Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/11/2019

Cuori d’acciaio/3 - Anche a Piombino, come a Taranto, arrivarono “gli indiani”

Il 60% delle rotaie delle ferrovie italiane le compriamo dall’estero.

È il 1992 quando lo stabilimento siderurgico di Piombino viene scorporato dall’Ilva e passa nelle mani di una nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino”. Nella spa ci sono i residui della mano pubblica (Ilva) ed entra una società privata: il “Gruppo Lucchini” di proprietà dal “patron” della siderurgia italiana Luigi Lucchini. Ovviamente, dopo soli tre anni l’acciaieria di Piombino passa completamente nelle mani private del gruppo Lucchini diventando la “Lucchini Siderurgica”, e nel 1998 “Lucchini SpA”.

Nel 2003 il gruppo Lucchini attraversa una crisi finanziaria, viene ristrutturato e diventa una holding finanziaria. L’acciaieria di Piombino diventa una business unit. Ma solo due anni dopo, a seguito dell’ennesima ristrutturazione finanziaria, la maggioranza (60%) del gruppo Lucchini passa, a Severstal, un gruppo industriale russo ed uno dei più maggiori produttori siderurgici al mondo.

Ad aprile del 2014 l’altoforno di Piombino è stato spento sulla base di un accordo di programma per la riqualificazione del polo siderurgico siglato dall’azienda con la regione Toscana e il governo Renzi. A novembre dello stesso anno, compare il gruppo algerino Cevital che si aggiudica il bando per gli asset dell’acciaieria e a luglio 2015 acquista lo stabilimento di Piombino. Viene così costituita la AFERPI Spa (Acciaierie e Ferriere Piombino).

Non trascorrono neanche tre anni che le Acciaierie di Piombino passano ancora di mano. Nel maggio 2018 è firmato l’accordo per cedere la società Aferpi dagli algerini della Cevital al gruppo indiano JSW ovvero Jindal South West di proprietà di Saijan Jindal. Lo Stato ovviamente ci mette un po’ di soldi (un finanziamento statale di 15 milioni di euro ed uno regionale di 30 milioni).

I lavoratori in cassa integrazione, sono ancora 1950. Quando la fabbrica era di proprietà delle partecipazioni statali vi lavoravano 8.100 operai, quando l’hanno privatizzata consegnandola a Lucchini erano diminuiti a 2.200. Piombino ha poco più di 33mila abitanti. Le Acciaierie sono tutto, un po’ come ha provato a raccontare Silvia Avallone nel suo romanzo “Acciaio” ambientato proprio a Piombino nel quartiere operaio di fantasia Stalingrado (in realtà il quartiere si chiama Cotone secondo alcuni, Salivoli secondo altri).

“Dopo aver mandato via una multinazionale Algerina, e proclamando vittoria per l’arrivo di una multinazionale Indiana, oggi dopo un anno non è ancora stato fatto niente parole, parole, parole, e i lavoratori sono stanchi soprattutto a livello psicologico e salariale” scrive ad agosto di quest’anno l’Usb, la quale informa i lavoratori che il Governo e la Regione avevano stanziato ulteriori 100 milioni di euro per Jindal per le bonifiche, la sicurezza ambientale e le nuove tecnologie. “Jindal in tutto questo non ha ancora presentato niente di concreto. Ad Ottobre scade la Cig per i lavoratori della Piombino Logistics e successivamente da Novembre agli altri”. Siamo ormai a fine novembre.

“E mentre si importa acciaio dall’estero – denuncia un sindacalista della Uil – a Piombino, unico produttore italiano di rotaie, è stato assegnato solo il 40% delle 240 mila tonnellate per le ferrovie italiane ed il restante è andato a gruppi che producono fuori dal Paese. Tra cui Arcelor Mittal”.

Dopo un deludente incontro al Ministero lo scorso luglio, a settembre la situazione di Jsw Steel Italy (ex Aferpi) preoccupa ancora i lavoratori, a causa di un piano di rilancio ancora a metà del guado, e con l’azienda che deve ancora dare conferme sull’avvio della costruzione del nuovo forno elettrico. Il dossier, come molti altri, è sul tavolo del nuovo Ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli, e del nuovo governo “Conte II”.

Ma a Piombino anche l’altra acciaieria – la storica Magona – non vive sorte migliore. Il 16 settembre scorso la Magona di Piombino è passata dalle mani del gruppo Arcelor Mittal (lo stesso dell’Ilva) alla Liberty Steel del gruppo indiano Gfg Alliance. La Liberty Steel, il primo luglio 2019 ha infatti rile­vato la storica Magona (455 dipendenti ed una capacità di 530 mila tonnellate) finora parte di ArcelorMittal, la quale ha dovuto cederla per imposizione dell’Antitrust, quando ha acquisito l’Ilva insieme a un pacchetto di altre sei acciaie­rie europee.

Insomma la ghisa la compreremo dalle industrie cinesi, le rotaie per le ferrovie dalle industrie indiane. Gli autobus che prima producevano Irisbus e Breda Menarini (chiuse o quasi) adesso li compriamo da aziende francesi, tedesche, israeliane. Una volta si chiamava dipendenza, adesso la chiamano competitività. Il risultato è disoccupazione, desertificazione, deindustrializzazione. E non sembra proprio che in cambio ambiente, salute e benessere sociale ne stiano traendo giovamento.

Le altre puntate:

Il delitto dell’Italsider di Bagnoli

I fantasmi delle Ferriere di Trieste

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09/10/2015

Il patron di Cevital fermo in Brasile. Preoccupazione a Piombino

Della questione degli accordi di programma e di crisi complessa su Piombino, veri e propri accordi-matrice che sono serviti come schema su Livorno, ne abbiamo già parlato. Questi accordi vedono Cevital, gruppo algerino che ha diversi interessi industriali, al centro dell'attenzione per l'accordo raggiunto, con gli enti locali, per l'acquisizione della acciaieria ex-Lucchini, la ricollocazione dei lavoratori e l'implementazione di nuove attività.

Dopo la firma dell'accordo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle richieste dei sindacati piombinesi, come di diversi esponenti locali, di un programma industriale preciso, di tempi certi per le assunzioni, e di una tempistica di investimenti in grado di dare anima agli accordi tra enti locali e governo. A partire da gennaio, oltre alle trattative tra sindacati e azienda sulla struttura del salario nel momento delle riassunzioni, sono andate avanti infatti le discussioni, e le polemiche, sia sul piano industriale sia sulla tempistica d'investimento. Tutto comprensibile, dalle polemiche agli aggiustamenti in corso d'opera, per un territorio, quello del comprensorio di Piombino, che vede come economicamente essenziali le migliaia di salariati (dai 2200 ai 3000 a seconda delle stime) contenute nell'accordo. E la questione non è nemmeno periferica per il nostro comprensorio. Visto che la matrice politica, e di governance, dell'accordo di Piombino è alla base degli accordi su Livorno per programma industriale e crisi complessa. Per fugare ogni dubbio sul profilo dell'investimento Cevital, dopo tavoli tecnici e questioni politiche, la scorsa estate il presidente Rossi si è recato in Algeria. E dopo una foto che lo ritrae in un atteggiamento rilassato con Issad Rebrab, patron di Cevital, ha rilasciato dichiarazioni concilianti sul futuro dell'accordo di Piombino. Un rito utile alla stampa e anche alla ripresa delle trattative.

Sulla stampa locale sono cominciate, nei giorni scorsi, a circolare indiscrezioni sul contenzioso tra Rebrab e il governo algerino. Il Tirreno, edizione di Piombino, ha pubblicato questo articolo. Dove emerge il contenzioso tra Cevital e il governo di quel paese. Cevital è accusata di traffico di valuta mentre Rebrab accusa il governo algerino di impedire, arbitrariamente, i piani di sviluppo industriale. Lo stesso Rebrab è in Brasile e ha denunciato di esser stato messo sotto inchiesta e, oltretutto, in modo arbitrario.

Curioso davvero come funzioni dalle nostri parti. Chi stringe la mano ad un eletto del PD trova subito il Tirreno che ne prende le difese. La riprova? Nell'articolo citato si parla subito del contenzioso Rebrab-governo prendendo le parti del patron di Cevital che, secondo il Tirreno, deve lottare contro una concezione "statalistica" dell'economia del governo algerino. Insomma, il solito schema del capitano d'industria coraggioso contro la burocrazia. Solo che se andiamo a vedere una testata dell'area, Maghreb Emergent, vediamo come, sul campo, le cose le si vedano in modo diverso rispetto a Piombino. Infatti Maghreb Emergent fa una analisi di quanto accaduto ricavando l'impressione contraria rispetto a quanto visto, o voluto vedere dall'Italia: Cevital sarebbe in difficoltà perchè non in grado di emanciparsi dal capitalismo di relazione algerino e dalla forte dipendenza dallo statalismo economico.

Cevital, accusata di traffico di valuta, accusa a sua volta il governo algerino di non aver potuto acquisire il complesso siderurgico AMA nel 2012 a causa di veti politici che niente hanno a che vedere col mercato.

E qui una domanda sorge spontanea, quanto, per Cevital, il mancato acquisto di AMA determina il comportamento a Piombino? Sono affari integrati? Sono separabili? Se Cevital rientra su AMA, al centro delle controversie con il governo algerino, cosa accade a Piombino? Non è un problema secondario e, del resto le domande servono per fare chiarezza.

Intanto i lavoratori di Cevital, stimati in tremila unità dalla stampa algerina, hanno manifestato a favore dell'azienda. Anche per problemi di contrapposizione etnica con il governo centrale. Mentre a Piombino ci si domanda cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. In Brasile, dove almeno fino al 16 soggiornerà Rebrab, in Algeria e in Toscana.

Redazione, 8 ottobre 2015


Vedi anche:

Scricchiola il modello Piombino: proteste al Consiglio Comunale straordinario

Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino

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08/06/2015

Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino

Acciaio amaro a Piombino ma, come giustamente mi ha fatto notare un compagno, l’acciaio è sempre stato amaro. Solo che colpisce la durezza di quanto subiranno i lavoratori della ex Lucchini che passeranno alle dipendenze del nuovo padrone Algerino in virtù dell’accordo sottoscritto da Fim-Fiom-Uilm.

La spoliazione di quanto conquistato negli anni con la contrattazione aggiuntiva al contratto nazionale è quasi totale. Un salto indietro dal punto di vista economico assai pesante. La condizione che la Cevital ha posto per la riassunzione di tutti i lavoratori, che per metà resteranno a casa sino al 2016, sa di un duro ricatto. O prendere la nuova occupazione, stesso lavoro ma ad un salario inferiore e con un sostanziale blocco delle retribuzioni nei prossimi anni, o la prospettiva della chiusura. Sono migliaia gli accordi, come quello di Piombino, che derogano al codice civile che garantisce il mantenimento dei diritti acquisiti. In questo caso, per storia e dimensione, la vertenza ha avuto gli onori delle cronache, ma in tantissimi altri casi, e sono la maggioranza, il processo di spoliazione sotto ricatto avviene nel silenzio assoluto. Parte rilevante dei gruppi dirigenti del sindacato ha ormai assunto il principio del meno peggio. Meglio cioè contrattare la restituzione sotto ricatto piuttosto che affrontare il rischio di uno scontro dall’esito assai incerto. Una scelta disastrosa per due ragioni. Da una parte la linea sindacale inevitabilmente si adegua progressivamente ad accettare i limiti sempre più mortificanti che si producono. Non si pone cioè nessun limite nelle pratiche contrattuali contribuendo così direttamente a rendere sempre più pesante il ricatto possibile. Dall’altra parte a livello generale un sindacato che pratica e rivendica la contrattazione di restituzione non potrà mai lottare davvero contro le politiche d’austerità per la semplice ragione che ne chiede l’applicazione ai lavoratori nelle singole aziende.

Che fare quindi? Se c’è un insegnamento da trarre nella vicenda della ex-Lucchini è quello che parla della necessità di costruire una linea ed una pratica sindacale che impediscano di finire nel non avere alternative davanti al ricatto. Un sindacato all’altezza di affrontare una fase così complicata dovrebbe porsi il problema di come unificare le lotte e dare una prospettiva generale che esca dal ruolo angusto e infausto di sperare in una nuova proprietà. Dovrebbe porsi davvero il problema della nazionalizzazione delle grandi imprese, di un nuovo grande piano di intervento pubblico in economia non per finanziare le imprese private come nel caso della Lamborghini ma per costruire impresa comune. Il lavoro si certo, ma non ad ogni costo. Questo è un altro degli altri grandi temi su cui costruire battaglia politica. Per non cadere nel ricatto serve una politica di sostegno ai redditi. Se il lavoro viene prima di tutto, e sopra ogni cosa, viene da se che qualsiasi condizione è trattabile. Se il lavoro è l’unica forma di sostentamento possibile è difficile immaginare che si possa resistere efficacemente ai ricatti delle imprese. Quella scritta a Piombino non è una bella pagina della storia del sindacato in questo paese. Non lo è per i lavoratori ai quali nulla si può rimproverare. Non lo è per la Fiom che domani apre una riflessione pubblica sulla costruzione di una coalizione sociale che, ambiziosamente e giustamente, si pone il tema della risposta ai crescenti bisogni sociali. Non lo è per il valore generale che assume nei confronti di tante altre vertenze ancora aperte. In fondo questa è l’altra faccia della profonda crisi del sindacato. La crescente rassegnazione, disillusione e passività sociale sono la diretta conseguenza delle sempre più brutte notizie che il sindacato porta nelle assemblee. Senza la ricostruzione di senso e efficacia del sindacato saranno in molti a pensare che serve a poco o nulla la sua esistenza.

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05/02/2015

Piombino - Riapre la Lucchini. Ma a che prezzo?

L'investimento Cevital.
Il 24 aprile scorso è stata emessa quella che sembrava essere l’ultima colata dell’altoforno della Lucchini, prima che l’offerta di Cevital, gruppo algerino guidato da Issad Rebrad, superando la meno vantaggiosa proposta del gruppo indiano JSW, acquistasse il 70% delle azioni.

Inizialmente, Cevital si era impegnata a riutilizzare il totale della forza lavoro della Lucchini (circa 2200 lavoratori), per poi promettere di rimettere al lavoro solo 1860 operai.
Sul porto, Cevital dichiara di voler investire fino ad una soglia massima di 1,5 miliardi di euro nel giro di 5-7 anni. La riassunzione dei 1860 lavoratori seguirà il contratto nazionale dei metalmeccanici salvaguardando qualifiche e livelli, mentre sugli accordi aziendali, la società algerina dichiara di voler ridiscutere istituti come anzianità, cassa mutua integrativa, trattamenti economici su straordinari e notturni, premi di risultato e contributo aziendale al trasporto dei lavoratori. Dunque, è iniziata una trattativa in cui i sindacati  hanno chiesto di analizzare il piano industriale ed hanno ricevuto dettagli solo sulla fase 1 che durerà fino a fine 2015. Cevital ha chiaramente il coltello dalla parte del manico.

A che prezzo?
Per far ripartire il ciclo di accumulazione, l’obiettivo della nuova gestione aziendale sarà di accedere ad un bacino di lavoro il più economico e flessibile possibile e a questo scopo sarà quindi utile la recente approvazione del Jobs Act (che espone i lavoratori a continuo ricatto). La parziale trasformazione del polo industriale, con l’inserimento di logistica e settore agroalimentare rispecchia invece un incremento del settore terziario che resta comunque al servizio dell'industria. L’esempio del passaggio da Lucchini a Cevital ci dimostra, infatti, come la direzione non sia quella di una progressiva sparizione del lavoro operaio ma di un cambiamento del ruolo operaio nell’industria. I lavoratori dell’ex-Lucchini, a quanto detto dalla nuova gestione, saranno progressivamente riassorbiti in base alle necessità della nuova produzione agroalimentare e logistica (nota).

Venerdì scorso si è aperta la contrattazione sindacale, con l'intenzione di affrontare, da un lato, il problema dei circa 300 lavoratori esclusi dall'accordo, dipendenti della Lucchini che però non saranno immediatamente riassunti. Dall'altro sarà affrontato il più generale problema della sussistenza degli accordi aziendali che risalgono agli anni Settanta, quando l’acciaieria era ancora a partecipazione statale. Il risultato della contrattazione fino ad ora è stato solo una conferma: circa 300 operai a casa e azzeramento quasi totale degli accordi aziendali. Secondo le previsioni della nuova proprietà, alla Lucchini si continuerà a produrre acciaio grazie alla realizzazione di due forni elettrici e di un nuovo laminatoio. S’inizierà inoltre a produrre biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero e nascerà un polo logistico per l’import-export delle attività del gruppo. Gli attuali addetti alle acciaierie verranno a mano a mano riassorbiti “in base alle esigenze delle strutture” esistenti e il personale restante sarà richiamato via via, con la progressiva realizzazione degli investimenti.

Considerato l’enorme investimento che gli algerini mettono sul piatto, le trattative sindacali non potranno garantire né la tutela di basilari diritti dei lavoratori né, probabilmente, il rispetto del patto aziendale. Il passaggio a Cevital significherà automaticamente un peggioramento delle condizioni lavorative, a favore di un pieno sfruttamento della forza lavoro. Tutto questo è stato facilitato dallo stesso Governo, che offrendo un totale di oltre 200 milioni per la bonifica dell'area, ha permesso che la trattativa andasse in porto. Se poi il prezzo dell'investimento algerino è una drastica riduzione del potere contrattuale e del livello di vita degli operai, ad ogni modo, non saranno le istituzioni a pagarlo.

*****

(nota) La cosiddetta deindustrializzazione non corrisponde, infatti, a una diminuzione del carico di lavoro o a una sparizione della classe operaia ma a una contrazione numerica dei classici operai d’industria che si ritroveranno inseriti nel solito processo produttivo, ma con funzioni diverse basate su nuove esigenze. Quando si legge della bonifica e trasformazione degli impianti di Piombino con il lancio di nuove produzioni quali biodiesel o mangimi concentrati, sempre d’industria si sta parlando.

Fonte

14/12/2014

Piombino - La Lucchini va alla Cevital, salvi per il momento 2000 posti di lavoro

“Il ministero dà il via libera all'accordo con Cevital, salvi oltre 1800 posti di lavoro. Via libera del Ministero dello Sviluppo alla cessione della Lucchini di Piombino al gruppo algerino Cevital.
L'operazione prevede investimenti di circa 400 milioni di euro e prospettive, a regime, di pieno riutilizzo del personale. Fin da subito, Cevital assumerà infatti alle proprie dipendenze 1.860 lavoratori.”

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha autorizzato Piero Nardi, manager siderurgico già direttore generale dell’Ilva e oggi commissario straordinario della Lucchini, a concludere l’accordo con il gruppo algerino per l’acquisto del 70% delle azioni, la riconversione del sito e la bonifica dell’area.

Parte dell’acciaio prodotto a Piombino verrà esportato in Algeria e usato per lo sviluppo infrastrutturale su rotaia. Il passaggio a Cevital, comunque, prevede anche una progressiva diversificazione industriale. Infatti, il gruppo algerino opera in vari settori tra cui l’agroalimentare e il vetro. Il progetto è di avviare una produzione di biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero nonché di creare a Piombino un polo logistico per l’import-export delle attività di Cevital.
 
Il capitale vive la compressione spazio-temporale della globalizzazione per cui l’impresa fallisce a causa della concorrenza internazionale, ma il suo salvataggio arriva dall’estero per creare un nuovo centro produttivo sostituendo il vecchio sistema d’impresa familiare tipico del sistema italiano. L’alternativa poteva essere una nazionalizzazione che mettesse insieme Ilva e Lucchini, ma l’Europa vieta categoricamente aiuti di Stato. Considerando che la Commissione Europea già indaga sui prestiti ponte concessi a ILVA, figuriamoci tornare a parlare di acciaio statale.
 
La crisi del settore siderurgico Italiano, secondo produttore europeo dopo quello tedesco, è segnata dall’elevato costo dell’energia come fattore di produzione e dall’incalzare della siderurgia cinese slegata dai vincoli ambientali posti dall’Europa e costituita da grandi gruppi conglomerali di cui l’acciaio è solo una delle produzioni.
 
Lucchini era stata comprata dal magnate russo Aleksei Mordasov e dalla multinazionale Severstal da lui controllata, e nel giro di pochi anni aveva maturato un debito di oltre 700 milioni. Questa volta sarà il gruppo algerino Cevital di Issad Rebrab a riorganizzare i processi produttivi con l’impegno di riassumere tutti i lavoratori al momento del suo subentro.
 
Però, la cessione della Lucchini a Cevital è legata anche a due accordi di programma firmati tra Governo e Regione da un lato, Comune e Autorità Portuale dall’altro, per un totale di 252 milioni di euro che serviranno alla bonifica e ammodernamento del porto, e senza i quali la trattativa non sarebbe forse andata a buon fine.
 
Nonostante le decantate virtù della privatizzazione, del libero mercato e del libero scambio dietro le quali il neoliberismo si maschera, ancora una volta l’intervento statale è stato centrale per la risoluzione di una crisi che avrebbe avuto effetti occupazionali catastrofici nell’area. In contrasto con il non interventismo statale di facciata propugnato dalla teoria neoliberista, l’obbiettivo per il capitale quando si tratta di coinvolgere lo stato in un affare è sempre quello di privatizzare i profitti e socializzare rischi e perdite.

04/12/2014

Dopo Piombino a proprietà algerina, MPS ai cinesi? La Toscana cambia pelle

Inutile trovare sul mainstream qualche critica all'accordo che consegna l'acciaieria di Piombino agli algerini della Cevital. D'altronde i numeri nell'immediato, e di questi tempi, sono di quelli che non trovano quasi nessuno disposto ad accollarsi le critiche. La Cevital, che forse nel secondo comune della provincia si chiamerà "Piombino siderurgica", assumerà tutti i 1860 lavoratori rimasti sul luogo. Mentre si impegna ad investire, e qui la tempistica è tutta da capire, 400 milioni di euro.

La giustificazione produttiva dell'impegno è piuttosto chiara: la necessità di acciaio per il crescente mercato interno algerino. Proprio questa necessità spingerebbe, a quanto si comprende, anche alla trasformazione del porto di Piombino nel senso di un processo di ristrutturazione per servizi logistici più avanzati. Specializzazione che non è certo aliena per una multinazionale che importa Fiat, Volvo e Hyunadi in Algeria. Ma è l'assenza, fino a questo momento, di una vera specializzazione siderurgica, da parte della Cevital, a costituire la scommessa più grossa dell'operazione.

Cevital infatti è una multinazionale che si occupa di industria ma, fino a questo momento, non ci risulta siderurgica (o perlomeno con la siderurgia come specializzazione la troviamo nell'automotive e nell'agroalimentare). Piuttosto rileviamo la presenza della multinazionale nel  vetro e nella produzione di patate, zucchero, margarina e acqua minerale. Come nella gestione dei centri commerciali più importanti di Algeria.

Il segretario della Fiom Landini ha definito quello di Piombino "un signor accordo". Noi diciamo così: il mercato c'è (quello interno algerino), la scommessa pure (il fatto che Cevital non abbia mai veramente fatto siderurgia) gli investimenti forse (i 400 milioni sparati dai giornali non hanno un tempistica chiara e non si sa come siano composti e se sufficienti). Di sicuro c'è la riassunzione di tutti i lavoratori e questo è un fatto indubbiamente positivo che sta ai sindacati locali valorizzare. Resta il fatto che lo schema Rossi, accordo su aree di crisi con tutta la filiera delle istituzioni locali, serve per cosa vuol servire: attirare privati dall'estero. La stessa Piombino, che fu comprata dai russi anni addietro, nonché Livorno (caso Trw e non solo) sanno cosa significa. Non è poi un caso infatti che il governo Renzi, attirando investimenti privati (volatili come in ogni periodo di globalizzazione), rinunci all'investimento pubblico.

Non solo, con le richieste di Padoan di potenziamento della Banca Europea degli Investimenti (BEI) si attrezza per deperire la cassa depositi e prestiti italiana, possibile volano nazionale per l'investimento pubblico. Il modello Rossi-Renzi riguarda quindi la consegna della Toscana alla globalizzazione liberista nel momento in cui questa si fa più dura. Con un Jobs Act per garantire il ribasso dei salari in questo modello e un occhio alla collocazione bancaria-finanziaria di questi capitali. Già perché, in materia, ci sono segnali sul cambiamento della composizione del capitale bancario toscano.

Mps, da settimane se non mesi, è sotto interesse cinese. Il tentativo di collocarlo a qualche multinazionale francese della moneta per ora langue. Ed ecco allora che spuntano di nuovo i cinesi. Maestri del sistema bancario ombra e della bolla immobiliare. Come dire, a Siena si troverebbero presto a casa. Il punto vero però è che, così procedendo, la Toscana somiglia un pò di più al modello Singapore predetto dal premier inglese Cameron per il capitalismo del suo paese. Capitali dal tutto il mondo, adattabilità completa di lavoratori, suolo, tessuto urbano e sociale a qualsiasi strategia, anche sballata, di impresa.

Benvenuti nel modello Rossi e nel magico mondo dei suoi accordi istituzionali che tutti applaudono.

Redazione, 4 dicembre 2014

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