Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/11/2022

La Russia accusa formalmente la Gran Bretagna per attentato al gasdotto e attacco alle navi russe

Una corrispondenza intercettata tra l’ex primo ministro britannico Liz Truss e il segretario di Stato americano Anthony Blinken confermerebbe il coinvolgimento della Marina britannica nel sabotaggio del gasdotto Nord Stream.

“Impossibile non prestare attenzione al messaggio SMS con cui il primo ministro britannico Liz Truss, un minuto dopo l’esplosione dei gasdotti, riferisce immediatamente al segretario di Stato americano Anthony Blinken che 'tutto è stato fatto'”, ha denunciato il segretario del Consiglio di Sicurezza russo Patrushev in una riunione con i responsabili della sicurezza dei paesi della CSI.

Il fatto che il 26 settembre l’allora premier Liz Truss, un minuto dopo l’esplosione al gasdotto Nord Stream abbia scritto al segretario di Stato Usa Antony Blinken un messaggio con il testo “tutto è fatto”, conferma il coinvolgimento della Marina britannica nell’attacco al Nord Stream. Lo ha affermato Patrushev citando un tweet dell’imprenditore tedesco-finlandese Kim Dotcom. È così che “i russi sapevano che la Gran Bretagna aveva fatto saltare in aria gli oleodotti”, ha affermato Dotcom, il quale però non ha rivelato la fonte della sua informazione.

Il fondatore delle piattaforme di condivisione di file Megaupload e Mega Kim Schmitz, noto anche come Kim Dotcom, aveva scritto su Twitter che Liz Truss aveva inviato a Blinken il messaggio “tutto è fatto” un minuto dopo le esplosioni sui gasdotti Nord Stream.

Il giornale britannico Daily Mail, ha scritto che il telefono di Truss sarebbe stato violato e che la sua corrispondenza è trapelata all’esterno. Secondo il Daily Mail, Kim Dotcom ha affermato di aver appreso del messaggio dall’iCloud di Truss, dopo che era stato rivelato che la Russia aveva violato il suo telefono mentre la Truss era ancora ministro degli esteri. Finora, sostiene il giornale britannico, nè Kim né il portavoce del Cremlino Peskov hanno rilasciato le prove di quanto affermano di aver visto.

Sul piano ufficiale invece, l’ambasciatrice della Gran Bretagna in Russia, Deborah Bronnert, è stata convocata al ministero degli Esteri russo per ricevere la protesta formale per il coinvolgimento di Londra nell’attacco condotto dalle forze armate ucraine contro le navi russe nel porto di Sebastopoli. Lo riferisce la Ria Novosti spiegando che Bronnert è arrivata al ministero degli Esteri russo intorno alle 10 di questa mattina. Davanti al ministero, scrive l’agenzia, è stata accolta da una manifestazione dove sono stati lanciati slogan “la Gran Bretagna è un paese terrorista”.

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24/10/2022

Cosa può insegnare agli USA il fallimento dell’agenda economica di Liz Truss

Il rifiuto della Gran Bretagna verso l’economia trickle-down di Liz Truss dovrebbe servire da monito agli Stati Uniti, dove stanno per iniziare le elezioni di midterm.

Gli americani, sollevati per essersi liberati di Donald Trump e dei suoi incessanti scandali, hanno guardato con gioia i loro vicini oltreoceano, quando il primo ministro britannico Liz Truss ha rassegnato le dimissioni dopo soli 45 giorni di mandato. Truss ha avuto il mandato più breve di qualsiasi altro primo ministro britannico nella storia, disonorata dalle conseguenze delle sue stesse ricette economiche. Dall’ascesa e dalla rapida caduta di Truss si può trarre una lezione che vale anche per gli Stati Uniti, una nazione afflitta da problemi economici simili ma con una struttura di governo molto diversa.

Il principale insegnamento che si può trarre dalla caduta di Truss è che affrontare l’inflazione premiando i ricchi è una follia. Ispirandosi a Margaret Thatcher, la madrina del capitalismo conservatore, Truss sperava di unirsi alla schiera degli ex primi ministri Tony Blair e David Cameron come campione delle politiche di “trickle-down”.

Un’idea centrale favorita dai thatcheriani – che può suonare familiare agli americani – è che quando la gente comune è in difficoltà, i leader devono assicurarsi che i ricchi diventino più ricchi, in modo che le briciole dei loro eccessi ricadano sui poveri. A questo si accompagna la deregolamentazione aggressiva delle industrie per liberarle dalle pastoie di qualsiasi misura protettiva che possa incidere sui margini di profitto.

Qui negli Stati Uniti, il presidente Ronald Reagan ha promosso questo concetto ridicolo negli anni ’80 come forse la più grande truffa di tutti i tempi, supervisionando massicci tagli alle tasse per gli americani più ricchi e un’aggressiva agenda di deregolamentazione. Secondo il Center for American Progress, quando “Reagan entrò in carica nel 1981, l’aliquota fiscale marginale per la fascia di reddito più alta era del 70%, ma scese ad appena il 28% quando lasciò l’incarico”.

Nonostante decenni di prove che l’economia trickle-down non funziona, i repubblicani, quando hanno controllato il Congresso e la presidenza degli Stati Uniti, hanno spinto aggressivamente le stesse politiche. Ricordiamo il disegno di legge di riforma fiscale del 2017, imposto nel processo legislativo dall’allora leader della maggioranza del Senato Mitch McConnell e tradotto in legge da Trump. Questa legge ha proseguito ciò che Reagan aveva iniziato, infondendo liquidità ai vertici sotto forma di tagli fiscali. Anch’essa, come le precedenti, fallì.

Truss ha riproposto la stessa truffa nel Regno Unito, e i critici hanno coniato un nuovo soprannome: Trussonomics. Influenzata da gruppi di pensiero di destra come l’Adam Smith Institute e l’Institute of Economic Affairs, ha proposto un “mini-bilancio” incentrato su importanti tagli alle tasse per i più ricchi in Gran Bretagna, senza alcun piano su come compensare la perdita di entrate.

Richard Partington, corrispondente economico del Guardian, ha spiegato che ciò ha innescato “una fuga dalla sterlina, una caduta libera del mercato dei titoli di Stato e ha spaventato gli investitori globali”. Persino il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è intervenuto con un sorprendente rimprovero pubblico.

La sterlina britannica crollò di valore e la Banca d’Inghilterra fu costretta a intervenire acquistando obbligazioni e aumentando i tassi di interesse. Alla fine, i membri del Parlamento cominciarono ad esprimere una perdita di fiducia nei confronti del nuovo Primo Ministro, tanto che Truss fu costretta a dimettersi a poco più di sei settimane dall’inizio del suo mandato.

Dagli anni ’80, sia i presidenti repubblicani sia quelli democratici degli Stati Uniti hanno abbracciato la “Reaganomics”, nonostante i critici avessero ripetutamente sottolineato la follia di arricchire i ricchi per affrontare la povertà.

Quando Joe Biden è entrato in carica nel gennaio 2021, il danno era talmente grande che il nuovo presidente si è sentito spinto ad affermare che l’economia trickle-down non funziona. Biden ha ripetuto le sue critiche quando Truss è entrato in carica, affermando su Twitter nel settembre 2022: “Sono stufo dell’economia trickle-down. Non ha mai funzionato“.

Ma le chiacchiere sono a buon mercato, e un’altra lezione importante per gli americani è che mentre è facile trovare sollievo nel nostro sistema di governo più stabile, in cui le elezioni presidenziali sono prescritte ogni quattro anni, il sistema parlamentare britannico, meno stabile, è molto più reattivo alla volontà popolare.

L’esempio migliore, in netto contrasto con gli Stati Uniti, è il National Health Service (NHS) britannico, un sistema di assistenza sanitaria universale gratuita e finanziata dal governo che fa invidia agli americani. Nel 1948, Aneurin Bevan, l’allora segretario alla Sanità britannico, promosse l’idea di un sistema di assistenza sanitaria al servizio di tutti. Secondo lo storico Anthony Broxton, Bevan spinse a votare in parlamento la proposta di legge che avrebbe creato l’NHS, chiedendo: “Perché il popolo dovrebbe aspettare ancora?“.

Gli americani hanno aspettato e aspettano un sistema sanitario simile. Stiamo ancora aspettando. Un’analisi del New York Times ha spiegato come la spesa sanitaria negli Stati Uniti sia andata fuori controllo proprio quando è iniziata la deregolamentazione dell’era Reagan. Decenni di tentativi di installare negli Stati Uniti un sistema sanitario universale e gratuito finanziato dal governo sono falliti.

In un articolo della MSNBC, Nayyera Haq ha scritto: “Nei quasi 250 anni trascorsi dalla fondazione degli Stati Uniti, il governo americano non ha seguito il percorso della Gran Bretagna, fornendo un sistema di assistenza sanitaria universale o programmi di welfare per la maggioranza della popolazione“.

Haq ha concluso: “L’elevazione dello status quo rispetto alla volontà popolare ha praticamente congelato la capacità di rispondere a tale volontà, indebolendo il sistema americano molto più di quanto il mandato di Truss destabilizzerà la Gran Bretagna“.

Sebbene gli americani non possano cambiare il nostro sistema di governo in uno parlamentare, tra poche settimane ci saranno le elezioni di midterm. È emerso che l’economia trickle-down è davvero in votazione e i repubblicani stanno usando ogni mezzo a loro disposizione per assicurarsi la vittoria.

Il Partito Repubblicano ha truccato le elezioni a suo favore grazie a un’astuta combinazione di distretti delimitati, leggi sul voto che ostacolano i probabili elettori democratici e controllo legislativo a livello statale, dove si decidono le regole elettorali.

In Florida, il governatore repubblicano Ron DeSantis ha abbracciato tattiche antidemocratiche a tal punto da creare una forza di polizia per arrestare gli elettori in gran parte neri (e quindi probabilmente democratici) che, a suo dire, votano illegalmente. In altre parole, i repubblicani hanno creato un sistema di governo delle minoranze che rasenta il fascismo.

A gonfiare le loro vele sono i media aziendali, che insistono sul fatto che le preoccupazioni per l’inflazione potrebbero aiutare i repubblicani a conquistare la maggioranza in entrambe le camere del Congresso, nonostante decenni di prove che dimostrano che il Partito Repubblicano ha un record di fallimenti economici.

È diventato un punto di discussione centrale dei repubblicani gonfiare – con un po’ di ironia – i timori per l’aumento dei prezzi, incolpare i democratici per l’inflazione e sostenere le proprie vittorie elettorali. L’economista Dean Baker ha criticato i media per aver “parlato di inflazione praticamente senza sosta nell’ultimo anno e mezzo“.

Mentre i sondaggi mostrano che l’incessante copertura dell’inflazione ha spinto gli elettori verso i candidati repubblicani, pochi organi di informazione si interrogano sul piano del GOP per affrontare l’inflazione.

Il leader dei Repubblicani alla Camera, Kevin McCarthy, ha pubblicato un piano roseo, molto scarno di dettagli, per risolvere i problemi economici della nazione se il suo partito dovesse conquistare la maggioranza. Una descrizione di una pagina del suo piano include una vaga prescrizione per “portare stabilità all’economia attraverso politiche fiscali e di deregolamentazione a favore della crescita“.

In altre parole, i repubblicani promettono ancora una volta di consegnare un lupo travestito da pecora. Che si chiami Reaganomics, Thatcherism o Trussonomics, l’economia dello “sgocciolamento” è la grande bugia che ha fallito più volte.

Se la spettacolare caduta di Truss deve insegnare qualcosa agli americani, è la sua ricetta economica fallirà di nuovo. A differenza degli inglesi, è probabile che saremo costretti a sopportare gli effetti negativi di questo fallimento per molto più tempo.

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21/10/2022

La meteora Liz Truss già fuori dal sistema solare

L’assenza di idee e di analisi della situazione concreta non si riempie copiando dalle esperienze passate. Vale per i “vetero emme-elle”, come per gli orfani di Trotsky, ma anche per i neoliberisti duri e stupidi.

La premier britannica Liz Truss si è dimessa dopo soli 45 giorni dalla nomina. La notizia starebbe già nel fatto che si tratta del più breve mandato di sempre nel Regno Unito.

La Truss paga il programma economico di drastici tagli fiscali – un must per tutti gli imbecilli al servizio delle imprese (avete mai sentito parlare di flat tax?) – che ha mandato onde d’urto sui mercati e diviso il suo Partito Conservatore, appena sei settimane dopo la nomina.

Parlando davanti al suo ufficio al numero 10 di Downing Street, Truss ha ammesso di non poter mantenere le promesse fatte quando si è candidata a leader dei conservatori, avendo perso la fiducia del suo partito.

«Riconosco che, data la situazione, non posso mantenere il mandato per il quale sono stata eletta dal Partito Conservatore. Ho quindi parlato con Sua Maestà il Re per comunicargli che mi dimetto da leader del Partito Conservatore». Per le consuetudini della politica britannica, queste dimissioni si estendono anche al ruolo di primo ministro.

In una dichiarazione pubblica, la ormai ex leader dei Tory ha spiegato di essere arrivata al potere in un momento di grande instabilità economica e internazionale. Famiglie e aziende erano preoccupate di come pagare le bollette“. Ed anche “Sono stata eletta con il mandato di cambiare“, ma “data la situazione non posso farlo“. Ergo, ciao ciao...

Quasi comica la corsa per la successione, calcolando che a questo punto chiunque tra i Tories riesca ad entrare a Downing Street lo farà al punto più basso della credibilità del partito nell’opinione pubblica (dai lavoratori alla finanza della City) e quindi con la quasi certezza di dover lasciare a sua volta l’incarico nel giro di poco tempo.

I bookmaker non hanno aspettato a offrire le quote su chi sarà il prossimo inquilino di Downing Street. Secondo Betfair, l’ex cancelliere Rishi Sunak – l’uomo che era stato il rivale di Truss nella corsa del dopo Johnson – è il favorito (è dato 11/10). Dietro di lui, Penny Mordaunt data 7/2 e Ben Wallace, l’attuale ministro della Difesa, a 8/1.

Le probabilità del cancelliere dello Scacchiere, Jeremy Hunt, sono 9/1, anche se uomini del suo entourage hanno già fatto sapere che non si candiderà per il dopo-Truss (l’uomo che è chiamato il “Draghi britannico” vuole evidentemente essere considerato un “tecnico” di alto livello e rimanere alla guida dell’economia, lasciando ad altri l’onere di mettere la faccia su una situazione disastrosa).

Sir Graham Brady, il presidente del Comitato 1922, il potente organismo di vertice dei Tory, ha assicurato che sarà eletto un nuovo leader conservatore entro il 28 ottobre e dunque ci sarà un nuovo premier il 31 ottobre, giorno in cui è prevista la presentazione della manovra da parte del Cancelliere dello Scacchiere, Jeremy Hunt.

Ma la situazione è talmente fuori controllo che da molte parti circola la voce che tra i candidati alla guida dei Tories possa addirittura resuscitare Boris Johnson, uscito di scena appena due mesi fa. Anche questa sarebbe un’eventualità completamente estranea allo “stile british”, e dà quindi l’idea di quanto sia impazzita la maionese a Londra.

Ovviamente gli altri partiti presenti in Parlamento (laburisti e liberali) chiedono le elezioni anticipate, in modo da sfruttare la serie di figuracce inanellate in pochi mesi dall’establishment conservatore. Ma questo è un dettaglio così scontato da non interessare quasi nessuno.

“I mercati” invece hanno apprezzato l’annuncio delle dimissioni: cresce il valore della sterlina e si riduce il rendimento dei Gilt decennali. Che roba, contessa: gli ultrà liberisti schifati pure dalla speculazione finanziaria!

Ma tranquilli. È solo un sistema alla frutta.

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29/09/2022

Gran Bretagna - Truss sbaglia tutto e la BoE diventa “keynesiana”

Il tracollo del neoliberismo come sistema di regolazione dell’economia capitalistica appare ormai alla luce del sole.

Avevamo scritto qualche giorno fa, a proposito della prima mossa della neo-premier britannica Liz Truss (un taglio mostruoso alle tasse per i super-ricchi): “La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale. Oggi siamo alla fine di quel ciclo. Le società – le classi – sono piuttosto ‘magre’ e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.”

In poche ore abbiamo avuto un oceano di conferme. Persino il Fondo Monetario Internazionale ha stroncato questa mossa (150 miliardi di sterline in meno per le finanze pubbliche britanniche), mentre “i mercati” hanno messo immediatamente sotto tiro sia la moneta sia i titoli di stato, i mitici Gilt, evidentemente ritenendo improbabile che in futuro la Gran Bretagna possa onorare le scadenze sul debito.

A quel punto si è mossa la Bank of England secondo la più classica metodologia keynesiana: l’acquisto di titoli di stato propri. Una vera eresia da quattro decenni a questa parte.

Ricordiamo che in Italia, per esempio, questa mossa è impedita per legge da quando Beniamino Andreatta – il maestro economico di Romano Prodi e tutta la genia di “tecnici” amati dal Pd – sancì il “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro.

Era il 1981, da allora Palazzo Koch non può più comprare in sede d’asta i Btp e altri titoli emessi dal tesoro. E, da quando esiste la Bce, neanche sul “mercato secondario” (cioè dopo l’asta di emessione), per non influenzare gli andamenti del prezzo e dei rendimenti. Ossia, in pratica, per limitare gli esborsi di denaro pubblico (del tesoro...) per ripagare il debito.

Una regola aurea del neoliberismo trionfante era del resto proprio questa: gli Stati dovevano essere ricondotti a forza sotto la sferza dei “mercati”, limitando la propria spesa sociale e il debito pubblico.

Il risultato, ovunque nel mondo, dagli Stati Uniti a noi, è stato esattamente l’opposto. Nel 1981 il debito pubblico italiano in confronto al Pil era intorno al 60% (come sarà poi prescritto dagli accordi di Maastricht), ora viaggia verso il 160% nonostante Monti e Draghi. Negli Usa idem...

Così, mostrando di non tenere in alcun conto l’ideologia liberista ma solo l’interesse immediato, i mercati hanno festeggiato la mossa della banca centrale inglese.

Per poche ore, però, perché la minaccia più grave è ancora il probabile rialzo dei tassi di interesse anche da parte della Bce: un +0,75% che renderà praticamene certa la recessione economica in tutto il mondo euro-atlantico.

Nonostante questo qualcosa di buono può accadere: in Gran Bretagna si stanno interrogando se non sia il caso di togliersi dai piedi quella pazza furiosa della Truss, prima che arrivi al punto di premere il bottone nucleare...

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27/09/2022

Gran Bretagna nei guai per eccesso di liberismo

Diceva il saggio: “i reazionari sollevano una pietra per lasciarsela cascare sui piedi”.

La premier conservatrice britannica, Liz Truss, sogna di se stessa come la nuova Margaret Thatcher e quindi come primo atto del suo nuovo governo ha tagliato drasticamente le tasse per i super-ricchi.

L’intento, come dicono sempre gli ultra-liberisti che non pensano, è quello di “rilanciare la crescita economica” annientata da due anni di Covid, dalla partecipazione alla guerra e da un’inflazione oltre il 10% e in ulteriore crescita.

La teoria di riferimento, una vera ideologia senza riscontri nella realtà, assicura che con quei soldi in più nelle tasche i super-ricchi faranno un sacco di investimenti e quindi l’economia in generale ne risentirà favorevolmente.

I primi a non crederci, però, sono proprio i mercati finanziari, che pure dovrebbero essere i maggiori beneficiari di questa liquidità in più, pronta a riversarsi nelle Borse e in altri strumenti.

Ieri le borse di tutto il mondo sono infatti andate in rosso (con la rivelatrice eccezione di Milano, che ha “festeggiato” a suo modo la vittoria dei fascisti di Giorgia Meloni), spaventate dal buco di bilancio che si apre così nei conti pubblici della Gran Bretagna. Quel che la teoria neoliberista mette sotto il tappeto – la riduzione delle tasse diminuisce le entrate dello Stato – è oggi un inciampo notevole per l’attività economica complessiva.

I mercati, infatti, non sono a corto di liquidità. Dopo un decennio di quantitative easing sulle due sponde dell’Atlantico l’unica cosa abbondante sono i soldi liquidi. Il problema è che non si sa dove metterli per renderli “produttivi” di nuovi profitti.

Le azioni sono quasi tutte molto sopravvalutate, i prodotti finanziari derivati sono molto rischiosi (una nuova “bolla” dovrebbe esplodere da un momento all’altro), i titoli di stato (di qualunque Stato) sono sotto pressione proprio perché i debiti pubblici sono tutti molto alti, l’economia reale si è fermata anche perché i consumi – essendo stati da decenni congelati i salari – non tirano.

La Gran Bretagna non fa eccezione, anzi per molti versi è più esposta di altri paesi, essendo rimasta a metà strada tra l’Europa e gli Stati Uniti.

A farne le spese, in queste ore, è non a caso la sterlina, che ha perso in 24 ore oltre il 10% rispetto al dollaro, crollando da 1,12 (alla data di presentazione del “piano” di Truss e del Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng) all’1,03, il calo più rapido dal 1870.

La Banca d’Inghilterra (la banca centrale) ha lasciato trapelare l’intenzione di agire in difesa della moneta, alzando dunque i tassi di interesse. Il che ha ovviamente contribuito a risollevarne un poco il valore di scambio (a 1,07), al prezzo di gelare ancora di più le attese di una “ripresa” (se i tassi salgono l’attività rallenta).

Non proprio il massimo in un momento di recessione pressoché conclamata e soprattutto certa nei prossimi mesi.

Tutte queste reazioni negative hanno costretto il governo inglese a chiarire meglio le proprie intenzioni. Ma lo ha fatto in modo disastroso. Kwarteng ha infatti spiegato che quel taglio di tasse è “solo l’inizio”, promettendo che ce ne saranno altri nei prossimi mesi.

A quel punto il rendimento sui titoli di stato britannici (i gilt) sono saliti ad un livello “italiano” (sopra al 4%) e persino Wall Street ha alzato bandiera bianca, perdendo un altro 1% dopo una settimana di passione.

Miss Truss dimostra di essere una vera scheggia impazzita – aveva già preoccupato tutti la sua esternazione sulla disponibilità a schiacciare il “bottone nucleare” – che si muove sulla base dell’ideologia (in realtà, degli interessi di pochissimi super-ricchi).

Ma soprattutto dimostra di non capire nulla di Storia. Il “successo” della Thatcher, con mosse simili che lei ora imita, è avvenuto all’inizio del ciclo pluridecennale liberista, quando c’era da demolire “l’intervento pubblico nell’economia” e il potere contrattuale dei lavoratori.

Quelle mosse, insomma, venivano fatte su una ricchezza sociale ampia, piuttosto “distribuita” tra le varie figure sociali. La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale.

Oggi siamo alla fine di quel ciclo. La società – le classi – sono piuttosto “magre” e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.

Come andrà a finire è intuibile...

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06/09/2022

La guerra di classe di Liz Truss

Quando Boris Johnson assunse per la prima volta la carica di primo ministro nell’estate del 2019, sembrava facile scommettere che sarebbe stato il capo di governo più impreparato della storia moderna britannica. Relativamente più difficile era invece immaginare che il suo successore sarebbe stato anche peggio. Con la nomina lunedì di Liz Truss alla guida del Partito Conservatore e martedì a primo ministro, quest’ultima previsione appare invece già molto vicina a realizzarsi. Di certo, l’approdo al vertice del governo di Londra del ministro degli Esteri uscente rappresenta un pericoloso salto nel buio sia per quanto riguarda l’economia sia la politica estera.

Martedì, l’ex ministro del gabinetto Johnson ha ricevuto ufficialmente l’incarico di primo ministro dalla regina Elisabetta nella residenza estiva di Balmoral, in Scozia, immediatamente dopo le dimissioni del suo predecessore. Liz Truss ha iniziato rapidamente la formazione di un nuovo governo che dovrà affrontare problemi tra i più complicati del dopoguerra. Il criterio di scelta dei membri del gabinetto è in sostanza la necessità di bilanciare le richieste delle varie fazioni di un Partito Conservatore segnato da profonde divisioni interne e, ancor più, di implementare politiche anti-sociali e di accelerare l’escalation del confronto internazionale con Russia e Cina.

Commenti e analisi su Liz Truss si sono ovviamente sprecati in questi giorni e solo i media più allineati ai conservatori hanno offerto qualche brandello di ottimismo o giudizi lusinghieri. I commentatori indipendenti hanno evidenziato più realisticamente le modeste capacità intellettuali della neo-premier, assieme all’opportunismo più estremo che la contraddistingue, dimostrato ad esempio dall’orientamento anti-monarchico in gioventù, e all’assenza di qualsiasi principio morale o politico. La Truss ha condotto una campagna elettorale tra gli iscritti al Partito Conservatore proponendosi come una sorta di copia di Margaret Thatcher, con la quale condivide evidentemente il disprezzo per la “working-class” britannica.

Se è vero che il degrado della politica occidentale, con il conseguente “successo” politico di vere e proprie nullità come Liz Truss, è un fenomeno ormai tristemente dilagante, è comunque utile comprendere le ragioni che l’hanno condotta a Downing Street, assieme a quelle che hanno spinto Johnson alle dimissioni. Secondo la versione ufficiale, l’ormai ex premier era stato emarginato dal suo stesso partito a causa di una serie di scandali che avevano coinvolto lui stesso e alcuni componenti del gabinetto.

Il discredito di Johnson era effettivamente reale, ma questioni morali o di rettitudine democratica erano lontane dai pensieri dei vertici conservatori. La permanenza dell’ex sindaco di Londra alla guida del governo minacciava piuttosto una disfatta elettorale nel prossimo futuro e, soprattutto, un ostacolo alla strategia economica richiesta dai grandi interessi economico-finanziari britannici e alla programmata offensiva anti-russa e anti-cinese sul piano internazionale.

Queste considerazioni portano direttamente alla “elezione” di Liz Truss, di fatto il politico più manovrabile tra i candidati di spicco alla leadership dei “Tories” e quindi, almeno sulla carta, maggiormente in grado da un lato di liquidare i modesti interventi statali nell’economia seguiti alla pandemia e dall’altro di integrare la Gran Bretagna nei piani di Washington per sganciare l’Europa dalla Russia e, più in generale, dalle dinamiche di integrazione euroasiatica promosse in primo luogo dalla Cina.

Infatti, la campagna elettorale di Liz Truss ha avuto al centro soprattutto due questioni: i tagli alle tasse per i redditi più alti e l’intensificazione dello scontro con Mosca. Due dichiarazioni del ministro degli Esteri uscente suonano in particolare come un serio avvertimento alla popolazione britannica. In un dibattito elettorale di qualche giorno fa, la Truss aveva tranquillamente assicurato di non avere nessuno scrupolo nel lanciare un attacco nucleare, essendo questo un “dovere” di un primo ministro. In un’intervista recente alla BBC, la Truss aveva inoltre cercato di auto-promuovere le sue credenziali thatcheriane promettendo l’alleggerimento del carico fiscale per i ricchi e meno “regolamentazioni”, per poi concludere con la seguente considerazione: “è sbagliato guardare alla politica economica interamente dal punto di vista della redistribuzione”.

Queste parole suonano come una dichiarazione di un’ulteriore guerra di classe in preparazione in un paese che sta subendo i rincari tra i più alti in Europa di bollette energetiche e beni di prima necessità. I tagli alle tasse per gli ultra-ricchi dovranno oltretutto essere sommati, in termini di minori entrate pubbliche, al promesso aumento al 3% del PIL delle spese militari britanniche entro il 2030. Si tratta di una spesa stimata di quasi 160 miliardi di sterline, pari a circa l’intero bilancio annuale del Servizio Sanitario Nazionale (NHS).

Quello che attende il nuovo governo Truss è dunque un inasprimento del conflitto sociale, già in fase ascendente come dimostrano i numerosi scioperi delle ultime settimane. Prospettiva già messa ampiamente in conto dalla classe dirigente conservatrice. Basti pensare a un paio di segnali arrivati nelle fasi finali della campagna elettorale per la leadership del partito al governo a Londra. Nel fine settimana, il Sunday Times ha rivelato un piano della polizia britannica per affrontare la crisi prodotta dal carovita, la quale si tradurrà in una “dolorosa e prolungata pressione economica”, causando un aumento del crimine e delle minacce all’ordine pubblico.

Oltre a preparare la repressione di proteste e rivolte con l’intervento delle forze di sicurezza, il nuovo governo conservatore intende ricorrere e intensificare una legislazione anti-sindacale di cui Johnson aveva già fatto uso. L’obiettivo sarà in definitiva quello di restringere pesantemente il diritto alla mobilitazione dei lavoratori, se non a metterlo del tutto fuori legge almeno nei settori industriali strategici.

Le premesse con cui nasce il governo Truss non sono dunque incoraggianti. Tutti gli indicatori economici e sociali che disegnano un paese in profonda crisi finiranno quasi sicuramente per peggiorare nei prossimi mesi, con il piano di “aiuti” promesso dal gabinetto entrante gravemente inadeguato e, come già ricordato, subordinato ai tagli alle tasse per i ricchi e all’impegno a favore del regime ucraino. Identico discorso vale per la politica estera. Esattamente come Johnson, anche Liz Truss finirà per presiedere a un ulteriore ridimensionamento della posizione della Gran Bretagna sullo scacchiere internazionale. Una prospettiva beffardamente sottolineata proprio nei giorni precedenti la nomina di Liz Truss dalla notizia che l’India ha ormai superato come quinta economia del pianeta la ex potenza coloniale.

In una maniera fin troppo edulcorata, un’analisi pubblicata lunedì dalla Associated Press ha spiegato il carattere classista del nascente governo Truss, nonché il motivo per cui risulta già impopolare ancora prima di essersi insediato. “Il conservatorismo di destra” della neo-premier, spiega l’agenzia di stampa, le ha garantito l’appoggio di molti membri del partito impazienti di “ridimensionare l’intervento dello stato [nell’economia] e di ridurre le tasse”. Non è però chiaro se questa agenda, “che ha funzionato così bene con i membri del partito”, sarà altrettanto attraente per la popolazione britannica, “in particolar modo per coloro che maggiormente necessitano di aiuti per [acquistare] beni di prima necessità e per riscaldare le loro abitazioni il prossimo inverno”.

Ciò che la maggior parte dei britannici si aspetta da Liz Truss è d’altra parte già chiaro. Un sondaggio di YouGov pubblicato lunedì ha chiarito che la nuova leader dei “Tories” fa già segnare livelli altissimi di impopolarità. Metà degli interpellati ha espresso “delusione” alla notizia della scelta della Truss, mentre un terzo addirittura “parecchia delusione”. Solo il 4% si è detto al contrario “molto soddisfatto” della nomina. In un’altra indagine di YouGov il 67% si ritiene “molto scettico” a proposito delle capacità dell’ex ministro degli Esteri di risolvere il problema dell’inflazione.

La freddezza dei britannici verso il nuovo primo ministro è il riflesso, oltre che della deriva anti-democratica generale dei sistemi parlamentari occidentali, anche delle modalità con cui Liz Truss è stata selezionata. Dopo le dimissioni di Boris Johnson, il Partito Conservatore aveva aperto la competizione per la successione alla leadership. Tutti i candidati erano passati attraverso una serie di voti preliminari espressi dai membri conservatori del parlamento.

I due contendenti rimasti si sono sfidati in una sorta di ballottaggio a cui hanno partecipato i soli iscritti al Partito Conservatore. Alla fine, a scegliere la nuova leader e automaticamente, essendo quello Conservatore il partito di maggioranza, il nuovo capo del governo di un paese di oltre 67 milioni di abitanti sono stati circa 170 mila tesserati conservatori, la maggior parte dei quali anziani e benestanti. Per la cronaca, Liz Truss ha ricevuto 81.326 voti, contro i 60.399 del suo rivale, l’ex ministro delle Finanze, o Cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak.

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Gran Bretagna - L’inquietante Liz Truss diventa il primo ministro

La inquietante ministra degli Esteri britannica Liz Truss è stata nominata dal Partito Conservatore al potere in Gran Bretagna come nuovo primo ministro al posto dell’inquietante Boris Johnson.

La Truss aveva già dato pessima prova di se in un colloquio con il ministro degli Esteri Lavrov sia per i toni bellicisti sia per l’ignoranza nella conoscenza della geografia russa.

La Truss infatti è caduta su una buccia di banana davanti ad una iperbole del ministro russo, il quale faceva sapere che le truppe di Mosca erano stanziate sul territorio di Rostov e Voronezh e chiedeva, per paradosso, se la Gran Bretagna intendesse riconoscere almeno la sovranità russa sulla regione di Rostov e di Voronezh.

Certo la domanda era un po’ a trabocchetto ma la Truss, piena di alterigia e di fomento russofobico, rispose che giammai Londra avrebbe accettato la sovranità russa su tali aree. Al che è toccato all’ambasciatore britannico presente al colloquio intervenire sommessamente per far notare la gaffe alla propria ministra ossia che Rostov e Voronezh sono parte della Russia... da sempre.

Ma la cosa più inquietante la Truss l’ha affermata durante un recente incontro elettorale a Birmingham. Il conduttore dell’evento, ha affermato che gli verrebbe il voltastomaco a dover affrontare la prospettiva di un “annientamento totale tramite l’utilizzo di armi nucleari”. Truss con la massima freddezza ha risposto: “Ritengo che sia un dovere importante del primo ministro e sono pronta a farlo”. Una freddezza premiata con un applauso dal pubblico ma che non è passata inosservata sui media britannici.

La Gran Bretagna già in preda ad un furore bellicista degno del XIX Secolo ma anche ad una stagione di conflitti sociali e sindacali come non se ne vedevano da decenni, si affida ad una classe dirigente pericolosa, supponente e ignorante che esprime premier coerenti con essa. Il fatto che sia una donna non leviga né diminuisce la pericolosità di personaggi come Liz Truss.

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