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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/05/2023

Grecia - Rivincono i conservatori, Tsipras perde un terzo dei voti, il Kke al 7%

È stata una vittoria pesante quella del partito conservatore Nuova Democrazia di Kyriakos Mitsotakis nelle elezioni parlamentari che si sono svolte in Grecia.

Nuova Democrazia (ND) ha ottenuto il 40,8% dei voti, in netto vantaggio sulla sinistra di Syriza di Alexis Tsipras, che ha ottenuto solo il 20% dei voti, davanti al partito socialista Pasok-Kinal che ha incassato l’11,6% e al Kke (partito comunista di Grecia) che ha ottenuto il 7,2%. Restano fuori dal Parlamento il movimento MeRA25 creato dall’ex ministro dell’economia del governo Tsipras Varoufakis e il movimento Plefsi Eleftherias dell’ex presidente del Parlamento Konstantopoulou.

Tuttavia, il leader conservatore Mitsotakis non ha raggiunto il suo obiettivo di una maggioranza assoluta dei seggi nel nuovo Parlamento e dovrà ricorrere ad una coalizione oppure tornare alle urne per garantirsi un governo stabile.

Mitsotakis, è al governo dal 2019, ed ha già fatto capire che vuole andare a nuove elezioni, che potrebbero tenersi alla fine di giugno o all’inizio di luglio, per cercare di ottenere la maggioranza assoluta.

Sulla base dei risultati elettorali né i conservatori di Nuova Democrazia né una eventuale coalizione dei partiti di opposizione sono in grado di raggiungere la percentuale del 45% necessaria per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. Se Mitsotakis rinunciasse ad allearsi con un’altra formazione per formare una coalizione di governo, il Paese andrebbe verso nuove elezioni. Le elezioni odierne si sono svolte con un nuovo sistema elettorale proporzionale, che elimina l’assegnazione dei 50 seggi al partito più votato, ma se si tornasse a votare verrebbe reintrodotto il premio di maggioranza e con questo per ND sarebbe sufficiente il 37% dei voti per governare con la maggioranza assoluta.

È bene ricordare che l’attuale premier greco Mitsotakis, è un laureato ad Harvard, alto dirigente della Chase Bank inglese ed ex consulente di McKinsey. Dunque la massima espressione della tecnocrazia conservatrice e liberista. Secondo fonti interne a Nuova Democrazia Mitsotakis intende rinunciare a un mandato esplorativo per ripresentarsi al voto il 25 giugno, con un sistema elettorale che gli può garantire una più sicura maggioranza. Le nuove elezioni, infatti, come accennato si terrebbero con un diverso sistema elettorale, approvato proprio durante il governo conservatore, che assegna direttamente un bonus di seggi, fino a un massimo di 50, al partito vincitore.

Il risultato elettorale è stato invece un duro colpo per la credibilità di Alexis Tsipras, al quale il popolo greco ancora non perdona ancora il “tradimento” del referendum contro i diktat europei, vinto ma disatteso quando era al governo tra il 2015 e il 2019.

Pagine Esteri sottolinea che Syriza negli ultimi quattro anni, pur stando all’opposizione, “ha accentuato il suo profilo socialdemocratico e governista. Se da una parte migliaia di dirigenti e militanti radicali hanno abbandonato la coalizione – per fondare gruppi dissidenti alla sua sinistra o più spesso per tornare alle lotte tematiche o territoriali quando non a casa – dall’altra il suo organigramma è stato rimpolpato da migliaia di quadri provenienti dal Partito Socialista e da altre organizzazioni moderate”.

Tsipras e Syriza hanno lasciato sul terreno un terzo dei voti ottenuti nel 2019, e in alcune aree è arrivato alle spalle del partito socialista Pasok-Kinal, guidato dal 44enne Nikos Androulakis. Un’altra vittima del voto è stata l’ex ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, il cui partito anti-austerità MeRA25 non è riuscito ad entrare in Parlamento. Alle scorse elezioni il movimento di Varoufakis aveva ottenuto il 3,44% e 9 deputati, ma questa volta ha raggiunto solo il 2,62%.

È andata un po’ meglio a “Plefsi Eleftherias”, il movimento di sinistra libertaria dell’ex presidente del Parlamento Zoi Konstantopoulou, che con il 2,89% ha mancato di poco il superamento della soglia di sbarramento necessaria per ottenere rappresentanti. Si conferma invece la tenuta dei comunisti del KKE che mantengono il loro 7,2%.

Il KKE ancora una volta ha marcato le distanze con il resto del quadro politico e soprattutto con Syriza. “Siamo mondi distanti” ha affermato il segretario del KKE Dimitris Koutsoumbas “Abbiamo combattuto battaglie nel movimento sindacale per abrogare le leggi antioperaie, per firmare contratti collettivi di lavoro con aumenti salariali, per impugnare i licenziamenti. Non abbiamo aspettato le elezioni, come qualcuno chiedeva, perché “non ci sono le condizioni per fare qualcosa”, come hanno detto. La nostra gente non poteva aspettare. Hanno lottato. Abbiamo lottato insieme. E abbiamo ottenuto diverse vittorie”.

Fonte

05/04/2022

I ferrovieri greci bloccano treni con i carri armati della Nato

L’esempio dato dai lavoratori aeroportuali di Pisa e dai portuali di Genova è contagioso. Anche in Grecia i ferrovieri si sono rifiutati di far transitare i carri armati della Nato destinati ai paesi nell’Europa dell’Est.

*****

Attualmente, i veicoli corazzati e i carri armati da combattimento vengono caricati nel porto commerciale greco di Alessandropoli per essere trasportati nei paesi dell’Europa dell’Est della NATO. I lavoratori delle ferrovie non vogliono appoggiare questa operazione e ora sono sotto la pressione degli imprenditori.

Il porto commerciale greco di Alessandropoli è un importante porto mercantile sia per merci che per combustibili, in quanto è vicino ai confini greco-turchi, collegato via mare al terminal portuale e dispone di un aeroporto internazionale. È inoltre collegato alla ferrovia e alle principali autostrade europee.

Dall’inizio degli eventi militari in Ucraina, più di 3.000 soldati statunitensi e centinaia di veicoli corazzati e carri armati sono arrivati ​​al porto greco di Alessandropoli. Da lì continuano in treno verso la Romania e altri paesi dell’Europa dell’Est membri della NATO, riferisce il sito di notizie greco In.gr. L’articolo dice:

«I carri armati statunitensi appartenenti alle forze NATO, scaricati dall’enorme traghetto “Liberty Passion” nel porto di Alessandropoli, sono stati trasportati con la ferrovia attraverso la prefettura di Evros verso i paesi dell’Europa dell’Est. I carri armati delle forze NATO sono stati trasportati con la ferrovia da Alessandropoli alla Romania attraverso la Bulgaria».

Il 1 aprile il media greco Imerodromos ha informato che la prosecuzione della spedizione di veicoli blindati dal porto greco di Alessandropoli fino al confine con l’Ucraina è in pericolo perché parte dei lavoratori della compagnia ferroviaria TrainOSE si sono rifiutati di «appoggiare attivamente l’invio di armi».

Dicono che è stata intensificata la pressione sui lavoratori della fabbrica di macchine di Salonicco affinché si spostino ad Alessandropoli per portare aiuto lì.

Il portale di informazione del Partito Comunista di Grecia (KKE) ha aggiunto che i veicoli blindati statunitensi erano stati consegnati via mare ad Alessandropoli e poi trasportati in Polonia. Secondo il rapporto, il 30 marzo «tre treni pieni si erano già spostati in questa direzione» per mezzo del trasporto ferroviario. Secondo i mezzi di comunicazione, i ferrovieri greci hanno rifiutato di caricare il materiale e «fornire supporto tecnico per il trasporto». Il KKE ha informato che gli imprenditori «hanno invocato il contratto di lavoro in cui si afferma che i lavoratori devono lavorare dove l’azienda ne ha bisogno». Il KKE ha risposto:

«Da circa due settimane, i lavoratori della fabbrica di macchinari di Salonicco subiscono pressioni per farli andare ad Alessandroupoli. Condanniamo le minacce dell’imprenditore contro i lavoratori di TrainOSE che si sono rifiutati di partecipare alla manutenzione dei treni e di trasportare i carri armati della NATO dal porto di Alessandropoli».

Dopo l’intervento dei sindacati locali, le minacce contro i ferrovieri sono cessate. Una dozzina di sindacati locali hanno pubblicato una risoluzione in cui si impegnavano a non partecipare al passaggio della «macchina di guerra» attraverso il Paese, secondo le informazioni di Imerodromos. La risoluzione dice:

«È ridicolo che un datore di lavoro dica: ‘Non dovresti preoccuparti di cosa trasportano i treni, è il tuo lavoro e devi eseguirlo’».

Inoltre, il documento afferma:

«Non saremo complici della macchina da guerra che percorre i territori del nostro Paese. La ferrovia non si utilizza per il trasporto di materiale bellico all’estero.

Le locomotive utilizzate a tale scopo devono rientrare alla loro base. Nessuna minaccia a qualsiasi ferroviere rifiuti di accettare il trasferimento di materiale bellico della NATO dal nostro Paese»
.

La risoluzione del KKE è stata sostenuta da una dozzina e mezza di sindacati locali, tra i quali si trovavano: “lavoratori dell’industria chimica del nord della Grecia, dipendenti privati ​​della città di Tessalonica, lavoratori dell’edilizia, lavoratori delle telecomunicazioni e della tecnologia dell’informazione, dell’industria alimentare, enti locali e aziende municipali, hotel e servizi pubblici”.

Traduzione per piensaChile: Martin Fischer

Fonte

14/05/2019

La triste fine di Syriza sulla via dell'”anticomunismo europeo”

La dichiarazione finale dell’incontro dei leader della UE, svoltosi lo scorso 9 maggio a Sibiu, in Romania, è un concentrato di frasi ipocrite, di affermazioni cui per primi non credono gli stessi personaggi che l’hanno sottoscritta e, peggio, di piani che minacciano di rendere ancora più miserevole e costellata di misure poliziesche la vita delle masse popolari d’Europa.

Tra le prime, spiccano perle quali quella sulla “Europa riunificata nella pace e nella democrazia è soltanto uno dei tanti risultati conseguiti”, o quella sulla UE che “guidata dai suoi valori e dalle sue libertà, ha garantito stabilità e prosperità in tutta Europa, all’interno e all’esterno dei suoi confini”. Tra le seconde, le storielle su “un’Europa unita, da est a ovest, da nord a sud”, la promessa che “Resteremo uniti, nel bene e nel male” e “Cercheremo sempre soluzioni congiunte”.

Ma, quello che più preoccupa, sono le minacce niente affatto velate, rivolte all’indirizzo di lavoratori e disoccupati, pensionati e studenti, secondo cui “continueremo a proteggere il nostro stile di vita, la democrazia e lo Stato di diritto” (tradotto: faranno di tutto affinché non venga messo in discussione il loro “stile di vita”, quello che da trent’anni affama i lavoratori e toglie ogni diritto a un’esistenza minimamente dignitosa, pur nelle condizioni del capitalismo).

Per ottenere ciò, giurano che “garantiremo la sicurezza” dei cittadini, “rafforzando il nostro potere di persuasione e di coercizione”: la salviniana “legittima difesa” non è che un gioco al confronto! Se ancora qualcuno, a sinistra, parla di “riformabilità”, “democratizzazione” della UE, di “riformismo europeista”, garantito dai vincoli tenuti ben saldamente nelle mani di Bruxelles e tutelato dalle armi della NATO, in attesa del salto definitivo all’esercito europeo, quel qualcuno mente sapendo di mentire.

Riguardo alla dichiarazione di Sibiu, il Partito Comunista di Grecia ha redatto un comunicato, che riportiamo, tradotto dalla versione russa di Solid.org del 13 maggio.

Naturalmente, non è necessario condividere la “linea politica” di quel partito per riconoscere la fondatezza di una denuncia...

*****

Il degrado del governo SYRIZA non ha fine – il 9 maggio ha firmato una dichiarazione che è un baluardo di anticomunismo

Il 9 maggio 2019, nel corso di un vertice informale a Sibiu (Romania), i leader della UE, tra cui Alexis Tsipras, hanno firmato una cosiddetta dichiarazione del Consiglio europeo. “Liberali” e “socialdemocratici”, “conservatori” e “progressisti” hanno confermato ancora una volta i putridi “valori fondamentali” dei monopoli della UE.

Inoltre, la dichiarazione, firmata nel 74° anniversario della Grande vittoria dei popoli sul fascismo, è un’ulteriore testimonianza di anticomunismo. Già dalla prima riga della dichiarazione, si può vedere quanto sia ipocrita la preoccupazione dei governi, quale SYRIZA, a proposito della “crescita dell’estrema destra”, in quanto giustifica tutta la propaganda anticomunista che alimenta il fascismo, là dove osserva che: “Trent’anni fa, milioni di persone hanno combattuto per la propria libertà, per l’unità e hanno abbattuto la cortina di ferro”!

“Il vostro degrado non conosce fine” – ha detto dalla tribuna del parlamento il deputato del KKE Ioannis Giokas, condannando la dichiarazione anticomunista della UE, sotto la quale c’è la firma del Primo ministro di Grecia, che approva “tutta la propaganda dell’imperialismo dopo la seconda guerra mondiale, la propaganda del maccartismo contro la lotta dei popoli e contro il movimento operaio mondiale e il sistema socialista. Tutta la propaganda messa in campo dalle forze dell’estrema destra”.

Secondo le sue parole, il governo SYRIZA si è accodato a tutta la propaganda, in seguito alla quale i combattenti del nostro paese sono stati gettati in prigione, mandati in esilio, finiti davanti ai plotoni d’esecuzione.

Giokas ha sottolineato come la Dichiarazione sia stata sottoscritta nel Giorno dell’Anniversario della Grande Vittoria dei popoli sul fascismo, di cui non si fa parola, il che dimostra quindi che “il fascismo non è un avversario della UE. La UE sostiene spesso fascisti e simili organizzazioni per realizzare i propri interessi. Suoi avversari sono i popoli, il sistema socialista, i partiti comunisti, il movimento operaio e popolare. Proprio per questo, ha cercato di cancellare il Giorno della Vittoria dei popoli sul fascismo – il 9 maggio e di trasformarlo in Giornata della UE”.

Giokas ha anche osservato che la firma del Primo ministro di Grecia “di sinistra” in calce alla dichiarazione è accompagnata dalle firme di Kurtz, Orban, Merkel e tutti gli altri politici di estrema destra con cui apparentemente combatte.

Commentando l’argomento governativo secondo cui negli ultimi anni la UE si sarebbe allontanata dai suoi valori fondamentali e che ciò può essere corretto, Giokas ha affermato che i valori fondamentali della UE sono l’anticomunismo, la barbarie, lo sfruttamento dei popoli e la guerra. “Siete tutti dalla parte della UE, dalla parte della UE e della NATO” ha detto, aggiungendo che “questa dichiarazione dimostra di chi abbia paura la UE, lo spettro del comunismo che continua ad aggirarsi e noi faremo tutto il possibile affinché le vostre paure si giustifichino. E anche voi siete dalla parte delle moderne Sante Alleanze”.

Fonte

22/03/2018

Le tre crisi della Grecia

È certo che Tsipras, una volta “il negoziatore di ferro” [hard negotiator, ndt], si sia trasformato sin dalla capitolazione dell’estate del 2015 nel figlio prediletto di Bruxelles e Berlino. Ci sono due ragioni di base che provano questa affermazione.

Primo, il governo di Syriza-Anel è riuscito – o ha deciso di – far passare delle leggi che la destra o i social-democratici, i partiti neoliberisti puri, non avevano nemmeno sognato. La lista è fin troppo lunga, quindi ci limiteremo a presentare i punti principali.

In primis ci sono le privatizzazioni tramite il TAIPED (“Fondo di sviluppo azionario della Repubblica greca”) dei settori centrali dell’economia greca e delle proprietà statali, incluse le vendite in corso di EYDAP e EYATH (le aziende idriche pubbliche di Atene e a Salonicco rispettivamente), l’aeroporto di Atene, la DEPA (azienda del gas pubblica), la DEH (azienda pubblica di elettricità) e ELPE (l’azienda pubblica del petrolio).

Poi le tasse su svariati prodotti. Ad esempio, la continuazione dell’ENFIA (la tassa per ogni casa). Il sotto finanziamento dell’istruzione pubblica e la legge recente che apre la via al finanziamento privato dell’università pubblica. L’attacco non si limita alla riduzione del settore pubblico, ma è un vero e proprio attacco alla classe lavoratrice e alla classe media. Solo negli ultimi mesi, a causa del Terzo Memorandum firmato da Tsipras, Syriza ha approvato o è in procinto di approvare svariate leggi fra cui, ad esempio, la legge “thatcheriana” di limitazione del diritto di sciopero o l’abbassamento della soglia sotto la quale non si pagano le tasse, fino ad arrivare al punto che migliaia di pensionati perderanno ogni anno l’ammontare di una mensilità.

Pertanto dovrebbe essere ovvio che la retorica governativa secondo la quale la Grecia uscirà dallo status di paese in bailout in agosto suoni del tutto ironica, e serva solo gli interessi del governo per posporre le elezioni fino al 2019. Non solo perchè il peggioramento delle condizioni del popolo greco è stato terribile, ma principalmente perchè tutte le leggi che sono state approvate non cambieranno e il monitoraggio [delle istituzioni internazionali, ndt] continuerà. Il fatto che Syriza abbia acconsentito ad avere un surplus fiscale del 3.5% per i prossimi decenni significa ancora austerità per i prossimi decenni. La Grecia continuerà ad avere perso la propria sovranità e la propria indipendenza. Gli ultimi scandali che riguardano la multinazionale Novartis e i suoi rapporti coi politici di Nuova Democrazia o del Pasok non cambiano comunque le responsabilità di Syriza.

Secondo, il governo di Syriza-Anel è riuscito nel suo attacco alla classe lavoratrice e alle classi medio-basse trovando una resistenza popolare minima. Quando il “negoziatore di ferro” ha cambiato casacca, quando, dopo aver rassicurato che avrebbe guidato il paese su una nuova strada, è divenuto il sostenitore della teoria del TINA (There Is No Alternative – Non c’è alternativa), allora le dimensioni del problema crescono esponenzialmente. Non è soltanto per le leggi neoliberali di austerità che ha fatto passare, è per le conseguenze negative sul morale delle persone, sulla fiducia che le cose possano cambiare.

Terzo, la crisi geopolitica e il figlio prediletto di Trump.

In aggiunta alla crisi economica e sociale menzionata in precedenza, negli ultimi 3 mesi si sta sviluppando una potenziale crisi geopolitica. Sono riemersi rispettivamente il problema con la Macedonia nel nord della Grecia e ad est il crescente espansionismo della Turchia, al punto che non si può escludere un conflitto militare. Le ragioni di questa situazione sono la fretta, specie degli USA ma anche della Germania, che la Macedonia divenga un membro della NATO e della UE. Dall’altra parte, il premier turco Erdogan reclama una parte delle risorse energetiche che (potenzialmente) esistono nel Mediterraneo sud-orientale, specialmente nell’Egeo e a Cipro.

La strategia di Syriza è quella di far diventare la Grecia una potenza di “stabilità” nella regione, il che si traduce nel diventare il figlioccio degli USA e della NATO. Accordarsi sulla soluzione del problema del nome FYROM/Macedonia, senza menzionare nulla riguardo ai piani della NATO, serve pertanto i piani degli Stati Uniti. Sul fronte orientale la Grecia è parte dell’asse, sostenuto dagli USA, con Israele, Egitto e Cipro e spera che la UE e la NATO si facciano avanti e “proteggano” la Grecia, una speranza che non è solo superficiale, ma che provocherà perfino più destabilizzazione nella regione.

Questa strategia rafforza le voci nazionalistiche e di estrema destra e sta all’esatto opposto di una strategia che preservi i confini attuali, a favore della pace e contro i conflitti armati nella regione, che non prenda cioè parte a forze imperialiste ma sia invece contro la guerra e anti-imperialista.

Il problema principale è che il fattore che potrebbe cambiare il corso degli eventi, ossia un movimento popolare, è stato sconfitto nell’estate del 2015. Da allora vi sono state solo poche e parziali lotte, di cui le più recenti sono la mobilitazione contro la messa all’asta delle case e la mobilitazione degli insegnati supplenti (a causa della mancanza delle assunzioni a tempo indeterminato).

Se a questo si aggiunge la posizione delle forze di sinistra, si può capire perché ci sia un equilibrio particolare ed instabile. Il popolo greco ha visto scendere drammaticamente i propri standard lavorativi e di vita senza che si intravedano miglioramenti e con il recente ingresso del paese in un ciclo di destabilizzazione geopolitica con possibili conflitti militari, non si vede una forza politica che possa offrire una via di uscita.

Le responsabilità del KKE in quanto maggiore forza politica a sinistra sono enormi. Il KKE soggioga “i bisogni del movimento” agli “interessi del partito”. Quando la crisi politica del 2013-2015 era al suo punto alto, si è limitato ad avvertire del pericolo Syriza, senza però prendere un ruolo attivo per fermarlo. Ora che il movimento è al suo punto basso, è di nuovo contro qualsiasi iniziativa frontale che possa unire le forze e risollevare il morale della gente. Allo stesso tempo le altre formazioni di sinistra – principalmente Iniziativa Popolare e Antarsya – non riescono a porsi come una forza affidabile per guidare le persone su un nuovo cammino. Unità Popolare continua a chiamare Antarsya per un’alleanza dei movimenti sociali e ad un livello politico, ma Antarsya continua a rifiutare un’alleanza con Unità Popolare. Riguadagnare la fiducia delle persone dopo l’esperimento Syriza è difficile, ma è il compito più importante e non si può raggiungerlo con operazioni mediatiche come quella di Varoufakis. Pertanto, non è un’esagerazione dire che la sinistra sia andando verso una fase di disintegrazione.

Nonostante le difficoltà, è urgente costruire un movimento contro l’imperialismo e la guerra che sia al contempo anti-governativo, come l’unico fattore che può risolvere la tripla crisi a favore della classe lavoratrice della Grecia e dei suoi paesi vicini.

di Kostas Kostopoulos, membro dell’organizzazione comunista Paremvasi

(Traduzione a cura della Rete dei Comunisti)

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22/09/2015

La triste e-lezione greca

A distanza di nove mesi, la nuova vittoria elettorale di Syriza assume un significato completamente opposto alle speranze suscitate lo scorso gennaio. Se ad inizio anno la vittoria di un partito eletto sull’onda del rifiuto verso l’Unione europea poteva oggettivamente aprire scenari interessanti e potenzialmente deflagranti (come in effetti è stato fino a luglio, dove la partita era ancora aperta e la costruzione europeista effettivamente in crisi), oggi questa elezione rientra nel campo della compatibilità. Un evento inutile.

Come commentava ieri mattina Sky, “che vinca Syriza o Nuova democrazia cambia poco, tanto il programma di governo lo hanno scritto questa estate a Bruxelles”. E’ tristemente così. Dopo alcuni mesi di traccheggiamento senza bussola, Syriza ha applicato per filo e per segno il programma delle istituzioni europee. Un programma che probabilmente una destra di governo avrebbe contrattato persino in condizioni migliori, riuscendo a strappare margini di autonomia economica che a Syriza sono stati definitivamente preclusi.

La medesima fotografia elettorale di gennaio (stesse percentuali, stesse alleanze), descrive due momenti radicalmente diversi. Anzitutto, c’è il dato dell’astensione che certifica il fallimento delle politiche di Syriza. Metà della popolazione non si è recata a votare. L’altro dato è che la destra, nelle sue varie forme – da Nuova democrazia ad Alba Dorata, da Potami ad Anel – supera gli elettori di sinistra. Infine, un’elezione che non prevede programmi di governo alternativi non ha senso, è solo selezione di ceto politico fine a se stesso.

Questa la parabola finale della normalizzazione europeista. Se a gennaio la vittoria elettorale di Syriza aveva terrorizzato gli europeisti più convinti, oggi viene salutata come assestamento politico del memorandum europeo. Il risultato elettorale era blindato perché il programma di aiuti imposto alla Grecia era a sua volta blindato da ogni partito principale.

Da notare, per finire, l’ennesima flessione del Kke, che chiarisce meglio di altre analisi alcuni dei vizi capitali di quella particolare impostazione politica. Otto anni di crisi economica e di scompaginamento politico greco hanno prodotto il dimezzamento dei voti del Partito comunista. Alla prova dei fatti, un certo meccanicismo anti-dialettico e un esasperato massimalismo inconcludente, sommato alla pervicace fedeltà al feticismo elettoralistico, hanno estromesso dal gioco un partito che aveva le potenzialità e le condizioni oggettive per imprimere una svolta alla politica greca. L’aver scambiato la natura soggettiva di Syriza (un partito post-socialdemocratico, riformista radicale con venature populiste), dal fatto oggettivo di un partito trascinato al potere dal rifiuto popolare verso le politiche europeiste, non comprendendo che quella contraddizione oggettiva apriva scenari in cui inserirsi, ha determinato la perdurante irrilevanza del Partito comunista greco, legato a uno schema politico oggi completamente inservibile.

Per tali motivi, la vicenda greca ci lascia due evidenze: da una parte, la sconfitta totale di ogni ipotesi di cambiamento politico; la seconda, l’attuale incapacità dei comunisti di inserirsi nelle contraddizioni politiche attuali sapendole amplificare e deflagrare.

Abbiamo perso, come sinistra, l’ennesima grande occasione.

Fonte

La vittoria zoppa di Syriza

Apparentemente le ennesime elezioni che si sono tenute in Grecia ieri – le quinte in soli sei anni – hanno riportato il paese esattamente al punto di partenza del 25 gennaio. Syriza ha ottenuto il 35.47% dei voti, solo un punto in meno rispetto alle elezioni di inizio anno, e anche i nazionalisti di destra di Anel, che i sondaggi avevano già cancellato dalla mappa parlamentare, riescono invece a superare l’asticella del 3% e ad ottenere 10 seggi con il 3.69% dei voti.

Volendo, Alexis Tsipras – che nel discorso tenuto ieri sera ad Atene davanti ai suoi sostenitori ha accuratamente evitato di citare il Memorandum da lui firmato a luglio – potrà formare in pochissimi giorni un esecutivo fotocopia rispetto a quello che era andato in pezzi solo poche settimane fa, anche se ricorrendo solo a Panos Kammenos avrebbe a disposizione solamente pochi deputati in più di quelli richiesti per governare: 155.

Ma solo apparentemente il risultato di ieri ricalca quello del 25 gennaio, e solo un analista disattento o interessato può non notare le enormi differenze. Intanto la scarsa affluenza alle urne: ieri ha votato solo il 56.5% degli aventi diritto, mentre a gennaio alle urne si erano recati il 64% dei greci. Le elezioni di ieri hanno fatto registrare uno dei tassi di partecipazione tra i più bassi della storia della Grecia del secondo dopoguerra, e non si tratta di un bel segnale. Fisiologico, hanno messo le mani avanti in molti commentando il dato, visto il frequente ricorso alle urne che ha ‘stancato’ gli elettori. Peccato che solo pochi mesi fa, a inizio estate, il referendum sull’accettazione o meno del terzo memorandum a base di austerity, privatizzazioni e tagli abbia invece mobilitato assai di più l’opinione pubblica. La verità è che la capriola di Tsipras, la capitolazione di Syriza e di Anel alle imposizioni capestro dell’Unione Europea e del Fondo Monetario hanno dilapidato in pochi mesi uno straordinario patrimonio di speranze, mobilitazioni, disponibilità alla partecipazione che difficilmente potrà essere recuperato in questo quadro niente affatto entusiasmante per i greci.

Il 35% ottenuto ieri da Syriza – che pure ha incassato all’ultimo minuto utile molto del voto degli indecisi, smentendo molti dei sondaggi che la davano sotto il 30 – è assai più leggero e quindi meno significativo della quota apparentemente simile conquistata quasi otto mesi fa, in numeri assoluti e in quanto a peso specifico.

E qui veniamo al secondo dato: la Syriza che ha vinto le elezioni di ieri è un partito molto diverso da quello che si affermò il 25 gennaio. Le minoranze interne più radicali e più disponibili ad una rottura con il quadro esistente – l’Ue, l’Euro, la denuncia del debito – sono state nel frattempo espulse da un meccanismo decisionista dell’entourage di Tsipras che ha privato il partito della possibilità di discutere, di confrontarsi, di aggiustare il tiro. Ed oggi la "Coalizione della Sinistra Radicale" è un partito geneticamente modificato, un partito governista e subalterno alle compatibilità capitalistiche assai più che nei già tristi giorni di luglio quando Tsipras dimostrò, nei fatti, che non si può tenere insieme l’illusione della riforma democratica dell’Unione Europea con la pretesa di annullare l’austerity e riconquistare sovranità e giustizia sociale.

Terzo elemento: rispetto a gennaio Syriza ha perso 4 seggi, e Anel deve rinunciare a tre eletti avendo perso un punto percentuale. Una maggioranza assai debole per un governo che nei prossimi mesi dovrà gestire l’applicazione delle misure lacrime e sangue contenute nel Memorandum accettato da Tsipras a luglio “per salvare il paese dalla catastrofe”. Misure che l’esecutivo dovrà far ingoiare ai greci insieme alle altre che già la troika in versione quartetto si prepara ad imporre ad Atene. D’altronde il braccio di ferro dei mesi scorsi – finito come è finito – ha dimostrato la scarsa capacità e volontà di resistenza della sinistra ellenica, che cedendo a luglio si è messa nelle condizioni di dover accettare altri memorandum, altri ricatti, altre imposizioni in un paese più debole e più disilluso dove le grandi lotte degli anni scorsi sono state dilapidate in nome di una “Altra Europa” che invece sono le oligarchie e la macchina burocratica continentale – ancora più matrigna e spietata – a costruire a passo di carica. Se vorrà costruire ‘quel governo forte e stabile’ che Tsipras ha evocato ieri, il primo ministro incaricato dovrà probabilmente allargare la maggioranza a destra, ai socialisti o ai centristi, come del resto aveva già fatto quando la ribellione dei deputati della sinistra di Syriza lo aveva convinto ad accettare i voti dei “partiti del sistema” pur di portare a compimento la resa davanti a Bruxelles e a Berlino. E quindi, anche se rafforzato da un numero di deputati congruo, un siffatto governo sarebbe ancora più debole, arrendevole, inadatto ad affrontare e a risolvere i problemi del popolo greco.

Di fatto lo Tsipras che ieri ha dimostrato di essere ancora vivo e vegeto e di aver conquistato – almeno per ora – un posto stabile e di primo piano nel panorama politico ellenico, è un vero e proprio fantasma. Che forza contrattuale, che capacità decisionale potrà avere un governo che esclude a priori ogni rottura e che si definisce 'responsabile'?

Saranno in molti a determinare le sorti della Grecia: l’Unione Europea, i mercati, gli alleati di governo, gli oligarchi. Non Tsipras, né il suo partito, che hanno deciso di rinunciare alla battaglia per attestarsi sulla più apparentemente comoda e realistica linea della ‘riduzione del danno’, promettendo una impossibile gestione più razionale ed egualitaria del massacro sociale ordinato da nord. Confortati del resto da una buona parte dell'elettorato che, nonostante tutto, continua a credere che si possano ottenere più rispetto e più giustizia sociale all'interno del soffocante quadro della gabbia europea.

Sul fronte opposto, le elezioni di ieri hanno dimostrato la scarsa presa sull’elettorato greco delle formazioni della sinistra comunista e di rottura. I transfughi di Unità Popolare, nonostante la notorietà dei suoi animatori, non sono riusciti neanche a superare lo sbarramento del tre per cento, e con il 2.86% sono rimasti fuori dal parlamento (i rallegramenti per la sconfitta di Lae all’interno di Syriza la dicono lunga sulla natura del partito nella nuova versione 2.0). Sarebbe bastato lo 0.8% conquistato da Antarsya a far superare l’asticella ad Unità Popolare e portare in parlamento una battaglia che per ora dovrà rafforzarsi nella società, tra i lavoratori, i disoccupati e i giovani, ma i veti incrociati e la tradizionale rissosità della sinistra antagonista ellenica hanno fatto saltare l’accordo.

I comunisti del KKE hanno “resistito” ottenendo esattamente quel 5.5% che avevano strappato a gennaio, ma in una situazione tale ci si poteva e doveva aspettare un risultato migliore che capitalizzasse il fallimento storico e strategico di Syriza. Comunque le tre forze, sommate, si avvicinano ad un non certo disprezzabile 10%.

Ad avvantaggiarsi della situazione, più che una Nuova Democrazia ferma sul 28% già conquistato a gennaio, sono stati soprattutto le formazioni centriste. In particolare i socialisti alleati di Dimar che dal 4.7 e 13 seggi sono risaliti al 6.28% e 17 eletti; e poi i liberali di To Potami che pur scendendo dal 6.05 (17 seggi) al 4.1% (11) vengono affiancati dall’Unione di centro (3.43 e 9 eletti). 

Non c’è stato invece il temuto boom dei neonazisti di Alba Dorata, che comunque non solo si confermano come terzo partito, ma portano la loro pattuglia in parlamento da 17 a 18 eletti, ottenendo un 7% tondo tondo nonostante pochi giorni fa il loro leader, Michaloliakos, si sia assunto la responsabilità politica dell’omicidio del rapper antifascista Pavlos Fyssas rivendicando di fatto la linea squadrista del movimento. Un campanello d’allarme che non va sottovalutato, una legittimazione popolare dei neonazisti che va rintuzzato rafforzando le battaglie contro l’austerity ma anche per inceppare e rompere il meccanismo che la genera, l’Unione Europea.

Intanto la Grecia, come in una sorta di grottesco ‘gioco dell’oca’, sembra ritornata alla casella di partenza, dimostrando che non necessariamente il malcontento generato dai diktat e il conseguente peggioramento delle condizioni materiali di vita sono in grado, di per sè, a mettere in discussione la ritrovata egemonia ideologica e politica della borghesia europea.

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21/09/2015

Grecia: vince Tsipras. Per ora

Tsipras ha avuto il miglior successo possibile: è innegabile. Considerato che esce da mesi terribili, che il suo partito ha avuto una scissione, che ha perso il numero due del governo, che ha fatto e sconfessato un referendum, che ha dovuto accettare i diktat della troika abbandonando tutte le promesse elettorali, non era pensabile un risultato migliore di questo.

Ha ridotto le perdite elettorali in termini percentualmente insignificanti, ha liquidato il suo dissenso interno costringendolo ad una scissione che ha mancato il risultato di entrare in Parlamento, ha ottenuto seggi sufficienti a fare maggioranza con Anel, con il Pasok e To Potami senza dover imbarcare Nea Democratia. Meglio di così non gli poteva andare.

A che si deve questo successo? In primo luogo al prestigio personale dell’uomo che può permettersi di stracciare un patto elettorale ed un referendum ed essere ancora creduto quando si propone come quello che rinegozierà il debito. Questo è in parte il risultato dell’immagine di sé che ha saputo costruire, in parte dell’inesistenza dei rivali: Nea Democratia, con Meimarakis non era certo in grado di cancellare l’immagine di partito di corrotti che (insieme al Pasok) detiene la maggior quota di responsabilità nel disastro finanziario del paese. La scissione di Lafazanis ha inciso pochissimo: troppo poco tempo a disposizione, troppa accondiscendenza a Tsipras sino ad un momento prima, troppo poca chiarezza nel programma. E, comunque, ha pagato il prezzo del “voto utile”: di fronte alla prospettiva del ritorno dei pescecani di Nd, gli incerti fra Siryza e Unità Popolare si sono riversati in massa sulla prima, che è un altro dei motivi della vittoria odierna. Peraltro anche il Kke non ha avuto che un piccolissimo incremento confermando sostanzialmente il suo insediamento.

D’altra parte, il Kke è di uno stalinismo patologico e non gode affatto di buona reputazione per la caterva di errori politici fatti. Auspicavo una sua affermazione insieme a quella di unità popolare perché resta il principale nucleo esistente di una possibile sinistra alternativa a Siryza, ma ero e sono perfettamente cosciente dei suoi terribili limiti e non mi stupisce questa stagnazione.

Degli altri non mette conto parlare, se non per notare come Alba Dorata non rappresenti nessun pericolo reale, attestandosi su valori largamente sottomaggioritari. Tsipras, peraltro ha saputo essere tempista (gli va riconosciuto) capitalizzando il seguito di consensi ottenuti come quello che “ha tenuto testa alla Bce e Berlino per cinque mesi”, andando a votare prima che si facessero sentire gli effetti del “Pacchetto” concordato con la Bce. Il resto lo ha fatto l’orgoglio nazionale dei greci (“Non volete Tsipras? E noi lo rivotiamo”).

Ma c’è anche una ragione “negativa” in questo successo che è tale in termini percentuali e non assoluti: i votanti sono scesi al 55%, il che ha “rivalutato” la base di voto si Siryza che, in termini assoluti perde un bel po’ di voti (circa un milione, ma aspettiamo i risultati definitivi per saperlo). La gente ha preferito non votare piuttosto che votare altro e questo dovrebbe far riflettere soprattutto quelli di Unità Popolare che sono apparsi come numericamente irrilevanti, ambigui politicamente ed, in definitiva, inefficaci. Però, questo è motivo di riflessione anche per Tsipras, non è detto che questa corrente elettorale si dissolva e non torni a materializzarsi in positivo se l’offerta politica dovesse cambiare.

E qui iniziano i dolori per il giovane Alexis: intanto deve fare un governo di coalizione che non è detto sia una gita di piacere, poi, man mano che si sentiranno gli effetti delle misure di austerità, non ci vuol molto a capire che il consenso calerà. Ma, soprattutto, la vera scommessa sta ancora in piedi: ce la farà Atene ad evitare il default e l’uscita dall’Euro? Una valutazione realistica riduce le probabilità di riuscita della manovra a percentuali molto, molto modeste ed, in ogni caso, a queste condizioni non si parla di crescita. Il piano di risanamento è molto probabilmente insostenibile per la Grecia e bisognerà vedere se la Bce e compagnia cantante saranno disposti ad un quarto bailout. Peraltro occorrerà vedere quanto costerà alla Grecia, in termini di espropri, l’eventuale default.

Tsipras è stato abile e tempestivo, ma ha solo ottenuto una dilazione per la sua verifica finale. Le forche caudine del debito sono sempre lì che lo aspettano alla fine del corridoio di lacrime e sangue che farà percorrere al suo popolo.

Alexis ha vinto, ma questo non vuol dire che abbia avuto ragione a luglio o la abbia adesso.

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Grecia. Rivince Tsipras, metà della popolazione non va a votare

Nel disincanto di una popolazione che ha ormai ha subìto di tutto, le elezioni anticipate in Grecia hanno visto riconfermare l'opzione di Tsipras e del governo di Syriza. Con un astensionismo che ha raggiunto quasi il 50%, il partito di Alexis Tsipras ha ottenuto il 35% dei consensi. L'ex premier di sinistra, nonostante il tradimento delle promesse elettorali di gennaio e l'accettazione del memorandum capestro dell'Unione Europea, ha confermato la vittoria elettorale di gennaio e si prepara a guidare il Paese nuovamente in coalizione con i nazionalisti di Anel come in questi otto mesi precedenti. Il suo partito Syriza ha ottenuto poco più del 35% e 145 seggi, un punto percentuale e cinque seggi in meno del voto di gennaio, ma con i dieci seggi di Anel la maggioranza dentro i 300 seggi del parlamento di Atene è assicurata. I fascisti di Alba Dorata, si confermano come il terzo partito e guadagnano consensi. Ma il primo partito nelle elezioni di ieri è stato quello dell'astensione, infatti questa volta ben il 45% degli elettori greci è rimasto a casa, otto punti percentuali in più rispetto a gennaio.

Nessuno dei 25 deputati ribelli di Syriza tornerà in Parlamento, Unità Popolare, nata dalla scissione di Syriza, non ce l'ha fatta a superare la soglia di sbarramento del tre per cento. Ce l'ha fatta invece il Kke, il Partito Comunista di Grecia, irriducibile oppositore di Tsipras e del suo governo, che ha superato il 5% e ottenuto 15 deputati. Il partito conservatore Nea Demokratia, si è fermato al 28% ed ha ammesso la sconfitta.

Il risultato greco conforta i tecnocrati di Bruxelles. Il presidente dell'Eurogruppo Dijsslbolem, si è congratulato per il successo elettorale e si è detto "impaziente" di vedere la formazione di "un nuovo governo con un forte mandato per proseguire le riforme".

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Pessimo risultato perché premia uno dei peggiori voltagabbana visti di recente e i fascisti.

19/09/2015

Syriza spera nel miracolo, Kke e Unità Popolare a testa bassa contro Tsipras

Dentro Syriza in molti starebbero in queste ore sperando che il partito si piazzi in testa alle elezioni di domenica, ma che al tempo stesso torni all’opposizione per prendere fiato dopo il fallimento dell’esecutivo con Anel, l’accettazione del Terzo Memorandum – il più pesante finora imposto ad Atene dalla troika – e la spaccatura nel partito. Il prossimo governo infatti sarà chiamato ad applicare e gestire misure pesantissime e il cui impatto sull’opinione pubblica ellenica potrebbe causare forti danni ad un partito uscito zoppicante e malandato dalla vittoria del 25 gennaio a causa della sua incapacità di prevedere e lavorare ad uno scenario di rottura con l’Unione Europea e l’Euro nel caso in cui i negoziati con gli squali di Bruxelles e Francoforte non fossero andati a buon fine. Ma nonostante la massiccia vittoria dei ‘no’ nel referendum convocato a inizio luglio dallo stesso governo, il primo ministro e il suo entourage non se la sono sentita di tentare la spallata nei confronti dell’Unione Europea e di mettere in atto il ‘piano B’ che pure alcuni think tank di Syriza avevano approntato. Un piano che forse si sarebbe rivelato illusorio e che cozza con l’ancora dilagante europeismo della base elettorale e di molta parte della dirigenza stessa di Syriza, convinta nonostante l’evidenza che si possano tenere insieme lotta all’austerità e alla schiavitù del debito con permanenza all’interno della gabbia del blocco imperialista europeo. Col risultato che alle elezioni anticipate di domenica l’ex sinistra radicale arriva spompata, in crisi di credibilità e identità, incerta sul da farsi. Se dovesse vincere la sfida sembra impossibile che possa contare sulla maggioranza assoluta, e stando ai dati diffusi dai vari istituti demoscopici difficilmente riuscirebbe a sommare i seggi necessari anche se si alleasse con i socialisti del Pasok-Dimar e con i liberali di To Potami. L’unico modo per dare un governo al paese e non essere linciati per sottrarsi alle proprie responsabilità sarebbe quello di formare una grande coalizione che includa anche la destra, quella Nea Dimokratia che non a caso chiede di formare un governo alla tedesca “per salvare la Grecia”.

L’ultimo sondaggio risale a ieri pomeriggio, diffuso dall’istituto E Voice: Syriza ottiene il 29% delle intenzioni di voto, ND il 25.4%, Alba Dorata il 7.2%, i centristi di To Potami il 5.1%; dietro i comunisti del KKe e il Pasok al 5%, Unità Popolare al 4.2%, i Greci Indipendenti al 3.1, appena sopra la soglia di sbarramento. Un’altra rilevazione, realizzata da Prorata, dà Syriza al 28% e Nea Dimokratia al 24. Un buon vantaggio, ma non sufficiente a scampare l’ipotesi della ‘grande coalizione’ che potrebbe rappresentare la morte politica dell’ex sinistra radicale in cerca di ossigeno. La direzione di Syriza è spaventata soprattutto dalla disillusione di alcuni settori della società la cui mobilitazione a gennaio aveva determinato l’exploit elettorale del partito di Tsipras; molti ex elettori del 25 gennaio questa volta resteranno a casa, alcuni voteranno più a sinistra e alcuni invece sceglieranno di tornare a votare i ‘partiti del sistema’ scottati dalle promesse non mantenute di Syriza. Tutti i sondaggi rilevano un alto tasso di indecisi e una tendenza al rialzo dell’astensione e delle schede nulle e bianche.

Per la prima volta negli ultimi mesi, oltretutto, due sondaggi hanno pronosticato la vittoria di Nea Dimokratia su Syriza. Secondo la rilevazione realizzata da Pulse e diffuso dalla rete televisiva Action 24, Nd otterrebbe il 27.5 contro il 27 di Tsipras; rapporti di forza simili a vantaggio di Vangelis Meimarakis – 27.1 contro 26.3 – sono stati pronosticati anche da Data RC per il quotidiano Peloponneso. La legge elettorale ellenica garantisce un premio di maggioranza di 50 seggi al partito più votato, non importa se si tratta di milioni di voti o anche solo di una preferenza in più rispetto al secondo classificato. Per cercare di convincere gli indecisi Tsipras va ripetendo che quella di luglio è stata una ‘ritirata strategica’ e che nei prossimi quattro anni il suo partito applicherà integralmente il programma di Salonicco. Ma è assai improbabile che settori consistenti dell’opinione pubblica ellenica possano essere credere alle promesse di una forza politica rivelatasi poco determinata come la Syriza nella versione 2.0, oltretutto condizionata a destra da alleanze obbligate con partiti esplicitamente filo-troika.

In questo quadro le sinistre anti-euro – Unità Popolare e Partito Comunista – caricano a testa bassa contro Syriza, Tsipras e l’Unione Europea. La nuova coalizione di sinistra radicale fondata e guidata dall’ex ministro Panagiotis Lafazanis, dall’ex presidente del parlamento Zoe Kon­stan­to­pou­lou e sostenuta anche dall’icona della sinistra ellenica, l’ex partigiano Manolis Glezos oltre che da un pezzo consistente dell’ex gioventù di Syriza, ha chiuso ieri la sua campagna elettorale con una manifestazione realizzata in Piazza Omonia, ad Atene. Molti giovani, ma partecipazione non proprio esaltante al comizio, nel corso del quale Kon­stan­to­pou­lou ha puntato il dito contro il voltafaccia di Alexis Tsipras: «C’è chi ha deciso in modo tar­divo di pas­sare il Rubi­cone, di coa­liz­zarsi con i tiranni del popolo, che hanno tra­dito sogni e spe­ranze, con coloro che con­se­gnano le pros­sime gene­ra­zioni al Mino­tauro del memo­ran­dum di austerità» ha accusato l’ex esponente di Syriza facendo ricorso a una buona dose di richiami mitologici.

Fondamentalmente Unità Popolare afferma di voler recuperare lo spirito e il programma della Syriza degli anni del conflitto, degli scioperi generali, delle piazze piene di manifestanti, della battaglia contro l’austerità e il debito, per il recupero della sovranità popolare. Anche a costo di prepararsi a rompere con l’Unione Europea e ad uscire dall’Eurozona. Continui i richiami da parte della nuova formazione al grande risultato conseguito nel referendum popolare del 5 luglio, tradito pochi giorni dopo dal ‘realismo’ del governo Tsipras-Kammenos. Si tratta ora, affermano i dirigenti di Laikì Enotita, di trasformare quel 61% di oxi all’austerità e alla tracotanza di Bruxelles e Berlino in programma di lotta e di organizzazione sociale e popolare. Una posizione che deve fare i conti con la composizione della nuova coalizione, al cui interno ci sono forze esplicitamente comuniste e anticapitaliste (la Corrente di Sinistra, la Red Link, l’ex Tendenza Comunista di Syriza e alcuni collettivi provenienti da Antarsya) ma anche di derivazione socialista, eco socialista, libertaria, sovranista oltre a organizzazioni e movimenti sociali e territoriali che hanno deciso di rompere con la subalternità dimostrata da Tsipras.

Manolis Glezos, in alcuni dei suoi interventi, ha perorato la causa del voto per Unità Popolare – nelle cui liste è candidato – ma anche per il Partito Comunista che invece accusa la formazione di Lafazanis di costituire un sostanziale imbroglio per impedire l’ascesa del KKE e di essere corresponsabile delle ambiguità e delle scelte che hanno portato al disastro di luglio. Di fatto il messaggio che i comunisti mandano all’elettorato deluso di Syriza è “Li avete provati. Ora la soluzione va cercata nel rovesciamento del sistema sostenendo il KKE”.

“Ci rivolgiamo a quanti fra voi in questi anni hanno avuto fiducia nei vari governi, monocolore o di coalizione che fossero, di gestione del sistema, governi di "centro-destra", "centro-sinistra" e "di sinistra", e hanno visto susseguirsi un memorandum dietro l'altro. In queste elezioni, non concedete ai partiti che hanno firmato i tagli a salari e pensioni, i peggioramenti nei rapporti lavorativi, l'aumento delle tasse, la riduzione dei sostegni a welfare e sanità e delle risorse per l'istruzione, la bancarotta dei piccoli contadini e dei lavoratori autonomi, il diritto di dire che il popolo ha acconsentito, ha votato il suo massacro e che è d'accordo sull'inevitabilità del memorandum permanente” ha scritto a fine agosto il Comitato Centrale del partito in un appello al voto.

“Ci rivolgiamo a quelli di voi che negli anni passati hanno lottato contro il memorandum, che credevano che votando NO al recente referendum li avrebbero fermati e che oggi vedono SYRIZA portarne un terzo, anche peggiore. (…) Ha utilizzato le diverse tendenze e "piattaforme", il suo presunto pluralismo democratico, alimentando illusioni in ogni direzione, per la sua "sinistra" come per la sua "destra". Ha trasformato i militanti attivi in spettatori passivi di ogni incombente confronto elettorale”.

E ancora: “Ora avete una prova tangibile e inconfutabile che dimostra come nessun governo possa seguire una linea politica a vantaggio del popolo dentro la cornice dell'UE e della strada a senso unico del capitalismo. Il capitalismo e le sue unioni internazionali, come l'UE, non possono cambiare natura a seguito di trattative, referendum e presunti governi di sinistra. Qualsiasi governo operi sul terreno dell'economia capitalista è tenuto ad osservarne le immutabili leggi antipopolari, che esigono il sangue del popolo al fine di rafforzare la competitività, la redditività e gli investimenti del capitale. (…) Il KKE è stato l'unico partito ad aver presentato in parlamento un progetto di legge per l'abolizione del memorandum e delle leggi applicative, che non è stato mai portato in discussione o in votazione, cosa per cui tutti i parlamentari di SYRIZA, compresi quelli che ora se ne sono divisi, e il presidente del parlamento sono responsabili”.

L’appello del KKE comprende un esplicito affondo nei confronti dei diretti concorrenti di Unità Popolare: “Non bisogna fidarsi del partito che si è diviso da SYRIZA con il nome di "Unità Popolare" e della sua cooperazione con gli altri fuoriusciti da SYRIZA, come il Piano B, che fungono da ammortizzatori. Hanno finora giocato una parte fondamentale nell'inganno del popolo della sinistra radicale, e continuano a farlo oggi. Si tratta di un'imitazione di SYRIZA che sortirà lo stesso esito. (…) Hanno sostenuto, come membri del parlamento, tutti i passi preliminari al nuovo memorandum (l'accordo del 20 febbraio, la proposta Tsipras di 47 pagine, ecc). Sono rimasti in silenzio quando Tsipras affermava che la posizione della Grecia nell'UE e nella NATO non è negoziabile, quando giurava fedeltà al capitalismo, alla Federazione degli industriali greci, nelle varie sedi del capitale internazionale. E oggi, si presentano come chi è stato "ingannato" (…). "Unità Popolare" è al 100% un partito sistemico, come i partiti sistemici di sinistra che esistono in Europa e che sono responsabili dell'assimilazione del movimento operaio nel sistema. Il loro sostegno al sistema imperialista e al capitale è celato dietro la retorica anti-memorandum”.

E’ evidente che non esiste alcuno spazio di collaborazione, almeno in questo quadro, tra due forze molto diverse nella concezione della società e della battaglia politica ma che sostengono fondamentalmente una lotta contro lo stesso nemico. Dopo le elezioni di domenica nel parlamento di Atene – sempre che Unità Popolare superi lo sbarramento del 3% - i deputati favorevoli all’uscita di Atene dall’Eurozona e dalla Nato e alla rottura con l’Unione Europea potrebbero sfiorare il 10%.

Una buona base dalla quale partire, a condizione però di riuscire a mettere da parte reciproci settarismi, ostilità storiche e differenze oggettive per concentrarsi sugli elementi di analisi e di battaglia comuni che indubbiamente non mancano.

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26/08/2015

Grecia. In vista delle prossime elezioni anticipate. La posizione del Kke

Il governo SYRIZA-ANEL ha recentemente rassegnato le dimissioni, determinando le condizioni per le elezioni parlamentari anticipate (molto probabilmente per il 20/9).

Com’è noto, SYRIZA ha vinto le elezioni nel gennaio 2015, ingannando i lavoratori, promettendo l'abolizione delle leggi antipopolari, che erano state prima approvate dai governi del PASOK e ND, dopo gli accordi (memorandum) con le organizzazioni imperialiste (UE, FMI, BCE).

In maniera tempestiva il KKE aveva avvertito che SYRIZA, un partito "di sinistra" opportunista, trasformato in un partito socialdemocratico, era stato scelto dalla borghesia per gestire la crisi e non era in grado di implementare una linea politica a favore del popolo.

Il nostro partito aveva formulato la sua posizione secondo la quale non può esserci alcuna via d'uscita a favore della classe operaia e gli altri strati popolari all'interno del percorso di sviluppo capitalista, dell'UE e della NATO.

Com’è stato comprovato nei pochi mesi di gestione del capitalismo, la "sinistra" ossia SYRIZA, che ha governato insieme alla "destra" del partito nazionalista ANEL, non solo non ha abolito i 2 precedenti memorandum e la maggior parte delle 400 antipopolari leggi applicative dei precedenti governi, ma li ha attuati facendo approvare dal parlamento un terzo e più doloroso accordo (memorandum) con le potenze imperialiste. Quest’accordo ha avuto il sostegno degli altri partiti borghesi ed è stato approvato da loro in Parlamento: "dalla destra" di ND, dal PASOK "Social-democratico", e dal partito di "centro" POTAMI. Questo nuovo accordo massacra tutti i diritti che sono rimasti, impone ulteriori riduzioni dei salari e delle pensioni, abolisce i diritti relativi alla sicurezza sociale, impone una tassazione più energica nei confronti degli strati popolari, promuove la politica delle privatizzazioni, etc., etc.

Inoltre, il governo "della sinistra-patriottica" nel corso di questi mesi ha operato coerentemente nel contesto della partecipazione del nostro Paese alle organizzazioni imperialiste, della NATO, dell'UE e sia della "alleanza strategica" con gli Stati Uniti. Ha partecipato a tutte le missioni ed esercitazioni della NATO, ha organizzato esercitazioni militari, anche con Israele, ha promesso una nuova base per gli USA e per la NATO (sull'isola di Karpathos), e nell’UE ha votato per l'estensione e il rafforzamento della guerra commerciale contro Russia, etc.

In pratica, si è dimostrato che il governo SYRIZA-ANEL è un altro governo anti-popolare, il quale attraverso slogan" di sinistra "serve in modo altrettanto fedele la borghesia, l'UE e la NATO come peraltro avevano già fatto i governi precedenti.

Oggi il governo di SYRIZA-ANEL, utilizzando le stesse argomentazioni usate da ND e PASOK nel passato, sostiene l’ultimo accordo anti-popolare come se questo fosse l'unico modo per mantenere il paese nella zona euro e nell'Unione europea, presentandolo come qualcosa che rappresenta la salvezza per il popolo.

SYRIZA, così come tutti gli altri partiti borghesi, semina tra la classe operaia e le persone, l’illusione secondo la quale l'Unione europea e il capitalismo possono essere umanizzati, affinché i lavoratori continuino a subire le direttive antipopolari.

Allo stesso tempo, il sistema politico borghese al fine di contenere e controllare eventuali cambiamenti radicali nella coscienza del popolo che potrebbero essere provocate dall'esposizione del ruolo di SYRIZA continua a produrre nuovi partiti. Così uno di questi partiti, con l’appellativo di "Laiki Enotita" (l'Unità del Popolo), è stato costituito da parlamentari ed ex ministri di Syriza. Queste forze, che erano presenti come "piattaforma di sinistra" all'interno di SYRIZA, portano gravi responsabilità per quanto riguarda l'inganno nei confronti del popolo. Hanno partecipato, anche come ministri, all’attuazione delle precedenti leggi antipopolari. Nel recente periodo, hanno partecipato attivamente all’operazione che provava a illudere il popolo sull’esistenza di una proposta alternativa all'interno delle mura dell’UE, hanno approvato l’accordo anti-popolare firmato il 20 febbraio scorso dal governo SYRIZA-ANEL con la Troika, con le sue 47 pagine di proposte antipolari avanzate da SYRIZA all'UE etc.

Ora che le illusioni promosse da SYRIZA si sono ammaccate, queste forze promuovono come soluzione per il popolo, il ritorno alla valuta nazionale, insieme a altre misure per la gestione del sistema. Agiscono come una "barriera" contro la radicalizzazione della coscienza popolare, cercando di intrappolare il popolo all'interno del percorso dello sviluppo capitalista.

In tutto questo periodo, il KKE ha costantemente denunciato il ruolo di SYRIZA e degli altri partiti borghesi, ha lottato per l'abolizione del memorandum e di tutte le misure antipopolari, per impedire l’applicazione di nuove misure, per sviluppare la lotta del popolo lavoratore, per recuperare le conquiste perdute e per la piena soddisfazione dei bisogni in combinazione con l'unica soluzione alternativa che è nell'interesse della classe operaia e degli altri strati popolari.

Il consolidamento del movimento operaio e la costruzione di un’alleanza social-popolare tra la classe operaia, i contadini poveri, i lavoratori autonomi delle città, i giovani e le donne provenienti dalle famiglie degli strati popolari al fine di rafforzare la lotta antimonopolistica-anticapitalista per un reale rovesciamento, la socializzazione dei monopoli, il disimpegno dall’UE e la NATO e la cancellazione unilaterale del debito, con il potere del popolo lavoratore.

Stiamo facendo la lotta con questa linea, al fine di rafforzare il KKE all’interno del movimento del popolo lavoratore e in Parlamento, continuando senza tentennamenti la lotta negli interessi della classe operaia, per la sua liberazione dalle catene dello sfruttamento capitalistico.

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04/07/2015

L'aria elettrica di Atene, a 24 ore dal risultato


A meno di 24 ore dal referendum, ad Atene si respira un aria di elettrica euforia per questo evento. Euforia, per la possibilità di votare NO alle politiche di austerity; elettrica, per la consapevolezza dell’importanza del proprio voto in questo momento nei confronti di un intero continente, e per la consapevolezza che in questi giorni, in Grecia, si sta scrivendo un pezzo di storia importantissimo.

Per le strade e per i quartieri della città i comitati popolari e le formazioni politiche organizzano presidi informativi e improvvisano cortei spontanei. “Avanti con la lotta”, si grida per le strade “rovesciamo le cose, diciamo NO ai diktat dell’Unione Europea”.

Le organizzazioni legate a Syriza e quelle della sinistra più radicale legate ad Antarsya riprendono uno slogan classico del KKE, in tono quasi di sfida nei confronti della posizione astensionista del partito: “La storia si scrive con la disobbedienza” e la parola d’ordine diventa OXI: no alla Troika, no all’euro, no all’Unione Europea.

Al terrorismo mediatico di questi giorni, il fronte per il NO ha risposto organizzando una manifestazione imponente ieri sera, con più di 100.000 persone in Piazza Syntagma, mentre allo stadio Panatinaikos si riunivano poco più di 10.000 tifosi del SI. Oggi la campagna referendaria si gioca a stare nei quartieri, nei luoghi di lavoro, tra la gente.

Le file ai bancomat attendono silenziose e, mentre aspettano di prelevare i 60 euro che oggi concedono le banche, prendono il volantino della campagna referendaria per il NO.

Gli autisti degli autobus fanno salire i compagni che distribuiscono volantini ai passeggeri. Da giorni ormai i trasporti pubblici sono gratuiti ma il servizio continua a funzionare alla perfezione. I compagni raccontano con soddisfazione che non solo gli autobus ma anche altri servizi pubblici fondamentali come gli ospedali continua a funzionare regolarmente e dare assistenza gratuita a tutti soprattutto per l’attività volontaria dei lavoratori degli enti. È questa la forza di questo popolo, la sua base materiale per dire NO alla Troika.

Per la strada si avverte la consapevolezza della gente sul voto di domani: è chiaro ciò che è in ballo, il significato del referendum e soprattutto che al di la di come andrà nulla sarà più come prima. Con chiunque si parli emerge la consapevolezza del profondo valore politico di questo referendum. L’economia è ormai in secondo piano. Parte da qui la realizzazione o meno del progetto politico europeo. Con buona pace di chi ancora si sofferma sui numeri e i dettagli. Solo i media locali e internazionali, fedeli discepoli della religione europeista, omettono questo dettaglio che ormai e chiaro sia alle istituzioni internazionali sia, soprattutto, al popolo greco continuando in interminabili soliloqui matematici di analisi dei dati economici.

Comincia il conto alla rovescia. Parte l’ennesimo corte che urla “OXI”, “non avrete mai la nostra dignità”.

Il messaggio greco, al di la del risultato, è partito. Ora è solo il tempo che dimostrerà chi ha ragione.

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28/06/2015

L’aria elettrica di Atene. La parola al popolo

ATENE – E passata da poco mezzanotte ma il tassista ha la radio sintonizzata sul dibattito in corso nel Parlamento di Atene. Alla fine prevalgono i parlamentari che si esprimono a favore del referendum sul nuovo memorandum/macelleria che l’Unione Europea e il Fmi vorrebbero imporre alla Grecia. 179 su trecento dicono che questo referendum con il quale il popolo greco si potrà esprimere si farà e si farà domenica 5 luglio, tra una settimana. Votano a favore Syriza e Anel (partiti al governo), ma vota a favore anche la destra di Alba Dorata. Votano contro il referendum la destra moderata di Nea Demokratia, To Potami, il Pasok e, incredibilmente, il partito comunista, il Kke. Un dettaglio questo che sembra sfuggire ai giornali italiani allineati ai sicari di Bruxelles,  i quali preferiscono sottolineare il voto a favore di Alba Dorata e nascondono quello contrario – e francamente incomprensibile – dei comunisti del Kke.

Il governo greco di Alexis Tsipras ha fatto una scelta coraggiosa e dignitosa che ha spiazzato molti, e non solo tra le oligarchie europee e i commentatori filo-trojka. La scelta di indire il referendum arriva come una doccia imprevista anche nel dibattito della sinistra greca in tutte le sue componenti. Syriza, dopo un aspro scontro interno, ha scelto la strada della consultazione popolare.

Le organizzazioni della sinistra antagonista, riunite intorno ad un affollatissimo, silenzioso e attento dibattito al forum in corso all’università delle Belle Arti al Pireo che si conclude oggi, ne discutono animatamente nell’assemblea plenaria serale. Si respira una aria elettrica, quella che precede e accompagna momenti storici importanti. In alcuni compagni c’è la preoccupazione che sia un modo per cedere terreno nel braccio di ferro con la Trojka, ma gran parte delle organizzazioni – dentro Mars ed Antarsya – capiscono che la posta in gioco si è fatta alta e prevale l’orientamento ad impegnarsi per un massiccio Oxi (NO in greco) nel referendum di domenica prossima.

In molti intendono riempire di contenuti questo No proiettandolo su una piattaforma più avanzata che indica nell’uscita dall’Eurozona e dall’Unione Europea il passo successivo. Sanno bene – e lo sottolineano negli interventi – che questa, almeno fino ad oggi, non è mai stata la linea di Syiriza, la quale ha cercato invece di praticare un terreno negoziale e riformista dentro la gabbia imposta dall’euro e dai vincoli della Ue. Ma è stata la realtà a stoppare questa prospettiva e ad imporre, anche alla leadership di Syriza e al governo, un passo coraggioso e più avanzato di quanto magari desiderato. L’arroganza dei sicari della Ue e del Fmi ha impedito ogni possibilità di negoziato ed ora si è imposto lo scontro. Uno scontro che occorre vincere, nelle urne del referendum, ma anche nella società greca martirizzata da anni di austerity.

Il dibattito sulle soluzioni alternative alla permanenza nell'Eurozona e nell'Unione Europea, diventa un'opzione concreta sul campo. Proprio ieri, sabato, uno dei workshop del forum di Atene, ha discusso della proposta dell'Alba Euromediterranea come alternativa possibile ai disastri dell'esistente.

Uno dei problemi con cui fare i conti sono anche le divisioni nella sinistra greca. C’è il blocco di Syriza con tutte le sue componenti interne, moderate e di sinistra, ci sono le organizzazioni della sinistra antagonista aggregatesi intorno a Mars e Antarsya ed infine c’è il Kke, il partito comunista. Sono tre opzioni politiche che non si parlano tra loro, anzi, spesso agiscono separatamente in modo sistematico e aspramente competitivo. In questa occasione le prime si sono schierate per il No nel referendum, mentre il Kke ha votato contro in Parlamento e propugna l’annullamento della scheda. Una disgregazione di forze che fa male, e di cui anche in Italia si paga il prezzo da troppo tempo.

Le delegazioni europee presenti al forum di Atene convocato dal Coordinamento Internazionale anti Ue, hanno fatto appello in tutti i modi affinché tutta la sinistra di classe greca affronti con decisione e unità la sfida del referendum del 5 luglio rinviando a dopo il voto la discussione sui diversi progetti politici. Sono state approvate due risoluzioni, una più generale e una specifica di sostegno al No al referendum contro l’accordo con la Trojka. La settimana che arriva fa puntare tutti i riflettori sulla Grecia. L’esito del referendum sarà un segnale potente di rottura o diversamente di normalizzazione. Di questo appaiono tutti consapevoli, o almeno quasi tutti.

Il testo del dikat della Troika su cui saranno chiamati a votare i greci.

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27/02/2015

L'incrinatura greca


Il vento di Atene è stato imbrigliato dalla fitta e spietata maglia dei trattati dell’Unione Europea. In molti si augurano che venga disperso, molti altri si augurano che in qualche modo continui a soffiare per non far richiudere nuovamente la lastra di ghiaccio sul futuro delle classi subalterne in Grecia e in Europa.

Dopo la vittoria di Syriza alle elezioni, era sembrato possibile che ci fossero interstizi nei quali infilare le aspettative generate dal risultato di una democratica espressione popolare e da una situazione sociale che presenta aspetti di aperta catastrofe umanitaria. Ma l'Unione Europea e i suoi apparati hanno immediatamente esplicitato che il voto popolare non conta, che contano solo la governance e i rigidi parametri stabiliti dai trattati. E non tanto per gli scostamenti economici che le richieste elleniche potevano causare, quanto per affermare il potere decisionale degli apparati costruiti dalle classi dominanti continentali su tutti i paesi aderenti all'Eurozona.

Nè il voto popolare nè la drammatica situazione sociale della Grecia hanno smosso la gabbia blindata dell’Unione Europea, la quale, al contrario, ha fatto pesare la sua capacità di dissuadere dolorosamente qualsiasi paese aderente ai trattati dal prendere strade divergenti da quelle imposte dalla Troika. Neanche sulla base di un programma riformista, più o meno radicale o intermedio che fosse. Del resto non si può perdere di vista il fatto che se il programma di cambiamento passa attraverso lo strumento elettorale e non l'insurrezione popolare, il programma in qualche modo è “tarato” per questa prospettiva, con forze politicamente orientate su essa e un consenso popolare testato dai risultati elettorali.

Il governo di Syriza si è trovato così davanti a un bivio:

a) Sbattere la porta di Bruxelles e prepararsi a gestire una sorta di “periodo especial” in Grecia senza neanche i soldi per pagare i già immiseriti salari, la devastata sanità e i servizi per una popolazione provata dalla recessione (anche perché il governo ha deciso di non toccare le spese militari e l'immenso patrimonio immobiliare della potente Chiesa Ortodossa). Alcuni paesi hanno affrontato prove altrettanto pesanti, come Cuba, e in condizioni economiche e di isolamento internazionale anche peggiori. Ma Cuba non aveva la stessa moneta dei suoi oppressori, non era chiusa nella gabbia di una struttura sovra/statale, né veniva da una economia di mercato. Inoltre aveva una soggettività politica solida, motivata e sperimentata da mille verifiche, inclusa quella rivoluzionaria. Una situazione simile l'hanno affrontata, anche in quel caso a partire da una situazione di estrema debolezza, altri paesi sudamericani che hanno rotto il meccanismo di integrazione imposto da Washington prima che esso si chiudesse come una catena su tutto il continente. All'Afta caldeggiato dagli Stati Uniti e dalle classi dirigenti dei propri paesi, i popoli di alcuni stati hanno contrapposto l'Alba, svincolandosi dal ricatto del debito e acquisendo autonomia dal punto di vista politico, economico e militare.

b) Rinunciare allo scontro frontale con l’Unione Europea, piegarsi a dolorosi compromessi, prendere il tempo che si riesce a strappare per prepararsi ad una seconda fase del braccio di ferro, cercare nel frattempo di preparare il paese a questo scenario, tentare di trovare nuove fonti di finanziamento internazionale extraeuropee (Russia, Cina, Brics), verificare se in qualche altro paese europeo si affermino forze di governo con orientamenti più simili alla Grecia e più indipendenti dall’osservanza ai diktat della Troika, intervenire sugli aspetti più urgenti dell’emergenza umanitaria che attanaglia la popolazione greca. Forze importanti sia dentro Syriza sia fuori (vedi il Kke e il sindacato Pame) non sembrano condividere questa decisione e premono per uno scenario più simile al primo.

La leadership e il governo di Syriza sembra invece aver scelto questa seconda strada, augurandosi che il tempo lavori per Atene e non contro, e che questo tempo sia sufficiente per estendere il grido della Grecia anche ad altri paesi Pigs, in particolare Spagna, Irlanda e Portogallo dove le forze di sinistra sembrano avere buone possibilità sul piano elettorale. Purtroppo per noi l'Italia, nonostante sia la “I” mancante dall'acrostico Piigs, non sembra ancora poter comparire in questo elenco di aspettative.

E qui veniamo a come la Grecia parli anche a noi e ai nostri problemi. Osservando le valutazioni e i commenti in circolazione rileviamo come prevalga ancora una insostenibile immaturità. Coloro che avevano sperato che il vento di Atene potesse sollevare anche le proprie sorti, magari sul terreno elettorale, oscillano tra l'ennesima delusione e un giustificazionismo che omette sistematicamente dal giudizio ogni elemento oggettivamente negativo. Coloro che avevano sin dall'inizio scommesso sul fallimento politico di Syriza ne ricavano una acritica soddisfazione che non coglie nessuno dei dati oggettivi che possono incidere sullo scenario. Ancora una volta si ragiona sulla fotografia della situazione e non sulle tendenze o i possibili sviluppi.

In questi anni abbiamo sostenuto con pubblicazioni, campagne politiche, iniziative pubbliche che la rottura dell'Unione Europea e con l'Eurozona, non erano una opinione ma una condizione inevitabile per chiunque, in Europa, si candidi a rappresentare un progetto di cambiamento politico con caratteristiche di classe e internazionaliste. L'Unione Europea è oggi “il nemico dell'umanità”, almeno in Europa e nelle aree circostanti, non è riformabile nè condizionabile dall'interno. Questo è un dato di fatto che l'esperienza greca sta confermando pienamente.

In secondo luogo abbiamo sostenuto che nessun paese da solo ha la massa critica sufficiente per perseguire una rottura dell'Unione Europea, anche su un terreno riformista magari avanzato come quello proposto da Syriza.

In terzo luogo abbiamo indicato chiaramente come la rottura non poteva che incubare e magari prodursi nei paesi Pigs (Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda) in quanto anelli deboli della catena imperialista europea e vittime del processo di integrazione e gerarchizzazione interno. E anche qui i dati indicano che è in questi – e non in altri paesi, per ora – che si manifestano possibilità di cambiamenti politici o scostamenti dal dominio della Troika.

In questi anni abbiamo sostenuto che la sfida dell'integrazione regionale, ma declinata come solidale e cooperativa, non è un terreno che appartiene solo alla borghesia. Se un solo paese non ha la forza per produrre una rottura ma può avviarla, un gruppo di paesi che rompe con l'Unione Europea e l'Eurozona e dà vita ad un'area regionale alternativa (una sorta di Alba Euromediterranea), questa rottura non può che passare attraverso lo scontro con la borghesia europea oggi dominante e il conflitto sociale animato dai movimenti e dai sindacati di classe. Si indica quindi una alternativa e ciò riporta finalmente nell'agenda di tutti il tema del cambiamento politico, un tema rimosso da troppo tempo o affrontato in termini del tutto rinunciatari e riformisti.

E' per questi motivi che dobbiamo augurarci che l'incrinatura greca non si chiuda, anche attraverso un forte conflitto di classe in quel paese che spinga in avanti il processo di rottura con l'Unione Europea e la Nato nonostante una parte della leadership di Syriza non sia assolutamente su questa linea. La realtà modifica scelte, comportamenti, posizionamenti e spesso costringe i soggetti in campo a fare cose che solo un mese prima non si erano neanche immaginate possibili.

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Syriza si divide. Scontri ad Atene, oggi in piazza i comunisti

"Presentare una sconfitta come un successo è forse peggio della sconfitta stessa. (…) Da una parte perché si trasforma il discorso del governo in politichese, in una serie di luoghi comuni e banalità che hanno semplicemente lo scopo di legittimare a posteriori qualsiasi decisione, trasformando il nero in bianco; e dall'altra perché prepara il terreno, ineluttabilmente, per le prossime, più definitive, sconfitte, perché confonde i criteri attraverso i quali il successo può essere distinto da una sconfitta". Il duro giudizio di Statis Kuvelakis, professore di scienze politiche al King's College di Londra ed esponente del comitato centrale di Syriza, è condiviso da molti dei suoi compagni di partito. Non solo quelli della piccola ‘Tendenza Comunista’ (che chiedono di votare la proposta parlamentare del KKE di rifiutare in blocco il memorandum), ma anche dai militanti e dai dirigenti di Syriza appartenenti alla ‘Piattaforma di Sinistra’ e addirittura in alcune aree della maggioranza del partito, sempre più insofferenti.

Per ora, sembra, i critici sono comunque una minoranza, per quanto consistente. Al termine di una vera e propria maratona durata 11 ore, ieri la stragrande maggioranza dei deputati di Syriza eletti il 25 gennaio hanno approvato a maggioranza il modo in cui, insieme con il ministro delle Finanze Yannis Varufakis, il premier Alexis Tsipras ha gestito i negoziati con i cosiddetti partner europei per ottenere dall'Eurogruppo una proroga di quattro mesi del prestito in scadenza domani.

Ma la fronda interna è più che evidente, il dibattito di ieri è stato costellato da critiche a volte anche molto dure e dal voto contrario di un certo numero di parlamentari.

A dar voce al diffuso malcontento all'interno di Syriza sono stati il ministro dello Sviluppo Economico, Ambiente ed Energia Panagiotis Lafazanis e la presidente della Camera, Zoe Konstantopoulou. I due esponenti della sinistra interna del partito hanno contestato la lista delle “riforme” proposte da Varoufakis, sostenendo che in molti punti esse sono, in sostanza, un'estensione del pre-esistente Memorandum firmato tra i precedenti governi e la Troika (rimasta a decidere le sorti di Atene, seppur con un'altra denominazione). Un Memorandum che Tsipras aveva promesso di stracciare il giorno dopo la costituzione del governo, gli hanno ricordato i critici.

Quella delle opposizioni interne è di fatto la stessa accusa mossa a Varufakis dall’ex partito di governo di centrodestra Nea Dimokratia, secondo cui la lista delle misure proposte all'Eurogruppo dal ministro delle Finanze – che ha accettato varie correzioni da Bruxelles prima di presentare la versione finale del testo – "è una copia esatta del Memorandum" concordato dell'ex premier Antonis Samaras con Ue, Bce ed Fmi.

Secondo una "nota per uso interno" di 12 pagine dattiloscritte diffusa da Nea Dimokratia, diversi estratti dall'elenco di Varoufakis sarebbero stati letteralmente copiati dal precedente “accordo di salvataggio” concordato con la Troika.

Quando il segretario Tsipras ha chiesto ai suoi di votare a favore o contro l'accordo concluso dal suo governo con l’Eurogruppo per alzata di mano, un certo numero di deputati – 20 su 149 secondo alcune fonti, 35 secondo altre – avrebbero espresso parere negativo. Secondo un’altra versione invece i voti contrari sarebbero stati solo 5, ma solo perché ben 30 deputati avrebbero scelto di non partecipare al voto.

A preoccupare la dirigenza del partito sono soprattutto i "mal di pancia" del ministro Lafazanis (che si sarebbe astenuto, nonostante l’opposizione interna gli chiedesse di marcare il suo disaccordo in modo più netto) e della presidente della Camera Konstantopoulou. Quest’ultima e il deputato Dimitris Mitropoulos hanno inoltre espresso "grave preoccupazione" che il nuovo accordo implichi altri pesanti obblighi per la Grecia. Secondo il deputato Stathis Leoutsakos alcune delle proposte inserite nella lista di Varoufakis, nella loro formulazione, assomigliano agli antichi oracoli che "i creditori possono interpretare come vogliono". Anche le parlamentari Ioanna Gaitanis ed Eleni Psareas hanno votato "no" all'intesa con i creditori internazionali.

Tsipras ha tentato di placare gli animi promettendo che "Il risultato dell'accordo dipenderà e sarà giudicato dal modo in cui lavoreremo come governo. Faremo in modo che l'esecutivo lavori in maniera rapida e governeremo sulla base del mandato popolare che ci è stato dato". "Aspetteremo di vedere ciò che faranno i parlamenti degli altri Paesi e poi formuleremo una proposta politica nei due o tre giorni successivi", ha concluso il capo del governo.

Il ministro Varoufakis, dal canto suo, ha annunciato che i risparmiatori greci hanno ripreso a depositare i loro soldi nelle banche elleniche dopo l'estensione di 4 mesi degli aiuti europei. Intervistato da Bloomberg TV, il ministro delle finanze ha detto che 700 milioni di euro sono stati depositati nelle banche elleniche nella sola giornata di martedì dopo che dall'inizio di dicembre circa 20 miliardi di euro sono usciti dalle banche di Atene e finiti all'estero.

Oltre all’esplicitazione delle divisioni interne al partito di governo – e che potrebbero emergere in misura maggiore nel corso del Comitato Centrale di Syriza previsto nel fine settimana – per la prima volta dal giorno delle elezioni ieri il governo ha dovuto fare i conti anche con una piazza ostile.

Durante la giornata di ieri alcune centinaia di persone, per lo più militanti e simpatizzanti della coalizione di sinistra radicale anticapitalista Antarsya e di alcuni collettivi anarchici, sono scese in piazza nella capitale ellenica contro “la reintroduzione dell’austerity da parte del nuovo governo”. Al termine della marcia diretta verso il parlamento una cinquantina di persone hanno iniziato a lanciare bottiglie molotov contro la famigerata squadra Delta della polizia greca; alcune auto bruciate, la vetrina di una banca sfondata e improvvisate barricate erette dai manifestanti nel quartiere di Exarchia per coprirsi la ritirata hanno concluso la giornata.

Oggi si replica, sicuramente con numeri assai più consistenti, visto che a protestare contro l’intesa rinunciataria raggiunta dall’esecutivo con la Troika che oggi verrà messa in votazione in parlamento è il Partito Comunista Ellenico. Il Kke ha accusato il presidente del Consiglio di essersi piegato alla Troika rinnegando le promesse elettorali.

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