Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2015
In Spagna torna la fame, ma Podemos è in crisi nera
Qualche lettore de l’Internazionale, leggendo l’articolo di Martìn Caparròs pubblicato recentemente, sarà rimasto assai sorpreso nell’apprendere che la fame è tornata in Spagna. Nel paese che fino a pochi anni fa contendeva all’Italia le posizioni più alte nella classifica dei paesi più sviluppati, che a lungo è stato preso a simbolo di un esaltante boom economico, ci sono decine di migliaia di persone che soffrono la fame, che non riescono a nutrirsi a sufficienza, e che si ammalano. Le organizzazioni caritatevoli, laiche e religione, non bastano a tamponare un fenomeno in crescita, soprattutto nelle grandi città e nelle regioni del centro sud della penisola.
Colpa di quei piani lacrime e sangue imposti a Madrid dalla troika che hanno sì riportato alcuni indicatori economici in carreggiata – non il rapporto deficit/Pil, comunque – ma che hanno anche scagliato la società indietro di decenni: disoccupazione alle stelle, decurtazioni salariali, protezioni sociali e sanità tagliate con l’accetta, un’ondata di sfratti. Con il risultato che in pochi anni precarietà e povertà sono dilagate a tal punto che un numero sempre maggiore di persone non ha le risorse economiche sufficienti per nutrirsi adeguatamente, e non trova nelle istituzioni dello Stato alcun aiuto dopo anni di austerity e tagli.
Apparentemente la situazione migliora. Almeno così dicono le statistiche, i discorsi dei leader politici, i commenti degli esperti embedded. Ma milioni di persone, quelle che in questi anni hanno pagato la crisi sulla loro pelle, sanno che non è vero. La sensazione è che la situazione, al di là delle statistiche sulla disoccupazione o sulle esportazioni o sul Pil, non tornerà affatto a come era prima di quello che è stato presentato come “l’inizio della crisi”, solo pochi anni fa. I tagli allo stato sociale, ai salari, ai diritti non sembrano reversibili, perché le classi dominanti del paese ed europee hanno approfittato delle difficoltà economiche e del dogma della riduzione del debito per infliggere un duro colpo ai diritti e alle condizioni dei lavoratori, per marcare una controffensiva ideologica, per accentrare di più nelle loro mani il potere e le ricchezze. “Se la crisi non ci fosse”, avrà pensato più di un banchiere, di un capitalista, “bisognerebbe inventarla”.
Fino a qualche settimana, mese fa, a molti sembrava che i tempi duri stessero per terminare, che una classe politica inetta e corrotta sarebbe presto stata spazzata via e di governare si sarebbero incaricate delle persone nuove, non compromesse, oneste, razionali e preparate. Ma Podemos, dato fino a qualche tempo fa come in testa ai sondaggi, o al massimo come staccato di pochi punti dai primi in classifica, intorno al 25%, crolla ormai inesorabilmente di settimana in settimana nelle intenzioni di voto. Il movimento populista di sinistra (ma guai a identificarsi in una categoria politica considerata obsoleta e inopportuna) non aveva brillato particolarmente già alle amministrative e alle regionali, ma poi è arrivata la batosta catalana: la sezione locale Podem, alleata con ben tre partiti di sinistra all’interno della coalizione Catalunya Si Que Es Pot (Catalogna si che si può) non ha preso neanche quanto conquistato la volta precedente da questi ultimi. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: dirigenti locali ma di peso statale che si dimettono e ulteriore crollo nei sondaggi.
Gli ultimi relegano Podemos solo al quarto posto e molto staccato dietro la destra – i popolari vengono dati vincenti con il 25-29% circa – i socialisti – accreditati di un 23-25% – e il partito liberale Ciudadanos, che con il 21% metterebbe in discussione lo storico monopolio delle due forze che si sono spartite il potere a Madrid dopo l’autoriforma del regime franchista e l’inizio della cosiddetta ‘era democratica’. Il movimento di Pablo Iglesias prenderebbe allo stato solo il 12-15%. Una percentuale di tutto rispetto, certo, ma almeno dieci punti sotto i sondaggi di pochi mesi fa e soprattutto ben al di sotto della forza necessaria per sparigliare le carte e rompere l’asfissiante bipartitismo (che diventa quadripartitismo proprio per rimanere in sella) che Podemos si era candidato a spazzare via.
Non stupisce che nello stato maggiore di Podemos prevalgano le facce lunghe. Secondo alcuni analisti la crisi vera del movimento l’avrebbe determinata l’ingresso di Podemos nelle alleanze di governo per alcune importanti città e regioni dopo le ultime amministrative. Il partito ‘anticasta’ ormai da mesi governa le maggiori città del paese, in primis Madrid e Barcellona, in coalizione con alcuni partiti e formazioni di sinistra e centrosinistra. Niente di particolarmente compromissorio, finora. Ma l’essere passati da movimento di contestazione un po’ generica ma frontale al sistema a partito di governo ha certamente disorientato se non indispettito parecchi elettori o potenzialmente tali. Soprattutto perché in alcuni casi – anche in regioni importanti del paese – Podemos ha stretto collaborazioni di governo addirittura con gli odiati socialisti, indicati a lungo come parte di un sistema che andava spazzato via nella sua interezza e con il quale oggi si scende a compromesso in nome della realpolitik e della ‘responsabilità’.
Stando ai sondaggi, Podemos potrebbe essere determinante per formare anche il governo statale: se il prossimo 20 dicembre i socialisti non arriveranno troppo lontani dal partito dell’attuale premier Mariano Rajoy, infatti, un’alleanza tra Psoe e Podemos e qualche partito regionale ancora più moderato potrebbe avere i numeri per governare. Ma come socio di minoranza, e quindi senza la possibilità di far valere più di tanto il proprio programma e i propri obiettivi.
Ovviamente Podemos potrebbe decidere di rimanere fuori dai giochi, e di lasciare ad una eventuale ‘grande coalizione’ tra PP e Psoe, o ad una alleanza centrista tra socialisti e Ciudadanos, l’onere di governare, rinvigorendo la battaglia d’opposizione. Ma dentro il partito negli ultimi tempi è cresciuta la voglia di governo e i fautori della permanenza all’opposizione dovranno faticare non poco a tenere Podemos lontano dai socialisti.
“Siamo realisti: non credo che ora saremo in grado di guidare un governo nel nostro paese” ha riconosciuto nei giorni scorsi Caterina Bescansa, la numero 3 del partito. Dare per scontata la sconfitta alle prossime imminenti elezioni generali non aiuterà il movimento a risollevarsi, anzi.
E’ che il partito populista inventato da Iglesias e soci – a partire dalle proteste di massa contro l’austerity degli anni scorsi e sulla base delle esperienze di cambiamento latinoamericane – perde consensi da tutte le parti, a causa di una strategia identitaria ambigua – incarnata dallo slogan “né di destra né di sinistra” – che fino ad un certo punto ha attirato vasti settori sociali arrabbiati col sistema ma di natura opposta, e che oggi non funziona più.
L’abile utilizzo da parte della classe dominante dell’opzione Ciudadanos come ruota di scorta utile ad attirare i consensi moderati e conservatori in fuga dal Pp e dal Psoe e sottrarli quindi all’opzione più ‘radicale’ rappresentata da Podemos ha sicuramente avuto un grosso effetto sulle quotazioni di Iglesias. Agli occhi di moltissimi elettori arrabbiati con i partiti tradizionali per la corruzione e il malaffare dilaganti e per i sacrifici imposti alle classi sociali meno abbienti, Podemos poteva rappresentare una opzione a disposizione ma solo finché non se ne è presentata un’altra ancora più appetibile.
Paradossalmente negli ultimi tempi, a partire dal boom elettorale delle scorse europee, la direzione di Podemos e molte ramificazioni locali hanno inferto al partito una sterzata moderata assai consistente a proposito di linguaggi, programmi, strategie. Con il risultato che se per gli elettori di destra il movimento rimane “troppo radicale” e troppo connotato a sinistra, per molti elettori che pretendono una rottura da posizioni classiste rispetto all’insopportabile status quo Iglesias e soci sono ora troppo moderati. Una sensazione confermata e aggravata dalla recente rottura tra Izquierda Unida (che ha subito un'ennesima scissione moderata) e Podemos, avvenuta soprattutto per colpa di questi ultimi; e dal sostegno incondizionato accordato dallo stato maggiore del partito populista a Syriza nonostante la capitolazione di Tsipras di fronte ai diktat della troika e la firma del Terzo Memorandum. Una mossa assai poco ben vista all’interno di alcuni spezzoni di quei movimenti sociali e di contestazione all’austerity e al pagamento del debito che pure hanno contribuito fino ad un certo punto alla formazione e alla crescita di Podemos. Se ci si aggiunge poi che il partito ha di fatto accantonato ogni seria critica nei confronti dell’Unione Europea e in particolare le proposte, seppur timide avanzate finora, di rottura con l’Eurozona, si capisce quanto la creatura di Iglesias sia in ribasso in certi ambienti sociali e politici radicali. Un po’ sull’onda di quanto già ha fatto Syriza in Grecia con i socialisti del Pasok, di fatto rimpiazzati da Tsipras all’interno del loro spazio politico, Podemos si sforza di convincere gli elettori di centrosinistra di rappresentare un’alternativa migliore rispetto ai vecchi arnesi del Psoe. I sondaggi e le emorragie di militanti dicono che questa strategia non funziona. In crisi c'è andata, e senza neanche il tempo di metterla a confronto con i fatti come è almeno avvenuto ad Atene, l'idea che il problema non sia il capitalismo in sé, ma una cattiva gestione dello stesso da parte di classi dirigenti dominate da anziani, inetti e corrotti. Secondo tale logica, basterebbe portare al governo una nuova classe dirigente giovane, competente e onesta per rimettere le cose a posto...
Servirebbe a questo punto uno scatto d’orgoglio e di coraggio, per imprimere al movimento una correzione di rotta rapida e radicale. Ma i dirigenti di Podemos sembrano in questa fase tirare i remi in barca, pronti ad adeguarsi alla trasformazione del partito ‘antisistema’ in un pezzo in più del triste puzzle della compatibilità. Oppure a rinunciare momentaneamente al governo per prendere fiato e ritentare la prossima volta con maggiori chance.
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29/09/2015
Dalla Catalogna un no a Ue, Euro e Nato che parla a tutto il Mediterraneo
Le elezioni regionali catalane hanno segnato un importante risultato. Intanto, nonostante una martellante campagna intimidatoria nei confronti delle forze indipendentiste portata avanti dal mondo finanziario, dai poteri forti interni e addirittura da alcuni leader politici internazionali – Merkel, Cameron, Obama, Sarkozy – i movimenti che si battono per l’autodeterminazione della Catalogna hanno ottenuto un risultato che sfiora la maggioranza assoluta dei voti e ottiene quella assoluta dei seggi.
E ciò nonostante uno storico tasso di affluenza alle urne che ha favorito indubbiamente i partiti nazionalisti spagnoli grazie alla “mobilitazione straordinaria” di parte dell’elettorato conservatore e unionista tradizionalmente meno attivo.
L’altro risultato importante delle elezioni regionali catalane di ieri è stata la grande affermazione della Candidatura d’Unità Popolare, la Cup. All’interno di un panorama politico che, al di là del diverso giudizio sull’indipendenza, sostiene trasversalmente i diktat dell’Unione Europea e le politiche neoliberiste e di austerità, o comunque si limita anche a sinistra a critiche relative e a proposte di aggiustamento e di impossibile miglioramento, l’affermazione straordinaria della Cup – 8.2% dei voti e 10 seggi – dimostra che è possibile, per una forza che mette apertamente in discussione i dogmi del capitalismo e la permanenza all’interno dell’Eurozona e della Nato, conquistare radicamento sociale e credibilità di massa.
Esattamente il contrario di quanto hanno fatto in questi ultimi anni diversi partiti della sinistra radicale europea che hanno visto i propri slogan e propositi infrangersi contro il muro del dogma della permanenza all’interno dell’Unione Europea, dei suoi apparati coercitivi, dei suoi meccanismi autoritari.
L’affermazione di una coalizione politica autenticamente anticapitalista come la Cup, che non teme di pronunciarsi apertamente per la rottura dell’Unione Europea e per l’inizio di una campagna di disobbedienza di massa rispetto alle imposizioni di Madrid e di Bruxelles, non può che essere salutata come una buona notizia e come un segnale che va raccolto e rilanciato anche negli altri paesi, in particolare in quelli maggiormente stretti nella morsa del processo di integrazione imperialista del continente.
L’ottimo risultato conseguito dalla sinistra anticapitalista catalana è il frutto di una coerente e intelligente campagna che assieme alla questione nazionale pone come centrale anche quella sociale, in una concezione all’interno della quale non ci può essere liberazione dall’oppressione nazionale senza una contemporanea liberazione dallo sfruttamento capitalistico. Una forza anticapitalista, per intendersi, che non lotta per creare un nuovo stato qualunque esso sia, ma che concepisce la rottura degli assetti istituzionali come aspetto, tappa e volano per una altrettanto necessaria rottura del sistema economico e delle relazioni sociali vigenti.
Molti dei voti che hanno permesso l’exploit della Cup arrivano da ex elettori di partiti come Erc – repubblicano ma socialdemocratico ed europeista – o come la sezione locale della Sinistra Unita o dagli eco-socialisti di ICV, incapaci di indicare ai settori popolari una prospettiva chiara di lotta e di trasformazione, tanto sulla questione nazionale quanto rispetto alla rottura della gabbia dell’Unione Europea. La stessa ambiguità che in Catalogna ha fortemente penalizzato Podemos, movimento le cui precedenti caratteristiche antisistema sembrano affievolirsi man mano che passa il tempo e che la sua direzione sceglie di spuntare alcune delle storiche rivendicazioni di rottura.
Che nel campo indipendentista diventi centrale e determinante una forza politica antagonista come quella incarnata dalla Cup è positivo anche per l’opera di demistificazione che questa coalizione compie nei confronti della strumentalizzazione della rivendicazione indipendentista operata dall’ex governatore. Artur Mas, infatti, è responsabile di politiche rigoriste e autoritarie non dissimili da quelle applicate in tutto lo stato dalla destra spagnolista sotto dettatura della Troika. Il comune intento di creare un nuovo stato repubblicano catalano non può nascondere le evidenti differenze ideologiche e di programma tra forze che rappresentano gli interessi di settori sociali distanti quando non opposti.
Il drammatico impatto sociale delle politiche imposte ai singoli stati dall’Unione Europea dopo il manifestarsi della più grave crisi del capitalismo nell’ultimo secolo ha scatenato in Catalogna una vasta e crescente mobilitazione indipendentista, in un contesto in cui alle rivendicazioni di carattere sociale si sono sovrapposte quelle nazionali.
Bene fa la Cup a tentare di contendere ai settori sovranisti della borghesia catalana – che intendono l’indipendenza da Madrid esclusivamente come una leva per gestire al meglio i propri interessi – l’egemonia all’interno del vasto fronte che lotta per l’autodeterminazione, contestando i tagli, le privatizzazioni, la repressione dei movimenti sociali e mettendo in discussione, come già detto, Ue e Nato.
Se il flop di Podemos può essere considerato un segnale estendibile anche allo scenario politico statale in vista delle elezioni legislative spagnole di fine anno, nel campo unionista il boom sperimentato da Ciutadanos indica che il sistema politico sul quale si è basato il paese a partire dalla morte di Franco e dall’autoriforma del franchismo sembra trovare un nuovo punto di equilibrio che movimenti populisti come Podemos non sono in grado di mettere in discussione. Se è vero infatti che il Partito Popolare crolla e che i socialisti perdono molta del proprio consenso – anche se rimangono una forza politica tra le principali – è vero anche che molti dei voti in fuga dai due partiti dell’establishment vengono attratti da una formazione come Ciutadanos, anch’essa di natura populista e schierata a destra su posizioni centraliste e liberiste nonostante l’utilizzo di un messaggio “anticasta”. Il vecchio regime bipartitico fondato sull’alternanza tra PP e PSOE sembra puntare, per sopravvivere, a trasformarsi in tripartitico, mantenendo così intatta la propria natura autoritaria e antipopolare. Se non saprà uscire dalle ambiguità che contraddistinguono la propria linea Podemos rischia seriamente di seguire la parabola che ha già consumato Syriza e di diventare la quarta gamba di un sistema politico-istituzionale spagnolo inamovibile quanto oppressivo.
Rete dei Comunisti - 28 settembre 2015
*****
Sulla situazione in Catalogna segnaliamo:
Catalogna: al voto con la pistola puntata alla tempia
Banche, imprese, Ue e Liga: tutti contro la Catalogna indipendente
Catalogna. “Rompere con Madrid, l’Ue e l’Euro, non pagare il debito”: la Cup detta la linea
Eurostop in marcia, anche in Catalogna
Fonte
E ciò nonostante uno storico tasso di affluenza alle urne che ha favorito indubbiamente i partiti nazionalisti spagnoli grazie alla “mobilitazione straordinaria” di parte dell’elettorato conservatore e unionista tradizionalmente meno attivo.
L’altro risultato importante delle elezioni regionali catalane di ieri è stata la grande affermazione della Candidatura d’Unità Popolare, la Cup. All’interno di un panorama politico che, al di là del diverso giudizio sull’indipendenza, sostiene trasversalmente i diktat dell’Unione Europea e le politiche neoliberiste e di austerità, o comunque si limita anche a sinistra a critiche relative e a proposte di aggiustamento e di impossibile miglioramento, l’affermazione straordinaria della Cup – 8.2% dei voti e 10 seggi – dimostra che è possibile, per una forza che mette apertamente in discussione i dogmi del capitalismo e la permanenza all’interno dell’Eurozona e della Nato, conquistare radicamento sociale e credibilità di massa.
Esattamente il contrario di quanto hanno fatto in questi ultimi anni diversi partiti della sinistra radicale europea che hanno visto i propri slogan e propositi infrangersi contro il muro del dogma della permanenza all’interno dell’Unione Europea, dei suoi apparati coercitivi, dei suoi meccanismi autoritari.
L’affermazione di una coalizione politica autenticamente anticapitalista come la Cup, che non teme di pronunciarsi apertamente per la rottura dell’Unione Europea e per l’inizio di una campagna di disobbedienza di massa rispetto alle imposizioni di Madrid e di Bruxelles, non può che essere salutata come una buona notizia e come un segnale che va raccolto e rilanciato anche negli altri paesi, in particolare in quelli maggiormente stretti nella morsa del processo di integrazione imperialista del continente.
L’ottimo risultato conseguito dalla sinistra anticapitalista catalana è il frutto di una coerente e intelligente campagna che assieme alla questione nazionale pone come centrale anche quella sociale, in una concezione all’interno della quale non ci può essere liberazione dall’oppressione nazionale senza una contemporanea liberazione dallo sfruttamento capitalistico. Una forza anticapitalista, per intendersi, che non lotta per creare un nuovo stato qualunque esso sia, ma che concepisce la rottura degli assetti istituzionali come aspetto, tappa e volano per una altrettanto necessaria rottura del sistema economico e delle relazioni sociali vigenti.
Molti dei voti che hanno permesso l’exploit della Cup arrivano da ex elettori di partiti come Erc – repubblicano ma socialdemocratico ed europeista – o come la sezione locale della Sinistra Unita o dagli eco-socialisti di ICV, incapaci di indicare ai settori popolari una prospettiva chiara di lotta e di trasformazione, tanto sulla questione nazionale quanto rispetto alla rottura della gabbia dell’Unione Europea. La stessa ambiguità che in Catalogna ha fortemente penalizzato Podemos, movimento le cui precedenti caratteristiche antisistema sembrano affievolirsi man mano che passa il tempo e che la sua direzione sceglie di spuntare alcune delle storiche rivendicazioni di rottura.
Che nel campo indipendentista diventi centrale e determinante una forza politica antagonista come quella incarnata dalla Cup è positivo anche per l’opera di demistificazione che questa coalizione compie nei confronti della strumentalizzazione della rivendicazione indipendentista operata dall’ex governatore. Artur Mas, infatti, è responsabile di politiche rigoriste e autoritarie non dissimili da quelle applicate in tutto lo stato dalla destra spagnolista sotto dettatura della Troika. Il comune intento di creare un nuovo stato repubblicano catalano non può nascondere le evidenti differenze ideologiche e di programma tra forze che rappresentano gli interessi di settori sociali distanti quando non opposti.
Il drammatico impatto sociale delle politiche imposte ai singoli stati dall’Unione Europea dopo il manifestarsi della più grave crisi del capitalismo nell’ultimo secolo ha scatenato in Catalogna una vasta e crescente mobilitazione indipendentista, in un contesto in cui alle rivendicazioni di carattere sociale si sono sovrapposte quelle nazionali.
Bene fa la Cup a tentare di contendere ai settori sovranisti della borghesia catalana – che intendono l’indipendenza da Madrid esclusivamente come una leva per gestire al meglio i propri interessi – l’egemonia all’interno del vasto fronte che lotta per l’autodeterminazione, contestando i tagli, le privatizzazioni, la repressione dei movimenti sociali e mettendo in discussione, come già detto, Ue e Nato.
Se il flop di Podemos può essere considerato un segnale estendibile anche allo scenario politico statale in vista delle elezioni legislative spagnole di fine anno, nel campo unionista il boom sperimentato da Ciutadanos indica che il sistema politico sul quale si è basato il paese a partire dalla morte di Franco e dall’autoriforma del franchismo sembra trovare un nuovo punto di equilibrio che movimenti populisti come Podemos non sono in grado di mettere in discussione. Se è vero infatti che il Partito Popolare crolla e che i socialisti perdono molta del proprio consenso – anche se rimangono una forza politica tra le principali – è vero anche che molti dei voti in fuga dai due partiti dell’establishment vengono attratti da una formazione come Ciutadanos, anch’essa di natura populista e schierata a destra su posizioni centraliste e liberiste nonostante l’utilizzo di un messaggio “anticasta”. Il vecchio regime bipartitico fondato sull’alternanza tra PP e PSOE sembra puntare, per sopravvivere, a trasformarsi in tripartitico, mantenendo così intatta la propria natura autoritaria e antipopolare. Se non saprà uscire dalle ambiguità che contraddistinguono la propria linea Podemos rischia seriamente di seguire la parabola che ha già consumato Syriza e di diventare la quarta gamba di un sistema politico-istituzionale spagnolo inamovibile quanto oppressivo.
Rete dei Comunisti - 28 settembre 2015
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Sulla situazione in Catalogna segnaliamo:
Catalogna: al voto con la pistola puntata alla tempia
Banche, imprese, Ue e Liga: tutti contro la Catalogna indipendente
Catalogna. “Rompere con Madrid, l’Ue e l’Euro, non pagare il debito”: la Cup detta la linea
Eurostop in marcia, anche in Catalogna
Fonte
29/05/2015
Spagna, Podemos apre ai socialisti
Dopo le storiche amministrative dello scorso 24 maggio, che hanno prodotto un vero e proprio terremoto politico, sono iniziate nei municipi e nelle regioni dove si è votato le trattative per la formazione dei governi locali, fra cui quelli di Madrid e Barcellona.
Dopo la clamorosa sconfitta del Partido Popular, all’interno della formazione di governo – arrivata comunque in testa con più del 27% dei voti a livello statale – si è aperta la caccia alla leadership con le seconde file che tentano di sfruttare il crollo elettorale per rimpiazzare l’attuale segreteria in nome di un necessario ricambio politico e generazionale. In alcune realtà il PP ha anche offerto il proprio sostegno a governi con i socialisti e la nuova destra liberista di Ciutadanos, anche se nella maggior parte dei casi ha per ora ottenuto un ‘no’ come risposta.
Ma è sull’altro fronte che si concentra l’attenzione dei media, degli analisti e della classe politica. Le liste civiche formate localmente da Podemos, dai partiti di sinistra e centrosinistra e da altre formazioni locali sono spesso arrivate in testa nelle amministrative ma senza conquistare la maggioranza assoluta e dovranno quindi trovare degli alleati se vorranno governare. E quindi rientra in campo quel Partito Socialista attaccato in campagna elettorale come ‘parte della casta’ e accondiscendente nei confronti delle politiche di austerità del PP e della troika ma che ora viene in qualche modo considerato indispensabile per estromettere la destra dal potere. Un problema non da poco per Podemos, la cui leadership in queste ore alterna dichiarazioni contrastanti miranti a sondare il terreno per la formazione di possibili alleanze nelle città e nelle comunità autonome.
Di fatto Podemos si è già detto favorevole ad accordi con il Psoe, ma il problema ora sta nel raggiungimento di un compromesso con i ras locali del partito che fu di Gonzalez e di Zapatero – e che ha mantenuto un 25% dei voti a livello statale nonostante un piccolo ridimensionamento – che non faccia perdere la faccia alla nuova formazione politica di Pablo Iglesias, che insiste su una maggiore trasparenza delle amministrazioni, sullo stop ad alcune politiche di austerità e ai tagli.
Pubblicamente Pablo Iglesias ha escluso la formazione di governi con i socialisti e sembra più incline ad un eventuale appoggio esterno che permetta al Psoe di governare. Ma nella realtà è probabile che in alcuni casi Podemos debba sporcarsi le mani partecipando direttamente alle amministrazioni. E in alcuni casi la partita si fa ancora più difficile, perché il Psoe se vuole governare non dovrà rivolgersi solo a formazioni locali di centrosinistra o ecologiste, ma anche al partito di Albert Rivera – Ciutadanos – che a parte qualche critica formale all’austerity e qualche richiamo al messaggio ‘anticasta’ condivide le politiche liberiste e il sostegno alla linea rigorista della Troika.
Rispetto al passato, comunque, Podemos ha lanciato un primo esplicito segnale di sdoganamento dei socialisti, quando Pablo Iglesias ha affermato ieri che alcuni dirigenti del Psoe si vergognano ormai dell’operato del proprio partito apprezzando il fatto che essi manifestino “interesse per la lotta alla corruzione”. Iglesias ha assicurato che i canali di comunicazione con i socialisti sono migliorati, perché prima “Pedro Sanchez (il segretario del Psoe, ndr) non ci chiamava e ora si”. Ieri Iglesias e Sanchez hanno avuto un colloquio telefonico di un quarto d’ora durante il quale i due segretari hanno valutato la situazione senza escludere eventuali scenari di collaborazione.
Bisognerà aspettare la riunione con la direzione statale di Podemos e i candidati nelle 13 comunità autonome previste oggi e domani per sapere cosa deciderà il partito di Iglesias, ma sta di fatto che la formazione si è detta disponibile ad appoggiare amministrazioni a guida socialista nel caso in cui “rinuncino alle politiche di tagli e implementino la lotta per la trasparenza e contro la corruzione”. Una possibilità più che remota, impossibile, ma un’apertura da parte di Podemos che lascia al partito ampio margine di manovra. A cinque mesi dalle elezioni politiche generali e a 4 da quelle catalane, Podemos non vuole rischiare di trasformarsi in un partito di governo ma al tempo stesso non vuole sprecare l’opportunità di incidere a livello locale sulle amministrazioni che nasceranno dal voto di domenica scorsa. Il sostegno – bisognerà vedere in quale forma – al Psoe potrebbe permettere a quest’ultimo di governare in Castilla-La Mancha, Valencia, Extremadura e Asturie.
Il Psoe, che preferirebbe di gran lunga un coinvolgimento diretto di Podemos nei governi locali potrebbe garantire un sostegno esterno alla lista Ahora Madrid – al cui interno ci sono i candidati di Iglesias – e alla sua candidata a sindaco Manuela Carmena ma non un ingresso nel governo municipale. Il Psoe ha comunque già risposto ‘un categorico no’ ad Esperanza Aguirre, ex presidente della regione e candidata a sindaco della capitale per il PP – arrivata in testa ma senza la maggioranza sufficiente per governare da sola – che aveva chiesto ai socialisti di sostenerla con l’obiettivo di estromettere Podemos. Stando all’ex giudice, capolista della lista civica tra Podemos e sinistre, nel governo della capitale iberica potrebbero comunque essere coinvolti anche i liberisti di Ciutadanos che, a detta della candidata sindaca, “propongono cose interessanti su molte questioni”. Il segretario di Ciutadanos di Madrid si è detto disponibile, da parte sua, ad una eventuale collaborazione con Podemos e socialisti.
Intanto Iglesias ha già aperto la strada ad una possibile eccezione: in Aragona, dove la lista appoggiata da Podemos è risultata la seconda più votata con un margine ristretto rispetto ai socialisti, potrebbe chiedere la presidenza della regione.
Sono invece ancora in alto mare i negoziati per la formazione di un governo nel municipio di Barcellona: dopo aver affermato all'indomani del voto di voler fare opposizione il sindaco uscente Xavier Trias – espressione dei regionalisti di centrodestra di CiU – ha rilanciato la proposta di un patto fra conservatori e nazionalisti catalani pur di impedire la nomina di Ada Colau, leader di Barcelona en Comù. Ma gli indipendentisti socialdemocratici di Erc hanno tuttavia escluso qualsiasi ipotesi di un accordo “contro natura” con il Pp o Ciudadanos, e in un colloquio con Ada Colau il precedente sindaco Trias avrebbe ammesso che l'idea gli era stata proposta dal PP su richiesta "dei poteri economici della città".
Fonte
Dopo la clamorosa sconfitta del Partido Popular, all’interno della formazione di governo – arrivata comunque in testa con più del 27% dei voti a livello statale – si è aperta la caccia alla leadership con le seconde file che tentano di sfruttare il crollo elettorale per rimpiazzare l’attuale segreteria in nome di un necessario ricambio politico e generazionale. In alcune realtà il PP ha anche offerto il proprio sostegno a governi con i socialisti e la nuova destra liberista di Ciutadanos, anche se nella maggior parte dei casi ha per ora ottenuto un ‘no’ come risposta.
Ma è sull’altro fronte che si concentra l’attenzione dei media, degli analisti e della classe politica. Le liste civiche formate localmente da Podemos, dai partiti di sinistra e centrosinistra e da altre formazioni locali sono spesso arrivate in testa nelle amministrative ma senza conquistare la maggioranza assoluta e dovranno quindi trovare degli alleati se vorranno governare. E quindi rientra in campo quel Partito Socialista attaccato in campagna elettorale come ‘parte della casta’ e accondiscendente nei confronti delle politiche di austerità del PP e della troika ma che ora viene in qualche modo considerato indispensabile per estromettere la destra dal potere. Un problema non da poco per Podemos, la cui leadership in queste ore alterna dichiarazioni contrastanti miranti a sondare il terreno per la formazione di possibili alleanze nelle città e nelle comunità autonome.
Di fatto Podemos si è già detto favorevole ad accordi con il Psoe, ma il problema ora sta nel raggiungimento di un compromesso con i ras locali del partito che fu di Gonzalez e di Zapatero – e che ha mantenuto un 25% dei voti a livello statale nonostante un piccolo ridimensionamento – che non faccia perdere la faccia alla nuova formazione politica di Pablo Iglesias, che insiste su una maggiore trasparenza delle amministrazioni, sullo stop ad alcune politiche di austerità e ai tagli.
Pubblicamente Pablo Iglesias ha escluso la formazione di governi con i socialisti e sembra più incline ad un eventuale appoggio esterno che permetta al Psoe di governare. Ma nella realtà è probabile che in alcuni casi Podemos debba sporcarsi le mani partecipando direttamente alle amministrazioni. E in alcuni casi la partita si fa ancora più difficile, perché il Psoe se vuole governare non dovrà rivolgersi solo a formazioni locali di centrosinistra o ecologiste, ma anche al partito di Albert Rivera – Ciutadanos – che a parte qualche critica formale all’austerity e qualche richiamo al messaggio ‘anticasta’ condivide le politiche liberiste e il sostegno alla linea rigorista della Troika.
Rispetto al passato, comunque, Podemos ha lanciato un primo esplicito segnale di sdoganamento dei socialisti, quando Pablo Iglesias ha affermato ieri che alcuni dirigenti del Psoe si vergognano ormai dell’operato del proprio partito apprezzando il fatto che essi manifestino “interesse per la lotta alla corruzione”. Iglesias ha assicurato che i canali di comunicazione con i socialisti sono migliorati, perché prima “Pedro Sanchez (il segretario del Psoe, ndr) non ci chiamava e ora si”. Ieri Iglesias e Sanchez hanno avuto un colloquio telefonico di un quarto d’ora durante il quale i due segretari hanno valutato la situazione senza escludere eventuali scenari di collaborazione.
Bisognerà aspettare la riunione con la direzione statale di Podemos e i candidati nelle 13 comunità autonome previste oggi e domani per sapere cosa deciderà il partito di Iglesias, ma sta di fatto che la formazione si è detta disponibile ad appoggiare amministrazioni a guida socialista nel caso in cui “rinuncino alle politiche di tagli e implementino la lotta per la trasparenza e contro la corruzione”. Una possibilità più che remota, impossibile, ma un’apertura da parte di Podemos che lascia al partito ampio margine di manovra. A cinque mesi dalle elezioni politiche generali e a 4 da quelle catalane, Podemos non vuole rischiare di trasformarsi in un partito di governo ma al tempo stesso non vuole sprecare l’opportunità di incidere a livello locale sulle amministrazioni che nasceranno dal voto di domenica scorsa. Il sostegno – bisognerà vedere in quale forma – al Psoe potrebbe permettere a quest’ultimo di governare in Castilla-La Mancha, Valencia, Extremadura e Asturie.
Il Psoe, che preferirebbe di gran lunga un coinvolgimento diretto di Podemos nei governi locali potrebbe garantire un sostegno esterno alla lista Ahora Madrid – al cui interno ci sono i candidati di Iglesias – e alla sua candidata a sindaco Manuela Carmena ma non un ingresso nel governo municipale. Il Psoe ha comunque già risposto ‘un categorico no’ ad Esperanza Aguirre, ex presidente della regione e candidata a sindaco della capitale per il PP – arrivata in testa ma senza la maggioranza sufficiente per governare da sola – che aveva chiesto ai socialisti di sostenerla con l’obiettivo di estromettere Podemos. Stando all’ex giudice, capolista della lista civica tra Podemos e sinistre, nel governo della capitale iberica potrebbero comunque essere coinvolti anche i liberisti di Ciutadanos che, a detta della candidata sindaca, “propongono cose interessanti su molte questioni”. Il segretario di Ciutadanos di Madrid si è detto disponibile, da parte sua, ad una eventuale collaborazione con Podemos e socialisti.
Intanto Iglesias ha già aperto la strada ad una possibile eccezione: in Aragona, dove la lista appoggiata da Podemos è risultata la seconda più votata con un margine ristretto rispetto ai socialisti, potrebbe chiedere la presidenza della regione.
Sono invece ancora in alto mare i negoziati per la formazione di un governo nel municipio di Barcellona: dopo aver affermato all'indomani del voto di voler fare opposizione il sindaco uscente Xavier Trias – espressione dei regionalisti di centrodestra di CiU – ha rilanciato la proposta di un patto fra conservatori e nazionalisti catalani pur di impedire la nomina di Ada Colau, leader di Barcelona en Comù. Ma gli indipendentisti socialdemocratici di Erc hanno tuttavia escluso qualsiasi ipotesi di un accordo “contro natura” con il Pp o Ciudadanos, e in un colloquio con Ada Colau il precedente sindaco Trias avrebbe ammesso che l'idea gli era stata proposta dal PP su richiesta "dei poteri economici della città".
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