Uno studio della società Kpmg di alcuni mesi fa, è arrivato alla conclusione che la pandemia da Covid-19 ha avuto “impatti dirompenti sulla vita di ciascuno di noi” ed ha "rivoluzionato le nostre abitudini, i rapporti interpersonali, le preferenze di acquisto e il nostro rapporto con la tecnologia”. Ma è bene sapere che la Kpmg è una società internazionale di consulenza e analisi sui consumi, i modelli di spesa e i comportamenti dei consumatori rispetto al mercato.
La seconda ondata della pandemia in cui siamo entrati – prevista e prevedibile ma sottovalutata sia dalle autorità politiche/sanitarie sia dalle persone – sta rimettendo tutta la società alla possibilità – e al rischio – di convertirsi in una shut-in economy e di conseguenza in una shut-in society. Ossia una economia e una società al chiuso, confinata, distanziata. Uno scenario distopico ma oggi realistico, di cui abbiamo parlato con largo anticipo su Contropiano.
Il fattore determinante è diventato il distanziamento sociale con tutte le sue articolazioni: dall’introduzione massiccia dello smart working nel mondo del lavoro, all’incremento degli acquisti online, allo stravolgimento nel settore degli eventi e dell’intrattenimento con attività legate allo sport, ai concerti, ai teatri e musei che hanno dovuto ripensare le modalità di interazione con i clienti.
Secondo i risultati di una ricerca dell’Ipsos, poi elaborati da KPMG, tra i principali desideri delle persone alla fine del lockdown , gran parte indicavano la possibilità di uscire a mangiare o a bere qualcosa (39%), di incontrare i propri familiari (36%), di vedere gli amici (33%). Solo il 13% indicava lo shopping.
Abitudini scontate prima della diffusione del Covid 19, ma gli effetti del distanziamento sociale – diventato quasi l’unico rimedio a portata di mano e incentivato dalle autorità, anche con le sanzioni – potrebbero influenzare pesantemente il nostro modo di vivere anche nel lungo periodo.
La ricerca segnala una sorta di “antropologia del consumatore” radicalmente diversa rispetto al passato. Viene infatti incrementato il tempo da trascorrere in casa sia con lo smart working sia riducendo le relazioni sociali ai propri familiari.
Ma nelle analisi di Kpmg si arriva anche a concetti più sofisticati, come gli impatti emotivi dell’isolamento, la revisione della scala dei valori personali, degli aspetti aspirazionali e della rifocalizzazione su elementi identitari rispetto a quelli di status. Nella profilazione dei clienti, gli aspetti psicologici stanno acquistando un’importanza crescente rispetto a tutte le altre variabili socio-demografiche.
Le nuove abitudini conseguenti alle misure di lockdown e al distanziamento sociale, hanno spostato verso i canali online la domanda di prodotti e di soddisfazione dei bisogni meno impellenti, ma che fanno qualità della vita (pensiamo ai film, la musica, gli eventi sportivi).
“Sono tempi perfetti per lo sviluppo della shut-in economy cioè l’economia relativa a tutto quello che ordiniamo e ci facciamo arrivare direttamente a casa. Cambieranno tante cose, la scuola, la sanità, l’attività fisica, la socialità” scrive la Fondazione Leonardo.
Secondo Francesco Pontorno, analista della Fondazione, questa economia chiusa è tutt’altro che condivisa. Al contrario non sarà affatto “sharing” ma appunto “shut-in”.
“La shut-in economy che già sta cambiando le nostre vite da alcuni anni, avrà un’ulteriore importante crescita. Quindi tutti i servizi on-demand di cui godiamo ogni giorno, le piattaforme di film, serie, documentari, il cibo, e la scoperta molto tardiva dello smart working, il lavoro da remoto, da casa, tutto l’infinito elenco di cose che già facciamo con il digitale diventerà ancora più nutrito e talvolta freddo (i corrieri lasceranno i pacchi lontano da noi e via dicendo)” sostiene Pontorno, confermando in modo distopico quanto scriveva Lauren Smiley nel 2015 (online naturalmente) nel definire la shut-in economy: "non è un’economia dello sharing, della condivisione, ma un’economia di chiusure, di reclusioni”.
E poi qualche giorno fa è arrivato il prof. Pregliasco che dalle pagine del Corriere della Sera ha detto pubblicamente quello che il Partito Trasversale del Pil sta già cercando di imporre come modello: “Va sottoscritto un grande patto sociale. Un grande sforzo collettivo per ridurre i contatti al minimo indispensabile. Scuola, lavoro: il resto ora va stornato“. Uno scenario, quello del prof. Pregliasco, che somiglia fin troppo al comportamento sociale che i padroni desiderano ardentemente per noi: produci, consuma, crepa!!
Come noto sosteniamo convintamente che le misure di cautela individuale e familiare vadano adottate con serietà per impedire la diffusione del virus. Quindi mascherine, distanziamento necessario, igiene e sanificazione frequente. L’emergenza pandemica c’è, va affrontata e superata. Ma va affrontata anche con capacità di discernimento sul congiunturale e sullo strutturale, su quello che è necessario oggi e può diventare rischioso domani. L’emergenza è diversa dalla normalità.
Per questo se il modello del distanziamento (emergenziale) diventa un modello di società (normale) che impone il distanziamento come regola nelle relazioni sociali, il lavoro da remoto e non in gruppo, la didattica a distanza invece che in presenza, gli acquisti online piuttosto che di persona, un tempo maggiore passato nelle mura domestiche rispetto a quello passato fuori, siamo veramente disposti ad accettarla senza combattere con ogni mezzo per una società alternativa o quantomeno condivisa?
Quell’essere umano inteso come risultato delle sue relazioni sociali vogliamo veramente ridurlo a un misero input in appendice ad un sistema di click? Il capitalismo si sta rivelando ormai apertamente regressivo negli scenari sociali che delinea. Ètempo di rovesciarlo per sopravvivere e sopravvivere bene, ricordandosi sempre che “il meglio è nemico del bene”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/05/2020
Corona Regis
di Alessandra Daniele
– Magister, si dice che siate sopravvissuto alla Peste Nera – chiese Pedro, in tono reverenziale. Eymerich annuì.
– Dio aveva altri piani per me.
Pedro sorrise.
– E di certo li avete realizzati. Ditemi, vi siete curato da solo?
– Sì.
– Dev’esservi pesata la solitudine in quei momenti.
– No.
– Beh, ma voi avete una tempra unica. In tempo di pestilenza la quarantena è parte della pena – sospirò Pedro.
Eymerich fissò lo sguardo sull’orizzonte grigio.
– In realtà sono da sempre convinto che un certo grado d’isolamento, di distanziamento sia una condizione che giova non solo alla salute del corpo, ma anche dell’anima, e andrebbe mantenuto sempre.
– Anche in assenza d’un morbo in circolazione?
– C’è sempre qualche morbo in circolazione, Pedro, ce ne sono a centinaia.
– Sì, ma una mezza quarantena permanente non sarebbe sostenibile – obiettò Pedro – troppe attività ne soffrirebbero, il commercio, le arti...
Eymerich accennò un sorriso sarcastico.
– Il commercio, le arti – ripeté – pensiamo piuttosto a quanto se ne gioverebbero gli studi. I costumi. L’ordine. E la preghiera.
Pedro s’affretto ad annuire.
– Sì, certo. Però mi sembra difficile che una situazione del genere si realizzi mai, no?
– Non mettiamo limiti alla Provvidenza – rispose Eymerich, con un mezzo sorriso.
Fonte
– Magister, si dice che siate sopravvissuto alla Peste Nera – chiese Pedro, in tono reverenziale. Eymerich annuì.
– Dio aveva altri piani per me.
Pedro sorrise.
– E di certo li avete realizzati. Ditemi, vi siete curato da solo?
– Sì.
– Dev’esservi pesata la solitudine in quei momenti.
– No.
– Beh, ma voi avete una tempra unica. In tempo di pestilenza la quarantena è parte della pena – sospirò Pedro.
Eymerich fissò lo sguardo sull’orizzonte grigio.
– In realtà sono da sempre convinto che un certo grado d’isolamento, di distanziamento sia una condizione che giova non solo alla salute del corpo, ma anche dell’anima, e andrebbe mantenuto sempre.
– Anche in assenza d’un morbo in circolazione?
– C’è sempre qualche morbo in circolazione, Pedro, ce ne sono a centinaia.
– Sì, ma una mezza quarantena permanente non sarebbe sostenibile – obiettò Pedro – troppe attività ne soffrirebbero, il commercio, le arti...
Eymerich accennò un sorriso sarcastico.
– Il commercio, le arti – ripeté – pensiamo piuttosto a quanto se ne gioverebbero gli studi. I costumi. L’ordine. E la preghiera.
Pedro s’affretto ad annuire.
– Sì, certo. Però mi sembra difficile che una situazione del genere si realizzi mai, no?
– Non mettiamo limiti alla Provvidenza – rispose Eymerich, con un mezzo sorriso.
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02/05/2020
Trasporti. “Sarà impossibile rispettare distanziamento sui mezzi pubblici”
Con le riaperture previste lunedì 4 maggio, quasi 3 milioni di lavoratrici e lavoratori in più si muoveranno da casa per andare al lavoro e molti lo faranno utilizzando i trasporti pubblici.
Ma rispettare le prescrizioni sul distanziamento sui mezzi pubblici, contenute nell’ultimo Decreto, sarà impossibile. Ad affermarlo, in una lettera inviata al Ministro dei Trasporti De Micheli, sono i presidenti dell’Agens (Agenzia confederale dei Trasporti e Servizi) e dell’Asstra (Associazione dei trasporti che riunisce il tpl di tutta Italia). “Il distanziamento ipotizzato di 1 metro per la Fase 2”, sostengono nella lettera, “limita la capacità del sistema dei trasporti di persone al 25-30 per cento del numero di passeggeri trasportati in condizioni di normalità”.
Facendo una elementare proporzione significa che su 10 passeggeri trasportati normalmente, ne resterebbero bloccati alle fermate e alle stazioni almeno 7. Le conseguenze che prevedono i presidenti delle due associazioni dei trasporti non sono difficili da immaginare: in primo luogo l’assembramento di persone si sposterebbe dall’interno dei mezzi dei trasporto alle fermate di autobus e metropolitane, colme di cittadini in attesa di poter salire perché li attende il cartellino da timbrare in azienda. Ciò comporterebbe “un effetto contrario a quello desiderato” con “assembramenti non controllabili e pericolosi per la salute delle persone” e “potenziali problemi di ordine pubblico”, scrivono i due manager.
L’unica via d’uscita sarebbe, in teoria, un aumento dei mezzi circolanti. Ma questa, dopo anni di tagli ai trasporti pubblici, è un’eventualità che non appare assolutamente realistica: “L’offerta di trasporto sarebbe assolutamente insufficiente, anche a fronte di una domanda che, prevedibilmente, sarà inferiore rispetto alla situazione pre-emergenza Covid-19”.
In Lombardia anche i presidenti dell’Atm Milano e delle Ferrovie Nord, hanno sollecitato il governo affinché rimuova l’obbligo di distanziamento minimo di un metro all’interno dei mezzi pubblici.
L’unico obbligo che, realisticamente, sarebbe possibile far rispettare sarebbe l’utilizzo della mascherina che, nei fatti insieme al distanziamento, è l’unica misura di sicurezza prevista nel protocollo generale per la riapertura delle imprese.
In Piemonte, l’assessore regionale ai trasporti ha dichiarato che dal 4 maggio ripartirà solo il 45-50% dei bus e dei treni. Tra le misure previste indica “modalità del servizio di trasporto pubblico che andranno di pari passo con la riapertura delle attività. Abbiamo fatto incontri con le grandi aziende che riaprono, come FCA, che ha cambiato gli orari di lavoro in otto turni con ingressi sfalsati ogni mezz’ora”.
A Roma l’Atac ha messo nero su bianco che non potranno essere i suoi controllori a gestire e sorvegliare un flusso d’utenza che nella Capitale fa registrare di media 2,4 milioni di spostamenti al giorno. E quindi ha indicato l’obbligo di mascherine a bordo dei bus.
I test fatti nei giorni scorsi su una mobilità coerente con il distanziamento di sicurezza, annuncia il caos per lunedì mattina. I parametri di distanziamento previsti permettono l’accesso sul bus solo di 20 passeggeri (rispetto a una capienza di 80-100 posti) e di 130 utenti sulla metropolitana, dove ciascun treno può ospitare 1.208 persone.
Con questi numeri, dal 4 maggio in poi i trasporti pubblici a Roma rischiano di non reggere l’impatto della riapertura.
Fonte
Ma rispettare le prescrizioni sul distanziamento sui mezzi pubblici, contenute nell’ultimo Decreto, sarà impossibile. Ad affermarlo, in una lettera inviata al Ministro dei Trasporti De Micheli, sono i presidenti dell’Agens (Agenzia confederale dei Trasporti e Servizi) e dell’Asstra (Associazione dei trasporti che riunisce il tpl di tutta Italia). “Il distanziamento ipotizzato di 1 metro per la Fase 2”, sostengono nella lettera, “limita la capacità del sistema dei trasporti di persone al 25-30 per cento del numero di passeggeri trasportati in condizioni di normalità”.
Facendo una elementare proporzione significa che su 10 passeggeri trasportati normalmente, ne resterebbero bloccati alle fermate e alle stazioni almeno 7. Le conseguenze che prevedono i presidenti delle due associazioni dei trasporti non sono difficili da immaginare: in primo luogo l’assembramento di persone si sposterebbe dall’interno dei mezzi dei trasporto alle fermate di autobus e metropolitane, colme di cittadini in attesa di poter salire perché li attende il cartellino da timbrare in azienda. Ciò comporterebbe “un effetto contrario a quello desiderato” con “assembramenti non controllabili e pericolosi per la salute delle persone” e “potenziali problemi di ordine pubblico”, scrivono i due manager.
L’unica via d’uscita sarebbe, in teoria, un aumento dei mezzi circolanti. Ma questa, dopo anni di tagli ai trasporti pubblici, è un’eventualità che non appare assolutamente realistica: “L’offerta di trasporto sarebbe assolutamente insufficiente, anche a fronte di una domanda che, prevedibilmente, sarà inferiore rispetto alla situazione pre-emergenza Covid-19”.
In Lombardia anche i presidenti dell’Atm Milano e delle Ferrovie Nord, hanno sollecitato il governo affinché rimuova l’obbligo di distanziamento minimo di un metro all’interno dei mezzi pubblici.
L’unico obbligo che, realisticamente, sarebbe possibile far rispettare sarebbe l’utilizzo della mascherina che, nei fatti insieme al distanziamento, è l’unica misura di sicurezza prevista nel protocollo generale per la riapertura delle imprese.
In Piemonte, l’assessore regionale ai trasporti ha dichiarato che dal 4 maggio ripartirà solo il 45-50% dei bus e dei treni. Tra le misure previste indica “modalità del servizio di trasporto pubblico che andranno di pari passo con la riapertura delle attività. Abbiamo fatto incontri con le grandi aziende che riaprono, come FCA, che ha cambiato gli orari di lavoro in otto turni con ingressi sfalsati ogni mezz’ora”.
A Roma l’Atac ha messo nero su bianco che non potranno essere i suoi controllori a gestire e sorvegliare un flusso d’utenza che nella Capitale fa registrare di media 2,4 milioni di spostamenti al giorno. E quindi ha indicato l’obbligo di mascherine a bordo dei bus.
I test fatti nei giorni scorsi su una mobilità coerente con il distanziamento di sicurezza, annuncia il caos per lunedì mattina. I parametri di distanziamento previsti permettono l’accesso sul bus solo di 20 passeggeri (rispetto a una capienza di 80-100 posti) e di 130 utenti sulla metropolitana, dove ciascun treno può ospitare 1.208 persone.
Con questi numeri, dal 4 maggio in poi i trasporti pubblici a Roma rischiano di non reggere l’impatto della riapertura.
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28/04/2020
Le città e il lavoro nella “fase due”
| [Nell'immagine, il grigio è il lavoro vivo] |
È un dato di fatto che le piattaforme di e-commerce – Amazon su tutte – sono state investite da un clamoroso aumento della domanda, da parte di milioni di consumatori costretti al “distanziamento sociale”, fenomeno che ha favorito la sostituzione delle relazioni materiali con le relazioni telematiche, fisicamente asettiche ma commercialmente profittevoli. La moltiplicazione geometrica dei servizi online, siano essi di chat e videochiamata, di socializzazione virtuale, di acquisto e consegna a domicilio, sta comportando non solo un ulteriore accrescimento del ruolo monopolistico di Amazon, ma anche un rafforzamento generale delle reti della logistica e delle società di intermediazione commerciale just in time (consegna di prodotti a domicilio, dai pasti ai libri). Quelle che già esistono si rafforzano, altre nasceranno per colmare un eccesso improvviso di domanda.
Dentro tale dinamica, si inseriscono i caratteri della famigerata “fase due” che, come la si voglia chiamare, riguarderà tutti i paesi toccati dal virus. Alla base di ogni “ripartenza” rimarrà il distanziamento come fattore di precauzione, e questo almeno in attesa del vaccino che, come abbiamo ormai capito, non verrà commercializzato prima della primavera 2021. Tra un anno dunque. Ma i cambiamenti, le sperimentazioni e le trasformazioni introdotte in questo anno non è detto che una volta arrivato il vaccino scompariranno. Il capitalismo non conosce il concetto di “tornare indietro”, perché è la stessa evoluzione delle relazioni sociali-produttive a non consentirlo. Una “novità”, una volta introdotta, può essere superata solo in presenza di una ulteriore “novità”. Così come le difficoltà del modello urbano del “centro commerciale” di grande capienza avverrà (ma sta già avvenendo da qualche tempo) in nome dell’e-commerce e del just in time, e non in nome della bottega di quartiere, così l’esplosione del commercio online non verrà scalfita da improbabili ritorni al “piccolo è bello”.
Questo fattore, anzi, questa sequenza interconnessa di fattori, non potrà che mutare in profondità il paesaggio economico-commerciale dei nostri territori. Pensiamo alla città e ai suoi quartieri colmi di attività commerciali: quante sopravvivranno tali e quali nella “fase due” e oltre? Come sopravvivrà un bar, un ristorante, un negozio di vestiti, un pub, una cartoleria o una paninoteca, una caffetteria o un cinema, se il distanziamento obbligatorio si tradurrà in una drastica diminuzione della clientela? Se per entrare in libreria la gente sarà disposta a sopportare qualche minuto di fila – il che è tutto da vedere – sarà uguale se quella stessa gente vorrà prendersi un caffè al bar?
La soluzione, d’altronde già in essere, è l’intermediazione di società private terze, a cui appaltare la consegna a domicilio di quei beni che una volta si sarebbero acquistati in negozio: non solo il sushi d a portar via, ma anche la spesa al supermercato; non solo il libro introvabile acquistato su Ebay o Amazon, ma qualsiasi libro; non solo il paio di Nike col 30% di sconto, ma qualsiasi capo d’abbigliamento, e senza sconto. La convenienza sarà saltare la fila, guadagnare tempo. Le gerarchie selettive mutano, ed è dentro queste che si gioca la partita delle innovazioni capitalistiche e delle resistenze operaie.
Questo, forse, non determinerà una automatica o immediata chiusura delle attività, ma sicuramente una loro riconversione parziale. La consegna a domicilio, da aggiuntiva, diverrà centrale, l’asse attorno a cui ruoterà la capacità di profitto dell’imprenditore. Tutto ciò non potrà non determinare una centralità delle società che intermediano tra produttore e acquirente. Società che si trasformeranno sempre più da intermediatori in produttori diretti, vista la capacità d’investimento nel frattempo accumulata.
Tutto ciò potrebbe non essere per forza di cose “un male”. Dipende da come si intende la vicenda nel suo complesso e dalla nostra azione politica e sindacale. Ad esempio nel mondo della cosiddetta gig economy.
Oggi il mondo dei rider è caratterizzato da una bassa sindacalizzazione, seppure in crescita. Un livello di conflittualità ancora scarso determinato non solo dai ricatti aziendali e contrattuali a cui sono legati i lavoratori, ma anche dalla composizione sociale di questi stessi lavoratori. Ovviamente, come in ogni attività economica, c’è tutto lo spettro delle relazioni sociali subordinate. Eppure i rider hanno una composizione sociale caratteristica: da un lato sono per lo più giovani studenti, che intendono il proprio lavoro come momentaneo, e volto ad arrotondare una condizione reddituale diversificata; dall’altra sono migranti, dall’altissima ricattabilità sociale e quindi dalla scarsa – ma in crescita – disponibilità alla sindacalizzazione. Il cottimo a cui è legato il rapporto di lavoro è sì strumento di sfruttamento, ma non riconosciuto come tale dalla maggior parte di una composizione che accetta lo scambio tra minori garanzie e maggiori guadagni. Le trasformazioni dell’offerta capitalistica potrebbero però cambiare l’attuale scenario.
La necessità, da parte delle aziende in questione e delle altre che nasceranno e si affermeranno, di sostenere un volume di ordini notevolmente superiore, imporrà loro di servirsi di una manodopera dequalificata e a basso costo che è poi il segreto della profittabilità di queste stesse aziende. Senza lavoro vivo e ripetitivo, nessuna valorizzazione. Ecco perché a un aumento degli ordini corrisponderà un aumento di lavoro: la digitalizzazione è un processo inarrestabile... salvo arrestarsi all’ultimo miglio, quello del lavoro manuale a basso valore aggiunto. Un lavoro che a quel punto non riguarderà più solo una platea ridotta e caratteristica, ma si generalizzerà, comprendendo tutti quei lavoratori fino ad oggi esclusi per diverse ragioni (la prima delle quali è che, come il raccoglitore di pomodori nel meridione, nessuno vuole davvero fare il rider, mansione che si lascia ai migranti “che ci rubano il lavoro”). La figura del rider, da avanguardia neo-servile attorno a cui sperimentare nuovi strumenti di controllo e produttività, potrebbe diventare una condizione generalizzata, completamente socializzata e sussunta dentro le normali relazioni lavorative.
Come detto, questo è un male. Ma anche un’opportunità di lotta. La scomparsa o riduzione di un paesaggio sociale urbano di bottegari e piccoli imprenditori e una loro “salarizzazione” in grandi aziende pienamente globalizzate non potrà non provocare un cambiamento anche nei rapporti di lavoro, nella loro disponibilità alla mobilitazione e alla sindacalizzazione. Tutto, ovviamente, “in potenza”: niente è dato in automatico, e nell’immediato non potrà che esserci un peggioramento generalizzato tanto delle condizioni di vita di chi lavora quanto di quelle di chi vive in quartieri che saranno ancor più gentrificati ed espropriati dal commercio locale, sostituito da un commercio transnazionale con opportune appendici locali. Ci si immaginava in un futuro à la Io, Robot, e invece stiamo ancora al Tallone di ferro di Jack London. Ovviamente un Jack London che, nel frattempo, ha visto Black Mirror, perché il nodo è sfruttamento + disciplinamento sociale.
Però, ci sembra, è dentro questo quadro – determinato dalla riorganizzazione della grande impresa monopolistica – che occorrerà ragionare e lottare. Un quadro che socializza la connessione tra online e just in time e la traduce in nuove forme di deprivazione tanto lavorativa quanto territoriale e abitativa. Hic rodus, hic salta.
Fonte
10/04/2020
Riaperture. Il blocco prosegue fino a maggio, con alcune deroghe
La scelta era se prolungare il blocco in tutto il paese fino al prossimo 26 aprile o prolungarlo oltre il ponte del Primo Maggio. Alla fine la decisione del governo sembra essersi orientata verso la seconda ipotesi.
Questa indicazione è emersa nel corso dell’incontro di ieri tra il presidente del consiglio Conte con le parti sociali. Cgil Cisl Uil al termine della videoconferenza hanno dichiarato che “il presidente del Consiglio ci ha confermato che, a oggi, non ci sono ancora le condizioni per far ripartire le attività sospese. Prima di tutto la salute dei lavoratori”. Più nel dettaglio, sebbene il premier a quanto sembra non abbia indicato una data per la riapertura, secondo diverse fonti il governo starebbe già lavorando a un nuovo Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri per estendere la serrata fino al 3 maggio.
Secondo il presidente del Consiglio Superiore di Sanità (Css), Franco Locatelli, “tutto quello che riguarderà la riaccensione delle attività produttive non essenziali andrà fatto con molta cautela per evitare una seconda ondata dell’epidemia”.
Nel frattempo si starebbe comunque valutando la possibilità di poche riaperture mirate, con un probabile alleggerimento del codice Ateco, soprattutto per quanto riguarda i settori collegati ad attività già operative e necessarie e una estensione ad altri settori. Potrebbero essere interessate librerie e cartolerie, produzione di macchine agricole, ceramica, commercio all’ingrosso di materiale per ferramenta, florovivaistica.
Su quest’ultimo punto ci sarebbe tra altro un’intesa tra la Confindustria e Cgil Cisl Uil, sulla volontà di “non creare polemiche sul tema” ossia nel mettere sulla graticola le imprese private che intendono riaprire e tornare a fare affari nonostante le autorità sanitarie sostengano che è troppo presto. Come noto due giorni fa le Confindustrie delle quattro regioni a maggiore vocazione manifatturiera, Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, avevano indirizzato al Governo una sorta di diktat con l’obiettivo del superamento blocco produttivo e dei criteri sui codici Ateco delle aziende da riaprire o non riaprire.
Dal lato dell’esecutivo il ministro degli Affari regionali, Boccia, ha rassicurato le imprese affermando che sulle riaperture “ci sarà una cabina di regia con all’interno tutti i rappresentanti delle Regioni, dell’Anci, della comunità scientifica e delle parti sociali”.
Per far tornare in attività imprese, aziende e studi professionali, le misure di sicurezza dovranno prevedere il minimo di affluenza negli uffici. Si dovrà continuare a privilegiare lo smart working, mentre per chi va in sede si dovranno prevedere turni alternati divisi per orario o fasce giornaliere. Su autobus e metropolitane i passeggeri dovranno viaggiare distanziati, quasi certamente a file alterne. I ristoranti, quando riapriranno, dovranno garantire due metri di distanza tra i tavoli per consentire il passaggio dei camerieri.
Gli spazi verdi e i parchi pubblici saranno invece aperti più in là nel tempo, per evitare il rischio di pic-nic e assembramenti. A lavorare ci si può andare, prendere un po' d’aria – anche distanziati – invece sarà ancora un miraggio.
Fonte
Questa indicazione è emersa nel corso dell’incontro di ieri tra il presidente del consiglio Conte con le parti sociali. Cgil Cisl Uil al termine della videoconferenza hanno dichiarato che “il presidente del Consiglio ci ha confermato che, a oggi, non ci sono ancora le condizioni per far ripartire le attività sospese. Prima di tutto la salute dei lavoratori”. Più nel dettaglio, sebbene il premier a quanto sembra non abbia indicato una data per la riapertura, secondo diverse fonti il governo starebbe già lavorando a un nuovo Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri per estendere la serrata fino al 3 maggio.
Secondo il presidente del Consiglio Superiore di Sanità (Css), Franco Locatelli, “tutto quello che riguarderà la riaccensione delle attività produttive non essenziali andrà fatto con molta cautela per evitare una seconda ondata dell’epidemia”.
Nel frattempo si starebbe comunque valutando la possibilità di poche riaperture mirate, con un probabile alleggerimento del codice Ateco, soprattutto per quanto riguarda i settori collegati ad attività già operative e necessarie e una estensione ad altri settori. Potrebbero essere interessate librerie e cartolerie, produzione di macchine agricole, ceramica, commercio all’ingrosso di materiale per ferramenta, florovivaistica.
Su quest’ultimo punto ci sarebbe tra altro un’intesa tra la Confindustria e Cgil Cisl Uil, sulla volontà di “non creare polemiche sul tema” ossia nel mettere sulla graticola le imprese private che intendono riaprire e tornare a fare affari nonostante le autorità sanitarie sostengano che è troppo presto. Come noto due giorni fa le Confindustrie delle quattro regioni a maggiore vocazione manifatturiera, Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, avevano indirizzato al Governo una sorta di diktat con l’obiettivo del superamento blocco produttivo e dei criteri sui codici Ateco delle aziende da riaprire o non riaprire.
Dal lato dell’esecutivo il ministro degli Affari regionali, Boccia, ha rassicurato le imprese affermando che sulle riaperture “ci sarà una cabina di regia con all’interno tutti i rappresentanti delle Regioni, dell’Anci, della comunità scientifica e delle parti sociali”.
Per far tornare in attività imprese, aziende e studi professionali, le misure di sicurezza dovranno prevedere il minimo di affluenza negli uffici. Si dovrà continuare a privilegiare lo smart working, mentre per chi va in sede si dovranno prevedere turni alternati divisi per orario o fasce giornaliere. Su autobus e metropolitane i passeggeri dovranno viaggiare distanziati, quasi certamente a file alterne. I ristoranti, quando riapriranno, dovranno garantire due metri di distanza tra i tavoli per consentire il passaggio dei camerieri.
Gli spazi verdi e i parchi pubblici saranno invece aperti più in là nel tempo, per evitare il rischio di pic-nic e assembramenti. A lavorare ci si può andare, prendere un po' d’aria – anche distanziati – invece sarà ancora un miraggio.
Fonte
04/04/2020
“Distanziamento” contro il Covid-19. Qual’è la misura giusta?
Qual è davvero la distanza di sicurezza tra le persone per non contagiarsi con il coronavirus?
Gli scienziati non sono concordi e continuamente vengono proposte “evidenze” che sono però recepite da altri. In questo caso, va da sé, l’incertezza degli scienziati diventa occasione per imprenditori rapaci e politici complici per cercare di “sveltire le procedure” di “ritorno alla normalità produttiva” – peraltro non molto intaccata, in particolare dal governo italiano – e quindi, obiettivamente, far risalire la curva dei contagi, dei morti e la durata dell’emergenza sanitaria.
Con ovvie e gravi ricadute sugli stessi tempi d’uscita dall’emergenza economica. Ma si sa, gli avidi non sempre sono buoni amministratori...
Bisogna però dire che questa incertezza sta virando, con il passare delle settimane, verso l’individuazione di un range più ampio di quello fin qui indicato.
Secondo l’infettivologo David Heymann, presidente di un gruppo di consulenti dell’Oms, per esempio, «L’Oms sta riaprendo la discussione esaminando le nuove prove per vedere se dovrebbe esserci un cambiamento nel modo in cui consiglia l’uso delle mascherine». Perché secondo alcuni studi il coronavirus viaggia nell’aria a distanze più ampie di quelle valutate finora.
Attualmente l’Oms raccomanda una distanza minima di almeno un metro e sottolinea che i malati o le persone che mostrano i sintomi della malattia dovrebbero indossare le mascherine. Il nuovo studio indica che le goccioline emesse con un colpo di tosse o uno starnuto possono raggiungere rispettivamente fino a sei e otto metri di distanza.
Se questi dati verranno confermati, ha commentato Heymann, «è possibile che indossare una mascherina sia altrettanto efficace o più efficace della distanza» interpersonale.
Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss, ormai volto noto per l’abituale presenza alla “conferenza stampa delle 18”, ha precisato che «In questo momento non abbiamo evidenze per dire che il virus circola nell’aria. I dati che abbiamo a livello epidemiologico internazionale ci dicono che le principali vie di trasmissione del virus largamente responsabili della sua trasmissione sono quelle per ‘droplet’ (goccioline) e quelle per contatto. Il contagio per via aerogena era stato ipotizzato e dimostrato in alcuni contesti particolari e in presenza di alcune procedure soprattutto in ambito sanitario. Dai dati della letteratura scientifica finora sappiamo dunque che queste due sono le principali modalità di trasmissione, poi valuteremo man mano che arriveranno nuovi dati».
Ma anche in Italia numerosi medici del lavoro – preoccupati per le condizioni in cui sono costretti a muoversi i lavoratori in molte aziende – mettono in discussione le “distanze di sicurezza” fin qui indicate dall’Iss.
A voi il documento che indica in dettaglio le loro osservazioni.
Premessa
Gli autori di questo testo sono medici ed igienisti del lavoro ben coscienti che l’approvvigionamento di DPI sia molto difficile e che rappresenti sicuramente un aspetto molto critico in questa emergenza.
Tuttavia ritengono opportuno fare alcune precisazioni che riguardano soprattutto il personale impegnato nelle strutture sanitarie ad ogni livello e la protezione della popolazione generale. Queste precisazioni hanno per oggetto unicamente le maschere di protezione respiratoria, argomento alquanto dibattuto oggigiorno e che riveste aspetti sicuramente prioritari, ma si tiene a ricordare che la protezione respiratoria rappresenta soltanto una parte della prevenzione dal contagio, che si attua mediante l’informazione, la formazione, altri dispositivi di protezione individuale e collettiva e l’ottemperanza di corrette procedure di lavoro.
I dati sui contagi e sui decessi del personale sanitario impegnato in prima persona nei luoghi di soccorso e di cura non sono altro che un tragico effetto della mancata attuazione di corrette misure di prevenzione.
Il virus e la sua trasmissione
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo.
I Coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!).
La trasmissione da un individuo ad un altro avviene attraverso micro goccioline (droplets e aerosols) che emaniamo durante la normale respirazione e parlando, ma che si moltiplicano nei colpi di tosse o con gli starnuti.
Per quanto tempo resta attivo un virus una volta espulso da una persona?
Una volta espulso dall’organismo il virus, se contenuto in aerosols, può rimanere sospeso per un tempo che può variare in funzione della dimensione delle particelle liquide o solide alle quali può essere adeso. Depositato su diverse tipologie di superfici ha una attività variabile a seconda del materiale che incontra, ma la durata della sua virulenza è ancora in fase di studio.
I vari studi che si sono susseguiti di recente hanno dimostrato al momento che il virus è in grado di permanere e sopravvivere sulle superfici sulle quali può depositarsi pertanto oggetti contaminati possono veicolare i virus per contatto. Il rischio di trasmissione diminuisce al passare delle ore, ma non si annulla completamente se non dopo qualche giorno.
La prevenzione dal contagio mediante maschere respiratorie
Le maschere protettive sono dei filtri che ostacolano le particelle presenti nell’aria prima di penetrare nell’apparato respiratorio. I filtri sono permeabili perché ovviamente devono consentire il passaggio dell’aria e sono realizzati con porosità diversa a seconda delle dimensioni delle particelle che devono trattenere. Tuttavia la trama dei filtri fa percorrere alle particelle un percorso tortuoso e la maggior parte di queste resta intrappolata non raggiungendo la bocca o le narici.
Riguardo alla protezione da questo coronavirus (SARS-CoV-2) il fatto che questi siano veicolati da micro goccioline rappresenta un vantaggio perché molti tessuti sono in grado di intrappolare l’acqua. Tutti conoscono il cotone chiamato “idrofilo” cioè affine all’acqua e la capacità dei tessuti di assorbire liquidi a base acquosa.
I dispositivi per la protezione respiratoria sono sostanzialmente costituiti dalle mascherine chirurgiche e dai respiratori con facciale filtrante (FFP 2,3). Le prime sono definibili come “presidi medici” ma non possono essere considerate “Dispositivi di Protezione Individuale” – (DPI) – come invece sono definiti i “respiratori con facciale filtrante”; come vedremo è una differenza sostanziale.
Le maschere respiratorie non possono essere utilizzate indiscriminatamente per la difesa da qualsiasi agente inquinante. Per la protezione dal SARS Covid 2 è necessario distinguere la protezione “passiva” da quella “attiva”.
Per protezione passiva si intende quella di cui ha necessità un individuo sano per difendersi dal contagio.
Per protezione attiva si intende quella che va applicata agli individui in grado di contagiare altri.
Le maschere (DPI) per le vie respiratorie sono sostanzialmente di quattro tipologie:
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, con valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto inferiore di quella del virus) garantisce una buona protezione passiva ma inefficace per una protezione attiva perché dalla valvola di esalazione esce l’aria espirata senza alcuna filtrazione. È più tollerata da chi la indossa perché la valvola di esalazione rende meno faticosa l’espirazione.
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, senza valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto di quella del virus) garantisce sia una buona protezione passiva che attiva. È meno tollerata da chi la indossa in quanto l’umidità dell’aria in espirazione riduce la porosità rendendo più faticosa l’espirazione stessa e quindi necessita di una sostituzione più frequente.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 con valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus e nessuna protezione attiva per la presenza della valvola di esalazione.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 senza valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus mentre garantisce una buona protezione attiva.
Mascherine chirurgiche
Le mascherine chirurgiche garantiscono una protezione passiva dal virus molto bassa per l’impossibilità di aderire perfettamente al volto ed inoltre perché quelle di scarsa qualità (prive di multistrato) hanno una porosità troppo elevata. Se di buona qualità e ben indossate potrebbero garantire invece una discreta protezione attiva per i soggetti contagiati o sospetti. Non sono adatte ad una protezione passiva di operatori di sanità che operano in reparti a rischio elevato di contagio. Indipendentemente dalla porosità e dall’efficienza dei filtri le maschere facciali filtranti (FFP2 e FFP3) presentano il problema dell’adesione al volto e se non ben strette mediante gli elastici o mal posizionate o con lo stringinaso non ben adattato, lasciano spazi vuoti da dove l’aria può passare senza attraversare il filtro rendendo praticamente inutile il dispositivo.
Quindi risulta determinante indossare correttamente la maschera evitando nella maniera più assoluta gli eventuali spazi tra il bordo ed il volto.
NB. È opportuno che gli uomini rinuncino a tenere la barba lunga durante questo periodo perchè un volto ben rasato consente una migliore adesione della maschera.
Sono altresì da evitare nella maniera più assoluta spostamenti temporanei della maschera sotto il mento, sul collo o sulla testa e non soltanto perché le vie aeree risulteranno non protette, ma perché lo spostamento può causare il contatto tra l’esterno della maschera, le labbra, il naso ed il volto consentendo un facile ingresso dei virus.
L’efficacia delle mascherine chirurgiche, come delle maschere FFP2 o FFP3, è condizionata dalla corretta modalità con la quale sono indossate, seguendo scrupolosamente le istruzioni.
Quale maschera e per chi?
Per gli addetti ai lavori
Gli operatori sanitari che frequentano ambienti ospedalieri o mezzi di soccorso e che risultano negativi al tampone devono indossare esclusivamente mascherine FFP3 con valvola di esalazione.
Il personale sanitario che ha avuto contatti diretti non protetti con persone già contagiate o con pazienti affetti da COVID-19 deve indossare maschere FFP3 senza valvola di esalazione.
Quanto sopra vale anche per il personale addetto alla assistenza di pazienti COVID-19 in ambienti extra-ospedalieri.
Per tutti coloro che si relazionano con il pubblico (forze dell’ordine, gestori di esercizi commerciali e commessi, autisti di mezzi pubblici, uffici aperti al pubblico) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
Per tutti i lavoratori delle filiere agroalimentari ed industriali (codici ATECO consentiti) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
LE UNICHE MASCHERE CHE PIÙ GARANTISCONO UNA PROTEZIONE PASSIVA SONO LE FFP3.
LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SONO IDONEE A GARANTIRE UNA ADEGUATA PROTEZIONE PASSIVA.
N.B.
Si rammenta che le protezioni respiratorie devono essere indossate prima di ogni altro indumento ed essere tolte come ultimo.
Per la popolazione generale
Tutti coloro che si recano in luoghi pubblici chiusi (ambulatori, negozi di generi alimentari, farmacie, uffici pubblici ecc.) dovranno indossare una mascherina chirurgica in funzione di protezione attiva, stante la crescente diffusione nella popolazione generale di soggetti potenzialmente contagiati o portatori sani.
Nei luoghi pubblici aperti (parchi, strade, piazze) le mascherine chirurgiche dovranno essere indossate ogniqualvolta sia necessario avvicinarsi a persone a meno di 2 metri. Non servono se si è da soli nelle brevi passeggiate all’aria aperta o se si è in macchina da soli. Si suggerisce che è più corretto tenere la maschera fissa che toglierla e rimetterla frequentemente.
26 marzo 2020
Alessia Angelini – Igienista del Lavoro
Pietro Gino Barbieri – Medico del Lavoro
Fabio Capacci – Medico del Lavoro
Francesco Carnevale – Medico del Lavoro
Fulvio Cavariani – Igienista del Lavoro
Orietta Sala – Igienista Ambientale e del Lavoro
Stefano Silvestri – Igienista del Lavoro
Fonte
Gli scienziati non sono concordi e continuamente vengono proposte “evidenze” che sono però recepite da altri. In questo caso, va da sé, l’incertezza degli scienziati diventa occasione per imprenditori rapaci e politici complici per cercare di “sveltire le procedure” di “ritorno alla normalità produttiva” – peraltro non molto intaccata, in particolare dal governo italiano – e quindi, obiettivamente, far risalire la curva dei contagi, dei morti e la durata dell’emergenza sanitaria.
Con ovvie e gravi ricadute sugli stessi tempi d’uscita dall’emergenza economica. Ma si sa, gli avidi non sempre sono buoni amministratori...
Bisogna però dire che questa incertezza sta virando, con il passare delle settimane, verso l’individuazione di un range più ampio di quello fin qui indicato.
Secondo l’infettivologo David Heymann, presidente di un gruppo di consulenti dell’Oms, per esempio, «L’Oms sta riaprendo la discussione esaminando le nuove prove per vedere se dovrebbe esserci un cambiamento nel modo in cui consiglia l’uso delle mascherine». Perché secondo alcuni studi il coronavirus viaggia nell’aria a distanze più ampie di quelle valutate finora.
Attualmente l’Oms raccomanda una distanza minima di almeno un metro e sottolinea che i malati o le persone che mostrano i sintomi della malattia dovrebbero indossare le mascherine. Il nuovo studio indica che le goccioline emesse con un colpo di tosse o uno starnuto possono raggiungere rispettivamente fino a sei e otto metri di distanza.
Se questi dati verranno confermati, ha commentato Heymann, «è possibile che indossare una mascherina sia altrettanto efficace o più efficace della distanza» interpersonale.
Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss, ormai volto noto per l’abituale presenza alla “conferenza stampa delle 18”, ha precisato che «In questo momento non abbiamo evidenze per dire che il virus circola nell’aria. I dati che abbiamo a livello epidemiologico internazionale ci dicono che le principali vie di trasmissione del virus largamente responsabili della sua trasmissione sono quelle per ‘droplet’ (goccioline) e quelle per contatto. Il contagio per via aerogena era stato ipotizzato e dimostrato in alcuni contesti particolari e in presenza di alcune procedure soprattutto in ambito sanitario. Dai dati della letteratura scientifica finora sappiamo dunque che queste due sono le principali modalità di trasmissione, poi valuteremo man mano che arriveranno nuovi dati».
Ma anche in Italia numerosi medici del lavoro – preoccupati per le condizioni in cui sono costretti a muoversi i lavoratori in molte aziende – mettono in discussione le “distanze di sicurezza” fin qui indicate dall’Iss.
A voi il documento che indica in dettaglio le loro osservazioni.
*****
La protezione respiratoria contro il virus Ssars- CoV-2
Premessa
Gli autori di questo testo sono medici ed igienisti del lavoro ben coscienti che l’approvvigionamento di DPI sia molto difficile e che rappresenti sicuramente un aspetto molto critico in questa emergenza.
Tuttavia ritengono opportuno fare alcune precisazioni che riguardano soprattutto il personale impegnato nelle strutture sanitarie ad ogni livello e la protezione della popolazione generale. Queste precisazioni hanno per oggetto unicamente le maschere di protezione respiratoria, argomento alquanto dibattuto oggigiorno e che riveste aspetti sicuramente prioritari, ma si tiene a ricordare che la protezione respiratoria rappresenta soltanto una parte della prevenzione dal contagio, che si attua mediante l’informazione, la formazione, altri dispositivi di protezione individuale e collettiva e l’ottemperanza di corrette procedure di lavoro.
I dati sui contagi e sui decessi del personale sanitario impegnato in prima persona nei luoghi di soccorso e di cura non sono altro che un tragico effetto della mancata attuazione di corrette misure di prevenzione.
Il virus e la sua trasmissione
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo.
I Coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!).
La trasmissione da un individuo ad un altro avviene attraverso micro goccioline (droplets e aerosols) che emaniamo durante la normale respirazione e parlando, ma che si moltiplicano nei colpi di tosse o con gli starnuti.
Per quanto tempo resta attivo un virus una volta espulso da una persona?
Una volta espulso dall’organismo il virus, se contenuto in aerosols, può rimanere sospeso per un tempo che può variare in funzione della dimensione delle particelle liquide o solide alle quali può essere adeso. Depositato su diverse tipologie di superfici ha una attività variabile a seconda del materiale che incontra, ma la durata della sua virulenza è ancora in fase di studio.
I vari studi che si sono susseguiti di recente hanno dimostrato al momento che il virus è in grado di permanere e sopravvivere sulle superfici sulle quali può depositarsi pertanto oggetti contaminati possono veicolare i virus per contatto. Il rischio di trasmissione diminuisce al passare delle ore, ma non si annulla completamente se non dopo qualche giorno.
La prevenzione dal contagio mediante maschere respiratorie
Le maschere protettive sono dei filtri che ostacolano le particelle presenti nell’aria prima di penetrare nell’apparato respiratorio. I filtri sono permeabili perché ovviamente devono consentire il passaggio dell’aria e sono realizzati con porosità diversa a seconda delle dimensioni delle particelle che devono trattenere. Tuttavia la trama dei filtri fa percorrere alle particelle un percorso tortuoso e la maggior parte di queste resta intrappolata non raggiungendo la bocca o le narici.
Riguardo alla protezione da questo coronavirus (SARS-CoV-2) il fatto che questi siano veicolati da micro goccioline rappresenta un vantaggio perché molti tessuti sono in grado di intrappolare l’acqua. Tutti conoscono il cotone chiamato “idrofilo” cioè affine all’acqua e la capacità dei tessuti di assorbire liquidi a base acquosa.
I dispositivi per la protezione respiratoria sono sostanzialmente costituiti dalle mascherine chirurgiche e dai respiratori con facciale filtrante (FFP 2,3). Le prime sono definibili come “presidi medici” ma non possono essere considerate “Dispositivi di Protezione Individuale” – (DPI) – come invece sono definiti i “respiratori con facciale filtrante”; come vedremo è una differenza sostanziale.
Le maschere respiratorie non possono essere utilizzate indiscriminatamente per la difesa da qualsiasi agente inquinante. Per la protezione dal SARS Covid 2 è necessario distinguere la protezione “passiva” da quella “attiva”.
Per protezione passiva si intende quella di cui ha necessità un individuo sano per difendersi dal contagio.
Per protezione attiva si intende quella che va applicata agli individui in grado di contagiare altri.
Le maschere (DPI) per le vie respiratorie sono sostanzialmente di quattro tipologie:
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, con valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto inferiore di quella del virus) garantisce una buona protezione passiva ma inefficace per una protezione attiva perché dalla valvola di esalazione esce l’aria espirata senza alcuna filtrazione. È più tollerata da chi la indossa perché la valvola di esalazione rende meno faticosa l’espirazione.
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, senza valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto di quella del virus) garantisce sia una buona protezione passiva che attiva. È meno tollerata da chi la indossa in quanto l’umidità dell’aria in espirazione riduce la porosità rendendo più faticosa l’espirazione stessa e quindi necessita di una sostituzione più frequente.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 con valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus e nessuna protezione attiva per la presenza della valvola di esalazione.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 senza valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus mentre garantisce una buona protezione attiva.
Mascherine chirurgiche
Le mascherine chirurgiche garantiscono una protezione passiva dal virus molto bassa per l’impossibilità di aderire perfettamente al volto ed inoltre perché quelle di scarsa qualità (prive di multistrato) hanno una porosità troppo elevata. Se di buona qualità e ben indossate potrebbero garantire invece una discreta protezione attiva per i soggetti contagiati o sospetti. Non sono adatte ad una protezione passiva di operatori di sanità che operano in reparti a rischio elevato di contagio. Indipendentemente dalla porosità e dall’efficienza dei filtri le maschere facciali filtranti (FFP2 e FFP3) presentano il problema dell’adesione al volto e se non ben strette mediante gli elastici o mal posizionate o con lo stringinaso non ben adattato, lasciano spazi vuoti da dove l’aria può passare senza attraversare il filtro rendendo praticamente inutile il dispositivo.
Quindi risulta determinante indossare correttamente la maschera evitando nella maniera più assoluta gli eventuali spazi tra il bordo ed il volto.
NB. È opportuno che gli uomini rinuncino a tenere la barba lunga durante questo periodo perchè un volto ben rasato consente una migliore adesione della maschera.
Sono altresì da evitare nella maniera più assoluta spostamenti temporanei della maschera sotto il mento, sul collo o sulla testa e non soltanto perché le vie aeree risulteranno non protette, ma perché lo spostamento può causare il contatto tra l’esterno della maschera, le labbra, il naso ed il volto consentendo un facile ingresso dei virus.
L’efficacia delle mascherine chirurgiche, come delle maschere FFP2 o FFP3, è condizionata dalla corretta modalità con la quale sono indossate, seguendo scrupolosamente le istruzioni.
Quale maschera e per chi?
Per gli addetti ai lavori
Gli operatori sanitari che frequentano ambienti ospedalieri o mezzi di soccorso e che risultano negativi al tampone devono indossare esclusivamente mascherine FFP3 con valvola di esalazione.
Il personale sanitario che ha avuto contatti diretti non protetti con persone già contagiate o con pazienti affetti da COVID-19 deve indossare maschere FFP3 senza valvola di esalazione.
Quanto sopra vale anche per il personale addetto alla assistenza di pazienti COVID-19 in ambienti extra-ospedalieri.
Per tutti coloro che si relazionano con il pubblico (forze dell’ordine, gestori di esercizi commerciali e commessi, autisti di mezzi pubblici, uffici aperti al pubblico) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
Per tutti i lavoratori delle filiere agroalimentari ed industriali (codici ATECO consentiti) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
LE UNICHE MASCHERE CHE PIÙ GARANTISCONO UNA PROTEZIONE PASSIVA SONO LE FFP3.
LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SONO IDONEE A GARANTIRE UNA ADEGUATA PROTEZIONE PASSIVA.
N.B.
Si rammenta che le protezioni respiratorie devono essere indossate prima di ogni altro indumento ed essere tolte come ultimo.
Per la popolazione generale
Tutti coloro che si recano in luoghi pubblici chiusi (ambulatori, negozi di generi alimentari, farmacie, uffici pubblici ecc.) dovranno indossare una mascherina chirurgica in funzione di protezione attiva, stante la crescente diffusione nella popolazione generale di soggetti potenzialmente contagiati o portatori sani.
Nei luoghi pubblici aperti (parchi, strade, piazze) le mascherine chirurgiche dovranno essere indossate ogniqualvolta sia necessario avvicinarsi a persone a meno di 2 metri. Non servono se si è da soli nelle brevi passeggiate all’aria aperta o se si è in macchina da soli. Si suggerisce che è più corretto tenere la maschera fissa che toglierla e rimetterla frequentemente.
26 marzo 2020
Alessia Angelini – Igienista del Lavoro
Pietro Gino Barbieri – Medico del Lavoro
Fabio Capacci – Medico del Lavoro
Francesco Carnevale – Medico del Lavoro
Fulvio Cavariani – Igienista del Lavoro
Orietta Sala – Igienista Ambientale e del Lavoro
Stefano Silvestri – Igienista del Lavoro
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