Nell’odierno contesto cinematografico italiano Palazzina LAF è un prodotto atipico per diversi aspetti.
Perché prende le distanze dalle produzioni di “impegno civile” intrise di buoni propositi che troppo spesso si diluiscono in narrazioni manichee; perché sulla base di questo si inserisce nella nuova fecondità che da alcuni anni sta caratterizzando il cinema italiano, segnatamente quello di genere, ma soprattutto perché, al posto di parlare genericamente di “lavoro”, parla esplicitamente di lavoratori e padroni, facendo nomi e cognomi.
A partire dall’ILVA di Taranto dei Riva, in quegli anni – siamo nella seconda metà dei ‘90 – da poco subentrati alla proprietà pubblica dell’IRI.
Non è una cosa da poco in un Paese in cui il dibattito pubblico subisce una moderazione soffocante ed esplicita perché non bisogna disturbare chi fa impresa.
L’esordio alla regia di Riondino, quindi, si smarca dalle formule di pellicole come 7 minuti o Il capitale umano mostrandosi più interessato all’esperienza artistica di Elio Petri, in particolare, all’inclinazione del regista romano di non fare sconti ad alcun soggetto ed ambiente descritto nei suoi film e spesso rappresentato con toni marcatamente sopra le righe (come in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto).
Palazzina LAF, dunque, sul palcoscenico mostruoso dell’immenso stabilimento siderurgico e della consunta periferia tarantina, illumina un momento essenziale dei decenni smarriti, quegli anni ‘90 in cui la società italiana vive sulla propria pelle l’affastellarsi di una serie impressionante di criticità sistemiche:
- la sconfitta storica del movimento comunista internazionale che lascia la classe operaia orfana di riferimenti teorici e valoriali avanzati in grado di metterla al riparo dalle derive reazionarie di un individualismo becero ed ignorante, di cui è intriso il soggetto di Caterino Lamanna interpretato con intensità da Riondino;
- la deflagrazione della classe dirigente (il Basile interpretato da Germano), che non più “limitata” dall’esistenza di un modello di sviluppo antitetico a quello capitalista, si abbandona senza remore a predazioni economiche e soprusi ferini contro i lavoratori (culminanti nel “reparto confino palazzina LAF” che costituisce il cardine di tutta la narrazione) dando forma a un quadro che ha un solo denominatore comune, la desolazione;
- l’incalzante crisi economica e industriale prodotta dall’unione tra apertura internazionale dei mercati e dismissioni delle partecipazioni statali. Un combinato disposto che in quegli anni registra la sconfitta del sindacalismo confederale, di cui la pellicola mette in risalto l’incapacità di leggere i riassetti produttivi e farvi fronte con una proposta alternativa e di lotta, ma soprattutto di fare argine nei confronti delle derive centrifughe tra lavoratori che a mezzo demansionamento, precipitano nell’atomizzazione tra operai e impiegati e poi tra presunti scansafatiche e dediti al proprio lavoro, cioè all’interesse aziendale, anche quando i turni sono scadenzati dai morti sulle linee produttive.
Non ci sono mostri ed eroi in Palazzina LAF, ma una crisi di civiltà che 25 anni fa riusciva ancora a trovare un precario puntello nell’azione della magistratura, un elemento che oggi dobbiamo invece considerare del tutto normalizzato.
Lo dimostra la stessa storia vera a cui il film è più che ispirato: il processo per mobbing (il primo in Italia) a carico dei vertici Ilva di allora, dopo 8 anni di procedimento nei tre gradi di giudizio produce condanne a 1 anno e 6 mesi per Emilio Riva e 1 anno e 8 mesi per Luigi Capogrosso, non un gran che considerando il danno subito dai 79 lavoratori oggetto del confinamento nella Palazzina LAF.
Questo era il 2006. Oggi, 18 anni dopo, gli sfruttati di questo Paese sono ancora in attesa che dal processo per la strage del Ponte Morandi di Genova escano delle responsabilità al primo grado di giudizio...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2024
02/12/2015
L'Ilva sotto il tiro di Bruxelles e delle multinazionali straniere
Un nuovo caso di “cannibalismo industriale” si va profilando nel nostro paese. Sulle sorti dell'Ilva di Taranto si stanno addensando attenzioni pericolose. Da un lato le banche svizzere che hanno bloccato il trasferimento in Italia dei fondi esportati dalla famiglia Riva, ex proprietaria dell'Ilva. I tribunali svizzeri ritengono che la richiesta dello Stato italiano di riavere i soldi dei Riva – circa 1,2 miliardi di euro – corrisponda ad esproprio. Le risorse degli ex proprietari del gruppo siderurgico, reclamate dalla procura di Milano sulla base di un’inchiesta per frode fiscale, dovevano infatti essere destinate al Fondo unico di Giustizia dello Stato e di lì trasformarsi in un prestito per aiutare l’Ilva. Ma le autorità giudiziarie (e le banche) svizzere ritengono che “Non c’è garanzia delle autorità italiane che le persone perseguite, se risultassero innocenti, non subirebbero dei danni – ha scritto –. E la consegna dei fondi all’Italia avrebbe come risultato la loro conversione in obbligazioni di una società fallita”.
Ma il blocco del recupero dei fondi neri della famiglia Riva apre un buco sui finanziamenti pubblici destinati a mantenere in produzione l'Ilva. Sette mesi fa il ministro del Tesoro Padoan aveva firmato un decreto attraverso cui veniva garantito un altro prestito da 400 milioni da parte della Cassa Depositi e Prestiti, di Banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, coperto proprio dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare dalla Svizzera.
Ma questo piano di mantenimento dell'Ilva sta attirando le malevole attenzioni della Commissione Europea. Il Corriere della Sera di oggi riporta che «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva”.
Eppure, lo stesso Corriere rammenta che in altri casi, la stessa Commissione Europea ha chiuso gli occhi di fronte ad aiuti pubblici verso società tedesche o francesi in difficoltà. Cita il caso della Salzigitter dove è intervenuto il governo del land della Bassa Sassonia (lo stesso che ha le mani in pasta con la Volkswagen) oppure dei Cantieri dell'Atlantico che hanno ricevuto 650 milioni dal governo francese. Ma a fare pressione sulla Commissione Europea sembra che siano soprattutto le multinazionali della siderurgia interessate a chiudere l'Ilva e a prendersi la sua rilevantissima quota di mercato. Si parla infatti dell'interessamento della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal. “Significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto” precisa il Corriere della Sera. Le ipotesi alternative ventilate da Bruxelles non sono migliori: uno spacchettamento dell'Ilva e di fatto il suo depotenziamento, “perché nessuno intende comprare una azienda piena di debiti e sotto il controllo dello stato”.
Insomma per l'Ilva si prospetta un altro classico caso di cannibalismo industriale che ha già portato alla scomparsa in Italia della chimica e di buona parte della farmaceutica oltre che alla chiusura dell'Italsider di Bagnoli, appena ristrutturata, negli anni '80. Chi ne ha tratto giovamento? Le multinazionali tedesche e francesi.
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Ma il blocco del recupero dei fondi neri della famiglia Riva apre un buco sui finanziamenti pubblici destinati a mantenere in produzione l'Ilva. Sette mesi fa il ministro del Tesoro Padoan aveva firmato un decreto attraverso cui veniva garantito un altro prestito da 400 milioni da parte della Cassa Depositi e Prestiti, di Banca Intesa Sanpaolo e Banco popolare all’Ilva, coperto proprio dai fondi di Emilio e Adriano Riva che sarebbero dovuti arrivare dalla Svizzera.
Ma questo piano di mantenimento dell'Ilva sta attirando le malevole attenzioni della Commissione Europea. Il Corriere della Sera di oggi riporta che «La Commissione europea ha ricevuto ricorsi riguardo a possibili misure pubbliche a favore dell’Ilva, che stiamo valutando» dice la portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Secondo almeno tre persone coinvolte, sarebbe ormai matura la decisione di aprire una procedura per aiuti di Stato contro l’Italia. La Commissione starebbe valutando anche l’eventualità di ingiungere l’interruzione immediata del sussidio, con il rischio di bloccare l’attività dell’Ilva”.
Eppure, lo stesso Corriere rammenta che in altri casi, la stessa Commissione Europea ha chiuso gli occhi di fronte ad aiuti pubblici verso società tedesche o francesi in difficoltà. Cita il caso della Salzigitter dove è intervenuto il governo del land della Bassa Sassonia (lo stesso che ha le mani in pasta con la Volkswagen) oppure dei Cantieri dell'Atlantico che hanno ricevuto 650 milioni dal governo francese. Ma a fare pressione sulla Commissione Europea sembra che siano soprattutto le multinazionali della siderurgia interessate a chiudere l'Ilva e a prendersi la sua rilevantissima quota di mercato. Si parla infatti dell'interessamento della multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal. “Significherebbe togliere dal mercato fino a 11 milioni di tonnellate di potenziale produzione, metà del surplus europeo in certe linee di prodotto” precisa il Corriere della Sera. Le ipotesi alternative ventilate da Bruxelles non sono migliori: uno spacchettamento dell'Ilva e di fatto il suo depotenziamento, “perché nessuno intende comprare una azienda piena di debiti e sotto il controllo dello stato”.
Insomma per l'Ilva si prospetta un altro classico caso di cannibalismo industriale che ha già portato alla scomparsa in Italia della chimica e di buona parte della farmaceutica oltre che alla chiusura dell'Italsider di Bagnoli, appena ristrutturata, negli anni '80. Chi ne ha tratto giovamento? Le multinazionali tedesche e francesi.
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26/02/2015
"Venditori di fumo". Molto piu della vicenda ILVA
“Venditori di fumo” di Giuliano Pavone, giovane giornalista e scrittore tarantino, è un libro estremamente attuale, che parla di questioni legate alla tutela ambientale e alla salute delle persone.
Potagonista è l'Ilva di Taranto, ma anche la città con i suoi abitanti di cui l'autore regala un affresco a tratti poetico e suggestivo. Il tutto incorniciato da una riflessione sui problemi che svelano molti dei nodi critici dell'Italia di oggi: la sudditanza della politica ai poteri forti dell'economia e dell'industria, la passività generale dell'opinione pubblica, l'omertà colpevole dei media che nascondono i temi scottanti o li stravolgono a vantaggio di pochi.
Lo scrittore narra l'industrializzazione di Taranto, dalla costruzione alla fine del 1800 dell'Arsenale Militare Marittimo, fino alla statale Italsider, svenduta per pochi soldi alla famiglia Riva nel 1995 e divenuta Ilva. La città si vede imposta la monocultura dell'acciaio. Questo termine è estremamente significativo; il prefisso “mono” indica una unicità economica che si impone su altre produzioni (mitilicoltura, agricoltura e tessile) ma nello stesso la parola “cultura” non attiene soltanto all'ambito economico ma anche al modo di pensare dei tarantini; non ci sono alternative alla fabbrica e l'esistenza dell'intera comunità vi è strettamente legata. Anche per questo motivo, l'opinione pubblica cittadina non ha voluto vedere, per lungo tempo, la morte che la fabbrica spargeva su Taranto, stretta anche nella morsa del ricatto occupazionale.
Nel luglio 2012 il Gip di Taranto dispone il sequestro degli impianti dell'area a caldo dell'Ilva e nel 2013 blocca i beni del Gruppo Riva. Non è un fulmine a ciel sereno. Il provvedimento arriva dopo anni di inchieste e condanne legate prima all'amianto poi al mobbing che avevano subito alcuni operai; infine dal 2000 parte la prima vera vertenza ambientale con avvisi di garanzia ai Riva. Nello stesso tempo, si avviano gli accordi fra la politica e l'azienda per le riduzioni degli agenti inquinanti; accordi che vanno avanti negli anni fino a oggi; accordi puntualmente disattesi dai proprietari dell'Ilva sicuri del pronto-soccorso della politica che chiude entrambi gli occhi dinanzi al disastro ambientale e che è prodiga di leggi salva-Ilva; anziché pretendere l'abbattimento delle emissioni pericolose e il risanamento della fabbrica come chiesto dal tribunale, la legge abbassa i limiti degli inquinanti, li elimina, proroga i tempi della messa a norma degli impianti. Non contenta di questo, dal 2012 prima il governo Monti, poi Letta intervengono più volte a gamba tesa nel lavoro della magistratura per neutralizzarne l'operato. D'altronde i Riva sono buoni amici del governo italiano, soprattutto dopo aver partecipato al "salvataggio" di Alitalia.
Parallelamente, attraverso l'inchiesta “Ambiente svenduto” si scoprono universi paralleli alla fabbrica, elementi di complicità e omissioni in cui viene coinvolta la politica pugliese fino ai suoi vertici, i giornali, le forze dell'ordine e finanche un esponente del clero locale. I Riva in qualche modo pagavano tutti; e nel frattempo trasferivano illegalmente denaro all'estero mentre continuavano ad ammazzare Taranto.
I media nazionali, costretti ad occuparsi dell'Ilva, presentano la vicenda come un aut aut tra salute e lavoro. Il libro di Giuliano Pavone ci racconta invece un'altra storia: l'imperativo è sempre stato continuare a produrre acciaio; una produzione che non poteva e non può essere interrotta, non certo per tutelare posti di lavoro, ma su richiesta specifica delle banche troppo esposte con l'azienda per rischiare una chiusura.
Allora la colpa delle malattie e dei morti viene addirittura accreditata alle sigarette di contrabbando che i cattivi tarantini continuano a fumare, nonostante siano illegali. L'Ilva invece può continuare a inquinare “legalmente” col beneplacito di tutti.
Oggi a Taranto qualcosa si muove. Tante associazioni e cittadini facendo a meno della politica e dei sindacati confederali, hanno deciso di reagire. I morti sono di tutti, la morte coinvolge tutti. Il lavoro e la salute non sono opzioni antitetiche, sono diritti.
E' anche grazie ai tarantini se i “Venditori di fumo” sono stati smascherati: non solo padron Riva, ma anche coloro che disinformando e tacendo la realtà, hanno permesso al fumo dell'Ilva di uccidere.
Fonte
Potagonista è l'Ilva di Taranto, ma anche la città con i suoi abitanti di cui l'autore regala un affresco a tratti poetico e suggestivo. Il tutto incorniciato da una riflessione sui problemi che svelano molti dei nodi critici dell'Italia di oggi: la sudditanza della politica ai poteri forti dell'economia e dell'industria, la passività generale dell'opinione pubblica, l'omertà colpevole dei media che nascondono i temi scottanti o li stravolgono a vantaggio di pochi.
Lo scrittore narra l'industrializzazione di Taranto, dalla costruzione alla fine del 1800 dell'Arsenale Militare Marittimo, fino alla statale Italsider, svenduta per pochi soldi alla famiglia Riva nel 1995 e divenuta Ilva. La città si vede imposta la monocultura dell'acciaio. Questo termine è estremamente significativo; il prefisso “mono” indica una unicità economica che si impone su altre produzioni (mitilicoltura, agricoltura e tessile) ma nello stesso la parola “cultura” non attiene soltanto all'ambito economico ma anche al modo di pensare dei tarantini; non ci sono alternative alla fabbrica e l'esistenza dell'intera comunità vi è strettamente legata. Anche per questo motivo, l'opinione pubblica cittadina non ha voluto vedere, per lungo tempo, la morte che la fabbrica spargeva su Taranto, stretta anche nella morsa del ricatto occupazionale.
Nel luglio 2012 il Gip di Taranto dispone il sequestro degli impianti dell'area a caldo dell'Ilva e nel 2013 blocca i beni del Gruppo Riva. Non è un fulmine a ciel sereno. Il provvedimento arriva dopo anni di inchieste e condanne legate prima all'amianto poi al mobbing che avevano subito alcuni operai; infine dal 2000 parte la prima vera vertenza ambientale con avvisi di garanzia ai Riva. Nello stesso tempo, si avviano gli accordi fra la politica e l'azienda per le riduzioni degli agenti inquinanti; accordi che vanno avanti negli anni fino a oggi; accordi puntualmente disattesi dai proprietari dell'Ilva sicuri del pronto-soccorso della politica che chiude entrambi gli occhi dinanzi al disastro ambientale e che è prodiga di leggi salva-Ilva; anziché pretendere l'abbattimento delle emissioni pericolose e il risanamento della fabbrica come chiesto dal tribunale, la legge abbassa i limiti degli inquinanti, li elimina, proroga i tempi della messa a norma degli impianti. Non contenta di questo, dal 2012 prima il governo Monti, poi Letta intervengono più volte a gamba tesa nel lavoro della magistratura per neutralizzarne l'operato. D'altronde i Riva sono buoni amici del governo italiano, soprattutto dopo aver partecipato al "salvataggio" di Alitalia.
Parallelamente, attraverso l'inchiesta “Ambiente svenduto” si scoprono universi paralleli alla fabbrica, elementi di complicità e omissioni in cui viene coinvolta la politica pugliese fino ai suoi vertici, i giornali, le forze dell'ordine e finanche un esponente del clero locale. I Riva in qualche modo pagavano tutti; e nel frattempo trasferivano illegalmente denaro all'estero mentre continuavano ad ammazzare Taranto.
I media nazionali, costretti ad occuparsi dell'Ilva, presentano la vicenda come un aut aut tra salute e lavoro. Il libro di Giuliano Pavone ci racconta invece un'altra storia: l'imperativo è sempre stato continuare a produrre acciaio; una produzione che non poteva e non può essere interrotta, non certo per tutelare posti di lavoro, ma su richiesta specifica delle banche troppo esposte con l'azienda per rischiare una chiusura.
Allora la colpa delle malattie e dei morti viene addirittura accreditata alle sigarette di contrabbando che i cattivi tarantini continuano a fumare, nonostante siano illegali. L'Ilva invece può continuare a inquinare “legalmente” col beneplacito di tutti.
Oggi a Taranto qualcosa si muove. Tante associazioni e cittadini facendo a meno della politica e dei sindacati confederali, hanno deciso di reagire. I morti sono di tutti, la morte coinvolge tutti. Il lavoro e la salute non sono opzioni antitetiche, sono diritti.
E' anche grazie ai tarantini se i “Venditori di fumo” sono stati smascherati: non solo padron Riva, ma anche coloro che disinformando e tacendo la realtà, hanno permesso al fumo dell'Ilva di uccidere.
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22/07/2014
Ilva. Fabio Riva condannato per truffa
Fabio Riva, figlio del patron dell'Ilva Emilio, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione al termine del processo sulla truffa allo Stato di Riva Fire, holding che controlla il colosso siderurgico di Taranto.
I giudici della terza sezione penale del Tribunale di Milano hanno stabilito una condanna superiore alle richieste del pm, che per lui aveva chiesto 5 anni e 4 mesi. Fabio Riva è stato condannato insieme ad altre due persone per associazione a delinquere e truffa.
Per lui è stata disposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Sul banco degli imputati, oltre al patron del gruppo, Emilio Riva (deceduto di recente), c'è anche la società Riva Fire, condannata ai sensi della legge 231 sulla responsabilità oggettiva di enti per reati commessi dai loro manager o dirigenti. Le accuse sono quelle di associazione a delinquere e truffa.
Secondo l'ipotesi formulata dai pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, gli imputati avrebbero creato una società ad hoc in Svizzera, la Riva Sa, per aggirare la normativa sancita dalla legge Ossola sull'erogazione dei contributi pubblici destinati alle imprese che esportano all'estero. Una truffa che avrebbe permesso a Riva Fire di sottrarre dalle casse dello Stato italiano risorse complessive per circa 100 milioni di euro.
A questa gente, ancora adesso, lo Stato riserva però un diritto di incidere sulle sorti dell'acciaio in Italia e sulla salute dei cittadini che lavorano o vivono vicino agli stabilimenti.
Fonte
I giudici della terza sezione penale del Tribunale di Milano hanno stabilito una condanna superiore alle richieste del pm, che per lui aveva chiesto 5 anni e 4 mesi. Fabio Riva è stato condannato insieme ad altre due persone per associazione a delinquere e truffa.
Per lui è stata disposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Sul banco degli imputati, oltre al patron del gruppo, Emilio Riva (deceduto di recente), c'è anche la società Riva Fire, condannata ai sensi della legge 231 sulla responsabilità oggettiva di enti per reati commessi dai loro manager o dirigenti. Le accuse sono quelle di associazione a delinquere e truffa.
Secondo l'ipotesi formulata dai pm Mauro Clerici e Stefano Civardi, gli imputati avrebbero creato una società ad hoc in Svizzera, la Riva Sa, per aggirare la normativa sancita dalla legge Ossola sull'erogazione dei contributi pubblici destinati alle imprese che esportano all'estero. Una truffa che avrebbe permesso a Riva Fire di sottrarre dalle casse dello Stato italiano risorse complessive per circa 100 milioni di euro.
A questa gente, ancora adesso, lo Stato riserva però un diritto di incidere sulle sorti dell'acciaio in Italia e sulla salute dei cittadini che lavorano o vivono vicino agli stabilimenti.
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22/12/2013
Ilva, i soldi sequestrati tornano ai Riva. Ora la bonifica diventa una chimera
La decisione della Cassazione di annullare senza rinvio il maxisequestro da 8,1 miliardi di euro
e restituire il tesoro ai Riva non ha solo risvolti giudiziari o
mediatici: ridisegna soprattutto scenari sempre più incerti sul futuro
del risanamento dell’Ilva di Taranto. Il commissario straordinario Enrico Bondi lo sa bene: è principalmente la sua figura che rischia di essere stata indebolita dalla decisione di ieri.
Secondo indiscrezioni, quando nei giorni scorsi insieme al subcommissario Edo Ronchi, Bondi si è recato a trovare il pool di inquirenti della procura ionica per consegnare la relazione trimestrale sull’avanzamento dei lavori di ammodernamento dell’Ilva, nella sua visione del prossimo futuro le probabilità di un dissequestro erano pressoché pari a zero. Adesso, però, dovrà fare i conti con un tesoro di beni (principalmente immobili, ben pochi i liquidi trovati dagli investigatori ionici) tornato in tasca ai Riva. Una serie di garanzie da offrire alle banche praticamente sfumate. Non solo. L’ipotesi che i Riva possano rifiutare di mettere i soldi a sua disposizione per il risanamento, ma che decidano di impugnare dinanzi alla corte costituzionale anche l’ultimo decreto “salva Ilva”, non è affatto una possibilità remota. Anzi. I legali degli industriali sarebbero infatti già al lavoro per neutralizzare gli effetti del provvedimento varato il 3 dicembre scorso che permetterebbe a Bondi di mettere le mani sui soldi della proprietà e, in caso di rifiuto, su quelli già sequestrati dalla procura di Milano. Del resto perché i Riva dovrebbero permettere un prelievo forzoso di qualche miliardo prima che qualunque processo sia definito con una condanna irrevocabile?
E allora se la stima dei lavori per gli adeguamenti all’Autorizzazione integrata ambientale e all’ampliamento del piano anche alle discariche, alla sicurezza e all’innovazione tecnologica e impiantistica, si aggira sui tre miliardi di euro, come farà Bondi a reperirli e sistemare la situazione nei tre anni concessi dal Governo?
Facendo due conti, in effetti, il risultato non è incoraggiante. L’unica certezza nelle mani del commissario, escludendo il tesoro restituito ieri a Riva e i quasi due miliardi di euro bloccati dalla procura di Milano sui quali la famiglia lombarda promette battaglia, resta solo l’utile dell’Ilva. Ma tra impianti fermi per il risanamento e la crisi del mercato, l’Ilva commissariata è ben lontana dagli anni in cui riusciva (tirando il collo agli impianti a danno dei tarantini) a raggiungere le vette dorate degli 800 milioni di euro. Lo stesso Bondi nella sua relazione trimestrale ha sottolineato un calo della produzione di circa due milioni di tonnellate d’acciaio. E allora? Bondi potrebbe sempre rivolgersi alle banche, ma la sua permanenza al vertice dell’Ilva è di 36 mesi poi l’azienda dovrà tornare nelle mani della famiglia e allora perché le banche dovrebbero concedere ingenti crediti che i Riva potrebbero decidere di non accollarsi? Chi onorerebbe quel debito? Certo non lo Stato visto che l’Europa lo considererebbe un aiuto all’azienda.
Un quadro particolarmente complicato, quindi, nel quale il commissario dovrà essere capace di districarsi in tempi abbastanza rapidi dato che la presentazione del piano industriale è oramai imminente. In alternativa ci sarebbero le dimissioni. E il disastro finanziario insieme a quello ambientale.
Fonte
Eccoli qui i risultati di un sistema che nella propria legislazione prevede solo ed esclusivamente la tutela degli interessi capitalistici, il resto vada tranquillamente a ramengo, come in effetti si sta verificando.
Secondo indiscrezioni, quando nei giorni scorsi insieme al subcommissario Edo Ronchi, Bondi si è recato a trovare il pool di inquirenti della procura ionica per consegnare la relazione trimestrale sull’avanzamento dei lavori di ammodernamento dell’Ilva, nella sua visione del prossimo futuro le probabilità di un dissequestro erano pressoché pari a zero. Adesso, però, dovrà fare i conti con un tesoro di beni (principalmente immobili, ben pochi i liquidi trovati dagli investigatori ionici) tornato in tasca ai Riva. Una serie di garanzie da offrire alle banche praticamente sfumate. Non solo. L’ipotesi che i Riva possano rifiutare di mettere i soldi a sua disposizione per il risanamento, ma che decidano di impugnare dinanzi alla corte costituzionale anche l’ultimo decreto “salva Ilva”, non è affatto una possibilità remota. Anzi. I legali degli industriali sarebbero infatti già al lavoro per neutralizzare gli effetti del provvedimento varato il 3 dicembre scorso che permetterebbe a Bondi di mettere le mani sui soldi della proprietà e, in caso di rifiuto, su quelli già sequestrati dalla procura di Milano. Del resto perché i Riva dovrebbero permettere un prelievo forzoso di qualche miliardo prima che qualunque processo sia definito con una condanna irrevocabile?
E allora se la stima dei lavori per gli adeguamenti all’Autorizzazione integrata ambientale e all’ampliamento del piano anche alle discariche, alla sicurezza e all’innovazione tecnologica e impiantistica, si aggira sui tre miliardi di euro, come farà Bondi a reperirli e sistemare la situazione nei tre anni concessi dal Governo?
Facendo due conti, in effetti, il risultato non è incoraggiante. L’unica certezza nelle mani del commissario, escludendo il tesoro restituito ieri a Riva e i quasi due miliardi di euro bloccati dalla procura di Milano sui quali la famiglia lombarda promette battaglia, resta solo l’utile dell’Ilva. Ma tra impianti fermi per il risanamento e la crisi del mercato, l’Ilva commissariata è ben lontana dagli anni in cui riusciva (tirando il collo agli impianti a danno dei tarantini) a raggiungere le vette dorate degli 800 milioni di euro. Lo stesso Bondi nella sua relazione trimestrale ha sottolineato un calo della produzione di circa due milioni di tonnellate d’acciaio. E allora? Bondi potrebbe sempre rivolgersi alle banche, ma la sua permanenza al vertice dell’Ilva è di 36 mesi poi l’azienda dovrà tornare nelle mani della famiglia e allora perché le banche dovrebbero concedere ingenti crediti che i Riva potrebbero decidere di non accollarsi? Chi onorerebbe quel debito? Certo non lo Stato visto che l’Europa lo considererebbe un aiuto all’azienda.
Un quadro particolarmente complicato, quindi, nel quale il commissario dovrà essere capace di districarsi in tempi abbastanza rapidi dato che la presentazione del piano industriale è oramai imminente. In alternativa ci sarebbero le dimissioni. E il disastro finanziario insieme a quello ambientale.
Fonte
Eccoli qui i risultati di un sistema che nella propria legislazione prevede solo ed esclusivamente la tutela degli interessi capitalistici, il resto vada tranquillamente a ramengo, come in effetti si sta verificando.
17/11/2013
Vendola, togliti di torno!
Se ci sia qualcosa di penalmente rilevante non spetta a noi indicarlo, ma sul piano politico l'intercettazione della telefonata tra il governatore della Puglia Nichi Vendola e Girolamo Archinà, ex capo delle Relazioni esterne dell'Ilva oggi agli arresti domiciliari, è devastante. Un amministratore locale dovrebbe trarne le dovute conseguenze e dare le dimissioni. Un leader politico – tantopiù di sinistra – dovrebbe evitare di far vedere ancora in giro la sua faccia in qualsiasi ambito o manifestazione che voglia rappresentare un anelito di cambiamento politico e sociale in questo paese.
Abbiamo più volte espresso la nostra estraneità alla logica del giustizialismo e alla morbosità nell'uso delle intercettazioni telefoniche che ispirano spesso i “mattinali” de Il Fatto Quotidiano, un giornale che su altri versanti produce invece inchieste e informazioni importanti.
Ma la cifra della conversazione tra Nichi Vendola e la macchina da guerra della famiglia Riva proprietaria dell'Ilva, è qualcosa di più e di più grave. E' la naturalezza della collusione tra istituzioni e i poteri forti. Il tentativo di abituarci e fossilizzarci sulle esclusive malefatte di Berlusconi, in alcun modo deve e può impedire di vedere le cose per quelle che sono e di tirarne le inevitabili conclusioni.
Ci sono due aspetti decisivi che azzerano qualsiasi indulgenza verso il governatore della Puglia e leader di Sinistra Ecologia e Libertà.
In primo luogo il contesto dell'Ilva e della contraddizione enorme e dolorosa tra la salute della popolazione e il ricatto occupazionale verso un'intera città. Una contraddizione che è potuta crescere e incarognirsi anche per il livello di dimostrata complicità di tutti gli ambiti preposti ad una funzione di controllo e interdizione sulle scelte aziendali: dai sindacati Fim, Fiom e Uilm alle agenzie che si occupano della tutela della salute fino ad arrivare al governo della Regione.
In secondo luogo il fatto che Nichi Vendola abbia ritenuto di poter convivere tra le suggestioni progressiste evocate dalla sua affabulazione e una realtà ben più meschina fatta di connivenza con gli interessi di una famiglia di “prenditori senza scrupoli” come i Riva. Una doppiezza che qualcuno può ritenere un male necessario per chi ha “responsabilità di governo” ma che la realtà dimostra essere inaccettabile.
Come già detto, se tutto ciò sia penalmente perseguibile non spetta a noi definirlo, ma politicamente è una pagina vergognosa che va chiusa senza sconti. Prima è, meglio è.
Fonte
Abbiamo più volte espresso la nostra estraneità alla logica del giustizialismo e alla morbosità nell'uso delle intercettazioni telefoniche che ispirano spesso i “mattinali” de Il Fatto Quotidiano, un giornale che su altri versanti produce invece inchieste e informazioni importanti.
Ma la cifra della conversazione tra Nichi Vendola e la macchina da guerra della famiglia Riva proprietaria dell'Ilva, è qualcosa di più e di più grave. E' la naturalezza della collusione tra istituzioni e i poteri forti. Il tentativo di abituarci e fossilizzarci sulle esclusive malefatte di Berlusconi, in alcun modo deve e può impedire di vedere le cose per quelle che sono e di tirarne le inevitabili conclusioni.
Ci sono due aspetti decisivi che azzerano qualsiasi indulgenza verso il governatore della Puglia e leader di Sinistra Ecologia e Libertà.
In primo luogo il contesto dell'Ilva e della contraddizione enorme e dolorosa tra la salute della popolazione e il ricatto occupazionale verso un'intera città. Una contraddizione che è potuta crescere e incarognirsi anche per il livello di dimostrata complicità di tutti gli ambiti preposti ad una funzione di controllo e interdizione sulle scelte aziendali: dai sindacati Fim, Fiom e Uilm alle agenzie che si occupano della tutela della salute fino ad arrivare al governo della Regione.
In secondo luogo il fatto che Nichi Vendola abbia ritenuto di poter convivere tra le suggestioni progressiste evocate dalla sua affabulazione e una realtà ben più meschina fatta di connivenza con gli interessi di una famiglia di “prenditori senza scrupoli” come i Riva. Una doppiezza che qualcuno può ritenere un male necessario per chi ha “responsabilità di governo” ma che la realtà dimostra essere inaccettabile.
Come già detto, se tutto ciò sia penalmente perseguibile non spetta a noi definirlo, ma politicamente è una pagina vergognosa che va chiusa senza sconti. Prima è, meglio è.
Fonte
15/11/2013
Ilva, la telefonata choc di Vendola: risate al telefono per le domande sui tumori
E’ il 19 novembre 2009. La conferenza stampa di presentazione del “Rapporto ambiente e sicurezza” dell’Ilva è appena terminata. Luigi Abbate, giornalista dell’emittente tarantina Blustar Tv, si avvicina a Emilio Riva,
87enne ex patron dell’acciaio e gli chiede: “La realtà non è così rosea
visti i tanti morti per tumore…”. Riva non è abituato a domande
scomode. Abbozza una risposta bofonchiando: “Ve li siete inventati” e si
salva grazie all’intervento del suo addetto alle relazioni
istituzionali Girolamo Archinà, che strappa letteralmente il microfono dalle mani del giornalista. Il video finisce su Youtube e comincia a fare il giro d’Italia. Diversi mesi più tardi, nel luglio del 2010, appena tornato da un viaggio in Cina anche Nichi Vendola lo
vede. A mostrarglielo sono stati “degli amici di Roma”, in quei giorni
interessati al caso Ilva perché in quei giorni l’azienda era tornata
sulle pagine dei giornali a causa della diffusione dei dati dell’Arpa
sui livelli allarmanti di benzo(a)pirene a Taranto. Il video della
conferenza stampa sarà al centro di una telefonata tra il governatore
della Puglia e Archinà, considerato dai pm la “longa manus” dei Riva.
Nell’intercettazione, il governatore di Puglia ride di gusto dicendo ad Archinà di aver apprezzato “lo scatto felino”. Confessa di essersi divertito insieme al suo capo di gabinetto. Definisce una “scena fantastica” l’immagine di Archinà che impedisce al giornalista di intervistare Emilio Riva. Il leader di Sel, ridendo, rivolge anche i suoi “complimenti” ad Archinà. Non solo. Riferendosi al giornalista lo definisce una “faccia di provocatore”. Vendola, che afferma di aver fatto davvero le battaglie a difesa della vita e della salute, suggerisce di “stringere i denti” di fronte a questi improvvisatori “senza arte né parte”. E aggiunge: “Dite a Riva che il presidente non si è defilato”.
Oggi Nichi Vendola è tra i 53 indagati dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Per la procura di Taranto, che ha coordinato l’attività investigativa della Guardia di finanza, il leader di Sinistra ecologia e libertà ha fatto pressioni sul direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, perché ammorbidisse il suo atteggiamento nei confronti dell’Ilva. Concussione. Girolamo Archinà, invece, è finito in carcere il 27 novembre 2012. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono le ipotesi di reato da cui dovrà difendersi l’ex pr dell’Ilva insieme a Emilio, Fabio e Nicola Riva, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Ma non è tutto. Archinà, infatti, è accusato anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato una tangente di diecimila euro a Lorenzo Liberti, ex consulente della procura, incaricato di svolgere una perizia sulle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico. Nel corso dell’inchiesta è anche emerso come molti cronisti locali (e alcune testate) fossero di fatto a libro paga di Archinà. Soldi per nascondere lo scandalo inquinamento e, soprattutto, per non fare domande.
Per tutta la giornata di giovedì 14 novembre i cronisti de Il Fatto Quotidiano hanno provato a contattare telefonicamente Vendola e i suoi collaboratori. Il cellulare del governatore ha sempre suonato a vuoto. E nonostante l’invio di sms, il leader di Sel non ha mai risposto nè richiamato.
Ascolta la telefonata integrale.
Fonte
SEL: Sinistra Ecologia e Libertà.
Mai si sarebbe potuto concepire sigla più distanti dai reali interessi perseguiti da chi "dirige" questo "partito".
Sta gente fa decisamente più schifo che spavento.
Nell’intercettazione, il governatore di Puglia ride di gusto dicendo ad Archinà di aver apprezzato “lo scatto felino”. Confessa di essersi divertito insieme al suo capo di gabinetto. Definisce una “scena fantastica” l’immagine di Archinà che impedisce al giornalista di intervistare Emilio Riva. Il leader di Sel, ridendo, rivolge anche i suoi “complimenti” ad Archinà. Non solo. Riferendosi al giornalista lo definisce una “faccia di provocatore”. Vendola, che afferma di aver fatto davvero le battaglie a difesa della vita e della salute, suggerisce di “stringere i denti” di fronte a questi improvvisatori “senza arte né parte”. E aggiunge: “Dite a Riva che il presidente non si è defilato”.
Oggi Nichi Vendola è tra i 53 indagati dell’inchiesta “Ambiente svenduto”. Per la procura di Taranto, che ha coordinato l’attività investigativa della Guardia di finanza, il leader di Sinistra ecologia e libertà ha fatto pressioni sul direttore generale dell’Arpa Puglia, Giorgio Assennato, perché ammorbidisse il suo atteggiamento nei confronti dell’Ilva. Concussione. Girolamo Archinà, invece, è finito in carcere il 27 novembre 2012. Associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Sono le ipotesi di reato da cui dovrà difendersi l’ex pr dell’Ilva insieme a Emilio, Fabio e Nicola Riva, all’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso. Ma non è tutto. Archinà, infatti, è accusato anche di corruzione in atti giudiziari per aver versato una tangente di diecimila euro a Lorenzo Liberti, ex consulente della procura, incaricato di svolgere una perizia sulle emissioni nocive dello stabilimento siderurgico. Nel corso dell’inchiesta è anche emerso come molti cronisti locali (e alcune testate) fossero di fatto a libro paga di Archinà. Soldi per nascondere lo scandalo inquinamento e, soprattutto, per non fare domande.
Per tutta la giornata di giovedì 14 novembre i cronisti de Il Fatto Quotidiano hanno provato a contattare telefonicamente Vendola e i suoi collaboratori. Il cellulare del governatore ha sempre suonato a vuoto. E nonostante l’invio di sms, il leader di Sel non ha mai risposto nè richiamato.
Ascolta la telefonata integrale.
Fonte
SEL: Sinistra Ecologia e Libertà.
Mai si sarebbe potuto concepire sigla più distanti dai reali interessi perseguiti da chi "dirige" questo "partito".
Sta gente fa decisamente più schifo che spavento.
19/09/2013
Riva, in arrivo la quarta norma ad hoc. I regali dei governi Monti-Letta
L'esecutivo cerca una soluzione per restituire il tesoretto ai padroni dell’acciaio italiano. Per questo il ministro per lo Sviluppo economico Zanonato ha proposto di modificare il codice di procedura penale in modo da consentire lo sblocco dei fondi mantenendo però il sequestro dei beni
Prima la legge “salva Ilva”, poi la “salva Ilva-bis” e infine un decreto che autorizza le discariche interne allo stabilimento. Una raffica di leggi ad aziendam in meno di 12 mesi. Eppure il governo italiano è capace di fare di più. Dopo aver restituito gli impianti inquinanti e l’acciaio prodotto illecitamente, dopo aver nominato commissario straordinario dell’Ilva l’ex amministratore delegato, Enrico Bondi, ora cerca una soluzione per restituire il tesoretto alla famiglia Riva, i padroni dell’acciaio italiano, indagati per associazione a delinquere per il disastro ambientale di Taranto. Un quarto provvedimento normativo, insomma, studiato su misura per scavalcare ancora la legge e annullare l’azione della magistratura ionica.
Ad annunciarlo è stato il ministro per lo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, che ha proposto come soluzione per far ripartire gli impianti delle 13 società del Gruppo Riva – bloccate dalle fiamme gialle al comando del colonnello Salvatore Paiano e dal maggiore Giuseppe Dinoi – quella di “modificare il codice di procedura penale, istituendo il 104-ter, che consentirebbe di sbloccare i fondi mantenendo il sequestro dei beni”. Non bastava, quindi, aver sacrificato il diritto alla salute di operai e cittadini sull’altare della produzione e dell’interesse nazionale, ora anche il codice di procedura penale dev’essere modificato per favorire i Riva. Una mossa che, inoltre, potrebbe anche andare a incidere sui tanti sequestri preventivi disposti quasi quotidianamente dalla magistratura italiana.
Questo, come detto, sarebbe solo l’ultimo regalo del governo alla famiglia Riva. Il primo, fu voluto dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Nel dicembre scorso infatti, il governo varò il decreto “salva Ilva” successivamente convertito in legge che prevedeva la restituzione degli impianti inquinanti all’Ilva, l’autorizzazione a produrre in attesa di realizzare le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale e il divieto per la magistratura di intervenire per il tempo necessario all’adeguamento. Una cappa di impunità lunga 36 mesi durante i quali a vigilare sarà il Garante per l’Ilva (Il governo sceglie l’ex pg di Cassazione Vitaliano Esposito, ex giudice “a disposizione” di Mancino nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia).
Ma l’adeguamento all’Aia si rivela subito un’impresa ardua per l’Ilva. Le ispezioni dell’Ispra e dell’Arpa a distanza di mesi mostrano le violazioni e i ritardi. Il Garante scrive al nuovo governo guidato da Enrico Letta e al ministro dell’Ambiente Andrea Orlando che invece di espropriare l’azienda alla famiglia lombarda sceglie la strada del commissariamento. La scelta cade su Enrico Bondi, già a.d. dell’Ilva scelto mesi prima proprio dai Riva. Il nuovo decreto “salva Ilva bis” viene confezionato in tempi record e varato luglio 2013: oltre alla nomina di Bondi e allo sblocco dei fondi, prevede anche la nomina di un vice commissario (Edo Ronchi) e un comitato di tre esperti scelti dal ministero. A questo si aggiunge qualche mese più tardi un decreto che autorizza l’Ilva a smaltire i rifiuti nelle due discariche interne, permettendo ancora una volta ai Riva di risparmiare milioni di euro.
Il 23 settembre potrebbe arrivare l’ennesimo regalo all’azienda per neutralizzare i provvedimenti della magistratura. In fabbrica, intanto, non è ancora partita alcuna opera di risanamento. Lo stabilimento è lo stesso sequestrato dal gip Patrizia Todisco. La fabbrica diffonde ancora “malattie e morte” come scrissero i periti nella maxi perizia depositato in tribunale. “Io ho vissuto a Genova dove non potevamo assolutamente fare nessuna, nessunissimo slopping perché ci avrebbero chiuso” ha dichiarato davanti al gip uno dei cinque fiduciari dei Riva arrestati nei giorni scorsi. A Taranto invece anche le nubi rosse e nocive sono autorizzate per legge.
Fonte
Puntualizzazione: il diritto alla salute non è stato calpestato per salvare l'interesse nazionale e la produzione industriale, ma per garantire ai prenditori tricolori di tenere la mani su quanto hanno arraffato nei decenni grassi del liberismo all'italiana.
Mera lotta di classe da parte dei più schifosamente abbienti dunque, non pragmatico calcolo nazionalista come l'articolo potrebbe lasciar intendere.
Prima la legge “salva Ilva”, poi la “salva Ilva-bis” e infine un decreto che autorizza le discariche interne allo stabilimento. Una raffica di leggi ad aziendam in meno di 12 mesi. Eppure il governo italiano è capace di fare di più. Dopo aver restituito gli impianti inquinanti e l’acciaio prodotto illecitamente, dopo aver nominato commissario straordinario dell’Ilva l’ex amministratore delegato, Enrico Bondi, ora cerca una soluzione per restituire il tesoretto alla famiglia Riva, i padroni dell’acciaio italiano, indagati per associazione a delinquere per il disastro ambientale di Taranto. Un quarto provvedimento normativo, insomma, studiato su misura per scavalcare ancora la legge e annullare l’azione della magistratura ionica.
Ad annunciarlo è stato il ministro per lo Sviluppo economico, Flavio Zanonato, che ha proposto come soluzione per far ripartire gli impianti delle 13 società del Gruppo Riva – bloccate dalle fiamme gialle al comando del colonnello Salvatore Paiano e dal maggiore Giuseppe Dinoi – quella di “modificare il codice di procedura penale, istituendo il 104-ter, che consentirebbe di sbloccare i fondi mantenendo il sequestro dei beni”. Non bastava, quindi, aver sacrificato il diritto alla salute di operai e cittadini sull’altare della produzione e dell’interesse nazionale, ora anche il codice di procedura penale dev’essere modificato per favorire i Riva. Una mossa che, inoltre, potrebbe anche andare a incidere sui tanti sequestri preventivi disposti quasi quotidianamente dalla magistratura italiana.
Questo, come detto, sarebbe solo l’ultimo regalo del governo alla famiglia Riva. Il primo, fu voluto dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Nel dicembre scorso infatti, il governo varò il decreto “salva Ilva” successivamente convertito in legge che prevedeva la restituzione degli impianti inquinanti all’Ilva, l’autorizzazione a produrre in attesa di realizzare le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale e il divieto per la magistratura di intervenire per il tempo necessario all’adeguamento. Una cappa di impunità lunga 36 mesi durante i quali a vigilare sarà il Garante per l’Ilva (Il governo sceglie l’ex pg di Cassazione Vitaliano Esposito, ex giudice “a disposizione” di Mancino nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia).
Ma l’adeguamento all’Aia si rivela subito un’impresa ardua per l’Ilva. Le ispezioni dell’Ispra e dell’Arpa a distanza di mesi mostrano le violazioni e i ritardi. Il Garante scrive al nuovo governo guidato da Enrico Letta e al ministro dell’Ambiente Andrea Orlando che invece di espropriare l’azienda alla famiglia lombarda sceglie la strada del commissariamento. La scelta cade su Enrico Bondi, già a.d. dell’Ilva scelto mesi prima proprio dai Riva. Il nuovo decreto “salva Ilva bis” viene confezionato in tempi record e varato luglio 2013: oltre alla nomina di Bondi e allo sblocco dei fondi, prevede anche la nomina di un vice commissario (Edo Ronchi) e un comitato di tre esperti scelti dal ministero. A questo si aggiunge qualche mese più tardi un decreto che autorizza l’Ilva a smaltire i rifiuti nelle due discariche interne, permettendo ancora una volta ai Riva di risparmiare milioni di euro.
Il 23 settembre potrebbe arrivare l’ennesimo regalo all’azienda per neutralizzare i provvedimenti della magistratura. In fabbrica, intanto, non è ancora partita alcuna opera di risanamento. Lo stabilimento è lo stesso sequestrato dal gip Patrizia Todisco. La fabbrica diffonde ancora “malattie e morte” come scrissero i periti nella maxi perizia depositato in tribunale. “Io ho vissuto a Genova dove non potevamo assolutamente fare nessuna, nessunissimo slopping perché ci avrebbero chiuso” ha dichiarato davanti al gip uno dei cinque fiduciari dei Riva arrestati nei giorni scorsi. A Taranto invece anche le nubi rosse e nocive sono autorizzate per legge.
Fonte
Puntualizzazione: il diritto alla salute non è stato calpestato per salvare l'interesse nazionale e la produzione industriale, ma per garantire ai prenditori tricolori di tenere la mani su quanto hanno arraffato nei decenni grassi del liberismo all'italiana.
Mera lotta di classe da parte dei più schifosamente abbienti dunque, non pragmatico calcolo nazionalista come l'articolo potrebbe lasciar intendere.
15/09/2013
Ilva-Riva. Il governo esita anche sul commissariamento
Pare che persino questo governo di servizio per le imprese e le banche si stia rendendo conto che con l'Ilva bisogna inventarsi qualcosa di diverso, fuori dallo schema ideologico logoro del “ci pensa il mercato”. Non basta infatti dichiarare un impianto – come quello di Taranto – di “interesse strategico nazionale” se poi tutto quello che lo Stato si limita a fare è mandare la polizia se c'è conflitto sindacale o con la popolazione residente. Tanto più se, come in questo caso, sia “la famiglia” dei proprietari che i vertici aziendali sono arrestati, indagati, latitanti; e ciò nonostante “ordinano” la chiusura di impianti e la “messa in libertà” di migliaia di lavoratori, se la magistratura sequestra parte dei loro beni finanziari derivati dalla “commissione di reati”.
Per carità, non che Letta e Zanonato (ministro per le attività produttive, quello che dovrebbe inventarsi qualcosa) pensino di espropriare i Riva e di nazionalizzare – come sarebbe invece logico – una delle poche industrie strategiche rimaste in questo paese. Ma un “commissariamento” più esteso di quello fin qui timidamente messo in atto sembra ormai alle porte. Naturalmente nella piena ambiguità, con “commissari” nominati con un braccio da quello stesso Stato che con un altro (la magistratura) è “costretto” a perseguire i proprietari.
Riportano infatti le agenzie che “il governo sta studiando una soluzione che consenta al gruppo Riva di riprendere la produzione nei suoi impianti, interrotta ieri a seguito del sequestro di beni per 1 miliardo, scongiurando così il rischio che 1.400 persone messe in libertà rimangano senza lavoro”. La soluzione sarebbe nella pubblica presa di possesso dello stesso gruppo Riva, ripetiamo, in modo da evitare “l'inquinamento delle prove”, la “commissione di nuovi reati” e soprattutto impedire il blocco della produzione per pura ritorsione e ricatto. E invece no: "Il governo sta cercando soluzioni perché, compatibilmente con il sequestro, l'azienda prosegua l'attività produttiva", ha detto il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, che sta seguendo il dossier con il ministro Flavio Zanonato.
L'altro ieri Riva Acciaio, società della famiglia Riva, aveva comunicato la cessazione di tutte le attività a seguito del sequestro preventivo di beni per complessivi 8,1 miliardi ordinato dalla magistratura nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale presso le acciaierie Ilva di Taranto, di proprietà dei Riva, dei quali finora la Guardia di Finanza ha sequestrato 2,2 miliardi.
Oltre 1 miliardo è stato requisito martedì tra beni mobili e immobili, titoli bancari e azioni di proprietà di 13 società collegate alla holding Riva Fire. I dipendenti messi in libertà ieri sono occupati negli impianti di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco) e Riva Energia e Muzzana Trasporti.
Al momento l'unica cosa certa è che l'esecutivo ha garantito ai sindacati i fondi per mettere i lavoratori in cassa integrazione straordinaria e che lunedì il ministro dello Sviluppo, Flavio Zanonato, riceverà l'azienda. Lo schema, fin qui, è quello solito: l'imprenditore privato svuota le casse aziendali per riempire le proprie, poi, quando l'azienda si ferma e i dipendenti rischiano di finire sul lastrico interviene lo Stato, ma soltanto per mettere i fondi necessari a finanziare gli ammortizzatori sociali. Insomma: profitti privati e aumento della spesa pubblica, che verrà poi fatta pagare ad altri lavoratori in termini di tagli al welfare o nuove tasse indirette (accisa, Iva, tariffe, ecc).
Allo studio, anche se in ambienti ministeriali viene definita “difficilmente percorribile”, anche l'ipotesi di commissariamento degli impianti, suggerita ieri dalla Fiom. I siti sequestrati non sono infatti direttamente coinvolti nell'inchiesta per disastro ambientale (come l'Ilva di Taranto), né sono falliti. Insomma: bisognerebbe attendere che anche qui intervenga la magistratura prima di sostituire almeno l'amministrazione ordinaria degli stabilimenti da parte di una proprietà in odor di “delinquenza”. Come sono gentili con i padroni...
Riva Acciaio continua a dire che la chiusura non è stata una scelta ma una decisione imposta dal sequestro e ribadisce in una nota "il proprio massimo impegno a collaborare".
"La prima ipotesi [allo studio] è vedere se è possibile gestire l'azienda indipendentemente dal sequestro. La seconda è se sia invece necessario un nostro provvedimento che, salvaguardando le decisioni del giudice, consenta la ripresa dell'attività. Il commissariamento fa parte della seconda ipotesi", ha riferito Zanonato al termine di una riunione a Palazzo Chigi alla quale era collegato telefonicamente il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante (un ex prefetto, mica un manager qualsiasi).
Ieri in un'intervista a Repubblica il ministro ha spiegato che mentre per l'Ilva di Taranto il commissariamento trovava "la sua giustificazione nel disastro ambientale provocato dallo stabilimento siderurgico e dunque dalla necessità di utilizzare le risorse per rispettare i vincoli del risanamento ambientale prescritti dall'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale. Quest'ultimo è oggettivamente un caso diverso".
Il governo, con un decreto, ha commissariato l'Ilva togliendo ai Riva, per un periodo compreso tra uno e tre anni, affidandola in gestione a Enrico Bondi.
Tre componenti della famiglia Riva sotto inchiesta sono stati scarcerati in attesa della chiusura delle indagini e della richiesta di processo da parte della procura.
Preoccupata Federmeccanica per l'impatto sul settore: "È un momento in cui il prezzo dell'acciaio tende ad aumentare. Se ci si mette anche una carenza di forniture nazionali si rischia di dare un colpo sulla ripresa che stiamo vagheggiando".
L'Ilva di Taranto impiega, compreso l'indotto circa 12.000 persone. In totale il gruppo Riva nel occupa oltre 20.000.
Tutti numeri e rischi che giustificherebbero ampiamente, anche da un punto di vista capitalistico puro, il sequestro e la nazionalizzazione di tutto il gruppo.
Fonte
Per carità, non che Letta e Zanonato (ministro per le attività produttive, quello che dovrebbe inventarsi qualcosa) pensino di espropriare i Riva e di nazionalizzare – come sarebbe invece logico – una delle poche industrie strategiche rimaste in questo paese. Ma un “commissariamento” più esteso di quello fin qui timidamente messo in atto sembra ormai alle porte. Naturalmente nella piena ambiguità, con “commissari” nominati con un braccio da quello stesso Stato che con un altro (la magistratura) è “costretto” a perseguire i proprietari.
Riportano infatti le agenzie che “il governo sta studiando una soluzione che consenta al gruppo Riva di riprendere la produzione nei suoi impianti, interrotta ieri a seguito del sequestro di beni per 1 miliardo, scongiurando così il rischio che 1.400 persone messe in libertà rimangano senza lavoro”. La soluzione sarebbe nella pubblica presa di possesso dello stesso gruppo Riva, ripetiamo, in modo da evitare “l'inquinamento delle prove”, la “commissione di nuovi reati” e soprattutto impedire il blocco della produzione per pura ritorsione e ricatto. E invece no: "Il governo sta cercando soluzioni perché, compatibilmente con il sequestro, l'azienda prosegua l'attività produttiva", ha detto il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, che sta seguendo il dossier con il ministro Flavio Zanonato.
L'altro ieri Riva Acciaio, società della famiglia Riva, aveva comunicato la cessazione di tutte le attività a seguito del sequestro preventivo di beni per complessivi 8,1 miliardi ordinato dalla magistratura nell'ambito dell'inchiesta per disastro ambientale presso le acciaierie Ilva di Taranto, di proprietà dei Riva, dei quali finora la Guardia di Finanza ha sequestrato 2,2 miliardi.
Oltre 1 miliardo è stato requisito martedì tra beni mobili e immobili, titoli bancari e azioni di proprietà di 13 società collegate alla holding Riva Fire. I dipendenti messi in libertà ieri sono occupati negli impianti di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco) e Riva Energia e Muzzana Trasporti.
Al momento l'unica cosa certa è che l'esecutivo ha garantito ai sindacati i fondi per mettere i lavoratori in cassa integrazione straordinaria e che lunedì il ministro dello Sviluppo, Flavio Zanonato, riceverà l'azienda. Lo schema, fin qui, è quello solito: l'imprenditore privato svuota le casse aziendali per riempire le proprie, poi, quando l'azienda si ferma e i dipendenti rischiano di finire sul lastrico interviene lo Stato, ma soltanto per mettere i fondi necessari a finanziare gli ammortizzatori sociali. Insomma: profitti privati e aumento della spesa pubblica, che verrà poi fatta pagare ad altri lavoratori in termini di tagli al welfare o nuove tasse indirette (accisa, Iva, tariffe, ecc).
Allo studio, anche se in ambienti ministeriali viene definita “difficilmente percorribile”, anche l'ipotesi di commissariamento degli impianti, suggerita ieri dalla Fiom. I siti sequestrati non sono infatti direttamente coinvolti nell'inchiesta per disastro ambientale (come l'Ilva di Taranto), né sono falliti. Insomma: bisognerebbe attendere che anche qui intervenga la magistratura prima di sostituire almeno l'amministrazione ordinaria degli stabilimenti da parte di una proprietà in odor di “delinquenza”. Come sono gentili con i padroni...
Riva Acciaio continua a dire che la chiusura non è stata una scelta ma una decisione imposta dal sequestro e ribadisce in una nota "il proprio massimo impegno a collaborare".
"La prima ipotesi [allo studio] è vedere se è possibile gestire l'azienda indipendentemente dal sequestro. La seconda è se sia invece necessario un nostro provvedimento che, salvaguardando le decisioni del giudice, consenta la ripresa dell'attività. Il commissariamento fa parte della seconda ipotesi", ha riferito Zanonato al termine di una riunione a Palazzo Chigi alla quale era collegato telefonicamente il presidente dell'Ilva, Bruno Ferrante (un ex prefetto, mica un manager qualsiasi).
Ieri in un'intervista a Repubblica il ministro ha spiegato che mentre per l'Ilva di Taranto il commissariamento trovava "la sua giustificazione nel disastro ambientale provocato dallo stabilimento siderurgico e dunque dalla necessità di utilizzare le risorse per rispettare i vincoli del risanamento ambientale prescritti dall'Aia, l'autorizzazione integrata ambientale. Quest'ultimo è oggettivamente un caso diverso".
Il governo, con un decreto, ha commissariato l'Ilva togliendo ai Riva, per un periodo compreso tra uno e tre anni, affidandola in gestione a Enrico Bondi.
Tre componenti della famiglia Riva sotto inchiesta sono stati scarcerati in attesa della chiusura delle indagini e della richiesta di processo da parte della procura.
Preoccupata Federmeccanica per l'impatto sul settore: "È un momento in cui il prezzo dell'acciaio tende ad aumentare. Se ci si mette anche una carenza di forniture nazionali si rischia di dare un colpo sulla ripresa che stiamo vagheggiando".
L'Ilva di Taranto impiega, compreso l'indotto circa 12.000 persone. In totale il gruppo Riva nel occupa oltre 20.000.
Tutti numeri e rischi che giustificherebbero ampiamente, anche da un punto di vista capitalistico puro, il sequestro e la nazionalizzazione di tutto il gruppo.
Fonte
14/09/2013
Espropriamo i “prenditori”
La rapacità e i ricatti della famiglia Riva sul lavoro e l'economia nel nostro paese, si prestano ad alcune considerazioni che portano alla luce la natura del capitalismo italiano e dei suoi “prenditori”, ma che chiama in causa alcune conseguenze logiche che dovrebbero entrare come un tornado nell'agenda politica quotidiana.
Riva e i suoi rampolli hanno accumulato soldi, tanti soldi, prima producendo acciaio in proprio, poi accaparrandosi a due soldi l'Ilva attraverso le privatizzazioni dell'Iri volute da Prodi, diventando così i monopolisti del settore nel nostro paese. Ma, come testimoniano da anni i libri bianchi di Mediobanca, gran parte dei “prenditori” hanno deviato i profitti incassati verso operazioni finanziarie e conti correnti nei paradisi fiscali piuttosto che in investimenti produttivi per migliorare prodotti e processi di lavorazione e men che meno in bonifiche, il che avrebbe ridotto l'avvelenamento della popolazione tarantina o i morti tra chi lavora negli stabilimenti dei Riva. Peggio ancora. La sottrazione di capitali societari per rimpinguare le casse della “famiglia” ha raggiunto livelli tali da dissestare i bilanci fin quasi al fallimento. La cosa è stata talmente spudorata che la magistratura ha arrestato gran parte della famiglia Riva e sta cercando di recuperare il malloppo depositato nei conti off shore. Si è così prodotto il classico caso – quasi naturale nel capitalismo – di interessi privati che entrano in conflitto con gli interessi collettivi (salute, lavoro, ricchezza nazionale).
Appare altrettanto logico che qualora si manifesti tale contraddizione, i responsabili dei danni verso la collettività vengano espropriati per rimettere il patrimonio industriale ed economico “a valore”, nel senso della messa a disposizione degli interessi collettivi. In tal caso la nazionalizzazione dell'Ilva appare come una scelta logica, conseguente, in qualche modo dovuta.
A rafforzare questa logica conseguente vengono due esempi che pure abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Nel caso della mafia, si procede giustamente all'esproprio dei patrimoni mobili e immobili dei boss e alla loro consegna alla gestione della collettività (vedi le aziende agricole o alcuni immobili rimessi sul mercato). Anche in questo caso i boss mafiosi – attraverso i loro prestanome – cercano di riprendersi le “loro” proprietà magari turbando le aste o minacciando le cooperative che adesso gestiscono le “loro” aziende. Ovviamente il compito dello Stato non dovrebbe essere quello di agevolare il ritorno delle proprietà nelle mani private dei boss mafiosi, ma quello di impedirlo.
Infine anche in politica stiamo assistendo a qualcosa che si presta bene al nostro ragionamento. Si afferma – nelle nuove leggi e nelle aule parlamentari – che un parlamentare che abbia anteposto i propri interessi privati a quelli pubblici fino a venirne condannato dai tribunali, debba decadere. Dunque deve essere “espropriato” del suo status di uomo o donna pubblici e del loro ruolo istituzionali.
Viene allora da chiedersi. Ma perchè la logica e la legge devono funzionare solo nel caso degli interessi privati dei boss mafiosi o dei politici corrotti e maramaldi e non debbano invece agire conseguentemente nel caso degli interessi privati dei “prenditori”? In modo particolare quando essi vengono indagati, arrestati e infine riconosciuti colpevoli di aver violato le più elementari leggi del capitalismo stesso (quindi anche quelle dello Stato italiano).
Se non si espropriano i patrimoni della famiglia Riva e li si riconsegnano agli interessi collettivi – tramite la nazionalizzazione – diventa quasi legittimo che Totà Riina e Berlusconi possano invocare un doppio standard e ricorrere alla più alte istanze della giustizia per rivendicare la supremazia dei loro interessi privati rispetto a quelli pubblici. Nel sistema capitalista è questo l'ordine delle priorità. Sarebbe paradossale. Oppure no?
Fonte
13/09/2013
Ricatto di Riva: chiude sette stabilimenti, licenzia 1.500 operai. Nazionalizzare subito!
Il gruppo industriale-finanziario della famiglia Riva, già inquisito per disastro ambientale, ha annunciato che da domani metterà in libertà circa 1.500 lavoratori che operano nelle 13 società riconducibili alla famiglia e oggetto del sequestro di beni e conti correnti per 916 milioni di euro operato dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale. Quella che di fatto si configura come una “serrata” riguarderebbe vari siti produttivi che il gruppo Riva possiede in tutta Italia.
Riva Acciaio ha confermato in una nota la cessazione a partire da oggi di tutte le attività dell’azienda, esterne all’Ilva. Si tratta di sette stabilimenti in cui sono impiegati circa 1.400 lavoratori. La Riva annuncia che verranno chiusi gli impianti di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco) e di servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti). A Taranto la società interessata dalla ritorsione sarebbe “Taranto Energia”, con 114 dipendenti. L’azienda ha già convocato per domani i sindacati di categoria, pare prospettando problemi per il pagamento degli stipendi. La decisione viene motivata con il sequestro preventivo penale del Gip di Taranto. “Tali attività non rientrano nel perimetro gestionale dell’Ilva - afferma l’azienda - e non hanno quindi alcun legame con le vicende giudiziarie che hanno interessato lo stabilimento Ilva di Taranto”. “La decisione - afferma la società nella nota comunicata al custode dei beni cautelari, Mario Tagarelli, e illustrata alle rappresentanze sindacali dei diversi stabilimenti coinvolti - si è resa purtroppo necessaria poiché il provvedimento di sequestro preventivo penale del Gip di Taranto, datato 22 maggio e 17 luglio 2013 e comunicato il 9 settembre, in base al quale vengono sottratti a Riva Acciaio i cespiti aziendali, tra cui gli stabilimenti produttivi, e vengono sequestrati i saldi attivi di conto corrente e si attua di conseguenza il blocco delle attività bancarie, impedendo il normale ciclo di pagamenti aziendali, fa sì che non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività”. Non solo: “Riva Acciaio impugnerà naturalmente nelle sedi competenti il provvedimento di sequestro, già attuato nei confronti della controllante Riva Forni Elettrici e inopinatamente esteso al patrimonio dell’azienda - conclude l’azienda -, in lesione della sua autonomia giuridica, ma nel frattempo deve procedere alla sospensione delle attività e alla messa in sicurezza degli impianti cui seguirà, nei tempi e nei modi previsti dalla legge, la sospensione delle prestazioni lavorative del personale (circa 1.400 unità), a esclusione degli addetti alla messa in sicurezza, conservazione e guardiani degli stabilimenti e dei beni aziendali”.
L’ennesimo ricatto della famiglia Riva, che di fatto usa come ostaggio centinaia di lavoratori, conferma come l’unica soluzione per salvaguardare insieme lavoro, salute e ricchezze del paese sia la nazionalizzazione dell’Ilva e l’esproprio ad una famiglia di prenditori senza scrupoli.
Fonte
Riva Acciaio ha confermato in una nota la cessazione a partire da oggi di tutte le attività dell’azienda, esterne all’Ilva. Si tratta di sette stabilimenti in cui sono impiegati circa 1.400 lavoratori. La Riva annuncia che verranno chiusi gli impianti di Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco) e di servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti). A Taranto la società interessata dalla ritorsione sarebbe “Taranto Energia”, con 114 dipendenti. L’azienda ha già convocato per domani i sindacati di categoria, pare prospettando problemi per il pagamento degli stipendi. La decisione viene motivata con il sequestro preventivo penale del Gip di Taranto. “Tali attività non rientrano nel perimetro gestionale dell’Ilva - afferma l’azienda - e non hanno quindi alcun legame con le vicende giudiziarie che hanno interessato lo stabilimento Ilva di Taranto”. “La decisione - afferma la società nella nota comunicata al custode dei beni cautelari, Mario Tagarelli, e illustrata alle rappresentanze sindacali dei diversi stabilimenti coinvolti - si è resa purtroppo necessaria poiché il provvedimento di sequestro preventivo penale del Gip di Taranto, datato 22 maggio e 17 luglio 2013 e comunicato il 9 settembre, in base al quale vengono sottratti a Riva Acciaio i cespiti aziendali, tra cui gli stabilimenti produttivi, e vengono sequestrati i saldi attivi di conto corrente e si attua di conseguenza il blocco delle attività bancarie, impedendo il normale ciclo di pagamenti aziendali, fa sì che non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività”. Non solo: “Riva Acciaio impugnerà naturalmente nelle sedi competenti il provvedimento di sequestro, già attuato nei confronti della controllante Riva Forni Elettrici e inopinatamente esteso al patrimonio dell’azienda - conclude l’azienda -, in lesione della sua autonomia giuridica, ma nel frattempo deve procedere alla sospensione delle attività e alla messa in sicurezza degli impianti cui seguirà, nei tempi e nei modi previsti dalla legge, la sospensione delle prestazioni lavorative del personale (circa 1.400 unità), a esclusione degli addetti alla messa in sicurezza, conservazione e guardiani degli stabilimenti e dei beni aziendali”.
L’ennesimo ricatto della famiglia Riva, che di fatto usa come ostaggio centinaia di lavoratori, conferma come l’unica soluzione per salvaguardare insieme lavoro, salute e ricchezze del paese sia la nazionalizzazione dell’Ilva e l’esproprio ad una famiglia di prenditori senza scrupoli.
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28/07/2013
Ilva Taranto, un anno fa il primo sequestro: da allora a oggi nulla è cambiato – le tappe
Il 26 luglio 2012 il gip Patrizia Todisco dispone il sequestro di sei reparti dell’area a caldo dell'impianto siderurgico e gli arresti domiciliari per sette persone, tra cui i vertici della famiglia Riva. Dopo 365 giorni, due governi, un'Aia ad hoc e due decreti ad aziendam la situazione è identica. E il siderurgico continua ad inquinare.
Di sicuro c’è solo che non ha mai smesso di produrre e inquinare. La parafrasi di un famoso articolo di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano basta a racchiudere un anno di Ilva. Già, perché durante i dodici mesi trascorsi dal sequestro senza facoltà d’uso disposto dalla magistratura l’unica certezza per i tarantini è che l’azienda dei Riva non ha smesso nemmeno per un attimo di produrre acciaio e diffondere “malattia e morte”, come hanno spiegato i periti del gip Patrizia Todisco. In dodici mesi, inoltre, due governi italiani (Monti e Letta) sono stati capaci di varare due decreti ‘salva Ilva’, di nominare un Garante per l’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale (Vitaliano Esposito), un commissario straordinario (Enrico Bondi, già amministratore delegato dell’azienda), un sub commissario (Edo Ronchi) e un comitato di tre esperti; eppure non sono riusciti ancora a bloccare le emissioni nocive che dallo stabilimento siderurgico si diffondono sul vicino quartiere Tamburi e sui territori dei comuni di Taranto e Statte. Un anno di battaglia giudiziaria e istituzionale. Un conflitto tra giudici, periti, ambientalisti, commissioni e imprenditori che ha tirato in ballo persino la Corte costituzionale e l’Unione Europea. Eppure, tra gli operai e i cittadini, serpeggiano rassegnazione e paura. Nulla è cambiato. Vale la pena ripercorrere le tappe fondamentali per capire come lo Stato stesso abbia deciso più volte di scendere in campo in difesa di un’azienda che “ha inquinato con coscienza e volontà”.
26 LUGLIO 2012
Su richiesta del pool di inquirenti guidato dal procuratore Franco Sebastio, il gip Patrizia Todisco dispone il sequestro senza facoltà d’uso di sei reparti dell’area a caldo dell’Ilva. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico, al comando del maggiore Nicola Candido, notificano inoltre sette ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari per Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva, al figlio Nicola, ex presidente del cda Ilva, all’allora direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e quattro dirigenti della fabbrica. I reati contestati vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, dall’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro al getto pericoloso di cose. Principali elementi contro gli indagati sono le maxiperizie ambientale ed epidemiologiche che per la prima volta spiegano nero su bianco la drammatiche condizioni in cui versa la città di Taranto e i suoi abitanti per le emissioni della fabbrica. Il gip nomina tre custodi giudiziari ‘tecnici’ – gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento – e un custode ‘amministratore’ – il commercialista Mario Tagarelli – .
7-21 AGOSTO 2012
Il tribunale del Riesame conferma il sequestro senza facoltà d’uso, ma concede all’azienda di “utilizzare gli impianti per il risanamento”, una formula che di fatto creerà un’incertezza sulla quale l’azienda punterà per non fermare gli impianti inquinanti. I giudici, inoltre, escludono Tagarelli dal collegio dei custodi e lo sostituiscono con Bruno Ferrante, subentrato a Nicola Riva il 10 luglio come presidente del cda Ilva. Vengono confermati i domiciliari solo per Emilio e Nicola Riva e l’ormai ex direttore Luigi Capogrosso. Dalle intercettazioni emergono i rapporti tra i vertici aziendali e il mondo politico e istituzionale locale e nazionale.
26 OTTOBRE 2012
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, nonostante il no di custodi giudiziari e Arpa Puglia, firma la nuova Aia per l’Ilva. Il documento però regolamenta solo le emissioni in atmosfera: Clini spiega che per disciplinare le discariche interne, la gestione dei materiali, i sottoprodotti e rifiuti inclusi, gestione delle acque e delle acque di scarico ci sarà una nuova Aia entro il 31 gennaio 2013. A distanza di un anno non solo non vi è stata alcuna integrazione dell’Aia: la situazione di rifiuti e acque non solo non è regolamentata, ma ci si chiede cosa stiano aspettando gli inquirenti a sequestrare la discarica interna Mater Gratiae dove le balle di amianto vengono stoccate accanto a scarti di lavorazione ancora incandescente.
26 NOVEMBRE 2012
Esplode l’inchiesta Ambiente svenduto. Da oltre 11mila telefonate intercettate si palesa la rete di contatti intessuti dal responsabile delle relazioni istituzionali Ilva Girolamo Archinà, con la politica e la stampa tarantina per tenere la situazione ‘sotto coperta’. La Guardia di finanza di Taranto, al comando del capitano Giuseppe Dinoi, arresta Archinà. Fabio Riva, ex vice presidente del Gruppo Riva Fire, sfugge all’arresto perché all’estero, dove ancora si trova in attesa di estradizione. L’accusa si aggrava: ad Archinà e i Riva viene contestata l’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. Ferrante intanto è stato escluso dal collegio dei custodi che lo accusano di non collaborare e al suo posto è tornato il commercialista Mario Tagarelli. Il gip Todisco dispone inoltre il sequestro di 1 milione e 700mila tonnellate di acciaio prodotto dall’Ilva durante il periodo di sequestro.
4 GENNAIO 2013
La procura ricorre alla Corte costituzionale contro il decreto “salva Ilva” convertito in legge il 24 dicembre. Per gli inquirenti la norma viola diversi principi della Costituzione italiana e garantiscono all’azienda un cappa di impunità per 36 mesi. Il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, dopo un’ordinanza con la quale vieta ai bambini di giocare nei giardini del quartiere Tamburi perché contaminati da berillio e altri inquinanti, è obbligato a vietare le inumazioni nel vicino cimitero: anche la ‘nuda terra’ è carica di sostanze nocive.
15 MAGGIO 2013
Il presidente della Provincia Gianni Florido e l’ex assessore all’Ambiente Michele Conserva vengono arrestati perché ritenuti dagli investigatori “asserviti all’Ilva”. Secondo l’accusa, Florido e Conserva avrebbero fatto pressioni sui dirigenti per assecondare le richieste dell’azienda.
24 MAGGIO 2013
Il gip Patrizia Todisco dispone il sequestro per equivalente di 8,1 miliardi di euro nei confronti della Holding Riva Fire che controlla Ilva spa. Secondo le stime dei custodi giudiziari e delle indagini dei carabinieri del Noe e della Guardia di finanza si tratta della somma che i Riva avrebbero risparmiato evitando di mettere a norma lo stabilimento dal 1995 al 2013. Un maxi sequestro che arriva a pochi giorni di distanza dal sequestro preventivo di 1,2 miliardi di euro disposto dai giudici milanesi che hanno indagato Emilio Riva per evasione fiscale. L’intero cda dell’Ilva si dimette. Il governo pensa a un commissario straordinario.
4 GIUGNO 2013
L’ispra e l’Arpa accertano le violazioni dell’Ilva al cronoprogramma Aia e il nuovo ministro dell’Ambiente Andrea Orlando vara il decreto ‘salva Ilva bis‘. Enrico Bondi, fino a questo momento amministratore delegato dell’Ilva, viene nominato commissario straordinario del Governo. Il 27 giugno proprio Bondi invia una relazione firmata dai periti di Emilio Riva al governatore della Puglia, Nichi Vendola, nella quale i tecnici sostengono che le principale cause di tumori a Taranto sono il tabacco, l’amianto e la povertà. I periti dell’Ilva contestano anche il progetto Sentieri affermando che l’Ilva è stata tirata in ballo solo per le pressioni mediatiche e giudiziarie. Il nucleo tributario della Gdf, agli ordini del tenente colonnello Giuseppe Micelli, scopre l’esistenza di un governo ombra nell’azienda: una struttura parallela a quella ufficiale che risponde solo ai Riva.
26 LUGLIO 2013Il patron, Emilio Riva, suo figlio Nicola e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso tornano in libertà: ad un anno esatto dall’arresto per disastro ambientale, i tre sono usciti di prigione per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Fonte
La cronologia di quella che si profila essere l'ennesima sconfitta per Taranto e la società italiana migliore.
Di sicuro c’è solo che non ha mai smesso di produrre e inquinare. La parafrasi di un famoso articolo di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano basta a racchiudere un anno di Ilva. Già, perché durante i dodici mesi trascorsi dal sequestro senza facoltà d’uso disposto dalla magistratura l’unica certezza per i tarantini è che l’azienda dei Riva non ha smesso nemmeno per un attimo di produrre acciaio e diffondere “malattia e morte”, come hanno spiegato i periti del gip Patrizia Todisco. In dodici mesi, inoltre, due governi italiani (Monti e Letta) sono stati capaci di varare due decreti ‘salva Ilva’, di nominare un Garante per l’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale (Vitaliano Esposito), un commissario straordinario (Enrico Bondi, già amministratore delegato dell’azienda), un sub commissario (Edo Ronchi) e un comitato di tre esperti; eppure non sono riusciti ancora a bloccare le emissioni nocive che dallo stabilimento siderurgico si diffondono sul vicino quartiere Tamburi e sui territori dei comuni di Taranto e Statte. Un anno di battaglia giudiziaria e istituzionale. Un conflitto tra giudici, periti, ambientalisti, commissioni e imprenditori che ha tirato in ballo persino la Corte costituzionale e l’Unione Europea. Eppure, tra gli operai e i cittadini, serpeggiano rassegnazione e paura. Nulla è cambiato. Vale la pena ripercorrere le tappe fondamentali per capire come lo Stato stesso abbia deciso più volte di scendere in campo in difesa di un’azienda che “ha inquinato con coscienza e volontà”.
26 LUGLIO 2012
Su richiesta del pool di inquirenti guidato dal procuratore Franco Sebastio, il gip Patrizia Todisco dispone il sequestro senza facoltà d’uso di sei reparti dell’area a caldo dell’Ilva. I carabinieri del Nucleo operativo ecologico, al comando del maggiore Nicola Candido, notificano inoltre sette ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari per Emilio Riva, 87enne ex patron dell’Ilva, al figlio Nicola, ex presidente del cda Ilva, all’allora direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e quattro dirigenti della fabbrica. I reati contestati vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento di sostanze alimentari, dall’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro al getto pericoloso di cose. Principali elementi contro gli indagati sono le maxiperizie ambientale ed epidemiologiche che per la prima volta spiegano nero su bianco la drammatiche condizioni in cui versa la città di Taranto e i suoi abitanti per le emissioni della fabbrica. Il gip nomina tre custodi giudiziari ‘tecnici’ – gli ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento – e un custode ‘amministratore’ – il commercialista Mario Tagarelli – .
7-21 AGOSTO 2012
Il tribunale del Riesame conferma il sequestro senza facoltà d’uso, ma concede all’azienda di “utilizzare gli impianti per il risanamento”, una formula che di fatto creerà un’incertezza sulla quale l’azienda punterà per non fermare gli impianti inquinanti. I giudici, inoltre, escludono Tagarelli dal collegio dei custodi e lo sostituiscono con Bruno Ferrante, subentrato a Nicola Riva il 10 luglio come presidente del cda Ilva. Vengono confermati i domiciliari solo per Emilio e Nicola Riva e l’ormai ex direttore Luigi Capogrosso. Dalle intercettazioni emergono i rapporti tra i vertici aziendali e il mondo politico e istituzionale locale e nazionale.
26 OTTOBRE 2012
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, nonostante il no di custodi giudiziari e Arpa Puglia, firma la nuova Aia per l’Ilva. Il documento però regolamenta solo le emissioni in atmosfera: Clini spiega che per disciplinare le discariche interne, la gestione dei materiali, i sottoprodotti e rifiuti inclusi, gestione delle acque e delle acque di scarico ci sarà una nuova Aia entro il 31 gennaio 2013. A distanza di un anno non solo non vi è stata alcuna integrazione dell’Aia: la situazione di rifiuti e acque non solo non è regolamentata, ma ci si chiede cosa stiano aspettando gli inquirenti a sequestrare la discarica interna Mater Gratiae dove le balle di amianto vengono stoccate accanto a scarti di lavorazione ancora incandescente.
26 NOVEMBRE 2012
Esplode l’inchiesta Ambiente svenduto. Da oltre 11mila telefonate intercettate si palesa la rete di contatti intessuti dal responsabile delle relazioni istituzionali Ilva Girolamo Archinà, con la politica e la stampa tarantina per tenere la situazione ‘sotto coperta’. La Guardia di finanza di Taranto, al comando del capitano Giuseppe Dinoi, arresta Archinà. Fabio Riva, ex vice presidente del Gruppo Riva Fire, sfugge all’arresto perché all’estero, dove ancora si trova in attesa di estradizione. L’accusa si aggrava: ad Archinà e i Riva viene contestata l’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. Ferrante intanto è stato escluso dal collegio dei custodi che lo accusano di non collaborare e al suo posto è tornato il commercialista Mario Tagarelli. Il gip Todisco dispone inoltre il sequestro di 1 milione e 700mila tonnellate di acciaio prodotto dall’Ilva durante il periodo di sequestro.
4 GENNAIO 2013
La procura ricorre alla Corte costituzionale contro il decreto “salva Ilva” convertito in legge il 24 dicembre. Per gli inquirenti la norma viola diversi principi della Costituzione italiana e garantiscono all’azienda un cappa di impunità per 36 mesi. Il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, dopo un’ordinanza con la quale vieta ai bambini di giocare nei giardini del quartiere Tamburi perché contaminati da berillio e altri inquinanti, è obbligato a vietare le inumazioni nel vicino cimitero: anche la ‘nuda terra’ è carica di sostanze nocive.
15 MAGGIO 2013
Il presidente della Provincia Gianni Florido e l’ex assessore all’Ambiente Michele Conserva vengono arrestati perché ritenuti dagli investigatori “asserviti all’Ilva”. Secondo l’accusa, Florido e Conserva avrebbero fatto pressioni sui dirigenti per assecondare le richieste dell’azienda.
24 MAGGIO 2013
Il gip Patrizia Todisco dispone il sequestro per equivalente di 8,1 miliardi di euro nei confronti della Holding Riva Fire che controlla Ilva spa. Secondo le stime dei custodi giudiziari e delle indagini dei carabinieri del Noe e della Guardia di finanza si tratta della somma che i Riva avrebbero risparmiato evitando di mettere a norma lo stabilimento dal 1995 al 2013. Un maxi sequestro che arriva a pochi giorni di distanza dal sequestro preventivo di 1,2 miliardi di euro disposto dai giudici milanesi che hanno indagato Emilio Riva per evasione fiscale. L’intero cda dell’Ilva si dimette. Il governo pensa a un commissario straordinario.
4 GIUGNO 2013
L’ispra e l’Arpa accertano le violazioni dell’Ilva al cronoprogramma Aia e il nuovo ministro dell’Ambiente Andrea Orlando vara il decreto ‘salva Ilva bis‘. Enrico Bondi, fino a questo momento amministratore delegato dell’Ilva, viene nominato commissario straordinario del Governo. Il 27 giugno proprio Bondi invia una relazione firmata dai periti di Emilio Riva al governatore della Puglia, Nichi Vendola, nella quale i tecnici sostengono che le principale cause di tumori a Taranto sono il tabacco, l’amianto e la povertà. I periti dell’Ilva contestano anche il progetto Sentieri affermando che l’Ilva è stata tirata in ballo solo per le pressioni mediatiche e giudiziarie. Il nucleo tributario della Gdf, agli ordini del tenente colonnello Giuseppe Micelli, scopre l’esistenza di un governo ombra nell’azienda: una struttura parallela a quella ufficiale che risponde solo ai Riva.
26 LUGLIO 2013Il patron, Emilio Riva, suo figlio Nicola e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso tornano in libertà: ad un anno esatto dall’arresto per disastro ambientale, i tre sono usciti di prigione per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Fonte
La cronologia di quella che si profila essere l'ennesima sconfitta per Taranto e la società italiana migliore.
15/06/2013
Ilva, Riesame conferma maxisequestro, ma in cassa ci sono solo 250mila euro
Per risanare l’Ilva di Taranto servono oltre 8 miliardi, ma nelle casse della holding dei Riva il “tesoretto” sequestrato dalla Guardia di finanza di Taranto è di soli 250mila euro.
Pochi spiccioli di fronte al fiume di denaro necessario per risanare lo
stabilimento siderurgico ionico che diffonde “malattia e morte”. Un
sequestro che la procura ionica ha chiesto e ottenuto dal gip Patrizia Todisco e confermato poche ore fa anche dal Tribunale del riesame che ha rigettato i ricorsi della Riva Fire, società che controlla Ilva spa.
Per l’esattezza nelle casse di Riva Fire i finanzieri hanno bloccato circa 212mila euro e altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici. Un percentuale inferiore all’1% del necessario. Somme di denaro che sulla carta, stando all’ultima iniziativa del Governo, “sono messe a disposizione del commissario e vincolate” alle operazioni di “esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell’aia e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale”, ma che nella realtà dei conti non sono sufficienti nemmeno a immaginare l’avvio dei lavori di messa a norma degli impianti dell’area a caldo. Soldi che, secondo lo svincolo disposto dal Governo nell’ultimo decreto, dovrebbero essere utilizzati immediatamente dal neo commissario Enrico Bondi (amministratore delegato di Ilva fino al momento della nomina governativa) per adeguare i reparti dell’Ilva alle prescrizione contenute nell’autorizzazione integrata ambientale.
Un’impresa che ora più che mai appare complicata nonostante il commissario Bondi (al quale a breve si aggiungerà come subcommissario l’ex ministro Edo Ronchi) possa utilizzare l’intero ricavato della vendita dell’acciaio per rispettare tempi e prescrizioni dell’Aia. Già nell’audizione di qualche giorno fa alla Commissione industrie del Senato il procuratore Sebastio aveva spiegato che “la cifra di 8,1 miliardi di euro sequestrati all’Ilva come equivalente per il risanamento è una cifra al di sotto della realtà”. Il decreto infatti stabilisce che anche “i proventi derivanti dall’attività dell’impresa commissariata restano nella disponibilità del commissario nella misura necessaria all’attuazione dell’aia ed alla gestione dell’impresa nel rispetto delle previsioni del presente decreto”.
All’orizzonte, quindi, sembrano profilarsi almeno due ipotesi. La
prima è che l’Ilva possa indebitarsi con gli istituti bancari (Banca Intesa
ha già spostato le linee di credito di Riva Fire in capo alla
controllata Ilva), la seconda è quella di una rimodulazione dei tempi
dell’Autorizzazione prevista nel decreto, ma che di fatto aprirebbe un
nuovo scontro con la magistratura. Già perché nell’ultimo provvedimento
con il quale ha confermato i custodi tecnici Barbara Valenzano, Emanuela
Laterza e Claudio Lofrumento ha ribadito chiaramente che, seguendo le
disposizioni della Corte costituzionale che ha dichiarato legittima la
legge “salva Ilva” voluta dal ministro Clini, se l’Ilva dovesse ancora
violare quanto previsto dall’Aia, potrebbero configurarsi le condizioni
per un nuovo sequestro senza facoltà d’uso degli impianti.
Intanto continuano le incursioni in fabbrica dei custodi e dei carabinieri del Nucleo ecologico di Lecce che stanno setacciando i documenti e ispezionando i reparti per valutare concretamente lo stato di avanzamento dei lavori. Tutto racchiuso in relazioni settimanali che i tecnici e i carabinieri consegnano alla magistratura e sul quale al momento vige il più stretto riserbo. L’inchiesta “ambiente svenduto” intanto sembra voglere al termine: la procura, al lavoro per la conclusione delle indagini, sta valutando la posizione di nuovi nomi che potrebbero aggiungersi ai tanti già finiti nel registro degli indagati.
Fonte
Strano che tra le opzioni elencate nell'articolo non sia presente quella più di buon senso, ovvero andare a caccia del patrimonio imboscato chissa dove dai Riva.
Di questo passo finirà per pagare pantalone anche a questo giro magari a fronte di una bonifica pessima come quella con cui fu "riqualificata" Bagnoli
Per l’esattezza nelle casse di Riva Fire i finanzieri hanno bloccato circa 212mila euro e altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici. Un percentuale inferiore all’1% del necessario. Somme di denaro che sulla carta, stando all’ultima iniziativa del Governo, “sono messe a disposizione del commissario e vincolate” alle operazioni di “esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell’aia e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale”, ma che nella realtà dei conti non sono sufficienti nemmeno a immaginare l’avvio dei lavori di messa a norma degli impianti dell’area a caldo. Soldi che, secondo lo svincolo disposto dal Governo nell’ultimo decreto, dovrebbero essere utilizzati immediatamente dal neo commissario Enrico Bondi (amministratore delegato di Ilva fino al momento della nomina governativa) per adeguare i reparti dell’Ilva alle prescrizione contenute nell’autorizzazione integrata ambientale.
Un’impresa che ora più che mai appare complicata nonostante il commissario Bondi (al quale a breve si aggiungerà come subcommissario l’ex ministro Edo Ronchi) possa utilizzare l’intero ricavato della vendita dell’acciaio per rispettare tempi e prescrizioni dell’Aia. Già nell’audizione di qualche giorno fa alla Commissione industrie del Senato il procuratore Sebastio aveva spiegato che “la cifra di 8,1 miliardi di euro sequestrati all’Ilva come equivalente per il risanamento è una cifra al di sotto della realtà”. Il decreto infatti stabilisce che anche “i proventi derivanti dall’attività dell’impresa commissariata restano nella disponibilità del commissario nella misura necessaria all’attuazione dell’aia ed alla gestione dell’impresa nel rispetto delle previsioni del presente decreto”.
Intanto continuano le incursioni in fabbrica dei custodi e dei carabinieri del Nucleo ecologico di Lecce che stanno setacciando i documenti e ispezionando i reparti per valutare concretamente lo stato di avanzamento dei lavori. Tutto racchiuso in relazioni settimanali che i tecnici e i carabinieri consegnano alla magistratura e sul quale al momento vige il più stretto riserbo. L’inchiesta “ambiente svenduto” intanto sembra voglere al termine: la procura, al lavoro per la conclusione delle indagini, sta valutando la posizione di nuovi nomi che potrebbero aggiungersi ai tanti già finiti nel registro degli indagati.
Fonte
Strano che tra le opzioni elencate nell'articolo non sia presente quella più di buon senso, ovvero andare a caccia del patrimonio imboscato chissa dove dai Riva.
Di questo passo finirà per pagare pantalone anche a questo giro magari a fronte di una bonifica pessima come quella con cui fu "riqualificata" Bagnoli
06/06/2013
Il decreto salva-Riva
Non state a sentire gli alti lamenti degli industriali: il decreto che
commissaria l'Ilva per 12 mesi è un compromesso di basso livello che
salvaguarda la proprietà privata ed è in perfetta continuità con le
scelte fatte negli ultimi mesi, anche e soprattutto dal governo Monti.
Ma la situazione dell'azienda si è fatta più grave e quindi l'intervento di salvaguardia ha assunto, nonostante le intenzioni amichevoli, caratteristiche più “invasive”. Non si tratta insomma né di un “esproprio”, né di una limitazione delle prerogative della proprietà privata; ma di una compassionevole “sospensione” per evitarle il suicidio.
Proprio per questo il decreto fotografa la miserevole condizione dell'imprenditoria italiana, incapace di sostenersi con le proprie forze (e intelligenze) ma sempre pronta a sbraitare contro “l'ingerenza del potere pubblico”. Il caso Ilva è quindi paradigmatico di una condizione generale.
Vediamo le caratteristiche principali del decreto e soppesiamo poi le reazioni industriali.
Il commissariamento durerà 12 mesi, rinnovabile fino a un massimo di 36 mesi, poi il controllo tornerà alla proprietà (se esisterà ancora). Del resto l'azienda è stata dichiarata – e lo è anche effettivamente – “di interesse strategico”. La bozza del decreto legge che era entrata in Consiglio dei ministri prevedeva invece una durata massima di 36 mesi, senza necessità di rinnovo. I berlusconiani si sono battuti per l'attenuazione.
Il commissario è Enrico Bondi, che già il governo precedente aveva nominato amministratore unico, sostituendo un management fin lì capeggiato addirittura da un prefetto, Bruno Ferrante (a dimostrazione che già prima la situazione societaria era tutt'altro che “normale”). Non si può insomma dire che sia stato operato un cambiamento reale, o addirittura “ostile” alla proprietà.
Il decreto dispone anche il dissequestro degli 8 miliardi bloccati dalla magistratura nei giorni scorsi. Una misura fatta nel nome dell'”operatività finanziaria dell'azienda”, che già lamentava problemi di pagamento delle forniture, blocco delle carte di credito in mano ai dirigenti, ecc. Il governo ha insomma “restituito” all'azienda 8 miliardi che la proprietà (i Riva) avevano “imboscato” per investirli in giochi finanziari invece che nella bonifica degli impianti. E che i magistrati tarantini avevano giustamente posto sotto sequestro. Qui il regalo del governo all'azienda è clamorosamente evidente.
Bene. Per cosa protestano gli industriali, capitanati ovviamente dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi?
«Se non saremo capaci di dare un'impostazione che rispetti i diritti della proprietà e tutto quello che è connesso a un'attività manifatturiera di questo tipo, sarà poi difficile richiamare in Italia ulteriori investimenti esteri e impossibile svolgere attività siderurgiche: temo che tutto ciò possa allargarsi a macchia d'olio, ad altri settori come la chimica». Perché in gioco c'è «la possibilità per il futuro di fare industria pesante e complessa nel nostro Paese».
Ancora peggio Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, l'associazione (quasi familiare) che riunisce i pochissimi industriali italiani del settore: con questo decreto si «crea un pericolosissimo precedente» per «tutta la media e grande impresa nazionale, perché vale per tutti i siti di interesse nazionale, che fino a oggi sono tutte le fabbriche con più di 200 addetti, vale a dire tutta la media e grande impresa nazionale. Ognuna di queste fabbriche da oggi rischia di essere commissariata non per decisione di un Giudice, ma soltanto per contestazioni di violazione di norme ambientali effettuata da un Pm inaudita altera parte».
In queste due reazioni c'è tutta la miseria di una categoria che non somiglia nemmeno troppo a quella dell'industriale europeo. Anzi, c'è quasi una confessione collettiva: “così facciamo tutti”.
In pratica si dice: il diritto di proprietà deve essere prevalente su ogni altra considerazione, legge compresa. Non è insomma accettabile che una fabbrica sia commissariata «soltanto per contestazioni di violazione di norme ambientali», perché questo creerebbe un'incertezza sulla “libertà di impresa” tale da allontanare gli investitori stranieri.
Qui c'è intanto una menzogna sui fatti: in questo periodo gli “investitori stranieri” stanno comprando aziende italiane a rotta di collo, a prezzi stracciati, senza alcun timore né di essere espropriati né, tantomeno, di non poter far fronte al terribile “costo del lavoro”. Giocano consapevolmente e freddamente sull'incapacità degli imprenditori italici e sulla loro notoria voglia di disfarsi delle complicazioni del manifatturiero, tentati come sono da business più veloci e fin qui redditizi (finanza, immobiliare, ecc). Semmai, qualche timore per gli investitori stranieri deriva dall'inveterata abitudine dell'impresa italiana a farsi strada con appalti non trasparenti, fino alla contiguità con l'economia sommersa o apertamente mafiosa; e quindi con ampie zone di territorio in cui, come si usa dire, la “certezza della legalità” è messa in discussione dall'alto, dai gruppi dominanti, non certo dalla conflittualità sociale o dalla “permissività” della magistratura.
Tolta la menzogna dunque, resta solo la pretesa di agire senza alcuna “responsabilità sociale”; né verso i dipendenti, né verso il territorio, né verso lo Stato. Nel caso dell'Ilva – così come in quello dell'Eternit o di molte altre imprese – si vede come un'industria che rifiuta ogni regola possa creare disastri più grandi dei profitti. Danni ambientali che si traducono in mortalità crescente, certamente. Ma anche in costi economici (spese sanitarie, bonifiche parziali, ammortizzatori sociali, ecc) che vengono disinvoltamente scaricati sul “pubblico”, contribuendo così ad aumentare quel “debito sovrano” che gli stessi industriali, sui loro giornali, indicano come l'unica causa di tanta crisi.
Questo è il quadro. “Imprenditori” di tal fatta non possono, non sanno, non concepiscono altra “libertà” che il proprio gretto interesse.
E quindi solo l'esproprio definitivo, senza alcun indennizzo, può essere una misura appropriata. Certo, questo è possibile solo in un altro mondo, rimesso con i piedi per terra.
Fonte
Ma la situazione dell'azienda si è fatta più grave e quindi l'intervento di salvaguardia ha assunto, nonostante le intenzioni amichevoli, caratteristiche più “invasive”. Non si tratta insomma né di un “esproprio”, né di una limitazione delle prerogative della proprietà privata; ma di una compassionevole “sospensione” per evitarle il suicidio.
Proprio per questo il decreto fotografa la miserevole condizione dell'imprenditoria italiana, incapace di sostenersi con le proprie forze (e intelligenze) ma sempre pronta a sbraitare contro “l'ingerenza del potere pubblico”. Il caso Ilva è quindi paradigmatico di una condizione generale.
Vediamo le caratteristiche principali del decreto e soppesiamo poi le reazioni industriali.
Il commissariamento durerà 12 mesi, rinnovabile fino a un massimo di 36 mesi, poi il controllo tornerà alla proprietà (se esisterà ancora). Del resto l'azienda è stata dichiarata – e lo è anche effettivamente – “di interesse strategico”. La bozza del decreto legge che era entrata in Consiglio dei ministri prevedeva invece una durata massima di 36 mesi, senza necessità di rinnovo. I berlusconiani si sono battuti per l'attenuazione.
Il commissario è Enrico Bondi, che già il governo precedente aveva nominato amministratore unico, sostituendo un management fin lì capeggiato addirittura da un prefetto, Bruno Ferrante (a dimostrazione che già prima la situazione societaria era tutt'altro che “normale”). Non si può insomma dire che sia stato operato un cambiamento reale, o addirittura “ostile” alla proprietà.
Il decreto dispone anche il dissequestro degli 8 miliardi bloccati dalla magistratura nei giorni scorsi. Una misura fatta nel nome dell'”operatività finanziaria dell'azienda”, che già lamentava problemi di pagamento delle forniture, blocco delle carte di credito in mano ai dirigenti, ecc. Il governo ha insomma “restituito” all'azienda 8 miliardi che la proprietà (i Riva) avevano “imboscato” per investirli in giochi finanziari invece che nella bonifica degli impianti. E che i magistrati tarantini avevano giustamente posto sotto sequestro. Qui il regalo del governo all'azienda è clamorosamente evidente.
Bene. Per cosa protestano gli industriali, capitanati ovviamente dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi?
«Se non saremo capaci di dare un'impostazione che rispetti i diritti della proprietà e tutto quello che è connesso a un'attività manifatturiera di questo tipo, sarà poi difficile richiamare in Italia ulteriori investimenti esteri e impossibile svolgere attività siderurgiche: temo che tutto ciò possa allargarsi a macchia d'olio, ad altri settori come la chimica». Perché in gioco c'è «la possibilità per il futuro di fare industria pesante e complessa nel nostro Paese».
Ancora peggio Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, l'associazione (quasi familiare) che riunisce i pochissimi industriali italiani del settore: con questo decreto si «crea un pericolosissimo precedente» per «tutta la media e grande impresa nazionale, perché vale per tutti i siti di interesse nazionale, che fino a oggi sono tutte le fabbriche con più di 200 addetti, vale a dire tutta la media e grande impresa nazionale. Ognuna di queste fabbriche da oggi rischia di essere commissariata non per decisione di un Giudice, ma soltanto per contestazioni di violazione di norme ambientali effettuata da un Pm inaudita altera parte».
In queste due reazioni c'è tutta la miseria di una categoria che non somiglia nemmeno troppo a quella dell'industriale europeo. Anzi, c'è quasi una confessione collettiva: “così facciamo tutti”.
In pratica si dice: il diritto di proprietà deve essere prevalente su ogni altra considerazione, legge compresa. Non è insomma accettabile che una fabbrica sia commissariata «soltanto per contestazioni di violazione di norme ambientali», perché questo creerebbe un'incertezza sulla “libertà di impresa” tale da allontanare gli investitori stranieri.
Qui c'è intanto una menzogna sui fatti: in questo periodo gli “investitori stranieri” stanno comprando aziende italiane a rotta di collo, a prezzi stracciati, senza alcun timore né di essere espropriati né, tantomeno, di non poter far fronte al terribile “costo del lavoro”. Giocano consapevolmente e freddamente sull'incapacità degli imprenditori italici e sulla loro notoria voglia di disfarsi delle complicazioni del manifatturiero, tentati come sono da business più veloci e fin qui redditizi (finanza, immobiliare, ecc). Semmai, qualche timore per gli investitori stranieri deriva dall'inveterata abitudine dell'impresa italiana a farsi strada con appalti non trasparenti, fino alla contiguità con l'economia sommersa o apertamente mafiosa; e quindi con ampie zone di territorio in cui, come si usa dire, la “certezza della legalità” è messa in discussione dall'alto, dai gruppi dominanti, non certo dalla conflittualità sociale o dalla “permissività” della magistratura.
Tolta la menzogna dunque, resta solo la pretesa di agire senza alcuna “responsabilità sociale”; né verso i dipendenti, né verso il territorio, né verso lo Stato. Nel caso dell'Ilva – così come in quello dell'Eternit o di molte altre imprese – si vede come un'industria che rifiuta ogni regola possa creare disastri più grandi dei profitti. Danni ambientali che si traducono in mortalità crescente, certamente. Ma anche in costi economici (spese sanitarie, bonifiche parziali, ammortizzatori sociali, ecc) che vengono disinvoltamente scaricati sul “pubblico”, contribuendo così ad aumentare quel “debito sovrano” che gli stessi industriali, sui loro giornali, indicano come l'unica causa di tanta crisi.
Questo è il quadro. “Imprenditori” di tal fatta non possono, non sanno, non concepiscono altra “libertà” che il proprio gretto interesse.
E quindi solo l'esproprio definitivo, senza alcun indennizzo, può essere una misura appropriata. Certo, questo è possibile solo in un altro mondo, rimesso con i piedi per terra.
Fonte
25/05/2013
Si dimette l'intero cda dell'Ilva
Alzano bandiera bianca, nemmeno "dr. House" Bondi è riuscito a reggere,
dopo il sequestro di 8 e spiccioli miliardi ordinato dalla magistratura
sui conti di Riva: il riassunto del peggio dell'imprenditoria italiana.
La clamorosa decisione è arrivata dopo un vertice di tre ore, convocato dopo il maxi-sequestro preventivo di 8 miliardi di euro deciso dal gip di Taranto il 22 maggio sui beni della Riva Fire Spa che controlla l'Ilva e quindi il siderurgico di Taranto.
Il Consiglio di amministrazione ha dato mandato ai propri legali di impugnare il provvedimento in Cassazione, ma dietro le dimissioni c'è probabilmente anche la consapevolezza che la strada per andare avanti si è fatta davvero stretta. In ogni caso, infatti, "il padrone" - quello che aveva stornato dall'azienda fondi giganteschi invece di investire nell'azienda - non è più presentabile in pubblico. Né in Italia, né soprattutto all'estero. Se l'Ilva deve sopravvivere, insomma, può farlo solo liberandosi di questo "sanfedista" ormai senza credibilità
Il Consiglio di amministrazione dell'Ilva - l'ex prefetto Bruno Ferrante, Enrico Bondi e Giuseppe De Iure - ha presentato le dimissioni con effetto a far data dall'assemblea dei soci, convocata per il 5 giugno alle 9, ponendo all'ordine del giorno la nomina del nuovo consiglio di amministrazione.
«Il provvedimento di sequestro ha effetti - spiega l'Ilva in una nota - oggettivamente negativi per Ilva, i cui beni sono tutti strettamente indispensabili all'attività industriale e per questo tutelati dalla legge n.231 del 2012, dichiarata legittima dalla Corte Costituzionale».
Un richiamo che vorrebbe essere anche un ricatto nei confronti della magistratura, oltre che una "chiamata" al governo perché intervenga ancora una volta per sbarrare la strada ai giudici e riconsegnare l'azienda all'irresponsabilità totale nei confronti sia dei lavoratori che della popolazione del territorio circostante.
Nel ricatto, ovviamente, vengono subito fatti rientrare i lavoratori (e infatti i sindacati complici, a partire dalla Ui - cui è necessario iscriversi, in città, per poter avere qualche vaga speranza di essere assunti in azienda). Con i sequestri disposti dal gip di Taranto, scrive in nota nota il cda uscente, «sono a rischio 24 mila posti di lavoro diretti, 40 mila con l'indotto». «Si sta mettendo in pericolo tutto, c'è il rischio concreto che decine di migliaia di persone restino senza lavoro».
Non vi sembra commovente tanto interessamento per quegli stessi lavoratori che, in tempi normali, l'Ilva manda quotidianamente incontro alla morte? Sia per l'inquinamento senza freni, che per la mancanza di misure di sicurezza nella produzione.
La strada può essere a questo punto solo un'altra. La produzione di acciaio è un'industria strategica: deve perciò tornare allo Stato, senza indennizzo per i Riva. Immediatamente.
Fonte
La clamorosa decisione è arrivata dopo un vertice di tre ore, convocato dopo il maxi-sequestro preventivo di 8 miliardi di euro deciso dal gip di Taranto il 22 maggio sui beni della Riva Fire Spa che controlla l'Ilva e quindi il siderurgico di Taranto.
Il Consiglio di amministrazione ha dato mandato ai propri legali di impugnare il provvedimento in Cassazione, ma dietro le dimissioni c'è probabilmente anche la consapevolezza che la strada per andare avanti si è fatta davvero stretta. In ogni caso, infatti, "il padrone" - quello che aveva stornato dall'azienda fondi giganteschi invece di investire nell'azienda - non è più presentabile in pubblico. Né in Italia, né soprattutto all'estero. Se l'Ilva deve sopravvivere, insomma, può farlo solo liberandosi di questo "sanfedista" ormai senza credibilità
Il Consiglio di amministrazione dell'Ilva - l'ex prefetto Bruno Ferrante, Enrico Bondi e Giuseppe De Iure - ha presentato le dimissioni con effetto a far data dall'assemblea dei soci, convocata per il 5 giugno alle 9, ponendo all'ordine del giorno la nomina del nuovo consiglio di amministrazione.
«Il provvedimento di sequestro ha effetti - spiega l'Ilva in una nota - oggettivamente negativi per Ilva, i cui beni sono tutti strettamente indispensabili all'attività industriale e per questo tutelati dalla legge n.231 del 2012, dichiarata legittima dalla Corte Costituzionale».
Un richiamo che vorrebbe essere anche un ricatto nei confronti della magistratura, oltre che una "chiamata" al governo perché intervenga ancora una volta per sbarrare la strada ai giudici e riconsegnare l'azienda all'irresponsabilità totale nei confronti sia dei lavoratori che della popolazione del territorio circostante.
Nel ricatto, ovviamente, vengono subito fatti rientrare i lavoratori (e infatti i sindacati complici, a partire dalla Ui - cui è necessario iscriversi, in città, per poter avere qualche vaga speranza di essere assunti in azienda). Con i sequestri disposti dal gip di Taranto, scrive in nota nota il cda uscente, «sono a rischio 24 mila posti di lavoro diretti, 40 mila con l'indotto». «Si sta mettendo in pericolo tutto, c'è il rischio concreto che decine di migliaia di persone restino senza lavoro».
Non vi sembra commovente tanto interessamento per quegli stessi lavoratori che, in tempi normali, l'Ilva manda quotidianamente incontro alla morte? Sia per l'inquinamento senza freni, che per la mancanza di misure di sicurezza nella produzione.
La strada può essere a questo punto solo un'altra. La produzione di acciaio è un'industria strategica: deve perciò tornare allo Stato, senza indennizzo per i Riva. Immediatamente.
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Ilva, i Riva accusati di associazione a delinquere. Sequestri per 8,1 miliardi
Gli uomini della Guardia di Finanza in azione per sequestrare beni e immobili. Ai proprietari delle acciaierie di Taranto contestata l'associazione a delinquere finalizzata a commettere reati ambientali
E’ probabilmente il più grande sequestro della Repubblica quello che in queste ore la Guardia di finanza di Taranto sta eseguendo nei confronti della famiglia Riva, proprietaria di Ilva spa, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa responsabile secondo la procura ionica del disastro ambientale tarantino.
Il gip Patrizia Todisco ha firmato un decreto di sequestro per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro. E’ questa infatti la stima formulata dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli del costo totale degli interventi necessari al ripristino funzionale degli impianti dell’area a caldo per un possibile risanamento ambientale. Un costo che tuttavia non comprende le bonifiche di acqua e suoli, stime che secondo la magistratura tarantina potranno essere calcolati solo dopo la valutazione dei danni reali al territorio.
Su richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, il gip ha così autorizzato il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/01 che sancisce la responsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti. Toccherà ora agli uomini delle fiamme gialle guidate dal colonnello Salvatore Paiano, dal tenente colonnello Giuseppe Dell’Anna e dal maggiore Giuseppe Dinoi individuare i beni della società e di quelle eventualmente nate da operazioni finanziarie rispetto a Riva Fire fino al raggiungimento della quota stabilita dalla magistratura.
Dal sequestro restano fuori la fabbrica di Taranto e i beni riconducibili alla società di Ilva spa. Il gip Todisco ha infatti chiarito che i beni della società potranno essere aggrediti solo nel caso in cui non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento di Taranto. Una condizione necessaria, evidentemente dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito, dichiarando legittima la legge “salva Ilva”, il diritto alla produzione della fabbrica come condizione necessaria per sostenere le spese di risanamento degli impianti.
Nel decreto del gip, oltre ai 14 indagati a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e altri capi di imputazione, compaiono anche le società Ilva spa e Riva Fire spa. Ilva è infatti “controllata” dalla seconda al cui vertice figurano negli anni Emilio, Fabio e Nicola Riva. Inoltre la società Riva Fire, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe ottenuto negli anni un notevole vantaggio economico attraverso quella che i magistrati definiscono una consapevole omissione degli interventi per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto.
Fonte
E’ probabilmente il più grande sequestro della Repubblica quello che in queste ore la Guardia di finanza di Taranto sta eseguendo nei confronti della famiglia Riva, proprietaria di Ilva spa, lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa responsabile secondo la procura ionica del disastro ambientale tarantino.
Il gip Patrizia Todisco ha firmato un decreto di sequestro per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro. E’ questa infatti la stima formulata dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli del costo totale degli interventi necessari al ripristino funzionale degli impianti dell’area a caldo per un possibile risanamento ambientale. Un costo che tuttavia non comprende le bonifiche di acqua e suoli, stime che secondo la magistratura tarantina potranno essere calcolati solo dopo la valutazione dei danni reali al territorio.
Su richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, il gip ha così autorizzato il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/01 che sancisce la responsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti. Toccherà ora agli uomini delle fiamme gialle guidate dal colonnello Salvatore Paiano, dal tenente colonnello Giuseppe Dell’Anna e dal maggiore Giuseppe Dinoi individuare i beni della società e di quelle eventualmente nate da operazioni finanziarie rispetto a Riva Fire fino al raggiungimento della quota stabilita dalla magistratura.
Dal sequestro restano fuori la fabbrica di Taranto e i beni riconducibili alla società di Ilva spa. Il gip Todisco ha infatti chiarito che i beni della società potranno essere aggrediti solo nel caso in cui non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento di Taranto. Una condizione necessaria, evidentemente dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito, dichiarando legittima la legge “salva Ilva”, il diritto alla produzione della fabbrica come condizione necessaria per sostenere le spese di risanamento degli impianti.
Nel decreto del gip, oltre ai 14 indagati a vario titolo per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e altri capi di imputazione, compaiono anche le società Ilva spa e Riva Fire spa. Ilva è infatti “controllata” dalla seconda al cui vertice figurano negli anni Emilio, Fabio e Nicola Riva. Inoltre la società Riva Fire, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe ottenuto negli anni un notevole vantaggio economico attraverso quella che i magistrati definiscono una consapevole omissione degli interventi per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto.
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23/05/2013
Ilva, “la grande truffa dei Riva: ‘rubati’ 1,2 miliardi mentre l’inquinamento cresceva”
Tanti soldi, un miliardo e 100 milioni di euro, investiti per la
salvaguardia ambientale in 17 anni e altrettanti, anzi qualcosa di più, un miliardo e 200 milioni “rubati”, trasferiti all’estero e poi scudati a partire dal 2009. E’ l’ultimo paradosso che viene fuori dalle “ciminiere” dell‘Ilva di Taranto. I cacciatori di evasori della Finanza, coordinati dalla Procura di Milano, hanno trovato e sequestrato nelle Jersey Island un tesoro, depredato tra il 1996 e il 2006 dalle casse aziendali mentre l’inquinamento della zona cominciava a colpire. A leggere i bilanci dell’Ilva nel corso della gestione Riva
sono stati investiti in totale di 6,1 miliardi di euro investiti di cui
1,1 appunti destinati a tutelare il territorio dalle scorie e
dall’inquinamento. A leggere invece le carte della nuova indagine – per frode fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato -
contemporaneamente un mucchio di denaro veniva “drenato” verso un paradiso fiscale, invece di essere reinvestito
per rimediare agli effetti dell’impianto sui terreni e acque, al centro
di una inchiesta della Procura di Taranto per disastro ambientale iniziata nel luglio scorso e che è proseguita arrivando fino alla Corte Costituzionale.
Negli anni che vanno dal 2009 al 2012 l’azienda di Taranto ha perso 1,1 miliardi di euro, cifra poco meno inferiore di quella su cui ha messo i sigilli il pool del dipartimento reati finanziari, coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Sono quei soldi “persi”, quelli ritrovati dai detective delle Fiamme Gialle?
Secondo la ricostruzione dei pm, Mauro Clerici e Stefano Civardi, i soldi ritrovati sono stati drenati dalla società “Fire Finanziaria spa", trasformata in “Riva Acciaio” e poi in “Fire Finanziaria”. Il denaro è stato quindi trasferito a società di partecipazione estere e offshore grazie a tre operazioni di cessioni di partecipazioni industriali (1995, 1997 e 2003-2006 ) “tutte conseguenti all’acquisizione dall’Iri dell’Ilva spa e quindi – si legge nelle carte dell’inchiesta – fittiziamente intestato a otto trust al fine di agevolarne il riciclaggio e il reimpiego”. Soldi rubati quindi e poi rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale; il “settlor” (ovvero colui che dispone dei beni) degli otto trust – quattro con nomi di costellazioni: Orio, Sirius, Venus, e Antares (istituiti nel 1997) – era Adriano Riva, classe 1931, fratello di Emilio il patron ormai 87enne, già ai domiciliari per l’inchiesta pugliese. Entrambi sono indagati per truffa e interposizioni fittizia. Adriano, in verità, non avrebbe potuto usufruire dello scudo perché cittadino canadese. Ed è così che entrano nella storia giudiziaria anche due commercialisti, indagati per riciclaggio, che hanno fatto in modo che risultasse settlor il solo Emilio. I soldi scudati sono poi finiti su conti bancari, per sottoscrizioni di prestiti obbligazionari della Riva Fire (60 milioni) e anche per sottoscrivere il prestito obbligazionario emesso da Alitalia per 16 milioni.
Secondo gli inquirenti i trust “maturavano significative plusvalenze all’estero in paesi a fiscalità privilegiata per la cessione di pacchetti azionari che fondavano il loro valore nella partecipazione a società del gruppo Riva. Costanti di tutte le operazioni sono: la cessione, tramite articolate schermature, di partecipazioni derivate dall’acquisto Ilva dall’Iri”, naturalmente “le cessioni si consumavano fra ricorrenti controparti, da un lato la holding italiana dall’altro società di diritto estero dietro le quali si nascondevano sempre i fratelli Riva; i prezzi delle cessioni erano artificiosi e funzionali a frodare, spostando liquidità dalla holding alle persone fisiche, dall’Italia all’estero”.
C’è chi già pensa che i soldi sequestrati a questo punto potranno essere utilizzati per ripulire l’ambiente dai veleni, in una zona dove si registra un innalzamento delle percentuali di persone che si ammalano di tumore. “Il sequestro dei beni della famiglia Riva – dice il presidente dei Verdi Angelo Bonelli – è una notizia importantissima per Taranto perché quelle risorse rappresentano la garanzia che le bonifiche potranno partire davvero”.
Fonte
Negli anni che vanno dal 2009 al 2012 l’azienda di Taranto ha perso 1,1 miliardi di euro, cifra poco meno inferiore di quella su cui ha messo i sigilli il pool del dipartimento reati finanziari, coordinato dal procuratore aggiunto Francesco Greco. Sono quei soldi “persi”, quelli ritrovati dai detective delle Fiamme Gialle?
Secondo la ricostruzione dei pm, Mauro Clerici e Stefano Civardi, i soldi ritrovati sono stati drenati dalla società “Fire Finanziaria spa", trasformata in “Riva Acciaio” e poi in “Fire Finanziaria”. Il denaro è stato quindi trasferito a società di partecipazione estere e offshore grazie a tre operazioni di cessioni di partecipazioni industriali (1995, 1997 e 2003-2006 ) “tutte conseguenti all’acquisizione dall’Iri dell’Ilva spa e quindi – si legge nelle carte dell’inchiesta – fittiziamente intestato a otto trust al fine di agevolarne il riciclaggio e il reimpiego”. Soldi rubati quindi e poi rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale; il “settlor” (ovvero colui che dispone dei beni) degli otto trust – quattro con nomi di costellazioni: Orio, Sirius, Venus, e Antares (istituiti nel 1997) – era Adriano Riva, classe 1931, fratello di Emilio il patron ormai 87enne, già ai domiciliari per l’inchiesta pugliese. Entrambi sono indagati per truffa e interposizioni fittizia. Adriano, in verità, non avrebbe potuto usufruire dello scudo perché cittadino canadese. Ed è così che entrano nella storia giudiziaria anche due commercialisti, indagati per riciclaggio, che hanno fatto in modo che risultasse settlor il solo Emilio. I soldi scudati sono poi finiti su conti bancari, per sottoscrizioni di prestiti obbligazionari della Riva Fire (60 milioni) e anche per sottoscrivere il prestito obbligazionario emesso da Alitalia per 16 milioni.
Secondo gli inquirenti i trust “maturavano significative plusvalenze all’estero in paesi a fiscalità privilegiata per la cessione di pacchetti azionari che fondavano il loro valore nella partecipazione a società del gruppo Riva. Costanti di tutte le operazioni sono: la cessione, tramite articolate schermature, di partecipazioni derivate dall’acquisto Ilva dall’Iri”, naturalmente “le cessioni si consumavano fra ricorrenti controparti, da un lato la holding italiana dall’altro società di diritto estero dietro le quali si nascondevano sempre i fratelli Riva; i prezzi delle cessioni erano artificiosi e funzionali a frodare, spostando liquidità dalla holding alle persone fisiche, dall’Italia all’estero”.
C’è chi già pensa che i soldi sequestrati a questo punto potranno essere utilizzati per ripulire l’ambiente dai veleni, in una zona dove si registra un innalzamento delle percentuali di persone che si ammalano di tumore. “Il sequestro dei beni della famiglia Riva – dice il presidente dei Verdi Angelo Bonelli – è una notizia importantissima per Taranto perché quelle risorse rappresentano la garanzia che le bonifiche potranno partire davvero”.
Fonte
12/12/2012
Taranto, il regalo europeo all'Ilva
La saga dell’Ilva di Taranto continua, tra il dramma
per la salute dei cittadini e quello dei lavoratori dell’impianto.
Prodotti semilavorati e finiti ancora sotto sequestro, difficoltà di
scarico delle materie prime, disperazione tra gli operai e indagini a
tutto campo della magistratura che inseguono anche all’estero i membri
della famiglia Riva. Su tutto poi i dubbi su quanto il decreto del
governo, ancora in via di conversione in un Parlamento di fine
legislatura, possa risolvere la situazione nel medio e lungo termine e
dare un futuro possibile al sogno di una “filiera dell’acciaio
sostenibile”.
Tutto ruota, infatti, sull’applicazione dell’autorizzazione integrale ambientale, e in particolare intorno a chi dovrebbe pagare bonifica e riconversione, se ancora possibile, dell’impianto dell’Ilva – per non parlare delle compensazioni per la popolazione locale.
Eppure i soldi sono stati dati, e da tempo. Il 16 dicembre 2010 la Banca europea per gli investimenti (BEI) ha accordato un prestito di ben 400 milioni di euro a favore dei Riva per il progetto “Riva Taranto Energia e Ambiente”: 200 milioni sborsati subito e ulteriori 200 concessi il 3 febbraio 2012.
Obiettivo del progetto, secondo quanto riporta il sito web della Bei, “mantenere la competitività del sito [industriale] attraverso un programma di investimenti su larga scala per modernizzare le strutture produttive, migliorare la produttività dell’impianto e allo stesso tempo facilitare l’aumento dell’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale”. Il tutto prendendo a riferimento gli impegni della valutazione di impatto ambientale del progetto, licenziata nel 2007 dal ministero dell’Ambiente italiano e poi rivista.
Singolare, perciò, che oggi si dica che il problema è chi pagherà per la riconversione, quando sarebbe da chiedersi che cosa ha fatto la famiglia Riva dei 400 milioni prestati dalla Bei per un progetto di quasi 800 milioni, di cui loro avrebbero dovuto mettere l’altra metà.
Ma le domande non finiscono qui, ed è giusto che non si facciano sconti neanche alle autorità europee, sempre così solerti a chiedere nuovi poteri per interferire nella gestione dei conti pubblici dei paesi membri, ma poi stranamente tolleranti, o disattente, a monitorare come i soldi pubblici europei siano gestiti dalle grandi imprese continentali. E’ giusto chiedersi perché la Bei non abbia monitorato la situazione di Taranto, ben nota alle cronache, e continuato a sborsare centinaia di milioni di euro, quando i livelli di emissioni erano oltre la norma, secondo quanto sostenuto dalla magistratura pugliese. In base alla scheda progetto della Bei, la riduzione delle emissioni di gas serra dell’impianto di Taranto sarebbero state certificate dall’Istituto italiano per la garanzia della qualità. Ma perché non si parla nella scheda progetto anche di altri inquinanti al cuore del dramma della salute per la popolazione di Taranto? Ma soprattutto la Bei ha in maniera solerte informato sia la magistratura italiana, che quella anti-corruzione europea – ossia l’ufficio dell’OLAF – di una possibile cattiva gestione del prestito all’Ilva?
Si aggiunga che la Bei sembra conoscere bene l’area di Taranto, poiché sempre alla fine del 2010 la Banca dell’Ue ha finanziato la Cementir per il “miglioramento ambientale” del suo impianto nella città pugliese. Anche in questo caso ci si domanda perché le tanto attente autorità europee, di fronte al ben noto lassismo di quelle italiane, non si sono poste almeno loro domande più stringenti su quale fosse la reale emergenza sanitaria a Taranto e quanto le misure proposte miglioreranno per davvero la qualità dell’aria nella città, che forse avrebbe bisogno di massicci investimenti pubblici di lungo termine per una ben diversa riconversione industriale.
Se, come sancito dai recenti Consigli Europei, la Bei diverrà il braccio finanziario che con i suoi investimenti anti-ciclici in economia reale rilancerà la crescita in Europa, è meglio che i cittadini europei si inizino a preoccupare per i propri territori, perché al riguardo neanche l’inflessibile Europa appare troppo interessata.
Fonte
Tutto ruota, infatti, sull’applicazione dell’autorizzazione integrale ambientale, e in particolare intorno a chi dovrebbe pagare bonifica e riconversione, se ancora possibile, dell’impianto dell’Ilva – per non parlare delle compensazioni per la popolazione locale.
Eppure i soldi sono stati dati, e da tempo. Il 16 dicembre 2010 la Banca europea per gli investimenti (BEI) ha accordato un prestito di ben 400 milioni di euro a favore dei Riva per il progetto “Riva Taranto Energia e Ambiente”: 200 milioni sborsati subito e ulteriori 200 concessi il 3 febbraio 2012.
Obiettivo del progetto, secondo quanto riporta il sito web della Bei, “mantenere la competitività del sito [industriale] attraverso un programma di investimenti su larga scala per modernizzare le strutture produttive, migliorare la produttività dell’impianto e allo stesso tempo facilitare l’aumento dell’efficienza energetica e ridurre l’impatto ambientale”. Il tutto prendendo a riferimento gli impegni della valutazione di impatto ambientale del progetto, licenziata nel 2007 dal ministero dell’Ambiente italiano e poi rivista.
Singolare, perciò, che oggi si dica che il problema è chi pagherà per la riconversione, quando sarebbe da chiedersi che cosa ha fatto la famiglia Riva dei 400 milioni prestati dalla Bei per un progetto di quasi 800 milioni, di cui loro avrebbero dovuto mettere l’altra metà.
Ma le domande non finiscono qui, ed è giusto che non si facciano sconti neanche alle autorità europee, sempre così solerti a chiedere nuovi poteri per interferire nella gestione dei conti pubblici dei paesi membri, ma poi stranamente tolleranti, o disattente, a monitorare come i soldi pubblici europei siano gestiti dalle grandi imprese continentali. E’ giusto chiedersi perché la Bei non abbia monitorato la situazione di Taranto, ben nota alle cronache, e continuato a sborsare centinaia di milioni di euro, quando i livelli di emissioni erano oltre la norma, secondo quanto sostenuto dalla magistratura pugliese. In base alla scheda progetto della Bei, la riduzione delle emissioni di gas serra dell’impianto di Taranto sarebbero state certificate dall’Istituto italiano per la garanzia della qualità. Ma perché non si parla nella scheda progetto anche di altri inquinanti al cuore del dramma della salute per la popolazione di Taranto? Ma soprattutto la Bei ha in maniera solerte informato sia la magistratura italiana, che quella anti-corruzione europea – ossia l’ufficio dell’OLAF – di una possibile cattiva gestione del prestito all’Ilva?
Si aggiunga che la Bei sembra conoscere bene l’area di Taranto, poiché sempre alla fine del 2010 la Banca dell’Ue ha finanziato la Cementir per il “miglioramento ambientale” del suo impianto nella città pugliese. Anche in questo caso ci si domanda perché le tanto attente autorità europee, di fronte al ben noto lassismo di quelle italiane, non si sono poste almeno loro domande più stringenti su quale fosse la reale emergenza sanitaria a Taranto e quanto le misure proposte miglioreranno per davvero la qualità dell’aria nella città, che forse avrebbe bisogno di massicci investimenti pubblici di lungo termine per una ben diversa riconversione industriale.
Se, come sancito dai recenti Consigli Europei, la Bei diverrà il braccio finanziario che con i suoi investimenti anti-ciclici in economia reale rilancerà la crescita in Europa, è meglio che i cittadini europei si inizino a preoccupare per i propri territori, perché al riguardo neanche l’inflessibile Europa appare troppo interessata.
Fonte
02/12/2012
Ecoballe
Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto “salva-Ilva”.
Breve riassunto delle puntate precedenti. I giudici di Taranto
accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide;
quindi gli impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo
per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il
delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la
magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti
fuorilegge – l’arma del delitto – saranno finalmente a norma, cioè
smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre.
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Rivacon qualcun altro. È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe. I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri. Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito. Già: e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio. Perché nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile. Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto. Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”. Me’ cojoni, dicono a Roma. E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà che è l’ennesima truffa, il governo sarà un altro). Ecco, non è credibile neppure il governo. Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes.
C’è poi la palese incostituzionalità del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione. Non a Palazzo Chigi e al Quirinale. Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione.
Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene. Corriere: “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide). Repubblica: “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip). Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”. Avvenire: “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero: “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”. La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”. Il Foglio: “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero: “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità: “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis. Perepè perepè perepè.
Fonte
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Rivacon qualcun altro. È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe. I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri. Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito. Già: e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio. Perché nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile. Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto. Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”. Me’ cojoni, dicono a Roma. E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà che è l’ennesima truffa, il governo sarà un altro). Ecco, non è credibile neppure il governo. Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes.
C’è poi la palese incostituzionalità del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione. Non a Palazzo Chigi e al Quirinale. Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione.
Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene. Corriere: “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide). Repubblica: “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip). Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”. Avvenire: “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero: “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”. La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”. Il Foglio: “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero: “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità: “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis. Perepè perepè perepè.
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29/11/2012
Interesse pubbico, proprietà comune
La famiglia Riva è a questo punto la sintesi dell'imprenditoria
italiana. Il contrasto tra interesse privato e interessi pubblici è qui
esemplare. Ogni suo comportamento è “tipico”, comune a tutti i padroni
di una certa dimensione.
Felice Riva ha acquisito lo stabilimento di Taranto nel 1995, in seguito alla crisi e alla liquidazione della Finsider, società del gruppo Iri, quindi di proprietà statale. Una privatizzazione in piena regola, dunque, che è costata a Riva una miseria garantendogli però quasi il monopolio della produzione d'acciaio in Italia. Impianti più piccoli, come Piombino, furono affidati invece a Lucchini. La privatizzazione non era dovuta a una presunta inefficienza del “pubblico” rispetto al privato, ma alla più generale crisi dell'acciaio in Europa, che venne gestita a livello comunitario con tanto di lista degli impianti da chiudere (memorabile il caso di Bagnoli, chiusa appena conclusa una costosissima ristrutturazione).
Riva non ha investito una lira nella modernizzazione dello stabilimento. I macchinari e l'organizzazione generale della produzione sono ancora quelli dell'inaugurazione, nel 1965. Ogni centesimo di profitto non è stato dunque reinvestito nell'attività – nel core business, come dicono i patiti dell'economia borghese - ma nascosto nei paradisi fiscali e quindi riversato nel mare magnum della speculazione finanziaria.
Gli investimenti veri sono stati tutti in corruzione. Riva si è costruito una rete di protezione molto articolata “ungendo” o stipendiando politici nazionali, mezzo ministero dell'ambiente, amministratori locali, poliziotti, giornalisti, funzionari, controllori di vario livello. E naturalmente del sindacato. Anche la Fiom, a Taranto, non si è certo coperta di gloria; l'operazione “pulizia”, scattata circa un anno fa, è stata tardiva e soprattutto incompleta.
Quando la magistratura si è finalmente attivata, questa rete di protezione si è messa in moto all'unisono. Soprattutto a livello ministeriale, mediatico e sindacale. La nuova “autorizzzione integrata ambientale” esce dagli stessi uffici e dalle stesse mani della precedente, del 2011, che nelle intercettazioni l'avvocato dell'Ilva così riassume: “la Commissione ha accettato il 90% delle nostre osservazioni e la visita allo stabilimento riguarda solo il 10%. Non avremo sorprese”.
Questo è l'imprenditoria italiana. Questo è lo Stato italiano, questo il suo governo, “tecnico” o politico che sia.
Questo stesso governo pensa ora di militarizzare l'impianto con un decreto che lo dichiari “zona di interesse strategico”. Una presa in carico dei costi da parte dello Stato per mantenere in piedi l'attività, risanare per quanto possibile lo stabilimento e poi restituirlo al “privato” delinquenziale. La militarizzazione impedirebbe alla magistratura di mettere il naso in quel che accade lì dentro d'ora in poi; silenzierebbe la stampa, privando la popolazione delle informazioni minime sui pericoli per salute; inchioderebbe i lavoratori ai macchinari, condannandoli al silenzio e impedendone la normale conflittualità sindacale.
Non si tratterebbe di una nazionalizzazione, è evidente, ma solo di una secretazione di quanto verrà fatto per garantire i profitti privati con risorse pubbliche.
Eppure la nazionalizzazione delle imprese abbandonate dai “prenditori” in fuga è una necessità che emerge dai fatti, da quel che accade in altri paesi europei, dal bisogno di mantenere una struttura industriale tale da supportare le necessità “strategiche” di un paese. Il governo francese, per esempio, sta valutando di ricorrere a questa soluzione per mantenere l'attività degli altoforni francesi a Florange, in Lorena, che ArcelorMittal vorrebbe dismettere. Ne ha dato annuncio addirittura il presidente Hollande, in conferenza stampa congiunta con il premier belga Elio Di Rupo.
L'unica cosa che non si può fare è assistere passivamente allo smantellamento di quel che è stato costruito con i nostri sacrifici – soldi pubblici, tasse uscite dalle nostre tasche – soltanto perché abbiamo un governo di banchieri che teorizza e pratica la distruzione dei beni pubblici in favore delle imprese private. Non ci interessa neppure sapere se queste “imprese” siano dirette da industriali veri (come Lakshmi Mittal, che in Italia possiede la Magona di Piombino, e vorrebbe chiudere anche quella) o capintesta “prendi i soldi e scappa” come i Riva. Vale anche per l'Alcoa e per altre cento situazioni dello stesso genere.
Quel che serve a tutti, che è interesse pubblico, va conservato. In mani pubbliche e con il controllo primario dei lavoratori. Quei lavoratori che ieri a Taranto gridavano “i padroni siamo noi” ci dicono la più semplice e sincera delle verità.
Fonte
Felice Riva ha acquisito lo stabilimento di Taranto nel 1995, in seguito alla crisi e alla liquidazione della Finsider, società del gruppo Iri, quindi di proprietà statale. Una privatizzazione in piena regola, dunque, che è costata a Riva una miseria garantendogli però quasi il monopolio della produzione d'acciaio in Italia. Impianti più piccoli, come Piombino, furono affidati invece a Lucchini. La privatizzazione non era dovuta a una presunta inefficienza del “pubblico” rispetto al privato, ma alla più generale crisi dell'acciaio in Europa, che venne gestita a livello comunitario con tanto di lista degli impianti da chiudere (memorabile il caso di Bagnoli, chiusa appena conclusa una costosissima ristrutturazione).
Riva non ha investito una lira nella modernizzazione dello stabilimento. I macchinari e l'organizzazione generale della produzione sono ancora quelli dell'inaugurazione, nel 1965. Ogni centesimo di profitto non è stato dunque reinvestito nell'attività – nel core business, come dicono i patiti dell'economia borghese - ma nascosto nei paradisi fiscali e quindi riversato nel mare magnum della speculazione finanziaria.
Gli investimenti veri sono stati tutti in corruzione. Riva si è costruito una rete di protezione molto articolata “ungendo” o stipendiando politici nazionali, mezzo ministero dell'ambiente, amministratori locali, poliziotti, giornalisti, funzionari, controllori di vario livello. E naturalmente del sindacato. Anche la Fiom, a Taranto, non si è certo coperta di gloria; l'operazione “pulizia”, scattata circa un anno fa, è stata tardiva e soprattutto incompleta.
Quando la magistratura si è finalmente attivata, questa rete di protezione si è messa in moto all'unisono. Soprattutto a livello ministeriale, mediatico e sindacale. La nuova “autorizzzione integrata ambientale” esce dagli stessi uffici e dalle stesse mani della precedente, del 2011, che nelle intercettazioni l'avvocato dell'Ilva così riassume: “la Commissione ha accettato il 90% delle nostre osservazioni e la visita allo stabilimento riguarda solo il 10%. Non avremo sorprese”.
Questo è l'imprenditoria italiana. Questo è lo Stato italiano, questo il suo governo, “tecnico” o politico che sia.
Questo stesso governo pensa ora di militarizzare l'impianto con un decreto che lo dichiari “zona di interesse strategico”. Una presa in carico dei costi da parte dello Stato per mantenere in piedi l'attività, risanare per quanto possibile lo stabilimento e poi restituirlo al “privato” delinquenziale. La militarizzazione impedirebbe alla magistratura di mettere il naso in quel che accade lì dentro d'ora in poi; silenzierebbe la stampa, privando la popolazione delle informazioni minime sui pericoli per salute; inchioderebbe i lavoratori ai macchinari, condannandoli al silenzio e impedendone la normale conflittualità sindacale.
Non si tratterebbe di una nazionalizzazione, è evidente, ma solo di una secretazione di quanto verrà fatto per garantire i profitti privati con risorse pubbliche.
Eppure la nazionalizzazione delle imprese abbandonate dai “prenditori” in fuga è una necessità che emerge dai fatti, da quel che accade in altri paesi europei, dal bisogno di mantenere una struttura industriale tale da supportare le necessità “strategiche” di un paese. Il governo francese, per esempio, sta valutando di ricorrere a questa soluzione per mantenere l'attività degli altoforni francesi a Florange, in Lorena, che ArcelorMittal vorrebbe dismettere. Ne ha dato annuncio addirittura il presidente Hollande, in conferenza stampa congiunta con il premier belga Elio Di Rupo.
L'unica cosa che non si può fare è assistere passivamente allo smantellamento di quel che è stato costruito con i nostri sacrifici – soldi pubblici, tasse uscite dalle nostre tasche – soltanto perché abbiamo un governo di banchieri che teorizza e pratica la distruzione dei beni pubblici in favore delle imprese private. Non ci interessa neppure sapere se queste “imprese” siano dirette da industriali veri (come Lakshmi Mittal, che in Italia possiede la Magona di Piombino, e vorrebbe chiudere anche quella) o capintesta “prendi i soldi e scappa” come i Riva. Vale anche per l'Alcoa e per altre cento situazioni dello stesso genere.
Quel che serve a tutti, che è interesse pubblico, va conservato. In mani pubbliche e con il controllo primario dei lavoratori. Quei lavoratori che ieri a Taranto gridavano “i padroni siamo noi” ci dicono la più semplice e sincera delle verità.
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