La Corte Suprema di Panama ha stabilito che la concessione dei porti di Balboa (lato Pacifico) e Cristobal (lato Atlantico) alla compagnia CK Hutchinson è incostituzionale. La decisione, arrivata nella tarda serata di giovedì, segna un passaggio centrale nel braccio di ferro sul Canale che si è aperto più o meno un anno fa tra Washington e Pechino.
Al centro della disputa c’era un contratto della Panama Ports Company (PPC), sussidiaria del gruppo di Hong Kong. La PPC, negli anni Novanta, aveva stipulato un contratto per la gestione dei terminal in questione, che si è rinnovato automaticamente nel 2021. Secondo la Corte panamense, gli atti alla base della concessione violano la Costituzione del paese.
Tra i motivi addotti dai giudici ci sono anche irregolarità fiscali. Infatti, l’equivalente della Corte dei Conti di Panama afferma che la società cinese non avrebbe versato le tasse dovute, con errori contabili che avrebbero causato al paese centro-americano una perdita di circa 300 milioni di dollari dal rinnovo del 2021 e di ben 1,2 miliardi di dollari durante i primi 25 anni del contratto.
Il Presidente di Panama, José Raúl Mulino, ha sostenuto apertamente che tali contratti fossero contrari agli interessi del paese. La sentenza non è però semplicemente un pronunciamento giudiziario, ma è il risultato di uno scontro politico in cui gli Stati Uniti hanno fatto pesanti pressioni su Panama, fino a ottenere di farci tornare in pompa magna persino i propri militari.
Appena arrivato alla Casa Bianca, Trump aveva sollevato il nodo del Canale, a suo avviso controllato dal Partito Comunista Cinese (in questo caso, da una società di Hong Kong, che non è esattamente la stessa come dovrebbe sapere bene The Donald) che lo usava come arma contro gli interessi stelle-e-strisce.
Le sollecitazioni avevano portato infine la CK Hutchinson a vendere la gestione di vari porti a una cordata guidata da Blackrock e MSC, ma Pechino aveva fermato la transazione attraverso un provvedimento dell’Antitrust. Lo stallo è stato superato per iniziativa panamense, ma è chiaro che questa è stata dettata dalle minacce della nuova dottrina Monroe di Washington, il cui risultato si è già visto col rapimento del presidente del Venezuela Nicolas Maduro.
Con questa nuova evoluzione, la CK Hutchinson perde un suo asset fondamentale. Dalla società hanno immediatamente dichiarato che la sentenza è “priva di fondamento giuridico e mette a repentaglio non solo la PPC e il suo contratto, ma anche il benessere e la stabilità di migliaia di famiglie panamensi che dipendono direttamente e indirettamente dall’attività portuale”.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha affermato che il governo “adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare con risolutezza i diritti e gli interessi legittimi delle aziende cinesi”. Ma è innegabile che, per ora, l’amministrazione Trump sembra essere riuscita a strattonare il Dragone e a ottenere quel che voleva.
Difatti, con la sentenza il piccolo paese americano è ora costretto a ristrutturare una parte importante delle sue operazioni portuali legate al Canale, dove passa un terzo delle merci globali, di cui un quinto è Made in China. Dovrebbero essere indette nuove gare d’appalto, aprendo la strada a operatori che potrebbero essere più graditi a Washington. Il governo panamense, inoltre, ha già bandito un’asta per la costruzione di altri due porti e di un nuovo gasdotto strategico.
Tutti settori in cui le compagnie stelle e strisce potrebbero farla da padrone, segnando una nuova ondata neocoloniale in linea con il dominio sull’emisfero occidentale che Trump ha dichiarato essere al centro della propria politica estera.
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01/02/2026
13/08/2025
Panama - Lo scacco a BlackRock è una sconfitta anche per Trump
Il progetto di BlackRock di acquisire porti strategici a Panama si è concluso con un nulla di fatto. Il veto di Pechino, che ha rifiutato qualsiasi accordo senza la partecipazione di capitali cinesi, ha messo fine a mesi di trattative e speranze a stelle e strisce.
È un episodio simbolico, ma potentissimo: dimostra come gli Stati Uniti, anche nella loro dimensione finanziaria e commerciale più aggressiva, non siano più in grado di imporsi da soli in zone che un tempo consideravano cortile di casa.
Il ritorno di Trump e il mito del “piccolo impero”
Alla vigilia del secondo mandato, Donald Trump ha rilanciato il suo disegno geopolitico: un’America meno globale ma più coesa, che rinuncia all’universalismo interventista per consolidare un nucleo imperiale compatto.
Da qui l’ambizione di rimettere le mani sul Canale di Panama, nodo strategico per il commercio mondiale, già al centro delle tensioni USA-Cina da oltre un decennio. Lo stesso Trump, nel suo stile provocatorio, aveva persino evocato l’annessione del Canada e della Groenlandia, segnando un ritorno a un imperialismo esplicito ma selettivo.
BlackRock, un braccio armato troppo fragile
Nel tentativo di realizzare questa visione, Washington si è affidata a uno dei suoi attori più potenti: BlackRock. Ma la finanza, da sola, non basta più. L’idea di penetrare in America Centrale con strumenti privatistici si è scontrata con la nuova realtà multipolare: la Cina non è disposta a farsi da parte, nemmeno nei territori dove un tempo Washington esercitava il proprio dominio incontrastato.
In questa partita, Pechino ha semplicemente alzato il prezzo politico: nessun accordo senza compartecipazione cinese. BlackRock ha dovuto piegarsi, e con essa l’intera strategia americana.
Geoeconomia e multipolarismo: l’ordine cambia
Il caso panamense riflette una trasformazione strutturale dell’ordine mondiale. La globalizzazione finanziaria a trazione americana, che per anni ha guidato acquisizioni, aperture di mercati e flussi di capitali, è ora ostacolata da logiche di potenza.
Le infrastrutture strategiche non sono più in vendita a chiunque, e la concorrenza non è solo commerciale ma anche geopolitica. In un sistema multipolare, chi controlla i nodi logistici esercita influenza politica. La Cina lo sa bene e non ha alcuna intenzione di arretrare.
L’ambiguità strategica di Trump
Nel suo tentativo di riplasmare il ruolo globale degli Stati Uniti, Trump oscilla tra due impulsi contraddittori. Da un lato, vuole ritirarsi dal mondo per concentrarsi sulla ricostruzione interna e sulla sicurezza dei confini. Dall’altro, tenta operazioni di recupero imperiale in spazi strategici come Panama, l’Artico o i Caraibi.
Questa ambivalenza lo espone però a fallimenti strutturali: senza una chiara strategia multilivello, ogni incursione rischia di rivelarsi un boomerang.
Panama: laboratorio del nuovo equilibrio globale
Il rifiuto cinese di lasciare campo libero a BlackRock rappresenta molto più di una battaglia commerciale. Panama è oggi un microcosmo della transizione in atto: un’area dove interessi americani, cinesi, latinoamericani e perfino europei si incrociano e si neutralizzano a vicenda.
Chi controlla i porti, controlla i flussi, e chi controlla i flussi può esercitare un’influenza politica su intere regioni. La geopolitica si è fatta infrastrutturale e i giganti finanziari non bastano più a garantirne il dominio.
Conclusione: la fine dell’unilateralismo americano
La vicenda di Panama mostra quanto l’America fatichi a navigare in un mondo che non le appartiene più per diritto divino. Le mosse di Trump, che pure rispondono a una logica di contenimento e riorientamento imperiale, sono spesso rese inefficaci da un contesto che richiede strumenti nuovi: coalizioni, diplomazia economica, intelligenza strategica.
La forza bruta del dollaro o delle promesse non basta più. Il potere si esercita oggi anche sapendo accettare la coesistenza e gestire l’interdipendenza. Un’arte che Washington, a quanto pare, deve ancora imparare.
Fonte
È un episodio simbolico, ma potentissimo: dimostra come gli Stati Uniti, anche nella loro dimensione finanziaria e commerciale più aggressiva, non siano più in grado di imporsi da soli in zone che un tempo consideravano cortile di casa.
Il ritorno di Trump e il mito del “piccolo impero”
Alla vigilia del secondo mandato, Donald Trump ha rilanciato il suo disegno geopolitico: un’America meno globale ma più coesa, che rinuncia all’universalismo interventista per consolidare un nucleo imperiale compatto.
Da qui l’ambizione di rimettere le mani sul Canale di Panama, nodo strategico per il commercio mondiale, già al centro delle tensioni USA-Cina da oltre un decennio. Lo stesso Trump, nel suo stile provocatorio, aveva persino evocato l’annessione del Canada e della Groenlandia, segnando un ritorno a un imperialismo esplicito ma selettivo.
BlackRock, un braccio armato troppo fragile
Nel tentativo di realizzare questa visione, Washington si è affidata a uno dei suoi attori più potenti: BlackRock. Ma la finanza, da sola, non basta più. L’idea di penetrare in America Centrale con strumenti privatistici si è scontrata con la nuova realtà multipolare: la Cina non è disposta a farsi da parte, nemmeno nei territori dove un tempo Washington esercitava il proprio dominio incontrastato.
In questa partita, Pechino ha semplicemente alzato il prezzo politico: nessun accordo senza compartecipazione cinese. BlackRock ha dovuto piegarsi, e con essa l’intera strategia americana.
Geoeconomia e multipolarismo: l’ordine cambia
Il caso panamense riflette una trasformazione strutturale dell’ordine mondiale. La globalizzazione finanziaria a trazione americana, che per anni ha guidato acquisizioni, aperture di mercati e flussi di capitali, è ora ostacolata da logiche di potenza.
Le infrastrutture strategiche non sono più in vendita a chiunque, e la concorrenza non è solo commerciale ma anche geopolitica. In un sistema multipolare, chi controlla i nodi logistici esercita influenza politica. La Cina lo sa bene e non ha alcuna intenzione di arretrare.
L’ambiguità strategica di Trump
Nel suo tentativo di riplasmare il ruolo globale degli Stati Uniti, Trump oscilla tra due impulsi contraddittori. Da un lato, vuole ritirarsi dal mondo per concentrarsi sulla ricostruzione interna e sulla sicurezza dei confini. Dall’altro, tenta operazioni di recupero imperiale in spazi strategici come Panama, l’Artico o i Caraibi.
Questa ambivalenza lo espone però a fallimenti strutturali: senza una chiara strategia multilivello, ogni incursione rischia di rivelarsi un boomerang.
Panama: laboratorio del nuovo equilibrio globale
Il rifiuto cinese di lasciare campo libero a BlackRock rappresenta molto più di una battaglia commerciale. Panama è oggi un microcosmo della transizione in atto: un’area dove interessi americani, cinesi, latinoamericani e perfino europei si incrociano e si neutralizzano a vicenda.
Chi controlla i porti, controlla i flussi, e chi controlla i flussi può esercitare un’influenza politica su intere regioni. La geopolitica si è fatta infrastrutturale e i giganti finanziari non bastano più a garantirne il dominio.
Conclusione: la fine dell’unilateralismo americano
La vicenda di Panama mostra quanto l’America fatichi a navigare in un mondo che non le appartiene più per diritto divino. Le mosse di Trump, che pure rispondono a una logica di contenimento e riorientamento imperiale, sono spesso rese inefficaci da un contesto che richiede strumenti nuovi: coalizioni, diplomazia economica, intelligenza strategica.
La forza bruta del dollaro o delle promesse non basta più. Il potere si esercita oggi anche sapendo accettare la coesistenza e gestire l’interdipendenza. Un’arte che Washington, a quanto pare, deve ancora imparare.
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03/08/2025
Panama - Si riaccende lo scontro sul Canale, nella vicenda compare la cinese Cosco
Da ormai sei mesi la vicenda della vendita da parte della CK Hutchinson, colosso portuale con sede a Hong Kong, delle suo quote dentro la Panama Ports Company (PCC), pari al 90% dell’intera società, a un consorzio guidato da BlackRock e dall’impero della famiglia Aponte continua a segnare le vicende della guerra commerciale di Washington contro Pechino.
Al centro della diatriba vi sono due porti, quello di Balboa e di Cristobal, ai due estremi del Canale e, per ora, anche sotto la gestione di CK Hutchinson. L’Antitrust cinese ha bloccato la vendita, e dopo tanto attendere, varie opinioni e persino un accordo militare tra Panama e Stati Uniti, alla fine lo scorso 31 luglio il governo locale ha fatto una mossa importante.
L’Ufficio del Revisore Generale di Panama ha presentato due ricorsi presso la Corte Suprema del Paese, con l’obiettivo di annullare il contratto con la CK Hutchinson. Questo era stato rinnovato per 25 anni nel corso del 2021, ma in maniera automatica, senza gara: ora si sostiene, dunque, che le concessioni non abbiano seguito le procedure legali previste.
Quindi, mentre sembra che il paese centro-americano stia assecondando la linea dura di Donald Trump, allo stesso tempo il Financial Times fa sapere che, stando a persone informate sui fatti, la CK Hutchinson starebbe tentando di coinvolgere nell’affare anche un grande investitore cinese. Non vengono fatti nomi, ma subito viene da pensare alla COSCO.
Il gigante del Dragone, che è tra i principali competitori delle flotte di Aponte nel trasporto marittimo, potrebbe ricevere una quota in 41 dei porti che la società di Hong Kong si appresta a vendere, rimanendo però fuori dai due terminali accanto al Canale. Sarebbe, insomma, una sorta di compromesso per esaudire i desideri di Washington, e dare una compensazione a Pechino.
Si tratta di un’opzione per ora non confermata da nessuna parte in causa, e l’apertura dei ricorsi sembra indicare il fatto che ci orienterà verso soluzioni che tentano di mantenere un equilibrio ormai rotto tra le due grandi potenze. Anche se alla fine le indiscrezioni riportare dal Financial Times dovessero concretizzarsi, è chiaro che la tendenza è verso lo scontro tra USA e Cina.
Le infrastrutture strategiche sono evidentemente uno dei settori in cui questo scontro sarà più duro. Intanto, anche un altro ricorso è stato presentato alla Corte Suprema di Panama: quello di 2.500 cittadini contrari alla costruzione di un nuovo bacino idrico. Un progetto chiamato Rio Indio, dal valore di 1,6 miliardi di dollari, che costringerebbe però molte persone a trasferirsi dai territori in cui vive.
La volontà è quella di garantire il passaggio delle navi anche in situazioni di secca, oltre che fornire acqua potabile. Ma le popolazioni locali lo considerano un ricatto su cui non sono state ascoltate. Il gioco intorno al Canale si fa più intricato, ma è chiaro che le dinamiche internazionali continueranno ad alzare la tensione.
Fonte
Al centro della diatriba vi sono due porti, quello di Balboa e di Cristobal, ai due estremi del Canale e, per ora, anche sotto la gestione di CK Hutchinson. L’Antitrust cinese ha bloccato la vendita, e dopo tanto attendere, varie opinioni e persino un accordo militare tra Panama e Stati Uniti, alla fine lo scorso 31 luglio il governo locale ha fatto una mossa importante.
L’Ufficio del Revisore Generale di Panama ha presentato due ricorsi presso la Corte Suprema del Paese, con l’obiettivo di annullare il contratto con la CK Hutchinson. Questo era stato rinnovato per 25 anni nel corso del 2021, ma in maniera automatica, senza gara: ora si sostiene, dunque, che le concessioni non abbiano seguito le procedure legali previste.
Quindi, mentre sembra che il paese centro-americano stia assecondando la linea dura di Donald Trump, allo stesso tempo il Financial Times fa sapere che, stando a persone informate sui fatti, la CK Hutchinson starebbe tentando di coinvolgere nell’affare anche un grande investitore cinese. Non vengono fatti nomi, ma subito viene da pensare alla COSCO.
Il gigante del Dragone, che è tra i principali competitori delle flotte di Aponte nel trasporto marittimo, potrebbe ricevere una quota in 41 dei porti che la società di Hong Kong si appresta a vendere, rimanendo però fuori dai due terminali accanto al Canale. Sarebbe, insomma, una sorta di compromesso per esaudire i desideri di Washington, e dare una compensazione a Pechino.
Si tratta di un’opzione per ora non confermata da nessuna parte in causa, e l’apertura dei ricorsi sembra indicare il fatto che ci orienterà verso soluzioni che tentano di mantenere un equilibrio ormai rotto tra le due grandi potenze. Anche se alla fine le indiscrezioni riportare dal Financial Times dovessero concretizzarsi, è chiaro che la tendenza è verso lo scontro tra USA e Cina.
Le infrastrutture strategiche sono evidentemente uno dei settori in cui questo scontro sarà più duro. Intanto, anche un altro ricorso è stato presentato alla Corte Suprema di Panama: quello di 2.500 cittadini contrari alla costruzione di un nuovo bacino idrico. Un progetto chiamato Rio Indio, dal valore di 1,6 miliardi di dollari, che costringerebbe però molte persone a trasferirsi dai territori in cui vive.
La volontà è quella di garantire il passaggio delle navi anche in situazioni di secca, oltre che fornire acqua potabile. Ma le popolazioni locali lo considerano un ricatto su cui non sono state ascoltate. Il gioco intorno al Canale si fa più intricato, ma è chiaro che le dinamiche internazionali continueranno ad alzare la tensione.
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11/06/2025
La vendita dei porti del Canale di Panama ne mette a rischio la neutralità
La vendita di due dei cinque porti alle estremità del Canale di Panam alla cordata che vede insieme BlackRock e la famiglia Aponte mette a rischio la neutralità prevista per la via d’acqua. È Ricaurte Vásquez, amministratore dell’Autorità del Canale di Panama, a farlo sapere, attraverso il Financial Times.
Vásquez mette in guardia dal fatto che il recente accordo di cessione dei terminal da parte della CK Hutchinson di Hong Kong andrebbe contro lo stesso accordo firmato con gli Stati Uniti, che ha riportato il Canale sotto giurisdizione panamense. Trump aveva invece sempre criticato una sorta di controllo che vi avrebbero imposto i cinesi.
La Casa Bianca ha già ottenuto di posizionare delle truppe a ridosso del corridoio commerciale, ma aveva dato anche il benestare all’operazione che avrebbe visto due dei terminali vicini al Canale passare sotto il controllo di operatori occidentali. La realtà è che ora è Washington, questa volta davvero, che potrebbe esercitare un controllo sull’istmo, con effetti che vanno ben oltre di esso.
La vendita dei porti era già stata fermata dall’antitrust cinese, che in molti avevano accusato di operare secondo logiche politiche. Le dichiarazioni rilasciate da più parti negli ultimi giorni sembrano invece confermare un pericolo concreto di tendenza monopolistica che potrebbe ulteriormente mettere in crisi la ‘libera concorrenza’, in genere rivendicato come pilastro del progresso da parte del capitale.
“Se si verifica un livello significativo di concentrazione sugli operatori terminalisti appartenenti a una compagnia di navigazione integrata o a una singola compagnia – ha chiarito Vásquez – ciò andrà a scapito della competitività di Panama sul mercato e sarà incompatibile con la neutralità”. A preoccuparsi sono anche i concorrenti della MSC di Aponte.
Molto analisti hanno sottolineato come, se l’accordo andasse a buon fine, la compagnia di navigazione italo-svizzera avrebbe una presa sostanziale sull’infrastruttura portuale mondiale, diventando il principale operatore di terminal container al mondo. Infatti, secondo la società di consulenza marittima Drewry, la compravendita porterebbe a MSC l’8,3% del mercato globale in quel settore.
La compagnia che fa capo alla famiglia Aponte è già la più grande quando si parla di capacità di trasporto navale, e in molti si chiedono se non possa usare la sua posizione sui porti per guadagnare sulle tariffe, o semplicemente non concedendo agli avversari le migliori finestre di attracco, dilatando i loro tempi di navigazione e i loro costi.
Con la prevista messa in servizio di nuove navi, aumenterà la pressione sui terminal, il valore degli attracchi e, con essi, anche la leva di potere in mano agli Aponte. Con questo accordo, MSC diventerà una presenza dominante nel Sud-Est asiatico, in Messico e in Europa, dove si imporrà sul nodo fondamentale di Rotterdam.
Insomma, sono gli effetti dell’integrazione verticale di un gigante della logistica su un comparto che ne rappresenta la spina dorsale a far lanciare l’allarme. Certo, l’accordo prevedeva impegni legali da parte della MSC a gestire i terminal senza logiche discriminatorie, ma è risaputo che quello che è scritto sulla carta spesso non vale per questi colossi.
E lo sa bene anche Pechino. Infatti, anche se la CK Hutchinson non ha venduto i 10 porti che controlla nella Cina continentale e a Hong Kong, nel Dragone si pensa che questo passaggio di mano permetterà agli Stati Uniti di minare i propri interessi nazionali, limitando le spedizioni dalla Cina e diventando così un’arma nella guerra commerciale riaperta da Trump.
La diatriba su Panama continua a rappresentare la cartina tornasole del clima commerciale e logistico mondiale, in questa fase di frammentazione del mercato globale.
Fonte
Vásquez mette in guardia dal fatto che il recente accordo di cessione dei terminal da parte della CK Hutchinson di Hong Kong andrebbe contro lo stesso accordo firmato con gli Stati Uniti, che ha riportato il Canale sotto giurisdizione panamense. Trump aveva invece sempre criticato una sorta di controllo che vi avrebbero imposto i cinesi.
La Casa Bianca ha già ottenuto di posizionare delle truppe a ridosso del corridoio commerciale, ma aveva dato anche il benestare all’operazione che avrebbe visto due dei terminali vicini al Canale passare sotto il controllo di operatori occidentali. La realtà è che ora è Washington, questa volta davvero, che potrebbe esercitare un controllo sull’istmo, con effetti che vanno ben oltre di esso.
La vendita dei porti era già stata fermata dall’antitrust cinese, che in molti avevano accusato di operare secondo logiche politiche. Le dichiarazioni rilasciate da più parti negli ultimi giorni sembrano invece confermare un pericolo concreto di tendenza monopolistica che potrebbe ulteriormente mettere in crisi la ‘libera concorrenza’, in genere rivendicato come pilastro del progresso da parte del capitale.
“Se si verifica un livello significativo di concentrazione sugli operatori terminalisti appartenenti a una compagnia di navigazione integrata o a una singola compagnia – ha chiarito Vásquez – ciò andrà a scapito della competitività di Panama sul mercato e sarà incompatibile con la neutralità”. A preoccuparsi sono anche i concorrenti della MSC di Aponte.
Molto analisti hanno sottolineato come, se l’accordo andasse a buon fine, la compagnia di navigazione italo-svizzera avrebbe una presa sostanziale sull’infrastruttura portuale mondiale, diventando il principale operatore di terminal container al mondo. Infatti, secondo la società di consulenza marittima Drewry, la compravendita porterebbe a MSC l’8,3% del mercato globale in quel settore.
La compagnia che fa capo alla famiglia Aponte è già la più grande quando si parla di capacità di trasporto navale, e in molti si chiedono se non possa usare la sua posizione sui porti per guadagnare sulle tariffe, o semplicemente non concedendo agli avversari le migliori finestre di attracco, dilatando i loro tempi di navigazione e i loro costi.
Con la prevista messa in servizio di nuove navi, aumenterà la pressione sui terminal, il valore degli attracchi e, con essi, anche la leva di potere in mano agli Aponte. Con questo accordo, MSC diventerà una presenza dominante nel Sud-Est asiatico, in Messico e in Europa, dove si imporrà sul nodo fondamentale di Rotterdam.
Insomma, sono gli effetti dell’integrazione verticale di un gigante della logistica su un comparto che ne rappresenta la spina dorsale a far lanciare l’allarme. Certo, l’accordo prevedeva impegni legali da parte della MSC a gestire i terminal senza logiche discriminatorie, ma è risaputo che quello che è scritto sulla carta spesso non vale per questi colossi.
E lo sa bene anche Pechino. Infatti, anche se la CK Hutchinson non ha venduto i 10 porti che controlla nella Cina continentale e a Hong Kong, nel Dragone si pensa che questo passaggio di mano permetterà agli Stati Uniti di minare i propri interessi nazionali, limitando le spedizioni dalla Cina e diventando così un’arma nella guerra commerciale riaperta da Trump.
La diatriba su Panama continua a rappresentare la cartina tornasole del clima commerciale e logistico mondiale, in questa fase di frammentazione del mercato globale.
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13/04/2025
Truppe statunitensi a Panama, Trump alza la tensione nel ‘cortile di casa’
La questione sul Canale di Panama si è fatta velocemente più calda. Dopo che la vendita dei due porti alle estremità del canale controllati dalla CK Hutchinson a una cordata guidata da BlackRock è stata fermata dall’Antitrust cinese, gli Stati Uniti annunciano l’accordo per l’accesso di truppe stelle-e-strisce (e di compagnie militari private) ad alcune basi del paese.
Il segretario alla Difesa di Washington, Pete Hegseth, si è recato nel paese centroamericano dove ha incontrato il ministro della Difesa panamense, Frank Abrego. Alla presenza anche del presidente Mulino, è stato firmato un accordo di cooperazione militare e per la lotta di minacce non ben definite.
Il testo dell’accordo è stato visionato dall’agenzia di stampa francese AFP, che ha poi rilanciato i contenuti fondamentali aventi per obiettivo lo svolgere “addestramento, attività umanitarie ed esercitazioni”. Quelle attività umanitarie sono una formula che sappiamo può essere usata per coprire le più svariate malefatte.
È previsto, dunque, l’aumento della presenza militare USA con la rotazione e l’insediamento a lungo termine di unità a Fort Sherman (dove viene portato avanti l’addestramento per il combattimento nella giungla), nella stazione navale Rodman e nella base aerea di Howard. Siti consegnati dagli USA al governo panamense insieme al canale, nel 1999.
Sembra che una precedente bozza dell’accordo prevedesse anche la costruzione di nuove basi, ma l’opzione è stata poi scartata per la netta opposizione dell’opinione pubblica nel paese. Il presidente Mulino ha confermato che di fronte alla richiesta di “cedere territori” ha risposto chiedendo se Washington volesse “che il disordine […] dia fuoco al paese?”
In una dichiarazione congiunta con le autorità panamensi, fatta mercoledì scorso da Hegseth, era stata cancellata dalla versione inglese la formula della “sovranità inalienabile di Panama sul Canale”, non senza proteste. Del resto, la retorica trumpiana parla espressamente di riprendersi quel che gli USA hanno perso e di occupare territori.
“Abbiamo dislocato molte truppe a Panama e occupato alcune aree che prima non avevamo”, ha detto il tycoon, confermando che alcune truppe sono già state inviate verso il Canale. Hegseth ha detto senza mezzi termini: “stiamo procedendo alla riconquista del Canale. La Cina ha avuto troppa influenza”.
Nostalgia dei tempi dell’invasione di Bush padre. Ad ogni modo, le esercitazioni militari congiunte tra USA e Panama non sono una novità, mentre lo è un altro accordo parallelo, stretto sempre da Hegseth col ministro del Canale, José Ramón Icazama. Infatti, sono stati determinati dei meccanismi di compensazione per i pedaggi delle navi militari e ausiliarie in cambio di servizi di sicurezza.
Navi da guerra e ausiliarie statunitensi avranno accesso illimitato e prioritario al Canale, ma secondo uno schema di compensazione e non di transito gratuito: i pedaggi non verranno addebitati, ma il pagamento verrà fatto attraverso la gestione della sicurezza nelle aree strategiche del corridoio commerciale.
Formule diplomatiche, che però nascondono la realtà per cui, sostanzialmente, gli Stati Uniti hanno ottenuto di avere soldati a Panama e il diritto di controllare militarmente i traffici sul Canale. Sicuramente una forte accelerazione, sull’onda della guerra commerciale, delle tensioni direttamente militari riguardanti quello che gli USA considerano il proprio ‘cortile di casa’.
Sperando non sia occasione di incidenti...
Fonte
Il segretario alla Difesa di Washington, Pete Hegseth, si è recato nel paese centroamericano dove ha incontrato il ministro della Difesa panamense, Frank Abrego. Alla presenza anche del presidente Mulino, è stato firmato un accordo di cooperazione militare e per la lotta di minacce non ben definite.
Il testo dell’accordo è stato visionato dall’agenzia di stampa francese AFP, che ha poi rilanciato i contenuti fondamentali aventi per obiettivo lo svolgere “addestramento, attività umanitarie ed esercitazioni”. Quelle attività umanitarie sono una formula che sappiamo può essere usata per coprire le più svariate malefatte.
È previsto, dunque, l’aumento della presenza militare USA con la rotazione e l’insediamento a lungo termine di unità a Fort Sherman (dove viene portato avanti l’addestramento per il combattimento nella giungla), nella stazione navale Rodman e nella base aerea di Howard. Siti consegnati dagli USA al governo panamense insieme al canale, nel 1999.
Sembra che una precedente bozza dell’accordo prevedesse anche la costruzione di nuove basi, ma l’opzione è stata poi scartata per la netta opposizione dell’opinione pubblica nel paese. Il presidente Mulino ha confermato che di fronte alla richiesta di “cedere territori” ha risposto chiedendo se Washington volesse “che il disordine […] dia fuoco al paese?”
In una dichiarazione congiunta con le autorità panamensi, fatta mercoledì scorso da Hegseth, era stata cancellata dalla versione inglese la formula della “sovranità inalienabile di Panama sul Canale”, non senza proteste. Del resto, la retorica trumpiana parla espressamente di riprendersi quel che gli USA hanno perso e di occupare territori.
“Abbiamo dislocato molte truppe a Panama e occupato alcune aree che prima non avevamo”, ha detto il tycoon, confermando che alcune truppe sono già state inviate verso il Canale. Hegseth ha detto senza mezzi termini: “stiamo procedendo alla riconquista del Canale. La Cina ha avuto troppa influenza”.
Nostalgia dei tempi dell’invasione di Bush padre. Ad ogni modo, le esercitazioni militari congiunte tra USA e Panama non sono una novità, mentre lo è un altro accordo parallelo, stretto sempre da Hegseth col ministro del Canale, José Ramón Icazama. Infatti, sono stati determinati dei meccanismi di compensazione per i pedaggi delle navi militari e ausiliarie in cambio di servizi di sicurezza.
Navi da guerra e ausiliarie statunitensi avranno accesso illimitato e prioritario al Canale, ma secondo uno schema di compensazione e non di transito gratuito: i pedaggi non verranno addebitati, ma il pagamento verrà fatto attraverso la gestione della sicurezza nelle aree strategiche del corridoio commerciale.
Formule diplomatiche, che però nascondono la realtà per cui, sostanzialmente, gli Stati Uniti hanno ottenuto di avere soldati a Panama e il diritto di controllare militarmente i traffici sul Canale. Sicuramente una forte accelerazione, sull’onda della guerra commerciale, delle tensioni direttamente militari riguardanti quello che gli USA considerano il proprio ‘cortile di casa’.
Sperando non sia occasione di incidenti...
Fonte
05/04/2025
Un nuovo corridoio commerciale tra Pacifico e Atlantico in Messico?
Il primo aprile la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha annunciato che è stata completata la prima spedizione transoceanica attraverso l’istmo di Tehuantepec. “È un progetto eccezionale – ha detto la politica – che fornisce un’alternativa al Canale di Panama e, una volta completato, sarà molto più trafficato”.
Lo diciamo subito: notizie e dichiarazioni come queste vanno pesate bene, perché politicamente e giornalisticamente garantiscono molta visibilità, tanto più in una condizione di aperta guerra commerciale come quella in cui ci troviamo oggi, dopo i nuovi dazi statunitensi. Bisogna però capire bene di cosa stiamo parlando.
Il progetto in questione è il Corridoio Interoceanico dell’Istmo di Tehuantepec (CIIT), non una via d’acqua come il Canale di Panama, ma un collegamento su rotaia. Un doppio binario lungo 300 chilometri, attraverso cui treni ad alta velocità dovrebbe connettere i porti di Coatzacoalcos, sull’Atlantico, e quello di Salina Cruz, sul Pacifico.
La spedizione appena conclusa ha riguardato 600 veicoli Hyunday che dall’Estremo Oriente sono passati al Golfo del Messico in 8 ore. Come ha ricordato Sheinbaum, vi sono ancora molti lavori da effettuare al porto di Salina Cruz, così come deve essere potenziata tutta la linea ferroviaria per raggiungere l’obiettivo del passaggio da un oceano all’altro in sole 3 ore.
Il guadagno di tempo previsto rispetto al passaggio per il Canale di Panama ha attirato molto interesse: ricordiamo che per attraversare quella via d’acqua le navi impiegano 8 ore, con tempi di attesa che possono arrivare fino a due settimane. Ma è anche necessario osservare quali sono i lati negativi.
Mentre le navi porta container passano direttamente attraverso il Canale di Panama, le merci che arrivano ai due porti messicani (o a terminali ad essi vicini) devono essere trasferiti sui vagoni, per essere poi nuovamente riportati in container per il trasporto marittimo. Una serie di operazioni non solo complesse quando si tratta di milioni di tonnellate, ma che richiedono anche tempo.
Anche nel caso in cui si possa garantire questo tipo di attività, bisogna poi vedere quanto tonnellaggio può effettivamente passare per il CIIT. Si prevede una capacità intorno alle 300 mila tonnellate al giorno, e dunque, calcolatrice alla mano, ci si può aspettare che per questa nuova via messicana possano passare oltre 100 milioni di tonnellate di merci l’anno.
Può sembrare tantissimo, ed effettivamente lo è, ma non abbastanza da poter sostituire il Canale di Panama, tantomeno da risultare “più trafficato“, come ha detto Sheinbaum. Nel 2021, per il corridoio panamense, sono transitate 516 milioni di tonnellate: anche prendendo a riferimento anni meno eccezionali, parliamo di capacità ben differenti.
Nel 2016 è stato inaugurato il secondo Canale di Panama, parallelo a quello costruito oltre un secolo fa. A realizzare l’immensa opera è stato un consorzio guidato dall’italiana Webuild. Attraverso questo secondo canale, possono ormai passare la maggior parte delle navi per il trasporto marittimo.
Il ruolo insostituibile del percorso panamense è evidente. Possiamo però aggiungere qualche altro elemento che può aiutare a capire come mai il CIIT è un complesso di infrastrutture che va tenuto d’occhio. Non solo, ovviamente, per il fatto di poter comunque assorbire una grossa fetta del commercio mondiale, che forse subirà anche una battuta d’arresto con i dazi di Trump.
Innanzitutto, è interessante perché non è l’unica via che sta venendo posta come alternativa al Canale di Panama, in una fase in cui è netto lo scontro tra Washington e Pechino per il controllo, o almeno il mantenimento di una leva importante su questo snodo fondamentale. La Cina ha stretto importanti accordi col Perù per ciò che riguarda il porto di Chancay.
Il terminale peruviano potrebbe offrire un’importante punto di collegamento tra il mercato cinese e quello dell’America Latina. Allo stesso modo, quello messicano potrebbe svolgere una funzione simile, ma in questo caso è importante fare chiarezza sul fatto di chi, ad oggi, ha mostrato interesse per il CIIT.
La prima spedizione che vi è passata è stata di auto sudcoreane dirette a New York. Nel 2022, l’ambasciatore statunitense in Messico, Ken Salazar, ha espresso grandi aspettative per i progetti che si collegano al CIIT, e lo stesso hanno fatto altri importanti esponenti dell’allora amministrazione Biden.
Il CIIT, infatti, non si concretizza unicamente nel collegamento tra i due oceani. Su questa nuova via si vogliono creare dieci grandi poli industriali, collegandoli poi attraverso il Tren Maya allo Yucatan e attraverso altre infrastrutture anche al Chapas. Non a caso, negli anni questo progetto ha visto una forte opposizione delle comunità zapatiste.
Parliamo di un’ondata di industrializzazione (che porta con sé gasdotti, autostrade, e così via) che vorrebbe approfittare di manodopera a basso costo e importanti risorse naturali. Ciò, per Washington, avrebbe la doppia attrattiva di limitare l’immigrazione messicana e allo stesso tempo di avere un luogo vicino dove operare il reshoring di alcune filiere.
Certo, nel frattempo le contraddizioni del capitale hanno macinato terreno, anche sul piano delle politiche estere. Prima l’ex presidente messicano Obrador ha nazionalizzato il litio del suo paese, poi Trump ha innescato un vero e proprio terremoto con i dazi e ha intrattenuto scambi non pacifici con Sheinbaum.
Ciò significa che il Messico potrebbe considerare più conveniente l’opportunità di cercare non nel paese che confina a nord, ma in altri attori gli investimenti necessari a completare questo pur contraddittorio programma commerciale e industriale. Qui si entra nella “osteria dell’avvenire”, e non ha senso continuare oltre.
E tuttavia, è indubbio che il CIIT esprime una volta di più le forti tensioni della competizione globale e si candida a essere, seppur non a breve termine e sempre che venga portato a termine, come un altro elemento che si inserirà non senza peso nella dinamica di frammentazione del mercato mondiale.
Fonte
Lo diciamo subito: notizie e dichiarazioni come queste vanno pesate bene, perché politicamente e giornalisticamente garantiscono molta visibilità, tanto più in una condizione di aperta guerra commerciale come quella in cui ci troviamo oggi, dopo i nuovi dazi statunitensi. Bisogna però capire bene di cosa stiamo parlando.
Il progetto in questione è il Corridoio Interoceanico dell’Istmo di Tehuantepec (CIIT), non una via d’acqua come il Canale di Panama, ma un collegamento su rotaia. Un doppio binario lungo 300 chilometri, attraverso cui treni ad alta velocità dovrebbe connettere i porti di Coatzacoalcos, sull’Atlantico, e quello di Salina Cruz, sul Pacifico.
La spedizione appena conclusa ha riguardato 600 veicoli Hyunday che dall’Estremo Oriente sono passati al Golfo del Messico in 8 ore. Come ha ricordato Sheinbaum, vi sono ancora molti lavori da effettuare al porto di Salina Cruz, così come deve essere potenziata tutta la linea ferroviaria per raggiungere l’obiettivo del passaggio da un oceano all’altro in sole 3 ore.
Il guadagno di tempo previsto rispetto al passaggio per il Canale di Panama ha attirato molto interesse: ricordiamo che per attraversare quella via d’acqua le navi impiegano 8 ore, con tempi di attesa che possono arrivare fino a due settimane. Ma è anche necessario osservare quali sono i lati negativi.
Mentre le navi porta container passano direttamente attraverso il Canale di Panama, le merci che arrivano ai due porti messicani (o a terminali ad essi vicini) devono essere trasferiti sui vagoni, per essere poi nuovamente riportati in container per il trasporto marittimo. Una serie di operazioni non solo complesse quando si tratta di milioni di tonnellate, ma che richiedono anche tempo.
Anche nel caso in cui si possa garantire questo tipo di attività, bisogna poi vedere quanto tonnellaggio può effettivamente passare per il CIIT. Si prevede una capacità intorno alle 300 mila tonnellate al giorno, e dunque, calcolatrice alla mano, ci si può aspettare che per questa nuova via messicana possano passare oltre 100 milioni di tonnellate di merci l’anno.
Può sembrare tantissimo, ed effettivamente lo è, ma non abbastanza da poter sostituire il Canale di Panama, tantomeno da risultare “più trafficato“, come ha detto Sheinbaum. Nel 2021, per il corridoio panamense, sono transitate 516 milioni di tonnellate: anche prendendo a riferimento anni meno eccezionali, parliamo di capacità ben differenti.
Nel 2016 è stato inaugurato il secondo Canale di Panama, parallelo a quello costruito oltre un secolo fa. A realizzare l’immensa opera è stato un consorzio guidato dall’italiana Webuild. Attraverso questo secondo canale, possono ormai passare la maggior parte delle navi per il trasporto marittimo.
Il ruolo insostituibile del percorso panamense è evidente. Possiamo però aggiungere qualche altro elemento che può aiutare a capire come mai il CIIT è un complesso di infrastrutture che va tenuto d’occhio. Non solo, ovviamente, per il fatto di poter comunque assorbire una grossa fetta del commercio mondiale, che forse subirà anche una battuta d’arresto con i dazi di Trump.
Innanzitutto, è interessante perché non è l’unica via che sta venendo posta come alternativa al Canale di Panama, in una fase in cui è netto lo scontro tra Washington e Pechino per il controllo, o almeno il mantenimento di una leva importante su questo snodo fondamentale. La Cina ha stretto importanti accordi col Perù per ciò che riguarda il porto di Chancay.
Il terminale peruviano potrebbe offrire un’importante punto di collegamento tra il mercato cinese e quello dell’America Latina. Allo stesso modo, quello messicano potrebbe svolgere una funzione simile, ma in questo caso è importante fare chiarezza sul fatto di chi, ad oggi, ha mostrato interesse per il CIIT.
La prima spedizione che vi è passata è stata di auto sudcoreane dirette a New York. Nel 2022, l’ambasciatore statunitense in Messico, Ken Salazar, ha espresso grandi aspettative per i progetti che si collegano al CIIT, e lo stesso hanno fatto altri importanti esponenti dell’allora amministrazione Biden.
Il CIIT, infatti, non si concretizza unicamente nel collegamento tra i due oceani. Su questa nuova via si vogliono creare dieci grandi poli industriali, collegandoli poi attraverso il Tren Maya allo Yucatan e attraverso altre infrastrutture anche al Chapas. Non a caso, negli anni questo progetto ha visto una forte opposizione delle comunità zapatiste.
Parliamo di un’ondata di industrializzazione (che porta con sé gasdotti, autostrade, e così via) che vorrebbe approfittare di manodopera a basso costo e importanti risorse naturali. Ciò, per Washington, avrebbe la doppia attrattiva di limitare l’immigrazione messicana e allo stesso tempo di avere un luogo vicino dove operare il reshoring di alcune filiere.
Certo, nel frattempo le contraddizioni del capitale hanno macinato terreno, anche sul piano delle politiche estere. Prima l’ex presidente messicano Obrador ha nazionalizzato il litio del suo paese, poi Trump ha innescato un vero e proprio terremoto con i dazi e ha intrattenuto scambi non pacifici con Sheinbaum.
Ciò significa che il Messico potrebbe considerare più conveniente l’opportunità di cercare non nel paese che confina a nord, ma in altri attori gli investimenti necessari a completare questo pur contraddittorio programma commerciale e industriale. Qui si entra nella “osteria dell’avvenire”, e non ha senso continuare oltre.
E tuttavia, è indubbio che il CIIT esprime una volta di più le forti tensioni della competizione globale e si candida a essere, seppur non a breve termine e sempre che venga portato a termine, come un altro elemento che si inserirà non senza peso nella dinamica di frammentazione del mercato mondiale.
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31/03/2025
L’Antitrust cinese blocca la vendita dei porti sul Canale di Panama
A inizio marzo era arrivata la notizia che una cordata guidata da BlackRock, a cui partecipa anche l’imprenditore italiano Aponte e la sua MSC, avevano chiuso un accordo per rilevare il 90% di Panama Ports. In questo modo, i due (dei cinque) porti agli estremi del Canale di Panama gestiti dalla società CK Hutchison Holdings, con sede a Hong Kong, sarebbero finiti sotto controllo statunitense.
Il 28 marzo, però, quella che è l’Antitrust di Pechino ha fatto sapere di aver avviato un’indagine sull’intesa “in conformità con la legge per proteggere la concorrenza leale nel mercato e salvaguardare l’interesse pubblico”. Il South China Morning Post ha riportato che una fonte vicina alla CK Hutchinson ha confermato che non firmerà l’accordo il prossimo 2 aprile.
Su Ta Kung Pao, quotidiano di Hong Kong, nemmeno dieci giorni fa veniva scritto in un editoriale che la transazione doveva essere fermata, poiché si presentava come una mossa in “perfetta collaborazione” con la strategia anti-cinese degli USA. La contrarietà del governo cinese ha portato anche a una significativa perdita di valore delle azioni della CK Hutchinson.
I porti all’ingresso e all’uscita del Canale non hanno un diretto controllo sulla via d’acqua, ma sono comunque infrastrutture poste in posizioni strategiche. Così come lo sono gli altri 43 porti e 199 attracchi, distribuiti tra 23 paesi, di cui CK Hutchinson cederebbe il controllo alla cordata guidata da BlackRock.
Per Washington significherebbe dunque mettere le mani su importanti snodi del commercio mondiale, e soprattutto poter vantare di aver inferto un duro colpo al nemico strategico cinese. Inoltre, ciò si sommerebbere alla volontà espressa dal presidente panamense di non rinnovare l’adesione alla Nuova Via della Seta.
L’apertura di questa indagine e il rinvio della chiusura dell’accordo rappresenta invece una evidente reazione del Dragone alla postura aggressiva della Casa Bianca. La Cina dimostra che non è disposta ad accettare ricatti, e ha gli strumenti per contrastare l’azione statunitense.
Non può inoltre passare inosservato che la vendita delle sussidiarie di CK Hutchinson doveva arrivare il 2 aprile, ovvero lo stesso giorno dell’introduzione dei dazi decisi dall’amministrazione Trump, imposte anche sulle merci cinesi. Il tycoon aveva detto che avrebbe valutato flessibilità sulle gabelle se ByteDance avesse venduto le attività di TikTok negli States a una società non cinese.
Pechino ha respinto l’offerta e ora risponde anche sul dossier di Panama. Bisognerà mantenere alta l’attenzione, poiché Trump non aveva escluso l’intervento militare, e ora questa opzione potrebbe tornare tra le ipotesi papabili ora che la Cina mostra di non voler sottostare ai ricatti stelle-e-strisce.
Fonte
Il 28 marzo, però, quella che è l’Antitrust di Pechino ha fatto sapere di aver avviato un’indagine sull’intesa “in conformità con la legge per proteggere la concorrenza leale nel mercato e salvaguardare l’interesse pubblico”. Il South China Morning Post ha riportato che una fonte vicina alla CK Hutchinson ha confermato che non firmerà l’accordo il prossimo 2 aprile.
Su Ta Kung Pao, quotidiano di Hong Kong, nemmeno dieci giorni fa veniva scritto in un editoriale che la transazione doveva essere fermata, poiché si presentava come una mossa in “perfetta collaborazione” con la strategia anti-cinese degli USA. La contrarietà del governo cinese ha portato anche a una significativa perdita di valore delle azioni della CK Hutchinson.
I porti all’ingresso e all’uscita del Canale non hanno un diretto controllo sulla via d’acqua, ma sono comunque infrastrutture poste in posizioni strategiche. Così come lo sono gli altri 43 porti e 199 attracchi, distribuiti tra 23 paesi, di cui CK Hutchinson cederebbe il controllo alla cordata guidata da BlackRock.
Per Washington significherebbe dunque mettere le mani su importanti snodi del commercio mondiale, e soprattutto poter vantare di aver inferto un duro colpo al nemico strategico cinese. Inoltre, ciò si sommerebbere alla volontà espressa dal presidente panamense di non rinnovare l’adesione alla Nuova Via della Seta.
L’apertura di questa indagine e il rinvio della chiusura dell’accordo rappresenta invece una evidente reazione del Dragone alla postura aggressiva della Casa Bianca. La Cina dimostra che non è disposta ad accettare ricatti, e ha gli strumenti per contrastare l’azione statunitense.
Non può inoltre passare inosservato che la vendita delle sussidiarie di CK Hutchinson doveva arrivare il 2 aprile, ovvero lo stesso giorno dell’introduzione dei dazi decisi dall’amministrazione Trump, imposte anche sulle merci cinesi. Il tycoon aveva detto che avrebbe valutato flessibilità sulle gabelle se ByteDance avesse venduto le attività di TikTok negli States a una società non cinese.
Pechino ha respinto l’offerta e ora risponde anche sul dossier di Panama. Bisognerà mantenere alta l’attenzione, poiché Trump non aveva escluso l’intervento militare, e ora questa opzione potrebbe tornare tra le ipotesi papabili ora che la Cina mostra di non voler sottostare ai ricatti stelle-e-strisce.
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05/03/2025
I porti “cinesi” del Canale di Panama venduti a un consorzio guidato da BlackRock
Una delle promesse – o minacce – fatte da Trump al suo discorso di insediamento sembra essersi realizzata: due importanti porti agli estremi del Canale di Panama tornano di proprietà ‘statunitense’, per quanto si possa affibbiare una nazionalità al consorzio guidato da BlackRock che ne ha rilevato la gestione dalla cinese CK Hutchison Holdings.
Appena un mese fa le pressioni messe in pratica dal Segretario di Stato USA Marco Rubio avevano portato il presidente panamense alla promessa di non rinnovare l’accordo sulla Belt and Road Initiative con Pechino. Ma anche all’avvio di verifiche sulla concessione dei due porti, rinnovata senza gara d’appalto a Panama Ports, sussidiaria della CK Hutchison Holdings.
Un’evidente pressione politica che la società con sede a Hong Kong (dunque non un’impresa pubblica su cui il Partito Comunista Cinese eserciti alcun controllo) ha deciso di aggirare vendendo direttamente il 90% di Panama Ports a BlackRock e soci. Tra di essi, anche MSC dell’imprenditore italiano Aponte.
Ora, dunque, gli accessi a Balboa e Cristobal sono sotto più stretto controllo di Washington. Non si tratta del ritorno del Canale sotto la sovranità statunitense, come molti giornali italiani hanno titolato, ma si tratta di certo di un altro caso in cui alle ‘sparate’ di Trump sono seguiti fatti concreti, che non si possono ignorare.
Più che altro perché anche Trump ha rincarato la dose, citando davanti al Congresso l’accordo di BlackRock, ma continuando anche a dire che si riprenderanno quella via d’acqua. La mossa della società di Hong Kong, che ha così evitato spiacevoli controlli e ha pure incassato un buon rialzo delle azioni in borsa, potrebbe non bastare.
Ad ogni modo, la notizia non è solo che degli importanti terminali di uno dei corridoi commerciali più importanti del mondo sono tornati nell’orbita dell’imperialismo stelle-e-strisce. Perché la partita che Trump si gioca è quella di un più generale rilancio della capacità del suo paese di assumere una posizione di forza nella frammentazione del mercato mondiale.
Il tema del Canale di Panama ha a che fare con tale questione, e l’accordo siglato da BlackRock va oltre l’America centrale. Come riporta il Financial Times, infatti, nei 22,8 miliardi di dollari che alla fine dovrebbe valere l’accordo, non è stato ceduto solo il 90% di Panama Ports, ma anche l’80% delle altre sussidiarie portuali di CK Hutchison.
Si parla di sigle che gestiscono 43 porti in 23 paesi, tra cui il Regno Unito e la Germania, il Messico e l’Australia, e in vari altri luoghi del Sud-Est asiatico e del Medio Oriente. L’altro 20% delle sussidiarie è detenuto da PSA, operatore portuale di proprietà di Temasek, fondo sovrano di Singapore: uno stato che Washington può pensare di allineare abbastanza facilmente ai suoi desideri.
L’accordo ha quindi proiettato gli Stati Uniti nel controllo di infrastrutture commerciali fondamentali sparse per tutto il pianeta, utili nella pressione politica che Trump vuole operare nella ridefinizione dei termini del commercio globale a proprio vantaggio. Sempre sul Financial Times si legge che una fonte ha evidenziato come “il consorzio non sarebbe andato avanti con la sua offerta se avesse creduto che il governo degli Stati Uniti non avrebbe sostenuto l’accordo”.
È finita la propaganda del libero mercato che governa su ogni cosa. Ormai siamo allo scontro totale tra attori che sono tutti competitors nell’orizzonte della competizione globale e della frammentazione del mercato mondiale. Trump sta premendo sull’acceleratore di questa trasformazione.
Fonte
Appena un mese fa le pressioni messe in pratica dal Segretario di Stato USA Marco Rubio avevano portato il presidente panamense alla promessa di non rinnovare l’accordo sulla Belt and Road Initiative con Pechino. Ma anche all’avvio di verifiche sulla concessione dei due porti, rinnovata senza gara d’appalto a Panama Ports, sussidiaria della CK Hutchison Holdings.
Un’evidente pressione politica che la società con sede a Hong Kong (dunque non un’impresa pubblica su cui il Partito Comunista Cinese eserciti alcun controllo) ha deciso di aggirare vendendo direttamente il 90% di Panama Ports a BlackRock e soci. Tra di essi, anche MSC dell’imprenditore italiano Aponte.
Ora, dunque, gli accessi a Balboa e Cristobal sono sotto più stretto controllo di Washington. Non si tratta del ritorno del Canale sotto la sovranità statunitense, come molti giornali italiani hanno titolato, ma si tratta di certo di un altro caso in cui alle ‘sparate’ di Trump sono seguiti fatti concreti, che non si possono ignorare.
Più che altro perché anche Trump ha rincarato la dose, citando davanti al Congresso l’accordo di BlackRock, ma continuando anche a dire che si riprenderanno quella via d’acqua. La mossa della società di Hong Kong, che ha così evitato spiacevoli controlli e ha pure incassato un buon rialzo delle azioni in borsa, potrebbe non bastare.
Ad ogni modo, la notizia non è solo che degli importanti terminali di uno dei corridoi commerciali più importanti del mondo sono tornati nell’orbita dell’imperialismo stelle-e-strisce. Perché la partita che Trump si gioca è quella di un più generale rilancio della capacità del suo paese di assumere una posizione di forza nella frammentazione del mercato mondiale.
Il tema del Canale di Panama ha a che fare con tale questione, e l’accordo siglato da BlackRock va oltre l’America centrale. Come riporta il Financial Times, infatti, nei 22,8 miliardi di dollari che alla fine dovrebbe valere l’accordo, non è stato ceduto solo il 90% di Panama Ports, ma anche l’80% delle altre sussidiarie portuali di CK Hutchison.
Si parla di sigle che gestiscono 43 porti in 23 paesi, tra cui il Regno Unito e la Germania, il Messico e l’Australia, e in vari altri luoghi del Sud-Est asiatico e del Medio Oriente. L’altro 20% delle sussidiarie è detenuto da PSA, operatore portuale di proprietà di Temasek, fondo sovrano di Singapore: uno stato che Washington può pensare di allineare abbastanza facilmente ai suoi desideri.
L’accordo ha quindi proiettato gli Stati Uniti nel controllo di infrastrutture commerciali fondamentali sparse per tutto il pianeta, utili nella pressione politica che Trump vuole operare nella ridefinizione dei termini del commercio globale a proprio vantaggio. Sempre sul Financial Times si legge che una fonte ha evidenziato come “il consorzio non sarebbe andato avanti con la sua offerta se avesse creduto che il governo degli Stati Uniti non avrebbe sostenuto l’accordo”.
È finita la propaganda del libero mercato che governa su ogni cosa. Ormai siamo allo scontro totale tra attori che sono tutti competitors nell’orizzonte della competizione globale e della frammentazione del mercato mondiale. Trump sta premendo sull’acceleratore di questa trasformazione.
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USA - Lo spot elettorale postumo sullo “stato dell’Unione”
Un discorso elettorale. Un classico, nel genere. Vero è che le elezioni statunitensi ci sono già state all’inizio di novembre, un secolo fa... Ma The Donald – come Berlusconi, come il resto della destra internazionale – non può fare altro. Così come i suoi avversari sedicenti «democratici», del resto...
Ma una differenza c’è. I suoi discorsi elettorali sono molto meno vaghi, diretti, pieni di problemi reali ovviamente stravolti quanto basta per tornare utili. Il che li rende più potabili del vuoto ciacolare «democratico», quello che persino una non avversaria come Lilli Gruber ha dovuto qualche tempo fa recensire molto negativamente («ho ascoltato tutto il discorso – di Elly Schlein – e alla fine il foglio di appunti era vuoto»).
Nel primo discorso sullo «stato dell’Unione» della sua nuova presidenza, Trump ha potuto inserire una sola novità: il fatto che Zelenskij, solo tre giorni dopo lo strapazzo subito in diretta mondovisione, sembra aver accettato quel che prima rifiutava. Ovvero farsi dire da Trump come metter fine alla guerra, che gli piaccia o no la soluzione che verrà trovata.
Per certificare la sua buonafede, intanto, firmerà ad occhi chiusi il contratto che concede a società statunitensi l’esclusiva di sfruttamento delle (presunte, fin qui) «terre rare» ucraine.
Del resto, “Abbiamo ricevuto forti segnali dalla Russia, sono pronti per la pace. Non sarebbe bellissimo? Dobbiamo porre fine a questa guerra insensata”. Passare dalle disponibilità a trattare ai risultati concreti è in genere un processo lungo e travagliato, ma chissenefrega, diamolo per fatto e non se ne parli più...
Il resto è roba già metabolizzata. Anche i dazi, che pure stanno agitando parecchio le borse (europee e statunitense, bisogna dire; quelle asiatiche vanno benone, stamattina), sono ormai un argomento ripetuto fino alla noia.
Certo, Cina, Canada, Messico sono pronti a ritorsioni uguali e simmetriche, ma ai due confinanti Trump sconsiglia la mossa promettendo il raddoppio se oseranno reagire. Non c’è alcuna argomentazione «etica», come avrebbe fatto un Biden o un Obama. Solo «interesse nazionale» e una brutale potenza di fuoco superiore.
Trump ha promesso di guidare l’America verso quella che ha definito “la nuova età dell’oro”, potendo contare su una folla di creduloni che quotidianamente fanno i conti con l’impoverimento progressivo, che non sanno però spiegarsi.
Per ora funziona promettere contemporaneamente fortissimi tagli alla spesa pubblica – non solo agli «sprechi», per cui ha scelto di citare alcuni milioni fin qui destinati alla promozione dei diritti Lgbt+ nel Lesotho («un paese di cui nessuno ha sentito parlare») – e lo sconvolgimento del commercio mondiale, che lui stesso ammette «creerà qualche problema all’inizio» anche per i consumatori Usa.
Funziona perché la dinamica macroeconomica segue altre strade rispetto al tran tran quotidiano per arrivare a fine mese, e dunque si può promettere molto oggi con la certezza che quando la realtà comincerà a mordere molto sarà stato dimenticato.
Così i dazi possono essere presentati come “necessari per difendere i lavoratori americani” e rilanciare l’economia interna: “Per troppo tempo gli Stati Uniti sono stati derubati da quasi tutti i paesi del mondo. Questo tempo è finito. Proteggeremo i posti di lavoro americani e l’anima del nostro Paese”, ha dichiarato.
Silenzio, ovviamente, sul fatto che i suoi amici delle multinazionali – primo fra tutti quell’Elon Musk che ha voluto ringraziare, citandolo, anche se le Tesla vengono da sempre costruite in Cina, mica a Detroit – quei «posti di lavoro» li hanno delocalizzati altrove già da decenni, desertificando industrialmente gli Usa.
Ha ammesso che questa politica potrebbe causare “qualche scompiglio” nel breve periodo, ma ha ribadito che il prezzo da pagare sarà ampiamente compensato dai benefici a lungo termine: “Non solo proteggeremo i lavoratori americani, ma proteggeremo l’anima della nostra nazione”.
Un’anima da solleticare con «successi» facili, come la «riconquista» del canale di Panama – in realtà venduto per 17,5 miliardi di dollari dalla cinese Hutchinson Wanpoa ad un un consorzio composto dalle società d’investimento statunitensi BlackRock e Global Infrastructure Partners (Gip) e dalla Terminal Investment Ltd (Til), gruppo con sede in Svizzera che fa capo alla compagnia marittima Msc dell’armatore italiano Gianluigi Aponte.
Oppure con la promessa di prendersi la Groenlandia – anche lì, terre rare e altre risorse minerarie – ma pacificamente, comprando il consenso dei suoi pochi abitanti (meno di 60mila, quanto un piccolo quartiere di Roma) per un referendum che sancisca il passaggio della sovranità dalla Danimarca agli Stati Uniti.
E poi vai con la saga contro l’immigrazione – quasi una vendetta della Storia, per un paese fatto di immigrati responsabili del genocidio dei nativi – in un trionfo di dati falsi e luoghi comuni indimostrabili (“Negli ultimi quattro anni sono entrate negli Stati Uniti 21 milioni di persone, molte di loro assassini, trafficanti di esseri umani e membri delle gang”).
Con qualche scempiaggine clamorosa, come la costruzione di un Iron Dome (il sistema antimissile israeliano) per proteggere il confine meridionale, in quella che dipinge come una guerra senza quartiere contro i cartelli della droga messicani.
E qualche bestilità altrettanto clamorosa, come la pena di morte federale ripristinata come obbligatoria in caso di omicidio di un poliziotto o la fine del «politicamente corretto» (che è certamente una fogna di ipocrisia, ma difficile da abolire per decreto).
Ma non voleva essere un discorso realistico, nonostante abbia toccato diversi problemi concreti. Trump è in modalità elettoralistica h24. Parla per autocelebrarsi e far sognare gli spettatori: “Tenetevi pronti per un incredibile futuro, perché l’età dell’oro dell’America è appena cominciata e sarà come qualcosa che non si è mai visto. Dio vi benedica”.
E intanto beccatevi i licenziamenti, l’aumento dell’inflazione (come conseguenza immediata dei dazi) e un bel po’ di repressione in più se non ci credete.
Fonte
Ma una differenza c’è. I suoi discorsi elettorali sono molto meno vaghi, diretti, pieni di problemi reali ovviamente stravolti quanto basta per tornare utili. Il che li rende più potabili del vuoto ciacolare «democratico», quello che persino una non avversaria come Lilli Gruber ha dovuto qualche tempo fa recensire molto negativamente («ho ascoltato tutto il discorso – di Elly Schlein – e alla fine il foglio di appunti era vuoto»).
Nel primo discorso sullo «stato dell’Unione» della sua nuova presidenza, Trump ha potuto inserire una sola novità: il fatto che Zelenskij, solo tre giorni dopo lo strapazzo subito in diretta mondovisione, sembra aver accettato quel che prima rifiutava. Ovvero farsi dire da Trump come metter fine alla guerra, che gli piaccia o no la soluzione che verrà trovata.
Per certificare la sua buonafede, intanto, firmerà ad occhi chiusi il contratto che concede a società statunitensi l’esclusiva di sfruttamento delle (presunte, fin qui) «terre rare» ucraine.
Del resto, “Abbiamo ricevuto forti segnali dalla Russia, sono pronti per la pace. Non sarebbe bellissimo? Dobbiamo porre fine a questa guerra insensata”. Passare dalle disponibilità a trattare ai risultati concreti è in genere un processo lungo e travagliato, ma chissenefrega, diamolo per fatto e non se ne parli più...
Il resto è roba già metabolizzata. Anche i dazi, che pure stanno agitando parecchio le borse (europee e statunitense, bisogna dire; quelle asiatiche vanno benone, stamattina), sono ormai un argomento ripetuto fino alla noia.
Certo, Cina, Canada, Messico sono pronti a ritorsioni uguali e simmetriche, ma ai due confinanti Trump sconsiglia la mossa promettendo il raddoppio se oseranno reagire. Non c’è alcuna argomentazione «etica», come avrebbe fatto un Biden o un Obama. Solo «interesse nazionale» e una brutale potenza di fuoco superiore.
Trump ha promesso di guidare l’America verso quella che ha definito “la nuova età dell’oro”, potendo contare su una folla di creduloni che quotidianamente fanno i conti con l’impoverimento progressivo, che non sanno però spiegarsi.
Per ora funziona promettere contemporaneamente fortissimi tagli alla spesa pubblica – non solo agli «sprechi», per cui ha scelto di citare alcuni milioni fin qui destinati alla promozione dei diritti Lgbt+ nel Lesotho («un paese di cui nessuno ha sentito parlare») – e lo sconvolgimento del commercio mondiale, che lui stesso ammette «creerà qualche problema all’inizio» anche per i consumatori Usa.
Funziona perché la dinamica macroeconomica segue altre strade rispetto al tran tran quotidiano per arrivare a fine mese, e dunque si può promettere molto oggi con la certezza che quando la realtà comincerà a mordere molto sarà stato dimenticato.
Così i dazi possono essere presentati come “necessari per difendere i lavoratori americani” e rilanciare l’economia interna: “Per troppo tempo gli Stati Uniti sono stati derubati da quasi tutti i paesi del mondo. Questo tempo è finito. Proteggeremo i posti di lavoro americani e l’anima del nostro Paese”, ha dichiarato.
Silenzio, ovviamente, sul fatto che i suoi amici delle multinazionali – primo fra tutti quell’Elon Musk che ha voluto ringraziare, citandolo, anche se le Tesla vengono da sempre costruite in Cina, mica a Detroit – quei «posti di lavoro» li hanno delocalizzati altrove già da decenni, desertificando industrialmente gli Usa.
Ha ammesso che questa politica potrebbe causare “qualche scompiglio” nel breve periodo, ma ha ribadito che il prezzo da pagare sarà ampiamente compensato dai benefici a lungo termine: “Non solo proteggeremo i lavoratori americani, ma proteggeremo l’anima della nostra nazione”.
Un’anima da solleticare con «successi» facili, come la «riconquista» del canale di Panama – in realtà venduto per 17,5 miliardi di dollari dalla cinese Hutchinson Wanpoa ad un un consorzio composto dalle società d’investimento statunitensi BlackRock e Global Infrastructure Partners (Gip) e dalla Terminal Investment Ltd (Til), gruppo con sede in Svizzera che fa capo alla compagnia marittima Msc dell’armatore italiano Gianluigi Aponte.
Oppure con la promessa di prendersi la Groenlandia – anche lì, terre rare e altre risorse minerarie – ma pacificamente, comprando il consenso dei suoi pochi abitanti (meno di 60mila, quanto un piccolo quartiere di Roma) per un referendum che sancisca il passaggio della sovranità dalla Danimarca agli Stati Uniti.
E poi vai con la saga contro l’immigrazione – quasi una vendetta della Storia, per un paese fatto di immigrati responsabili del genocidio dei nativi – in un trionfo di dati falsi e luoghi comuni indimostrabili (“Negli ultimi quattro anni sono entrate negli Stati Uniti 21 milioni di persone, molte di loro assassini, trafficanti di esseri umani e membri delle gang”).
Con qualche scempiaggine clamorosa, come la costruzione di un Iron Dome (il sistema antimissile israeliano) per proteggere il confine meridionale, in quella che dipinge come una guerra senza quartiere contro i cartelli della droga messicani.
E qualche bestilità altrettanto clamorosa, come la pena di morte federale ripristinata come obbligatoria in caso di omicidio di un poliziotto o la fine del «politicamente corretto» (che è certamente una fogna di ipocrisia, ma difficile da abolire per decreto).
Ma non voleva essere un discorso realistico, nonostante abbia toccato diversi problemi concreti. Trump è in modalità elettoralistica h24. Parla per autocelebrarsi e far sognare gli spettatori: “Tenetevi pronti per un incredibile futuro, perché l’età dell’oro dell’America è appena cominciata e sarà come qualcosa che non si è mai visto. Dio vi benedica”.
E intanto beccatevi i licenziamenti, l’aumento dell’inflazione (come conseguenza immediata dei dazi) e un bel po’ di repressione in più se non ci credete.
Fonte
09/02/2025
Panama “borbotta” verso gli USA ma esce dalla Via della Seta cinese
Il presidente panamense Josè Raul Mulino ha definito “intollerabile” la dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in cui si affermava che il Canale di Panama aveva accettato il libero passaggio delle navi governative statunitensi.
“Sono molto sorpreso dalla dichiarazione di ieri. Stanno facendo una dichiarazione importante da parte dell’entità che governa la politica estera degli Stati Uniti, e questo è intollerabile”, ha detto il presidente giovedì.
Il presidente panamense ha poi ricordato che è impossibile, sia per i mezzi costituzionali che legali, per lui o per il governo avere il potere di fissare, aumentare o esentare il pagamento dei pedaggi nel Canale di Panama. Per questo motivo, afferma di essere rimasto sorpreso dalle informazioni rilasciate da Washington.
“Non è così che vengono gestite le relazioni bilaterali di due paesi e partner amici”, ha aggiunto. Mulino ha detto che il suo Paese esprime un “rifiuto assoluto” per “il modo di gestire le relazioni bilaterali sulla base di menzogne e falsità”.
Il presidente panamense ha ricordato di aver avuto un incontro con il segretario di Stato americano Marco Rubio lo scorso fine settimana, in cui Washington ha insistito per segnalare la presunta interferenza della Cina in quella rotta di comunicazione marittima.
A questo proposito, Mulino si è detto disposto a mantenere “la conversazione con Rubio” e ha aggiunto che ci sono “molti più interessi” che uniscono Panama e gli Stati Uniti “rispetto ad alcuni pedaggi del canale”.
Secondo la sua versione, gli esborsi non superano i 10 milioni di dollari all’anno, il che non rappresenta certo una cifra significativa per l’economia statunitense. “Non è che i pedaggi stiano distruggendo l’economia degli Stati Uniti”, ha ribadito.
D’altra parte, ha chiesto al ministero degli Esteri di diffondere la lettera emessa dalla società che gestisce il Canale di Panama, dove si comunicava di non aver effettuato “alcun adeguamento” dei “pedaggi e degli altri diritti di transito” attraverso quell’importante via navigabile interoceanica.
In compenso il presidente panamense dopo l’incontro con il segretario di Stato americano Marco Rubio, ha annunciato non rinnoverà la sua partecipazione alla Belt and Road Initiative (BRI) della Cina. La decisione rende Panama il primo paese latinoamericano a ritirarsi dall’iniziativa infrastrutturale globale. Mulino ha dichiarato che l’accordo è destinato a essere rinnovato nei prossimi uno o due anni ma il suo governo valuterà la possibilità di terminarlo prima. “Studieremo la possibilità di terminarlo prima”, ha detto. Panama ha aderito inizialmente all’iniziativa nel 2017 sotto una precedente amministrazione.
In risposta a una domanda riguardante il ritiro formale di Panama dalla Belt and Road Initiative (BRI) e il fatto che questa decisione sia stata presa sotto la pressione degli Stati Uniti, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha espresso venerdì una forte opposizione alle tattiche di pressione coercitiva degli Stati Uniti volte a diffamare e minare la cooperazione nell’ambito della BRI e si è rammaricato per la decisione di Panama di non rinnovare il memorandum d’intesa sulla Via della Seta.
L’ambasciatore cinese a Panama, Xu Xueyuan, ha chiesto rispetto agli Stati Uniti dopo le pressioni esercitate dal segretario di Stato americano durante la sua visita nel paese dell’istmo e le dichiarazioni sulla presunta influenza cinese sul passaggio marittimo.
Xu Xueyuan ha sottolineato che le relazioni tra Panama e la Cina si basano sull’uguaglianza, sul rispetto e sul vantaggio reciproco.
In un articolo la diplomatica cinese ha chiarito che “nessuno ha il diritto di dare ordini o dettare linee guida ad altri paesi. Se gli Stati Uniti vogliono creare un'”età dell’oro” per le Americhe, devono prima rispettare gli altri paesi e chiedere ai popoli dell’America Latina che tipo di era vogliono”.
L’ambasciatrice cinese ha affermato che da quando sono state stabilite relazioni diplomatiche tra le parti, la Cina ha lavorato insieme nel quadro della Belt and Road Initiative per affrontare, discutere e condividere, e quindi “beneficiare le popolazioni di entrambi i paesi”.
Xu Xueyuan ha anche denunciato l’interferenza storica degli Stati Uniti in questa importante via d’acqua, sostenendo che gli Stati Uniti hanno controllato la Zona del Canale per 85 anni, e ora vogliono riconquistare quel controllo. Ha ricordato anche l’invio di 27.000 soldati per invadere Panama nel 1989, e forse, “secondo le stesse autorità statunitensi, non escluderebbe la possibilità di inviare nuovamente truppe in futuro”.
Fonte
“Sono molto sorpreso dalla dichiarazione di ieri. Stanno facendo una dichiarazione importante da parte dell’entità che governa la politica estera degli Stati Uniti, e questo è intollerabile”, ha detto il presidente giovedì.
Il presidente panamense ha poi ricordato che è impossibile, sia per i mezzi costituzionali che legali, per lui o per il governo avere il potere di fissare, aumentare o esentare il pagamento dei pedaggi nel Canale di Panama. Per questo motivo, afferma di essere rimasto sorpreso dalle informazioni rilasciate da Washington.
“Non è così che vengono gestite le relazioni bilaterali di due paesi e partner amici”, ha aggiunto. Mulino ha detto che il suo Paese esprime un “rifiuto assoluto” per “il modo di gestire le relazioni bilaterali sulla base di menzogne e falsità”.
Il presidente panamense ha ricordato di aver avuto un incontro con il segretario di Stato americano Marco Rubio lo scorso fine settimana, in cui Washington ha insistito per segnalare la presunta interferenza della Cina in quella rotta di comunicazione marittima.
A questo proposito, Mulino si è detto disposto a mantenere “la conversazione con Rubio” e ha aggiunto che ci sono “molti più interessi” che uniscono Panama e gli Stati Uniti “rispetto ad alcuni pedaggi del canale”.
Secondo la sua versione, gli esborsi non superano i 10 milioni di dollari all’anno, il che non rappresenta certo una cifra significativa per l’economia statunitense. “Non è che i pedaggi stiano distruggendo l’economia degli Stati Uniti”, ha ribadito.
D’altra parte, ha chiesto al ministero degli Esteri di diffondere la lettera emessa dalla società che gestisce il Canale di Panama, dove si comunicava di non aver effettuato “alcun adeguamento” dei “pedaggi e degli altri diritti di transito” attraverso quell’importante via navigabile interoceanica.
In compenso il presidente panamense dopo l’incontro con il segretario di Stato americano Marco Rubio, ha annunciato non rinnoverà la sua partecipazione alla Belt and Road Initiative (BRI) della Cina. La decisione rende Panama il primo paese latinoamericano a ritirarsi dall’iniziativa infrastrutturale globale. Mulino ha dichiarato che l’accordo è destinato a essere rinnovato nei prossimi uno o due anni ma il suo governo valuterà la possibilità di terminarlo prima. “Studieremo la possibilità di terminarlo prima”, ha detto. Panama ha aderito inizialmente all’iniziativa nel 2017 sotto una precedente amministrazione.
In risposta a una domanda riguardante il ritiro formale di Panama dalla Belt and Road Initiative (BRI) e il fatto che questa decisione sia stata presa sotto la pressione degli Stati Uniti, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha espresso venerdì una forte opposizione alle tattiche di pressione coercitiva degli Stati Uniti volte a diffamare e minare la cooperazione nell’ambito della BRI e si è rammaricato per la decisione di Panama di non rinnovare il memorandum d’intesa sulla Via della Seta.
L’ambasciatore cinese a Panama, Xu Xueyuan, ha chiesto rispetto agli Stati Uniti dopo le pressioni esercitate dal segretario di Stato americano durante la sua visita nel paese dell’istmo e le dichiarazioni sulla presunta influenza cinese sul passaggio marittimo.
Xu Xueyuan ha sottolineato che le relazioni tra Panama e la Cina si basano sull’uguaglianza, sul rispetto e sul vantaggio reciproco.
In un articolo la diplomatica cinese ha chiarito che “nessuno ha il diritto di dare ordini o dettare linee guida ad altri paesi. Se gli Stati Uniti vogliono creare un'”età dell’oro” per le Americhe, devono prima rispettare gli altri paesi e chiedere ai popoli dell’America Latina che tipo di era vogliono”.
L’ambasciatrice cinese ha affermato che da quando sono state stabilite relazioni diplomatiche tra le parti, la Cina ha lavorato insieme nel quadro della Belt and Road Initiative per affrontare, discutere e condividere, e quindi “beneficiare le popolazioni di entrambi i paesi”.
Xu Xueyuan ha anche denunciato l’interferenza storica degli Stati Uniti in questa importante via d’acqua, sostenendo che gli Stati Uniti hanno controllato la Zona del Canale per 85 anni, e ora vogliono riconquistare quel controllo. Ha ricordato anche l’invio di 27.000 soldati per invadere Panama nel 1989, e forse, “secondo le stesse autorità statunitensi, non escluderebbe la possibilità di inviare nuovamente truppe in futuro”.
Fonte
05/02/2025
Panama non rinnoverà gli accordi sulla Via della Seta
Il nuovo Segretario di Stato USA, Marco Rubio, sta svolgendo un viaggio in America centrale, per stringere la presa su quello che Washington pensa come il proprio “cortile di casa”. Il primo nodo da sciogliere è quello del Canale di Panama.
Domenica il politico statunitense ha incontrato José Raúl Mulino, presidente del paese centro-americano. Un incontro nel quale non è stata fatta “alcuna minaccia reale di riprendere il canale o di usare la forza”, come aveva fatto Trump appena arrivato alla Casa Bianca.
Siamo abituati alle dichiarazioni forti di Trump, a cui dobbiamo abituarci al fatto che seguano anche alcune azioni. Ma la strategia del tycoon è in genere quella di imporre la massima pressione per poi ottenere delle mediazioni utili a disegnare la cornice delle relazioni internazionali in favore degli Stati Uniti.
Lo stanno imparando gli alleati, su entrambe le sponde dell’Atlantico; lo ha capito subito Panama, che ha deciso intanto di non rinnovare l’adesione alla Belt and Road Initiative cinese. L’accordo è stato firmato nel 2017, e scadrà nel 2026, si sostanzia al solito in investimenti infrastrutturali.
È questa influenza che Rubio vuole ridurre, per “proteggere questa risorsa vitale dal Partito comunista cinese”. Ricordiamo infatti che quasi i tre quarti del traffico del Canale proviene dagli States, mentre la Cina ne è il secondo utilizzatore, col 21% del transito.
È quindi difficile pensare che Panama voglia fare un torto al principale fruitore della via d’acqua, da cui derivano importanti guadagni e anche una lunga serie di colpi di stato. Ma per Washington è inaccettabile il ruolo che è andata assumendo Pechino con alcuni suoi progetti.
Parliamo della costruzione di un ponte sul Canale, di un terminal per navi da crociera, di un parco eolico, di una nuova metropolitana, e altre infrastrutture valutate come una violazione della neutralità stabilita nel patto USA-Panama del 1977.
“Il segretario Rubio ha chiarito che questo status quo è inaccettabile – si legge in una sintesi del Dipartimento di Stato – e che, in assenza di cambiamenti immediati, gli Stati Uniti dovranno adottare le misure necessarie per proteggere i propri diritti ai sensi del trattato”.
È abbastanza chiaro che il principale punto di frizione sia però la gestione di due porti ai due ingressi del Canale, affidata alla Panama Ports Company, sussidiaria di CK Hutchison Holdings con sede a Hong Kong. Per quanto non controllino l’accesso delle navi, ciò viene considerata dai vertici USA un’influenza eccessiva.
Al colosso di Hong Kong (che non è comunque un’“azienda statale controllata dal Partito Comunista”) è stata data la proroga della concessione senza gara d’appalto per 25 anni. Ma Mulino ha parlato di verifiche da attendere “prima di poter giungere alle nostre conclusioni legali e agire di conseguenza”.
Controlli che sembrano rispondere ai desideri del nuovo inquilino della Casa Bianca e che, in caso portassero alla revoca della concessione, offrirebbero agli Stati Uniti anche l’opportunità di subentrare all’azienda di Hong Kong. E fare davvero e di nuovo quello di cui viene accusata Pechino: controllare il Canale.
Da parte sua, la Cina ha risposto con il proprio rappresentante permanente alle Nazioni Unite, Fu Cong: “la Cina non partecipa alla gestione e all’operatività del Canale di Panama e non si è mai intromessa nei suoi affari. La Cina rispetta la sovranità di Panama sul canale e lo riconosce come un passaggio internazionale permanente e neutrale”.
La pressione sul paese centro-americano continua con la presentazione alla Camera da parte dei repubblicani una proposta di legge per la riacquisizione “legale e proprietaria” del Canale da parte degli Stati Uniti. Il promotore Dusty Johnson ha detto esplicitamente che “l’America (gli USA, ndr) deve proiettare forza all’estero e possedere e gestire” questa via commerciale.
A fare eco è stata anche l’ennesima dichiarazione di Trump, che nel caso il Canale non tornasse in mano statunitense, anticipa che “accadrà qualcosa di molto potente”. Senza alcuna specifica riguardo possibili interventi militari, ma evocandone chiaramente la possibilità, come successo l’ultima volta nel 1989 (defenestrazione e arresto di Noriega, dittatore ex agente della Cia, che si era un po’ montato la testa...).
Un’altra minaccia che rimanda al tipico modo statunitense di gestire i nodi di tensione internazionale: invadendo e finanziando colpi di stato, finché tutti non si inchinino a Washington. Per ulteriori sviluppi bisognerà comunque attendere, con ogni probabilità, i controlli sulla Hutchison Holdings.
Fonte
Domenica il politico statunitense ha incontrato José Raúl Mulino, presidente del paese centro-americano. Un incontro nel quale non è stata fatta “alcuna minaccia reale di riprendere il canale o di usare la forza”, come aveva fatto Trump appena arrivato alla Casa Bianca.
Siamo abituati alle dichiarazioni forti di Trump, a cui dobbiamo abituarci al fatto che seguano anche alcune azioni. Ma la strategia del tycoon è in genere quella di imporre la massima pressione per poi ottenere delle mediazioni utili a disegnare la cornice delle relazioni internazionali in favore degli Stati Uniti.
Lo stanno imparando gli alleati, su entrambe le sponde dell’Atlantico; lo ha capito subito Panama, che ha deciso intanto di non rinnovare l’adesione alla Belt and Road Initiative cinese. L’accordo è stato firmato nel 2017, e scadrà nel 2026, si sostanzia al solito in investimenti infrastrutturali.
È questa influenza che Rubio vuole ridurre, per “proteggere questa risorsa vitale dal Partito comunista cinese”. Ricordiamo infatti che quasi i tre quarti del traffico del Canale proviene dagli States, mentre la Cina ne è il secondo utilizzatore, col 21% del transito.
È quindi difficile pensare che Panama voglia fare un torto al principale fruitore della via d’acqua, da cui derivano importanti guadagni e anche una lunga serie di colpi di stato. Ma per Washington è inaccettabile il ruolo che è andata assumendo Pechino con alcuni suoi progetti.
Parliamo della costruzione di un ponte sul Canale, di un terminal per navi da crociera, di un parco eolico, di una nuova metropolitana, e altre infrastrutture valutate come una violazione della neutralità stabilita nel patto USA-Panama del 1977.
“Il segretario Rubio ha chiarito che questo status quo è inaccettabile – si legge in una sintesi del Dipartimento di Stato – e che, in assenza di cambiamenti immediati, gli Stati Uniti dovranno adottare le misure necessarie per proteggere i propri diritti ai sensi del trattato”.
È abbastanza chiaro che il principale punto di frizione sia però la gestione di due porti ai due ingressi del Canale, affidata alla Panama Ports Company, sussidiaria di CK Hutchison Holdings con sede a Hong Kong. Per quanto non controllino l’accesso delle navi, ciò viene considerata dai vertici USA un’influenza eccessiva.
Al colosso di Hong Kong (che non è comunque un’“azienda statale controllata dal Partito Comunista”) è stata data la proroga della concessione senza gara d’appalto per 25 anni. Ma Mulino ha parlato di verifiche da attendere “prima di poter giungere alle nostre conclusioni legali e agire di conseguenza”.
Controlli che sembrano rispondere ai desideri del nuovo inquilino della Casa Bianca e che, in caso portassero alla revoca della concessione, offrirebbero agli Stati Uniti anche l’opportunità di subentrare all’azienda di Hong Kong. E fare davvero e di nuovo quello di cui viene accusata Pechino: controllare il Canale.
Da parte sua, la Cina ha risposto con il proprio rappresentante permanente alle Nazioni Unite, Fu Cong: “la Cina non partecipa alla gestione e all’operatività del Canale di Panama e non si è mai intromessa nei suoi affari. La Cina rispetta la sovranità di Panama sul canale e lo riconosce come un passaggio internazionale permanente e neutrale”.
La pressione sul paese centro-americano continua con la presentazione alla Camera da parte dei repubblicani una proposta di legge per la riacquisizione “legale e proprietaria” del Canale da parte degli Stati Uniti. Il promotore Dusty Johnson ha detto esplicitamente che “l’America (gli USA, ndr) deve proiettare forza all’estero e possedere e gestire” questa via commerciale.
A fare eco è stata anche l’ennesima dichiarazione di Trump, che nel caso il Canale non tornasse in mano statunitense, anticipa che “accadrà qualcosa di molto potente”. Senza alcuna specifica riguardo possibili interventi militari, ma evocandone chiaramente la possibilità, come successo l’ultima volta nel 1989 (defenestrazione e arresto di Noriega, dittatore ex agente della Cia, che si era un po’ montato la testa...).
Un’altra minaccia che rimanda al tipico modo statunitense di gestire i nodi di tensione internazionale: invadendo e finanziando colpi di stato, finché tutti non si inchinino a Washington. Per ulteriori sviluppi bisognerà comunque attendere, con ogni probabilità, i controlli sulla Hutchison Holdings.
Fonte
03/02/2025
Panama - “Chiudere il canale alla Cina o ci saranno conseguenze”
Il Segretario di Stato Marco Rubio, durante una visita domenicale a Panama City, ha avvertito il presidente panamense José Raúl Mulino che gli Stati Uniti adotteranno “le misure necessarie” se Panama non agirà tempestivamente per contrastare quella che il presidente Donald Trump considera un’eccessiva influenza e controllo cinese sul Canale di Panama. Mulino, al termine degli incontri con il diplomatico statunitense, ha dichiarato di voler rivedere gli accordi che coinvolgono la Cina e le imprese cinesi operanti nel paese, promuovendo al contempo una maggiore collaborazione con gli Stati Uniti sulla gestione dei flussi migratori. Tuttavia, ha ribadito con fermezza che la sovranità panamense sul canale, il secondo più trafficato al mondo, non è negoziabile.
L’agenzia di stampa Reuters fa sapere che Rubio ha consegnato un messaggio diretto da parte di Trump, in cui si esprimeva preoccupazione per la presenza cinese nel canale, in particolare attraverso una società con sede a Hong Kong che gestisce due porti situati vicino agli ingressi della via d’acqua. Secondo Trump, questa presenza rappresenta una minaccia per il canale e una violazione del trattato bilaterale tra Stati Uniti e Panama. Tammy Bruce, portavoce del Dipartimento di Stato, ha dichiarato: “Il Segretario Rubio ha chiarito che lo status quo è inaccettabile e che, in assenza di cambiamenti immediati, gli Stati Uniti saranno costretti a intraprendere le azioni necessarie per proteggere i propri diritti in base al trattato”. Rubio, tuttavia, non ha specificato quali azioni precise Panama debba intraprendere né quali potrebbero essere le eventuali ritorsioni statunitensi.
Trump, nel corso del suo mandato, ha più volte minacciato di riprendere il controllo del Canale di Panama, costruito dagli Stati Uniti all’inizio del XX secolo e trasferito a Panama nel 1999, sostenendo che la gestione del canale sia ormai dominata da Pechino. Il presidente statunitense non ha escluso l’uso della forza militare per raggiungere questo obiettivo, scatenando critiche sia dagli alleati che dai rivali latinoamericani di Washington. Tuttavia, domenica Trump ha dichiarato di non ritenere necessario l’impiego di truppe, pur ribadendo che Panama ha violato gli accordi e che gli Stati Uniti riprenderanno il controllo del canale. “La Cina gestisce il Canale di Panama. Non è stato dato alla Cina, ma a Panama – una decisione sciocca – ma hanno violato l’accordo, e lo riprenderemo, o accadrà qualcosa di molto significativo”, ha affermato Trump ai giornalisti.
Rubio, noto per le sue posizioni critiche verso la Cina durante la sua carriera al Senato, ha recentemente dichiarato in un’intervista che Pechino potrebbe utilizzare i porti sotto il suo controllo per bloccare il canale in caso di conflitto con gli Stati Uniti, una mossa che avrebbe gravi conseguenze per il commercio marittimo americano. Mulino, da parte sua, ha descritto l’incontro con Rubio come rispettoso e cordiale, dimostrando apertura a rivedere alcune attività cinesi a Panama, tra cui una concessione di 25 anni rinnovata nel 2021 a CK Hutchison Holdings per la gestione dei porti. Tuttavia, ha sottolineato che tali decisioni dipenderanno dai risultati di un audit in corso.
Il contratto con CK Hutchison è stato criticato da legislatori statunitensi e dal governo, che lo considerano un esempio dell’espansione cinese a Panama, in contrasto con il trattato di neutralità firmato dai due paesi nel 1977. Il governo panamense e alcuni esperti respingono queste accuse, evidenziando che i porti non fanno parte delle operazioni dirette del canale, gestito invece dall’Autorità del Canale di Panama, un’agenzia autonoma supervisionata dal governo nazionale.
Mulino ha inoltre annunciato che Panama non rinnoverà un ampio accordo con la Cina legato all’iniziativa Belt and Road, che negli anni scorsi ha portato a significativi investimenti cinesi nel paese. “Valuteremo la possibilità di porre fine a questo tipo di collaborazioni”, ha dichiarato. Il presidente panamense ha concluso affermando di non percepire alcuna minaccia reale al trattato di neutralità o alla sovranità del canale, ma ha espresso l’importanza di dialogare direttamente con Trump per chiarire le posizioni reciproche.
Fonte
L’agenzia di stampa Reuters fa sapere che Rubio ha consegnato un messaggio diretto da parte di Trump, in cui si esprimeva preoccupazione per la presenza cinese nel canale, in particolare attraverso una società con sede a Hong Kong che gestisce due porti situati vicino agli ingressi della via d’acqua. Secondo Trump, questa presenza rappresenta una minaccia per il canale e una violazione del trattato bilaterale tra Stati Uniti e Panama. Tammy Bruce, portavoce del Dipartimento di Stato, ha dichiarato: “Il Segretario Rubio ha chiarito che lo status quo è inaccettabile e che, in assenza di cambiamenti immediati, gli Stati Uniti saranno costretti a intraprendere le azioni necessarie per proteggere i propri diritti in base al trattato”. Rubio, tuttavia, non ha specificato quali azioni precise Panama debba intraprendere né quali potrebbero essere le eventuali ritorsioni statunitensi.
Trump, nel corso del suo mandato, ha più volte minacciato di riprendere il controllo del Canale di Panama, costruito dagli Stati Uniti all’inizio del XX secolo e trasferito a Panama nel 1999, sostenendo che la gestione del canale sia ormai dominata da Pechino. Il presidente statunitense non ha escluso l’uso della forza militare per raggiungere questo obiettivo, scatenando critiche sia dagli alleati che dai rivali latinoamericani di Washington. Tuttavia, domenica Trump ha dichiarato di non ritenere necessario l’impiego di truppe, pur ribadendo che Panama ha violato gli accordi e che gli Stati Uniti riprenderanno il controllo del canale. “La Cina gestisce il Canale di Panama. Non è stato dato alla Cina, ma a Panama – una decisione sciocca – ma hanno violato l’accordo, e lo riprenderemo, o accadrà qualcosa di molto significativo”, ha affermato Trump ai giornalisti.
Rubio, noto per le sue posizioni critiche verso la Cina durante la sua carriera al Senato, ha recentemente dichiarato in un’intervista che Pechino potrebbe utilizzare i porti sotto il suo controllo per bloccare il canale in caso di conflitto con gli Stati Uniti, una mossa che avrebbe gravi conseguenze per il commercio marittimo americano. Mulino, da parte sua, ha descritto l’incontro con Rubio come rispettoso e cordiale, dimostrando apertura a rivedere alcune attività cinesi a Panama, tra cui una concessione di 25 anni rinnovata nel 2021 a CK Hutchison Holdings per la gestione dei porti. Tuttavia, ha sottolineato che tali decisioni dipenderanno dai risultati di un audit in corso.
Il contratto con CK Hutchison è stato criticato da legislatori statunitensi e dal governo, che lo considerano un esempio dell’espansione cinese a Panama, in contrasto con il trattato di neutralità firmato dai due paesi nel 1977. Il governo panamense e alcuni esperti respingono queste accuse, evidenziando che i porti non fanno parte delle operazioni dirette del canale, gestito invece dall’Autorità del Canale di Panama, un’agenzia autonoma supervisionata dal governo nazionale.
Mulino ha inoltre annunciato che Panama non rinnoverà un ampio accordo con la Cina legato all’iniziativa Belt and Road, che negli anni scorsi ha portato a significativi investimenti cinesi nel paese. “Valuteremo la possibilità di porre fine a questo tipo di collaborazioni”, ha dichiarato. Il presidente panamense ha concluso affermando di non percepire alcuna minaccia reale al trattato di neutralità o alla sovranità del canale, ma ha espresso l’importanza di dialogare direttamente con Trump per chiarire le posizioni reciproche.
Fonte
27/12/2024
Le mire di Trump sul Canale di Panama
Seppur non ancora insediatosi alla Casa Bianca, già fanno discutere in America Latina le dichiarazioni di Trump rilasciate in pieno periodo natalizio.
Con una sequenza di post, infatti, pubblicati sul proprio social media, Truth, il successore di Biden alla presidenza Usa, ha attaccato le autorità panamensi, ree di imporre “tariffe ridicole e ingiustificate” agli Stati Uniti e ha avvertito che la Cina sta assumendo un ruolo sempre più influente nell’area, dichiarando che una volta tornato alla Casa Bianca farà di tutto per riprendere il controllo dello strategico passaggio.
Toni minacciosi e consoni allo stile a cui ha abituato il mondo in tutti questi anni, hanno anche accompagnato la sua designazione di quello che sarà l’ambasciatore statunitense a Panama: “Sono lieto di annunciare – ha scritto su Truth – che Kevin Marino Cabrera servirà come ambasciatore degli Stati Uniti presso la Repubblica di Panama, un Paese che ci sta fregando sul Canale di Panama, ben oltre i loro sogni più sfrenati”.
Quello lanciato da Trump è un chiaro e gratuito attacco alla sovranità di Panama e di fatti non è tardata ad arrivare la replica delle autorità ufficiali panamensi: “Ogni metro quadrato del Canale appartiene a Panama e continuerà ad esserlo” ha risposto il presidente panamense, José Raúl Mulino.
“Ci uniamo nell’affermare che la sovranità del nostro Paese e del Canale non sono negoziabili”, hanno poi ribadito tre ex presidenti di Panama in una dichiarazione congiunta dopo i commenti di Trump che, in sostanza, chiedeva la restituzione del Canale.
In un incontro tenutosi proprio con il presidente della Repubblica, José Raúl Mulino, nel Palacio de las Garzas, gli ex governatori Ernesto Pérez Balladares (1994-1999), Mireya Moscoso (1999-2004) e Martín Torrijos (2004-2009) con una dichiarazione firmata hanno sottolineato che “la sovranità e l’indipendenza del Paese fanno parte della storia della lotta e della conquista irreversibile di Panama”.
“Il nostro Canale ha la missione di servire l’umanità e il suo commercio. Questo è uno dei grandi valori che noi panamensi offriamo al mondo, garantendo alla comunità internazionale di non prendere parte o essere parte attiva in nessun conflitto”, si legge nella lettera.
ll Canale è ovviamente fondamentale per l’economia statale (n.d.a vi transitano migliaia tra portacontainer, petroliere e navi militari ogni anno), generando circa un quinto delle entrate annuali di Panama.
Lo strategico punto di attraversamento, che collega gli oceani Pacifico e Atlantico, è stato realizzato dagli Usa nel 1907 e terminato poi nel 1914: dopo una lunga e travagliata storia nel 1977 l’allora presidente americano Jimmy Carter negoziò i trattati Torrijos-Carter, per il passaggio di controllo alle autorità di Panama, e quello di neutralità della striscia d’acqua.
Nel 31 dicembre 1999 gli Stati Uniti d’America hanno restituito definitivamente ai panamensi la gestione del canale.
Per comprenderne la rilevanza basti pensare che attualmente circa il 5% del traffico marittimo mondiale vi passa attraverso, permettendo alle navi che viaggiano soprattutto tra l’Asia e la costa est degli Stati Uniti di evitare di dover enormemente allungare la traversata e circumnavigare l’America meridionale: proprio gli Stati Uniti sono il principale utente del Canale in termini di tonnellate di merci movimentate, con oltre 160,12 milioni di tonnellate nell’anno fiscale 2024, che rappresentano il 74,7% delle merci totali transitate su questa rotta.
In risposta a Trump, la Cina, peraltro tirata in ballo e seconda utilizzatrice del Canale, tramite la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, ha dichiarato in una conferenza stampa a Pechino che il suo Paese ha sempre rispettato la giusta lotta del popolo panamense per la sovranità sulle vie di trasporto e ha ricordato che “negli anni ’60 ebbero luogo manifestazioni su larga scala per mostrare un forte sostegno al popolo di Panama” e ... che “rispetterà sempre la sovranità del Paese centroamericano su di esso”.
Ma cosa si cela dietro le reali intenzioni di Trump si chiedono media e analisti?
Secondo il giornalista e scrittore argentino Andrés Oppenheimer, editorialista del Nuevo Herald, una possibile spiegazione è che Trump utilizzi le minacce come tattica di negoziazione costante con altri paesi.
Non è la prima volta che il neoeletto presidente repubblicano ha uscite e lanci dichiarazioni controverse: nelle ultime settimane ha parlato della possibile annessione del Canada come 51esimo Stato degli Stati Uniti e dell’acquisto della Groenlandia.
Il giornalista rimarca come non sembri esserci molto da negoziare con Panama. Secondo lui, il più grande punto di attrito tra i due paesi attualmente è il flusso di migranti attraverso la giungla del Darién. Quest’anno, secondo i dati ufficiali panamensi, circa 300.000 migranti hanno attraversato quella regione diretti negli Stati Uniti.
“I demagoghi populisti spesso tirano fuori costantemente conflitti con nemici reali o immaginari per avvolgersi nella bandiera e presentarsi come salvatori del Paese. Secondo questa scuola di pensiero Trump non fa eccezione alla regola”, conclude il giornalista.
Fonte
Con una sequenza di post, infatti, pubblicati sul proprio social media, Truth, il successore di Biden alla presidenza Usa, ha attaccato le autorità panamensi, ree di imporre “tariffe ridicole e ingiustificate” agli Stati Uniti e ha avvertito che la Cina sta assumendo un ruolo sempre più influente nell’area, dichiarando che una volta tornato alla Casa Bianca farà di tutto per riprendere il controllo dello strategico passaggio.
Toni minacciosi e consoni allo stile a cui ha abituato il mondo in tutti questi anni, hanno anche accompagnato la sua designazione di quello che sarà l’ambasciatore statunitense a Panama: “Sono lieto di annunciare – ha scritto su Truth – che Kevin Marino Cabrera servirà come ambasciatore degli Stati Uniti presso la Repubblica di Panama, un Paese che ci sta fregando sul Canale di Panama, ben oltre i loro sogni più sfrenati”.
Quello lanciato da Trump è un chiaro e gratuito attacco alla sovranità di Panama e di fatti non è tardata ad arrivare la replica delle autorità ufficiali panamensi: “Ogni metro quadrato del Canale appartiene a Panama e continuerà ad esserlo” ha risposto il presidente panamense, José Raúl Mulino.
“Ci uniamo nell’affermare che la sovranità del nostro Paese e del Canale non sono negoziabili”, hanno poi ribadito tre ex presidenti di Panama in una dichiarazione congiunta dopo i commenti di Trump che, in sostanza, chiedeva la restituzione del Canale.
In un incontro tenutosi proprio con il presidente della Repubblica, José Raúl Mulino, nel Palacio de las Garzas, gli ex governatori Ernesto Pérez Balladares (1994-1999), Mireya Moscoso (1999-2004) e Martín Torrijos (2004-2009) con una dichiarazione firmata hanno sottolineato che “la sovranità e l’indipendenza del Paese fanno parte della storia della lotta e della conquista irreversibile di Panama”.
“Il nostro Canale ha la missione di servire l’umanità e il suo commercio. Questo è uno dei grandi valori che noi panamensi offriamo al mondo, garantendo alla comunità internazionale di non prendere parte o essere parte attiva in nessun conflitto”, si legge nella lettera.
ll Canale è ovviamente fondamentale per l’economia statale (n.d.a vi transitano migliaia tra portacontainer, petroliere e navi militari ogni anno), generando circa un quinto delle entrate annuali di Panama.
Lo strategico punto di attraversamento, che collega gli oceani Pacifico e Atlantico, è stato realizzato dagli Usa nel 1907 e terminato poi nel 1914: dopo una lunga e travagliata storia nel 1977 l’allora presidente americano Jimmy Carter negoziò i trattati Torrijos-Carter, per il passaggio di controllo alle autorità di Panama, e quello di neutralità della striscia d’acqua.
Nel 31 dicembre 1999 gli Stati Uniti d’America hanno restituito definitivamente ai panamensi la gestione del canale.
Per comprenderne la rilevanza basti pensare che attualmente circa il 5% del traffico marittimo mondiale vi passa attraverso, permettendo alle navi che viaggiano soprattutto tra l’Asia e la costa est degli Stati Uniti di evitare di dover enormemente allungare la traversata e circumnavigare l’America meridionale: proprio gli Stati Uniti sono il principale utente del Canale in termini di tonnellate di merci movimentate, con oltre 160,12 milioni di tonnellate nell’anno fiscale 2024, che rappresentano il 74,7% delle merci totali transitate su questa rotta.
In risposta a Trump, la Cina, peraltro tirata in ballo e seconda utilizzatrice del Canale, tramite la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, ha dichiarato in una conferenza stampa a Pechino che il suo Paese ha sempre rispettato la giusta lotta del popolo panamense per la sovranità sulle vie di trasporto e ha ricordato che “negli anni ’60 ebbero luogo manifestazioni su larga scala per mostrare un forte sostegno al popolo di Panama” e ... che “rispetterà sempre la sovranità del Paese centroamericano su di esso”.
Ma cosa si cela dietro le reali intenzioni di Trump si chiedono media e analisti?
Secondo il giornalista e scrittore argentino Andrés Oppenheimer, editorialista del Nuevo Herald, una possibile spiegazione è che Trump utilizzi le minacce come tattica di negoziazione costante con altri paesi.
Non è la prima volta che il neoeletto presidente repubblicano ha uscite e lanci dichiarazioni controverse: nelle ultime settimane ha parlato della possibile annessione del Canada come 51esimo Stato degli Stati Uniti e dell’acquisto della Groenlandia.
Il giornalista rimarca come non sembri esserci molto da negoziare con Panama. Secondo lui, il più grande punto di attrito tra i due paesi attualmente è il flusso di migranti attraverso la giungla del Darién. Quest’anno, secondo i dati ufficiali panamensi, circa 300.000 migranti hanno attraversato quella regione diretti negli Stati Uniti.
“I demagoghi populisti spesso tirano fuori costantemente conflitti con nemici reali o immaginari per avvolgersi nella bandiera e presentarsi come salvatori del Paese. Secondo questa scuola di pensiero Trump non fa eccezione alla regola”, conclude il giornalista.
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