Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/09/2022

Gran Bretagna - Truss sbaglia tutto e la BoE diventa “keynesiana”

Il tracollo del neoliberismo come sistema di regolazione dell’economia capitalistica appare ormai alla luce del sole.

Avevamo scritto qualche giorno fa, a proposito della prima mossa della neo-premier britannica Liz Truss (un taglio mostruoso alle tasse per i super-ricchi): “La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale. Oggi siamo alla fine di quel ciclo. Le società – le classi – sono piuttosto ‘magre’ e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.”

In poche ore abbiamo avuto un oceano di conferme. Persino il Fondo Monetario Internazionale ha stroncato questa mossa (150 miliardi di sterline in meno per le finanze pubbliche britanniche), mentre “i mercati” hanno messo immediatamente sotto tiro sia la moneta sia i titoli di stato, i mitici Gilt, evidentemente ritenendo improbabile che in futuro la Gran Bretagna possa onorare le scadenze sul debito.

A quel punto si è mossa la Bank of England secondo la più classica metodologia keynesiana: l’acquisto di titoli di stato propri. Una vera eresia da quattro decenni a questa parte.

Ricordiamo che in Italia, per esempio, questa mossa è impedita per legge da quando Beniamino Andreatta – il maestro economico di Romano Prodi e tutta la genia di “tecnici” amati dal Pd – sancì il “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro.

Era il 1981, da allora Palazzo Koch non può più comprare in sede d’asta i Btp e altri titoli emessi dal tesoro. E, da quando esiste la Bce, neanche sul “mercato secondario” (cioè dopo l’asta di emessione), per non influenzare gli andamenti del prezzo e dei rendimenti. Ossia, in pratica, per limitare gli esborsi di denaro pubblico (del tesoro...) per ripagare il debito.

Una regola aurea del neoliberismo trionfante era del resto proprio questa: gli Stati dovevano essere ricondotti a forza sotto la sferza dei “mercati”, limitando la propria spesa sociale e il debito pubblico.

Il risultato, ovunque nel mondo, dagli Stati Uniti a noi, è stato esattamente l’opposto. Nel 1981 il debito pubblico italiano in confronto al Pil era intorno al 60% (come sarà poi prescritto dagli accordi di Maastricht), ora viaggia verso il 160% nonostante Monti e Draghi. Negli Usa idem...

Così, mostrando di non tenere in alcun conto l’ideologia liberista ma solo l’interesse immediato, i mercati hanno festeggiato la mossa della banca centrale inglese.

Per poche ore, però, perché la minaccia più grave è ancora il probabile rialzo dei tassi di interesse anche da parte della Bce: un +0,75% che renderà praticamene certa la recessione economica in tutto il mondo euro-atlantico.

Nonostante questo qualcosa di buono può accadere: in Gran Bretagna si stanno interrogando se non sia il caso di togliersi dai piedi quella pazza furiosa della Truss, prima che arrivi al punto di premere il bottone nucleare...

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16/04/2020

La banca del vicino è sempre più verde

Mentre ministri e capi di governo dei paesi dell’area dell’euro sono impegnati a proporre soluzioni del tutto insufficienti a fronteggiare la crisi da Covid-19, è notizia di questi giorni che la banca centrale del Regno Unito, la Banca d’Inghilterra (Bank of England – BoE), finanzierà direttamente i programmi di spesa del governo britannico. Questo vuol dire che il Governo del Regno Unito non si troverà davanti alla necessità di emettere titoli di debito da collocare sui mercati per reperire le risorse necessarie a fronteggiare l’emergenza sanitaria ed economica ormai in corso, bensì riceverà le risorse direttamente dalla sua banca centrale, l’organismo che ha il potere di creare moneta. Infatti, la BoE metterà liquidità a disposizione del governo semplicemente alimentando un apposito conto, denominato ‘Ways and means facility’, intestato al Tesoro britannico: in virtù dell’accordo appena siglato tra Tesoro e Banca centrale, il Governo potrà attingere da quel conto tutte le risorse necessarie a fronteggiare l’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica. Questo non significa, tuttavia, che il debito pubblico della pubblica amministrazione inglese resterà invariato: il Tesoro inglese registrerà un afflusso di denaro e, per un pari importo, un aumento delle passività verso la banca centrale. Queste ultime, tuttavia, non saranno rappresentate da titoli del debito pubblico, evitando in questo modo ogni possibile pressione e complicazione sui mercati finanziari.

Questo finanziamento diretto ha delle conseguenze rilevanti, e presenta delle significative diversità rispetto al contesto dell’Eurozona: il Governo britannico disporrà di risorse immediate senza pericolo alcuno di non trovare prestatori; inoltre, il Tesoro non avvertirà nessuna necessità di garantire tassi di interesse elevati per ottenere tali risorse; infine, non ci sarà nessun rischio di ricatto dei mercati, come invece sistematicamente accade ai Paesi della periferia europea quando si trovano a dover finanziare la spesa in disavanzo tramite il collocamento di titoli del debito pubblico sui mercati finanziari. Il tutto con buona pace del Governatore della BoE e delle sue preoccupazioni sulla possibile perdita di credibilità nel controllo dell’inflazione.

Proviamo a soffermarci più nel dettaglio sulle differenze con quanto accade, invece, nel contesto dell’euro. Se un Paese appartenente all’Eurozona volesse finanziare il proprio debito pubblico, non avrebbe la facoltà di bussare alla porta di una banca centrale per ottenere delle risorse. Dovrebbe, invece, emettere dei titoli di debito (come i BTP italiani) e cercare degli acquirenti sul mercato. Per fare in modo che questi titoli siano acquistati dovranno tuttavia essere appetibili e quindi garantire un rendimento (un tasso d’interesse) sufficientemente elevato da attirare gli investitori. Nell’area dell’Euro, inoltre, non è previsto – se non in circostanze eccezionali, come nel caso delle Outright Monetary Transactions (OMT) – l’acquisto all’emissione dei titoli del debito pubblico da parte della Banca Centrale Europea (BCE). Ciò che la BCE può fare è calmierare un eventuale innalzamento dei tassi di interesse mediante gli acquisti sul mercato secondario: tuttavia, la BCE effettua queste operazioni con modalità discrezionali, con il risultato di avvalersi della facoltà di poter abbandonare un Paese allo spread in qualsiasi momento. In altre parole, tale discrezionalità si traduce in una formidabile arma di ricatto delle istituzioni europee nei confronti di un Paese che volesse provare ad attuare politiche fiscali espansive tramite aumento del deficit. Nel caso del Regno Unito, invece, non solo il Governo non sarà costretto a passare per i mercati, ma tale prestito da parte della BoE non sarà nemmeno rappresentato da titoli pubblici.

Quanto avviene nel Regno Unito, fuori dalle regole dell’area Euro, segnala due cose: in primo luogo, che non è necessario passare attraverso i mercati finanziari per finanziare la spesa pubblica. In secondo luogo, che gli obiettivi di spesa pubblica nei Paesi con moneta sovrana sono determinati dalla politica e non dai tecnici. Non esistono, dunque, regole di finanza pubblica inesorabili e neutrali, ma esse, e gli obiettivi che con esse si perseguono, sono sempre il frutto di scelte politiche.

Nel contesto di un calo della produzione che nel Regno Unito si attesterà tra il 2% e il 5%, il governo britannico ha potuto decidere di spendere – e quindi di sostenere crescita e occupazione – senza particolari condizioni, e si è inoltre assicurato di poterlo fare in futuro nelle misure che desidererà. Una differenza con il contesto dell’Unione Europea tanto palese quanto drammatica.

Il Governo del Regno Unito, seppur con alcuni limiti legati ad un contesto di indipendenza formale della banca centrale, parimenti a tutti i paesi del mondo fuori dall’area euro, ha la capacità di creare moneta tramite la propria banca centrale per finanziare la spesa e aumentare la produzione (o evitare che crolli). Con una banca centrale che non risponde in alcun modo alle decisioni di un Governo, la cui agenda politica è anzi decisa da un ristretto numero di esecutori della volontà delle classi dominanti mascherati da tecnici, e che agisce dunque senza alcun controllo democratico, questo non è possibile. Proprio come accade nell’area euro con la BCE. Se quindi si vuole finanziare il deficit, il ricorso ai mercati è necessario, con la conseguenza di esporsi alla speculazione. Se infatti la speculazione si attiva in maniera intensa, sale lo spread, il costo per finanziarsi aumenta sempre più e il Paese è disincentivato dal proseguire su quella strada. È un gioco perverso che, in ottemperanza ai trattati europei, finisce per comprimere la spesa pubblica, limitando la crescita e abbandonando gli strati più poveri della popolazione a disoccupazione e povertà.

L’efficacia di politiche anticicliche finanziate attraverso la monetizzazione del deficit, esattamente come fatto dalla BoE, è ormai riconosciuta anche da economisti non certo noti per essere pericolosi sovversivi. Lo spettro dell’inflazione tirato in causa dal Governatore della BoE, tanto millantato nel contesto europeo per tentare di giustificare le ferree regole di bilancio, non è altro che una leggenda popolare. L’idea alla base di questo spauracchio è che se la banca centrale crea nuova moneta per finanziare le spese del governo, la quantità di moneta in circolazione subirà un aumento e con essa cresceranno anche i prezzi. Tuttavia, ciò avverrebbe solo se il sistema economico stesse utilizzando tutte le risorse (capitale e lavoro) disponibili. È facile osservare come, nelle moderne economie capitalistiche e tanto più in questo periodo drammatico di crisi, esista una quantità considerevole di impianti inattivi che potrebbero essere utilizzati per produrre di più, così come una mole impressionante di lavoratori disoccupati. Questo sottoutilizzo garantisce un certo margine di flessibilità che permette di accomodare un aumento della domanda di beni e servizi derivante dalla maggiore quantità di moneta in circolazione, mettendo al riparo il sistema dall’insorgere di spinte inflattive.

Se questa drammatica epidemia ci insegna qualcosa è che forse è tempo di tornare all’indipendenza della politica economica, utilizzata come valido strumento per perseguire la piena occupazione e la giustizia sociale, migliorando le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Precondizione per ottenere ciò è riappropriarsi di una banca centrale per poter svolgere appieno la politica monetaria. Ciò non significa, tuttavia, che Paesi dotati di una propria banca centrale, come l’Inghilterra, il Giappone, gli Stati Uniti e molti altri, siano Paesi in cui il capitalismo non si è dotato di strumenti per contenere il conflitto sociale: semplicemente queste economie, pur pienamente allineate al neo-liberismo, hanno deciso di non privarsi di uno strumento – quello di una banca centrale propria – la cui assenza impedisce anche di fare fronte a emergenze come quella che stiamo vivendo in queste settimane.

Ma c’è qualcosa di ancora più importante: una volta riconosciuto che lo Stato, in tempi di crisi, può spendere più di quanto raccoglie senza bisogno di finanziarsi sui mercati, perché non dovrebbe essere in grado di sostenere sistematicamente la crescita e l’occupazione? La risposta è sempre la stessa: crescita sostenuta e piena occupazione spaventano il profitto. Pertanto, un contesto sociale ed economico di disoccupazione azzerata non gioverebbe né ai padroni né alle classi dominanti, mentre mancanza di lavoro e assenza di stato sociale sono armi affilatissime per disciplinare i lavoratori attraverso il ricatto della disoccupazione che spinge i lavoratori occupati ad accettare salari più bassi e peggiori condizioni di lavoro pur di mantenere il proprio posto di lavoro. Ecco che, per concludere, la storia della Bank of England ci insegna più che mai quanto riappropriarsi di una banca centrale rappresenti una condizione necessaria ma non sufficiente per orientare il confitto di classe nella direzione degli sfruttati.

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29/01/2019

“L’oro del Venezuela resta qui!”: il ruolo di Bank of England e Deutsche Bank nel golpe in atto a Caracas

Dietro la scomparsa dell’oro venezuelano, c’è la regia degli Stati Uniti. Leggendo una notizia del genere potrebbe sembrare di esser finiti in una spy story, o in una vecchia storia d’avventura di un paio di secoli fa. Stiamo invece parlando di cronaca, di politica, di quello che sta avvenendo in Venezuela. E come sempre quando si segue la pista dei soldi – in questo caso dell’oro – poi le dinamiche in atto iniziano a diventare chiare.

Sono tre le notizie interessanti, da questo punto di vista, che circolano da ieri, riportate da Corriere della Sera e Sole 24 Ore (media che non possiamo certo annoverare tra quelli pro-Maduro, che di fatto da queste parti non esistono).

La prima arriva dall’agenzia Bloomberg: la Banca d’Inghilterra ha bloccato una richiesta del governo venezuelano di ritirare oltre un miliardo di dollari in lingotti d’oro in possesso della stessa banca. Si tratta di parte della riserva aurea all’estero della banca centrale venezuelana, quindi teoricamente nelle sue disponibilità.

La seconda notizia la riporta la Reuters: l’autoproclamato – e quindi golpista – presidente Guaidò ha scritto a Teresa May, chiedendo formalmente di non restituire l’oro perchè “sarebbe usato per la repressione” da parte di Maduro.

La terza notizia arriva dal Sole 24 Ore, ed è quella che forse “pesa” di più. Sono due, in realtà, le news contenute nell’articolo di Alessandro Plateroti, che suggeriamo di leggere.

Il primo spunto è in apertura di articolo: “dietro il mancato rimpatrio a Caracas nel settembre scorso di 550 milioni di dollari di lingotti d’oro depositati a Londra, non c’erano infatti «problemi procedurali» come hanno sostenuto finora la banca centrale e lo stesso governo inglese, ma una vera operazione di esproprio internazionale organizzata segretamente dalla Casa Bianca”.

Più chiaro di così si muore. Nello specifico, l’autore fa riferimento ad un precedente diniego da parte dell’autorità britannica che era stato attribuito a questioni di procedura.

Il secondo arriva qualche riga dopo, ed è ancora più clamoroso, forse.

Secondo alcune fonti, la quantità di oro venezuelano in possesso della Bank of England sarebbe praticamente raddoppiato. Da 14 tonnellate presenti nel mese di novembre 2018 alle 31 tonnellate attualmente custodite.

Ma come, a settembre Londra blocca il rimpatrio di 500 milioni di oro e il governo venezuelano gliene affida altre diciassette tonnellate? Sono matti? No. Perché l’oro non arriva dal Venezuela, ma dalla Germania. Più precisamente dalla Deutsche Bank, che lo aveva avuto come garanzia da parte di Caracas per un prestito concesso quattro anni fa.

Bloccare l’accesso alle riserve auree al governo di Maduro è una operazione che può avere conseguenze gravi ed immediate. L’oro è usato infatti da anni come valuta di scambio per l’acquisto di beni di consumo anche fondamentali, come cibo e farmaci. Un modo – spiega il Sole 24 Ore – per superare gli ostacoli del lungo embargo a cui il Venezuela è sottoposto da anni da parte degli Usa.

E qui si chiude il cerchio, che parte ed arriva sempre lì, negli Stati Uniti: “I sospetti che dietro questi casi ci sia la regia della Casa Bianca girano da mesi, come riportato in un’inchiesta del Sole 24 Ore il 29 novembre 2018. Una conferma arriva ora da Marshall Billingslea, Assistant Secretary for Terrorist Financing del Dipartimento al Tesoro Usa: «All’inizio di ottobre – rivela a sorpresa Billingslea – il Segretario Mnuchin ha incontrato i ministri delle Finanze d’Europa e Giappone, i governatori delle Banche Centrali e i responsabili dell’intelligence, per definire un piano di azione comune contro Maduro: l’obiettivo più importante e immediato è bloccare il commercio dell’oro sovrano venezuelano. Alcuni risultati li abbiamo già avuti in questi giorni...». Non a caso, erano proprio gli stessi giorni in cui Londra aveva deciso di bloccare il rimpatrio dei lingotti a Caracas.”

Citiamo volentieri e volutamente le ultime righe dell’articolo del Sole 24 Ore perché, in storie come questa, la chiarezza è fondamentale.

Quello che sta avvenendo in Venezuela è qualcosa di assolutamente artificiale, eterodiretto, antidemocratico. Nasce dalla volontà di un paese terzo rispetto alle vicende venezuelane – gli Stati Uniti – che sta imponendo la sua agenda ad altri paesi terzi che vigliaccamente ne diventano complici.

La “storia dell’oro del Venezuela” è l’ennesima dimostrazione di tutto questo.

E mentre Guaidò annuncia di stare prendendo il controllo dei beni all’estero del Venezuela – con l’ovvio e necessario benestare dei paesi che quei beni li ospitano – gli Stati Uniti annunciano altre sanzioni. La prima ad essere colpita potrebbe essere la Pdvsa, la compagnia petrolifera di Stato.

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21/04/2018

Disoccupazione tecnologica. La Banca d’Inghilterra si arrende a Marx

Non capita spesso che i marxisti si vedano dar ragione da rappresentanti dell’altissima borghesia, ma a volte accade. E la circostanza diventa davvero clamorosa se si pensa che “il borghese” in questione è addirittura il governatore della Banca d’Inghilterra, la più antica banca centrale del mondo capitalistico.

Ancora più importante, ci sembra, è il tema su cui il governatore Mark Carney ci dà ragione: l’evoluzione della tecnologia orientata ad automatizzare la produzione porterà certamente a una disoccupazione di massa di proporzioni mai viste prima. Con inevitabili tensioni sociali che – nientepopodimeno – potrebbe restituire “centralità al marxismo”.

L’espressione è ambivalente, perché appare ovvio che il governatore inglese identifichi Marx con “i comunisti”, ovvero un’impostazione scientifica bicentenaria con un movimento politico reale, a prima vista quasi inesistente, ma potenzialmente sovversivo dell’ordine esistente.

Ma anche sul piano strettamente scientifico, Carney avverte la crisi ormai palese del “pensiero unico” neoliberista e l’assenza di alternative scientifiche (e politiche, in senso lato) interne alla logica liberale, com’è stato per quasi mezzo secolo il keynesismo.

Un raggio di sole per quanti continuano a battersi per orientare la crisi del capitalismo verso esiti non catastrofici – “la comune rovina delle classi in lotta” – tipo una terza guerra mondiale tra più potenze nucleari.

Basta non pensare che, allora, si possa tranquillamente riprendere in mano la “vecchia attrezzatura”, come se quei cambiamenti strutturali che sconvolgono persino un Carney non avessero alcuna conseguenza sul nostro modo di guardare al mondo. Perché una cosa sono le lenti attraverso cui si guarda (le leggi scientifiche individuate da Karl Marx alla base del funzionamento del capitalismo), tutta un’altra è la visione che otteniamo. Così come una cosa è conoscere le leggi dell’aerodinamica e un’altra è il fabbricare aerei.

La visione, insomma, dobbiamo produrla noi, oggi, non è già data.

*****

Mark Carney avverte: i robot che eliminano posti di lavoro potrebbero portare all’ascesa del marxismo

La disoccupazione di massa, la stagnazione dei salari e la crescita del comunismo potrebbero derivare dai progressi tecnologici

Colin Drury – The Indipendent


https://www.independent.co.uk/news/uk/home-news/mark-carney-marxism-automation-bank-of-england-governor-job-losses-capitalism-a8304706.html

Le perdite massicce di posti di lavoro causate dall’avanzamento della tecnologia potrebbero portare a un aumento del marxismo, ha avvertito il governatore della Banca d’Inghilterra.

Mark Carney ha affermato che l’automazione di milioni di posti di lavoro potrebbe portare alla disoccupazione di massa, alla stagnazione dei salari e alla crescita del comunismo nell’arco di una generazione.

Ha avvertito: “Marx ed Engels potrebbero tornare rilevanti”.

Parlando al Summit per la crescita in Canada, Carney ha affermato che incrementi dell’intelligenza artificiale, dei big data e delle macchine ad alta tecnologia potrebbero creare enormi disuguaglianze tra i lavoratori altamente qualificati che traggono vantaggio dai progressi e coloro che ne sono emarginati.

“I benefici, dal punto di vista del lavoratore, dalla prima rivoluzione industriale, iniziata nella seconda metà del XVIII secolo, non si sono sentiti pienamente nella produttività e nei salari fino alla seconda metà del 19° secolo”.

“Se sostituisci le piattaforme alle fabbriche tessili, il machine learning ai motori a vapore, Twitter al posto del telegrafo, hai esattamente le stesse dinamiche che esistevano 150 anni fa, quando Karl Marx stava scrivendo il Manifesto del Partito Comunista”.

La rivoluzione industriale ha visto una crescita ineguagliata della produzione durante la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, ma i salari non aumentarono per decenni, poiché la presenza delle macchine significava che i posti di lavoro creati erano poco qualificati.

Molti ritengono che le disuguaglianze risultanti siano state un precursore diretto dell’aumento dell’estremismo di sinistra e di destra in tutta Europa.

Carney, che lascerà il suo posto nel 2019, ha detto che gli anni di debole crescita dei salari dopo la crisi finanziaria hanno suggerito che questa esperienza del diciannovesimo secolo si stava già ripetendo.

Il governatore ha anche aggiunto che ci sono segni di “svuotamento” nel mercato del lavoro, in quanto i lavoratori di medio livello trovano i computer in grado di completare compiti specifici – anche in alcuni lavori precedentemente considerati qualificati.

“C’è una disconnessione nelle aspettative. Nei sondaggi, oltre il 90% dei cittadini non pensa che il loro lavoro sarà influenzato dall’automazione, ma una percentuale simile di amministratori delegati pensa l’opposto, quanto a numero di posti di lavoro che saranno materialmente distrutti”.

Ha sottolineato come gli studi legali stessero già usando l’intelligenza artificiale per controllare i documenti e leggere le prove, cosa tradizionalmente fatta da avvocati alle prime esperienze (accolti negli studi già avviati, ndt). E ha aggiunto che le banche hanno utilizzato una combinazione di intelligenza artificiale e big data per informatizzare vaste aree di reparti di assistenza clienti, con il risultato che gran parte del personale è stato reso disoccupato.

Lavori come i conducenti di taxi o camion potrebbero anche essere rottamati, poiché la tecnologia dell’auto-guida migliora, ha aggiunto.

Carney ha detto che le tendenze vanno contro le idee precedenti, secondo cui solo le attività manuali sarebbero state trasferite alle macchine.

Il risultato finale, ha spiegato, potrebbe significare che più lavoratori hanno bisogno di prepararsi per lavori che richiedono una maggiore intelligenza emotiva, in settori quali la cura e il tempo libero.

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04/02/2015

Verdi e banchieri. La vittoria di Syriza vista da Londra

Sono passati pochi giorni dalla vittoria di Syriza e all'entusiasmo iniziale si è sostituito un clima di attesa. In molti, specie nell'Europa del sud, sono immediatamente saltati sul carro del vincitore, con i trasformisti italiani ovviamente in prima fila. Non che questi abbiano qualcosa a che spartire con Tsipras e compagni, ma tutti sperano di poter ottenere qualcosa dal punto di vista dell'allentamento delle misure asfissianti imposte da Bruxelles (di cui sono stati spesso pronti esecutori), che stanno velocemente stroncando la loro popolarità. E poi si sa, il clima trionfalistico della vittoria porta sempre sorrisi e buon umore. In Francia ha esultato addirittura Marine Le Pen, tralasciando completamente qualunque considerazione sull'ideologia che anima Syriza, diametralmente opposta alla sua.

A Bruxelles e a Berlino, invece, la notizia non è ovviamente piaciuta per nulla, e molte voci si sono levate a ribadire che gli impegni già presi vanno rispettati.

Ciò che stupisce è il semi-silenzio con cui la notizia è stata accolta nel Regno Unito. Sono passati pochi mesi da quando tutto l'establishment dominante si era mobilitato contro la possibilità dell'indipendenza scozzese, similmente a come si sono mobilitati i falchi dell'UE contro la (allora solo possibile) vittoria di Tsipras. In quell'occasione, con minacce costanti e con il supporto della stessa UE, che aveva messo in discussione un possibile ingresso nell'Unione di una Scozia indipendente, avevano centrato l'obiettivo. Nelle settimane precedenti le elezioni greche e nei giorni successivi invece non vi sono state particolari azioni/reazioni.

Il presidente Cameron si è limitato ad affermare in un tweet (anche loro hanno questa “malattia”) che le elezioni greche aumenteranno l'incertezza all'interno dell'Europa. Molto tiepida anche la reazione del leader laburista Miliband, il cui prolungato silenzio dopo le elezioni cominciava a farsi piuttosto rumoroso. Alla fine si è limitato ad un generico richiamo al diritto del popolo a scegliere la propria strada per affrontare i problemi sociali ed economici, senza dispensare alcun complimento o le ordinarie congratulazioni al vincitore. Ciò risulta più chiaro se si considera che il Green Party, dato ora intorno al 10%, sta rubando consensi ai laburisti proprio grazie al suo messaggio anti-austerità; e infatti, in una dichiarazione congiunta, Taylor e Scott Cato (membri per l'appunto del Green Party) hanno accolto con entusiasmo la vittoria di Tsipras.

Se tali reazioni sono piuttosto comprensibili, considerando che a maggio vi saranno le elezioni, e quindi le mosse dei principali politici vanno lette soprattutto in chiave elettoralistica, ciò che più stupisce sono le esternazioni di Mark Carney, presidente della Banca d'Inghilterra.

Dopo il Financial Times ed Il Sole 24 Ore, un esponente padronale si ritrova ad attaccare le politiche di austerità dell'eurozona ed a congratularsi con Syriza (qui l'articolo del Guardian).

Carney ha attaccato frontalmente le politiche di austerità dell'UE, ha criticato la mancata integrazione fiscale e del mercato dei capitali; in seguito alla costruzione di una moneta unica bisognava, a suo avviso, procedere sulla strada dell'integrazione dei singoli sistemi nazionali. Dure anche le parole sul programma di sviluppo della competitività tramite la svalutazione interna, che ha il solo effetto di riallocare la domanda all'interno della zona euro, ma non di rilanciare la domanda aggregata; giudizio negativo anche per l'incapacità di utilizzare, a fronte di un tasso di disoccupazione dell'11,5%, lo strumento del deficit fiscale.

Cerchiamo di provare a comprendere queste reazioni in sordina e l'attacco di Carney.

Innanzitutto bisogna considerare che l'Inghilterra non è tra i creditori esposti verso il debito greco. Essa infatti non fa parte dell'ESM, il cosiddetto fondo salva-stati, dato che non ha adottato la moneta unica; situazione completamente opposta a quella di Germania, Francia, Italia, Spagna e Olanda, che sono, nell'ordine, i creditori più esposti.

Ma l'elemento determinante per valutare le reazioni di Londra, così come quello degli altri paesi dell'Unione, è quello della strategia politica. L'Inghilterra, in virtù della sua partecipazione ibrida all'UE, resta a lato della partita che si sta giocando ora sul futuro indirizzo politico dell'Unione. In primo luogo in Inghilterra la crisi si manifesta in maniera meno accentuata che negli altri paesi o, meglio, i settori popolari sono stati già pesantemente massacrati negli anni '80 dalle “riforme” della Thatcher e sono da allora costretti a standard di vita molto bassi e ad un welfare molto limitato (il tasso di persone sotto la soglia della povertà supera il 20%). In altre parole, la visione neoliberale, di cui l'Inghilterra è stato fulcro di elaborazione ed attuazione, è già da tempo inverata nella realtà quotidiana e non è messa in discussione da settori consistenti del panorama politico.
Se la costruzione dell'Unione Europea, specie da Maastricht in poi, ha spostato il centro del comando, specie nell'Europa continentale, sull'asse Bruxelles-Berlino, imponendo la distruzione del "modello sociale" europeo e il dominio di politiche neoliberali, veicolate come necessarie e sacralizzate nei ferrei vincoli dei Trattati, in Inghilterra tali misure erano state prese da più di un decennio. Riassumendo, la sfida lanciata da Tsipras all'austerità e al neoliberismo si radica soprattutto all'interno del contesto dell'Europa continentale. A rafforzamento di tale ipotesi, si ricordi che da almeno un anno Cameron discute di una possibile uscita dall'UE (il conflitto riguarda soprattutto l'immigrazione di lavoratori dagli altri stati europei).

Infine vogliamo sottolineare che le parole del presidente della Banca d'Inghilterra sono da interpretare con attenzione: la critica che si rivolge alle politiche dell'UE non incitano a politiche favorevoli alle classi subalterne, ma soprattutto ad una maggiore integrazione dei sistemi fiscali e del mercato dei capitali, seguendo il modello del Regno Unito e degli Stati Uniti, propagandati come sistemi che hanno saputo superare la crisi e che funzionano correttamente. La partita è quella che si gioca nell'UE da trent'anni sull'integrazione del mercato dei capitali e sulle caratteristiche del modello di economia di mercato (lo scontro ventennale sulla direttiva sulle offerte pubbliche di acquisto è un buon esempio di tale "battaglia"). Ma su questo punto gli stati continentali e soprattutto la Germania si sono dimostrati piuttosto refrattari. Allargando la visuale, la questione si può leggere nell'ottica della costruzione del polo imperialista europeo, delle sue caratteristiche e della relazione di collaborazione/competizione con quello statunitense: il ruolo e la posizione del Regno Unito non è ancora determinata chiaramente.

Come nota finale segnaliamo che ieri Varoufakis è volato a Londra per incontrare il politico conservatore Osborne e alcuni banchieri della City. Mentre l'immaginario piccolo borghese dei media mainstream continua ad essere solleticato dalla camicia fuori dai pantaloni, è utile riportare che Osborne ha definito il debito greco come “il più grosso rischio per l'economia globale”; ha invitato Varoufakis ad “agire responsabilmente”, ma, al tempo stesso, ha affermato che l'eurozona “deve avere un piano migliore per crescita e occupazione” poiché la situazione del'UE “è una crescente minaccia per la Gran Bretagna”. Le sue parole seguono dunque il solco tracciato da Barack Obama. Nelle prossime settimane vedremo cosa decideranno nelle stanze del potere di Berlino e Bruxelles e se la reazione di Atene sarà all’altezza della sfida lanciata alla Troika.

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28/03/2014

La Bank of England ed il Dottor Stranamore che vuole arrivare al Don


La recentissima pubblicazione dello studio della Bank of England conferma da fonte insospettabile che le banche creano moneta dal nulla (cioè non la scavano da qualche miniera, né la pompano da qualche giacimento) prestandola a coloro che hanno piani di investimento o di acquisto di beni di consumo durevoli. Non ci sono quindi vincoli monetari in quanto tali. Analogamente per la Banca Centrale: può convalidare qualsiasi richiesta da parte del Tesoro e può in tutta tranquillità monetizzare debito e deficit pubblici. Scuole, ospedali, ferrovie, pensioni, università e ricerca possono essere finanziate senza vincoli di bilancio, ma solo reali; che dipendono dalle capacità produttive esistenti e utilizzabili. È ovvio che se all’Istituzione che dovrebbe convalidare i flussi nel circuito monetario, cioè la Banca Centrale, viene formalmente proibito di assecondare il processo, il circuito, da qualche parte finirà per troncarsi.

Nelle banche centrali (certamente negli USA e GB) tutte queste cose erano note da tempo, ma non venivano dette. Come durante l’età di Galileo Galilei quando per la navigazione oceanica verso le Americhe la Chiesa permetteva l’uso da parte della Spagna della concezione copernicana della Terra; mentre in Europa, in Italia in particolare, imponeva la visione tolemaica bruciando chi la confutava pubblicamente. Il comportamento delle autorità burocratiche dell’UE, non tanto di Mario Draghi, è simile a quello della Chiesa durante il periodo galileiano.

Un’ulteriore ragione quindi per non dar alcun credito all’UE in quanto non si tratta, come ad esempio potrebbe essere in Germania, Scandinavia, Gran Bretagna, di togliere la fiducia ad un governo che può essere licenziato battendolo alle elezioni. La separazione tra procedure liberal-democratiche e i meccanismi decisionali e direzionali dell’UE è strutturale e permanente, incastonata nelle stesse fondamenta dell’UE. Per annullare, o anche ridurre, tale separazione bisognerebbe cambiarne le fondamenta; il che implicherebbe demolire e rifare la costruzione che su queste poggia. Ora, due grandi paesi dell’UE stanno acquisendo la stessa fisionomia di Bruxelles. Il primo è la Francia che ha preceduto Bruxelles di parecchi anni con un processo acceleratosi con Mitterrand.

In Francia il governo presidenziale è molto poco “accountable” (responsabile, penso si possa tradurre così) di fronte all’Assemblea Nazionale la quale sta assumendo, col passar del tempo, un ruolo di comparsa. La formazione da parte di Hollande di un’Alta Autorità sulla spesa pubblica ed il debito, concepita come alternativa all’impossibile inserimento nella Costituzione francese di una clausola sul pareggio di bilancio, ha ulteriormente svuotato l’Assemblea Nazionale spoliticizzando definitivamente la finanza pubblica, togliendola dal dibattito pubblico. Tale argomento, quindi la politica fiscale, viene ormai trattato da detta Autorità i cui membri sono nominati dall’esecutivo. In larga misura essi provengono dalla Corte dei Conti al cui controllo l’Autorità stessa è soggetta. In Francia votare per le presidenziali può ancora avere un senso ma alle legislative molto meno.

Il secondo paese è l’Italia ove la dimensione extra parlamentare del sistema di governo cresce a vista d’occhio e ove questo Parlamento è stato rimesso in discussione dalla stessa Corte Costituzionale (si veda l’appello a questo link).

Tra i grandi (per popolazione e peso economico) paesi europei, quello ove più forte è la difesa del proprio ordinamento interno è la Repubblica Federale Tedesca. Questo è un fatto “positivo” considerando che l’ordinamento della BRD è democratico nel senso liberale e parlamentare-regionale del termine, mentre quello dell’UE non lo è.

Ed è proprio perché assolutamente non lo è che il ministro delle finanze tedesco Schäuble può venir fuori dicendo che il programma di austerità che ha ucciso la Grecia deve essere esteso (dalla Troika) all’Ucraina. Secondo me, il ministro è come il Dr Strangelove di Kubrick, perché ha fatto una dichiarazione che implica una guerra con la Russia. Infatti l’ultracatastrofe economica che ne discenderebbe implicherebbe delle situazioni sociali esplosive nelle regioni orientali, russofone e più industrializzate come Donetsk, che ricadrebbero massicciamente sulla Russia e ad essa verrebbero imputate con estrema virulenza da Kiev appoggiata da USA-NATO-UE.

Tuttavia le forze che vogliono, giustamente, mettere i paletti tra l’ordinamento della BRD e quello dell’UE, specialmente quando passa per la BCE, sono di orientamento economico monetario molto conservatore. Credono in una Moneta “FISSA” (in forma ancora più rigida dell’oro) e addirittura sostengono, come l’influente Werner Sinn, che le esportazioni nette tedesche sono un sacrificio (invece di essere dei profitti per il capitale operante in e dalla Germania). Come possiamo constatare il conservatorismo economico, sia quello UE-TROIKA di Schäuble che quello export surplus = sacrifici di Sinn, produce dei nut cases (degli svitati) pericolosissimi.

Ne consegue che è estremamente importante assorbire ciò che hanno scritto gli economisti della Bank of England. Essi non partono da una visione normativa bensì analizzano come effettivamente funziona la moneta ed il sistema bancario arrivando ad affermare cose che in Italia si trovavano già in Augusto Graziani. Poco importa: la verità è venuta a galla, come ha affermato il Guardian. A galla per il pubblico ed è ciò che conta. Costituisce un’importante base di partenza per pensare se e – eventualmente – come rifare le fondamenta. Altrimenti il terreno critico influente viene occupato dai Sinn in Germania, quello popolare dal Front National in Francia e quello operativo dai nut cases (svitati) dell’UE-Troika ma fino al Don questa volta. E da lì inevitabilmente verrà di vedova un velo  (per parafrasare una grande poesia di Brecht).

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