La scorsa settimana, i governi israeliano e libanese hanno annunciato a Washington un accordo mediato dagli Stati Uniti per rinnovare il loro “cessate il fuoco” e perseguire un accordo “globale”.
Nonostante i bombardamenti israeliani in corso e l’incursione militare nel sud del Libano, i termini richiedono solo a Hezbollah di fermare i suoi attacchi. Il gruppo di resistenza libanese ha respinto rapidamente le trattative, definendole “assurde, umilianti e offensive”.
Da oltre dieci settimane, Hezbollah ha combattuto il rinnovato assalto israeliano al sud con una guerra di logoramento più snella, affidandosi a droni e a piccole unità specializzate per dissanguare le forze israeliane mantenendo intatta la propria struttura.
Quasi 70 giorni dopo l’ingresso di Hezbollah nella guerra di Ramadan, l’ultimo ciclo di combattimenti esploso nel marzo 2026, si può affermare con cautela ma chiarezza che l’Hezbollah di oggi differisce significativamente dalla forza che Israele ha combattuto nel 2024, almeno per la sua organizzazione militare, la prontezza sul campo di battaglia e la flessibilità operativa.
Questa valutazione si basa sull’andamento dei combattimenti e sulle prestazioni del movimento nella guerra attuale, su un confronto con la Guerra di Supporto (Harb al-Isnad) del 2023 e la guerra dei 66 giorni del 2024, e sull’osservazione diretta sul campo e conversazioni con attori politici, comandanti e combattenti della resistenza all’interno di Hezbollah.
Questa differenza non si limita all’equipaggiamento, alle armi o alle tattiche di combattimento. Indica una riconsiderazione più profonda dei meccanismi di comando, della dottrina di combattimento e del dispiegamento delle forze, e persino delle stesse definizioni di vittoria e sconfitta in guerra.
Ciò che si sta svolgendo oggi nel sud del Libano assomiglia a un graduale processo di ricostruzione e adattamento organizzativo dopo un’esperienza costosa ed estenuante di 30 mesi, dall’8 ottobre 2023 al 2 marzo 2026.
Eppure, mentre i leader libanesi aderiscono a un accordo che disarmerebbe la resistenza senza pretendere nulla dall’occupante, la sua sopravvivenza potrebbe dipendere meno dal campo di battaglia che dalla politica interna e dalla fragilità del Libano stesso.
Una forza ricostruita
Forse la trasformazione più importante risiede nel comando e controllo.
Durante la guerra di 66 giorni, una delle principali debolezze di Hezbollah fu la vulnerabilità della sua catena di comunicazione e la difficoltà di coordinamento tra il quartier generale in comando e le unità sul campo.
In certi momenti, ciò ha portato a interruzioni nel processo decisionale, risposte ritardate e all’abbandono della capacità di combattimento.
Nella recente guerra, tuttavia, le operazioni sono continuate su più fronti contemporaneamente, le prestazioni delle unità sono rimaste senza interruzioni prolungate e il collegamento tra campo di battaglia e quartier generale è stato mantenuto.
Ciò indica che Hezbollah ha, in larga misura, ristrutturato con successo i suoi meccanismi di comunicazione e comando.
Anche sotto forte pressione e attacchi pesanti come quelli dell’8 aprile 2026, l’organizzazione militare non è crollata e la catena di comando è riuscita a preservarne la coesione.
Un segno importante di questa trasformazione è un controllo efficace del fuoco, la rotazione ordinata delle forze, la consegna delle armi alle posizioni in prima linea e persino la raccolta offline e la pubblicazione continua di filmati di battaglia delle unità in azione.
A differenza del periodo precedente, quando i movimenti delle truppe venivano talvolta interrotti dalla pressione bellica, questi processi ora sembrano seguire orari prestabiliti e schemi predefiniti.
Nel nuovo modello, l’obiettivo principale non è saturare il campo di battaglia di uomini, ma preservare invece un certo livello di efficacia in combattimento e prevenire l’attrito delle forze operative.
Un fattore chiave dietro questa trasformazione sembra essere la politica della nuova leadership di Hezbollah di una maggiore centralizzazione nel comando militare: ridurre le decisioni multilivello, dare potere ai comandanti più giovani e motivati, monitorarli da vicino e tenerli responsabili delle loro missioni.
Inoltre, ci sono diversi indizi che Hezbollah, avendo imparato dalle esperienze della Guerra di Supporto e della guerra dei 66 giorni, abbia trasformato radicalmente la struttura della sua organizzazione militare.
In precedenza, ogni comandante deteneva un certo grado di autorità e discrezionalità. Quell’assetto aveva i suoi vantaggi, ma rallentava anche le decisioni quando la velocità contava di più. Il movimento ha ora concentrato l’autorità sotto un comando unificato, che può accelerare decisioni critiche e proteggere la coesione del comando.
Allo stesso tempo, e apparentemente in contraddizione con questo, Hezbollah ha ridotto la dipendenza delle unità di campo dal quartier generale centrale e ha concesso ai comandanti di medio livello maggiore autorità operativa, permettendo loro di prendere decisioni in base alle condizioni del campo di battaglia.
Non si tratta solo di un aggiustamento tattico; piuttosto, riflette una nuova comprensione della guerra contemporanea.
Qualità più che quantità
In una lunga guerra di logoramento contro un nemico che domina l’aria e prende costantemente di mira forze e infrastrutture, l’organizzazione più efficiente è quella che può preservare la propria efficacia in combattimento e sostenere il fuoco anche se il comando centrale viene interrotto.
Oggi Hezbollah sembra muoversi verso un modello in cui flessibilità, sopravvivenza e continuità operativa hanno la precedenza sulla centralizzazione assoluta – un progetto in cui la missione ha la precedenza sulla struttura. Ciò ha permesso ad alcune unità di campo di continuare a operare e mantenere il fuoco sotto intensa pressione, senza attendere ordini diretti, agendo invece entro quadri predefiniti.
Una delle lezioni più importanti acquisite da Hezbollah dalla guerra precedente è stata una rivalutazione di come utilizza il personale e le armi. La resistenza sembra aver concluso che un modello basato sull’accumulo di forze, mantenendo una presenza estesa sul campo di battaglia e concentrando potenza di fuoco contro Israele non solo è inefficace, ma può anche essere disastrosamente costoso in termini di vite.
Di conseguenza, il movimento ora dà priorità alla qualità – forze limitate ma specializzate equipaggiate con armi precise ed efficaci – rispetto alla quantità. In questa logica, idad, ovvero la preparazione, conta più del tadad, cioè i numeri.
Qualità, abilità, resistenza ed efficacia operativa hanno avuto il sopravvento rispetto alla pura forza numerica e all’inondazione del campo di battaglia di unità.
È proprio per questo che il peso principale della guerra attuale ricade sulle unità di droni, sulle forze missilistiche, sulle unità anti-carri armati e sulle emergenti unità di droni guidati via fibra ottica (FPV).
A differenza del periodo precedente, Hezbollah non favorisce più il dispiegamento su larga scala di uomini nelle zone di combattimento. Preferisce mantenere la maggior parte delle sue forze – in particolare fanteria e unità non specializzate – in riserva, sia per limitare le proprie perdite sia per colpire più efficacemente in profondità nel territorio nemico.
Una guerra di logoramento
Il cambiamento più radicale, però, potrebbe riguardare la dottrina del combattimento.
Nella guerra del 2024, il principio centrale era difendere il territorio e bloccare qualsiasi avanzata nemica a qualsiasi costo, anche con pesanti perdite. Oggi, i segnali suggeriscono che Hezbollah si sia spostato verso una logica diversa, imponendo costi continui al nemico con ogni mezzo possibile.
Questo approccio, incentrato sull’attrito graduale e sull’aumento delle perdite nemiche, riflette una ridefinizione della vittoria e della sconfitta sul campo di battaglia. Impedire al nemico di consolidare la propria posizione ora conta più che impedire l’occupazione temporanea del territorio.
Dal punto di vista attuale di Hezbollah, quindi, perdere parte del territorio potrebbe non significare necessariamente sconfitta e umiliazione. Ciò che conta ancora di più è che il nemico non riesce a consolidare la propria presenza e rimane esposto a un logoramento continuo.
Secondo questa logica, anche la caduta completa dell’area a sud del fiume Litani non equivalerebbe necessariamente a una sconfitta strategica definitiva.
Un tale esito sarebbe senza dubbio doloroso e costoso per Hezbollah, sia psicologicamente che politicamente. Ma, proprio come negli anni ’80 e ’90, potrebbe allo stesso tempo aumentare la legittimità sociale della resistenza anti-occupazione, ridurre la pressione interna sul movimento e creare le condizioni per una lunga e costosa guerra di logoramento contro Israele, costruita attorno a un modello FPV-drone.
In una dottrina del genere, i droni FPV avrebbero avuto il ruolo che un tempo avevano le operazioni di martirio degli anni ’80 e ’90.
Accanto a questi cambiamenti strutturali, la guerra ha portato una ripresa marcata e tangibile nel morale sia delle forze sul campo sia nella base sociale della resistenza.
Tra la guerra dei 66 giorni e il conflitto attuale, i combattenti di Hezbollah e la sua base di supporto in Libano affrontarono una serie di pressioni psicologiche e reputazionali: un senso di fallimento nella Guerra di Supporto, le pesanti perdite della guerra di 66 giorni, l’uccisione di centinaia di membri di Hezbollah durante i 15 mesi di cessate il fuoco e la rabbia e la disillusione seguite all’assassinio della guida suprema iraniana, Ayatollah Ali Khamenei.
Eppure questi stessi fattori sembrano essere diventati fonti di motivazione per la base e i quadri di Hezbollah, e una fonte di pressione dal basso sul comando affinché rientrasse in guerra con Israele.
Parallelamente, i risultati visibili della ricostruzione dell’organizzazione militare sul campo di battaglia – non ultimo attraverso le riprese con droni FPV pubblicate da Hezbollah – hanno contribuito a ristabilire la fiducia in sé stessi e a sollevare il morale e la resilienza sia della sua base sociale che della sua struttura.
Nonostante tutti questi progressi, la principale minaccia che Hezbollah affronta oggi non è necessariamente il campo di battaglia in sé, ma piuttosto la fragile situazione interna del Libano.
La crisi dei rifugiati e le sue conseguenze economiche e sociali, insieme agli sforzi di alcuni attori interni – incluso l’attuale governo libanese – di infiammare le tensioni politiche e settarie, potrebbero minare le prestazioni di Hezbollah sul campo di battaglia e la sua capacità di sostenere una guerra di logoramento di successo.
Quindi, sebbene i segni dell’adattamento e della ricostruzione di Hezbollah sul campo di battaglia siano chiari, la durabilità di questa situazione dipenderà in ultima analisi dalle dinamiche dell’ambiente interno del Libano – un ambiente che potrebbe, alla fine, rivelarsi più decisivo del fronte di guerra stesso.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/06/2026
Come Hezbollah si è riorganizzato per una guerra di logoramento con Israele
24/06/2025
Un “attacco devastante” per chiedere il cessate il fuoco...
Districarsi nella propaganda di guerra è sempre difficile, ripetiamo. Specie quando ci sono in azione veri professionisti della falsificazione come l’Hasbara israeliano e gli sceneggiatori prestati da Hollywood.
Però al momento la ricostruzione più attendibile del film dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani sembra la seguente.
Abbiamo il livello pubblico, affidato a un sistema mediatico che ha smesso da decenni di farsi domande e ripete a pappagallo – con contorno di interviste ad “esperti” pescati proprio nei “giri giusti” della Nato o dell’Idf – ogni velina emanata dai governi di Washington e Tel Aviv.
Secondo questa facciata ufficiale, e con le parole di Trump, i tre siti di Fordow, Esfahan e Natanz sarebbero stati oggetto di un “attacco devastante” che avrebbe di fatto cancellato il programma iraniano di nucleare civile (quello militare, come spiegato dagli scienziati e persino da quel poco di buono di Rafael Grossi, alla guida dell’Aiea, non è mai stato al livello di produrre un ordigno nucleare).
Stabilito questo “successo spettacolare” si è passati in un attimo – all’interno delle stesse frasi – all’offerta di “pace”. La cosa più sorprendente è stata semmai l’adesione di Netanyahu a questa “visione”, con il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth che, citando funzionari israeliani, afferma: “Accetteremo un cessate il fuoco domani se Khamenei annuncerà di volerlo”.
Non serve un professore di retorica per capire che Israele sta chiedendo un cessate il fuoco ma si pretende che sia l’Iran a farsene promotore. E in effetti proporlo in prima persona rovinerebbe sia la “narrazione trionfale” sull’attacco statunitense, sia l’immagine stessa di Netanyahu-Terminator.
Col passare delle ore, tra l’altro, la sceneggiatura hollywoodiana comincia a mostrare qualche smagliatura. L’Aiea – composta da centinaia di scienziati perbene, anche se la guida “politica” è stata affidata a un servo – fa il suo dovere verificando che intorno ai siti bombardati non c’è traccia di aumento della radioattività.
Il che contraddice platealmente, quanto meno, la dimensione “devastante” degli attacchi. Se scarichi più bombe da una tonnellata e mezzo su dei laboratori nucleari, infatti, è fisicamente impossibile che nemmeno qualche particella radioattiva finisca in atmosfera (anche se le esplosioni sono avvenute in profondità, infatti, c’è pur sempre il tunnel aperto dalle bombe a fare da “camino”).
A quel punto il facente funzioni di segretario alla Difesa Usa, l’improbabile Pete Hegseth, se ne esce in conferenza stampa con la serena affermazione che l’operazione “ha avuto l’effetto desiderato” (anche se a questo punto è incerto quale sia), mentre il capo di stato maggiore, generale Dan Caine (quello che faceva le corna nella situation room), afferma che è “troppo presto” per stabilire se l’Iran abbia ancora capacità nucleari.
I “danni monumentali” vantati da Trump, insomma, potrebbero anche essere solo robetta. Ma non lo sa nessuno, a Washington... E se guardiamo alla tecnica usata a proposito dei dazi sulle importazioni, qualche dubbio in effetti sorge.
Nel frattempo un discreto numero di analisti si concentra sulle foto satellitari diffuse dal Pentagono sui siti prima e dopo l’attacco. Qualcuno, scrutando i sei “buchi” creati nel terreno a Fordow, li misura e afferma che sono troppo piccoli per essere stati davvero provocati dalle gigantesche bombe bunker-buster GBU-57. Il paragone con gli effetti di quelle israeliane sganciate sul rifugio di Nasrallah, a Beirut, è impietoso...
Altri segnalano altre foto dove – nelle stesse ore in cui Trump faceva i suoi giochini “deciderò entro due settimane se attaccare o no” e “ho già dato gli ordini” – si vedono decine di autocarri con cassone ribaltabile che svolgevano “attività insolite” a Fordow due giorni prima dell’attacco.
Il che combacia invece perfettamente con la versione di Tehran: “avevamo trasferito il materiale strategico altrove e da tempo”. E del resto che Israele volesse distruggere i siti nucleari iraniani è risaputo da decenni...
La coincidenza temporale con la sceneggiata trumpiana spinge così gli analisti più “complottisti” ad ipotizzare che l’attacco sia stato “telefonato” in senso letterale. Con un preavviso di circa 48 ore...
L’elemento che resta sullo sfondo è comunque il vero cuore della questione. Perché Israele sembra accettare questa narrazione e si spinge a chiedere – sia pure obliquamente, come detto – un “cessate il fuoco” dopo aver aperto le ostilità con un attacco a tradimento e non provocato?
Qui i misteri non ci sono. I danni provocati dai missili iraniani sono così rilevanti da non poter più essere nascosti nemmeno dagli specialisti dell’Hasbara. Palazzi sventrati, intere strade bloccate dalle macerie, cittadini che litigano per non farne entrare altri nei rifugi, laboratori segreti colpiti duramene (rilevante il Weizmann Institute of Science di Rehovot, parte dell’infrastruttura di sicurezza nazionale israeliana, specializzato nella guerra biologica, ecc.).
Perfino l’Idf ha dovuto ammettere che il tasso di intercettazione dei missili iraniani è sceso molto negli ultimi giorni (dichiarano dal 90 a 65%, che appare comunque trionfalistico), a conferma di problemi di rifornimento per le batterie dell’Iron Dome, ormai a corto dei costosissimi missili anti-missile forniti dagli Usa.
È la conferma dei limiti strutturali della “potenza militare” israeliana, abile nell’offensiva terroristica (dai cercapersone usati contro Hezbollah ai droni stoccati per anni all’interno dell’Iran, ecc.), feroce negli attacchi aerei fulminei, ma non in grado di reggere una “guerra d’attrito”, su tempi medio lunghi, contro un paese comunque industrialmente avanzato e oltre 10 volte più popoloso. Come l’Iran.
Fonte
Però al momento la ricostruzione più attendibile del film dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani sembra la seguente.
Abbiamo il livello pubblico, affidato a un sistema mediatico che ha smesso da decenni di farsi domande e ripete a pappagallo – con contorno di interviste ad “esperti” pescati proprio nei “giri giusti” della Nato o dell’Idf – ogni velina emanata dai governi di Washington e Tel Aviv.
Secondo questa facciata ufficiale, e con le parole di Trump, i tre siti di Fordow, Esfahan e Natanz sarebbero stati oggetto di un “attacco devastante” che avrebbe di fatto cancellato il programma iraniano di nucleare civile (quello militare, come spiegato dagli scienziati e persino da quel poco di buono di Rafael Grossi, alla guida dell’Aiea, non è mai stato al livello di produrre un ordigno nucleare).
Stabilito questo “successo spettacolare” si è passati in un attimo – all’interno delle stesse frasi – all’offerta di “pace”. La cosa più sorprendente è stata semmai l’adesione di Netanyahu a questa “visione”, con il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth che, citando funzionari israeliani, afferma: “Accetteremo un cessate il fuoco domani se Khamenei annuncerà di volerlo”.
Non serve un professore di retorica per capire che Israele sta chiedendo un cessate il fuoco ma si pretende che sia l’Iran a farsene promotore. E in effetti proporlo in prima persona rovinerebbe sia la “narrazione trionfale” sull’attacco statunitense, sia l’immagine stessa di Netanyahu-Terminator.
Col passare delle ore, tra l’altro, la sceneggiatura hollywoodiana comincia a mostrare qualche smagliatura. L’Aiea – composta da centinaia di scienziati perbene, anche se la guida “politica” è stata affidata a un servo – fa il suo dovere verificando che intorno ai siti bombardati non c’è traccia di aumento della radioattività.
Il che contraddice platealmente, quanto meno, la dimensione “devastante” degli attacchi. Se scarichi più bombe da una tonnellata e mezzo su dei laboratori nucleari, infatti, è fisicamente impossibile che nemmeno qualche particella radioattiva finisca in atmosfera (anche se le esplosioni sono avvenute in profondità, infatti, c’è pur sempre il tunnel aperto dalle bombe a fare da “camino”).
A quel punto il facente funzioni di segretario alla Difesa Usa, l’improbabile Pete Hegseth, se ne esce in conferenza stampa con la serena affermazione che l’operazione “ha avuto l’effetto desiderato” (anche se a questo punto è incerto quale sia), mentre il capo di stato maggiore, generale Dan Caine (quello che faceva le corna nella situation room), afferma che è “troppo presto” per stabilire se l’Iran abbia ancora capacità nucleari.
I “danni monumentali” vantati da Trump, insomma, potrebbero anche essere solo robetta. Ma non lo sa nessuno, a Washington... E se guardiamo alla tecnica usata a proposito dei dazi sulle importazioni, qualche dubbio in effetti sorge.
Nel frattempo un discreto numero di analisti si concentra sulle foto satellitari diffuse dal Pentagono sui siti prima e dopo l’attacco. Qualcuno, scrutando i sei “buchi” creati nel terreno a Fordow, li misura e afferma che sono troppo piccoli per essere stati davvero provocati dalle gigantesche bombe bunker-buster GBU-57. Il paragone con gli effetti di quelle israeliane sganciate sul rifugio di Nasrallah, a Beirut, è impietoso...
Altri segnalano altre foto dove – nelle stesse ore in cui Trump faceva i suoi giochini “deciderò entro due settimane se attaccare o no” e “ho già dato gli ordini” – si vedono decine di autocarri con cassone ribaltabile che svolgevano “attività insolite” a Fordow due giorni prima dell’attacco.
Il che combacia invece perfettamente con la versione di Tehran: “avevamo trasferito il materiale strategico altrove e da tempo”. E del resto che Israele volesse distruggere i siti nucleari iraniani è risaputo da decenni...
La coincidenza temporale con la sceneggiata trumpiana spinge così gli analisti più “complottisti” ad ipotizzare che l’attacco sia stato “telefonato” in senso letterale. Con un preavviso di circa 48 ore...
L’elemento che resta sullo sfondo è comunque il vero cuore della questione. Perché Israele sembra accettare questa narrazione e si spinge a chiedere – sia pure obliquamente, come detto – un “cessate il fuoco” dopo aver aperto le ostilità con un attacco a tradimento e non provocato?
Qui i misteri non ci sono. I danni provocati dai missili iraniani sono così rilevanti da non poter più essere nascosti nemmeno dagli specialisti dell’Hasbara. Palazzi sventrati, intere strade bloccate dalle macerie, cittadini che litigano per non farne entrare altri nei rifugi, laboratori segreti colpiti duramene (rilevante il Weizmann Institute of Science di Rehovot, parte dell’infrastruttura di sicurezza nazionale israeliana, specializzato nella guerra biologica, ecc.).
Perfino l’Idf ha dovuto ammettere che il tasso di intercettazione dei missili iraniani è sceso molto negli ultimi giorni (dichiarano dal 90 a 65%, che appare comunque trionfalistico), a conferma di problemi di rifornimento per le batterie dell’Iron Dome, ormai a corto dei costosissimi missili anti-missile forniti dagli Usa.
È la conferma dei limiti strutturali della “potenza militare” israeliana, abile nell’offensiva terroristica (dai cercapersone usati contro Hezbollah ai droni stoccati per anni all’interno dell’Iran, ecc.), feroce negli attacchi aerei fulminei, ma non in grado di reggere una “guerra d’attrito”, su tempi medio lunghi, contro un paese comunque industrialmente avanzato e oltre 10 volte più popoloso. Come l’Iran.
Fonte
19/06/2025
Israele vince, anzi pareggia, anzi parliamone...
Ogni volta che si scrive un articolo su come sta andando la guerra – Ucraina/Russia o Israele/Iran, fa lo stesso – il rischio è quello di sconfinare nel “complottismo”, o più banalmente nel “noncielodicono”. Colpa delle propagande di guerra incrociate, certo, ma soprattutto della censura strettissima ormai vigente su ogni media mainstream.
Però qualcosa di interessante si può trovare lo stesso, naturalmente non sui media italiani, nonostante persino l’agenzia Ansa – la più ufficiale e inamidata – si sia sentita in dovere di segnalare, sebbene sulla filiale minore, Ansamed, quanto pubblicato da un giornale niente affatto secondario, e certamente non filo-ayatollah, come il... Wall Street Journal.
Una notizia certamente importante, per valutare gli sviluppi dell’aggressione sionista e della risposta di Tehran: “Israele sta esaurendo i propri intercettori difensivi Arrow, sollevando preoccupazioni circa la capacità del Paese di contrastare i missili balistici a lungo raggio provenienti dall’Iran se il conflitto non verrà risolto a breve”.
In pratica, pur avendo il “dominio dei cieli” – ovvero una aviazione moderna, oltretutto supportata operativamente dagli Usa (sia per quanto riguarda i dati satellitari che il rifornimento in volo) – Tel Aviv si ritrova a corto di “munizioni”, gli intercettori difensivi Arrow, per tenere in piedi il sistema Iron Dome.
Un sistema molto preciso e molto costoso, con un numero di batterie piuttosto limitato, che aveva fatto ottima figura con i razzi artigianali Kassam e qualche missile analogo dal Libano. Un sistema che insomma funziona davanti ad attacchi con bassi numeri, ma che già nel 2024 era stato “bucato” con attacchi “a saturazione” ovvero con lanci di droni e missili, in tempi diversi (i droni sono molto più lenti) ma con orario d’arrivo sincronizzato.
I costosissimi Arrow potevano insomma buttare giù un numero corrispondente di oggetti volanti, ma non tutti. E qualcosa di molto pesante arrivava lo stesso su Israele. Ora le ondate in successione, probabilmente con la stessa logica, stanno producendo effetti cumulati, tali da rendere per esempio il centro di Tel Aviv somigliante a quello di Beirut, qualche mese fa...
Beh, si può pensare, quelle necessarie da ora in poi gliele daranno sempre gli americani... Il problema è che gliele hanno già date, e pure per loro ormai scarseggiano, anche perché servono anche agli stessi USA (come si è visto nel breve conflitto con gli Houthi o Ansarallah).
A dirlo sono funzionari del Pentagono, coperti ovviamene dall’anonimato. Ma se la verifica è fatta dal WSJ – una bibbia per gli operatori economici, che dunque non si può permettere di sparare scemenze – possiamo star tranquilli che “la voce” è in questo caso attendibile.
In effetti, scrive il giornale statunitense, “Il funzionario ha affermato che gli Stati Uniti sono a conoscenza dei problemi di capacità da mesi e che Washington sta potenziando le difese di Israele con sistemi terrestri, marittimi e aerei. Da quando il conflitto si è intensificato a giugno, il Pentagono ha inviato ulteriori risorse di difesa missilistica nella regione, e ora si teme che anche gli Stati Uniti stiano esaurendo i propri intercettori”.
Anche un altro big del settore, come Tom Karako, direttore del Missile Defence Project presso il Center for Strategic and International Studies, ha affermato che “né gli Stati Uniti né Israele possono continuare a intercettare missili a tempo indeterminato”. Ha sollecitato un’azione tempestiva per affrontare la situazione, affermando che non è sostenibile continuare a rispondere agli attacchi missilistici senza una soluzione.
Pure il Washington Post ha dovuto mollare la narrazione trionfalistica delle prime ore e segnalare che invece qualche problema c’è. Il quotidiano ha riferito infatti di aver parlato in forma anonima con “una persona informata sull’intelligence statunitense e israeliana” che ha affermato come, senza rifornimenti dagli Stati Uniti, “alcune valutazioni prevedono che Israele possa mantenere la sua difesa missilistica per altri 10 o 12 giorni se l’Iran mantiene un ritmo costante di attacchi”.
Naturalmente i bombardamenti israeliani hanno preso di mira anche le basi di lancio dei missili iraniani, ed un certo numero è andato distrutto. Ma qui finisce l’informazione “verificata” e si entra nelle opposte propagande di guerra, con valutazioni sempre esagerate sui propri “successi” e le immense perdite per il nemico (secondo gli ucraini, per esempio, nella guerra sarebbe morti oltre un milione di soldati russi, ossia molti di più di quelli impiegati e ancora in azione).
Insomma, si entra in quella “terra di nessuno” in cui le valutazioni sulla residua forza reciproca diventano “scommesse” che troveranno verifica solo con gli avvenimenti.
Per dire, anche la propaganda iraniana scimmiotta e sfotte quella occidentale e sionista. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno infatti dichiarato di avere raggiunto “il dominio totale sui cieli dei territori occupati (Israele, ndr), rendendo le difese israeliane impotenti di fronte agli ultimi attacchi missilistici dell’Iran”.
Lo riferisce Tasnim, agenzia vicina ai pasdaran, secondo cui “una nuova tornata di attacchi missilistici da parte dell’Iran ha preso di mira posizioni nei territori occupati mercoledì mattina, segnando l’undicesima ondata della risposta di Tehran all’aggressione israeliana”.
Inutile castellare su chi esageri di più, anche perché in entrambi i casi si gioca su numeri (missili e antimissili) abbastanza limitati, che garantiscono verifiche piuttosto rapide.
Il problema è capire che questa guerra, così come quella in Ucraina, non è la ormai vecchia “guerra asimmetrica” dove l’Occidente ha tutto, un piccolo Stato da attaccare quasi nulla, e tutto si decide rapidamente con pochi bombardamenti ben mirati che lasciano la vittima senza più possibilità di reagire (se non nei confronti delle truppe quando scendono “on the ground”).
Qui c’è una partita molto più simmetrica, dove “si lavora” sui consumi di materiali e armi, e non è detto che armamenti meno tecnologici e meno costosi, ma molto più numerosi, non possano determinare esiti imprevisti.
Sarà un caso, ma improvvisamente i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Gran Bretagna (il cosiddetto E3) e l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas terranno venerdì a Ginevra colloqui sul nucleare con l’Iran.
I ministri incontreranno prima Kallas, presso il consolato tedesco a Ginevra, poi avranno un incontro congiunto con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Ma tranquilli, non si tratta di un’iniziativa autonoma. Il piano è stato concordato con gli Stati Uniti.
Segno che al di là dei proclami e dei bombardamenti qualcosa non va come previsto da Netanyahu (e Trump) al momento di aprire le ostilità contro Tehran.
Fonte
Però qualcosa di interessante si può trovare lo stesso, naturalmente non sui media italiani, nonostante persino l’agenzia Ansa – la più ufficiale e inamidata – si sia sentita in dovere di segnalare, sebbene sulla filiale minore, Ansamed, quanto pubblicato da un giornale niente affatto secondario, e certamente non filo-ayatollah, come il... Wall Street Journal.
Una notizia certamente importante, per valutare gli sviluppi dell’aggressione sionista e della risposta di Tehran: “Israele sta esaurendo i propri intercettori difensivi Arrow, sollevando preoccupazioni circa la capacità del Paese di contrastare i missili balistici a lungo raggio provenienti dall’Iran se il conflitto non verrà risolto a breve”.
In pratica, pur avendo il “dominio dei cieli” – ovvero una aviazione moderna, oltretutto supportata operativamente dagli Usa (sia per quanto riguarda i dati satellitari che il rifornimento in volo) – Tel Aviv si ritrova a corto di “munizioni”, gli intercettori difensivi Arrow, per tenere in piedi il sistema Iron Dome.
Un sistema molto preciso e molto costoso, con un numero di batterie piuttosto limitato, che aveva fatto ottima figura con i razzi artigianali Kassam e qualche missile analogo dal Libano. Un sistema che insomma funziona davanti ad attacchi con bassi numeri, ma che già nel 2024 era stato “bucato” con attacchi “a saturazione” ovvero con lanci di droni e missili, in tempi diversi (i droni sono molto più lenti) ma con orario d’arrivo sincronizzato.
I costosissimi Arrow potevano insomma buttare giù un numero corrispondente di oggetti volanti, ma non tutti. E qualcosa di molto pesante arrivava lo stesso su Israele. Ora le ondate in successione, probabilmente con la stessa logica, stanno producendo effetti cumulati, tali da rendere per esempio il centro di Tel Aviv somigliante a quello di Beirut, qualche mese fa...
Beh, si può pensare, quelle necessarie da ora in poi gliele daranno sempre gli americani... Il problema è che gliele hanno già date, e pure per loro ormai scarseggiano, anche perché servono anche agli stessi USA (come si è visto nel breve conflitto con gli Houthi o Ansarallah).
A dirlo sono funzionari del Pentagono, coperti ovviamene dall’anonimato. Ma se la verifica è fatta dal WSJ – una bibbia per gli operatori economici, che dunque non si può permettere di sparare scemenze – possiamo star tranquilli che “la voce” è in questo caso attendibile.
In effetti, scrive il giornale statunitense, “Il funzionario ha affermato che gli Stati Uniti sono a conoscenza dei problemi di capacità da mesi e che Washington sta potenziando le difese di Israele con sistemi terrestri, marittimi e aerei. Da quando il conflitto si è intensificato a giugno, il Pentagono ha inviato ulteriori risorse di difesa missilistica nella regione, e ora si teme che anche gli Stati Uniti stiano esaurendo i propri intercettori”.
Anche un altro big del settore, come Tom Karako, direttore del Missile Defence Project presso il Center for Strategic and International Studies, ha affermato che “né gli Stati Uniti né Israele possono continuare a intercettare missili a tempo indeterminato”. Ha sollecitato un’azione tempestiva per affrontare la situazione, affermando che non è sostenibile continuare a rispondere agli attacchi missilistici senza una soluzione.
Pure il Washington Post ha dovuto mollare la narrazione trionfalistica delle prime ore e segnalare che invece qualche problema c’è. Il quotidiano ha riferito infatti di aver parlato in forma anonima con “una persona informata sull’intelligence statunitense e israeliana” che ha affermato come, senza rifornimenti dagli Stati Uniti, “alcune valutazioni prevedono che Israele possa mantenere la sua difesa missilistica per altri 10 o 12 giorni se l’Iran mantiene un ritmo costante di attacchi”.
Naturalmente i bombardamenti israeliani hanno preso di mira anche le basi di lancio dei missili iraniani, ed un certo numero è andato distrutto. Ma qui finisce l’informazione “verificata” e si entra nelle opposte propagande di guerra, con valutazioni sempre esagerate sui propri “successi” e le immense perdite per il nemico (secondo gli ucraini, per esempio, nella guerra sarebbe morti oltre un milione di soldati russi, ossia molti di più di quelli impiegati e ancora in azione).
Insomma, si entra in quella “terra di nessuno” in cui le valutazioni sulla residua forza reciproca diventano “scommesse” che troveranno verifica solo con gli avvenimenti.
Per dire, anche la propaganda iraniana scimmiotta e sfotte quella occidentale e sionista. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno infatti dichiarato di avere raggiunto “il dominio totale sui cieli dei territori occupati (Israele, ndr), rendendo le difese israeliane impotenti di fronte agli ultimi attacchi missilistici dell’Iran”.
Lo riferisce Tasnim, agenzia vicina ai pasdaran, secondo cui “una nuova tornata di attacchi missilistici da parte dell’Iran ha preso di mira posizioni nei territori occupati mercoledì mattina, segnando l’undicesima ondata della risposta di Tehran all’aggressione israeliana”.
Inutile castellare su chi esageri di più, anche perché in entrambi i casi si gioca su numeri (missili e antimissili) abbastanza limitati, che garantiscono verifiche piuttosto rapide.
Il problema è capire che questa guerra, così come quella in Ucraina, non è la ormai vecchia “guerra asimmetrica” dove l’Occidente ha tutto, un piccolo Stato da attaccare quasi nulla, e tutto si decide rapidamente con pochi bombardamenti ben mirati che lasciano la vittima senza più possibilità di reagire (se non nei confronti delle truppe quando scendono “on the ground”).
Qui c’è una partita molto più simmetrica, dove “si lavora” sui consumi di materiali e armi, e non è detto che armamenti meno tecnologici e meno costosi, ma molto più numerosi, non possano determinare esiti imprevisti.
Sarà un caso, ma improvvisamente i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Gran Bretagna (il cosiddetto E3) e l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas terranno venerdì a Ginevra colloqui sul nucleare con l’Iran.
I ministri incontreranno prima Kallas, presso il consolato tedesco a Ginevra, poi avranno un incontro congiunto con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Ma tranquilli, non si tratta di un’iniziativa autonoma. Il piano è stato concordato con gli Stati Uniti.
Segno che al di là dei proclami e dei bombardamenti qualcosa non va come previsto da Netanyahu (e Trump) al momento di aprire le ostilità contro Tehran.
Fonte
22/09/2024
Libano - Hezbollah bombarda il nord di Israele. Netanyahu vuole evitare guerra di logoramento
Le forze di Hezbollah sono tornate ad attaccare Israele come rappresaglia per le esplosioni e i raid dei giorni scorsi, che hanno provocato decine di morti.
La Israel Broadcasting Corporation ha riferito che circa 120 razzi sono stati lanciati dal Libano durante la notte contro il nord di Israele, la maggior parte sarebbero stati intercettati ma alcuni hanno colpito in particolare l’area di Haifa. Sei israeliani risultano feriti.
La radio dell’Esercito e l’emittente Kan hanno confermato che Hezbollah ha per la prima volta preso di mira dall’inizio della guerra la base militare israeliana di Ramat David vicino ad Haifa, che il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant aveva visitato mercoledì scorso, nel pieno delle esplosioni in Libano di cercapersone e walkie talkie, annunciando “una nuova fase della guerra”.
Hezbollah ha affermato di aver preso di mira anche una struttura della Rafael Advanced Defense Systems, un importante industria militare nell’area della baia di Haifa, utilizzando razzi Fadi-1 e Fadi-2. Secondo la rete libanese Al Mayadeen, è stata la prima volta che sono stati usato questo tipo di razzi.
Il lancio di razzi contro il nord di Israele “è la prima risposta ai massacri e alle ripetute aggressioni” dei giorni scorsi, quando decine di persone sono state uccise o ferite in Libano dalle esplosioni di cercapersone e walkie talkie e nei raid a Beirut ha rivendicato Hezbollah, spiegando di aver colpito anche una base militare e un aeroporto vicino Haifa.
Un attacco con droni contro Israele è stato rivendicato dalla Resistenza Islamica che riunisce una serie di gruppi iracheni, mentre le Forze armate israeliane hanno fatto sapere di avere intercettato “diversi oggetti aerei sospetti” provenienti dall’Iraq.
La riunione del gabinetto di sicurezza israeliano prevista questa mattina è stata rinviata e a mezzogiorno quando si riunirà l’intero governo. Lo riferisce il Jerusalem Post.
“Con l’attacco alle nuove periferie meridionali, aumentano le indicazioni che il primo ministro israeliano Netanayahu sta spingendo Israele in una guerra aperta in Libano” – scrive oggi Al Jazeera – “l’escalation in corso e i ripetuti raid su Beirut, l’assassinio dei leader di Hezbollah, i bombardamenti e gli attentati con i cercapersone e le radio, il trasferimento dello sforzo militare da sud a nord vanno in questa direzione”.
Secondo alcuni analisti consultati dal network quatariota Netanyahu e un ampio segmento di israeliani vedono questa come l’occasione giusta per sbarazzarsi della minaccia di Hezbollah. La società israeliana, secondo Netanyahu, è diventata in qualche modo ricettiva alle pesanti perdite, così come alla lunga guerra o alla cattura di soldati che potrebbero verificarsi nella guerra con Hezbollah. Netanyahu vede l’attuale guerra di logoramento, che potrebbe durare per i mesi a venire, più pericolosa e costosa per Israele di una guerra diretta con Hezbollah.
La Israel Broadcasting Corporation ha riferito che circa 120 razzi sono stati lanciati dal Libano durante la notte contro il nord di Israele, la maggior parte sarebbero stati intercettati ma alcuni hanno colpito in particolare l’area di Haifa. Sei israeliani risultano feriti.
La radio dell’Esercito e l’emittente Kan hanno confermato che Hezbollah ha per la prima volta preso di mira dall’inizio della guerra la base militare israeliana di Ramat David vicino ad Haifa, che il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant aveva visitato mercoledì scorso, nel pieno delle esplosioni in Libano di cercapersone e walkie talkie, annunciando “una nuova fase della guerra”.
Hezbollah ha affermato di aver preso di mira anche una struttura della Rafael Advanced Defense Systems, un importante industria militare nell’area della baia di Haifa, utilizzando razzi Fadi-1 e Fadi-2. Secondo la rete libanese Al Mayadeen, è stata la prima volta che sono stati usato questo tipo di razzi.
Il lancio di razzi contro il nord di Israele “è la prima risposta ai massacri e alle ripetute aggressioni” dei giorni scorsi, quando decine di persone sono state uccise o ferite in Libano dalle esplosioni di cercapersone e walkie talkie e nei raid a Beirut ha rivendicato Hezbollah, spiegando di aver colpito anche una base militare e un aeroporto vicino Haifa.
Un attacco con droni contro Israele è stato rivendicato dalla Resistenza Islamica che riunisce una serie di gruppi iracheni, mentre le Forze armate israeliane hanno fatto sapere di avere intercettato “diversi oggetti aerei sospetti” provenienti dall’Iraq.
La riunione del gabinetto di sicurezza israeliano prevista questa mattina è stata rinviata e a mezzogiorno quando si riunirà l’intero governo. Lo riferisce il Jerusalem Post.
“Con l’attacco alle nuove periferie meridionali, aumentano le indicazioni che il primo ministro israeliano Netanayahu sta spingendo Israele in una guerra aperta in Libano” – scrive oggi Al Jazeera – “l’escalation in corso e i ripetuti raid su Beirut, l’assassinio dei leader di Hezbollah, i bombardamenti e gli attentati con i cercapersone e le radio, il trasferimento dello sforzo militare da sud a nord vanno in questa direzione”.
Secondo alcuni analisti consultati dal network quatariota Netanyahu e un ampio segmento di israeliani vedono questa come l’occasione giusta per sbarazzarsi della minaccia di Hezbollah. La società israeliana, secondo Netanyahu, è diventata in qualche modo ricettiva alle pesanti perdite, così come alla lunga guerra o alla cattura di soldati che potrebbero verificarsi nella guerra con Hezbollah. Netanyahu vede l’attuale guerra di logoramento, che potrebbe durare per i mesi a venire, più pericolosa e costosa per Israele di una guerra diretta con Hezbollah.
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La delegazione italiana presente in questi giorni in Libano per celebrare l’anniversario delle stragi di Sabra e Chatila nei campi profughi palestinesi è rientrata in Italia.
Oggi pomeriggio a Roma al Festival Falastin in corso ai giardini del Verano (ore 17:00) faranno un resoconto della situazione che hanno vissuto in questi giorni di ripetuti attacchi a Beirut e nel paese.
Fonte
La pazienza strategica dell’Iran sta innervosendo Israele
La paziente ma ponderata strategia di ritorsione dell’Iran consiste nell’aumentare costantemente la pressione su Tel Aviv sfruttando le sue vulnerabilità militari, economiche ed energetiche prima di sopraffare le difese di Israele. Dopo l’assassinio mirato da parte di Israele del capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nel cuore di Teheran, a fine luglio, sono aumentate le tesi a proposito della strategia che l’Iran adotterà in risposta.
Diversi funzionari della Repubblica islamica hanno giurato che la risposta sarà dura e colpirà i vertici del potere di Israele, e persino la Guida suprema del paese, l’ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato: “Riteniamo nostro dovere vendicare il suo sangue”.
“Cuocere la rana a fuoco lento”: una guerra di logoramento
Con l’evolversi della situazione, è diventato chiaro, anche per coloro che non avevano familiarità con il modus operandi dell’Iran, che Teheran non avrebbe agito rapidamente o in modo sconsiderato. Al contrario, la risposta collettiva dell’Asse della Resistenza presente nella regione sarebbe stata misurata e strategica, con alcuni funzionari che hanno persino suggerito una risposta iraniana posticipata di molto.
Ali Mohammad Naini, portavoce del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), aveva osservato il mese scorso che “il tempo è a nostro favore e il periodo di attesa per questa risposta potrebbe essere lungo”. Anche Ali Bagheri Kani, allora ministro degli Esteri facente funzioni, aveva ipotizzato in modo simile che l’Iran avrebbe reagito al “momento giusto” e nel modo “appropriato”.
Dopo gli attacchi di ritorsione dell’Iran, ad aprile, contro lo stato sionista, in risposta al bombardamento del suo consolato a Damasco, il responsabile della campagna presso la ONG Avaaz, Fadi Quran, in un post pubblicato sui social media aveva tracciato un parallelo tra la risposta iraniana e un corso di perfezionamento sulla strategia militare a cui aveva partecipato presso la Stanford University.
Simile a un jet stealth (aereo invisibile) statunitense che rivela però le proprie funzionalità, Quran ha affermato che l’uso di armi convenzionali da parte dell’Iran ad aprile aveva costretto Tel Aviv ad esporre le sue difese anti-missili fornendo all’Iran preziose informazioni per futuri attacchi. Ha inoltre osservato che:
“Netanyahu e il governo israeliano preferiscono una guerra rapida, aperta e pressante nella quale possono coinvolgere l’America. Gli iraniani preferiscono una guerra di logoramento più lunga che privi Israele delle sue capacità di deterrenza e lo renda un alleato per gli arabi e gli Stati Uniti che in altri modi sarebbe troppo dispendioso da ottenere”.
I commenti di Quran evidenziano un aspetto critico ma spesso trascurato della proxy war che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti: i reali obiettivi strategici dell’Iran e dei suoi alleati in una guerra anomala.
Diversi mesi prima della rappresaglia diretta dell’Iran contro Israele, c’è stato un attacco all’avamposto militare statunitense “Tower 22”, sul confine tra Giordania e Siria, da parte della fazione di resistenza irachena Kataib Hezbollah che ha causato la morte di tre soldati statunitensi e il ferimento di altri 35.
Poi, alcuni giorni prima dell’assassinio di Haniyeh, l’esercito yemenita allineato ad Ansarallah aveva lanciato un attacco con droni nei pressi dell’ambasciata statunitense a Tel Aviv, uccidendo un israeliano e ferendone altri 10.
Entrambi gli attacchi rientrano nella strategia globale dell’Iran che prevede di colpire infrastrutture vitali per la sicurezza, militari ed energetiche in Israele. Queste tattiche sono progettate non solo per danneggiare le risorse dello stato di occupazione, ma anche per provocare reazioni di panico nel suo governo e alla popolazione in quella che può essere meglio descritta come guerra psicologica.
Minare la sicurezza energetica di Israele
L’Iran e i suoi alleati hanno già dimostrato in precedenza la loro capacità di interrompere le infrastrutture energetiche vitali di Israele. Nel 2022, Hezbollah ha diretto propri droni verso il giacimento di gas israeliano di Karish, principalmente per dimostrare che aveva la capacità di attaccare il sito. Israele ha faticato ad intercettare questi tentativi di Hezbollah e questa minaccia persiste tuttora: una violazione simile è stata ripetuta anche poco più di un mese fa.
La dipendenza di Israele dalle piattaforme del gas, in particolare Tamar, Karish e Leviathan, che forniscono circa il 70% del gas utilizzato nella produzione di elettricità, trasforma tali siti in strutture altamente vulnerabili. Come ha affermato un funzionario dell’energia israeliano, “le piattaforme del gas sono sensibili e quando una piattaforma è attiva, può trasformarsi in una bomba ad orologeria”.
Il controllo di Israele sui porti strategici, sia tramite occupazione diretta che tramite alleanze con i paesi vicini, in particolare intorno allo stretto di Bab al-Mandab, è un altro motivo di preoccupazione per Tel Aviv.
L’ingresso nel Mar Rosso è vitale per il commercio globale e gli eventi recenti hanno dimostrato che questo è un altro campo di battaglia nella strategia dell’Iran. L’ingresso dello Yemen nel conflitto e la sua capacità di bloccare le navi commerciali dirette ai porti israeliani hanno avuto un notevole impatto sull’economia israeliana.
Ad esempio, il blocco del Mar Rosso ha causato un calo dell’85% del traffico marittimo nel porto israeliano di Eilat, secondo quanto affermato dal suo CEO, Gideon Golbert. Questo brusco calo del commercio ha provocato significative perdite finanziarie, costringendo infine il porto alla bancarotta e alla chiusura. Questo blocco, insieme agli attacchi contro le navi israeliane, rappresenta una grave minaccia non solo per Israele, ma anche per il commercio globale che attraversa uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo.
Il passaggio dell’Iran da un approccio diplomatico a quello militare
In seguito all’assassinio di Haniyeh, Israele ha cercato di classificare l’evento come un’operazione segreta di sicurezza, ma l’Iran lo ha considerato come un palese atto di aggressione militare che ha violato la sua sovranità, giustificando quindi una rappresaglia.
L’esperto di affari iraniani Ahmed Farouk dichiara a The Cradle che mentre l’Iran deve considerare l’impatto geopolitico più ampio che potrebbe avere la sua risposta, la diplomazia dovrebbe svolgere un ruolo più importante nel breve e medio termine.
Nel lungo termine, la posizione militare di Teheran potrebbe cambiare in modo significativo, soprattutto con il potenziale di deterrenza nucleare che sta diventando sempre più palese. L’uscita dell’Iran dall’ambiguità che circonda il suo programma nucleare e il suo progresso verso le capacità nucleari potrebbero trasformare le dinamiche strategiche della regione.
Uno degli scenari più pericolosi per lo stato di occupazione è la possibilità che la risposta dell’Iran possa coinvolgere tutti i suoi alleati regionali in un conflitto su più fronti, coordinato e prolungato. Con le divisioni interne in crescita all’interno dell’establishment politico e militare di Israele, in particolare per quanto riguarda gli insediamenti ebraici settentrionali al confine con il Libano, oltre al rifiuto ostinato del governo di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con Hamas a Gaza, la situazione sta diventando sempre più instabile e precaria.
La guerra prolungata di Israele a Gaza, che si sta avvicinando al traguardo di un anno, non è riuscita a produrre alcuna significativa vittoria strategica mentre lo stato di occupazione è in bilico tra l’enorme numero di vittime, la censura globale e il crescente malcontento della sua popolazione nei confronti della guerra.
Queste pressioni interne, unite alla minaccia di un’escalation esterna, stanno spingendo Israele verso un punto di svolta critico. Il sentimento diffuso tra gli israeliani è che non possono più sopportare di vivere sotto la costante minaccia di attacchi, sia da sud che da nord, né tanto meno con la prospettiva di possibili blackout energetici. E ogni giorno che passa senza la rappresaglia dell’Iran, questa pressione non fa altro che aumentare.
Fonte
Diversi funzionari della Repubblica islamica hanno giurato che la risposta sarà dura e colpirà i vertici del potere di Israele, e persino la Guida suprema del paese, l’ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato: “Riteniamo nostro dovere vendicare il suo sangue”.
“Cuocere la rana a fuoco lento”: una guerra di logoramento
Con l’evolversi della situazione, è diventato chiaro, anche per coloro che non avevano familiarità con il modus operandi dell’Iran, che Teheran non avrebbe agito rapidamente o in modo sconsiderato. Al contrario, la risposta collettiva dell’Asse della Resistenza presente nella regione sarebbe stata misurata e strategica, con alcuni funzionari che hanno persino suggerito una risposta iraniana posticipata di molto.
Ali Mohammad Naini, portavoce del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), aveva osservato il mese scorso che “il tempo è a nostro favore e il periodo di attesa per questa risposta potrebbe essere lungo”. Anche Ali Bagheri Kani, allora ministro degli Esteri facente funzioni, aveva ipotizzato in modo simile che l’Iran avrebbe reagito al “momento giusto” e nel modo “appropriato”.
Dopo gli attacchi di ritorsione dell’Iran, ad aprile, contro lo stato sionista, in risposta al bombardamento del suo consolato a Damasco, il responsabile della campagna presso la ONG Avaaz, Fadi Quran, in un post pubblicato sui social media aveva tracciato un parallelo tra la risposta iraniana e un corso di perfezionamento sulla strategia militare a cui aveva partecipato presso la Stanford University.
Simile a un jet stealth (aereo invisibile) statunitense che rivela però le proprie funzionalità, Quran ha affermato che l’uso di armi convenzionali da parte dell’Iran ad aprile aveva costretto Tel Aviv ad esporre le sue difese anti-missili fornendo all’Iran preziose informazioni per futuri attacchi. Ha inoltre osservato che:
“Netanyahu e il governo israeliano preferiscono una guerra rapida, aperta e pressante nella quale possono coinvolgere l’America. Gli iraniani preferiscono una guerra di logoramento più lunga che privi Israele delle sue capacità di deterrenza e lo renda un alleato per gli arabi e gli Stati Uniti che in altri modi sarebbe troppo dispendioso da ottenere”.
I commenti di Quran evidenziano un aspetto critico ma spesso trascurato della proxy war che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti: i reali obiettivi strategici dell’Iran e dei suoi alleati in una guerra anomala.
Diversi mesi prima della rappresaglia diretta dell’Iran contro Israele, c’è stato un attacco all’avamposto militare statunitense “Tower 22”, sul confine tra Giordania e Siria, da parte della fazione di resistenza irachena Kataib Hezbollah che ha causato la morte di tre soldati statunitensi e il ferimento di altri 35.
Poi, alcuni giorni prima dell’assassinio di Haniyeh, l’esercito yemenita allineato ad Ansarallah aveva lanciato un attacco con droni nei pressi dell’ambasciata statunitense a Tel Aviv, uccidendo un israeliano e ferendone altri 10.
Entrambi gli attacchi rientrano nella strategia globale dell’Iran che prevede di colpire infrastrutture vitali per la sicurezza, militari ed energetiche in Israele. Queste tattiche sono progettate non solo per danneggiare le risorse dello stato di occupazione, ma anche per provocare reazioni di panico nel suo governo e alla popolazione in quella che può essere meglio descritta come guerra psicologica.
Minare la sicurezza energetica di Israele
L’Iran e i suoi alleati hanno già dimostrato in precedenza la loro capacità di interrompere le infrastrutture energetiche vitali di Israele. Nel 2022, Hezbollah ha diretto propri droni verso il giacimento di gas israeliano di Karish, principalmente per dimostrare che aveva la capacità di attaccare il sito. Israele ha faticato ad intercettare questi tentativi di Hezbollah e questa minaccia persiste tuttora: una violazione simile è stata ripetuta anche poco più di un mese fa.
La dipendenza di Israele dalle piattaforme del gas, in particolare Tamar, Karish e Leviathan, che forniscono circa il 70% del gas utilizzato nella produzione di elettricità, trasforma tali siti in strutture altamente vulnerabili. Come ha affermato un funzionario dell’energia israeliano, “le piattaforme del gas sono sensibili e quando una piattaforma è attiva, può trasformarsi in una bomba ad orologeria”.
Il controllo di Israele sui porti strategici, sia tramite occupazione diretta che tramite alleanze con i paesi vicini, in particolare intorno allo stretto di Bab al-Mandab, è un altro motivo di preoccupazione per Tel Aviv.
L’ingresso nel Mar Rosso è vitale per il commercio globale e gli eventi recenti hanno dimostrato che questo è un altro campo di battaglia nella strategia dell’Iran. L’ingresso dello Yemen nel conflitto e la sua capacità di bloccare le navi commerciali dirette ai porti israeliani hanno avuto un notevole impatto sull’economia israeliana.
Ad esempio, il blocco del Mar Rosso ha causato un calo dell’85% del traffico marittimo nel porto israeliano di Eilat, secondo quanto affermato dal suo CEO, Gideon Golbert. Questo brusco calo del commercio ha provocato significative perdite finanziarie, costringendo infine il porto alla bancarotta e alla chiusura. Questo blocco, insieme agli attacchi contro le navi israeliane, rappresenta una grave minaccia non solo per Israele, ma anche per il commercio globale che attraversa uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo.
Il passaggio dell’Iran da un approccio diplomatico a quello militare
In seguito all’assassinio di Haniyeh, Israele ha cercato di classificare l’evento come un’operazione segreta di sicurezza, ma l’Iran lo ha considerato come un palese atto di aggressione militare che ha violato la sua sovranità, giustificando quindi una rappresaglia.
L’esperto di affari iraniani Ahmed Farouk dichiara a The Cradle che mentre l’Iran deve considerare l’impatto geopolitico più ampio che potrebbe avere la sua risposta, la diplomazia dovrebbe svolgere un ruolo più importante nel breve e medio termine.
Nel lungo termine, la posizione militare di Teheran potrebbe cambiare in modo significativo, soprattutto con il potenziale di deterrenza nucleare che sta diventando sempre più palese. L’uscita dell’Iran dall’ambiguità che circonda il suo programma nucleare e il suo progresso verso le capacità nucleari potrebbero trasformare le dinamiche strategiche della regione.
Uno degli scenari più pericolosi per lo stato di occupazione è la possibilità che la risposta dell’Iran possa coinvolgere tutti i suoi alleati regionali in un conflitto su più fronti, coordinato e prolungato. Con le divisioni interne in crescita all’interno dell’establishment politico e militare di Israele, in particolare per quanto riguarda gli insediamenti ebraici settentrionali al confine con il Libano, oltre al rifiuto ostinato del governo di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con Hamas a Gaza, la situazione sta diventando sempre più instabile e precaria.
La guerra prolungata di Israele a Gaza, che si sta avvicinando al traguardo di un anno, non è riuscita a produrre alcuna significativa vittoria strategica mentre lo stato di occupazione è in bilico tra l’enorme numero di vittime, la censura globale e il crescente malcontento della sua popolazione nei confronti della guerra.
Queste pressioni interne, unite alla minaccia di un’escalation esterna, stanno spingendo Israele verso un punto di svolta critico. Il sentimento diffuso tra gli israeliani è che non possono più sopportare di vivere sotto la costante minaccia di attacchi, sia da sud che da nord, né tanto meno con la prospettiva di possibili blackout energetici. E ogni giorno che passa senza la rappresaglia dell’Iran, questa pressione non fa altro che aumentare.
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