseguenze e provvedimenti per questi scandali porterà alcuni dei coinvolti a far carriera, alcuni si ritroveranno anni dopo a gestire la “macelleria messicana” al G8 di Genova, ancora una volta impuniti.” (fonte)

Qualcuno ha ipotizzato che fra le cause ancora da definire completamente della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potesse esserci anche quanto scoperto dalla giornalista Rai sui fatti nel 1993. Di sicuro c’è solo che gli affari sporchi dell’Italia nel Corno d’Africa hanno una tradizione lunga e continua. Che si trascina sino ai giorni nostri.

Quanto sta accadendo in Francia questi giorni, con le rivolte delle banlieue dopo l’assassinio di un ragazzo di origini arabe da parte della polizia, dovrebbe farci riflettere su quanto sia rischioso, oltre che ingiusto, non fare i conti con le colpe del proprio passato, e quanto sia ingiusto e rischioso non ripulire i corpi militari e di polizia dalla cultura razzista, fascista e intollerante.

Esistono varie documentazioni, libri, inchieste, film e documentari su quei fatti, sia da parte di ex parà, come il libro I diavoli Neri, scritto dell’ex capitano dei parà Paolo Riccò, o il film Checkpoint Pasta, di Andrea Bettinetti, sulla battaglia del 2 luglio; sia sulle torture, come il film La linea sottile, di Nina Mimica e Paola Sangiovanni, o il documentario/intervista ad uno dei militari coinvolti, Michele Patruno[ix]

Note

[i] United Nations Operation in Somalia

[ii] UNIfied TAsk Force

[iii] https://it.wikipedia.org/wiki/Ali_Mahdi_Mohamed

[iv] https://it.wikipedia.org/wiki/Mohammed_Farah_Aidid

[v] https://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20060106073322.pdf

[vii] “Denominato ITALFOR-IBIS” il contingente italiano era incentrato sulla Brigata Paracadutisti “Folgore” e comprendeva anche personale della Marina e dell’Aeronautica” https://www.esercito.difesa.it/operazioni/operazioni_oltremare/Pagine/Somalia-UNOSOM-Ibis.aspx

[viii] https://www.ilpost.it/2013/07/02/battaglia-pastificio-mogadiscio/

[ix] https://www.panorama.it/video/news/somalia-1997-il-branco

Fonte e approfondimenti sul tema

27/05/2023

Viva i volontari che spalano il fango, ma “lo Stato” dov’è?

Da giorni siamo impegnati con tante compagne e compagni a portare solidarietà attiva in molti territori dell’Emilia Romagna colpiti dall’alluvione.

La prima domanda che ci siamo fatti arrivando nei territori è stata: “lo Stato dov’è?”. Certo, stiamo vedendo la Protezione Civile lavorare, ma in affanno a causa della mancanza di personale e mezzi. E l’esercito, che potrebbe mettere a servizio il genio militare, è praticamente assente, troppo impegnato a programmare parate e giochi di guerra.

Il fatto che tante e tanti si siano mobilitati per portare aiuto alle famiglie coinvolte è la dimostrazione chiara del fatto che “la comunità”, un soggetto che molto spesso si tende a dichiarare morente, è al contrario vivissima, capace di organizzazione e di tanta umanità.

Ma questa consapevolezza fa emergere ancor di più una grande contraddizione: mentre i volontari, acclamati da tutti, sono a spalare, perché lo Stato e la Regione arrancano nell’organizzazione della risposta ad una situazione emergenziale di tale portata?

Troppo facile agitare la retorica degli “angeli del fango” per dire che alla fine tutto va bene. No, non va tutto bene, e non c’è niente di angelico a spalare nel fango a rischio infezioni: si fa perché è da fare, e ogni giorno che passa aumenta la sfiducia e la rabbia dei cittadini.

Abbiamo visto alcune cittadine rimaste sott’acqua per più di una settimana, con aiuti scarsissimi da parte dalle istituzioni.

Stato e Regione appaiono insufficienti a gestire l’organizzazione di questo momento d’emergenza, emergenza che loro stessi hanno contribuito a creare con il negazionismo climatico e con la cementificazione del nostro territorio.

Ma, allo stesso tempo, abbiamo visto anche un’estrema capacità organizzativa e di intervento in qualcosa che in questo momento sembra interessare di più lo Stato italiano: giocare alla guerra.

Mentre l’Emilia Romagna era battuta da piogge incessanti, in Sardegna si svolgeva la prima fase di Joint Stars, l’esercitazione militare che vedeva coinvolti Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare, Carabinieri, Guardia di Finanza, Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Croce Rossa Italiana e Capitaneria di Porto e nella quale erano impiegati impegnati più di 4mila uomini e donne e circa 900 tra mezzi aerei, terrestri e navali.

Quello che in questo momento pretendiamo è che a spalare nel fango, tra le acque alluvionali e il rischio di malattie, non si lascino solo i cittadini ed i volontari, ma che siano chiamati da tutta Italia quei corpi impegnati in attività inutili e dannose, e che non fanno altro che alimentare un clima di guerra nel quale tutti, ormai da mesi, siamo stati abituati a vivere.

Per questo vogliamo rilanciare la mobilitazione che ci vedrà impegnati il 2 Giugno, perché pretendiamo meno soldi alla guerra e più soldi alla nostra terra, perché pretendiamo che il nostro territorio venga tutelato, anziché continuare a promuovere politiche ecocide dannose per i cittadini e per la nostra casa, il nostro Pianeta.

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