È tristemente indimenticabile la dichiarazione con cui Letizia Moratti, appena insediatasi all’assessorato al welfare della Lombardia, aveva chiesto che i vaccini fossero inviati alle regioni in proporzione al loro PIL.
Dopo il fallimento di tale folle proposta a livello nazionale, la regione Lombardia ha deciso di far da sé. Ha concluso un accordo con Confindustria e Confapi per la somministrazione dei vaccini nelle aziende, che inizierà con i rifornimenti di aprile. In pratica, i vaccini saranno dirottati sui canali aziendali e quindi sottratti agli anziani e ai soggetti a maggior rischio per vaccinare, invece, chi è in produzione.
L’accordo è stato annunciato in una conferenza stampa con la partecipazione del gongolante presidente della Confindustria lombarda Bonometti, colui che l’anno scorso, per tenere aperte le fabbriche delle valli bergamasche, contribuì a creare una strage.
L’accordo tra Regione e industriali garantirà il rilancio del PIL poiché le aziende potranno lavorare a pieno ritmo, mentre gli anziani e i fragili potranno restare a casa dove sono rinchiusi da un anno senza alcun aiuto né sostegno. Oppure uscire, ammalarsi e morire, facendo così anche risparmiare i soldi della loro pensione.
La corrotta e incapace giunta lombarda raggiunge livelli di cinismo e di disumanità che non avremmo voluto essere costretti a vedere. Qualunque idea di solidarietà sociale è stata ribaltata, un trentenne in buona salute potrà essere vaccinato, perché produttivo, prima di un settantenne con malattie che lo mettono a rischio.
Peraltro, la campagna vaccinale in Lombardia avanza a rilento e senza alcun vero piano. Non sono ancora terminate le vaccinazioni del personale sanitario, sono lentissime quelle degli ultraottantenni, appena iniziate, con poche unità, quelle dei lavoratori della scuola.
Gli ultraottantenni, in particolare, sono stati vaccinati solo per il 18% e al ritmo attuale non si potrà terminare la loro vaccinazioni prima di fine maggio. A causa dell’incapacità a gestire le vaccinazioni, la regione sta stringendo accordi con ospedali e cliniche private, che “collaboreranno” grazie a lauti compensi (30 euro circa a somministrazione).
Infine, la Regione ha dovuto cambiare il sistema informatico di prenotazione, che ha fatto impazzire più di un vaccinando, con prenotazioni che saltavano, non si registravano, con l’invio di perentori messaggi a novantenni per presentarsi urgentemente a chilometri dalla loro abitazione, salvo poi smentire il tutto pochi minuti dopo.
Altri cittadini sono stati chiamati alla vaccinazione usando il fascicolo sanitario personale, destinato a conservare i risultati di visite e analisi e che quindi nessuno consulta tutti i giorni, ma solo quando attende il risultato di accertamenti sanitari. Quindi vaccinazione saltata.
Ieri mattina, ad Antegnate, comune di una zona particolarmente a rischio, tutto era pronto per vaccinare mille persone, ma quasi nessuno si è presentato, semplicemente perché non sono stati inviati i messaggi di convocazione. In compenso, un buco nel sistema ha consentito a persone che non ne avevano diritto di effettuare la vaccinazione prenotandosi attraverso il link apposito che circolava persino nelle chat whatsapp dei ragazzi della parrocchietta.
Quante persone abbiano potuto in questo modo vaccinarsi anche se non facenti parte delle categorie che ne avevano diritto, non si può evidentemente sapere. Ora la Regione ha deciso di dismettere l’attuale sistema di prenotazioni per utilizzarne un secondo, fornito dalle Poste, ma ci vorranno tre settimane per la sua messa a punto. Ciò ha poco rilievo, visto che d’ora in poi, in Lombardia, chi è “produttivo” sarà vaccinato sul posto di lavoro e per gli altri invece la vaccinazione sarà rimandata a tempi migliori.
Tutto ciò in una situazione drammatica nel bresciano, ma anche nei dintorni di Milano. Il capoluogo è ormai circondato da comuni in grave difficoltà e se il contagio dovesse sfondare a Milano sarebbe la catastrofe con altre decine di migliaia di morti.
La gestione della Sanità in Lombardia è già responsabile di 30.000 morti che in gran parte potevano essere evitate, di quante altre si macchierà in futuro la giunta Fontana-Moratti?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2020
“In Lombardia non si poteva fermare la produzione”. In Lombardia si poteva solo crepare
di Sandro Moiso
Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, pp. 242, 15 euro
“...eh, ma io in questo momento rifornisco la Jaguar” (Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia)
“Abbiamo anche minacciato di fermare la produzione, certo. È l’unica arma che abbiamo. Loro si sono sentiti ricattati, noi abbiamo detto «ricattati è poco, possiamo fare anche di peggio»” (Operaio della Dalmine – Gruppo Tenaris)
Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel saggio-reportage della giornalista di origini bergamasche Francesca Nava, appena pubblicato dagli Editori Laterza. Un saggio imprescindibile per tutti coloro che vogliano parlare o discutere, a ragion veduta, dell’inferno pandemico scatenatosi a partire dalla Val Seriana alla fine di febbraio di quest’anno.
Un inferno sanitario e sociale che più ancora che nel virus, classificato per semplicità come Covid-19, affonda le sue radici in un autentica infamia economica, politica e istituzionale generalizzata, nei confronti della quale, nel corso degli ultimi mesi, si sono mossi i parenti delle vittime raccolti nel Comitato Noi denunceremo. Verità e giustizia per le vittime da Covid-19. Infamia che sta alle spalle anche di una gestione opaca sia dei provvedimenti che dell’informazione riguardanti la pandemia.
Un’opacità che, in questi giorni di ripresa, altamente prevedibile, dei contagi, ancora caratterizza tutti gli atti e le notizie che riguardano una situazione sociale e sanitaria destinata a peggiorare nel corso dell’autunno-inverno (così come l’epidemia di influenza “spagnola” avrebbe dovuto insegnare ai soloni della scienza, dell’informazione e della politica istituzionale). Una linea d’ombra determinata dalla necessità strumentale, soprattutto economica e politica, di non diffondere il panico che già tanto ha contato fin da gennaio qui in Italia e che ancora sembra essere l’unica autentica strategia, insieme all’uso della forza pubblica e dell’esercito, di mantenimento dell’ordine produttivo. A qualsiasi costo.
Ordine produttivo che fin dagli ultimi giorni di febbraio, in Val Seriana e nella bergamasca, è diventato il vero ed unico fattore di determinazione delle scelte sanitarie e sociali che avrebbero dovuto essere prese. Sia dal governo regionale sia da quello nazionale. Ed è proprio in questa dipendenza delle decisioni politiche dalla volontà imprenditoriale, che ha finito coll’accomunare le scelte dei rappresentanti della Lega e del Centrodestra a quelle dei partiti e del governo di area giallo-rossa, che l’autrice affonda il rasoio del suo ragionamento e della sua implacabile ricostruzione dei fatti.
Nel sottolineare, a più riprese, come la sanità pubblica lombarda sia stata fatta letteralmente a pezzi da due riforme «improvvide, illegittime e di dubbia costituzionalità, quella del 1997 di Roberto Formigoni e l’altra di Roberto Maroni del 2015»1, Francesca Nava non dimentica mai di rammentare al lettore come lo spettacolo del rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e governo regionale sulla gestione della pandemia, così come si è sviluppato anche davanti alla Procura di Bergamo che indaga sulle stesse, sia del tutto funzionale alle politiche effettivamente adottate e dettate quasi esclusivamente dalla voce del padrone.
Padrone che assume le fattezze precise della Confindustria lombarda e del suo rappresentante più importante, il presidente Marco Bonometti, che fin dai primi giorni (quelli che si sarebbero rivelati poi fatali per la diffusione dell’epidemia) si rivelò sintonizzato soltanto «sul fatto che, se l’Italia si fosse fermata e altri paesi gli avessero fottuto le commesse, lui avrebbe avuto un danno irreparabile»2.
In piena ottemperanza al suggerimento-ordine, il 29 febbraio, un sabato, a Bergamo:
Economia di mercato e salute sia pubblica che ambientale, non possono coesistere: questo ci insegnano indirettamente le parole spesso pacate, talvolta accese ma comunque mai prive di forza della brava e coraggiosa giornalista bergamasca. E oggi, mentre è ancora in pieno ritorno una pandemia che non se n’è mai andata da una struttura economico-produttiva e sociale che non ha mai realmente chiuso nessuna attività pericolosa, mentre i mezzi pubblici viaggiano stracarichi di lavoratori e studenti e si finge che il virus si diffonda dall’interno delle famiglie e non dal suo esterno e dal contesto lavorativo6, mentre le scuole non riescono a garantire un minimo di sicurezza mantenendo attive le macchinette distributrici di bevande e panini (autentici supermarket virali) e mentre il presidente di Confindustria Bonomi (imprenditore attivo proprio nel settore biomedicale) rivendica un salto di paradigma ad ulteriore beneficio delle aziende e del capitale privato, anche noi dobbiamo perseguire un altro tipo di salto di paradigma. Quello che gli operai che si sono rivoltati alla Dalmine, nelle fabbriche lombarde e piemontesi per fermarle prima del Dpcm truffa del 22/23 marzo oppure i difensori dei territori e della salute dei movimenti NoTav hanno già iniziato a indicare da tempo. La fine di un’ingiustizia che è la fonte di tutte le ingiustizie: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del dominio del capitale sulle risorse, l’ambiente e la salute. Un dominio che, come indica ancora il testo qui recensito, ha ormai compromesso gravemente anche l’indipendenza della scienza e della ricerca.
Grazie dunque a Francesca Nava che, pur con la necessaria obiettività professionale, ha saputo fornirci ulteriori armi e istruzioni per la comune battaglia che ci attende.
Note:
1) Intervista a Vittorio Carreri in F. Nava, Il focolaio, p. 161. Carreri nella stessa intervista riporta poi ancora questo esempio pratico: «Nell’Ats di Bergamo ora c’è questa situazione: il direttore del dipartimento si è infettato ed è a casa, a gestirlo con la funzione di direttore di tutte le attività legate alla pandemia virale è arrivato un veterinario. Ma le pare possibile? Un veterinario! Allora vuol dire che, oltre che dimezzata, la prevenzione a Bergamo e non solo a Bergamo è quasi annientata» in F. Nava, op. cit. p. 163
2) F. Nava, op. cit. p.58
3) op. cit. p. 66
4) per le due citazioni si veda F. Nava, p. 67
5) op. cit. pp. 22-23
6) Lombardia. La diffusione è trainata dai luoghi di lavoro, la Repubblica, 4 ottobre 2020, p. 3
Fonte
Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, pp. 242, 15 euro
“...eh, ma io in questo momento rifornisco la Jaguar” (Marco Bonometti, Presidente di Confindustria Lombardia)
“Abbiamo anche minacciato di fermare la produzione, certo. È l’unica arma che abbiamo. Loro si sono sentiti ricattati, noi abbiamo detto «ricattati è poco, possiamo fare anche di peggio»” (Operaio della Dalmine – Gruppo Tenaris)
Il titolo scelto per questa recensione è tratto dalla frase che chiude, come un macigno, il penultimo capitolo del bel saggio-reportage della giornalista di origini bergamasche Francesca Nava, appena pubblicato dagli Editori Laterza. Un saggio imprescindibile per tutti coloro che vogliano parlare o discutere, a ragion veduta, dell’inferno pandemico scatenatosi a partire dalla Val Seriana alla fine di febbraio di quest’anno.
Un inferno sanitario e sociale che più ancora che nel virus, classificato per semplicità come Covid-19, affonda le sue radici in un autentica infamia economica, politica e istituzionale generalizzata, nei confronti della quale, nel corso degli ultimi mesi, si sono mossi i parenti delle vittime raccolti nel Comitato Noi denunceremo. Verità e giustizia per le vittime da Covid-19. Infamia che sta alle spalle anche di una gestione opaca sia dei provvedimenti che dell’informazione riguardanti la pandemia.
Un’opacità che, in questi giorni di ripresa, altamente prevedibile, dei contagi, ancora caratterizza tutti gli atti e le notizie che riguardano una situazione sociale e sanitaria destinata a peggiorare nel corso dell’autunno-inverno (così come l’epidemia di influenza “spagnola” avrebbe dovuto insegnare ai soloni della scienza, dell’informazione e della politica istituzionale). Una linea d’ombra determinata dalla necessità strumentale, soprattutto economica e politica, di non diffondere il panico che già tanto ha contato fin da gennaio qui in Italia e che ancora sembra essere l’unica autentica strategia, insieme all’uso della forza pubblica e dell’esercito, di mantenimento dell’ordine produttivo. A qualsiasi costo.
Ordine produttivo che fin dagli ultimi giorni di febbraio, in Val Seriana e nella bergamasca, è diventato il vero ed unico fattore di determinazione delle scelte sanitarie e sociali che avrebbero dovuto essere prese. Sia dal governo regionale sia da quello nazionale. Ed è proprio in questa dipendenza delle decisioni politiche dalla volontà imprenditoriale, che ha finito coll’accomunare le scelte dei rappresentanti della Lega e del Centrodestra a quelle dei partiti e del governo di area giallo-rossa, che l’autrice affonda il rasoio del suo ragionamento e della sua implacabile ricostruzione dei fatti.
Nel sottolineare, a più riprese, come la sanità pubblica lombarda sia stata fatta letteralmente a pezzi da due riforme «improvvide, illegittime e di dubbia costituzionalità, quella del 1997 di Roberto Formigoni e l’altra di Roberto Maroni del 2015»1, Francesca Nava non dimentica mai di rammentare al lettore come lo spettacolo del rimpallo di responsabilità tra governo nazionale e governo regionale sulla gestione della pandemia, così come si è sviluppato anche davanti alla Procura di Bergamo che indaga sulle stesse, sia del tutto funzionale alle politiche effettivamente adottate e dettate quasi esclusivamente dalla voce del padrone.
Padrone che assume le fattezze precise della Confindustria lombarda e del suo rappresentante più importante, il presidente Marco Bonometti, che fin dai primi giorni (quelli che si sarebbero rivelati poi fatali per la diffusione dell’epidemia) si rivelò sintonizzato soltanto «sul fatto che, se l’Italia si fosse fermata e altri paesi gli avessero fottuto le commesse, lui avrebbe avuto un danno irreparabile»2.
A capo di Confindustria Lombardia dal novembre del 2017, Bonometti è presidente e amministratore delegato delle Officine Meccaniche Rezzatesi (Omr): colosso delle componenti per auto, con 3.600 dipendenti, sedici stabilimenti nel mondo e quasi 800 milioni di fatturato l’anno. La sua società, con oltre cent’anni di storia alle spalle e a capitale privato posseduto al 100% dalla famiglia Bonometti, vanta nella lista dei clienti le principali case automobilistiche, con la Ferrari come fiore all’occhiello. Nella città-contea cinese dello Huixian, a oltre 600 chilometri di distanza dal focolaio epidemico del coronavirus, si trova Omr China Automotive Components, lo stabilimento verticalizzato (dagli impianti di fusione del rottame al pezzo finito) […] specializzato nella produzione di assali e componenti per mezzi speciali che occupa oltre 600 dipendenti. Alla fine gennaio l’Omr fa rientrare dalla Cina dieci suoi lavoratori: tra questi ci sono cittadini italiani, tedeschi e cinesi. Vengono messi tutti in quarantena3.Il 28 febbraio, nel corso di un’intervista radiofonica, Bonometti dichiara: «Bisogna rimediare cercando di abbassare i toni e far capire all’opinione pubblica che la situazione si sta normalizzando. Giustamente si son prese delle misure drastiche prima, ma oggi bisogna gestire la situazione in modo diverso. Bisogna far capire che la gente può ritornare a vivere come prima, salvaguardando sempre il problema della salute». Il giorno seguente, 29 febbraio parla anche di “danno di immagine” con una eventuale zona rossa che «crea danni economici anche alle altre aziende»4.
In piena ottemperanza al suggerimento-ordine, il 29 febbraio, un sabato, a Bergamo:
Il sindaco Giorgio Gori invita i bergamaschi ad andare in città e a fare shopping. Chiunque può viaggiare sui mezzi pubblici dell’Atb al prezzo scontato di uneuro e cinquanta; il biglietto è valido per tutto il week-end. Bar, ristoranti, negozi sono aperti e il Sentierone – la via pedonale del centro, la via dello struscio – pullula di gente. Sono i giorni indimenticabili dello slogan «Bergamo non si ferma», degli aperitivi milanesi tra il sindaco Sala e il governatore del Lazio Zingaretti, i giorni degli spot di Confindustria, che rassicura fornitori e clienti che «il rischio di infezione in Italia è basso» e che le aziende continueranno a produrre e lavorare come sempre. L’influenza da Covid sembra relegata nella zona rossa del Lodigiano e del comune veneto di Vo’ Euganeo. Eppure, già da una settimana, si è sviluppato un pericoloso focolaio in Val Seriana, che ha anche investito la città di Bergamo. All’ospedale Papa Giovanni XXIII continuano ad arrivare ambulanze cariche di pazienti in crisi respiratoria provenienti proprio dall’ospedale di Alzano Lombardo, dove tutto è iniziato il 23 febbraio5.Se Netflix, o qualsiasi altro canale televisivo o casa di produzione, vorrà mai realizzare una serie thriller oppure horror-politica, la sceneggiatura è già pronta, servita sulle pagine di un testo informato, appassionato e di facile lettura, in cui nulla e nessuno viene dimenticato. Tanto meno le vittime. Che sono tante, troppe: pensionati, medici, infermieri, operai, autotrasportatori, quasi tutte di età compresa tra i quaranta e gli ottanta anni. Seimila nella sola provincia di Bergamo. Una strage annunciata che soltanto l’apriori economico, la sete di profitto ed una politica diretta soltanto dalla ‘necessità’ dall’accaparramento privato della ricchezza socialmente prodotta ha infine causato.
Economia di mercato e salute sia pubblica che ambientale, non possono coesistere: questo ci insegnano indirettamente le parole spesso pacate, talvolta accese ma comunque mai prive di forza della brava e coraggiosa giornalista bergamasca. E oggi, mentre è ancora in pieno ritorno una pandemia che non se n’è mai andata da una struttura economico-produttiva e sociale che non ha mai realmente chiuso nessuna attività pericolosa, mentre i mezzi pubblici viaggiano stracarichi di lavoratori e studenti e si finge che il virus si diffonda dall’interno delle famiglie e non dal suo esterno e dal contesto lavorativo6, mentre le scuole non riescono a garantire un minimo di sicurezza mantenendo attive le macchinette distributrici di bevande e panini (autentici supermarket virali) e mentre il presidente di Confindustria Bonomi (imprenditore attivo proprio nel settore biomedicale) rivendica un salto di paradigma ad ulteriore beneficio delle aziende e del capitale privato, anche noi dobbiamo perseguire un altro tipo di salto di paradigma. Quello che gli operai che si sono rivoltati alla Dalmine, nelle fabbriche lombarde e piemontesi per fermarle prima del Dpcm truffa del 22/23 marzo oppure i difensori dei territori e della salute dei movimenti NoTav hanno già iniziato a indicare da tempo. La fine di un’ingiustizia che è la fonte di tutte le ingiustizie: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e del dominio del capitale sulle risorse, l’ambiente e la salute. Un dominio che, come indica ancora il testo qui recensito, ha ormai compromesso gravemente anche l’indipendenza della scienza e della ricerca.
Grazie dunque a Francesca Nava che, pur con la necessaria obiettività professionale, ha saputo fornirci ulteriori armi e istruzioni per la comune battaglia che ci attende.
Note:
1) Intervista a Vittorio Carreri in F. Nava, Il focolaio, p. 161. Carreri nella stessa intervista riporta poi ancora questo esempio pratico: «Nell’Ats di Bergamo ora c’è questa situazione: il direttore del dipartimento si è infettato ed è a casa, a gestirlo con la funzione di direttore di tutte le attività legate alla pandemia virale è arrivato un veterinario. Ma le pare possibile? Un veterinario! Allora vuol dire che, oltre che dimezzata, la prevenzione a Bergamo e non solo a Bergamo è quasi annientata» in F. Nava, op. cit. p. 163
2) F. Nava, op. cit. p.58
3) op. cit. p. 66
4) per le due citazioni si veda F. Nava, p. 67
5) op. cit. pp. 22-23
6) Lombardia. La diffusione è trainata dai luoghi di lavoro, la Repubblica, 4 ottobre 2020, p. 3
Fonte
12/10/2020
Prove di lockdown, ma senza disturbare le imprese...
Ci risiamo. In tutti i sensi. L’esperienza non serve a niente, non si accumula, non induce a rettifiche sostanziali. Gli interessi economici prevalgono su tutto.
La crescita rapida dei contagiati da Covid-19, con il pesante corollario di ricoverati e morti, spinge obbligatoriamente il governo – tutti i governi del mondo, tranne quelli che hanno dato le risposte giuste, ossia quelle che funzionano – a “fare qualcosa”. O a far vedere di star facendo qualcosa...
L’ultimo Dpcm di Giuseppe Conte può essere descritto come un lungo catalogo di divieti che servono a ben poco. Non “completamente inutili”, diciamo, ma chiaramente diretti contro i comportamenti individuali nel tempo libero. Come se il virus si trasmettesse solo quando non siamo o non stiamo andando al lavoro...
Vediamole un attimo:
Quanto potranno incidere sulla diffusione del contagio? Virologi ed epidemiologi seri (prendiamo ad esempio i prof. Galli e Crisanti) sorridono alla domanda, perché “gli assembramenti” possibili in una società sviluppata come la nostra sono decine di più. Ma andare ad incidere su quelli intorno alla produzione o alla logistica è vietato, perché “il Paese non si può permettere un nuovo lockdown”.
Ne consegue, come logica, che ci dobbiamo obbligatoriamente contagiare, prima o poi, visto che i possibili vaccini non arriveranno – come disponibilità universale – che a 2021 avanzato (più vicino alla fine che non all’inizio dell’anno). Se tutto va bene...
In tutto l’Occidente capitalistico, fin dall’inizio, la parola d’ordine è stata “salvare l’economia”, a costo di contare i morti a decine o centinaia di migliaia (negli Usa sono vicini ai 220.000, per ora). E fin dall’inizio era evidente che in questo modo non si sarebbe certamente ottenuto l’obbiettivo di “tutelare la salute” delle popolazioni, ma neanche quello di “salvare l’economia”.
A lavorare ci vanno infatti gli esseri umani e la diffusione del contagio, l’esplosione dei sintomi e i ricoveri in ospedale – come dire – “limitano fortemente” la possibilità di lavorare. Quando alcuni comparti si bloccano, per forza di cose, rallentano o si fermano anche quelli collegati. Ma “i padroni” ragionano sempre come singoli (tranne quando devono combattere il movimento operaio), e non vedono le connessioni.
Il diktat che ha favorito la diffusione del virus in tutta Italia era scattato già nei giorni del panico generalizzato, quando gli ospedali straripavano di ricoverati e i camion militari dovevano portare centinaia di bare verso i cimiteri.
Marco Bonometti, presidente fascista di Assolombarda, tra i grandi sponsor del neo presidente di Confindustria, Bonomi, lo ha rivendicato senza vergogna nel pieno della catastrofe.
Mentre molte testate pubblicavano foto e video di luoghi di lavoro “assembrati”, bus e metropolitane intasate all’ora di andare e tornare dal lavoro, Bonometti diceva che “Il vero errore è stato quello di lasciare che la gente andasse in giro, andasse nei bar, nei ristoranti, nelle discoteche.”
Eccolo lì il “discorso” che deve esser fatto passare (tanto, i grandi giornali e le tv sono di proprietà di una membro di Confindustria...). Per evitare piccoli lockdown, in zone limitate ma con presenza di “grandi interessi privati”, si è lasciato sciamare il virus. E poi si è stati costretti a lockdown nazionali, più duri, invasivi, economicamente disastrosi per tutti.
E questa è ancora oggi la linea dei governi neoliberisti, tutti. È permesso qualsiasi “assembramento” finalizzato alla produzione, è tendenzialmente vietato ogni comportamento similare se fatto nel tempo libero.
Criminalizzare gli individui nei loro spazi di libertà e proteggere accuratamente le imprese. Per quanto la propaganda di regime si applichi nel gestire queste “linee guida”, è fin troppo evidente che le varie “misure” prese dai governi non hanno affatto la possibilità di “contenere il contagio”.
Chiudere i bar dopo le 23 (o le 21, o le 19 o chiuderli del tutto) mentre ci si pigia a migliaia su bus, metropolitane, treni pendolari sa chiaramente di presa per i fondelli. E qui si crea anche il “brodo di coltura” per negazionisti imbecilli e “scettici” paraculi, della serie “inutile fare alcun contrasto all’epidemia, muoia chi deve morire ma mandiamo avanti la produzione”.
A completare il quadro criminale c’è pur sempre lo stato comatoso cui viene intenzionalmente ridotta la sanità pubblica. Passati i giorni della retorica, con la beatificazione degli “eroi” che morivano a grappoli per garantire assistenza anche a mani nude, si è ricominciato come prima e peggio di prima. Facendo di tutto per favorire la sanità privata.
Mentre le strutture pubbliche esplodono di richieste di tamponi (tutte le città vedono code chilometriche di auto in attesa ai drive in), quelle private sparano cifre mostruose (92 euro, in Lombardia) per effettuarli immediatamente.
Speculare sulla salute e la paura è criminale, ma è la prima cosa che viene in mente a chi pensa solo al profitto. Che diriga un’azienda o faccia “politica” locale, fa poca differenza. Lo dimostrano ancora una volta i fascioleghisti-berlusconiani alla guida della regione Lombardia, che sono riusciti nell’invidiabile impresa di acquistare in ritardo i normali vaccini antinfluenzali, far vincere la gara all’impresa produttrice di un vaccino non certificato dall’Aifa e pagarlo cinque volte il prezzo normale...
In sintesi, sette mesi dopo, siamo sempre alla manifestazione della stessa politica criminale: di fronte al dilemma di ogni pandemia – “il Pil o la vita” – i governi liberisti rispondo in coro “viva il Pil!”.
Il problema è che sono criminali senza cervello, perché facendo dilagare l’epidemia – alla fin fine – si blocca anche l’economia. Per più tempo, in misura maggiore, con più danni.
Cosa bisognerebbe fare? Lo abbiamo detto dall’inizio, ascoltando gli scienziati più seri: fare vere zone rosse (stile Wuhan, per intenderci) là dove si registrano focolai, e lasciar funzionare il resto del paese, pronti ad isolare rapidamente i contagiati. E tacitando gli industriali.
Ma andava fatto dall’inizio...
La differenza si vede, si sente, si tocca. Dalla Cina in questi giorni sono arrivate immagini e video con milioni di persone durante la settimana di ferie per l’anniversario della Rivoluzione, “assembrandosi” come solo un popolo di 1,4 miliardi di persone può fare.
Ma senza virus, battuto e tenuto sotto stretta osservazione (solo 21 casi, due giorni fa, tutti di “importazione”).
Fonte
La crescita rapida dei contagiati da Covid-19, con il pesante corollario di ricoverati e morti, spinge obbligatoriamente il governo – tutti i governi del mondo, tranne quelli che hanno dato le risposte giuste, ossia quelle che funzionano – a “fare qualcosa”. O a far vedere di star facendo qualcosa...
L’ultimo Dpcm di Giuseppe Conte può essere descritto come un lungo catalogo di divieti che servono a ben poco. Non “completamente inutili”, diciamo, ma chiaramente diretti contro i comportamenti individuali nel tempo libero. Come se il virus si trasmettesse solo quando non siamo o non stiamo andando al lavoro...
Vediamole un attimo:
a) In tutti i luoghi pubblici o aperti al pubblico è prescritto l’uso della mascherina, salvo i casi di comprovata impossibilità per particolari soggetti.Allo studio, come da indiscrezioni rilasciate ai giornali, altre limitazioni dello stesso genere, riguardanti i locali pubblici, i cinema, ecc.
b) Nei luoghi privati il titolare, sia che trattasi di abitazioni familiari o sedi associative, può consentire l’accesso ad un massimo di dieci persone diverse dal proprio nucleo familiare risultante dall’anagrafe comunale.
c) Sono sospese le attività sportive che comportino contatto fisico, fatta eccezione per quelle che prevedano la contemporanea presenza di non più di sei soggetti nel campo da gioco. Sono escluse dalla presente disposizione le attività ricreative in centri sociali, comunità di recupero e di accoglienza.
d) Consentito svolgere individualmente attività motoria purché comunque nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona, salvo sia convivente;
e) Gli studi professionali devono consentire la presenza di non più di una persona per ogni stanza, incentivando il ricorso allo smart working. Il ricevimento della clientela deve avvenire o con modalità telematiche o attraverso una barriera che non consenta il contatto. La stanza in cui avviene il ricevimento deve essere igienizzata dopo ogni accesso.
f) I matrimoni possono essere svolti con la sola presenza dei soggetti che devono intervenire secondo le norme dello stato Civile alla celebrazione e non più di dieci invitati. La mancata osservanza della disposizione determina l’invalidità del matrimonio stesso.
Quanto potranno incidere sulla diffusione del contagio? Virologi ed epidemiologi seri (prendiamo ad esempio i prof. Galli e Crisanti) sorridono alla domanda, perché “gli assembramenti” possibili in una società sviluppata come la nostra sono decine di più. Ma andare ad incidere su quelli intorno alla produzione o alla logistica è vietato, perché “il Paese non si può permettere un nuovo lockdown”.
Ne consegue, come logica, che ci dobbiamo obbligatoriamente contagiare, prima o poi, visto che i possibili vaccini non arriveranno – come disponibilità universale – che a 2021 avanzato (più vicino alla fine che non all’inizio dell’anno). Se tutto va bene...
In tutto l’Occidente capitalistico, fin dall’inizio, la parola d’ordine è stata “salvare l’economia”, a costo di contare i morti a decine o centinaia di migliaia (negli Usa sono vicini ai 220.000, per ora). E fin dall’inizio era evidente che in questo modo non si sarebbe certamente ottenuto l’obbiettivo di “tutelare la salute” delle popolazioni, ma neanche quello di “salvare l’economia”.
A lavorare ci vanno infatti gli esseri umani e la diffusione del contagio, l’esplosione dei sintomi e i ricoveri in ospedale – come dire – “limitano fortemente” la possibilità di lavorare. Quando alcuni comparti si bloccano, per forza di cose, rallentano o si fermano anche quelli collegati. Ma “i padroni” ragionano sempre come singoli (tranne quando devono combattere il movimento operaio), e non vedono le connessioni.
Il diktat che ha favorito la diffusione del virus in tutta Italia era scattato già nei giorni del panico generalizzato, quando gli ospedali straripavano di ricoverati e i camion militari dovevano portare centinaia di bare verso i cimiteri.
Marco Bonometti, presidente fascista di Assolombarda, tra i grandi sponsor del neo presidente di Confindustria, Bonomi, lo ha rivendicato senza vergogna nel pieno della catastrofe.
Mentre molte testate pubblicavano foto e video di luoghi di lavoro “assembrati”, bus e metropolitane intasate all’ora di andare e tornare dal lavoro, Bonometti diceva che “Il vero errore è stato quello di lasciare che la gente andasse in giro, andasse nei bar, nei ristoranti, nelle discoteche.”
Eccolo lì il “discorso” che deve esser fatto passare (tanto, i grandi giornali e le tv sono di proprietà di una membro di Confindustria...). Per evitare piccoli lockdown, in zone limitate ma con presenza di “grandi interessi privati”, si è lasciato sciamare il virus. E poi si è stati costretti a lockdown nazionali, più duri, invasivi, economicamente disastrosi per tutti.
E questa è ancora oggi la linea dei governi neoliberisti, tutti. È permesso qualsiasi “assembramento” finalizzato alla produzione, è tendenzialmente vietato ogni comportamento similare se fatto nel tempo libero.
Criminalizzare gli individui nei loro spazi di libertà e proteggere accuratamente le imprese. Per quanto la propaganda di regime si applichi nel gestire queste “linee guida”, è fin troppo evidente che le varie “misure” prese dai governi non hanno affatto la possibilità di “contenere il contagio”.
Chiudere i bar dopo le 23 (o le 21, o le 19 o chiuderli del tutto) mentre ci si pigia a migliaia su bus, metropolitane, treni pendolari sa chiaramente di presa per i fondelli. E qui si crea anche il “brodo di coltura” per negazionisti imbecilli e “scettici” paraculi, della serie “inutile fare alcun contrasto all’epidemia, muoia chi deve morire ma mandiamo avanti la produzione”.
A completare il quadro criminale c’è pur sempre lo stato comatoso cui viene intenzionalmente ridotta la sanità pubblica. Passati i giorni della retorica, con la beatificazione degli “eroi” che morivano a grappoli per garantire assistenza anche a mani nude, si è ricominciato come prima e peggio di prima. Facendo di tutto per favorire la sanità privata.
Mentre le strutture pubbliche esplodono di richieste di tamponi (tutte le città vedono code chilometriche di auto in attesa ai drive in), quelle private sparano cifre mostruose (92 euro, in Lombardia) per effettuarli immediatamente.
Speculare sulla salute e la paura è criminale, ma è la prima cosa che viene in mente a chi pensa solo al profitto. Che diriga un’azienda o faccia “politica” locale, fa poca differenza. Lo dimostrano ancora una volta i fascioleghisti-berlusconiani alla guida della regione Lombardia, che sono riusciti nell’invidiabile impresa di acquistare in ritardo i normali vaccini antinfluenzali, far vincere la gara all’impresa produttrice di un vaccino non certificato dall’Aifa e pagarlo cinque volte il prezzo normale...
In sintesi, sette mesi dopo, siamo sempre alla manifestazione della stessa politica criminale: di fronte al dilemma di ogni pandemia – “il Pil o la vita” – i governi liberisti rispondo in coro “viva il Pil!”.
Il problema è che sono criminali senza cervello, perché facendo dilagare l’epidemia – alla fin fine – si blocca anche l’economia. Per più tempo, in misura maggiore, con più danni.
Cosa bisognerebbe fare? Lo abbiamo detto dall’inizio, ascoltando gli scienziati più seri: fare vere zone rosse (stile Wuhan, per intenderci) là dove si registrano focolai, e lasciar funzionare il resto del paese, pronti ad isolare rapidamente i contagiati. E tacitando gli industriali.
Ma andava fatto dall’inizio...
La differenza si vede, si sente, si tocca. Dalla Cina in questi giorni sono arrivate immagini e video con milioni di persone durante la settimana di ferie per l’anniversario della Rivoluzione, “assembrandosi” come solo un popolo di 1,4 miliardi di persone può fare.
Ma senza virus, battuto e tenuto sotto stretta osservazione (solo 21 casi, due giorni fa, tutti di “importazione”).
Fonte
15/07/2020
Bonometti, il nostalgico del duce, vuole abolire i contratti
Se si percorre l’account Facebook di Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, non si trova solo le pubblicità delle sue case di cura e della sua azienda metalmeccanica, inframmezzate ad eventi sportivi.
Non si incontrano solo le condivisioni dei post di Lara Comi, la parlamentare di Forza Italia, per la quale Bonometti è indagato dalla magistratura per finanziamento illecito.
Se si arriva al 26 aprile 2019 si vede come l’industriale bresciano abbia celebrato la Liberazione: ricordando “le vittime dei partigiani rossi”. Perché Marco Bonometti, a Brescia, era notoriamente conosciuto come fascista, con i busti di Mussolini negli uffici e con le messe del 28 aprile in suffragio del dittatore, alle quali gli organizzatori accreditavano la presenza assidua di “importanti imprenditori”.
Del resto a Brescia c’è stato un bel gruppo di padroni fascisti, che avevano le loro radici negli affari imprenditoriali con i nazisti e la repubblica di Salò e che negli anni Settanta furono finanziatori e sostenitori di organizzazioni neofasciste, anche implicate nella strage di piazza Loggia.
Successivamente le cose sono in parte cambiate, ma evidentemente qualcosa è rimasto. D’altra parte l’AIB, l’associazione degli industriali bresciani, non ha mai espresso pregiudiziali antifasciste, solo lo Statuto dei diritti dei lavoratori le ha sempre fatto orrore.
Così non c’è da stupirsi se Marco Bonometti sia diventato presidente di quell’associazione e poi da lì sia salito al vertice della Confindustria Lombardia. Da quella posizione è poi divenuto grande elettore di Bonomi, che peraltro non ha certo sentito problemi politici nel sostegno di Bonometti. Il quale però, o per consigli o per propria scelta, ora pare si proclami renziano, evidentemente considerando questa la collocazione meno faticosa per un padrone fascista.
Il presidente di Confindustria Lombardia ha dato prova di sé quando, durante il dilagare della pandemia, si è vantato di aver impedito le zone rosse a Bergamo e a Brescia e ha definito come irresponsabili gli scioperi dei lavoratori per la salute e la vita propria e delle proprie famiglie.
Oggi egli esprime quella “energia creativa degli imprenditori”, che secondo Bonomi dovrebbe ricevere dal governo tutti i soldi pubblici. Quegli imprenditori che più sono barbari, più sono esaltati da Salvini e che secondo il piddino Del Rio sarebbero i veri eroi della ripresa, altro che medici ed infermieri.
Ora questo “eroe creativo” ha chiesto di abolire i contratti nazionali e il decreto dignità e poi vorrebbe un’altra valanga di flessibilità, fermandosi, per ora, solo sulla soglia del ritorno ufficiale alla schiavitù; ma nessun commentatore ufficiale ha ricordato le sue simpatie fasciste. Del resto il bocconiano Bonomi, manager colto e senza fabbrica, aveva già proclamato le stesse rivendicazioni, ricevendo gli elogi bipartisan del palazzo e della grande stampa.
Come si sa, da più di trent’anni ogni distruzione di diritti dei lavoratori viene concordemente presentata come modernità e progresso. E guai a criticare quei padroni e quelle leggi che hanno trasformato il rapporto di lavoro in un sistema oppressivo, lesivo della libertà e della dignità. Chi oggi osi esprimere questi giudizi, viene subito tacciato di propagandare vecchie ideologie superate.
E invece è proprio il nostalgico Bonometti che propone di tornare al 1925, quando il suo idolo Mussolini sciolse i sindacati e le commissioni interne, vietò la libera contrattazione sindacale, impose ai lavoratori l’obbligo di iscriversi ai sindacati fascisti, dei quali facevano parte anche i padroni. E infatti il padrone bresciano chiede al governo di intervenire contro i contratti, esattamente come fece il duce.
Altro che uscire migliori dal Covid, Bonometti è un fascista che fa il padrone e oggi interpreta perfettamente una padronato fallimentare, che si prepara ai licenziamenti di massa e spera di recuperare affari e profitti facendo tornare il fascismo nelle fabbriche.
Fonte
Non si incontrano solo le condivisioni dei post di Lara Comi, la parlamentare di Forza Italia, per la quale Bonometti è indagato dalla magistratura per finanziamento illecito.
Se si arriva al 26 aprile 2019 si vede come l’industriale bresciano abbia celebrato la Liberazione: ricordando “le vittime dei partigiani rossi”. Perché Marco Bonometti, a Brescia, era notoriamente conosciuto come fascista, con i busti di Mussolini negli uffici e con le messe del 28 aprile in suffragio del dittatore, alle quali gli organizzatori accreditavano la presenza assidua di “importanti imprenditori”.
Del resto a Brescia c’è stato un bel gruppo di padroni fascisti, che avevano le loro radici negli affari imprenditoriali con i nazisti e la repubblica di Salò e che negli anni Settanta furono finanziatori e sostenitori di organizzazioni neofasciste, anche implicate nella strage di piazza Loggia.
Successivamente le cose sono in parte cambiate, ma evidentemente qualcosa è rimasto. D’altra parte l’AIB, l’associazione degli industriali bresciani, non ha mai espresso pregiudiziali antifasciste, solo lo Statuto dei diritti dei lavoratori le ha sempre fatto orrore.
Così non c’è da stupirsi se Marco Bonometti sia diventato presidente di quell’associazione e poi da lì sia salito al vertice della Confindustria Lombardia. Da quella posizione è poi divenuto grande elettore di Bonomi, che peraltro non ha certo sentito problemi politici nel sostegno di Bonometti. Il quale però, o per consigli o per propria scelta, ora pare si proclami renziano, evidentemente considerando questa la collocazione meno faticosa per un padrone fascista.
Il presidente di Confindustria Lombardia ha dato prova di sé quando, durante il dilagare della pandemia, si è vantato di aver impedito le zone rosse a Bergamo e a Brescia e ha definito come irresponsabili gli scioperi dei lavoratori per la salute e la vita propria e delle proprie famiglie.
Oggi egli esprime quella “energia creativa degli imprenditori”, che secondo Bonomi dovrebbe ricevere dal governo tutti i soldi pubblici. Quegli imprenditori che più sono barbari, più sono esaltati da Salvini e che secondo il piddino Del Rio sarebbero i veri eroi della ripresa, altro che medici ed infermieri.
Ora questo “eroe creativo” ha chiesto di abolire i contratti nazionali e il decreto dignità e poi vorrebbe un’altra valanga di flessibilità, fermandosi, per ora, solo sulla soglia del ritorno ufficiale alla schiavitù; ma nessun commentatore ufficiale ha ricordato le sue simpatie fasciste. Del resto il bocconiano Bonomi, manager colto e senza fabbrica, aveva già proclamato le stesse rivendicazioni, ricevendo gli elogi bipartisan del palazzo e della grande stampa.
Come si sa, da più di trent’anni ogni distruzione di diritti dei lavoratori viene concordemente presentata come modernità e progresso. E guai a criticare quei padroni e quelle leggi che hanno trasformato il rapporto di lavoro in un sistema oppressivo, lesivo della libertà e della dignità. Chi oggi osi esprimere questi giudizi, viene subito tacciato di propagandare vecchie ideologie superate.
E invece è proprio il nostalgico Bonometti che propone di tornare al 1925, quando il suo idolo Mussolini sciolse i sindacati e le commissioni interne, vietò la libera contrattazione sindacale, impose ai lavoratori l’obbligo di iscriversi ai sindacati fascisti, dei quali facevano parte anche i padroni. E infatti il padrone bresciano chiede al governo di intervenire contro i contratti, esattamente come fece il duce.
Altro che uscire migliori dal Covid, Bonometti è un fascista che fa il padrone e oggi interpreta perfettamente una padronato fallimentare, che si prepara ai licenziamenti di massa e spera di recuperare affari e profitti facendo tornare il fascismo nelle fabbriche.
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