La mattina del 31 maggio scorso gli
operai della Whirlpool del sito di Napoli trovavano chiusi i battenti
della propria fabbrica di lavatrici. Il giorno stesso la multinazionale
di elettrodomestici nord-americana annunciava la volontà di smantellare
lo stabilimento di Napoli, lasciando sul lastrico circa 420 lavoratori,
per delocalizzare la produzione in Polonia. Iniziava – o meglio
continuava, viste le numerose vicende pregresse – una delle tante e
terribili storie di delocalizzazione, minacciata o realizzata, che si
sono consumate in Italia e altrove nel corso degli ultimi anni.
Subito, come da rituale, si sono sollevate le grida di scandalo da parte di politici
di maggioranza e opposizione, i quali hanno fatto a gara nel mostrare
il proprio sdegno parolaio nei confronti della scelta della
multinazionale. Il tutto è stato coronato dalla polemica sollevata
dall’opposizione verso il Ministro dello sviluppo economico Luigi Di
Maio, reo,
da quanto è emerso dalle dichiarazioni dei vertici della Whirlpool, di
conoscere da tempo le intenzioni della multinazionale, ma di avere
aspettato che passassero le elezioni europee per portare la vicenda alla
luce del sole. Da parte propria Di Maio ha cercato di alzare i toni dello scontro con la società americana, minacciando la revoca di sussidi per 27 milioni,
fondi che l’azienda ha ricevuto negli ultimi 5 anni a fronte
dell’impegno a mantenere attivi gli stabilimenti produttivi siti in
Italia.
L’aspetto più vistoso (e inutile) che
emerge dalla vicenda Whirlpool, ad un mese dal suo ennesimo sviluppo, è
una squallida polemica tra schieramenti politici che, al di là delle
scenette di circostanza, condividono la stessa impostazione economica di
fondo. Più in profondità, però, si muove il vero protagonista della
storia, un protagonista che nelle sue linee essenziali nessuno osa
mettere in discussione e che si articola come un duplice dogma, le cui
due facce sono la libera circolazione dei capitali e la presunta impossibilità per uno Stato di agire da protagonista nel sistema economico.
Di certo, le minacce lanciate dal
Ministro dello sviluppo economico sono subito apparse assai poco
concrete. La pezza d’appoggio su cui Di Maio ha provato a costruire la
sua pantomima è stata la cosiddetta normativa “anti-delocalizzazioni”,
inclusa nel Decreto Dignità
dell’agosto scorso. Nella sua versione originale tale normativa
prevedeva, per le imprese che decidono di delocalizzare, l’obbligo di
restituire i fondi statali già ricevuti; è inoltre prevista nella norma
una sanzione amministrativa per un importo da due a quattro volte quello
dell’aiuto fruito, con la maggiorazione di un interesse aumentato di
cinque punti percentuali rispetto al tasso ufficiale di riferimento.
Queste prescrizioni, tuttavia, sono state
fortissimamente depotenziate nella versione finale del decreto, a
seguito di una tirata di orecchie di Bruxelles. Poiché in contrasto con
il fondamento stesso delle norme comunitarie, si deve intendere che le
sanzioni non si applicano alle delocalizzazioni che avvengono
all’interno dell’area UE e SEE (Spazio Economico Europeo, ovvero UE più
Norvegia, Islanda e Liechtenstein).
Tuttavia, la normativa prevede la perdita
del beneficio (e le relative sanzioni) anche in caso di
delocalizzazioni intraeuropee qualora i sussidi siano stati
specificamente destinati allo sviluppo di un sito produttivo (in questo
caso sussisterebbe una violazione degli obiettivi del programma di
sussidi, e non una generica promozione dell’attività economica del
soggetto beneficiario). Nel caso della Whirlpool, i fondi ricevuti
specificamente per il sito di Napoli minacciato dalla delocalizzazione
sarebbero ‘solo’ 8 dei 27 milioni citati, gli unici quindi
‘restituibili’ ai sensi del restante perimetro di applicazione delle
norme del Decreto Dignità. Sempre ammesso che la norma sia
‘retroattiva’, ossia applicabile a fronte di un accordo, quello tra
Stato e Whirlpool, avvenuto prima (Ottobre 2018) dell’entrata in vigore
del Decreto Dignità (Novembre 2018). I restanti 19 milioni non
potrebbero comunque essere revocati se la delocalizzazione avvenisse,
come minacciato dalla Whirpool, in area europea.
Torniamo ai fatti. Pochi giorni dopo
l’annuncio shock e la pronta ‘minaccia’ chiacchierona del Ministro dello
Sviluppo economico, la multinazionale, tramite l’amministratore delegato di Whirlpool Italia,
ha assicurato che “non intende chiudere ma individuare soluzioni per
garantire posti di lavoro sostenibili di lungo tempo”, specificando che
“ad oggi una soluzione non l’abbiamo”.
Dopo giorni di tentennamenti e
dichiarazioni pubbliche rassicuranti da parte della società
statunitense, infine, l’incontro al Mise del 26 giugno si chiudeva in
termini inconcludenti: la Whirlpool si impegna a non dismettere il sito
napoletano, ma ribadisce che proseguirà nel piano orientato al
ripianamento delle perdite degli esercizi 2018 e primo semestre 2019.
Insomma, parole ambigue che lasciano spazio a soluzioni diverse. Per
l’11 luglio è stato convocato al Mise un altro tavolo di confronto sulla
situazione occupazionale e produttiva dell’azienda.
Non è ancora chiaro come finirà la
vicenda, ma ciò che è chiarissimo ed emblematico, in questa come in
altre decine di storie simili che si sono consumate negli ultimi anni, è
lo stato di soggezione e ricatto permanente di un Paese al cospetto di
una società multinazionale, dalle cui scelte aziendali dipende la vita
quotidiana di migliaia di lavoratori e il destino occupazionale e di
sviluppo economico del Paese stesso. La storia recente della stessa
Whirlpool, del resto, sta lì a dimostrarlo con terribile evidenza. Nel
2006, con l’acquisizione della Maytag Corporation, fino ad allora sua
principale concorrente nel mercato statunitense, Whirlpool è divenuto il
maggior produttore mondiale di elettrodomestici. Dal 2007 al 2017 la
multinazionale ha praticato una politica aggressiva di espansione sui
mercati mondiali, raggiungendo – tra il 2010 e il 2016 – utili da
capogiro (tra i 100 e i 200 milioni ogni trimestre). Nel contempo, a
partire dal 2010, l’azienda ha avviato, su molti siti produttivi, una
fase di drastico ridimensionamento del personale, con la chiusura di
stabilimenti storici e la delocalizzazione in aree a basso costo della
manodopera. Emblematico il caso dello storico sito di Evansville in
Indiana, negli USA: aperto nel 1956 per la produzione di frigoriferi, è
stato chiuso proprio nel 2010 e trasferito in Messico, a fronte di un
costo orario della manodopera quattro volte più basso. Nel giro di pochi
anni il “Piano di riduzione dei costi” ha dato luogo ad una diminuzione
della forza lavoro pari al 10 %, sia in Nord America che in Europa. Il
piano ha determinato anche la chiusura del centro di produzione
frigoriferi a Fort Smith (Arkansas); la delocalizzazione della
produzione di lavastoviglie da Neunkirchen (Germania) alla Polonia; la
‘riorganizzazione’ degli stabilimenti con riduzione del personale in
Italia (meno 1.000 dipendenti) negli stabilimenti di Napoli, Siena, Varese e Trento e la chiusura di uno stabilimento in Svezia.
Proprio in Italia si arriva, nel 2014,
alla chiusura completa dello stabilimento di Trento, con il
licenziamento di circa 500 occupati, oltre alla perdita del lavoro per
circa altri 150 individui legati all’indotto.
A luglio 2014 Whirlpool intanto acquisiva il 60,4% del capitale
di Indesit Company (operazione da 758 milioni), storica azienda
italiana di elettrodomestici, e solamente un anno dopo ne presentava un
piano di ‘riorganizzazione’, con la previsione di licenziamento di 2060 lavoratori
tra operai, impiegati e amministrativi in tutti i siti italiani.
Eventualità poi fugata da un accordo siglato nel luglio 2015, che
prevedeva pre-pensionamenti e fondi pubblici per il mantenimento dei
siti produttivi. La tempesta era solo rinviata, però, visto che
nell’autunno del 2018 l’azienda annunciava che, a causa del mancato
raggiungimento degli obiettivi del piano di rilancio industriale
2015-2018, almeno 800 lavoratori si trovavano nuovamente a rischio
esubero. Si arrivava ad un nuovo accordo a fine ottobre, con rinnovo
degli aiuti pubblici, e infine alle vicende attuali, con la minaccia
della chiusura dello stabilimento di Napoli.
Nel frattempo nel febbraio 2018 Embraco,
società brasiliana facente parte del gruppo Whirlpool, aveva licenziato
500 lavoratori, chiudendo lo stabilimento di Riva di Chieri, in
provincia di Torino, per delocalizzare la produzione in Slovacchia, dove il costo del lavoro è quasi tre volte più basso di quello italiano (10 euro contro 28 euro di costo orario).
Una telenovela senza fine a sfondo
tragico, che vede un colosso internazionale dell’industria fare il bello
e il cattivo tempo sulla pelle di migliaia di lavoratori, ricattare,
annunciare, scendere a patti per qualche mese, estorcere denaro pubblico
e infine nuovamente ricattare. Una catena di azioni orientata a ridurre
il costo del lavoro per massimizzare il profitto, spostando capitali da un capo all’altro del mondo.
Il tutto accompagnato dalla solita, ipocrita scusa del calo degli
utili, la maniera educata con cui i padroni rivendicano e pretendono una
fetta sempre maggiore della torta. Una scusa, in questo caso, anche
particolarmente odiosa nella sua ipocrisia, data la storia recente di
Whirlpool, fatta di delocalizzazioni e licenziamenti a tappeto anche
quando l’azienda registrava utili da record e saliva
alle cronache come esempio di azienda efficiente e profittevole e leader
assoluto del settore. La cronaca di solamente due anni fa è lì a
ricordarcelo.
A fronte di questa gigantesca tragedia
socio-economica, la classe politica in tutte le sue sfaccettature si
indigna e mostra contrizione. Il Di Maio di oggi che alza la voce contro
la Whirlpool è il Calenda
di ieri che tuonava contro la Embraco. Si fa un po’ di teatrino contro
l’ingordigia del capitalista di turno e si nascondono le uniche due
verità che spiegano la voluta impotenza della politica di fronte allo
scempio della deindustrializzazione e dell’espulsione dei lavoratori: 1)
la generale accettazione del dogma della libera circolazione dei
capitali come assunto incontestato e come elemento fondativo di tutta la
costruzione europea, che non significa altro che la libertà per il
padrone di turno di chiudere, dall’oggi al domani, una fabbrica nel
Paese A per spostarla nel Paese B, alla ricerca di salari da fame e
regolamentazioni del mercato del lavoro che consentano un surplus di
sfruttamento; 2) la generale accettazione dell’impossibilità, anch’essa
sancita normativamente nella cornice dei trattati europei, di attuare
una seria politica industriale e di forte regolamentazione dei mercati
privati.
Ad oggi, lo Stato deve e può solamente
assistere in disparte al dispiegarsi dei meccanismi di mercato, dove
vige la legge della giungla e il lavoratore e l’ambiente sono accessori
utili solamente nella misura in cui possono essere spremuti per
aumentare i profitti. Soltanto una chiara e drastica limitazione dei
movimenti di capitale, con imposizione di un’elevata tassazione a carico
di chiunque decida di traferire il capitale in altri Paesi, può
evitare, all’origine, il fenomeno della delocalizzazione produttiva
alla ricerca di un più intenso sfruttamento del lavoro o di condizioni
fiscali più vantaggiose. Così come soltanto una piena riconquista da
parte dello Stato della capacità di essere protagonista dello sviluppo
economico, anche tramite la proprietà pubblica nei settori strategici,
socialmente sensibili o semplicemente in tutti quei casi in cui il
privato minaccia dismissioni o politiche antisindacali, può frenare
quell’odiosa condizione di ostaggio permanente in cui si trovano i
lavoratori e un’intera collettività, alla mercé dell’instabilità e dei
capricci dei capitalisti. Solamente in questa maniera si possono
iniziare a gettare le fondamenta per combattere la disoccupazione, una
distribuzione del reddito che dà tutto a chi ha tanto e niente a chi ha
poco e un approccio predatorio nei confronti dell’ambiente e delle
risorse naturali. Iniziare a fare i conti con il fatto che quest’agenda
minima è incompatibile con l’attuale assetto politico ed istituzionale
dell’Unione Europea è il primo passo per capire su quale piano si gioca
questa battaglia.
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