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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2020

Le crisi dell’industria e la strategia dello stallo

La recessione ha dato alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni e rivedere piani industriali già approvati. La strategia del governo è prendere tempo, rallentando un declino che appare ormai inesorabile.

Durante i mesi di lockdown, non è quasi passato giorno senza che al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si riunisse un tavolo di crisi. Si è trattato di riunioni virtuali, in videoconferenza, per evitare assembramenti e contagi trasversali tra amministratori delegati, funzionari governativi e rappresentanti sindacali. A quelle più importanti ha partecipato pure il ministro pentastellato Stefano Patuanelli. I verbali degli incontri raccontano di una strategia dello stallo che diluisce e rallenta il decorso dell’inesorabile declino industriale italiano, senza però che questa serva a fermarlo o a invertire la rotta.

Anzi, subito dopo la riapertura, la Jabil, un’azienda che produce componenti elettronici, ha fatto capire come sarebbe stato il futuro industriale dell’Italia dopo la pandemia, compiendo il primo passo di quella che rischia di essere una lunga stagione di licenziamenti e ristrutturazioni. Alla fine di maggio la multinazionale americana ha licenziato in tronco 190 dipendenti dello stabilimento di Marcianise, nel Casertano, senza concedere la cassa integrazione per il coronavirus prevista dalla legge e senza rispettare il divieto di licenziamenti fino alla fine dell’estate deciso dal governo. Nella lista delle persone da mandare via la multinazionale americana non aveva riguardo per nessuno: c’erano marito e moglie entrambi dipendenti, il consorte di una donna già incentivata all’esodo negli anni passati e pure il genero di un imprenditore ucciso dalla camorra. Di fronte alle proteste per l’insensibilità dei manager d’oltreoceano, il 3 giugno l’azienda ha fatto una parziale marcia indietro, concedendo gli ammortizzatori sociali senza però recedere sul taglio del personale. Il 21 giugno, in una nota unitaria i sindacati confederali si sono detti “fortemente preoccupati per gli ulteriori cali di commesse”, anticamera della dismissione o di nuovi tagli.

Un anno fa, i tavoli di crisi aperti al Mise erano 144, appena cinque in meno. A spulciare l’elenco, si scopre che poco o niente è cambiato. Anche alcuni casi che sembravano in via di risoluzione, come quello della Bekaert di Figline Valdarno o della ex Embraco torinese, rimangono delle piaghe aperte, appena tamponate dagli ammortizzatori sociali. La recessione post-pandemia concede alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni già previste, e per non rispettare accordi siglati e piani industriali approvati, spesso scaricando i debiti sulle aziende dell’indotto e sullo Stato. Dalla Whirlpool di Napoli che chiuderà a fine ottobre mandando a casa 450 operai alla Porto Industriale Cagliari Spa, dalla Blutec di Termini Imerese alla Bosch di Bari, quasi 300 mila lavoratori rischiano il posto entro l’autunno. Ottantamila di questi sono nel settore metalmeccanico e per questo la Fiom-Cgil chiede il blocco dei licenziamenti.

Il governo sembra impotente, ma soprattutto non pare avere una strategia per mantenere le produzioni in Italia o per indirizzare su un altro binario un modello di sviluppo fondato sull’industria pesante e sulla manifattura. Emblematico è il caso della Whirlpool, che da un anno prova a lasciare lo stabilimento di Napoli, un piccolo gioiello con standard tecnologici e produttivi nordeuropei, per spostare la produzione di lavatrici dal sud Italia verso la Polonia e la Cina, dopo aver già ridimensionato il polo casertano di Carinaro trasformandolo in un deposito di pezzi di ricambio. Il 16 gennaio, in una riunione al ministero dello Sviluppo economico l’amministratore delegato per l’Italia, Luigi La Morgia, ha sostenuto che l’impianto di Napoli perde venti milioni di euro all’anno e non c’è più la sostenibilità economica per la produzione di lavatrici. Chi era presente ricorda una frase del ministro pentastellato Stefano Patuanelli che ha fatto storcere la bocca ai rappresentanti dei lavoratori: “Non ho strumenti per fermare una multinazionale”.

In realtà, uno strumento per costringere la Whirlpool a non delocalizzare ci sarebbe. È il Piano industriale 2019-2021, firmato il 25 ottobre 2018 allo stesso Mise dall’allora ministro Luigi Di Maio, dai rappresentanti dell’azienda, dai sindacati e dalle Regioni che ospitano gli stabilimenti italiani. L’accordo prevede, in cambio di ammortizzatori sociali e incentivi economici, un investimento di 17 milioni di euro per creare a Napoli un polo per la produzione di lavatrici di alta gamma. L’accordo è stato messo in discussione dalla multinazionale americana dopo appena sei mesi, senza nessuna obiezione dal ministero di via XX Settembre. Il 31 maggio 2019, la multinazionale americana ha annunciato ai sindacati che la fabbrica sarebbe stata chiusa di lì a qualche mese. “Ci mostrarono un grafico con tutti gli stabilimenti europei, solo quello napoletano era barrato con una X rossa”, ha ricordato Vincenzo Accurso, rappresentante sindacale della Uilm. Poco dopo, i lavoratori hanno ricevuto una lettera nella quale veniva annunciato il loro trasferimento a un’altra società, la Passive refrigeration solutions (Prs), una “start up” dai finanziatori sconosciuti, senza neppure un sito web e che non ha mai prodotto nulla, con sede al numero 16 di corso Elvezia a Lugano. Nulla più che una “bucalettere”, una casella postale, come l’hanno definita i media svizzeri.

Il governo ha creduto alle parole della Whirlpool senza chiedere all’amministratore delegato di sostanziare le perdite della succursale napoletana mostrando i bilanci. Al termine della riunione di metà gennaio, il ministro dello Sviluppo economico ha proposto di dare un mandato all’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, per cercare un compratore. L’amministratore delegato La Morgia, un pescarese di 43 anni che aveva cominciato la scalata ai vertici dell’azienda proprio come direttore dello stabilimento partenopeo, ha acconsentito. Il 16 marzo lo stesso Arcuri è stato poi nominato dal governo commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e al Mise nessuno si è più occupato della Whirlpool. La fabbrica chiuderà i battenti il 31 ottobre e a via XX Settembre pensano ancora che la salvezza potrebbe arrivare dalla società “bucalettere” di Lugano.

Non è andata meglio per le acciaierie, dove si assiste a un progressivo smantellamento senza che da nessuna parte ci siano piani di riconversione di alcun genere. Se Jindal a Piombino stenta a decollare e a Trieste il 9 aprile la Ferriera ha spento l’altoforno, all’Ilva di Taranto il 5 giugno Arcelor Mittal ha presentato l’ennesimo piano industriale: un documento di cinquecento pagine nel quale la multinazionale prevede un calo della produzione a sei milioni di tonnellate l’anno, utilizzando tre altiforni su cinque, e 3.200 esuberi, ai quali vanno aggiunti i 1.800 lavoratori già in cassa integrazione che l’azienda aveva promesso di reintegrare. Anche in questo caso il Covid-19 c’entra poco, perché l’azienda ha approfittato dell’emergenza virus per confermare i tagli già previsti ed evitare di riassorbire i cassintegrati di lunga data delle aree a freddo, come previsto dall’accordo stipulato al momento dell’acquisto.

Il 28 maggio, agli Acciai Speciali Terni l’amministratore delegato Massimiliano Burelli ha spiegato in videoconferenza al ministro Patuanelli che per quest’anno “stimiamo un calo del 35 per cento di acciaio fuso rispetto al milione di tonnellate che ci eravamo posti come obiettivo”, “una riduzione delle spedizioni dell’80 per cento” per il tubificio e “tra il 30 e il 40 per cento” per il “freddo”, destinato alle filiere dell’auto e degli elettrodomestici. Alle storiche acciaierie ternane, nonostante il progressivo ridimensionamento, lavorano ancora 2.350 persone e una loro crisi sarebbe un vero e proprio terremoto per una città che da più di un secolo ruota attorno alla fabbrica.

A Terni è esplosa pure la crisi della Teofran, un’azienda che produce film alimentari e impiega centocinquanta persone. I proprietari, il gruppo indiano Jindal, hanno già chiuso lo stabilimento di Battipaglia, nel Salernitano, mandando a casa ottanta lavoratori e spostando i macchinari verso altri stabilimenti all’estero, e ora potrebbero apprestarsi a fare lo stesso in Umbria. Qui nel giro di un anno si è passati da una produzione di mille tonnellate ad appena duecentoquaranta, nonostante le richieste siano aumentate perché molte aziende che producono biscotti e merendine hanno dovuto sostituire le confezioni preparate per le Olimpiadi e gli Europei di calcio, sospesi a causa del Covid-19. L’11 giugno i lavoratori hanno scioperato e il 17 l’azienda si è presentata al tavolo convocato al Mise con un piano industriale diverso da quello inviato ai sindacati. L’amministratore delegato Manfred Kaufmann ha mostrato delle slide nelle quali si evidenziava la crisi del settore e una contrazione dei volumi prodotti, annunciando un taglio di dodici posti di lavoro.

In coincidenza con il lockdown, è esplosa pure la crisi del terzo gruppo italiano, le Acque Minerali Italiane (Ami) del gruppo Pessina. Il 28 febbraio l’Ami ha chiuso improvvisamente gli stabilimenti di San Gemini e Amerino, da dove escono le omonime acque e pure l’Aura, la Fabia e la Grazia, spedendo gli 86 dipendenti in cassa integrazione. Motivo: mancavano i tappi per chiudere le bottiglie, tutte di plastica perché la linea del vetro che per decenni aveva caratterizzato il marchio Sangemini era già stata fermata un anno fa dagli acciacchi e dall’assenza di manutenzione. L’azienda non aveva soldi per pagare i fornitori. Il 2 marzo, a impianti fermi, la società ha presentato al tribunale di Milano una richiesta di concordato preventivo “in bianco”. Il 12 marzo, azienda e sindacati si sono riuniti in videoconferenza con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli per discutere della situazione. L’amministratore delegato Massimo Pessina ha annunciato la riapertura al 60 per cento dello stabilimento di San Gemini e promesso un piano industriale entro il 18 giugno. Gli operai sono tornati al lavoro il 16 marzo, ma la produzione a scartamento ridotto, su una sola linea, ha fatto quasi sparire le acque umbre dagli scaffali dei supermercati. Nemmeno a dirlo, dopo tre mesi del piano industriale non c’era ombra.

Rischia grosso pure il polo degli occhiali, che impiega 18 mila persone tra il Bellunese e il Friuli. Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di occhiali sono calate del 21,4 per cento e la Safilo si è vista cancellare una commessa di duecento milioni di euro da parte di Dior per la produzione di occhiali di lusso. La multinazionale di origini italiane, dal 2009 di proprietà del fondo olandese Hal, ha così deciso di tagliare duecentocinquanta posti a Martignacco, in Friuli, quattrocento nella fabbrica di Longarone, nel bellunese, e altri cinquanta a Padova, e di spostarsi in Cina. Il 25 maggio ha annunciato un accordo con Ports Asia, una holding cinese dalla quale ha ottenuto “una licenza decennale per il design, la produzione e la distribuzione di occhiali da sole e montature da vista”. Il 29 maggio, ultimo giorno di lavoro a Martignacco, gli operai hanno lasciato la fabbrica tappezzandola di messaggi. “Abbiamo lavorato fino all’ultimo pezzo con le lacrime agli occhi nonostante sapessimo che oggi avremmo scritto la parola fine”, si leggeva su un post-it incollato a una vetrata.

Il Covid-19 ha fatto emergere pure la profonda sofferenza del settore calzaturiero. Negli ultimi mesi hanno presentato richiesta di concordato “in bianco” la Conbipel, un’azienda astigiana controllata dal fondo americano Oaktree e con negozio principale in corso Buenos Aires a Milano, la Pittarosso di Legnano, controllata dal fondo Lion Capital, e la torinese Scarpe&Scarpe. In tutti e tre i casi, il pre-fallimento è stato motivato con la chiusura dei negozi a causa del Covid-19 e l’azzeramento delle vendite, anche se in realtà tutte avevano una pesante situazione debitoria alle spalle. A rischiare il posto sono in totale circa seimila dipendenti.

La strategia del governo è prendere tempo, allungando i tempi della cassa integrazione e bloccando i licenziamenti, con l’intenzione di diluire le crisi nel tempo e non farle precipitare tutte insieme, accompagnando il declino italiano senza invertirne la rotta.

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02/10/2019

Manager superpagati e operai a rischio. Esplode la rabbia dei lavoratori ex Embraco

La misura era colma e i fatti insopportabili. Questa mattina è scattato uno sciopero improvviso alla ex Embraco nello stabilimento di Riva di Chieri a rischio chiusura. I cancelli sono stati bloccati e i lavoratori hanno incrociato le braccia.

La giusta rabbia è stata scatenata dalla diffusione di notizie relative agli stipendi d’oro dei manager della Ventures, il gruppo subentrato nel controllo dell’azienda con l’obiettivo di “rilanciarlo”.

L’odioso paradosso è che la produzione nello stabilimento di Chieri è ancora ferma ma tra le prime decisioni prese dai vertici aziendali ci sarebbero quelle di affidare a loro stessi delle laute consulenze mensili, del valore oscillante tra 24mila e 75mila euro. Il denaro sarebbe proveniente dal fondo di 50 milioni lasciato dalla Whirlpool, che però era destinato ai lavoratori che devono rientrare in fabbrica.

Al momento, ancora nessuna traccia dell’avvio della produzione di robot per la pulizia di pannelli solari, bici elettriche e altro. Solo 187 lavoratori hanno fatto rientro in fabbrica, a fronte dei 413 occupati prima dell’inizio della crisi.

In programma c’è una manifestazione davanti al ministero dello Sviluppo economico, giovedì a Roma manifesteranno poi tutti i lavoratori del gruppo multinazionale Whirlpool che sta dismettendo i suoi stabilimenti in Italia, mentre un tavolo di confronto tra “Mise”, azienda e sindacati è già stato convocato per il 23 ottobre.

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06/09/2019

Crisi aziendali. Soluzioni per tutti, una lettera degli operai dell’ex Embraco

Tra le centinaia di vertenze aperte al MISE figura anche la vicenda della ex-Embraco di Riva di Chieri (Torino). Oggi alcuni lavoratori, preoccupati per il loro destino di cui istituzioni e sindacati sembrano essersi dimenticati, ci hanno inviato questa lettera aperta in cui raccontano a tutti la loro storia. Invitiamo tutti a diffondere queste parole che noi cercheremo in particolar modo di far arrivare ai lavoratori della Whirlpool di Napoli che stanno vivendo una situazione assai simile, definita dagli stessi operai Embraco come un “dejavù”. Da parte nostra continueremo a sostenere ogni iniziativa di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici Embraco.

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Siamo ex operai Embraco, non “legati” ai sindacati ma semplici lavoratori che vorrebbero far sapere la situazione in cui ci troviamo.

Il 10 gennaio 2018 la Whirlpool decideva la chiusura del nostro stabilimento con procedura di licenziamento collettivo per 497 persone. Dopo una lotta dura, accompagnati dal governo e dai sindacati, si era riusciti a trovare una soluzione occupazionale tramite un progetto di reindustrializzazione. Questo progetto e il relativo piano industriale è stato visionato e ritenuto solido dal Mise e dai sindacati. Il 16 luglio 2018 è quindi avvenuto il passaggio da Embraco a Ventures con la concessione di 24 mesi di cassaintegrazione straordinaria, per permettere la dismissione degli impianti Embraco e la successiva installazione di quelli Ventures per la produzione di Robot pulitori per pannelli fotovoltaici. Tra operai e impiegati la forza lavoro è scesa a 410 effettivi, dato che alcuni colleghi hanno optato per l’incentivo all’esodo proposto. Noi abbiamo scelto di rimanere, per il progetto presentato da Ventures e per le rassicurazioni sulla sua affidabilità da parte del governo e dei sindacati! A tutti noi sembrava una soluzione concreta al problema occupazionale del sito di Riva di Chieri con un futuro roseo e pieno di opportunità!

Purtroppo le promesse, le rassicurazioni e la serietà del progetto si sono rivelate con il trascorrere dei mesi sempre meno sicure! Al momento del passaggio da Embraco a Ventures ci era stato detto che occorreva fare in fretta dato che gli ordini per i Robot pulitori per pannelli fotovoltaici erano già sul piatto e la produzione doveva cominciare al più presto! Dopo più di un anno non si è prodotto ancora nulla ma, cosa ancora più preoccupante, non esiste un prodotto efficiente da produrre! Il robot pulitore doveva essere tecnologicamente avanzato con tanto di drone per spostarsi da un pannello all’altro. Quello visto in azienda si muove incespicando su catene e non è minimamente paragonabile a quello che ci era stato descritto a suo tempo!

Come si può produrre con urgenza se il prodotto è ancora oggi in fase di studio e non ci sono certificazioni? Perché tanta fretta di passare in Ventures a luglio 2018 quando Embraco fino a dicembre 2018 avrebbe dovuto pagare comunque gli stipendi come da accordi al ministero?

Su che basi il ministero e i sindacati hanno detto che il progetto era solido? Whirlpool e la Randstad che hanno presentato questa soluzione al governo, hanno ancora voce in capitolo?

Attualmente in azienda oltre a farci pulire e verniciare, i vertici dirigenziali ci hanno presentato altri prodotti su cui vogliono puntare e di cui a suo tempo non si era mai parlato: le biciclette elettriche, giocattoli e distributori d’acqua. Le biciclette dovrebbero arrivare smontate con fornitori non meglio specificati per essere assemblate da noi, mentre i giocattoli sono di una startup (la Algobrix) che ha brevettato un giocattolo programmabile tipo Lego. La partenza di queste produzioni che doveva essere imminente, è stata più volte spostata. Forse si è ripiegato su questi prodotti perché chi aveva i brevetti e le capacità di produrre i Robot pulitori si è defilato dal progetto come voci di corridoio dicono! Se prima o poi si partirà a produrre questi prodotti, è un miraggio ad oggi pensare di occupare tutta la forza lavoro presente. Tutti noi però abbiamo accettato la sfida della reindustrializzazione per quel piano, basato sulla produzione di robot pulitori che potevano davvero dare un futuro allo stabilimento! L’unica cosa certa al momento è che passare 8 ore in azienda senza fare nulla è umiliante ed avvilente! Qualcuno potrebbe replicare che essere pagati per non fare nulla è una gran fortuna ma nessuno tra noi è di questo parere!

La dignità di ognuno passa dal poter lavorare e guadagnarsi con la propria fatica lo stipendio. Purtroppo in Italia abbiamo visto più volte delle reindustrializzazioni non realizzarsi. Vengono “usate” per far uscire linde e pulite quelle multinazionali che vedono nelle persone dei freddi numeri da usare e poi buttare!

È con un senso di dejavù che abbiamo appreso della vertenza di Whirlpool Napoli: ai colleghi napoletani non possiamo che dire di fare molta attenzione alle proposte che verranno loro fatte. Tutti noi abbiamo creduto in questo progetto e forse ci siamo fidati troppo ma speriamo che chi all’epoca ci aveva dato delle rassicurazioni si attivi.

Alla Regione Piemonte e al governo che si insedierà a breve chiediamo di monitorare più da vicino la situazione, senza dire che errori ed omissioni sono da addebitare ai governi precedenti! Può essere, ma occorre agire.

Ai sindacati che in questi mesi hanno ritenuto inutile indire un’assemblea per informare i lavoratori, chiediamo di convocarla al più presto! Molti colleghi non sono ancora mai rientrati in azienda, anche se si era detto che ci sarebbe stata una rotazione tra cassa e lavoro, quindi è doveroso da parte sindacale informare tutti sulla situazione. Ci è stato detto che era inutile perché non c’erano novità ma anche ascoltare le domande dei lavoratori è doveroso, anche se queste possono essere scomode!

Sappiamo che problematiche industriali anche più grandi della nostra sono sui tavoli delle trattative e che 410 famiglie possono sembrare poca cosa, ma per il nostro territorio e per ognuno di noi la scadenza del 15 luglio 2020 arriverà presto e se la situazione dovesse precipitare tornerebbero fortissime le preoccupazioni per il nostro futuro.

Un gruppo di operai Ex Embraco

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02/08/2019

Whirlpool - A che punto è la situazione?

Il 24 luglio si è svolto al Mise il quarto tavolo di negoziazione tra la Whirlpool, i sindacati e il Governo. Da questo tavolo non è uscita alcuna risoluzione definitiva, tuttavia si è aperta una importante possibilità di contrattazione con l’azienda su diverse ipotesi per il mantenimento della produzione e dei livelli occupazionali a Napoli.

Al termine del tavolo, il capo del governo Conte ha dichiarato alle Camere che “il governo ha proposto uno strumento normativo per far rimanere la Whirlpool a Napoli e salvaguardare i livelli occupazionali”.

In cosa consiste questo strumento? Decontribuzione di 17 milioni di euro per i prossimi 15 mesi con sgravi fiscali sugli oneri per contratti di solidarietà. Crediamo che questa proposta sia largamente insufficiente e non offra nessuna garanzia ai lavoratori che la multinazionale non possa, come ha già fatto in passato, “fare cassa” e poi, dopo qualche tempo, tornare a “pianger miseria”, riaprire la crisi aziendale e minacciare ancora una volta chiusura, svendita o licenziamenti. Il Governo non ha dichiarato ancora come vincolare Whirlpool a rimanere a Napoli nel lungo periodo, limitandosi a proporre una decontribuzione che potrebbe favorire l’Azienda per un paio di anni, dopo i quali si ritornerebbe al problema di oggi.

“Tra le ipotesi presentate – specifica una nota del Mise – è stato deciso di proseguire il confronto su quelle che prevedono di investire nei prodotti di alta gamma, di spostare in Italia alcune produzioni realizzate all’estero e di individuare una nuova mission per il sito di Napoli, attraverso la realizzazione di un nuovo prodotto”.

Da parte sua, l’Azienda ha reso noto che gli “investimenti nelle lavatrici di alta gamma”, ovvero in “un segmento di mercato in forte difficoltà da diversi anni”, e i “trasferimenti di produzione da siti [...] EMEA” avrebbero “potenziali ripercussioni [...] sulla profittabilità dell’Azienda nella Regione EMEA”, sicché “queste soluzioni sarebbero in grado di garantire solo parzialmente i posti di lavoro, dimostrandosi quindi non sostenibili nel medio-lungo termine”.

In sostanza Whirlpool resta sulle sue posizioni e rifiuta le richieste degli operai e dei sindacati, mettendo vergognosamente il profitto privato davanti agli interessi dei lavoratori e delle famiglie implicate. Secondo quanto scrive l’Azienda “solo un nuovo progetto industriale e un nuovo prodotto” saranno “in grado di ridare nuova linfa al sito.” L’Azienda, dunque, insiste su una ipotesi di riconversione del sito produttivo di Napoli, che ci sembra inaccettabile, poiché aprirebbe un lungo periodo di cassa integrazione, formazione delle maestranze e reindustrializzazione del sito produttivo che non dà alcuna garanzia di riuscita, né, quand’anche portato a compimento, di trovare uno sbocco di mercato per le nuove produzioni.

Il caso della ex Embraco di Riva di Chieri parla chiaro, a un anno dall’accordo firmato dal gruppo Whirlpool con la Ventures soltanto 187 dei 413 operai dello stabilimento sono stati riassorbiti e i sindacati esprimono significative perplessità sulla riuscita della reindustrializzazione.

Intanto, dalle pagine de Il Mattino Whirlpool fa sapere che accoglie l’interessamento di Giovanni Battista Ferrario, ex direttore generale di Italcementi, pronto a costruire nel capoluogo campano container frigoriferi. Le prime indiscrezioni dicono che Ferrario investirebbe 30 milioni, mentre altri 20 milioni li metterebbe Whirlpool sia per facilitare la ristrutturazione delle linee aziendali sia per prendere una quota della nuova azienda. Anche questo è uno scenario già visto. Potrebbe scattare anche per Napoli l’“operazione Amiens” dove Whirlpool ha dato 7,5 milioni a un privato per disimpegnarsi e favorire la riconversione, che dopo un anno di attesa ha portato alla chiusura dello stabilimento e al licenziamento collettivo.

Quindi l’azienda dichiara che per quanto la riguarda esistono solo due delle cinque soluzioni presentate al Mise: vendere (nulla di nuovo) o dare inizio a una riconversione che si promette di garantire l’occupazione di tutti i lavoratori, come lo aveva promesso ad Amiens e a Riva di Chieri ovviamente.

Il quadro appena descritto impone di non abbassare la guardia e continuare a mettere in campo ciò che di buono questa battaglia ha finora espresso: la determinazione, l’unità e la forza degli operai uniti alla dedizione e alla solidarietà di quanti si sono impegnati al loro fianco. Bisogna continuare su questa strada per portare a casa un preciso obiettivo: il mantenimento di tutti i posti di lavoro, con o senza la volontà della Whirlpool. Se Whirlpool non crede di essere in grado di garantire tale orizzonte, allora sia lo Stato a tutelare l’occupazione, con o senza un privato a fare profitti: ci interessa che nessun posto di lavoro venga perso, non che un privato faccia profitti speculando sui destini degli operai.

Siamo fiduciosi che le soluzioni esistano e che questa vertenza possa essere vinta a patto che si garantiscano due condizioni fondamentali che hanno fatto la forza di questa lotta finora: 1) la determinazione e l’unità degli operai nel portare avanti questa vertenza con intelligenza, ma anche, se necessario, con maggiore decisione e combattività; 2) l’impegno dei sindacati ad agire conseguentemente con le posizioni assunte di difesa della piena occupazione nella continuità produttiva.

Ci appelliamo dunque al governo e ai sindacati perché escludano dapprincipio dai tavoli di negoziazione l’ipotesi della riconversione e diano forza alle richieste operaie di mantenimento della piena occupazione nella continuità produttiva.

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03/03/2018

Embraco, la porcata preelettorale

Il verbale di accordo sull’Embraco viene esaltato in queste ore come un grande successo di Calenda, io ero ai cancelli della fabbrica e ho visto le lacrime e la rabbia di chi si era incatenato ai cancelli, lo scetticismo e la delusione di tanti altri. Le telecamere di Repubblica e Corriere erano lì e hanno ripreso questa rabbia, ma vedremo se la manderanno in onda. Calenda è il cocco dei direttori dei giornali.

La rabbia operaia è sacrosanta perché:

1) L’accordo sancisce la chiusura definitiva dello stabilimento il 31/12/18. Cioè la rinvia di 8 mesi, visto che era prevista per il 25 marzo. Per allora tutti i residui dipendenti Embraco saranno licenziati.

2) In questi 8 mesi azienda governo e regione dovrebbero trovare nuovi investitori che facciano altre attività nello stabilimento. Balle.

3) Chi volesse dimettersi dovrà farlo prima del 30 novembre. O te ne vai di tua volontà o verrai cacciato. È il modello Almaviva.

4) I lavoratori verranno aiutati da Regione ed azienda a cercarsi un altro lavoro. Si chiama outplacement ed è una bufala che non ha mai funzionato.

5) Il lavoro residuo si farà con la flessibilità dei lavoratori, l’azienda chiedeva il part time, si usa un’altra parola ma alla fine sarà lo stesso.

La domanda sorge spontanea. Perché non si è aspettato il 25 marzo tentando di fare un accordo migliore? Perché si è voluto farlo proprio alla vigilia del voto?

La risposta è persino ovvia vista la propaganda in atto per il “coraggioso” Calenda. Che durerà poco, fino a quando si scopriranno le porcate dell’accordo, ma il tempo necessario a passare il voto.

Ora i lavoratori dell’Embraco saranno di fronte al solito ricatto. O dicono no alla chiusura della loro fabbrica, e rischiano di essere licenziati subito, o l’accettano e saranno tutti in mezzo ad una strada tra 8 mesi.

Io condivido la rabbia di chi più ha lottato e spero che trovi la forza di continuare a lottare. Il nostro sostegno non basta, ma ci sarà. Certo viene davvero il disgusto per un mondo politico e sindacale che è capace solo di scaricare sugli operai i ricatti che le imprese fanno al lavoro ed al paese.

Vergogna.

Il testo del verbale dell’incontro:




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24/02/2018

Cremaschi. “Multinazionali in fuga e governo complice”

Una discussione esemplare – ieri mattina a L’aria che tira, su La7 – quasi paradigmatica delle posizioni in campo sulla questione centrale del lavoro: le multinazionali vanno dove il profitto può essere più alto e il lavoro ha un costo più basso, lasciando un deserto industriale e occupazionale; il governo italiano è uno dei più vili del continente, dato che stende tappeti alle imprese e non pretende la loro assolutamente nulla.

Il sindacato complice è stato perfettamente rappresentato da Carla Cantone, ex segretario generale dei pensionati Cgil, che ha assistito senza muovere un dito a tutte le riforme previdenziali degli ultimi 20 anni e chiude la sua carriera candidandosi al Parlamento con il Pd (responsabile del Jobs Act, dei voucher, dell’eliminazione degli ammortizzatori sociali, dell’abolizione dell’art. 18 e degli incentivi alle imprese senza contropartite).

I due imprenditori affacciatisi al proscenio (Giovanni Zonin, ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, e Alberto Forchielli, “imprenditore” delocalizzatosi in Thailandia) hanno mostrato il volto più infame della cosiddetta “classe dirigente” del capitalismo ad ogni latitudine. Il primo irridendo correntisti e azionisti lasciati sul lastrico con una serie di “non ricordo, sono anziano...”. Il secondo ridendo apertamente di ogni richiamo a valori come la ”dignità”, la “responsabilità”, ecc.

Due autentici delinquenti della “buona società” occidentale, che alla sbarra o si difendono dandosi del demente o sghignazzano beffardi...

Buona visione, ma con il maalox a portata di mano...

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Il caso Embraco: Calenda recita ancora

L’affaire Embraco, assurto agli onori delle cronache negli ultimi giorni, è soltanto l’ultimo episodio di una lunga serie (Fiat, Geox, Omsa, Dainese, Bianchi, Zanussi, Bialetti etc.) di attacchi sferrati al mondo del lavoro del nostro paese. La vicenda è facilmente sintetizzabile: l’azienda brasiliana Embraco, che produce compressori per frigoriferi a Riva di Chieri, in provincia di Torino, ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia e contestualmente licenziare quasi 500 lavoratori nello stabilimento italiano. Una scena purtroppo già vista, dall’esito già scritto nonostante gli strepiti in mala fede di qualche esponente di Governo che si prepara alla prossima campagna elettorale.

La cosa più drammatica, probabilmente, è che in tutta questa situazione non c’è nulla di anomalo, nulla di patologico, dato il contesto politico ed istituzionale attuale. La Slovacchia può offrire, ad un’azienda desiderosa di aumentare i propri profitti, una fantastica terna: salari enormemente più bassi rispetto all’Europa occidentale, una tassazione vantaggiosa e l’accesso al mercato unico Europeo. Il ministro Calenda, che per misteriose ragioni sta uscendo dalla vicenda come una specie di working class hero, almeno agli occhi di qualche triste commentatore politico, sintetizza in maniera piuttosto efficace la questione: “La situazione sleale dell’Est è intollerabile. Se un lavoratore è pagato la metà di quello italiano, noi non possiamo competere ad armi pari visto che questi Stati hanno pari accesso al mercato europeo. Questo è il nodo su cui si deve intervenire”. In linea di principio, non potremmo che essere d’accordo. Il problema viene fuori quando si passa alla pars costruens, alle proposte di Calenda: “Io non potrei fare una norma che dice che per Embraco il costo del lavoro è un po’ più basso, perché sarebbe un aiuto di Stato. Ma penso si possano interpretare i trattati nel senso di dire che in questo specifico caso, cioè di un’azienda che si muove verso la Slovacchia, verso la Polonia, questa normativa può essere derogata”. Tradotto: se un’azienda mi minaccia di delocalizzare verso paesi con salari e costi del lavoro più bassi, la soluzione è elemosinare con l’Europa la possibilità di garantire alla stessa azienda condizioni lavorative che non sfigurino di fronte a ciò che la Slovacchia può offrire. D’altronde, non sarebbe certo la prima volta che i lavoratori si trovano di fronte al ricatto tra perdere il lavoro o rinunciare a condizioni lavorative dignitose. Sarebbe anche curioso chiedere al ministro quale azienda, a questo punto, non eserciterebbe con lo Stato italiano lo stesso trucco. Se è sufficiente minacciare la delocalizzazione verso l’Est Europa per aspirare a sgravi fiscali e a qualche calcio in culo ai lavoratori, perché non farlo a prescindere dalle reali intenzioni di spostare la produzione?

Questi interrogativi risultano comunque probabilmente oziosi. L’Unione Europea, è utile ricordarlo, è strutturalmente costruita per permettere ad una classe transnazionale di capitalisti di ricercare le condizioni di produzione più vantaggiose ed il luogo dove poter pagare i salari più bassi, per poi rivendere i propri prodotti all’interno del mercato unico europeo. La libertà di circolazione dei capitali e delle merci sono due pilastri dell’architettura istituzionale europea. Si può fare finta di ignorarlo, magari facendo un po’ di pantomima a Bruxelles per dare almeno l’impressione di avere a cuore gli interessi del proprio paese. Oppure se ne possono trarre le conclusioni logiche, lottare per rompere la gabbia dell’Unione Europea e riappropriarsi della possibilità di fare politica industriale ed intervento pubblico nell’economia. Tertium non datur.

di Coniare Rivolta, collettivo di economisti – https://coniarerivolta.wordpress.com/

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21/02/2018

Delocalizzazioni e intervento pubblico in economia

Il caso Embraco per il quale sono previsti 497 licenziamenti (senza dimenticare quelli Asset, Kflex, Alstom, tanto per restare alla stretta attualità) ha riportato in primo piano il tema delle delocalizzazioni selvagge.

Inutile spiegare il meccanismo ben noto a tutti, drammaticamente.

Il ministro Calenda (già molto cauto circa la risoluzione della vicenda Alcoa) è sbottato parlando di “gentaglia” con riferimento ai padroni e ha invocato l’intervento dell’Europa e proposto la costituzione di un fondo statale da utilizzarsi per affrontare, appunto, il fenomeno.

Fenomeno che da decenni devasta il nostro panorama industriale, reso sempre più debole dalla progressiva assenza nei settori strategici, dall’incapacità di affrontare il tema del rapporto tra ambiente e industria, dal processo di dismissione dell’IRI e di privatizzazioni avviato fin dal pentapartito negli anni ’80, con Prodi Commissario della stessa IRI (1982 – 1989, con cessione di 29 aziende e liquidazione di Italsider, Italstat, Finsider) e, in precedenza, ministro dell’Industria con Andreotti presidente del consiglio (governo Andreotti IV, VII legislatura). Questo per la verità storica.

Ciò ricordato appare indispensabile per la sinistra d’opposizione portare nel dibattito politico almeno tre punti fondamentali:

1) non si tratta di invocare l’Europa ma di rompere la gabbia che la UE ha costruito intorno alle ragioni della produzione;

2) il “fondo” invocato dal Ministro appare come un semplice palliativo. Il punto sta nella possibilità di programmazione pubblica dell’economia e di intervento diretto dello Stato all’interno di un processo complessivo di reindustrializzazione del Paese: processo di ammodernamento tecnologico, recupero dei siti industriali uscendo dalla logica speculativa, ambientalizzazione delle produzioni. Insomma: un grande sforzo di investimenti programmati e finalizzati in luogo della miriade di bonus, incentivi, sgravi, ecc;

3) la gestione pubblica di utilities energetiche e infrastrutture in funzione appunto di un piano industriale.

Ovviamente siamo di fronte ad ostacoli molto difficili da superare per attuare un piano del genere (attenzione, però: la globalizzazione sta cambiando verso, almeno nella forma considerata fin dagli anni’80) ma la sinistra d’opposizione ha l’obbligo di impadronirsi di questi temi, farne oggetto di proposta politica in una logica di concreta alternativa di sistema.

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20/02/2018

Embraco. Saltata la trattativa. La multinazionale delocalizzerà in Slovacchia

La proprietà della Embraco (in mano alla multinazionale Whirlpool), ha detto no all’ipotesi di mettere in cassa integrazione i circa 500 lavoratori dello stabilimento piemontese di Riva di Chieri. Si è chiusa così la trattativa al ministero dello Sviluppo Economico. Un atteggiamento che ha fatto saltare i nervi addirittura al ministro Carlo Calenda secondo cui “Si conferma un atteggiamento di totale irresponsabilità. Non ricevo più questa gente e neanche i loro consulenti italiani che sono peggio di loro”. “Ora attiveremo un percorso con Invitalia per cercare una soluzione al più presto” ha detto il ministro. Invitalia è l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri e lo sviluppo d’impresa, gestita dal Ministero dell’Economia

L’Embraco, gruppo brasiliano, che fa parte della multinazionale statunitense Whirlpool, ha avanzato la proposta di mettere i lavoratori in part time fino a novembre, ma nel frattempo si prepara a smantellare gli impianti e a delocalizzarli in Slovacchia.

La Whirlpool, nel 2014 aveva rilevato il gruppo marchigiano Indesit dalla famiglia Merloni battendo la concorrenza di una azienda cinese, la Hayer. La multinazionale statunitense aveva già minacciato più volte migliaia di esuberi (2.060 in tutto), prima di prendere l’impegno formale a non licenziare nessuno fino al 2018. Un anno entro il quale la multinazionale statunitense aveva previsto di spendere 514 milioni, cifra inserita nel budget previsionale (220 milioni di euro spesi da inizio 2015 a inizio 2017). Impegno che però, per quanto riguarda la fornitura di beni intermedi, ha lasciato fuori la controllata Embraco e i 500 lavoratori che producono compressori. Da qui la decisione di delocalizzare in Slovacchia, uno dei paesi a bassi salari in cui il regime fiscale favorevole agli investimenti delle multinazionali mostra tutti i profili di dumping fiscale e dumping salariale.

Lo stesso Calenda ha confermato che domani sarà a Bruxelles per incontrare la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager proprio sulla vicenda Embraco e sul regime di agevolazioni fiscali applicato dalla Slovacchia alle imprese straniere.

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