Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/04/2019

Pessime madamine SìTav

I media all’inizio avevano provato a venderci la storia delle “madamine” come quella di un gruppetto di donne coraggiose, digiune di politica che erano seriamente preoccupate per il futuro della città. Dunque si poteva non essere d’accordo con loro, ma non si poteva dimostrare la loro malafede, a differenza dei soliti politici trafficoni che difendono la grande opera.

In realtà bastava informarsi in maniera seria per scoprire che, in un modo o nell’altro, le nostre erano legate a questo o quel partito, avevano partecipato a campagne elettorali, conoscevano bene Mauro Virano, già direttore dell’Osservatorio “imparziale” sulla Torino-Lione poi passato direttamente a direttore generale di TELT e vero promotore occulto della loro iniziativa. D’altronde, da subito si sono rincorse le voci che davano le madamin prossime alla candidatura, corteggiate da ogni parte, anche se queste assicuravano fino a pochi giorni fa che no, nessun opportunismo si celava dietro l’operazione sitav, che mai e poi mai avrebbero cavalcato l’onda arancione per sistemarsi in politica.

Venerdì è arrivato l’annuncio, quasi inevitabile, che sbugiarda mesi di retorica giornalistica sul movimento civico e dal basso: la candidatura della “madamina” Giovanna Giordano Peretti, presidente del Rotary club Crocetta, nelle file della lista “Sì al Piemonte del sì” legata al PD in vista delle regionali.

Era ovvio fin dall’inizio che questa del SI TAV sarebbe stata una breve cavalcata al di fuori del recinto dei partiti tradizionali, ma che presto questi ultimi sarebbero passati all’incasso. Altro che “rivoluzione gentile” al massimo era un “pranzo di gala”.

La manovra in fondo era chiara, gettare una cortina fumogena sulla campagna elettorale, che altrimenti sarebbe stata incentrata sulla valutazione delle politiche di impoverimento e privatizzazione della Regione Piemonte guidata da Chiamparino, e nel frattempo ritrovare una verginità politica nella retorica dello sviluppo e della crescita dopo il casino del debito olimpionico e della depressione totale in cui è stata gettata la città di Torino negli ultimi trent’anni dalle scelte scellerate degli amministratori.

Le “madamine” poco più che figuranti in una recita scritta per loro, che giunge alla conclusione più ovvia, dove tutti si aspettavano andasse a parare. Un pessimo spettacolo!

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26/05/2017

La società ostile

Difficile è cogliere il significato profondo della bella riscrittura della fiaba popolare Riccardin dal ciuffo, proposta da Amélie Nothomb (edizioni Voland, 2016). Ma la narratrice francese ci ha ormai abituato alla sua capacità di penetrare le ombre della società contemporanea, e dietro un semplice recupero di un intreccio apparentemente innocuo, racconta di noi a noi stessi.

Due storie parallele e simmetriche si sviluppano senza sorprese. Un protagonista maschile, Deodato, segnato da un’esuberante bruttezza somatica e deforme nel fisico, è presentato dalla sua prima infanzia all’età adulta come capace di far leva su un particolare genio intuitivo e una sorprendente vivacità intellettuale. Il personaggio compensa lo svantaggio estetico con un evidente vantaggio cognitivo.

Parallelamente scorre la vita di Altea: bambina bella – anzi bellissima – ma unanimemente riconosciuta come profondamente stupida, o quanto meno ingenua. Senza troppe sorprese, le due biografie si incrociano nelle ultime pagine, quando le due solitudini finiranno felicemente per completarsi in uno sbocciato amore.

Ma questo è solo il lato estrinseco della vicenda. Amélie Nothomb traccia in realtà un quadro impietoso del nostro mondo. Deodato, l’orrendo bambino generato da un’amabile coppia di sposi, precipita da subito in un ambiente drammaticamente ostile. Ripudiato, marginalizzato per il suo aspetto fisico, trova strategie relazionali alternative, fino a sublimare tutta la sua attenzione nello studio dei volatili, di cui diventerà un esperto. Incapace di camminare sul suolo della vita ordinaria, si proietterà nel volo. Solo così riuscirà a maturare, attraversando un’adolescenza segnata per un verso dalla solitudine, per altro da rapporti umani consumati nell’indifferenza.

Altea, analogamente, è marginalizzata per la sua troppa bellezza, invidiata dalle compagne di scuola che approfittano della sua lentezza reattiva per vittimizzarla: “una bella adolescente suscita ancora più odio di una bella bambina”, ammonisce Nothomb. L’ambiente che la circonda, più che ostile, è semplicemente meschino. Ma l’autrice lo ricostruisce con una tale noncurante sapienza da farcelo riconoscere come il nostro naturale ambiente di vita. E ci rattrista.

L’esibizione dello squallore sociale dei nostri tempi esige quanto meno un passaggio per il mondo dello spettacolo, argomento non nuovo all’autrice, che in Acido solforico aveva addirittura immaginato un reality show ambientato in un campo di concentramento.

I due ragazzi, per una serie fortuita di circostanze, si incontreranno in occasione di un talk show, e la descrizione del contesto preparatorio cui sono sottoposti gli ospiti televisivi, condotti all’esasperazione da un forzoso isolamento nei camerini (nella speranza che diano in escandescenze durante la diretta), è l’ultimo sintomo della società malata in cui viviamo.

È vero, l’autrice propone il lieto fine e lo rivendica nell’epilogo. Ma è un finale poco credibile, e sembra quasi esaltare il resto: quel drammatico sfondo di acredine nel quale siamo costantemente immersi.

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11/04/2017

Igor sconvolge i media e la geografia

Ci sono due morti di mezzo e una persona in coma. Alcuni se ne sono accorti, altri di meno.

La caccia all’uomo, invece, è il classico da prima pagina, monopolizza le trasmissioni; l’aggiunta dell’esotico fa il resto.

La geografia soffre.

RaiNews incespica in Budrio e ci infila in mezzo una R in più sulla cartina. Inoltre chissà perché, a rendere più morboso l’aere, si scoprono paludi tra Bologna e Ferrara, sconosciute alle popolazioni locali. Sarebbero invece oasi faunistiche, ma la fauna non si offende. Il giornale locale perpetra la vendetta globale. Visto che Igor il russo pare invece sia serbo di Subotica, al nord, proprio lì dove Orban ha costruito il muro anti-profughi, loro lo girano al sud, come un kosovaro qualsiasi.

Comunque l’identità di Igor appassiona l’Italia più della guerra in Siria. Russo come il noto principe oppure Serbo, come un tennista: l’importante è che sia double face. Lindo e sorridente di giorno, truce e gelido la notte.

Nessuno nota che il possibile cognome ”serbo” ha un suono poco slavo: Feher, che sa tantissimo di Ungheria. Come saprebbe d’austriaco il cognome di un italiano di Bolzano chiamato Schwazer, che da quando è implicato col doping da noi si chiama altoatesino. Subotica è Voivodina, territorio serbo di confine, multietnico per eccellenza. Igor, con un piede di qua e un piede di là e il filo spinato di Orban sotto l'inguine, indica un poco raccomandabile superamento degli stati nazionali.

La situazione peggiora se lo chiamiamo con l’altro nome, scovato non si sa dove: il signor Feher si appellerebbe infatti Ezechiele.

Ezechiele Lupo della Voivodina, ecco un titolo che il suo effettaccio lo farebbe di sicuro. Lo giro al migliore offerente.

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30/05/2015

Povera università, ridotta a nominare la "Miss Chirurgia Plastica"...

Non c'è bisogno di ricordare al grande pubblico quali sono i meriti che il nostro sistema universitario, da qualche anno a questa parte, può annoverare nel proprio curriculum: preparazione al lavoro gratuito, organizzazione aziendale della formazione, mercificazione del sapere. Ma da oggi l'università nostrana potrà vantarsi anche di patrocinare un concorso di bellezza.

Poche settimane fa, il Magnifico Rettore dell'università di Roma La Sapienza ha presieduto la giuria di Miss Università 2015, accompagnato da un chirurgo plastico, un marchese, un giudice della corte d'Assise e alcuni personaggi dello spettacolo: uomini di potere e d'intrattenimento quindi, riuniti al “luxury gaming hall” Billions di Roma per premiare la “studentessa più bella e sapiente degli atenei italiani”.

Come ci si potrà aspettare, dato il carattere spiccatamente culturale della “prestigiosa” iniziativa, le valutazioni non sono state date solo sulla base dell'aspetto fisico ma tenendo in considerazione anche il curriculum universitario delle ragazze: per partecipare a Miss Università infatti sono richieste, oltre alla misura di seno e fianchi, anche la media dei voti e il numero di esami sostenuti.

Già da qualche anno diversi atenei si avvalgono di alcune ragazze immagine per “reclutare” iscritti, il che è indicativo di come sia ancora viva nella società lo stereotipo della bellezza e, implicitamente, di quale sia il ruolo della donna.

Il concorso di Miss Università fa sorridere molto, ma la gravità con cui si accostano la media dei voti e la taglia di reggiseno è (o dovrebbe essere) quanto di più umiliante possa esserci per una giovane studentessa. Bellezza e intelligenza diventano, anche ufficialmente, due categorie perversamente equiparabili. Ma non è finita qui, perché avere una bella presenza potrebbe non bastare in questo mondo spietato, e forse un aiutino fa sempre comodo: le prime dieci classificate hanno vinto l'incredibile possibilità di perfezionare il loro aspetto in una delle cliniche estetiche di La Clinique, sponsor ufficiale dell'evento. D'altronde di cos'altro potrebbe aver bisogno una bella e sapiente laureanda, lanciata verso una vita di precarietà e sfruttamento?

Questa grottesca pantomima diventa l'emblema della direzione che ha preso il mondo della formazione, non più luogo di saperi e conoscenza, ma piuttosto l’anticamera di un sistema in ristrutturazione, progettata per abituare i futuri lavoratori (e viene quasi da ridere nel pronunciare questa parola) a quelli che sono criteri di selezione aziendale razzisti e, in questo caso, sfacciatamente sessisti. Per le donne inoltre, si prospettano tempi di crisi anche peggiori, esclusione lenta dal mercato del lavoro, lavoro domestico, ruolo di velina o dama di compagnia. Dimenticatevi dunque l'università dove si studia, si discute e si progetta di cambiare il mondo, perché qui al massimo ci si cambia il naso, in barba all’emancipazione raggiunta con le lotte del secolo scorso.

Eccoci quindi di fronte a un doppio binario inquietante ma - è bene rendersene conto - reale e ben avviato: da un lato un'alta formazione di serie A (o meglio, di "classe A"...), strutturata per la formazione politica e scientifica della futura classe dirigente italiana ed europea, dall'altro un laureificio di massa di serie B, che parcheggia i più in facoltà senza un soldo, inducendo a rincorrere finte opportunità - i 20.000 posti non pagati dell'EXPO, per esempio.

Iniziative come il Carreer Day, in cui le multinazionali entrano a testa alta nelle università per offrire un'opportunità lavorativa a uno su un milione, o come il concorso Miss Università, che seleziona qualche (bella) ragazza per completare il suo curriculum di un merito inesistente, contribuiscono, offrendo seppur pochissimi posti di lavoro, ad alimentare la speranza dei “parcheggiati” che queste iniziative siano realmente opportunità di avere una vita migliore. “Vai a lavorare gratis per l'EXPO, che magari conosci qualcuno”, dicono... e intanto o emigri, o fai una sfilata (e forse ti va bene), o sei disoccupato: a te la scelta.

Ma per fortuna c'è sempre qualcuno che va al nocciolo del problema e commenta “Certamente la serata e l’evento, che appare ben congegnato e quindi con alle spalle una laboriosa preparazione, ci pone inevitabilmente qualche interrogativo, di spessore variabile, dai più semplici ai più complessi. Il primo è senz’altro immediato e naturale e richiede una riflessione che desidero proporre a tutte e tutti: perché Miss Università e non, anche, Mister Università?...”

Sarcastico o meno il senso di questo commento, il femminismo in Italia ha decisamente bisogno di ripetizioni.

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