Volkswagen, il gigante dell’auto che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell’industria europea, è in una crisi profondissima. In linea con quanto promosso dal riarmo e dalla difesa europei, che mettono d’accordo tutte le principali forze politiche del continente, la casa automobilistica starebbe valutando le opportunità offerte dalla transizione all’economia di guerra, per evitare la chiusura dello storico stabilimento di Osnabrück, in Bassa Sassonia.
In questo caso particolare, la società di Wolfsburg starebbe pensando di trasformarsi in parte integrante della filiera dello stato genocida di Israele. Le strutture di Osnabrück potrebbero essere convertite alla produzione di componenti per l’Iron Dome, il celebre sistema di difesa aerea israeliano, che sta vivendo un palese fallimento nell’aggressione condotta da Tel Aviv e Washington contro l’Iran.
Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Volkswagen sarebbe in trattativa avanzata con la Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda israeliana che ha sviluppato la “Cupola di Ferro”. L’intesa con Rafael rappresenterebbe la svolta per salvare i 2.300 dipendenti dello stabilimento tedesco al centro della trattativa.
Gli impianti di Osnabrück attraversano da tempo una fase di incertezza. Con la produzione attuale destinata a esaurirsi nel 2027 e i profitti del gruppo erosi dalla spietata concorrenza dei veicoli elettrici cinesi, i suoi lavoratori sono a rischio licenziamento, aggravando una crisi industriale che sta segnando anche la crisi politica della classe dirigente tedesca.
“L’obiettivo è di salvarli tutti, forse anche di espandere” il numero dei dipendenti, ha rivelato il Financial Times citando una fonte anonima. Se l’accordo dovesse andare in porto, la riconversione potrebbe essere completata in un arco di tempo compreso tra i 12 e i 18 mesi, richiedendo investimenti relativamente contenuti per adattare le linee di montaggio esistenti.
L’impegno tedesco non dovrebbe prevedere la fabbricazione dei missili intercettori, ma si concentrerebbe sui camion pesanti per il trasporto, i lanciatori e i generatori di energia necessari al funzionamento delle batterie dell’Iron Dome. L’ambizione dei due partner non si ferma alla fornitura per Israele: Volkswagen e Rafael punterebbero a commercializzare congiuntamente questi sistemi di difesa aerea anche in altri paesi europei, cavalcando l’ondata di riarmo lanciata da Bruxelles.
Il progetto godrebbe del parere favorevole del governo tedesco, che vede di buon occhio il rafforzamento dell’industria della difesa nazionale e il mantenimento dei livelli occupazionali in un settore strategico. Già nel 2025, Rheinmetall aveva mostrato interesse per il sito di Osnabrück, ma l’affare era sfumato in attesa di ordini certi per i carri armati.
Il caso Volkswagen-Rafael è l’esempio più eclatante della tendenza che sta ridisegnando l’industria manifatturiera europea. Di fronte alla crisi dell’automotive e alla necessità di bilanci in attivo, la difesa è l’unica risposta pensata dai vertici europei, in uno scivolamento verso una transizione bellica che è diventato il terreno su cui Bruxelles vuole giocarsi un posto tra i grandi attori globali.
Vogliono vendere l’imperialismo e la guerra promettendo posti di lavoro, in un ricatto che rischia di gettarci in una nuova guerra mondiale, in cui un pilastro, ancora una volta, sarebbe il sostegno ai promotori di un genocidio. L’attualità della resistenza è evidente.
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18/03/2026
Larijani è morto, la guerra all'Iran continua
Ci sono volute 12 ore perché tutte le agenzie mediorientali, al contrario di quelle occidentali, dessero la notizia dell’uccisione del capo della sicurezza, Ali Larijani, e del comandante delle forze Basij, Gholamreza Soleimani.
Tutte avevano atteso che fosse l’Iran a confermare o meno la “rivendicazione omicida” fatta in mattinata dallo psyco-killer nominato ministro della difesa di Tel Aviv, Israel Katz. Tra le ragioni del ritardo, probabilmente, anche le verifiche sui possibili “buchi” nella sicurezza che avevano permesso la localizzazione delle abitazioni in cui si trovavano, ovviamente diverse dalle proprie residenze ufficiali.
In questi giorni in Iran si susseguono gli arresti con l’accusa di spionaggio a favore di Israele o della Cia. I media di casa nostra li incasellano come “repressione del regime”, ma sembra chiaro che non si può contemporaneamente plaudire all’efficienza della macchina spionistica del Mossad e contemporaneamente escludere che per lo meno una parte degli arresti non comprenda proprio degli “informatori”.
Per di più, sono stati sequestrati centinaia di dispositivi satellitari Starlink, che possono essere usati sia per la normale navigazione internet dopo la parziale chiusura delle reti nazionali con l’inizio della guerra, sia per segnalare informazioni “riservate”.
L’uccisione dei due dirigenti è sicuramente un colpo serio ai vertici iraniani, ma come spiegano decine di analisti la “strategia della decapitazione” non funziona nei confronti dell’assetto istituzionale di Tehran come funzionerebbe sui vertici di un paese occidentale. In questa insistenza a colpire i vertici, insomma, sembra agire anche un bias cognitivo profondamente errato – la “razionalità condivisa” – come se tutti i soggetti del mondo adottassero esattamente gli stessi modelli di funzionamento.
Il che è ovviamente falso, altrimenti – per esempio – in India le mucche sarebbero allevate per il latte e la carne, invece di essere lasciate libere senza “produrre” un ritorno economico. Il “pensiero unico” è insomma suprematista già al momento di essere concepito...
D’altro canto non è che la “strategia della decapitazione” fosse ignota, visto che Israele e in parte anche gli Usa la applicano da decenni. E infatti ben prima di essere colpiti i vertici iraniani si era strutturati prevedendo almeno quattro sostituti per ogni posizione di responsabilità. Insomma, si può certo far male e danneggiare seriamente qualsiasi rete di comando, ma se quella è organizzata in modo differente dalle “nostre” – “a mosaico”, invece che “verticale” – gli effetti sulla funzionalità dell’insieme sono molto minori.
Il ministro degli esteri Araghci, in una intervista ad Al Jazeera, lo ribadisce con forza. L’uccisione del segretario del Consiglio supremo per la sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, non destabilizza il sistema politico iraniano. “Non capisco perché americani e israeliani non abbiano ancora compreso questo punto: la Repubblica Islamica dell’Iran ha una solida struttura politica con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate. La presenza o l’assenza di un singolo individuo non intacca questa struttura”.
Larijani era considerato un politico pragmatico ed esperto, capace di aprire canali di negoziazione. Aveva guidato i colloqui sul nucleare prima dello scoppio della guerra. Gli analisti ritengono che la decisione di Israele di eliminarlo possa mirare a chiudere le vie diplomatiche per porre fine al conflitto.
E infatti la reazione di Teheran non solo non si è fatta attendere, ma ha dimostrato un’efficacia per nulla diminuita rispetto ai giorni precedenti. In Israele, in particolare, gli attacchi missilistici e con droni, verso almeno 100 obbiettivi diversi, hanno provocato due morti e quasi 200 feriti nell’arco delle 24 ore. Ma anche polemiche sul “ritardo” con cui ormai suonano le sirene d’allarme rispetto al momento di arrivo dei missili. E si ammette che molti radar sono stati messi fuori uso nei primi giorni di guerra – sia nei paesi del Golfo, quindi lungo il percorso, sia nella stessa Israele – e che ormai il sistema di intercettazione scarseggia di munizioni.
La guerra, semmai, sembra segnare un’intensificazione un po’ su tutti i fronti. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie comunica di aver colpito Tel Aviv con missili a testata multipla, colpendo oltre 100 obiettivi, causando interruzioni di corrente e provocando vittime, in segno di vendetta per la morte di Ali Larijani e di altri combattenti.
Un analista militare del sito web israeliano “Walla” conferma che circa 4.000 coloni sono stati evacuati dalle loro “case” e trasferiti in alberghi, a seguito del lancio di missili e proiettili da parte sia dell’Iran che della Resistenza islamica in Libano. Un’altra fonte della sicurezza ha confermato al sito web che hanno già aperto 25 hotel e stanno collaborando con 26 autorità locali per ospitare l’enorme numero di “sfollati”.
Il tutto mentre l’Idf impegna addirittura tre divisioni per tentare di avanzare nel Libano meridionale. Almeno sei persone sono rimaste uccise nei raid aerei su Beirut e decine ferite.
Zeina Khodr, corrispondente di Al Jazeera a Beirut, ha riferito che intensi attacchi israeliani hanno colpito diverse regioni del Libano, compreso il centro di Beirut, durante la notte. Parlando da davanti a un edificio di 15 piani colpito in uno degli attentati, Khodr ha affermato che i piani inferiori erano stati presi di mira una settimana prima. Nelle prime ore del mattino, tuttavia, la struttura è stata completamente demolita; l’esercito israeliano ha affermato che Hezbollah vi aveva nascosto del denaro contante...
Un drone ha colpito l’ambasciata USA a Baghdad nelle prime ore della notte. «Un drone ha colpito direttamente l’ambasciata», ha riferito un funzionario della sicurezza, senza specificare se ci siano stati danni. Solo ieri un altro attacco con droni e razzi aveva colpito l’ambasciata statunitense nella capitale irachena.
Da segnalare i primi tentativi statunitensi di risolvere da soli la “seccatura” rappresentata dal blocco selettivo dello Stretto di Hormuz (passano solo le navi di paesi amici o neutrali). L’esercito statunitense ha dichiarato di aver colpito siti missilistici iraniani vicino alla strategica via d’acqua con alcune delle bombe più potenti dell’arsenale americano.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver lanciato diverse bombe a penetrazione profonda da 5.000 libbre (circa 2.268 chilogrammi) contro postazioni missilistiche iraniane fortificate lungo la costa iraniana vicino allo Stretto. Incerti però i risultati (anche se ovviamente parlano di “successo”), perché quel tratto di costa è montagnoso e presenta infiniti nascondigli naturali “robusti”.
In aggiornamento
L’Iran avverte: evacuate residenti e dipendenti degli impianti petroliferi in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati
La televisione di stato iraniana ha diffuso un avviso in cui si raccomandava l’evacuazione di residenti e dipendenti da alcuni impianti petroliferi in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’avviso includeva nello specifico, secondo le mappe, il complesso petrolchimico di Jubail e la raffineria SAMREF in Arabia Saudita, il giacimento di gas di Al Hosn negli Emirati Arabi Uniti.
In Qatar, l’Iran ha emesso avvisi alla raffineria di Ras Laffan, al complesso petrolchimico e alla società Mesaieed. Alcuni giorni prima, il quartier generale di Khatam al-Anbiya in Iran aveva avvertito che, in caso di attacco alle infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche della Repubblica islamica, tutte le infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti a compagnie petrolifere della regione che detengono partecipazioni americane o collaborano con gli Stati Uniti sarebbero state immediatamente distrutte e ridotte in cenere.
Ciò è avvenuto dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avevano distrutto “obiettivi militari” sull’isola di Kharg, che è il principale snodo petrolifero dell’Iran e un terminale di esportazione per circa il 90% delle spedizioni di petrolio iraniano.
Tutte avevano atteso che fosse l’Iran a confermare o meno la “rivendicazione omicida” fatta in mattinata dallo psyco-killer nominato ministro della difesa di Tel Aviv, Israel Katz. Tra le ragioni del ritardo, probabilmente, anche le verifiche sui possibili “buchi” nella sicurezza che avevano permesso la localizzazione delle abitazioni in cui si trovavano, ovviamente diverse dalle proprie residenze ufficiali.
In questi giorni in Iran si susseguono gli arresti con l’accusa di spionaggio a favore di Israele o della Cia. I media di casa nostra li incasellano come “repressione del regime”, ma sembra chiaro che non si può contemporaneamente plaudire all’efficienza della macchina spionistica del Mossad e contemporaneamente escludere che per lo meno una parte degli arresti non comprenda proprio degli “informatori”.
Per di più, sono stati sequestrati centinaia di dispositivi satellitari Starlink, che possono essere usati sia per la normale navigazione internet dopo la parziale chiusura delle reti nazionali con l’inizio della guerra, sia per segnalare informazioni “riservate”.
L’uccisione dei due dirigenti è sicuramente un colpo serio ai vertici iraniani, ma come spiegano decine di analisti la “strategia della decapitazione” non funziona nei confronti dell’assetto istituzionale di Tehran come funzionerebbe sui vertici di un paese occidentale. In questa insistenza a colpire i vertici, insomma, sembra agire anche un bias cognitivo profondamente errato – la “razionalità condivisa” – come se tutti i soggetti del mondo adottassero esattamente gli stessi modelli di funzionamento.
Il che è ovviamente falso, altrimenti – per esempio – in India le mucche sarebbero allevate per il latte e la carne, invece di essere lasciate libere senza “produrre” un ritorno economico. Il “pensiero unico” è insomma suprematista già al momento di essere concepito...
D’altro canto non è che la “strategia della decapitazione” fosse ignota, visto che Israele e in parte anche gli Usa la applicano da decenni. E infatti ben prima di essere colpiti i vertici iraniani si era strutturati prevedendo almeno quattro sostituti per ogni posizione di responsabilità. Insomma, si può certo far male e danneggiare seriamente qualsiasi rete di comando, ma se quella è organizzata in modo differente dalle “nostre” – “a mosaico”, invece che “verticale” – gli effetti sulla funzionalità dell’insieme sono molto minori.
Il ministro degli esteri Araghci, in una intervista ad Al Jazeera, lo ribadisce con forza. L’uccisione del segretario del Consiglio supremo per la sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, non destabilizza il sistema politico iraniano. “Non capisco perché americani e israeliani non abbiano ancora compreso questo punto: la Repubblica Islamica dell’Iran ha una solida struttura politica con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate. La presenza o l’assenza di un singolo individuo non intacca questa struttura”.
Larijani era considerato un politico pragmatico ed esperto, capace di aprire canali di negoziazione. Aveva guidato i colloqui sul nucleare prima dello scoppio della guerra. Gli analisti ritengono che la decisione di Israele di eliminarlo possa mirare a chiudere le vie diplomatiche per porre fine al conflitto.
E infatti la reazione di Teheran non solo non si è fatta attendere, ma ha dimostrato un’efficacia per nulla diminuita rispetto ai giorni precedenti. In Israele, in particolare, gli attacchi missilistici e con droni, verso almeno 100 obbiettivi diversi, hanno provocato due morti e quasi 200 feriti nell’arco delle 24 ore. Ma anche polemiche sul “ritardo” con cui ormai suonano le sirene d’allarme rispetto al momento di arrivo dei missili. E si ammette che molti radar sono stati messi fuori uso nei primi giorni di guerra – sia nei paesi del Golfo, quindi lungo il percorso, sia nella stessa Israele – e che ormai il sistema di intercettazione scarseggia di munizioni.
La guerra, semmai, sembra segnare un’intensificazione un po’ su tutti i fronti. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie comunica di aver colpito Tel Aviv con missili a testata multipla, colpendo oltre 100 obiettivi, causando interruzioni di corrente e provocando vittime, in segno di vendetta per la morte di Ali Larijani e di altri combattenti.
Un analista militare del sito web israeliano “Walla” conferma che circa 4.000 coloni sono stati evacuati dalle loro “case” e trasferiti in alberghi, a seguito del lancio di missili e proiettili da parte sia dell’Iran che della Resistenza islamica in Libano. Un’altra fonte della sicurezza ha confermato al sito web che hanno già aperto 25 hotel e stanno collaborando con 26 autorità locali per ospitare l’enorme numero di “sfollati”.
Il tutto mentre l’Idf impegna addirittura tre divisioni per tentare di avanzare nel Libano meridionale. Almeno sei persone sono rimaste uccise nei raid aerei su Beirut e decine ferite.
Zeina Khodr, corrispondente di Al Jazeera a Beirut, ha riferito che intensi attacchi israeliani hanno colpito diverse regioni del Libano, compreso il centro di Beirut, durante la notte. Parlando da davanti a un edificio di 15 piani colpito in uno degli attentati, Khodr ha affermato che i piani inferiori erano stati presi di mira una settimana prima. Nelle prime ore del mattino, tuttavia, la struttura è stata completamente demolita; l’esercito israeliano ha affermato che Hezbollah vi aveva nascosto del denaro contante...
Un drone ha colpito l’ambasciata USA a Baghdad nelle prime ore della notte. «Un drone ha colpito direttamente l’ambasciata», ha riferito un funzionario della sicurezza, senza specificare se ci siano stati danni. Solo ieri un altro attacco con droni e razzi aveva colpito l’ambasciata statunitense nella capitale irachena.
Da segnalare i primi tentativi statunitensi di risolvere da soli la “seccatura” rappresentata dal blocco selettivo dello Stretto di Hormuz (passano solo le navi di paesi amici o neutrali). L’esercito statunitense ha dichiarato di aver colpito siti missilistici iraniani vicino alla strategica via d’acqua con alcune delle bombe più potenti dell’arsenale americano.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver lanciato diverse bombe a penetrazione profonda da 5.000 libbre (circa 2.268 chilogrammi) contro postazioni missilistiche iraniane fortificate lungo la costa iraniana vicino allo Stretto. Incerti però i risultati (anche se ovviamente parlano di “successo”), perché quel tratto di costa è montagnoso e presenta infiniti nascondigli naturali “robusti”.
In aggiornamento
L’Iran avverte: evacuate residenti e dipendenti degli impianti petroliferi in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati
La televisione di stato iraniana ha diffuso un avviso in cui si raccomandava l’evacuazione di residenti e dipendenti da alcuni impianti petroliferi in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’avviso includeva nello specifico, secondo le mappe, il complesso petrolchimico di Jubail e la raffineria SAMREF in Arabia Saudita, il giacimento di gas di Al Hosn negli Emirati Arabi Uniti.
In Qatar, l’Iran ha emesso avvisi alla raffineria di Ras Laffan, al complesso petrolchimico e alla società Mesaieed. Alcuni giorni prima, il quartier generale di Khatam al-Anbiya in Iran aveva avvertito che, in caso di attacco alle infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche della Repubblica islamica, tutte le infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti a compagnie petrolifere della regione che detengono partecipazioni americane o collaborano con gli Stati Uniti sarebbero state immediatamente distrutte e ridotte in cenere.
Ciò è avvenuto dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avevano distrutto “obiettivi militari” sull’isola di Kharg, che è il principale snodo petrolifero dell’Iran e un terminale di esportazione per circa il 90% delle spedizioni di petrolio iraniano.
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I media iraniani e regionali hanno riferito che i recenti attacchi si sono estesi oltre i tradizionali obiettivi militari, raggiungendo il settore militare-industriale israeliano.
Secondo Al Mayadeen, che cita fonti iraniane, siti legati alle infrastrutture di difesa israeliane sarebbero stati colpiti nell’ambito di operazioni in corso. Tra questi, figurano impianti associati alla Rafael Advanced Defense Systems nel nord di Israele, in particolare nell’area di Haifa, dove si concentrano importanti installazioni militari e industriali.
La selezione degli obiettivi riportata è significativa. Suggerisce che la risposta dell’Iran non si limiti alle basi militari o alle unità operative. Sembra invece mirare alla spina dorsale industriale che sostiene le guerre di Israele, compresi i sistemi che sono alla base delle operazioni militari a Gaza, in Libano e nell’attuale guerra contro l’Iran.
Chi è Rafael?
Rafael Advanced Defense Systems è una delle principali aziende israeliane di proprietà statale nel settore della produzione di armi. Fondata nel 1948 come parte della struttura di ricerca per la difesa israeliana, è diventata in seguito un’azienda di proprietà statale.
Oggi, opera come pilastro centrale del complesso militare-industriale israeliano, insieme ad aziende come Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems. L’azienda sviluppa sistemi nei settori aereo, terrestre, navale e dell’intelligence e rimane strettamente integrata con le forze armate israeliane.
Rafael impiega circa 10.000 persone ed è interamente di proprietà dello Stato israeliano, il che la rende uno dei maggiori datori di lavoro nel settore della difesa del Paese.
Che cosa produce Rafael?
Rafael è associata ad alcuni dei più importanti sistemi d’arma israeliani, sebbene molti siano sviluppati in collaborazione con entità statunitensi e israeliane:
- Il sistema Iron Dome è ampiamente associato a Rafael, ma è sviluppato con un consistente sostegno finanziario e una stretta cooperazione industriale da parte degli Stati Uniti, compresi i legami produttivi attraverso joint venture con aziende americane.
- Il sistema di difesa missilistica David’s Sling è un programma congiunto ufficiale tra Rafael e RTX (precedentemente Raytheon Technologies).
- Rafael produce anche la famiglia di missili guidati Spike, utilizzati da decine di paesi, e il sistema di protezione attiva Trophy, installato sui veicoli blindati israeliani.
- Inoltre, l’azienda sta sviluppando sistemi più recenti, come il sistema di difesa laser Iron Beam, insieme a tecnologie per munizioni di precisione e a guida autonoma.
Molti di questi sistemi vengono commercializzati come “collaudati in combattimento”, il che significa che sono stati testati in condizioni reali sul campo di battaglia.
Qual è il legame tra Rafael, il genocidio di Gaza e le guerre più ampie di Israele?
Le tecnologie di Rafael sono integrate nelle operazioni militari di Israele su più fronti.
Ciò include il genocidio a Gaza, così come gli scontri con il Libano e la più ampia escalation regionale che coinvolge l’Iran.
I suoi sistemi svolgono sia un ruolo difensivo che di supporto. Piattaforme di difesa missilistica come Iron Dome e David’s Sling fanno parte dello scudo stratificato di Israele, consentendo operazioni militari prolungate mitigando il fuoco in arrivo.
Al contempo, sistemi come Trophy migliorano la capacità di sopravvivenza delle unità corazzate, consentendo operazioni in ambienti densi e contesi.
Organizzazioni per i diritti umani hanno identificato Rafael tra le aziende che traggono profitto o che contribuiscono materialmente al genocidio in corso a Gaza perpetrato da Israele.
Qual è la portata finanziaria di Rafael?
Rafael è una forza economica di primaria importanza nel settore della difesa israeliana.
Nei risultati finanziari del 2024, la società ha riportato un fatturato annuo di circa 4,8 miliardi di dollari, a cui si aggiungono 8,23 miliardi di dollari di nuovi ordini e un portafoglio ordini record di 17,76 miliardi di dollari.
L’utile netto ha raggiunto circa 257 milioni di dollari, a testimonianza di una crescita costante.
Circa il 50% del fatturato di Rafael proviene dai mercati internazionali, a testimonianza della sua portata globale.
L’azienda si è inoltre espansa in modo significativo, assumendo circa 1.800 dipendenti nel 2024, a seguito dell’aumento della domanda durante le guerre in corso in Israele.
Quali paesi utilizzano la tecnologia di Rafael?
Rafael vanta una vasta presenza a livello internazionale.
L’azienda dichiara di fornire sistemi a oltre 20 paesi NATO e di operare attraverso circa 30 filiali e joint venture in tutto il mondo:
- Negli Stati Uniti, Rafael è profondamente integrata nell’industria della difesa. La sua joint venture con RTX gestisce uno stabilimento in Arkansas che produce intercettori per Iron Dome e sistemi correlati.
- Ha inoltre stretto una partnership con l’azienda statunitense Kratos per creare una joint venture in Indiana incentrata sulla propulsione missilistica e sui sistemi energetici.
- In Europa, il sistema Trophy di Rafael è stato scelto per i carri armati Leopard 2A8 in diversi paesi della NATO, tra cui Lituania, Paesi Bassi, Repubblica Ceca e Croazia.
- In India, Rafael intrattiene una collaborazione di lunga data, che include accordi con Bharat Dynamics Limited a supporto della produzione locale di missili.
Perché questo obiettivo è importante?
Rafael non è semplicemente un’azienda del settore della difesa. Rappresenta un nodo cruciale che collega le operazioni militari, la ricerca, la produzione e le reti globali degli armamenti.
Prendere di mira un’entità di questo tipo suggerisce un tentativo di colpire non solo le basi militari e altri agglomerati dell’esercito, ma anche i sistemi che producono e sostengono il potere militare israeliano.
L’importanza di Rafael non risiede solo nelle armi che produce, ma anche nel suo ruolo di pilastro centrale dell’infrastruttura che sostiene le guerre di Israele, dal genocidio di Gaza alla più ampia escalation regionale.
Fonte
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