di Michele Giorgio
È difficile prevedere se la nuova carta costituzionale,
in discussione tra russi e siriani, si rivelerà la strada giusta per
mettere fine alla guerra civile in Siria, giunta al sesto anniversario,
che ha fatto centinaia di migliaia di morti e feriti e milioni di
rifugiati. I dubbi sono molti. I “ribelli”, al Qaeda, l’Isis non
vogliono alcuna soluzione politica e non rinunciano al sogno di
abbattere con la forza il regime “apostata” dello “sciita” Bashar Assad
per “riportare” la sovranità sunnita nel Paese. Dopo
l’attentato di sabato a siti religiosi sciiti (72 morti), ieri due
kamikaze hanno insanguinato di nuovo Damasco. Il primo si è fatto
saltare in aria di fronte al Palazzo di Giustizia a Hamidiyeh, sede di un grande mercato cittadino: 30 morti e 100 feriti. Il secondo ha detonato la cintura esplosiva in un ristorante a Rabweh.
Il quadro sul terreno intanto resta complesso. La tregua, scattata dopo la liberazione di Aleppo Est, resta fragile ma è riuscita a ridurre la violenza.
Si combatte però in molte aree del Paese e non, come si crede, solo a
nord dove si sta giocando la partita della riconquista di Raqqa, la
“capitale” dello Stato islamico in Siria. Si spara anche ad Est di
Damasco dove le forze governative guadagnano terreno ma lentamente e
nella Siria orientale da Palmira a Deir az-Zor, fino al confine con
l’Iraq.
La guerra prosegue anche a sud, forse lo scenario bellico più inquietante in questa fase. Eppure se ne parla poco.
Le truppe agli ordini di Assad hanno recuperato terreno, specie a
ridosso delle Alture del Golan occupate da Israele, ma altrettanto hanno
fatto i miliziani affiliati all’Isis. Un mese fa l’Esercito
Khalid Ibn al Walid – fedele allo Stato islamico e che raggruppa 1500
combattenti di tre gruppi jihadisti (Muthanna, Brigate dei Martiri di
Yarmouk e Jaish al-Mujahidin) - ha preso il controllo dei
villaggi di al Shajara, Jamla, Abidin, Nafaa, Ain Thakar, Tasil, Adwan,
Jillen e Sahm, approfittando della battaglia tra i governativi e i
qaedisti del Tahrir al-Sham per il controllo della
regione di Deraa. Hassan Abu Bakr, portavoce degli insorti della
Rivoluzione nel Fronte Sud, ha spiegato che gli affiliati all’Isis si
sono impossessati di armi pesanti, di carri armati T-55 e cannoni capaci
di colpire a grande distanza.
Tutto è avvenuto a qualche chilometro dal confine con la
Giordania facendo scattare l’allarme ad Amman, per anni schierata senza
alcuna esitazione con le petromonarchie del Golfo e gli Stati Uniti
contro Damasco. Ora gli hashemiti cominciano a tornare sui loro passi.
Le armi in possesso dell’Esercito Khalid Ibn al Walid infatti
minacciano le città dall’altra parte del confine come Ar-Ramtha e Irbid
(la seconda più grande della Giordania), abitata da quasi un milione di
persone. All’improvviso è andata in frantumi l’alleanza, volta
alla protezione della frontiera giordana, tra il regno hashemita e i
gruppi armati (un centinaio) riuniti sotto l’ombrello dell’Esercito
libero siriano (Els, la milizia dell’opposizione anti-Assad).
Il rischio avvertito dai giordani è che l’Isis possa proclamare un emirato in quelle regioni, quindi sul confine.
«I gruppi radicali (dell’Isis) costituiscono una minaccia enorme e
potrebbero lanciare missili sulle città giordane e attacchi come quello a
Rukban», spiega l’analista Amer al Sabayla in riferimento all’attentato che lo scorso giugno uccise sette soldati giordani sul confine. La minaccia ha indotto re Abdallah ad adottare un approccio diverso, decisamente più pragmatico, nei confronti di Damasco, e a cercare il dialogo con Mosca dove si è recato a gennaio. «Anche perché la Coalizione internazionale (a guida Usa, ndr) non ha una visione oltre i bombardamenti aerei dell’Isis», aggiunge al Sabayla.
Per Bashar Assad, che ora i giordani riconoscono come
l’attore più affidabile nel caotico contesto siriano, è un’altra
vittoria diplomatica. La situazione comunque resta fluida nel sud della Siria dove fa sentire la sua voce anche Israele.
Il viaggio del premier Netanyahu a Mosca, qualche giorno fa, è la
conferma che Tel Aviv vuole un’intesa con la Russia, il player più forte
in questa fase, allo scopo di garantire i suoi interessi sul terreno e
sui tavoli dei negoziati. Il principale è quello di limitare – e
idealmente escludere – la partecipazione dell’Iran al processo
politico siriano e di impedire che i combattenti sciiti, libanesi e
iraniani, alleati di Assad contro i jihadisti, possano schierarsi a
ridosso del Golan. Un punto sul quale Netanyahu ha battuto
molto e prima di lui anche il capo dell’opposizione israeliana Yitzhak
Herzog, volato in Russia con qualche giorno di anticipo sul premier.
Mosca non è in una posizione semplice, ha spiegato l’analista russo Dmitry Maryasis al portale al Monitor, perché Vladimir Putin «vuole mantenere buone relazioni con l’Iran» e non può fa pressioni su Tehran affinché si ritiri dalla Siria.
«Però – ha aggiunto – può ottenere che Hezbollah e altri gruppi sciiti
non operino vicino alle linee israeliane». Un favore per il quale Mosca
potrebbe richiedere in cambio la cooperazione di Israele nel settore del
gas.
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