di Maurizio Coppola
Venerdì 5 luglio, in Algeria si è tenuta la 20esima manifestazione del movimento popolare contro l’intero sistema politico. La
manifestazione è caduta esattamente nel 57esimo anniversario della
liberazione dell’Algeria dai 132 anni del colonialismo francese (5
luglio 1962). Se nelle ultime settimane la partecipazione alle
manifestazioni del venerdì era leggermente diminuita, il 5 luglio le
strade delle maggiori città algerine si sono di nuovo riempite
massicciamente. Malgrado un’ulteriore e imponente dimostrazione di determinazione e non violenza del hirak, la situazione sta mutando e il movimento sembra trovarsi a un bivio.
Durante le prime settimane di manifestazioni, il conflitto opponeva
da un lato la strada con le molteplici piazze, riunendo partiti
d’opposizione, lavoratori, sindacati, associazioni studentesche e
femministe e cittadini attorno ad una rivendicazione radicale ma
semplice: “système dégage!” – che se ne vadano tutti!; dall’altro lato
il regime politico attorno all’allora presidente in carica Abdelaziz
Bouteflika totalmente delegittimato. Dopo che il capo di stato
maggiore e colonnello Ahmed Gaid Salah si è dimostrato essere la vera testa
del regime e a seguito di quattro mesi di proteste ininterrotte, le dinamiche
politico-sociali sono mutate.
Da parte dell’apparato di potere, il regime sta svelando
sempre di più il suo vero carattere: se all’inizio delle proteste
rispondeva ancora a delle rivendicazioni delle piazze (destituzione
del presidente Bouteflika, annullamento delle elezioni di aprile 2019 e
operazione “mani pulite” contro imprenditori e politici corrotti), da almeno un paio di mesi la repressione sta aumentando contro i politici d’opposizione di vecchia data (per esempio Louisa Hanoune del partito dei lavoratori), contro
degli storici militanti della guerra di liberazione che oggi si sono
espressi per il movimento e contro il partito unico FLN e il
regime militare (proprio alcuni giorni prima del 57esimo anniversario è stato arrestato Lakhdar Bouregaâ, storico mujahedin) e contro giornalisti e militanti giovani dell’attuale movimento.
Da tre settimane ormai la polizia blocca le più importanti strade
della capitale Algeri per impedire ai manifestanti di sfilare come nei precedenti venerdì. Proprio venerdì scorso la manifestazione
in certi punti del corteo è stata brutalmente repressa. Le
immagini che circolano sui social media mostrano le violenti cariche
della polizia contro manifestanti pacifici e totalmente indifesi.
Tante persone denunciano di aver riportato ferite gravi (gambe rotte,
teste aperte, ferite agli occhi). La Direzione generale della Sicurezza
Nazionale (DGSN) ha annunciato in un comunicato di aprire un’inchiesta
sui video degli scontri con la polizia, ma nel movimento popolare, in pochi credono a una reale condanna dei principali responsabili delle
violenze.
La domanda che emerge immediatamente è quindi: questa
escalation di repressione e violenze indica una svolta nella gestione
del movimento da parte del regime? Ci troviamo davanti a uno scenario
egiziano e sudanese? Thomas Serres,
ricercatore ed esperto delle politiche nordafricane e della zona
mediterranea risponde così in un’intervista al quotidiano francese
indipendente Mediapart:
“Non credo proprio, per diversi motivi. In primo luogo, l’Algeria ha già avuto il suo decennio nero
[guerra civile tra forze islamiste e il governo/l’esercito algerino tra
il 1988 e il 1999], e la maggior parte degli attori dell’opposizione e
del regime rifiutano l’uso della violenza. I manifestanti rimangono
pacifici e non hanno dato nessun motivo per far usare violenza contro di
loro. Il regime si basa su dispositivi polizieschi che si orientano
piuttosto al modello francese di “gestione democratica delle folle”. In secondo luogo, l’esercito algerino non intende esercitare direttamente il potere.
Gli ufficiali dell’ANP [armée nationale populaire] rivendicano
certamente un diritto di controllo [della gestione politica e delle
istituzioni pubbliche], ma è fuori questione vedere Gaid Salah o un
altro generale diventare presidente. Infine, e questo è
assolutamente centrale, i governi degli Emirati e dell’Arabia Saudita
sostengono attivamente l’esercito egiziano e sudanese, nonché il
maresciallo Haftar in Libia. Per sua fortuna, l’Algeria è ancora
relativamente lontana dal Golfo.”
Benché non si possa paragonare la situazione algerina a quella
egiziana o sudanese, la repressione e le violenze contro il movimento
stanno aumentando. Questo cambierà le dinamiche di piazza nelle prossime
settimane, ma rimane difficile prevedere le conseguenze politiche e
sociali di questi cambiamenti.
Per quel che riguarda l’opposizione, le iniziative nate dal
basso per trovare una roadmap alternativa a quella proposta da Gaid
Salah che permetta una reale transizione democratica rimangono per il
momento deboli e devono affrontare almeno tre grandi difficoltà: prima di tutto, la debolezza delle strutture di opposizione organizzate, spesso caratterizzate da divisioni interne e da una mancanza di convergenza; in secondo luogo, l’assenza di personalità riconosciute dalla piazza, capaci e disposte a sostenere una reale alternativa politica e confrontarsi, in modo organizzato, con il regime; infine un mancato consenso sui primi necessari passi da compiere per avviare una reale transizione democratica:
se gli uni insistono sull’impossibilità di elezioni presidenziali
nell’ambito dell’attuale costituzione e sulla necessità di un’assemblea
costituente indipendente da chi controlla le istituzioni statali, gli
altri spingono per delle nuove elezioni per scegliere un nuovo
presidente che organizzerà questa transizione.
Il 15 giugno si è tenuto un primo incontro ufficiale della Conferenza
della Società Civile per discutere come organizzare tale roadmap. Le differenze tra le diverse forze politiche impegnate in questo incontro sono ancora molto nette.
Infatti, alcune organizzazioni e associazioni si solo allontanate da
questa Conferenza e non hanno più partecipato al secondo incontro
tenutosi sabato 6 luglio, cioè un giorno dopo la 20esima manifestazione.
Oggi sono tre i blocchi chiaramente identificabili che,
ciascuno per conto proprio, hanno una prospettiva di transizione. Si tratta
della Conferenza della Società Civile, dell’Alternativa Democratica e
del Forum del Dialogo Nazionale. L’unica punto di
convergenza rimane la convinzione che l’intero sistema politico deve
essere rovesciato e che i vecchi rappresentanti devono lasciare la scena
alle nuove forze politiche e sociali. Decisamente troppo poco per le difficoltà con le quali si deve confrontare il movimento attualmente.
Visto la continuazione determinata del movimento popolare, un compromesso con il regime non è più possibile.
Le sfide delle prossime settimane saranno dunque ristrutturare
l’opposizione politica e metterla in linea con le rivendicazioni sociali
del movimento affinché una vera alternativa possa essere imposta al
regime. Ma quest'ultimo non intende cedere di un passo e le spaccature e le
differenze ideologiche interne al movimento popolare rimangono grandi.
In più, il 9 luglio, scadranno i novanta giorni di governo provvisorio
diretto dal presidente Abdelkader Bensalah e dal premier Nourredine
Bedoui. Per il momento, il futuro algerino rimane decisamente aperto.
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