Si è tenuto ieri l’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico per la vertenza dello stabilimento Whirlpool di Napoli, che la multinazionale americana ha dichiarato di voler chiudere. Sotto al Ministero, mentre era in corso l’incontro, c’erano i 430 lavoratori e lavoratrici dello stabilimento di via Argine.
L’azienda ha ventilato l’ipotesi di continuare a produrre le lavatrici a Napoli. Il governo, dal canto suo, ha comunicato di aver predisposto un decreto, che sarà in votazione la settimana prossima, attraverso il quale l’azienda risparmierebbe 17 milioni di euro in 15 mesi attraverso la decontribuzione dei contratti di solidarietà”.
Oggi è prevista l’assemblea nello stabilimento di Napoli, e la prossima settimana ci potrebbe essere il prossimo incontro, in sede tecnica, tra le parti.
Il confronto sul sito Whirlpool di Napoli – fa sapere il Mise in una nota diffusa al termine dell’incontro – proseguirà sulle ipotesi “che prevedono di investire nei prodotti di alta gamma, di spostare in Italia alcune produzioni realizzate all’estero e di individuare una nuova mission per il sito di Napoli, attraverso la realizzazione di un nuovo prodotto”. “È stata categoricamente esclusa la possibilità di procedere a uno spostamento delle produzioni tra gli stabilimenti presenti in Italia, l‘obiettivo da perseguire è quello di “garantire la continuità produttiva e la salvaguardia di tutti i lavoratori del sito di Napoli”.
Ma dietro le rassicuranti dichiarazioni di facciata si affacciano alcune incognite. La Whirlpool, infatti vorrebbe coinvolgere nell’affare l’ex direttore generale di Italcementi, Giovanni Battista Ferrario, che trasformerebbe lo stabilimento di via Ergine in un container frigoriferi, mantenendo però 412 dipendenti.
La multinazionale statunitense avrebbe proposto due alternative a Luigi Di Maio. La prima è che il ministro del Lavoro convochi, entro sette giorni, un tavolo per esplicitare l’avvio della trattativa. La seconda è che la Whirlpool vada direttamente a trattare con i sindacati facendo balenare la “soluzione Ferrario”.
Ma il ministro del Lavoro sembra non fidarsi della stabilità di Ferrario. L’ex manager dell’Italcementi, che probabilmente trasformerà lo stabilimento di lavatrici di alta gamma in un container frigoriferi, secondo la trattativa, investirebbe 30 milioni. Altri 20 milioni saranno investiti dalla Whirlpool per la ristrutturazione delle linee aziendali, ma anche per ottenere una quota della nuova azienda. Il Ministero dello Sviluppo Economico ritiene però che l’ex direttore di Italcementi non abbia già in mano un accordo con un ex socio cinese, ma solo un’intesa, in via di definizione, con un’azienda cinese che produce frigoriferi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2019
Whirlpool: una storia di ordinario ricatto
La mattina del 31 maggio scorso gli
operai della Whirlpool del sito di Napoli trovavano chiusi i battenti
della propria fabbrica di lavatrici. Il giorno stesso la multinazionale
di elettrodomestici nord-americana annunciava la volontà di smantellare
lo stabilimento di Napoli, lasciando sul lastrico circa 420 lavoratori,
per delocalizzare la produzione in Polonia. Iniziava – o meglio
continuava, viste le numerose vicende pregresse – una delle tante e
terribili storie di delocalizzazione, minacciata o realizzata, che si
sono consumate in Italia e altrove nel corso degli ultimi anni.
Subito, come da rituale, si sono sollevate le grida di scandalo da parte di politici di maggioranza e opposizione, i quali hanno fatto a gara nel mostrare il proprio sdegno parolaio nei confronti della scelta della multinazionale. Il tutto è stato coronato dalla polemica sollevata dall’opposizione verso il Ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, reo, da quanto è emerso dalle dichiarazioni dei vertici della Whirlpool, di conoscere da tempo le intenzioni della multinazionale, ma di avere aspettato che passassero le elezioni europee per portare la vicenda alla luce del sole. Da parte propria Di Maio ha cercato di alzare i toni dello scontro con la società americana, minacciando la revoca di sussidi per 27 milioni, fondi che l’azienda ha ricevuto negli ultimi 5 anni a fronte dell’impegno a mantenere attivi gli stabilimenti produttivi siti in Italia.
L’aspetto più vistoso (e inutile) che emerge dalla vicenda Whirlpool, ad un mese dal suo ennesimo sviluppo, è una squallida polemica tra schieramenti politici che, al di là delle scenette di circostanza, condividono la stessa impostazione economica di fondo. Più in profondità, però, si muove il vero protagonista della storia, un protagonista che nelle sue linee essenziali nessuno osa mettere in discussione e che si articola come un duplice dogma, le cui due facce sono la libera circolazione dei capitali e la presunta impossibilità per uno Stato di agire da protagonista nel sistema economico.
Di certo, le minacce lanciate dal Ministro dello sviluppo economico sono subito apparse assai poco concrete. La pezza d’appoggio su cui Di Maio ha provato a costruire la sua pantomima è stata la cosiddetta normativa “anti-delocalizzazioni”, inclusa nel Decreto Dignità dell’agosto scorso. Nella sua versione originale tale normativa prevedeva, per le imprese che decidono di delocalizzare, l’obbligo di restituire i fondi statali già ricevuti; è inoltre prevista nella norma una sanzione amministrativa per un importo da due a quattro volte quello dell’aiuto fruito, con la maggiorazione di un interesse aumentato di cinque punti percentuali rispetto al tasso ufficiale di riferimento.
Queste prescrizioni, tuttavia, sono state fortissimamente depotenziate nella versione finale del decreto, a seguito di una tirata di orecchie di Bruxelles. Poiché in contrasto con il fondamento stesso delle norme comunitarie, si deve intendere che le sanzioni non si applicano alle delocalizzazioni che avvengono all’interno dell’area UE e SEE (Spazio Economico Europeo, ovvero UE più Norvegia, Islanda e Liechtenstein).
Tuttavia, la normativa prevede la perdita del beneficio (e le relative sanzioni) anche in caso di delocalizzazioni intraeuropee qualora i sussidi siano stati specificamente destinati allo sviluppo di un sito produttivo (in questo caso sussisterebbe una violazione degli obiettivi del programma di sussidi, e non una generica promozione dell’attività economica del soggetto beneficiario). Nel caso della Whirlpool, i fondi ricevuti specificamente per il sito di Napoli minacciato dalla delocalizzazione sarebbero ‘solo’ 8 dei 27 milioni citati, gli unici quindi ‘restituibili’ ai sensi del restante perimetro di applicazione delle norme del Decreto Dignità. Sempre ammesso che la norma sia ‘retroattiva’, ossia applicabile a fronte di un accordo, quello tra Stato e Whirlpool, avvenuto prima (Ottobre 2018) dell’entrata in vigore del Decreto Dignità (Novembre 2018). I restanti 19 milioni non potrebbero comunque essere revocati se la delocalizzazione avvenisse, come minacciato dalla Whirpool, in area europea.
Torniamo ai fatti. Pochi giorni dopo l’annuncio shock e la pronta ‘minaccia’ chiacchierona del Ministro dello Sviluppo economico, la multinazionale, tramite l’amministratore delegato di Whirlpool Italia, ha assicurato che “non intende chiudere ma individuare soluzioni per garantire posti di lavoro sostenibili di lungo tempo”, specificando che “ad oggi una soluzione non l’abbiamo”.
Dopo giorni di tentennamenti e dichiarazioni pubbliche rassicuranti da parte della società statunitense, infine, l’incontro al Mise del 26 giugno si chiudeva in termini inconcludenti: la Whirlpool si impegna a non dismettere il sito napoletano, ma ribadisce che proseguirà nel piano orientato al ripianamento delle perdite degli esercizi 2018 e primo semestre 2019. Insomma, parole ambigue che lasciano spazio a soluzioni diverse. Per l’11 luglio è stato convocato al Mise un altro tavolo di confronto sulla situazione occupazionale e produttiva dell’azienda.
Non è ancora chiaro come finirà la vicenda, ma ciò che è chiarissimo ed emblematico, in questa come in altre decine di storie simili che si sono consumate negli ultimi anni, è lo stato di soggezione e ricatto permanente di un Paese al cospetto di una società multinazionale, dalle cui scelte aziendali dipende la vita quotidiana di migliaia di lavoratori e il destino occupazionale e di sviluppo economico del Paese stesso. La storia recente della stessa Whirlpool, del resto, sta lì a dimostrarlo con terribile evidenza. Nel 2006, con l’acquisizione della Maytag Corporation, fino ad allora sua principale concorrente nel mercato statunitense, Whirlpool è divenuto il maggior produttore mondiale di elettrodomestici. Dal 2007 al 2017 la multinazionale ha praticato una politica aggressiva di espansione sui mercati mondiali, raggiungendo – tra il 2010 e il 2016 – utili da capogiro (tra i 100 e i 200 milioni ogni trimestre). Nel contempo, a partire dal 2010, l’azienda ha avviato, su molti siti produttivi, una fase di drastico ridimensionamento del personale, con la chiusura di stabilimenti storici e la delocalizzazione in aree a basso costo della manodopera. Emblematico il caso dello storico sito di Evansville in Indiana, negli USA: aperto nel 1956 per la produzione di frigoriferi, è stato chiuso proprio nel 2010 e trasferito in Messico, a fronte di un costo orario della manodopera quattro volte più basso. Nel giro di pochi anni il “Piano di riduzione dei costi” ha dato luogo ad una diminuzione della forza lavoro pari al 10 %, sia in Nord America che in Europa. Il piano ha determinato anche la chiusura del centro di produzione frigoriferi a Fort Smith (Arkansas); la delocalizzazione della produzione di lavastoviglie da Neunkirchen (Germania) alla Polonia; la ‘riorganizzazione’ degli stabilimenti con riduzione del personale in Italia (meno 1.000 dipendenti) negli stabilimenti di Napoli, Siena, Varese e Trento e la chiusura di uno stabilimento in Svezia.
Proprio in Italia si arriva, nel 2014, alla chiusura completa dello stabilimento di Trento, con il licenziamento di circa 500 occupati, oltre alla perdita del lavoro per circa altri 150 individui legati all’indotto.
A luglio 2014 Whirlpool intanto acquisiva il 60,4% del capitale di Indesit Company (operazione da 758 milioni), storica azienda italiana di elettrodomestici, e solamente un anno dopo ne presentava un piano di ‘riorganizzazione’, con la previsione di licenziamento di 2060 lavoratori tra operai, impiegati e amministrativi in tutti i siti italiani. Eventualità poi fugata da un accordo siglato nel luglio 2015, che prevedeva pre-pensionamenti e fondi pubblici per il mantenimento dei siti produttivi. La tempesta era solo rinviata, però, visto che nell’autunno del 2018 l’azienda annunciava che, a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi del piano di rilancio industriale 2015-2018, almeno 800 lavoratori si trovavano nuovamente a rischio esubero. Si arrivava ad un nuovo accordo a fine ottobre, con rinnovo degli aiuti pubblici, e infine alle vicende attuali, con la minaccia della chiusura dello stabilimento di Napoli.
Nel frattempo nel febbraio 2018 Embraco, società brasiliana facente parte del gruppo Whirlpool, aveva licenziato 500 lavoratori, chiudendo lo stabilimento di Riva di Chieri, in provincia di Torino, per delocalizzare la produzione in Slovacchia, dove il costo del lavoro è quasi tre volte più basso di quello italiano (10 euro contro 28 euro di costo orario).
Una telenovela senza fine a sfondo tragico, che vede un colosso internazionale dell’industria fare il bello e il cattivo tempo sulla pelle di migliaia di lavoratori, ricattare, annunciare, scendere a patti per qualche mese, estorcere denaro pubblico e infine nuovamente ricattare. Una catena di azioni orientata a ridurre il costo del lavoro per massimizzare il profitto, spostando capitali da un capo all’altro del mondo. Il tutto accompagnato dalla solita, ipocrita scusa del calo degli utili, la maniera educata con cui i padroni rivendicano e pretendono una fetta sempre maggiore della torta. Una scusa, in questo caso, anche particolarmente odiosa nella sua ipocrisia, data la storia recente di Whirlpool, fatta di delocalizzazioni e licenziamenti a tappeto anche quando l’azienda registrava utili da record e saliva alle cronache come esempio di azienda efficiente e profittevole e leader assoluto del settore. La cronaca di solamente due anni fa è lì a ricordarcelo.
A fronte di questa gigantesca tragedia socio-economica, la classe politica in tutte le sue sfaccettature si indigna e mostra contrizione. Il Di Maio di oggi che alza la voce contro la Whirlpool è il Calenda di ieri che tuonava contro la Embraco. Si fa un po’ di teatrino contro l’ingordigia del capitalista di turno e si nascondono le uniche due verità che spiegano la voluta impotenza della politica di fronte allo scempio della deindustrializzazione e dell’espulsione dei lavoratori: 1) la generale accettazione del dogma della libera circolazione dei capitali come assunto incontestato e come elemento fondativo di tutta la costruzione europea, che non significa altro che la libertà per il padrone di turno di chiudere, dall’oggi al domani, una fabbrica nel Paese A per spostarla nel Paese B, alla ricerca di salari da fame e regolamentazioni del mercato del lavoro che consentano un surplus di sfruttamento; 2) la generale accettazione dell’impossibilità, anch’essa sancita normativamente nella cornice dei trattati europei, di attuare una seria politica industriale e di forte regolamentazione dei mercati privati.
Ad oggi, lo Stato deve e può solamente assistere in disparte al dispiegarsi dei meccanismi di mercato, dove vige la legge della giungla e il lavoratore e l’ambiente sono accessori utili solamente nella misura in cui possono essere spremuti per aumentare i profitti. Soltanto una chiara e drastica limitazione dei movimenti di capitale, con imposizione di un’elevata tassazione a carico di chiunque decida di traferire il capitale in altri Paesi, può evitare, all’origine, il fenomeno della delocalizzazione produttiva alla ricerca di un più intenso sfruttamento del lavoro o di condizioni fiscali più vantaggiose. Così come soltanto una piena riconquista da parte dello Stato della capacità di essere protagonista dello sviluppo economico, anche tramite la proprietà pubblica nei settori strategici, socialmente sensibili o semplicemente in tutti quei casi in cui il privato minaccia dismissioni o politiche antisindacali, può frenare quell’odiosa condizione di ostaggio permanente in cui si trovano i lavoratori e un’intera collettività, alla mercé dell’instabilità e dei capricci dei capitalisti. Solamente in questa maniera si possono iniziare a gettare le fondamenta per combattere la disoccupazione, una distribuzione del reddito che dà tutto a chi ha tanto e niente a chi ha poco e un approccio predatorio nei confronti dell’ambiente e delle risorse naturali. Iniziare a fare i conti con il fatto che quest’agenda minima è incompatibile con l’attuale assetto politico ed istituzionale dell’Unione Europea è il primo passo per capire su quale piano si gioca questa battaglia.
Fonte
Subito, come da rituale, si sono sollevate le grida di scandalo da parte di politici di maggioranza e opposizione, i quali hanno fatto a gara nel mostrare il proprio sdegno parolaio nei confronti della scelta della multinazionale. Il tutto è stato coronato dalla polemica sollevata dall’opposizione verso il Ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, reo, da quanto è emerso dalle dichiarazioni dei vertici della Whirlpool, di conoscere da tempo le intenzioni della multinazionale, ma di avere aspettato che passassero le elezioni europee per portare la vicenda alla luce del sole. Da parte propria Di Maio ha cercato di alzare i toni dello scontro con la società americana, minacciando la revoca di sussidi per 27 milioni, fondi che l’azienda ha ricevuto negli ultimi 5 anni a fronte dell’impegno a mantenere attivi gli stabilimenti produttivi siti in Italia.
L’aspetto più vistoso (e inutile) che emerge dalla vicenda Whirlpool, ad un mese dal suo ennesimo sviluppo, è una squallida polemica tra schieramenti politici che, al di là delle scenette di circostanza, condividono la stessa impostazione economica di fondo. Più in profondità, però, si muove il vero protagonista della storia, un protagonista che nelle sue linee essenziali nessuno osa mettere in discussione e che si articola come un duplice dogma, le cui due facce sono la libera circolazione dei capitali e la presunta impossibilità per uno Stato di agire da protagonista nel sistema economico.
Di certo, le minacce lanciate dal Ministro dello sviluppo economico sono subito apparse assai poco concrete. La pezza d’appoggio su cui Di Maio ha provato a costruire la sua pantomima è stata la cosiddetta normativa “anti-delocalizzazioni”, inclusa nel Decreto Dignità dell’agosto scorso. Nella sua versione originale tale normativa prevedeva, per le imprese che decidono di delocalizzare, l’obbligo di restituire i fondi statali già ricevuti; è inoltre prevista nella norma una sanzione amministrativa per un importo da due a quattro volte quello dell’aiuto fruito, con la maggiorazione di un interesse aumentato di cinque punti percentuali rispetto al tasso ufficiale di riferimento.
Queste prescrizioni, tuttavia, sono state fortissimamente depotenziate nella versione finale del decreto, a seguito di una tirata di orecchie di Bruxelles. Poiché in contrasto con il fondamento stesso delle norme comunitarie, si deve intendere che le sanzioni non si applicano alle delocalizzazioni che avvengono all’interno dell’area UE e SEE (Spazio Economico Europeo, ovvero UE più Norvegia, Islanda e Liechtenstein).
Tuttavia, la normativa prevede la perdita del beneficio (e le relative sanzioni) anche in caso di delocalizzazioni intraeuropee qualora i sussidi siano stati specificamente destinati allo sviluppo di un sito produttivo (in questo caso sussisterebbe una violazione degli obiettivi del programma di sussidi, e non una generica promozione dell’attività economica del soggetto beneficiario). Nel caso della Whirlpool, i fondi ricevuti specificamente per il sito di Napoli minacciato dalla delocalizzazione sarebbero ‘solo’ 8 dei 27 milioni citati, gli unici quindi ‘restituibili’ ai sensi del restante perimetro di applicazione delle norme del Decreto Dignità. Sempre ammesso che la norma sia ‘retroattiva’, ossia applicabile a fronte di un accordo, quello tra Stato e Whirlpool, avvenuto prima (Ottobre 2018) dell’entrata in vigore del Decreto Dignità (Novembre 2018). I restanti 19 milioni non potrebbero comunque essere revocati se la delocalizzazione avvenisse, come minacciato dalla Whirpool, in area europea.
Torniamo ai fatti. Pochi giorni dopo l’annuncio shock e la pronta ‘minaccia’ chiacchierona del Ministro dello Sviluppo economico, la multinazionale, tramite l’amministratore delegato di Whirlpool Italia, ha assicurato che “non intende chiudere ma individuare soluzioni per garantire posti di lavoro sostenibili di lungo tempo”, specificando che “ad oggi una soluzione non l’abbiamo”.
Dopo giorni di tentennamenti e dichiarazioni pubbliche rassicuranti da parte della società statunitense, infine, l’incontro al Mise del 26 giugno si chiudeva in termini inconcludenti: la Whirlpool si impegna a non dismettere il sito napoletano, ma ribadisce che proseguirà nel piano orientato al ripianamento delle perdite degli esercizi 2018 e primo semestre 2019. Insomma, parole ambigue che lasciano spazio a soluzioni diverse. Per l’11 luglio è stato convocato al Mise un altro tavolo di confronto sulla situazione occupazionale e produttiva dell’azienda.
Non è ancora chiaro come finirà la vicenda, ma ciò che è chiarissimo ed emblematico, in questa come in altre decine di storie simili che si sono consumate negli ultimi anni, è lo stato di soggezione e ricatto permanente di un Paese al cospetto di una società multinazionale, dalle cui scelte aziendali dipende la vita quotidiana di migliaia di lavoratori e il destino occupazionale e di sviluppo economico del Paese stesso. La storia recente della stessa Whirlpool, del resto, sta lì a dimostrarlo con terribile evidenza. Nel 2006, con l’acquisizione della Maytag Corporation, fino ad allora sua principale concorrente nel mercato statunitense, Whirlpool è divenuto il maggior produttore mondiale di elettrodomestici. Dal 2007 al 2017 la multinazionale ha praticato una politica aggressiva di espansione sui mercati mondiali, raggiungendo – tra il 2010 e il 2016 – utili da capogiro (tra i 100 e i 200 milioni ogni trimestre). Nel contempo, a partire dal 2010, l’azienda ha avviato, su molti siti produttivi, una fase di drastico ridimensionamento del personale, con la chiusura di stabilimenti storici e la delocalizzazione in aree a basso costo della manodopera. Emblematico il caso dello storico sito di Evansville in Indiana, negli USA: aperto nel 1956 per la produzione di frigoriferi, è stato chiuso proprio nel 2010 e trasferito in Messico, a fronte di un costo orario della manodopera quattro volte più basso. Nel giro di pochi anni il “Piano di riduzione dei costi” ha dato luogo ad una diminuzione della forza lavoro pari al 10 %, sia in Nord America che in Europa. Il piano ha determinato anche la chiusura del centro di produzione frigoriferi a Fort Smith (Arkansas); la delocalizzazione della produzione di lavastoviglie da Neunkirchen (Germania) alla Polonia; la ‘riorganizzazione’ degli stabilimenti con riduzione del personale in Italia (meno 1.000 dipendenti) negli stabilimenti di Napoli, Siena, Varese e Trento e la chiusura di uno stabilimento in Svezia.
Proprio in Italia si arriva, nel 2014, alla chiusura completa dello stabilimento di Trento, con il licenziamento di circa 500 occupati, oltre alla perdita del lavoro per circa altri 150 individui legati all’indotto.
A luglio 2014 Whirlpool intanto acquisiva il 60,4% del capitale di Indesit Company (operazione da 758 milioni), storica azienda italiana di elettrodomestici, e solamente un anno dopo ne presentava un piano di ‘riorganizzazione’, con la previsione di licenziamento di 2060 lavoratori tra operai, impiegati e amministrativi in tutti i siti italiani. Eventualità poi fugata da un accordo siglato nel luglio 2015, che prevedeva pre-pensionamenti e fondi pubblici per il mantenimento dei siti produttivi. La tempesta era solo rinviata, però, visto che nell’autunno del 2018 l’azienda annunciava che, a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi del piano di rilancio industriale 2015-2018, almeno 800 lavoratori si trovavano nuovamente a rischio esubero. Si arrivava ad un nuovo accordo a fine ottobre, con rinnovo degli aiuti pubblici, e infine alle vicende attuali, con la minaccia della chiusura dello stabilimento di Napoli.
Nel frattempo nel febbraio 2018 Embraco, società brasiliana facente parte del gruppo Whirlpool, aveva licenziato 500 lavoratori, chiudendo lo stabilimento di Riva di Chieri, in provincia di Torino, per delocalizzare la produzione in Slovacchia, dove il costo del lavoro è quasi tre volte più basso di quello italiano (10 euro contro 28 euro di costo orario).
Una telenovela senza fine a sfondo tragico, che vede un colosso internazionale dell’industria fare il bello e il cattivo tempo sulla pelle di migliaia di lavoratori, ricattare, annunciare, scendere a patti per qualche mese, estorcere denaro pubblico e infine nuovamente ricattare. Una catena di azioni orientata a ridurre il costo del lavoro per massimizzare il profitto, spostando capitali da un capo all’altro del mondo. Il tutto accompagnato dalla solita, ipocrita scusa del calo degli utili, la maniera educata con cui i padroni rivendicano e pretendono una fetta sempre maggiore della torta. Una scusa, in questo caso, anche particolarmente odiosa nella sua ipocrisia, data la storia recente di Whirlpool, fatta di delocalizzazioni e licenziamenti a tappeto anche quando l’azienda registrava utili da record e saliva alle cronache come esempio di azienda efficiente e profittevole e leader assoluto del settore. La cronaca di solamente due anni fa è lì a ricordarcelo.
A fronte di questa gigantesca tragedia socio-economica, la classe politica in tutte le sue sfaccettature si indigna e mostra contrizione. Il Di Maio di oggi che alza la voce contro la Whirlpool è il Calenda di ieri che tuonava contro la Embraco. Si fa un po’ di teatrino contro l’ingordigia del capitalista di turno e si nascondono le uniche due verità che spiegano la voluta impotenza della politica di fronte allo scempio della deindustrializzazione e dell’espulsione dei lavoratori: 1) la generale accettazione del dogma della libera circolazione dei capitali come assunto incontestato e come elemento fondativo di tutta la costruzione europea, che non significa altro che la libertà per il padrone di turno di chiudere, dall’oggi al domani, una fabbrica nel Paese A per spostarla nel Paese B, alla ricerca di salari da fame e regolamentazioni del mercato del lavoro che consentano un surplus di sfruttamento; 2) la generale accettazione dell’impossibilità, anch’essa sancita normativamente nella cornice dei trattati europei, di attuare una seria politica industriale e di forte regolamentazione dei mercati privati.
Ad oggi, lo Stato deve e può solamente assistere in disparte al dispiegarsi dei meccanismi di mercato, dove vige la legge della giungla e il lavoratore e l’ambiente sono accessori utili solamente nella misura in cui possono essere spremuti per aumentare i profitti. Soltanto una chiara e drastica limitazione dei movimenti di capitale, con imposizione di un’elevata tassazione a carico di chiunque decida di traferire il capitale in altri Paesi, può evitare, all’origine, il fenomeno della delocalizzazione produttiva alla ricerca di un più intenso sfruttamento del lavoro o di condizioni fiscali più vantaggiose. Così come soltanto una piena riconquista da parte dello Stato della capacità di essere protagonista dello sviluppo economico, anche tramite la proprietà pubblica nei settori strategici, socialmente sensibili o semplicemente in tutti quei casi in cui il privato minaccia dismissioni o politiche antisindacali, può frenare quell’odiosa condizione di ostaggio permanente in cui si trovano i lavoratori e un’intera collettività, alla mercé dell’instabilità e dei capricci dei capitalisti. Solamente in questa maniera si possono iniziare a gettare le fondamenta per combattere la disoccupazione, una distribuzione del reddito che dà tutto a chi ha tanto e niente a chi ha poco e un approccio predatorio nei confronti dell’ambiente e delle risorse naturali. Iniziare a fare i conti con il fatto che quest’agenda minima è incompatibile con l’attuale assetto politico ed istituzionale dell’Unione Europea è il primo passo per capire su quale piano si gioca questa battaglia.
Fonte
05/06/2019
Whirlpool: la necessità dell’intervento pubblico contro lo strapotere delle multinazionali
A poche ore dalla conclusione del primo tavolo al Ministro dello Sviluppo Economico, a Roma, che ha discusso della vicenda Whirlpool di Napoli occorre fare qualche considerazione utile sia per gli sviluppi di questa vertenza ma anche con uno sguardo al lungo (e drammatico) “elenco di tavoli di crisi aziendali” che languono sulle scrivanie del Ministero.
Diciamo subito che il caso Whirlpool stupisce solo chi non ha in mente – o finge di non conoscere – il modus operandi delle grandi aziende multinazionali, le quali agiscono sulla base della propria mission: il massimo tasso di profittabilità e la continua svalorizzazione della forza lavoro. Questa realtà non è nuova ed è tutta dentro la moderna configurazione del capitalismo contemporaneo.
La storia industriale del nostro paese ha già conosciuto (e pagato) vicende come quelle che si stanno consumando in questi giorni a Napoli. In particolare il Sud d’Italia ha vissuto intere stagioni sociali e sindacali che hanno fatto i conti materiali con tale “humus ambientale”, in cui le multinazionali hanno goduto del massimo di discrezionalità possibile beneficiando, da un lato, di ogni tipo di incentivi e sgravi e, dall’altro, della disponibilità collaborazionista delle organizzazioni sindacali complici nel concedere deroghe ai già ristretti vincoli orari e salariali cui sono costretti le lavoratrici e i lavoratori.
Quando poi – negli asettici uffici delle governance aziendali – qualche grafico indicava o un rallentamento degli indici o si intravedevano paesi dove era possibile estorcere il lavoro ad un costo minore, i vari manager di queste vere e proprie organizzazioni criminali sfornavano esuberi, tagli lineari, ristrutturazioni e l’intero armamentario delle strumentazione normativa antioperaia mettendo, al di là del formalismo giuridico, sotto i piedi qualsiasi presunta etica, gli accordi sottoscritti e i protocolli firmati.
Stridono, dunque, e provocano viva irritazione le dichiarazioni di queste ore in cui esponenti di partiti, vertici istituzionali, uomini di Confindustria, Confcommercio e della cosiddetta società civile, mostrano il massimo dell’ipocrisia possibile nel dichiarare “stupore per le improvvise decisioni aziendali e preoccupazione per i lavoratori”.
Mai come in questo periodo – in un’area metropolitana come quella partenopea – dove gli storici e strutturali fattori di sofferenza sociale conoscono una ennesima impennata, è veramente stomachevole assistere alle lacrime di coccodrillo e alle rituali processioni alle porte della Whirlpool di quanti, a vario titolo, sono parte costitutiva e scatenante degli attuali problemi dei lavoratori di questa fabbrica e, più in generale, dell’intero mondo del lavoro.
Da questo punto di vista le dichiarazioni dei giorni scorsi (da parte di tutti gli attori istituzionali di questa vicenda) sono stati il massimo della fumisteria possibile e sono state tutte incardinate ad una squallida polemica – in basso politichese e ancora fortemente condizionate dal clima post/elettorale – dove ognuno era interessato a marcare la sua posizione esprimendo o “la critica al governo che non ha vigilato” o un generico “richiamo alle responsabilità della multinazionale”.
Insomma, ancora una volta, non si racconta e rappresenta la verità dei fatti e si è, invece, squadernato l’abituale copione che fa da corollario a queste “vicende sindacali simboliche” dove l’esito sembra quasi già scritto e dove il costo umano e sociale sarà scaricato sui lavoratori, sull’economia dell’indotto e sul già manomesso territorio.
Venendo alle risultanze dell’incontro al Ministero di Luigi Di Maio – svolto nel pomeriggio di martedì 4 giugno – l’azienda ha chiesto tempo per un nuovo incontro. Whirlpool ha dichiarato che è in atto a Napoli, a Carinaro e negli altri siti distribuiti in Italia, l'avvio di un processo di ristrutturazione, senza specificare forme e modalità di questo piano. Inoltre, sempre a detta dei rappresentanti dell’azienda, nello stabilimento napoletano si registrerebbero delle alte perdite di esercizio a cui intenderebbero “rimediare”.
Da parte del Ministro del Lavoro, Di Maio, c’è stata una evidente incazzatura verso il comportamento dell’azienda che ha, palesemente, non onorato gli impegni assunti in precedenza ed è stata palesata la possibilità di intervenire sul sistema degli incentivi di cui ha goduto, e gode tutt’ora, la multinazionale.
Ma, oltre all’incazzatura di Di Maio, non ci sembra che il Ministro o il Governo abbiano chiara una possibile linea di intervento sui numerossimi casi di “crisi industriali e produttive” di cui pullula il paese.
Nel palazzo del MISE si oscilla, anche a seconda dei vari interlocutori ministeriali, dall’enunciare reprimende generiche verso gli “industriali inadempienti” a promesse di “risolvere i bacini di crisi”, ma sul versante dei risultati concreti e verificabili il bilancio è deludente, assolutamente non all’altezza della gravità della crisi generale del sistema industriale del paese. Si ha la sensazione che i 5 Stelle orientino la loro azione più sull'“effetto annuncio” e molto meno sui risultati concreti, come per il “modello Reddito di Cittadinanza”; grande battage pubblicitario, ma una misura reale molto al di sotto delle aspettative sollevate.
Per quanto riguarda Cgil, Cisl e Uil cosa dire? In questo caso è come “sparare sulla Croce Rossa”. I vertici di queste organizzazioni sono quelli che, periodicamente, hanno firmato (alla Whirlpool e non solo) tutti gli accordi che sono all’origine dell’attuale situazione in cui versano i lavoratori. Cgil, Cisl e Uil – al momento – non hanno avanzato uno straccio di proposta organica in grado di tutelare almeno gli attuali occupati alla Whirlpool, ma si evidenzia – anche in questo avvio di “trattativa” – una linea di condotta di mera richiesta al Governo affinché “imponga all’azienda il rispetto degli accordi precedenti” o un paradossale “appello all’azienda ed ai suoi compiti produttivi”.
Cgil, Cisl e Uil hanno diffuso in tutti questi anni la logica dei “sacrifici necessari”, spalancando il varco alla libera iniziativa del padronato e delle multinazionali. L’accordo dell’ottobre 2018 è frutto di tale approccio. L’aver propugnato la filosofia della “riduzione del danno” è stato l’ulteriore elemento che ha contribuito all’attuale frammentazione della forza – politica e materiale – dei lavoratori, allargando oltremodo le maglie alla deregolamentazione autoritaria della forza lavoro.
Occorre essere onesti e chiari quando il contendere sono il lavoro e le condizioni di vita degli operai. Per cui è evidente – considerando anche la situazione politica generale – che le prospettive che si delineano per i lavoratori della Whirlpool non sono affatto rosee.
E’ questo, quindi, il tempo della verità e non delle mistificazioni.
Tale consapevolezza occorre averla in mente altrimenti, anche inconsapevolmente, si può contribuire al disegno padronale di ridimensionare e/o chiudere il sito di Napoli.
Piaccia o meno, per salvare il lavoro alla Whirlpool ci vuole la ripresa dell‘Intervento dello Stato nell’Economia, che significa: di fronte all’insolvenza ed alla fuga della multinazionale, lo Stato (anche attraverso organismi come Invitalia, l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo d’Impresa) deve requisire lo stabilimento ed avviare una gestione seria della produzione; e solo, eventualmente, avviare la ricerca di nuovi imprenditori sul mercato.
Una prospettiva del genere che non è ancora – si badi bene – la classica nazionalizzazione fa urlare allo scandalo gli apologeti della gabbia dell’Unione Europea, la quale non gradirebbe una misura del genere definendola “aiuti di Stato oltre i vincoli europei”.
Questa costruzione normativa antioperaia, che calpesta ogni forma di elementare “sovranità nazionale e di sovranità popolare”, va infranta con la consapevolezza dell’importanza della posta in gioco, ben oltre un approccio meramente sindacale o settoriale, che sarebbe inadeguato alla complessità delle questioni.
La sfida – tra chi produce chiacchiere o fake news e chi intende porre un argine alla fuga delle multinazionali – si misura su tale terreno ed è questa la soglia politica ed economica attorno cui sfidare anche “l’ammuina dei 5 Stelle” e le urlate dichiarazioni di Di Maio.
Certo un obiettivo di tale portata necessità di un sovrappiù di consapevolezza e di lotta e, soprattutto, un cambio di paradigma interpretativo su come le vertenze operaie si posizionano, sempre costrette al piano inclinato delle trattative soggette alla spada di Damocle del padronato e al ricatto delle multinazionali. Altre soluzioni appaiono, francamente, impossibili.
Naturalmente – conoscendo la storica astuzia delle multinazionali o il politicantismo dei nostri governanti – non è escluso che si possa addivenire a qualche “soluzione tampone” la quale, però, anche sulla scorta del bilancio del complesso delle vertenze sindacali degli ultimi anni, si configurerebbe come una sorta di “bomba ad orologeria”, pronta ad esplodere al prossimo “mezzo punto di percentuale di profitto in meno”.
Il nostro impegno – politico e sindacale – sarà orientato ad impedire questo copione, che è ormai un insopportabile ed anacronistico remake.
Fonte
Diciamo subito che il caso Whirlpool stupisce solo chi non ha in mente – o finge di non conoscere – il modus operandi delle grandi aziende multinazionali, le quali agiscono sulla base della propria mission: il massimo tasso di profittabilità e la continua svalorizzazione della forza lavoro. Questa realtà non è nuova ed è tutta dentro la moderna configurazione del capitalismo contemporaneo.
La storia industriale del nostro paese ha già conosciuto (e pagato) vicende come quelle che si stanno consumando in questi giorni a Napoli. In particolare il Sud d’Italia ha vissuto intere stagioni sociali e sindacali che hanno fatto i conti materiali con tale “humus ambientale”, in cui le multinazionali hanno goduto del massimo di discrezionalità possibile beneficiando, da un lato, di ogni tipo di incentivi e sgravi e, dall’altro, della disponibilità collaborazionista delle organizzazioni sindacali complici nel concedere deroghe ai già ristretti vincoli orari e salariali cui sono costretti le lavoratrici e i lavoratori.
Quando poi – negli asettici uffici delle governance aziendali – qualche grafico indicava o un rallentamento degli indici o si intravedevano paesi dove era possibile estorcere il lavoro ad un costo minore, i vari manager di queste vere e proprie organizzazioni criminali sfornavano esuberi, tagli lineari, ristrutturazioni e l’intero armamentario delle strumentazione normativa antioperaia mettendo, al di là del formalismo giuridico, sotto i piedi qualsiasi presunta etica, gli accordi sottoscritti e i protocolli firmati.
Stridono, dunque, e provocano viva irritazione le dichiarazioni di queste ore in cui esponenti di partiti, vertici istituzionali, uomini di Confindustria, Confcommercio e della cosiddetta società civile, mostrano il massimo dell’ipocrisia possibile nel dichiarare “stupore per le improvvise decisioni aziendali e preoccupazione per i lavoratori”.
Mai come in questo periodo – in un’area metropolitana come quella partenopea – dove gli storici e strutturali fattori di sofferenza sociale conoscono una ennesima impennata, è veramente stomachevole assistere alle lacrime di coccodrillo e alle rituali processioni alle porte della Whirlpool di quanti, a vario titolo, sono parte costitutiva e scatenante degli attuali problemi dei lavoratori di questa fabbrica e, più in generale, dell’intero mondo del lavoro.
Da questo punto di vista le dichiarazioni dei giorni scorsi (da parte di tutti gli attori istituzionali di questa vicenda) sono stati il massimo della fumisteria possibile e sono state tutte incardinate ad una squallida polemica – in basso politichese e ancora fortemente condizionate dal clima post/elettorale – dove ognuno era interessato a marcare la sua posizione esprimendo o “la critica al governo che non ha vigilato” o un generico “richiamo alle responsabilità della multinazionale”.
Insomma, ancora una volta, non si racconta e rappresenta la verità dei fatti e si è, invece, squadernato l’abituale copione che fa da corollario a queste “vicende sindacali simboliche” dove l’esito sembra quasi già scritto e dove il costo umano e sociale sarà scaricato sui lavoratori, sull’economia dell’indotto e sul già manomesso territorio.
Venendo alle risultanze dell’incontro al Ministero di Luigi Di Maio – svolto nel pomeriggio di martedì 4 giugno – l’azienda ha chiesto tempo per un nuovo incontro. Whirlpool ha dichiarato che è in atto a Napoli, a Carinaro e negli altri siti distribuiti in Italia, l'avvio di un processo di ristrutturazione, senza specificare forme e modalità di questo piano. Inoltre, sempre a detta dei rappresentanti dell’azienda, nello stabilimento napoletano si registrerebbero delle alte perdite di esercizio a cui intenderebbero “rimediare”.
Da parte del Ministro del Lavoro, Di Maio, c’è stata una evidente incazzatura verso il comportamento dell’azienda che ha, palesemente, non onorato gli impegni assunti in precedenza ed è stata palesata la possibilità di intervenire sul sistema degli incentivi di cui ha goduto, e gode tutt’ora, la multinazionale.
Ma, oltre all’incazzatura di Di Maio, non ci sembra che il Ministro o il Governo abbiano chiara una possibile linea di intervento sui numerossimi casi di “crisi industriali e produttive” di cui pullula il paese.
Nel palazzo del MISE si oscilla, anche a seconda dei vari interlocutori ministeriali, dall’enunciare reprimende generiche verso gli “industriali inadempienti” a promesse di “risolvere i bacini di crisi”, ma sul versante dei risultati concreti e verificabili il bilancio è deludente, assolutamente non all’altezza della gravità della crisi generale del sistema industriale del paese. Si ha la sensazione che i 5 Stelle orientino la loro azione più sull'“effetto annuncio” e molto meno sui risultati concreti, come per il “modello Reddito di Cittadinanza”; grande battage pubblicitario, ma una misura reale molto al di sotto delle aspettative sollevate.
Per quanto riguarda Cgil, Cisl e Uil cosa dire? In questo caso è come “sparare sulla Croce Rossa”. I vertici di queste organizzazioni sono quelli che, periodicamente, hanno firmato (alla Whirlpool e non solo) tutti gli accordi che sono all’origine dell’attuale situazione in cui versano i lavoratori. Cgil, Cisl e Uil – al momento – non hanno avanzato uno straccio di proposta organica in grado di tutelare almeno gli attuali occupati alla Whirlpool, ma si evidenzia – anche in questo avvio di “trattativa” – una linea di condotta di mera richiesta al Governo affinché “imponga all’azienda il rispetto degli accordi precedenti” o un paradossale “appello all’azienda ed ai suoi compiti produttivi”.
Cgil, Cisl e Uil hanno diffuso in tutti questi anni la logica dei “sacrifici necessari”, spalancando il varco alla libera iniziativa del padronato e delle multinazionali. L’accordo dell’ottobre 2018 è frutto di tale approccio. L’aver propugnato la filosofia della “riduzione del danno” è stato l’ulteriore elemento che ha contribuito all’attuale frammentazione della forza – politica e materiale – dei lavoratori, allargando oltremodo le maglie alla deregolamentazione autoritaria della forza lavoro.
Occorre essere onesti e chiari quando il contendere sono il lavoro e le condizioni di vita degli operai. Per cui è evidente – considerando anche la situazione politica generale – che le prospettive che si delineano per i lavoratori della Whirlpool non sono affatto rosee.
E’ questo, quindi, il tempo della verità e non delle mistificazioni.
Tale consapevolezza occorre averla in mente altrimenti, anche inconsapevolmente, si può contribuire al disegno padronale di ridimensionare e/o chiudere il sito di Napoli.
Piaccia o meno, per salvare il lavoro alla Whirlpool ci vuole la ripresa dell‘Intervento dello Stato nell’Economia, che significa: di fronte all’insolvenza ed alla fuga della multinazionale, lo Stato (anche attraverso organismi come Invitalia, l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo d’Impresa) deve requisire lo stabilimento ed avviare una gestione seria della produzione; e solo, eventualmente, avviare la ricerca di nuovi imprenditori sul mercato.
Una prospettiva del genere che non è ancora – si badi bene – la classica nazionalizzazione fa urlare allo scandalo gli apologeti della gabbia dell’Unione Europea, la quale non gradirebbe una misura del genere definendola “aiuti di Stato oltre i vincoli europei”.
Questa costruzione normativa antioperaia, che calpesta ogni forma di elementare “sovranità nazionale e di sovranità popolare”, va infranta con la consapevolezza dell’importanza della posta in gioco, ben oltre un approccio meramente sindacale o settoriale, che sarebbe inadeguato alla complessità delle questioni.
La sfida – tra chi produce chiacchiere o fake news e chi intende porre un argine alla fuga delle multinazionali – si misura su tale terreno ed è questa la soglia politica ed economica attorno cui sfidare anche “l’ammuina dei 5 Stelle” e le urlate dichiarazioni di Di Maio.
Certo un obiettivo di tale portata necessità di un sovrappiù di consapevolezza e di lotta e, soprattutto, un cambio di paradigma interpretativo su come le vertenze operaie si posizionano, sempre costrette al piano inclinato delle trattative soggette alla spada di Damocle del padronato e al ricatto delle multinazionali. Altre soluzioni appaiono, francamente, impossibili.
Naturalmente – conoscendo la storica astuzia delle multinazionali o il politicantismo dei nostri governanti – non è escluso che si possa addivenire a qualche “soluzione tampone” la quale, però, anche sulla scorta del bilancio del complesso delle vertenze sindacali degli ultimi anni, si configurerebbe come una sorta di “bomba ad orologeria”, pronta ad esplodere al prossimo “mezzo punto di percentuale di profitto in meno”.
Il nostro impegno – politico e sindacale – sarà orientato ad impedire questo copione, che è ormai un insopportabile ed anacronistico remake.
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20/02/2018
Embraco. Saltata la trattativa. La multinazionale delocalizzerà in Slovacchia
La proprietà della Embraco (in mano alla multinazionale Whirlpool), ha detto no all’ipotesi di mettere in cassa integrazione i circa 500 lavoratori dello stabilimento piemontese di Riva di Chieri. Si è chiusa così la trattativa al ministero dello Sviluppo Economico. Un atteggiamento che ha fatto saltare i nervi addirittura al ministro Carlo Calenda secondo cui “Si conferma un atteggiamento di totale irresponsabilità. Non ricevo più questa gente e neanche i loro consulenti italiani che sono peggio di loro”. “Ora attiveremo un percorso con Invitalia per cercare una soluzione al più presto” ha detto il ministro. Invitalia è l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri e lo sviluppo d’impresa, gestita dal Ministero dell’Economia
L’Embraco, gruppo brasiliano, che fa parte della multinazionale statunitense Whirlpool, ha avanzato la proposta di mettere i lavoratori in part time fino a novembre, ma nel frattempo si prepara a smantellare gli impianti e a delocalizzarli in Slovacchia.
La Whirlpool, nel 2014 aveva rilevato il gruppo marchigiano Indesit dalla famiglia Merloni battendo la concorrenza di una azienda cinese, la Hayer. La multinazionale statunitense aveva già minacciato più volte migliaia di esuberi (2.060 in tutto), prima di prendere l’impegno formale a non licenziare nessuno fino al 2018. Un anno entro il quale la multinazionale statunitense aveva previsto di spendere 514 milioni, cifra inserita nel budget previsionale (220 milioni di euro spesi da inizio 2015 a inizio 2017). Impegno che però, per quanto riguarda la fornitura di beni intermedi, ha lasciato fuori la controllata Embraco e i 500 lavoratori che producono compressori. Da qui la decisione di delocalizzare in Slovacchia, uno dei paesi a bassi salari in cui il regime fiscale favorevole agli investimenti delle multinazionali mostra tutti i profili di dumping fiscale e dumping salariale.
Lo stesso Calenda ha confermato che domani sarà a Bruxelles per incontrare la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager proprio sulla vicenda Embraco e sul regime di agevolazioni fiscali applicato dalla Slovacchia alle imprese straniere.
Fonte
L’Embraco, gruppo brasiliano, che fa parte della multinazionale statunitense Whirlpool, ha avanzato la proposta di mettere i lavoratori in part time fino a novembre, ma nel frattempo si prepara a smantellare gli impianti e a delocalizzarli in Slovacchia.
La Whirlpool, nel 2014 aveva rilevato il gruppo marchigiano Indesit dalla famiglia Merloni battendo la concorrenza di una azienda cinese, la Hayer. La multinazionale statunitense aveva già minacciato più volte migliaia di esuberi (2.060 in tutto), prima di prendere l’impegno formale a non licenziare nessuno fino al 2018. Un anno entro il quale la multinazionale statunitense aveva previsto di spendere 514 milioni, cifra inserita nel budget previsionale (220 milioni di euro spesi da inizio 2015 a inizio 2017). Impegno che però, per quanto riguarda la fornitura di beni intermedi, ha lasciato fuori la controllata Embraco e i 500 lavoratori che producono compressori. Da qui la decisione di delocalizzare in Slovacchia, uno dei paesi a bassi salari in cui il regime fiscale favorevole agli investimenti delle multinazionali mostra tutti i profili di dumping fiscale e dumping salariale.
Lo stesso Calenda ha confermato che domani sarà a Bruxelles per incontrare la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager proprio sulla vicenda Embraco e sul regime di agevolazioni fiscali applicato dalla Slovacchia alle imprese straniere.
Fonte
23/05/2015
Whirlpool chiude. Sciopero generale a Caserta
Oltre tremila lavoratori, incazzati come difficilmente Caserta ricordava. Lo sciopero generale ha avuto una buona risposta di massa, segno che la desertificazione industriale e la chiusura dello stabilimento di Carinaro hanno fatto capire a tutti che non si può continuare ad accettare che le imprese facciano sempre quello che vogliono. Con la benedizione dei governi.
Una lunga serie di corsi - indicanti il giorno dell'assunzione in fabbrica e il 16 aprile, giorno in cui la multinazionale americana - che aveva rilevato la Indesit con la sponsorizzazione entusiastica di Matteo Renzi - ha annunciato di voler chiudere secondo un "piano" che prevede in tutta Italia almeno 2.080 licenziamenti (erano "solo" 1.350 all'inizio della trattativa...).
Hanno dato il loro apporto i lavoratori delle altra realtà industriali campane, anch'esse tutte a rischio, come Fca e l'Avio di Pomigliano, l'Alenia di Capodichino, Jabil, Firema, ecc. Presenti anche i licenziati delle aziende già chiuse da tempo, come Morteo, Ixfin, Finmek.
Imponente lo schieramento di polizia a difesa della stazione ferroviaria (per il timore che venissero occupati anche questa volta i binari) e dell'Unione Industriali.
A seguire il "volantone rosso" distribuito in piazza stamattina.
Il volantone rosso
Fonte
Una lunga serie di corsi - indicanti il giorno dell'assunzione in fabbrica e il 16 aprile, giorno in cui la multinazionale americana - che aveva rilevato la Indesit con la sponsorizzazione entusiastica di Matteo Renzi - ha annunciato di voler chiudere secondo un "piano" che prevede in tutta Italia almeno 2.080 licenziamenti (erano "solo" 1.350 all'inizio della trattativa...).
Hanno dato il loro apporto i lavoratori delle altra realtà industriali campane, anch'esse tutte a rischio, come Fca e l'Avio di Pomigliano, l'Alenia di Capodichino, Jabil, Firema, ecc. Presenti anche i licenziati delle aziende già chiuse da tempo, come Morteo, Ixfin, Finmek.
Imponente lo schieramento di polizia a difesa della stazione ferroviaria (per il timore che venissero occupati anche questa volta i binari) e dell'Unione Industriali.
A seguire il "volantone rosso" distribuito in piazza stamattina.
Il volantone rosso
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11/05/2015
Napoli. Esplode la protesta operaia
Oggi sono scesi in piazza i lavoratori degli impianti Alenia di Pomigliano, Nola e Capodichino per protestare contro la cessione dello stabilimento di Capodichino all'Atitech di Gianni Lettieri.
Da stamattina sono in corso dei picchetti davanti agli ingressi delle grandi fabbriche del polo aeronautico di Pomigliano e di Nola. La Fiom parla di elevata partecipazione dei lavoratori di Capodichino allo sciopero, mentre la Uil, parla di scarsa adesione. I picchetti sono in pieno svolgimento e gli stabilimenti di Pomigliano e Nola sono bloccati.
Aria tesa anche tra i lavoratori dello stabilimento Whirlpool di Carinaro, che oggi hanno effettuato un blocco stradale alla vigilia del primo confronto istituzionale sul piano industriale. Al ministero dello Sviluppo, dopo tre tavoli di consultazioni, domani la vertenza sarà affidata ad una analisi tecnica che tenga conto delle nuove dichiarazioni dal management statunitense che ha dichiarato di voler rafforzare la capacità produttiva delle unità italiane, con un incremento che dovrebbe attestarsi intorno al 60 per cento dei volumi.
Restano intanto arrampicati sulla gru del cantiere davanti al Maschio Angioino (che dovrebbe essere inaugurato sabato prossimo da Renzi) i due operai della Fca di Pomigliano licenziati.
Sotto la gru si sono concentrati un gruppo di manifestanti solidali con i due operai licenziati, in gran parte aderenti al Comitato di Lotta cassaintegrati e licenziati Fiat di Pomigliano. I due operai licenziati – Mimmo Mignano e Marco Cusano hanno annunciato di aver avviato uno sciopero della fame, e che non scenderanno fino a quando non avranno garanzie sul proprio futuro occupazionale. I due operai vennero licenziati perché dopo il suicidio di un’operaia, Maria Baratta, il giorno dei suoi funerali esposero dei manichini impiccati con il nome di Marchionne. "La nostra causa sarà avviata il prossimo 21 maggio - concludono - ma se da un lato Marchionne dice di voler reintegrare tutti, i fatti, invece, ci fanno capire che caccerà via tutti coloro che non servono più".
Fonte
30/04/2015
Come inventarsi una crisi ai tempi del Jobs Act
Whirlpool e Auchan. La riforma non evita nuove vertenze e licenziamenti. Anzi, le facilita. La multinazionale americana ha conti record. I francesi se la prendono con la concorrenza sleale. E alla Franco Tosi siamo al Jobs act "ad personam".
La morale è sempre la stessa: a pagare sono sempre - e solo - i lavoratori. Sfruttando il Jobs act.
Whirlpool, Auchan, Franco Tosi. Le crisi aziendali post riforma hanno nomi diversi da quelle affrontate negli anni scorsi. E - soprattutto - logiche differenti.
Nel primo caso si tratta di un leader mondiale degli elettrodomestici che annuncia esuberi dopo aver comprato un marchio (italiano) concorrente. E già questo è illogico. Ma risulta odioso andando a leggere i risultati sbandierati al mondo intero proprio ieri. Il primo trimestre 2015 per il gruppo del Michigan si è chiuso con un utile netto di 191 milioni di dollari, in crescita rispetto ai 160 milioni dello scorso anno (+18,8 per cento) e con ricavi record a 4,8 miliardi (+11 per cento). Il numero uno del gruppo Jeff M. Fettig ha poi spiegato che il calo del cambio euro-dollaro non ha creato problemi proprio per «i nostri piani di integrazione in Europa e in Cina», con l’Europa a fare la parte del leone nelle vendite: con 5,7 milioni di pezzi ha più che raddoppiato rispetto allo scorso anno portando l’utile operativo da 7 a 17 milioni di euro.
Ma ai tempi del Jobs act la globalizzazione - ieri Marchionne ed Elkann hanno inaugurato la nuova Mirafiori (9mila posti di lavoro a Goioana, in Brasile) diventa una scusa per annunciare accorpamenti - come quello fra gli stabilimenti storici di Indesit versione Merloni di Melano ed Albacina, vicino a Fabriano - e spostamenti di produzioni - i frigoriferi di Carinaro (Caserta) saranno prodotti a Cassineta (Varese).
Oggi si terrà il primo incontro della trattativa. Si spera che il «non abbiamo pregiudizi», pronunciato dall’ad europeo Davide Castiglioni, porti a cambiare un piano industriale per tutte queste ragioni «inaccettabile» dai sindacati.
Ragioni ancora più paradossali sono quelle addotte dal gigante della grande distribuzione, la francese Auchan, per annunciare ben 1.426 esuberi su un totale di 12.873 lavoratori sui 57 ipermercati che ha in Italia. Prima tra le motivazioni dei licenziamenti - e una di quelle addotte per le perdite nei bilanci di Auchan Italia che ha sede a Bergamo - è «la concorrenza sleale».
Secondo Auchan, soprattutto al Sud - zona dove erano inizialmente concentrati gli esuberi - molti concorrenti non applicano ai propri lavoratori i contratti nazionali del commercio oppure applicano contratti part-time mentre il personale lavora full-time.
Ebbene, il problema sarebbe facilmente risolvibile: basterebbero i controlli degli ispettori del ministero del Lavoro a sanare la situazione e ristabilire il rispetto dei contratti per i lavoratori, un equo costo del lavoro per tutti e la concorrenza nel mercato. Peccato che proprio la riforma del lavoro faciliti i licenziamenti ma riduca fatalmente ispettori e controlli con la ormai mitica Agenzia unica, il cui decreto deve ancora arrivare mentre nel frattempo gli ispettori vivono nel limbo della incertezza totale sul loro futuro.
Anche qui i sindacati hanno annunciato una mobilitazione forte: assemblee e sciopero per il 9 maggio. Ma contro il Jobs act sembrano tutte armi spuntate.
L’ultimo caso riguarda una fabbrica metalmeccanica. Si tratta della Franco Tosi, storico marchio di Legnano, finito in stato di insolvenza dal luglio 2013 dopo una lunga crisi. Lunedì i lavoratori hanno votato il referendum per approvare il passaggio alla Bruno Presezzi. L’accordo sindacale sottoscritto solo da Fim, Cisl e Uilm prevedeva solo 170 riassunzioni sui 346 addetti totali. E per di più con il contratto a tutele crescenti e quindi senza l’articolo 18. I lavoratori hanno bocciato l’accordo (122 voti contrari, 97 a favore, un astenuto) e subito tutta la stampa ha accusato la Fiom (contraria all’accordo) di non volere le nuove assunzioni.
«Ma qua siamo già al di là del Jobs act, siamo al Jobs act ad personam - spiega il segretario della Fiom Lombardia Mirco Rota - . La Franco Tosi è in amministrazione straordinaria e quindi per la legge Prodi dovrebbe esserci la continuità aziendale per tutti i lavoratori. In questo caso invece l’accordo firmato dagli altri sindacati è in deroga e prevede che almeno il 90 per cento dei lavoratori riassunti firmino le liberatorie personali in cui accettano le nuove regole contrattuali e si impegnano a non fare causa». Ma questo nemmeno il Jobs act lo può evitare. Almeno per ora.
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La morale è sempre la stessa: a pagare sono sempre - e solo - i lavoratori. Sfruttando il Jobs act.
Whirlpool, Auchan, Franco Tosi. Le crisi aziendali post riforma hanno nomi diversi da quelle affrontate negli anni scorsi. E - soprattutto - logiche differenti.
Nel primo caso si tratta di un leader mondiale degli elettrodomestici che annuncia esuberi dopo aver comprato un marchio (italiano) concorrente. E già questo è illogico. Ma risulta odioso andando a leggere i risultati sbandierati al mondo intero proprio ieri. Il primo trimestre 2015 per il gruppo del Michigan si è chiuso con un utile netto di 191 milioni di dollari, in crescita rispetto ai 160 milioni dello scorso anno (+18,8 per cento) e con ricavi record a 4,8 miliardi (+11 per cento). Il numero uno del gruppo Jeff M. Fettig ha poi spiegato che il calo del cambio euro-dollaro non ha creato problemi proprio per «i nostri piani di integrazione in Europa e in Cina», con l’Europa a fare la parte del leone nelle vendite: con 5,7 milioni di pezzi ha più che raddoppiato rispetto allo scorso anno portando l’utile operativo da 7 a 17 milioni di euro.
Ma ai tempi del Jobs act la globalizzazione - ieri Marchionne ed Elkann hanno inaugurato la nuova Mirafiori (9mila posti di lavoro a Goioana, in Brasile) diventa una scusa per annunciare accorpamenti - come quello fra gli stabilimenti storici di Indesit versione Merloni di Melano ed Albacina, vicino a Fabriano - e spostamenti di produzioni - i frigoriferi di Carinaro (Caserta) saranno prodotti a Cassineta (Varese).
Oggi si terrà il primo incontro della trattativa. Si spera che il «non abbiamo pregiudizi», pronunciato dall’ad europeo Davide Castiglioni, porti a cambiare un piano industriale per tutte queste ragioni «inaccettabile» dai sindacati.
Ragioni ancora più paradossali sono quelle addotte dal gigante della grande distribuzione, la francese Auchan, per annunciare ben 1.426 esuberi su un totale di 12.873 lavoratori sui 57 ipermercati che ha in Italia. Prima tra le motivazioni dei licenziamenti - e una di quelle addotte per le perdite nei bilanci di Auchan Italia che ha sede a Bergamo - è «la concorrenza sleale».
Secondo Auchan, soprattutto al Sud - zona dove erano inizialmente concentrati gli esuberi - molti concorrenti non applicano ai propri lavoratori i contratti nazionali del commercio oppure applicano contratti part-time mentre il personale lavora full-time.
Ebbene, il problema sarebbe facilmente risolvibile: basterebbero i controlli degli ispettori del ministero del Lavoro a sanare la situazione e ristabilire il rispetto dei contratti per i lavoratori, un equo costo del lavoro per tutti e la concorrenza nel mercato. Peccato che proprio la riforma del lavoro faciliti i licenziamenti ma riduca fatalmente ispettori e controlli con la ormai mitica Agenzia unica, il cui decreto deve ancora arrivare mentre nel frattempo gli ispettori vivono nel limbo della incertezza totale sul loro futuro.
Anche qui i sindacati hanno annunciato una mobilitazione forte: assemblee e sciopero per il 9 maggio. Ma contro il Jobs act sembrano tutte armi spuntate.
L’ultimo caso riguarda una fabbrica metalmeccanica. Si tratta della Franco Tosi, storico marchio di Legnano, finito in stato di insolvenza dal luglio 2013 dopo una lunga crisi. Lunedì i lavoratori hanno votato il referendum per approvare il passaggio alla Bruno Presezzi. L’accordo sindacale sottoscritto solo da Fim, Cisl e Uilm prevedeva solo 170 riassunzioni sui 346 addetti totali. E per di più con il contratto a tutele crescenti e quindi senza l’articolo 18. I lavoratori hanno bocciato l’accordo (122 voti contrari, 97 a favore, un astenuto) e subito tutta la stampa ha accusato la Fiom (contraria all’accordo) di non volere le nuove assunzioni.
«Ma qua siamo già al di là del Jobs act, siamo al Jobs act ad personam - spiega il segretario della Fiom Lombardia Mirco Rota - . La Franco Tosi è in amministrazione straordinaria e quindi per la legge Prodi dovrebbe esserci la continuità aziendale per tutti i lavoratori. In questo caso invece l’accordo firmato dagli altri sindacati è in deroga e prevede che almeno il 90 per cento dei lavoratori riassunti firmino le liberatorie personali in cui accettano le nuove regole contrattuali e si impegnano a non fare causa». Ma questo nemmeno il Jobs act lo può evitare. Almeno per ora.
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