di Michele Giorgio
Si aggrava la crisi delle petroliere.
Il capitano della Grace 1, la petroliera iraniana sequestrata la scorsa
settimana, e il suo ufficiale, entrambi di nazionalità indiana, sono stati arrestati ieri dalle autorità di Gibilterra, territorio d’oltremare del Regno Unito. Secondo Londra avrebbero violato le sanzioni europee contro Damasco trasportando petrolio verso la Siria. Teheran nega. Così come i Guardiani della Rivoluzione dell’Iran, i Pasdaran, negano
di aver provato a fermare una petroliera britannica nello Stretto di
Hormuz per poi ritirarsi dopo gli avvertimenti di una fregata della
Marina militare britannica che scortava la nave. Che tutto ciò
sia realmente avvenuto, o solo una parte di esso, è difficile stabilirlo
con certezza. Lo scontro sulle petroliere tra Tehran e Londra
(appoggiata dagli Usa) è fatto anche di propaganda. Da parte loro gli
americani sostengono che un loro aereo ricognitore avrebbe filmato
l’accaduto.
«Nelle ultime 24 ore non ci sono stati incidenti che hanno visto
coinvolte imbarcazioni straniere, nemmeno una britannica, nello Stretto
di Hormuz», scrivono i Pasdaran in una nota diffusa dopo le versioni
date da Londra e Washington secondo le quali tre (o cinque)
imbarcazioni veloci iraniane si sarebbero avvicinate alla petroliera
British Heritage intimando al comandante di fare rotta verso le coste
iraniane. A quel punto sarebbe intervenuta la fregata britannica
Montrose che si trovava in quella zona per scortare un’altra petroliera,
la Pacific Voyager. L’unità da guerra ha puntato i cannoni contro i
motoscafi dei Guardiani della Rivoluzione costringendoli a ritirarsi.
Comunque sia andata, l’episodio offre nuove munizioni a Washington,
schierata contro l’Iran, che due giorni fa ha annunciato la volontà di
creare entro un paio di settimane una coalizione di Stati
“volenterosi” incaricata di sorvegliare le acque che vanno dallo Stretto
di Hormuz, la porta del Golfo dove transita un quinto delle
esportazioni mondiali di greggio, fino allo Stretto di Bab al Mandeb
vicino alle coste yemenite, sulla rotta per il Canale di Suez.
In base al piano, al quale sta lavorando il capo di stato maggiore
Joseph Dunford, la Marina Usa fornirà le navi di comando e guiderà la
sorveglianza mentre gli alleati pattuglieranno e scorteranno le navi
commerciali con le loro bandiere nazionali. Il fine sarebbe quello di
impedire «attacchi iraniani» alle petroliere. In realtà
l’Amministrazione Trump punta ad attuare un rigido blocco navale delle
coste iraniane grazie a una coalizione di forze che potrebbe attaccare
in modo devastante Tehran alla prima buona occasione.
Ieri Trump ne ha discusso, assieme ad altri temi, con il premier israeliano Netanyahu che, da parte sua, continua ad invocare severe misure punitive contro l’Iran che qualche giorno fa ha annunciato l’aumento dal 3,67% al 4,5% dell’arricchimento dell’uranio per le sue centrali nucleari. Siamo
molto lontani dal 90% necessario per assemblare ordigni atomici. Eppure
per Israele e Stati Uniti questo piccolo aumento indica l’intenzione
iraniana di costruire bombe atomiche. «Gli Usa volevano
condannarci davanti al mondo ma sono rimasti isolati», ha commentato il
ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif al termine della
riunione straordinaria del Consiglio dei governatori dell’Agenzia
internazionale per l’energia atomica (Aiea), convocata due giorni fa a
Vienna su richiesta americana. L’Amministrazione Trump voleva la
condanna dell’Iran. «La superpotenza mondiale – ha notato Zarif – non è
riuscita a ottenere neppure una dichiarazione di una sola riga alla
presenza di tutti i suoi alleati».
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