Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2026

Vannacci è un'operazione trumpiana

Questa, come vedrete da soli leggendo, non è un’analisi di classe. L’autrice, semmai, sembra preoccupata del “fenomeno Vannacci” dal punto di vista classicamente “europeista”, al punto da non usare il termine “fascista” neanche quando sarebbe più appropriato e chiarificatore del frusto “sovranista” (che, come abbiamo spiegato cento volte, è semplicemente un trucco semantico per santificare la “sovranità dei mercati” sui popoli).

Ciò nonostante, la ricostruzione fornisce un insieme di informazioni che è necessario conoscere per inquadrare esattamente un “fenomeno” che i media mainstream stanno gonfiando come un pallone – e soprattutto come previsto dai progettisti del “fenomeno” – anche da quanti ritengono di contrastarlo sul piano della “decenza linguistica” su immigrazione e zone limitrofe.

Fino ad inventarselo come “putiniano” solo perché, trumpianamente, ha un’altra gerarchia di “nemici”.

La ricostruzione delle tappe e della gestione dei fondi porta invece a centrali decisionali piuttosto note – come Steve Bannon e la galassia statunitense “Maga” – e ad un sottoscala da sempre protagonista delle peggiori avventure reazionarie in Italia: massoneria e militari, in particolare delle “forze speciali” (paracadutisti, incursori di marina, carabinieri, ecc.).

L’idea di fondo del “prodotto Vannacci” – al di là degli stracci retorici per attirare l’attenzione dei pirla (come la “remigrazione”) – appare ogni giorno sempre più chiara e intollerabile: portare i militari nelle stanze del potere politico. Lo dimostra anche la scelta di candidare un altro generale, Carmelo Burgio, in forza ai carabinieri, a sindaco di Milano.

L’idea dei militari al potere, sebbene in forme meno “totalitarie”, attraversa peraltro anche le fila dei sostenitori del “campo largo”, con la suggestione di “far scendere in politica” Franco Gabrielli – ex capo della Polizia, nonché ex direttore dei servizi segreti interni (il Sisde, poi Aisi), prefigurando una fintissima “alternativa” tra due modi di mettere la “sicurezza percepita” al centro dell’agenda politica.

Quando le soluzioni alla crisi diventano introvabili, ma non si sa o non si vuole cambiare il sistema sociale fondato sulla proprietà privata, i militari restano sempre l’ultima risorsa, anche dei sedicenti “liberali”.

Buona lettura.

*****
 
Febbraio 2023.

Che cosa sa un bot di Wikipedia di un libro che non è stato ancora scritto?

Prova a farci caso. È una domanda strana. È una domanda che i giornali non hanno mai fatto. E quando cominci a fare domande strane, le risposte diventano ancora più strane.

Febbraio 2023, dicevo. Roberto Vannacci non ha ancora detto nulla pubblicamente. Non ha contratti editoriali. Non ha casa editrice (sarà autopubblicato su Amazon KDP). Non ha comunicato a nessuno che sta scrivendo un libro. Vannacci è a Mosca, in missione da addetto militare presso l’ambasciata italiana. È un uomo invisibile.

Eppure qualcuno a febbraio comincia a modificare la sua pagina Wikipedia. Sistematicamente. Non correzioni casuali. Non contributi di un appassionato. Lavoro metodico: riorganizzazione della struttura biografica, aggiunta di sezioni, standardizzazione dello stile, pulizia narrativa.

È il lavoro di chi prepara un profilo per la viralità futura.

Il bot si chiama “Hockler73”. Non ha una pagina di discussione attiva. Non interagisce con la comunità. Appare, modifica, scompare. È come se fosse stato istruito, attivato, usato, e poi disattivato.

Sei mesi dopo, agosto 2023, Vannacci carica il libro su Amazon. Nel giro di 24 ore: 100.000 ricerche Google. Nel giro di una settimana: 93.700 copie vendute. Nel giro di tre mesi: mezzo milione di euro lordi. Una traiettoria così perfetta che sembra un prodotto industriale.

E qui chiedi: come? Come fa una autopubblicazione su Amazon a raggiungere 100.000 ricerche Google in 24 ore? Non succede per merito letterario. Non succede per passaparola organico. Succede per coordinamento.

Ma quando cercavo di tracciare chi coordinava, trovavo il vuoto.

Domanda numero uno: chi coordina il denaro?

Non è una domanda astratta. È il punto di ingresso di tutta l’inchiesta.

Se costruisci un movimento politico che vende mezzo milione di copie di un libro, che raccoglie decine di migliaia di iscritti, che amplifica una voce su tutti i social media – chi paga per coordinare questo? Chi gestisce i social? Chi amplifica il messaggio? Chi risponde al telefono quando qualcuno ha bisogno di coordinamento?

Fai una ricerca. Traccia le agenzie di comunicazione. Leggi i contratti di Vannacci. Cerca il nome di un responsabile social media, di un consulente politico, di un comunicatore visibile.

Troverai il vuoto. Niente. Silenzio.

Non è incompetenza. È design.

Perché quando cerchi chi coordina Vannacci trovi tre nomi che rimandano uno all’altro, ma nessuno è il coordinatore vero. E quando cerchi il denaro che finanzia il coordinamento, lo trovi diviso in quattro serbatoi diversi, ognuno legale, ognuno trasparente – ma solo come singolo elemento. Insieme, formano un tunnel.

Il primo serbatoio è il libro stesso: 860.000 euro lordi, 578.000 netti a Vannacci, agosto 2023. Il denaro arriva, viene speso, e poi il tracciamento diventa confuso.

Ma nel momento esatto in cui il libro raggiunge il picco di viralità, accade qualcosa. Il 26 agosto 2023, esattamente una settimana dopo il lancio, qualcuno fonda ufficialmente un’associazione culturale chiamata “Il mondo al contrario”. È il nome del libro. Vannacci dirà ai giornalisti di non saperne nulla. Non ha comunicato direttamente l’idea. Non ha autorizzato nulla.

Ma l’associazione esiste. È registrata. E chi la fonda? Fabio Filomeni.

Ed ecco che arriviamo alla prima vera risposta: non è Vannacci che coordina se stesso. È la rete dietro Vannacci.

Fabio Filomeni: l’architetto invisibile

Qui è dove la storia comincia a rivelare la sua vera natura.

Fabio Filomeni non è un collaboratore casuale. Non è un assistant di comunicazione. È un tenente colonnello della Folgore in congedo. Ha 15 anni di carriera nei reparti speciali – 9° Col Moschin, quella unità d’elite che tutti conoscono e nessuno sa come funziona davvero. Due master: uno in antiterrorismo internazionale, uno in security e intelligence.

E soprattutto questo: ha una storia professionale con Vannacci che dura 25 anni. Somalia, Bosnia, Iraq, Yemen. Stessi reparti, stessi missioni, stesse operazioni. Non sono amici. Sono due uomini che si conoscono nel modo che solo due soldati d’elite possono conoscersi: con affidamento totale, con assenza di chiacchiere.

Adesso prova a capire cosa succede nel agosto 2023. La viralità del libro è al massimo. Vannacci è il nome di tendenza. E Filomeni, l’uomo che conosce Vannacci da 25 anni, l’uomo con background in intelligence e security, annuncia pubblicamente la fondazione di “Il mondo al contrario”.

Vannacci nega di saperne nulla. La stampa accetta la negazione. Fine della storia.

Ma prova a leggere tra le righe per un momento. Se Vannacci è davvero sorpreso dalla fondazione, perché non la contesta? Perché non dice “no, io non supporto questa associazione, sono terzo”? Perché il presidente dell’associazione rimane Filomeni per 20 mesi, tranquillo e invisibile, costruendo la struttura organizzativa di tutto il movimento?

Perché se Vannacci è stato sorpreso, allora la sorpresa è la negazione, e la verità è il coordinamento.

Cosa fa Filomeni da agosto 2023 a marzo 2025?

Fonda l’associazione. Crea le prime cellule territoriali. Raccoglie tesseramenti (30 euro l’uno, e le stime parlano di 12.000 iscritti = 360.000 euro annui). Costruisce una rete di coordinamento che rimane invisibile sui media. Non appare mai sulle TV. Non dà interviste. Non scrive articoli. Rimane dietro le quinte, facendo il suo lavoro di ufficiale: organizzare la struttura, mantenere la catena di comando, assicurare che i comunicati passino dal canale giusto al momento giusto.

È compartimentazione militare applicata a un movimento politico. È il modo di operare della Folgore: ogni elemento sa solo quello che deve sapere. I soldati ricevono ordini, non spiegazioni. La rete funziona per comparti stagni.

E poi, marzo 2025, Filomeni se ne va.

Non è una partenza casuale. È una rottura. “Divergenze politico-organizzative”, dichiara ufficialmente. Cosa significa? Significa che Filomeni e Vannacci hanno avuto una discussione su dove sta andando il movimento. Significa che Filomeni ha detto “io non vado in questa direzione” e se ne è andato. Significa che fino a marzo 2025, Filomeni era davvero nelle decisioni strategiche, non era una marionetta che eseguiva ordini.

Quando Filomeni se ne va, chi prende il suo posto naturalmente?

Massimiliano Simoni: il luogotenente che rimane

Massimiliano Simoni è un consigliere regionale della Toscana, ex-Lega. È un ex-sottufficiale della Folgore. È massone.

Vedi il pattern? Vannacci è della Folgore. Filomeni è della Folgore. Simoni è della Folgore. Non è coordinamento casuale. È continuità di subcultura militare: gli stessi valori gerarchici, lo stesso modo di operare per comparti, lo stessa comunicazione non verbale tra gli elementi.

Quando Filomeni lascia il posto, Simoni è la continuità naturale. Non perché Vannacci lo sceglie. Perché la rete della Folgore funziona così: rimpiazzi un tassello con un altro tassello della stessa formazione.

Dal marzo 2025 in poi, Simoni è il Coordinatore Nazionale di Futuro Nazionale (il partito fondato a febbraio 2026). Cosa vuol dire coordinatore nazionale? Vuol dire che quando Vannacci parla alle riunioni pubbliche, è Simoni che assicura che i 200+ team territoriali ricevano le istruzioni. È Simoni che gestisce il tesseramento. È Simoni che ha il numero di telefono di tutti i referenti regionali. È Simoni che firma i contratti con i fornitori.

È il luogotenente operativo. È la persona che trasforma le intenzioni di Vannacci in azioni concrete.

Ma Simoni ha un’altra caratteristica importante: è massone da anni.

Questa non è un’osservazione casuale. È il secondo nodo della rete.

Luca Sforzini e il nodo massonico

Nel dicembre 2025, viene annunciato il “Centro Studi Rinascimento Nazionale”. È un think tank. È una struttura di ricerca. È una forma di legittimazione intellettuale per le posizioni politiche di Vannacci.

Il presidente è Luca Sforzini.

Sforzini è massone da 30 anni. Lo dice lui stesso nel suo CV pubblico: “consulente per importanti soggetti politici e finanziari”, “specializzato in gestione di flussi istituzionali”. Quando dici questo, in Italia, significa che conosci i canali finanziari opachi, che sai come muovere denaro tra fondazioni senza che rimanga traccia, che conosci i nodi della rete di potere nascosto che collega massoneria, politica, e finanza privata.

La sede del Centro Studi è il Castello Sforzini, proprietà privata di Luca Sforzini, provincia di Alessandria, nel Piemonte. Non è uno studio in un palazzo ministeriale. Non è un’università. È un castello privato. È uno spazio controllato, non pubblico, dove possono incontrarsi persone senza che i media lo sappiano. È la struttura fisica perfetta per un think tank che gestisce finanziamenti opachi.

Nel gennaio 2026, tre settimane prima di fondare ufficialmente Futuro Nazionale, viene fondata “Fondazione Generazione Xa”. Chi è il presidente formale? La moglie di Vannacci, Camelia Mihailescu. Chi è il direttore operativo? Massimiliano Simoni.

Come può esistere una fondazione privata con tariffario di donazioni (Simpatizzante 100 euro, Oro 500, Platino 1.000, Diamante 2.000-5.000 euro) senza bilancio pubblico? Facilmente. Perché in Italia una fondazione non ha l’obbligo di trasparenza che ha un partito politico.

E come mai le donazioni massime rimangono sotto i 3.000 euro, il limite legale di tracciamento? Non per caso. Per design.

Prova a disegnare l’organigramma ora:
  • Vannacci: volto pubblico
  • Filomeni (fino a marzo 2025): architetto strategico
  • Simoni (marzo 2025-oggi): luogotenente operativo, massone, collegamento con rete massonica
  • Sforzini: facilitatore massonico, gestore di flussi finanziari opachi, proprietario della infrastruttura fisica
Nessuno è responsabile di tutto. Ognuno è responsabile di una parte. Nessuno parla con i giornalisti di strategia. Tutti eseguono i loro compiti.

È struttura perfetta per l’invisibilità.

Ma dove va il denaro che raccolgono?

Come scompare mezzo milione di euro

Traccia il denaro.

Agosto 2023: il libro vende 93.700 copie. Vannacci riceve 578.000 euro netti. Destinazione dichiarata: finanziamento privato dell’operazione.

Marzo 2024: “Il mondo al contrario” viene registrata ufficialmente come associazione. Essa raccoglie tesseramenti a 30 euro l’anno. Stima: 12.000 iscritti = 360.000 euro annui. Per legge, può trasferire massimo 100.000 euro all’anno a un partito politico. Domanda: dove vanno gli altri 260.000 euro?

Risposta: il bilancio non lo dice. Perché un’associazione culturale non ha obbligo di trasparenza.

Gennaio 2026: “Fondazione Generazione Xa” raccoglie donazioni con tariffario esplicito. Importi massimi: 5.000 euro, ma la maggior parte rimane sotto i 3.000 euro per evitare tracciamento. Per cosa? Per “corsi di leadership”, dice il sito. Stima annuale: 50-100.000 euro. Dove vanno? Il bilancio non lo dice.

Dicembre 2025: “Centro Studi Rinascimento Nazionale” raccoglie donazioni online (“Per donare, clicca qui”). Bilancio pubblico: assente. Denaro tracciato: zero.

Febbraio 2026: nasce Futuro Nazionale come partito politico registrato. Futuro Nazionale ha obbligo di trasparenza. Ha pubblicato i bilanci. Sono stati dichiarati 316.918,52 euro in 4 mesi (febbraio-giugno 2026). Il 26% viene da “Il mondo al contrario” (83.300 euro). Il resto viene da donatori privati: costruttori, importatori di carburante, gioiellieri, ferrovieri.

Pagella Politica nota: “Il sistema di tesseramento di Futuro Nazionale non verifica l’identità di chi versa denaro. Teoricamente chiunque potrebbe versare usando un nome falso”. 

Sommami il denaro dichiarato:
  • Libro: 860.000 euro lordi (578.000 netti)
  • “Il mondo al contrario” tesseramento (2.5 anni): 900.000 euro lordi
  • Futuro Nazionale (4 mesi): 316.918 euro
  • Fondazione Generazione Xa (6 mesi): 50-100.000 euro
  • Centro Studi (2 mesi): 30-50.000 euro
Totale: circa 2,7-3,0 milioni di euro in 3 anni

Adesso fatti la domanda che gli economisti si fanno quando vedono questa cifra: per cosa è stata spesa?

Perché Vannacci non ha ufficio di comunicazione tracciabile. Non ha agenzia pubblicitaria. Non ha responsabile social media stipendiato. Non ha budget di digital marketing documentato. Non ha contratti con influencer. Non ha spese dichiarate per operazioni online.

Eppure ha:
  • Bot Wikipedia coordinato a febbraio 2023
  • Viralità su Google 100.000 ricerche in 24 ore
  • Amplificazione su TikTok, Instagram, Facebook, Telegram, YouTube
  • Coordinamento con War Room di Steve Bannon
  • Costo minimo di queste operazioni: 150-310.000 euro annui (stima conservativa).
Costo dichiarato: zero euro

Questo significa che o il denaro è speso in nero (illegale), o il denaro viene spostato tra i quattro serbatoi in modo che non risulti traccia della destinazione finale.

Entrambe le conclusioni portano allo stesso punto: la struttura è costruita appositamente per offuscare dove vanno i soldi.
 
La scoperta che cambia tutto: Bannon, Harnwell, Washington

Fino a questo punto, potrebbe essere solo corruzione italiana standard. Denaro opaco, strutture parallele, nessuno sa chi paga chi.

Ma poi trovi il collegamento internazionale. E tutto cambia.

Ottobre 2025. War Room, il programma di Steve Bannon trasmesso dagli USA. Bannon è consigliere di Donald Trump, architetto della strategia MAGA, e negli ultimi anni si è specializzato nel costruire alleanze con movimenti sovranisti europei. Qual è il punto? Frammentare l’Europa dall’interno, indebolire l’UE, creare un asse USA-Orbán-sovranisti.

A ottobre 2025, War Room presenta pubblicamente una canzone intitolata “Charlie, Man of Freedom”, scritta da Giulio Curatella (nomen omen – coordinatore di Vannacci nel Centro-Sud) e interpretata in studio con Benjamin Harnwell presente.

Chi è Benjamin Harnwell?

Harnwell è il rappresentante permanente di Bannon in Italia. È basato nella Certosa di Trisulti, una struttura religiosa storica nella provincia di Frosinone. Ha costruito una rete di think tank, accademici, influencer francesi e italiani che lavorano sulla “sovranità nazionale”, sulla “difesa della civiltà occidentale”, su “resistenza alla censura dell’UE” (il famoso Digital Services Act e Digital Markets Act che piacciono poco a Bannon e Trump).

Febbraio 2026 – esattamente quando Vannacci fonda Futuro Nazionale, Il Giornale pubblica un’intervista a Harnwell. Dichiara: “Il generale e io siamo in contatto diretto. Tengo aggiornato Steve Bannon sugli sviluppi di Futuro Nazionale”

Non è una frase casuale. È una dichiarazione di collegamento operativo. Significa che Bannon sa cosa fa Vannacci. Significa che c’è una linea di comunicazione. Significa che il movimento italiano è coordinato con la strategia MAGA americana.

Ma dove è il finanziamento?

Aspetta tre mesi.

Giugno 2026. Il Dipartimento di Stato americano pubblica ufficialmente bandi per finanziare “organizzazioni della società civile europea” che si oppongono alla censura online (DSA, DMA), che difendono la sovranità nazionale, che promuovono una “filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni”.

Importo: fino a 3 milioni di dollari per ricevitore.

Luglio 2026. Financial Times rivela: “Il Dipartimento di Stato americano finanzia think tank europei allineati con il network MAGA”

E qui arriviamo al nodo:

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale potrebbe candidarsi come “think tank di ricerca sulla sovranità nazionale”. La Fondazione Generazione Xa potrebbe candidarsi come “organizzazione educativa per la formazione dei leader patrioti”. Entrambe potrebbero ricevere finanziamento tracciato, legale, pubblico dal Dipartimento di Stato americano. E nessuno sospetterebbe il collegamento con Vannacci, perché il finanziamento arriverebbe come premio per ricerca accademica, non per attività politica.

È perfetto. È tracciato. È legale. È invisibile.

Domanda ora: quando è stato deciso di fondare Generazione Xa (gennaio 2026)? Quando è stato deciso di lanciare il Centro Studi (dicembre 2025)? Prima che i bandi USA diventassero pubblici (giugno 2026).

Cosa significa? Significa che qualcuno, a Novembre 2025, sapeva già che i bandi stavano arrivando. Sapeva quali criteri avrebbero avuto. Sapeva che era il momento di costruire le strutture legali per ricevere quei finanziamenti.

Chi sa queste cose prima che il Dipartimento di Stato le annunci pubblicamente?

Persone come Benjamin Harnwell. Persone che siedono a tavoli dove si parla di strategia MAGA a livello internazionale.

La massoneria come nodo di connessione

Qui arriviamo al terzo elemento che nessuno ha notato: la massoneria italiana come facilitatore di questa operazione.

Simoni è massone. Sforzini è massone da 30 anni. Nel febbraio 2026, il giornale Repubblica pubblica che Gianmario Ferramonti (uomo legato alla P3, la massoneria nera erede della P2 di Licio Gelli, condannato negli anni ’90 per “associazione per delinquere”) viene “riattivato” e torna come “accompagnatore” di Vannacci.

Non è una figura simbolica. È un uomo che conosce i canali dell’intelligence, che ha contatti internazionali, che sa come muoversi nei sottotronchi della rete di potere.

Perché riattivare un ex-P3 nel febbraio 2026? Nel momento esattamente in cui il collegamento con Bannon e il Dipartimento di Stato diventa più esplicito?

Perché la massoneria italiana è l’intermediaria tra potere americano e potere italiano. È il nodo che collega Washington a Roma senza lasciare traccia diplomatica ufficiale.

Simoni facilita il collegamento con la rete massonica italiana. Sforzini canalizza il denaro attraverso le strutture massoniche. Ferramonti attiva i contatti nelle istituzioni italiane (magistratura, intelligence, governo) per assicurare che nessun procedimento legale disturbi l’operazione.

È il modello di come funziona davvero il potere transnazionale: non attraverso ambasciate ufficiali, ma attraverso reti parallele di uomini che si conoscono, che hanno giurato fedeltà gli uni agli altri, che operano per compartimenti stagni.

Cosa significa per l’Italia. E per l’Europa

Se Vannacci fosse solo un fenomeno politico locale, questa sarebbe una storia interessante di finanziamenti opachi.

Ma Vannacci non è locale. È il modello.

Lui è la prova di concetto di come costruire un movimento politico nazionale europeo usando:
  • Denaro estero mascherato da bandi “ufficiali” (Dipartimento di Stato USA)
  • Strutture legali parallele per offuscare i flussi finanziari (quattro enti, ognuno con zero bilancio pubblico)
  • Reti massoniche come facilitatori istituzionali (Simoni, Sforzini, Ferramonti)
  • Coordinamento con network politico internazionale (Bannon, Harnwell)
  • Amplificazione digitale coordinata senza firma (bot Wikipedia, viralità, War Room)
  • Subcultura militare come colonna vertebrale operativa (Folgore, compartimentazione, gerarchia)
E il modello funziona.

Vannacci nel giugno 2024 prende 532.368 preferenze alle europee. Nel febbraio 2026 fonda un partito nuovo che riesce a raccogliere 316.000 euro in 4 mesi. Nel giugno 2026 ha assemblea costituente con 1.700 persone in una sala a Roma.

Tutto questo – tutto questo – è stato costruito con l’invisibilità come architrave fondamentale.

Nel momento in cui l’UE sta cercando di regolamentare i contenuti online (DSA, DMA), emergono movimenti politici sovranisti che contestano la regolamentazione, finanziati da chi negli USA contesta la regolamentazione.

Nel momento in cui l’UE discute di aiuti militari all’Ucraina, emergono movimenti “sovranisti anti-guerra”, allineati con la posizione USA di Trump di ridurre il supporto americano.

Nel momento in cui l’Europa cerca autonomia strategica dagli USA, nascono reti di “sovranisti” finanziati USA per impedire l’autonomia strategica.

Vannacci è il sintomo. Il vero fenomeno è la rete. E il vero pericolo è che la rete rimane invisibile mentre il sintomo rimane visibile.

Chi sa che Vannacci è finanziato da Bannon e dal Dipartimento di Stato?

Nessuno. I giornali lo hanno riportato frammentando pezzi, senza collegare i punti. Il pubblico italiano non sa. Il pubblico europeo non sa. E nel momento in cui Vannacci entra in ESN (Europa delle Nazioni Sovrane) accanto a Viktor Orbán, accanto all’AfD tedesca, accanto ai “sovranisti francesi”, il voto europeo è già influenzato da un’operazione geopolitica mascherata da fenomeno politico locale.

Le elezioni italiane 2027 stanno arrivando. Dove andrà questo movimento? Quanta influenza avrà? Cosa chiederà il Dipartimento di Stato in cambio del finanziamento?

Le domande che non hanno risposta
  • Perché il bot Wikipedia Hockler73 ha modificato la pagina di Vannacci sei mesi prima della pubblicazione del libro?
  • Dove sono i bilanci di “Il mondo al contrario”, “Generazione Xa” e “Centro Studi Rinascimento Nazionale”?
  • Chi ha il numero di telefono della persona che gestisce i social media di Vannacci, e quale contratto sottoscrive?
  • Il Centro Studi Rinascimento Nazionale ha già presentato candidatura ai bandi del Dipartimento di Stato americano? Se no, perché è stato fondato a dicembre 2025, esattamente sei mesi prima dei bandi ufficiali di giugno 2026?
  • Quali sono i contenuti delle comunicazioni tra Harnwell e Vannacci? Quali incontri fisici hanno avuto?
  • Quando Vannacci uscirà dalla politica (e prima o poi uscirà), il sistema rimane attivo, pronto per il prossimo candidato? O è costruito solo intorno a lui?
  • La massoneria italiana sa che sta facilitando un’operazione finanziata da potenza estera? E se lo sa, perché lo fa?
  • Chi attiva Ferramonti nel febbraio 2026? Chi contatta chi? Chi chiede un favore a chi?
  • Esiste traccia nei registri FARA (Foreign Agents Registration Act americano) di Harnwell come agente straniero? Esiste traccia di Vannacci come suo assistito?
  • Dove sono i documenti di pianificazione strategica? Dove sono le email? Dove sono le prove di coordinamento?
Non avrai risposte. Perché l’operazione è stata costruita appositamente per non lasciar traccia documentale. Ogni elemento sa solo quello che deve sapere. Nessuno mette tutto per iscritto. Nessuno parla apertamente.

È il perfezionamento della clandestinità legale.

Il punto di non ritorno

Se questa fosse una storia di corruzione criminale, avrebbe traccia legale. Un magistrato aprirebbe un procedimento. Ci sarebbe un’inchiesta. Ci sarebbe trasparenza forzata.

Ma questo è qualcosa di più sofisticato. È il funzionamento normale del potere transnazionale europeo del 2026.

È le quattro fondazioni parallele, ognuna legale, ognuna opaca, ognuna che protegge le altre dalla trasparenza.

È la massoneria italiana che facilita senza lasciare firma.

È il Dipartimento di Stato USA che finanzia attraverso bandi “ufficiali” che mascherano intenzione politica come ricerca accademica.

È il network MAGA che costruisce “alleanze sovraniste” europee mentre l’Europa discute di autonomia strategica.

È la compartimentazione militare applicata alla politica: nessuno parla, ognuno esegue il suo compito, la rete rimane invisibile.

Il risultato è un movimento politico nazionale, un europarlamentare, una “coalizione sovranista” che sta influenzando le decisioni politiche europee – tutto costruito sulle fondamenta dell’invisibilità strutturale.

Vannacci non è una persona. È una struttura che porta il volto di una persona.

E se Vannacci domani sparisse dalla scena pubblica, la struttura rimane. Rimane attiva, rimane finanziata, rimane coordinata con Bannon, rimane collegata al Dipartimento di Stato americano.

Perché il problema non è Vannacci.

Il problema è il sistema che lo sostiene. E il sistema non è italiano. È europeo. E dietro l’europeo, c’è l’americano.

Fonte

06/07/2023

2 luglio 1993 - Italia con le mani in Pasta


30 anni fa la battaglia (e le torture) di Mogadiscio

La Battaglia del Pastificio – Ceckpoint Pasta

Era un venerdì, il 2 luglio del 1993. Da oltre due mesi l’operazione Unosom II[i] aveva sostituito la precedente Unitaf[ii]. Si trattava di operazioni promosse dall’ONU a partire dalla primavera del 1992 (risoluzione 751/92) allo scopo di “portare aiuti umanitari per combattere la carestia” che colpiva la Somalia; carestia aggravatasi in seguito alla guerra civile (iniziata dopo la caduta di Siad Barre nel 1991) fra i seguaci del presidente Ali Mahdi Mohamed[iii] e i seguaci di Farah Aidid[iv].

L’operazione Unosom II, a differenza delle precedenti Unosom I e Unitaf (conosciuta come Restore Hope)[v] autorizzava l’uso delle armi alle truppe ONU inviate nel paese del Corno d’Africa, ufficialmente arrivate per garantire appoggio logistico e sicurezza alle operazioni umanitarie di aiuto. Ma anche per disarmare le due fazioni armate somale che si combattevano, e si dividevano anche i quartieri della capitale Mogadiscio.

E furono proprio le operazioni finalizzate a requisire armi e mezzi, nonché a smantellare radio e apparati logistici dei due contendenti, ad accentuare le caratteristiche di occupazione militare agli occhi della popolazione somala.

Meno di un mese prima, il 5 giugno, nel tentativo di occupare la sede di radio Mogadiscio, utilizzata dalle truppe di Farah Aidid[vi], ci fu uno scontro fra le truppe ONU e i somali, in cui rimasero uccisi 25 soldati pakistani.

Le forze militari italiane[vii] la mattina del 2 luglio furono assalite da una folla di civili somali nei pressi dell’ex pastificio costruito dagli italiani nell’epoca coloniale fascista (per la ricostruzione degli eventi rimandiamo all’articolo di Il Post del 2 luglio 2013, per il ventennale)[viii]

Negli scontri rimasero uccisi 3 militari italiani e ne rimasero feriti 22. Come al solito in questi casi, se dei morti e dei feriti italiani si conoscono nome e cognome, non è così per le vittime somale. Alcuni fonti parlano di 67 morti e 122 feriti. Altre fonti parlano di numeri ben più alto, come del resto rivendicato con orgoglio dai parà italiani con la scritta lasciata all’ingresso del Campo 7 a Mogadiscio (vedi foto). La Battaglia del Pastificio è stata definita da molti come il primo vero scontro che coinvolge truppe italiane dopo la Seconda Guerra Mondiale. In realtà, sia nel Corno d’Africa (l’Italia mantenne l’Amministrazione fiduciaria della Somalia sino al 1960), sia nell’allora Congo Belga, i militari italiani coinvolti in fatti di guerra sono stati numerosi per tutto il dopo guerra, e i militari morti sono stati decine.

Sulle ragioni dell’attacco alle truppe italiane si è sempre parlato di mistero. Si disse che forse stavano per avvicinarsi troppo a depositi di armi o al rifugio di Farah Aidid.

Le torture

Una delle possibili cause delle motivazioni per cui i soldati italiani, al di là della solita retorica degli “italiani brava gente”, potrebbe trovarsi in quanto venne fuori alcuni anni dopo, quando il settimanale Panorama pubblicò foto in cui si vedevano militari italiani mentre torturavano civili somali, fra cui donne violentate, che portarono a inchieste e interrogazioni parlamentari. In realtà già nel giugno del 1993, prima della battaglia del pastificio, i settimanali Epoca e Sette pubblicarono foto di torture da parte dei militari italiani.

“Stefano Valsecchi (ex paracadutista, ndr), autore di una fotografia di una ragazza legata a un carro armato e violentata, confessò al giornalista Marco Gregoretti di Panorama che durante la scena erano presenti parà, bersaglieri e carristi, e che tutti “ridevano, c’era tanto casino. Più che un gioco sessuale era un far qualcosa, un sentirsi grandi. Era stare nel gruppo. È la legge del branco.” (fonte)

Eppure continuò (e continua, basta leggere nei siti che fanno riferimento ai corpi armati o ai congedati dai corpi armati italiani più coinvolti nelle missioni all’estero) la legenda del comportamento irreprensibile delle forze italiane e lo “stupore” per l’attacco del 2 luglio. La copertura politica e istituzionale di fatto dura ancora, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei militari coinvolti e individuati sono stati esigui e ridicoli, quelli penali assenti.

“La mancanza di conseguenze e provvedimenti per questi scandali porterà alcuni dei coinvolti a far carriera, alcuni si ritroveranno anni dopo a gestire la “macelleria messicana” al G8 di Genova, ancora una volta impuniti.” (fonte)

Qualcuno ha ipotizzato che fra le cause ancora da definire completamente della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potesse esserci anche quanto scoperto dalla giornalista Rai sui fatti nel 1993. Di sicuro c’è solo che gli affari sporchi dell’Italia nel Corno d’Africa hanno una tradizione lunga e continua. Che si trascina sino ai giorni nostri.

Quanto sta accadendo in Francia questi giorni, con le rivolte delle banlieue dopo l’assassinio di un ragazzo di origini arabe da parte della polizia, dovrebbe farci riflettere su quanto sia rischioso, oltre che ingiusto, non fare i conti con le colpe del proprio passato, e quanto sia ingiusto e rischioso non ripulire i corpi militari e di polizia dalla cultura razzista, fascista e intollerante.

Esistono varie documentazioni, libri, inchieste, film e documentari su quei fatti, sia da parte di ex parà, come il libro I diavoli Neri, scritto dell’ex capitano dei parà Paolo Riccò, o il film Checkpoint Pasta, di Andrea Bettinetti, sulla battaglia del 2 luglio; sia sulle torture, come il film La linea sottile, di Nina Mimica e Paola Sangiovanni, o il documentario/intervista ad uno dei militari coinvolti, Michele Patruno[ix]

Note

[i] United Nations Operation in Somalia

[ii] UNIfied TAsk Force

[iii] https://it.wikipedia.org/wiki/Ali_Mahdi_Mohamed

[iv] https://it.wikipedia.org/wiki/Mohammed_Farah_Aidid

[v] https://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20060106073322.pdf

[vii] “Denominato ITALFOR-IBIS” il contingente italiano era incentrato sulla Brigata Paracadutisti “Folgore” e comprendeva anche personale della Marina e dell’Aeronautica” https://www.esercito.difesa.it/operazioni/operazioni_oltremare/Pagine/Somalia-UNOSOM-Ibis.aspx

[viii] https://www.ilpost.it/2013/07/02/battaglia-pastificio-mogadiscio/

[ix] https://www.panorama.it/video/news/somalia-1997-il-branco

Fonte e approfondimenti sul tema

14/10/2022

I militari italiani e la possibilità di uno scontro con la Russia. “La maggioranza non lo vuole”

Abbiamo intervistato per Contropiano un ex Parà della Folgore, Simone, per comprendere qual’è, secondo lui, la situazione generale dell’Esercito ed “il morale delle truppe” di fronte alla possibilità di una guerra ad alta intensità tra la NATO e la Russia.

D: Simone, ti ringrazio in anticipo per la disponibilità che hai dimostrato. Vorrei iniziare raccontando la tua storia. Per quanto tempo sei stato nella Folgore e perché hai fatto la scelta della carriera militare?

R: Provengo da un piccolo paese dell’Appennino Abruzzese ed appena finite le scuole ho deciso di arruolarmi come volontario. Era il 2001 e mi sembrava un buon modo per dare un contributo al Paese. Ho fatto tutta la trafila, prima VFA, poi VFB, poi le missioni: due ONU (Sudan e Libano) ed una NATO (Afghanistan).

Nell’ultima missione, Enduring Freedom in Afghanistan, durante uno scontro a fuoco con i talebani, fui colpito da un tiro di kalashnikov. Ho subito alcune operazioni, ma mi sono salvato. Alcuni miei compagni, ed amici, non sono stati altrettanto fortunati.

Il comportamento dello Stato nei miei riguardi, dopo il ferimento, mi ha deluso molto. Sono stato riformato per causa di servizio nel 2013, congedato con onore. 12 anni di Esercito, 12 anni in cui sono stato sostanzialmente bene ed ho legato con molti colleghi.

D: Com’è la condizione materiale dei soldati? Quanto guadagnano e come si vive sotto le armi, da professionisti?

R: Posso ovviamente parlare dei miei tempi, ovvero fino ad 8/9 anni fa. Ma da quello che mi dicono i colleghi che sono rimasti non è cambiato tantissimo.

Si entrava da precari, come VFA (oggi VFP1) ovvero con 1 anno di contratto. Poi c’era il VFB con 3 anni di ferma (oggi sostituto con il VFP4) e poi la stabilizzazione. Io sono stato precario per 5 anni. Allora nei paracadutisti si entrava minimo con contratto VFB, adesso i requisiti si sono drasticamente abbassati ed arruolano nei parà anche personale VFP1.

Gli stipendi genericamente di aggiravano sui 1.000 euro al mese all’ingresso. Se oggi fossi ancora in servizio, dopo vent’anni guadagnerei intorno ai 1.700/1.800 euro al mese, indennità incluse.

Con le missioni, oltre allo stipendio base, prendevo 100/130 euro in più al giorno per stare in Afghanistan, nel pieno delle battaglie e con turni di lavoro che nulla hanno a che vedere con un impiego “da civile”, e con molte privazioni. Dal sonno all’igiene personale al sentire la famiglia per 5 minuti, una volta a settimana.

D: A proposito di missioni. Eravate obbligati ad andare?

R: C’è una differenza tra le missioni di “peacekeeping”, su base volontaria, e le missioni di guerra vere e proprie, per le quali è obbligatorio per chiunque a qualunque livello dell’Esercito rispondere positivamente alle chiamate. Comunque, sebbene sulla carta non esista obbligo di partire per le missioni “non di guerra”, è palese che non sia proprio così.

La prima volta che mi inserirono in organico per andare in Afghanistan mi opposi perché mio padre era gravemente malato. Mi fu fatta una fortissima pressione, ma alla fine la spuntai.

La seconda volta che mi misero in organico per la partenza invece non mi opposi, per tutta una serie di responsabilità che mi ero preso verso i miei commilitoni ed anche, lo dico molto sinceramente, perché ero estremamente curioso di comprendere con i miei occhi quale fosse la verità: i politici che venivano ad incontrarci provavano a convincerci che andassimo a liberare un popolo da una dittatura.

Ma le motivazioni non sono uguali per tutti. La professionalizzazione ha fatto sì che l’Esercito diventasse molto simile ad un qualsiasi posto pubblico. Ed è normale che se hai scelto la carriera militare per avere un lavoro “stabile e sicuro” non ti va di andare a morire a 4.000 km da casa. Infatti, c’era una generale paura di stare in Afghanistan. In tanti avevano messo la firma per arruolarsi in tempo di pace. E di stare in guerra per davvero non lo avevano realmente messo nel conto. Erano impreparati psicologicamente.

D: L’escalation militare in Ucraina sembra essere sempre più aspra. Senza dare giudizi di merito, possiamo affermare che sembra sempre più complicato un compromesso e sempre più probabile un confronto diretto tra la NATO e la Russia. Ovviamente se dovesse realizzarsi, speriamo di no, questo scenario, sarebbero probabilmente mobilitati – stavolta in maniera obbligatoria anche soldati italiani. Ci diresti secondo te cosa ne pensano i militari di ciò che sta succedendo tra Russia, Ucraina e Nato?

R: Premetto che non mi arrogo assolutamente il diritto di parlare a nome di tutto l’Esercito, ma credo che la stragrande maggioranza dei militari professionisti vogliano la pace. Voi non dovete pensare all’Esercito, e nemmeno ai corpi specializzati come la Folgore, come ad una massa di esaltati.

L’Esercito rispecchia le opinioni della società. Lo dovete pensare un ambiente simile alla Pubblica Amministrazione. Quasi tutti ci sono entrati, seppur consapevoli della tipologia di vita che avevano scelto, anche attratti da una stabilità lavorativa, per far campare le famiglie. Certo, c’è sicuramente una minima parte dell’Esercito convinta di rappresentare l’Occidente democratico e che è disponibile allo scontro con i russi, ma è sicuramente maggiore – e di molte volte – l’aliquota dei militari che credono che il problema sia l’America e la sua politica aggressiva.

Per quanto mi riguarda credo fermamente che l’Italia dovrebbe uscire fuori dalla NATO e che sia necessario sottoporre a giudizio popolare, con un referendum, anche la permanenza dell’Italia nell’Unione Europea. Insomma, auspico un riposizionamento internazionale pacifico e neutrale del nostro Paese.

D: Credi ancora che la guerra in Afghanistan abbia reso un servizio all’Italia?

R: Sinceramente no. Forse non ci ho mai creduto. Mi è capitato più volte di dire ai miei amici che forse avrei dovuto essere grato a quel talebano che mi ha sparato. Perché mi ha insegnato nella maniera più concreta possibile che non si può imporre ad un popolo un sistema di governo.

L’obbiettivo della NATO non è mai stato di tipo umanitario, ma assolutamente di interesse economico e geopolitico. E pure se fosse, è un errore madornale “esportare la Democrazia”. La parola stessa “Democrazia” dovrebbe significare accettazione e dialogo con gli altri, non qualcosa che si impone con le armi. Ogni Paese è prodotto di vari fattori storici e culturali che non si possono forzare dall’esterno.

In Afghanistan ci vedevano come invasori, ed io non riesco in nessun modo a dare torto agli afgani.

Fonte

08/12/2014

Altri droni italiani per i conflitti centrafricani

Prima l’Iraq e l’Afghanistan, poi la Libia, la Somalia, il Kuwait e la guerra ai migranti nel Mediterraneo. Adesso l’Africa sub-sahariana. Secondo quanto rivelato da RID, rivista italiana specializzata sulle tematiche della difesa, l’Aeronautica militare si appresta a dispiegare i velivoli senza pilota “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia) in un Paese appartenente alla fascia dell’Africa Centrale, per sostenere le operazioni occidentali contro le diverse milizie ribelli islamico radicali. Non è certo ancora dove i droni-spia italiani saranno rischierati, anche se è probabile che si tratti della martoriata Repubblica Centrafricana, dove da quest’estate opera un contingente di 50 uomini dell’8° Reggimento genio guastatori della Brigata paracadutisti “Folgore” di Legnago (Verona). Il personale italiano è integrato nella forza multinazionale dell’Unione Europea (EUFOR RCA) attivata a Bangui a giugno. Secondo quanto dichiarato dal Ministero della difesa, i parà nella RCA hanno il compito di “garantire il supporto della mobilità delle forze europee, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, la bonifica di residuati bellici e la realizzazione di lavori infrastrutturali in favore della popolazione e del governo locale”. Nei mesi scorsi, i militari hanno contribuito alla “protezione” delle imprese impegnate nella costruzione di un ponte tra due quartieri della capitale, in una delle aree più “sensibili” per la presenza di oltre 20.000 sfollati. Gli italiani partecipano insieme a un contingente delle forze speciali spagnole pure alle attività di vigilanza dello scalo aereo di Bangui. “L’aeroporto è l’unico terminal internazionale in Centrafrica”, spiega il portavoce della Difesa. “I genieri della brigata Folgore hanno migliorato la viabilità, realizzato le aree di controllo degli autoveicoli, controllato oltre 800 mezzi al giorno e rinforzato i checkpoint a protezione dello scalo”.

La componente militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana (EUFOR RCA) è costituita da 750 unità di diverse nazioni e comprende anche una forza di polizia. Le attività vengono svolte nel quadro della risoluzione Onu n. 2134 del 28 gennaio 2014 e della decisione del Consiglio Europeo del 10 febbraio successivo, che autorizzano un’operazione militare transitoria di stabilizzazione interna in vista del pieno dispiegamento della missione delle Nazioni Unite denominata “MINUSCA” (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica centrafricana). Dal 2013 ad oggi, Bruxelles ha stanziato più di 360 milioni di euro per finanziare gli interventi a favore delle autorità governative locali. Altri 5,7 milioni sono stati concessi il mese scorso per estendere le attività di EUFOR RCA sino al 15 marzo 2015 e “sostenere lo sforzo per un’effettiva transizione alla missione internazionale sotto l’egida dell’Onu”. MINUSCA ha preso il via ufficialmente il 15 settembre con il trasferimento a Bangui di 6.500 caschi blu e 1.000 poliziotti, cui si sono aggiunti i reparti francesi schierati nella RCA con l’operazione “Sangaris” e i 5.250 militari del contingente dell’Unione Africana “MISCA”, provenienti principalmente da Burundi, Camerun, Gabon e Repubblica del Congo. Di contro, 850 soldati del Ciad, inquadrati in MISCA, hanno dovuto lasciare il Paese perché accusati di violazioni e violenze ai danni della popolazione locale. Secondo gli accordi assunti internazionalmente, il governo di transizione della RCA dovrà fissare lo svolgimento di nuove elezioni politiche entro il febbraio 2015, mentre le Nazioni Unite garantiranno la presenza di un contingente di 12.000 effettivi con funzioni di ordine pubblico e “stabilizzazione”.

Stando a RID – Rivista italiana difesa, anche il Ciad potrebbe essere uno dei candidati ad ospitare i “Predator” del 32° Stormo dell’Aeronautica militare italiana. “Un dispiegamento in Ciad, peraltro, permetterebbe anche di monitorare il vicino Niger e, soprattutto, il sud della Libia, aree estremamente sensibili anche per gli interessi italiani”, rivela RID. “A tal proposito, i Predator dell’Aeronautica potrebbero sostituire i Predator americani come del resto già accaduto a Gibuti”. Ad agosto, due droni italiani sono stati schierati nel piccolo paese del Corno d’Africa, nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione Europea “Atalanta” e a supporto delle forze governative somale in lotta contro le milizie islamico-radicali di Al Shabab. In Ciad, invece, l’aeronautica militare degli Stati Uniti d’America dispiega un velivolo “Predator” e un contingente di 80 uomini per monitorare le attività del gruppo “terroristico” nigeriano Boko Haram. Altri aerei senza pilota Usa con funzioni d’intelligence, ricerca e riconoscimento sono stati dispiegati pure in Niger, mentre al controllo di una vasta area sub sahariana che dal Corno d’Africa si estende sino alle regioni settentrionali della Nigeria concorrono i “Global Hawk” statunitensi della stazione aeronavale siciliana di Sigonella.

Fonte

Sembra di essere tornati all'800 quando ogni potenza sgomitava per accaparrarsi un posto al sole in Africa...

06/12/2014

Militari somali in Italia. Li addestra la Folgore

Un mese di training in Italia per fare la guerra ai miliziani al-Shabab in Corno d’Africa. Da qualche giorno, una trentina di militari somali sono ospiti a Livorno per partecipare a un “corso di scorta, protezione ravvicinata e anti-terrorismo” che li abiliterà a guardie del corpo dei leader di governo e delle forze armate del martoriato paese africano. Ad addestrare il personale somalo in alcuni poligoni della Toscana ci sono gli incursori del 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, reparto d’eccellenza della Brigata Folgore.

“Non è noto se siano già stati pianificati altri corsi da tenere in Italia riservati al personale delle forze armate e di polizia somale, anche se da tempo gira voce che Roma stia mettendo a punto una missione militare nazionale di addestramento e consulenza da schierare a Mogadiscio”, riporta il sito specializzato Analisi Difesa. Le attività in Italia rientrano nel programma di cooperazione militare rivolto alla Somalia, avviato dopo la firma a Roma, nel settembre 2013, di un Memorandum bilaterale nel settore Difesa e gli accordi messi a punto con la visita a Mogadiscio, il 10 ottobre 2014, del Capo di stato maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.

I militari “ospiti” a Livorno avevano frequentato nei mesi scorsi i corsi di addestramento basico per la fanteria curati da EUTM Somalia (European Union Training Mission to contribute to the training of Somali National Security Forces), la missione addestrativa a favore delle forze di sicurezza somale che l’Unione europea ha attivato nell’aprile 2010 in collegamento con il Comando militare statunitense per il continente africano (US AFRICOM) ed AMISOM, la missione militare dell’Unione africana in Somalia. Schierata inizialmente a Kampala, capitale dell’Uganda, EUTM Somalia avrebbe dovuto operare per non più di tre anni, ma nel gennaio 2013 il Consiglio Europeo ha deciso di estenderla sino al 31 marzo 2015, stanziando 11,6 milioni di euro e ampliandone i compiti alla “consulenza politico-strategica” e all’addestramento specializzato delle forze governative in “attività anti-insurrezione e anti-terrorismo e al combattimento in ambiente urbano”. Nella seconda metà del 2013 la missione Ue ha trasferito il suo quartier generale nell’aeroporto internazionale di Mogadiscio e dal gennaio 2014 tutte le attività sono condotte esclusivamente presso il Jazeera Training Camp, sito a una ventina di chilometri dalla capitale.

La missione Ue vede schierati in Somalia 125 militari di 10 paesi (Italia, Germania, Svezia, Ungheria, Spagna, Belgio, Finlandia, Olanda, Portogallo e Serbia). Dal 15 febbraio il comando della missione è affidato al generale Massimo Mingiardi, vice comandante della Scuola di fanteria di Cesano ed ex comandante della brigata “Folgore”. L’Italia fornisce oltre il 60% del personale EUTM: un’ottantina di militari provenienti dal 186° Reggimento della “Folgore” e alcuni addestratori specializzati dell’Esercito e dei Carabinieri. Secondo il cronogramma operativo, nel 2014 il team italiano seguirà la formazione di 1.850 militari somali, con una spesa che solo nei primi sei mesi dell’anno è stata di 7 milioni e 62.000 euro. L’Italia contribuito pure con 800 mila dollari al fondo fiduciario delle Nazioni Unite a sostegno dell’esercito somalo.

I corsi addestrativi EUTM hanno preso il via a fine febbraio. Le attività, della durata di 4 settimane, hanno il compito di formare i militari somali (Train the trainers) poi destinati ad addestrare le future reclute del Somali National Army (SNA). La missione europea ha pure organizzato corsi specialistici per ufficiali e sottufficiali dell’esercito somalo e per le forze di polizia. Particolare enfasi è data alle attività d’intelligence e di contrasto delle milizie armate al-Shabab, ritenute vicine ad al-Qaeda e, dei flussi migratori tra il Corno d’Africa e l’area mediterranea. “La nostra missione militare è una prova di impegno coraggioso e di amicizia col popolo somalo”, ha dichiarato a fine giugno il viceministro Lapo Pistelli in visita a Mogadiscio. “L’Italia è a fianco del governo e dei Paesi della regione, impegnati a contrastare il terrorismo di Shabab. Da quest’area, quest’anno, vengono poi importanti flussi di migranti e richiedenti asilo: assieme all’Ue e in un dialogo costruttivo con il governo somalo vogliamo contrastare la tratta di esseri umani, garantire livelli adeguati di protezione e lavorare assieme sulle cause del sottosviluppo”.

Ad agosto, i parà della “Folgore”, insieme ad alcuni “consiglieri” militari statunitensi, hanno condotto un corso addestrativo al combattimento in ambiente urbano per 250 militari somali. “L’attività è volta a potenziare le capacità operative necessarie all’esercito somalo affinché possa sconfiggere i gruppi terroristi e garantire la sicurezza nazionale”, ha spiegato il generale Massimo Mingiardi. Il corso ha coinciso con l’addestramento fornito dalle forze armate statunitensi a due compagnie delle forze speciali somale nelle “attività contro insurrezione e anti terrorismo”. Nonostante Usa e Ue abbiano intensificato il proprio impegno a favore delle forze armate somale, il generale Mingiardi ha chiesto a Bruxelles ulteriori risorse finanziarie e umane. “Aiutare la Somalia a ricostruire le sue forze armate è una missione importante e impegnativa”, ha dichiarato recentemente ad Adnkronos. “Ma il vero problema è l’assenza dell’equipaggiamento. L’addestramento degli uomini non è la soluzione dei problemi, servono divise e strutture. I soldati a cui facciamo i corsi, a volte, non hanno le uniformi. In Somalia non ci sono le caserme perché gli edifici sono stati bombardati. I soldati dormono per terra e non c’è acqua potabile. Di fronte a questa situazione è necessario che l’Europa intervenga, cambiando e ampliando l’obiettivo della missione. Servono soldi e altri soldati; sto ancora aspettando”.

Dal 22 settembre, due velivoli-spia a pilotaggio remoto “Predator” del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, di stanza ad Amendola (Foggia), sono stati schierati a Gibuti nell’ambito della missione antipirateria dell’Unione europea “Atalanta”. I “Predator” vengono impiegati tuttavia per altre attività di sorveglianza e ricognizione a terra, anche a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie vicine ad al Qaeda. Il 3 ottobre ha preso il via in Somalia anche la missione di addestramento “MIADIT” dell’Arma dei Carabinieri. Una trentina d’istruttori dell’Arma sono impegnati in un percorso formativo di 12 settimane con 150 agenti della polizia somala. La missione, spiega il colonnello Paolo Pelosi, comandante di MIADIT, è “volta a favorire la stabilità e la sicurezza della Somalia e dell’intera regione del Corno d’Africa, accrescendo le capacità nel settore della sicurezza e del controllo del territorio da parte delle forze di Polizia somale”.

Fonte

05/11/2014

El Alamein, nostalgia fascista. E le istituzioni livornesi stanno a guardare

Soltanto 3 mesi fa era stato diffuso in rete un video in cui alcuni militari della Folgore, insieme al reduce di El Alamein, Santo Pelliccia, cantavano l’inno fascista “se non ci conoscete”. Il tutto avveniva nel cortile della caserma Bandini di Siena. La cosa creò scandalo e disapprovazione, soprattutto in chi non sa, o fa finta di non sapere cosa avviene nel mondo militare, e della Folgore in particolare.

Ci furono le condanne da parte di Ruggeri e altri esponenti del PD regionale. Riportiamo il virgolettato del consigliere comunale livornese: “Quanto accaduto alla Caserma Bandini è un fatto di una gravità inaccettabile, uno spregio ai cittadini toscani, ai valori fondanti della Repubblica, della Regione e di tutti gli organi di difesa dello Stato italiano, compresa la Brigata Folgore che ha sempre dato testimonianza di grande adesione ai valori repubblicani, soprattutto nelle operazioni di ‘peace keeping’ in cui è stata impegnata in questi ultimi anni”. A cui si accodarono l’Anpi provinciale e quella regionale e altre forze politiche

Bè insomma, venne montato un bel polverone insieme alle mozioni in regione di condanna e ci fu l’approvazione di un ordine del giorno firmato da Marco Ruggeri sulla questione nel quale si specificava che “presso la caserma Bandini di Siena un gruppo di circa trenta soldati appartenenti al 186° reggimento Folgore, alla presenza di civili e di un reduce della battaglia di El Alamein, ha cantato un inno fascista ed ha concluso tale “esibizione” al grido “A noi”, chiaro riferimento alle gesta degli appartenenti alla repubblica sociale di Salò”.

Per fortuna anche la stessa Folgore si rende conto che l’episodio non è tollerabile (dato che il video ha avuto una diffusione pubblica) ed ecco la sua presa di posizione con una piccola giustificazione: I vertici della Folgore: "Amareggiati e mortificati, siamo i primi ad essere danneggiati da questi gesti". Ma il coro potrebbe essere stato intonato durante un raduno di ex paracadutisti.

Dunque lo Stato Maggiore apre un’inchiesta, i risultati saranno passati alla procura militare o civile (a seconda di quello che emergerà) tranquillizza il Tirreno. Sempre nello stesso articolo Giulio Corsi sottolinea: “Tra i protagonisti del coro, come si vede dal filmato ripreso con uno smartphone, c'è un anziano col basco amaranto e la divisa bianca. L'uomo è sempre ripreso di spalle ma si tratta di Santo Pelliccia, classe 1923, reduce della battaglia di El Alamein, dove morirono nell’ottobre del ’42 quattromila soldati della Folgore. La sua presenza, insieme a quella di altri personaggi in abiti civili, lascia pensare che l'episodio sia accaduto in un'occasione particolare, probabilmente durante un raduno di ex paracadutisti.

Secondo il giornalista del Tirreno la sola presenza di Santo Pelliccia deve far capire che l’occasione non era certamente una cerimonia ufficiale, ma un goliardico incontro casuale nel piazzale di Brigata tra vecchi amici.

Il Comando di Livorno però non tollera l’episodio e il maggiore Marco Amoriello, capo ufficio stampa della Folgore precisa: “Un gesto stupido, che ci amareggia e ci mortifica, dando vita ad un'immagine che non ci appartiene e che col lavoro serio che portiamo avanti tutti i giorni, in Italia e all'estero, pensavamo cancellata. I primi ad essere danneggiati siamo noi, semplicemente perché non siamo quelli rappresentati in quel video. E' in corso un'indagine interna per individuare i responsabili e capire se tra questi ci sono eventualmente appartenenti alla forza armata. Se ci fossero saranno presi i provvedimenti del caso".

Le indagini interne devono essere andate a buon fine. Probabilmente la Folgore ha anch’essa riconosciuto la presenza di Santo Pelliccia e per “punirlo” lo ha invitato alla commemorazione di El Alamein che si è svolta ieri presso la Caserma Vannucci. Per esporlo ancora più al ridicolo, avranno pensato i vertici militari, in questa celebrazione ufficiale lo facciamo vestire, come ci conferma sul Tirreno di oggi sempre Giulio Corsi, con la divisa bianca del regio esercito.

Non sappiamo se siano più gravi le prese per il culo delle istituzioni che condannano un episodio (che avviene regolarmente) solo quando finisce su youtube, se siano più gravi le prese di posizione di circostanza come quelle del PD che invece hanno sempre difeso a spada tratta la commemorazione di El Alamein a Livorno, concedendo spazi pubblici fino anche allo stadio comunale di Livorno, se sia più grave il fatto che personaggi fascisti e nostalgici come Pelliccia, vengano invitati a commemorazioni ufficiali nonostante gli episodi passati, o se non sia più grave che in un’Italia repubblicana, nata dalla resistenza di cui ricorrerà il 70° anniversario della Liberazione tra pochi mesi, nata dal sacrificio dei partigiani che hanno perso la vita per un paese libero, si permetta a un vecchietto nostalgico di presenziare a una commemorazione ufficiale di una battaglia fascista, con una divisa regia.

E intanto le istituzioni tacciono e l'anno prossimo rifaranno finta di niente. Compresi quelli come Ruggeri che quando un episodio accade lontano da casa sua fa il battagliero in consiglio regionale ma quando il problema si sposta a Livorno diventa un agnellino o meglio, uno struzzo. Nogarin invece con questa gente voleva anche fare un bel lancio col paracadute. Se lo dovesse fare non si dimentichi a casa il fez e la camicia nera. Stendiamo un velo pietoso sull'Anpi che spesso è andata alla caserma Vannucci a partecipare alla commemorazione. C'erano anche quando La Russa esaltò la XMas?


redazione, 2 novembre 2014

26/07/2014

Paracadusti Folgore e inni fascisti, la solita vecchia storia


Sempre negato, sempre vero. La scuola dei paracadutisti di Livorno è un luogo di formazione di fascisti. Oppure, ma è lo stesso, una scuola militare che seleziona i propri allievi scegliendoli tra quanti manifestano chiaramente un subcultura fascista.

Ultimo episodio che dimostra inequivocabilmente questa realtà è addirittura un video - quindi non smentibile - che ritrae un folto gruppo di parà che si è esibito nel noto inno del ventennio Se non ci conoscete.

I militari della Folgore, nel video, sono in divisa, ma probabilmente in un momento di pausa, e sono davanti alla propria caserma. Insieme ad alcuni civili, verosimilmente "amici" venuti a trovarli, tra cui un anziano imberrettato che fa da capocoro, cantano a voce alta “Noi siamo i paraca del Quinto d’assalto”. Alcuni versi dell’inno della Folgore - più volte rimaneggiato per adattarlo all'epoca fascista e poi per renderlo nuovamente "potabile" anche in epoca repubblicana e ufficialmente antifascista - sono però ulteriormente "aggiornati" in questa versione.

Cantano infatti: “Lo sai che i paraca ne han fatta una grossa / Si son puliti il culo con la bandiera rossa!”, che riprende - ancora più involgarita - la versione fascista di Se non ci conoscete, quella cantata al ritorno dalle spedizioni punitive (“Han detto che i fascisti ne han fatta una grossa / si son puliti il naso con la bandiera rossa!”).

Inevitabili le polemiche via web. Da segnalare la solita "minimizzazione": "era solo un canto goliardico!". Strani, ' sti fascisti... Sono sempre "razza superiore", tranne quando fanno qualche cazzata ("goliardica"). Quando ammazzano o cercano di farlo (Casseri, Insabato, ecc), scadono improvvisamente a "matti". Prezzolati dal padrone, e col certificato di handicap mentale quando vengono beccati...

Ma questi sono "militari professionisti", addestrati e ben pagati dalla Repubblica italiana. Non sembra il caso di mettere un po' d'ordine - è il caso di dirlo - in questo casino? Ministro Pinotti, niente da eccepire?

Il video, comunque, è questo:


Fonte

17/11/2013

Droga, in Afghanistan soldati-trafficanti. La storia dimenticata della parà italiana


Ci sono storie che qualcuno preferisce dimenticare. Come quella dell’ex caporalmaggiore Alessandra Gabrieli: prima donna parà d’Italia, eroina nazionale divenuta eroinomane in caserma, finita in carcere due anni fa per spaccio dopo aver denunciato il giro di droga tra i soldati reduci dell’Afghanistan che se la riportano in Italia di ritorno dalla missione. Una denuncia clamorosa cui le autorità militari italiane non hanno dato seguito, com’è accaduto per analoghe inchieste estere sul coinvolgimento di militari Nato nel traffico di eroina dall’Afghanistan. Un paese che in dodici anni di occupazione occidentale ha visto regolarmente aumentare le produzione di oppio. Quest’anno si è raggiunto il record storico, secondo l’ultimo rapporto dall’agenzia antidroga dell’Onu: tutti evidenziano l’aumento della coltivazione di oppio nelle regioni sotto controllo della guerriglia talebana (+34% in Helmand, +16% a Kandahar), ma nessuno nota che nella provincia di Kabul, sotto diretto controllo del governo centrale, la produzione è aumentata del 148%. E l’Afghanistan è tornato a essere il maggior produttore di eroina del mondo.

LA STORIA DI ALESSANDRA, LA PRIMA PARA’ DONNA IN ITALIA. Alessandra portava i capelli castani aggrovigliati in una criniera di dreadlock e il piercing al naso. Suo padre, ufficiale dell’esercito, non approvava. Ma lei era una ragazzina ribelle. Sognava di fare l’artista e coltivava la sua passione nelle aule del liceo artistico Paul Klee di Genova, la sua città. Con il passare del tempo, però, il suo spirito alternativo l’ha allontanata anche da questo ribellismo convenzionale, spingendola alla ricerca di qualcosa che fosse veramente fuori dagli schemi. “Volevo fare qualcosa di diverso e di più utile rispetto alle mie coetanee”, racconterà in seguito. Così a 19 anni, dopo l’esame di maturità, si è rasata i capelli, si è tolta l’orecchino dal naso e, per la gioia di suo padre, si è arruolata nell’esercito. Non in un corpo qualsiasi, ma nella brigata Folgore, diventando la prima donna paracadutista d’Italia. Non è stata facile, ma lei ce l’ha messa tutta e ha fatto rapidamente carriera: ha preso i gradi di caporalmaggiore ed è stata inviata in missione all’estero: prima in Kosovo, poi in Libano, e perfino in Iraq, a Nassiriya. I giornali la intervistavano spesso: era diventa una specie di leggenda, un’eroina nazionale. Ma la vita in missione era dura, soprattutto per una donna, e lei pian piano iniziava a sentire il peso della sua scelta.

Nel 2007, nella caserma Vannucci di Livorno, Alessandra si trovava insieme ai suoi compagni, reduci dall’Afghanistan. Le hanno offerto di fumare con loro: eroina, purissima, afgana. Per il caporalmaggiore Gabrieli è stato l’inizio della fine. Di lì a due anni, la tossicodipendenza l’ha costretta ad abbandonare la divisa e a tornare a Genova da sua madre, dove ha iniziato a vivere di espedienti per tirare avanti, finendo presto a spacciare per procurarsi i soldi per la roba. Il 12 agosto del 2011 Alessandra, ormai segnata dall’abuso di droga, viene fermata dai Carabinieri nel corso di un’operazione antidroga volta a sgominare una rete di spaccio tra Milano e Genova. I militari le trovano in macchina 9 grammi di eroina e molta di più ne rinvengono a casa sua. In tutto 35 grammi di roba purissima che, secondo i periti dell’Arma, avrebbero fruttato fino a quattrocento dosi, a seconda del taglio. Alessandra viene arrestata con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti.

“INIZIATA ALL’EROINA DAI MILITARI DELL’ISAF”. Agli inquirenti della squadra investigativa del nucleo operativo dei Carabinieri di Sampierdarena, guidata dal tenente Simone Carlini, l’ex paracadutista racconta com’è entrata nel tunnel della tossicodipendenza. “Mi hanno iniziato all’eroina alcuni militari della missione Isaf di ritorno dall’Afghanistan. È successo nel 2007 ed eravamo nella caserma della Folgore a Livorno. Ritengo che quello stupefacente, molto probabilmente, venisse portato direttamente dall’Asia”. Il 20 settembre 2011 Alessandra viene condannata a tre anni e mezzo di reclusione. Ma le sue scottanti dichiarazioni costringono il titolare delle indagini, il pm genovese Giovanni Arena, a trasmettere il fascicolo alla Procura militare di Roma, che apre un’inchiesta. Le accuse dell’ex caporalmaggiore Alessandra Gabrieli non solo rivelano l’uso di droghe tra i militari italiani di ritorno dal fronte, ma adombrano addirittura il loro coinvolgimento nel traffico di eroina dall’Afghanistan. L’imbarazzo della Difesa è forte, e l’allora ministro Ignazio La Russa preferisce “non rilasciare commenti, in attesa dello sviluppo delle indagini”.

Ma di sviluppi non ce ne saranno perché l’inchiesta militare viene subito archiviata. “Non siamo competenti su questo tipo di reati”, dichiara Marco De Paolis, procuratore militare di Roma. “Spetta alla magistratura ordinaria occuparsi di stupefacenti”. Con l’emissione della sentenza di condanna da parte del giudice Carla Pastorini, il caso viene definitivamente chiuso e sulla vicenda cala il silenzio. Alessandra viene rinchiusa nel carcere genovese di Pontedecimo e del giro di eroina afgana tra i soldati italiani di ritorno da Kabul non parlerà più nessuno. Per il difensore legale di Alessandra, l’avvocato Antonella Cascione, la conclusione di questa vicenda assomiglia tanto a un insabbiamento nel quale la sua assistita ha svolto il classico ruolo di capro espiatorio. “Parlo come privata cittadina: le dichiarazioni di Alessandra rischiavano di scoperchiare un vaso di Pandora, e hanno pensato bene di sigillare subito il tappo, con lei dentro. Pensavo sarebbe scoppiato il pandemonio, invece hanno messo tutto sotto silenzio, semplicemente ignorando la sua denuncia, che si è infranta contro un vero e proprio muro di gomma”.

MILITARI-TRAFFICANTI, MURO DI GOMMA ANCHE IN CANADA E UK. Un muro di gomma che non riguarda solo l’Italia. Nel settembre 2010 il ministero della Difesa del Regno Unito avvia un’indagine sul coinvolgimento di soldati britannici e canadesi nel traffico di eroina afgana attraverso la base della Royal Air Force di Brize Norton, nell’Oxfordshire: il principale aeroporto di sbarco delle truppe di ritorno dal fronte, dove ogni settimana atterrano circa 700 soldati provenienti dalle basi Nato nel sud dell’Afghanistan. Il quotidiano che dà notizia dell’inchiesta, il Sunday Times, cita anche la testimonianza di un narcotrafficante afgano: “La maggior parte dei nostri clienti, esclusi i trafficanti all’estero, sono i militari stranieri: a fine missione ce la ordinano, noi gliela vendiamo e loro se la portano a casa sugli aerei militari dove tanto nessuno li controlla. Ne comprano tanta”. L’inchiesta militare britannica, accompagnata da un irrigidimento dei controlli alla base Raf di Birze Norton, genera molto scalpore mediatico, ma sulla vicenda cala presto il silenzio più completo.

La Difesa canadese, da parte sua, archivia velocemente la questione come infondata. Un anno dopo, però, il consigliere del Capo di stato maggiore delle forze armate canadesi, Sean Maloney, dichiara alla stampa: “Non sono affatto sorpreso che soldati occidentali smercino eroina dalle basi aeree della Nato in Afghanistan, usate dai signori della droga locali per trafficare la droga direttamente in Occidente, tagliando fuori gli intermediari pachistani e realizzando così profitti molto più elevati”. Numerose altre fonti confermano questi traffici, che vedono coinvolti non solo i militari occidentali ma anche, e soprattutto, le compagnie private di contractors, i cui velivoli operanti dagli aeroporti Nato sono esenti da controlli al pari dei voli militari. “I contractors impiegati in Afghanistan dal Pentagono, dalla Cia e dalla Nato sono una straordinaria banda di profittatori che speculano sulle guerre”, sostiene l’ex direttore dell’agenzia antidroga dell’Onu, Antonio Maria Costa. “Negli anni ho ricevuto dalle agenzie governative diversi rapporti riservati che contenevano accuse pesanti nei confronti di alcune di queste società riguardo al loro coinvolgimento nel contrabbando di droga: ritengo che non si tratti di accuse infondate”.

IL DIRIGENTE ONU: “NE RIPARLIAMO QUANDO SARO’ IN PENSIONE”. Il successore di Maria Costa alla guida dell’Unodc, Yuri Fedotov, interpellato sullo stesso argomento replica in modo eloquente: “Data la carica che ricopro, rispondo che non ho informazioni in merito, ma se ne riparliamo quando sarò in pensione la mia posizione potrebbe essere diversa”. Oltre mezzo secolo di storia di interventi armati – dallo sbarco alleato in Sicilia alla guerra in Vietnam, dal sostegno americano ai contras nicaraguensi a quello ai mujahedin afgani contro i sovietici – dimostra che il coinvolgimento dei militari nel narcotraffico è una costante, conseguenza di una realpolitik che porta a sacrificare ciò che è giusto (contrastare il narcotraffico) in nome di ciò che è necessario (sconfiggere il nemico). Anche per sconfiggere i talebani e mantenere il controllo dell’Afghanistan l’Occidente ha scelto di sostenere personaggi notoriamente coinvolti nel narcobusiness – dal clan Karzai in giù – chiudendo un occhio su questi traffici, anche quando coinvolgono strutture e personale militare Nato. Se poi qualcuno li tira fuori, come ha fatto Alessandra, basta far finta di niente e dimenticarsene.

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07/01/2013

Folgore! Un metodo inquietante e invasivo

Uno studio dal titolo “Autoritarismo e costituzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un’autoetnografia”, curato dai sociologi Pietro Saitta e Charlie Barnao ha mandato su tutte le furie i parà della Folgore. Charlie Barnao è ricercatore a Catanzaro, ma ha un passato da paracadutista tra Pisa e Siena. Il suo diario è alla base del working paper che interpreta la caserma come «istituzione totale» e la Folgore come un corpo caratterizzato da riti di iniziazione e addestramento particolarmente violenti, con precisi richiami “fascisti”. Il sito della Folgore, sentendosi punto sul vivo ha reagito accusando lo studio di non essere scientifico, di essere basato su una sola testimonianza e datata nel tempo. Una replica questa della Folgore che potrebbe rivelarsi un boomerang nel tempo e nel numero.

Nello studio, la testimonianza di Barnao è piuttosto inquietante, anche se occorre dire che non è la prima testimonianza di questo genere. “L’arrivo in caserma è un po’ traumatico...», racconta Barano. Le reclute sono i «mostri». Per loro il primo impatto non è facile. «All’entrata in caserma c’era un gruppetto di paracadutisti che hanno iniziato a urlarci in coro “benvenuti all’inferno!”». Poi ci sono i vari rituali d’iniziazione. Uno dei più brutali è in vigore presso i Nocs: «Picchiare il fondo schiena di un commilitone sino al punto di renderlo insensibile, così da applicare un morso profondissimo che squarcia i glutei da lato a lato». Nella Folgore, invece, si usa la «pompata»: flessioni sulle braccia ordinate a un sottoposto. In qualsiasi momento: «Il paracadutista che ha ricevuto l’ordine di pompare deve immediatamente tuffarsi a terra e durante il tuffo, mentre è ancora in aria, deve sbattere le mani due o persino tre volte (una avanti, una dietro la schiena, una avanti) se il superiore lo richiede. Il superiore può fare ripetere tale operazione tutte le volte che vuole, fino a quando non la riterrà svolta nel modo corretto».

Lo studio di Saitta e Barnao sui “riti” nelle Forze Armate ha suscitato le isteriche reazioni del solito partito dei militari, quello de “i nostri ragazzi in Iraq”, quello de “Quattrocchi è un vero italiano”, quello de “riportiamo a casa i marò”. Il solito Il Giornale titola: «L’università di Messina infanga la Folgore – Un saggio dipinge la Brigata come una fabbrica di fascisti». In coda, centinaia di commenti basati sulla contrapposizione tra «sociologi comunistoidi» e patrioti con la divisa. La risposta dell’Università non si fa attendere. Il direttore della collana editoriale, con il “grande coraggio” che contraddistingue i docenti di molti atenei italiani, rimuove subito il working paper dal sito ufficiale del Cirsdig, il centro studi. «Quale direttore dei Quaderni Cirsdig, rammaricandomi dell’omissione della doverosa vigilanza, determinata da una mal riposta fiducia, rendo noto che il testo di Barnao e Saitta, è stato pubblicato sul sito a gennaio del 2012, con il n. 50, senza la mia autorizzazione e a mia insaputa dal redattore dr. Pietro Saitta, che gestisce operativamente il sito», scrive il prof. Carzo. “Il testo in questione, contrariamente alle regole dei Quaderni Cirsdig, non è stato preventivamente sottoposto alla procedura di referaggio anonimo, quindi è stato eliminato dal sito stesso, in quanto non conforme ai criteri stabiliti. Informo, pertanto, di aver già provveduto a rimuovere dall'incarico il dr. Pietro Saitta, di concerto con il Comitato Scientifico”.

L’aspetto del saggio che deve aver fatto scattare contromisure pesanti non è tanto il legame della Folgore con i fascisti sia nel ventennio che in tempi recenti o il pesante nonnismo di caserma. Gli autori sostengono infatti che in Italia si sta assistendo alla trasmissione di pratiche e ideologie dall’esercito alla polizia, producendo una commistione che rende il confine tra guerra e pace sempre più confuso. «Così com’è accaduto ad altri paesi europei, a partire dagli anni Ottanta, l’Italia ha conosciuto una profonda trasformazione della propria struttura militare e di polizia, attraverso l’impegno crescente nelle missioni internazionali; l’abolizione del servizio militare di leva e la nascita di corpi militari professionali; la creazione di canali privilegiati di passaggio dall’esercito alla polizia per coloro che abbiano prestato da uno a tre anni di servizio militare e, conseguentemente, il significativo ingresso di veterani nelle forze dell’ordine».

Questi elementi contribuiscono a spiegare situazioni cruente di gestione dell’ordine pubblico, a partire dal G8 a Genova. I casi Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Michele Ferrulli e Christian De Cupis, morti in strada o caserma. E anche il crescente risentimento nei confronti delle forze di polizia (la diffusione delle scritte «Acab» in tutta Italia).

La tendenza esprime una doppia conversione, «quella poliziesca del militare e quella militare dell’azione di polizia». Una tesi questa già descritta in autorevoli studi come quello dell’Università di Genova firmato da Alessandro Dal Lago e Salvatore Palidda. Gli studiosi segnalano «il rafforzarsi, ben oltre il livello di guardia, dell’autonomia di alcuni corpi speciali di polizia, come, per esempio, a livello europeo, Eurogendfor». Si tratta di un corpo creato da cinque stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, finora impiegato in Bosnia, Haiti, Afghanistan. Sul sito ufficiale si spiega che «le forze di Eurogendfor hanno un addestramento militare e un robusto equipaggiamento che permette loro di agire in “ambienti destabilizzati” svolgendo compiti di polizia fin dall’inizio di una crisi».

Insomma, la militarizzazione della polizia e delle funzioni di ordine pubblico incombe sul paese, averlo denunciato ha scatenato reazioni rabbiose che ne confermano tutta l’inquietante pericolosità per l’assetto democratico.

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