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12/02/2026

USA - I dazi di Trump si stanno rivelando un boomerang per l’economia

I dazi di Trump sono un boomerang per l’economia statunitense. Ad affermarlo è un rapporto del centro di ricerca tedesco Kiel Institute for the world economy ritenuto uno dei più autorevoli think tank economici a livello internazionale.

L’istituto ha analizzato circa 25 milioni di registri di spedizione da gennaio a novembre 2025, per un valore totale di quasi 4.000 miliardi di dollari di importazioni statunitensi, per arrivare alla conclusione che l’onere tariffario è stato trasferito agli acquirenti statunitensi per il 96%. Gli esportatori esteri hanno assorbito solo circa il 4%.

“In altre parole sono stati gli importatori e alla fine i consumatori americani a pagare per i dazi di Trump” affermano Mario Lettieri e Paolo Raimondi (il primo presidente del Centro Internazionale di Studi Sociali, il secondo economista) in un articolo pubblicato dal quotidiano economico Italia Oggi.

Poco meno di un mese fa, analizzando l’economia statunitense, era stato il quotidiano economico tedesco Handesblatt a rilevare che: “i prezzi probabilmente aumenteranno ancora in modo più significativo in primavera. Questo non sarebbe un problema solo per i cittadini statunitensi, ma anche per Trump... Indipendentemente da quanta influenza Trump guadagnerà sulla Fed nei prossimi mesi, entrambi gli scenari possono far male al presidente degli Stati Uniti poco prima delle importanti elezioni di metà mandato di novembre”.

Lo studio del Kiel Institute ha evidenziato in particolare che i volumi degli scambi e delle importazioni americani sono diminuiti, ma i prezzi dei beni esportati verso gli Usa non sono affatto diminuiti.

La retorica di Trump cianciona sulla notizia che sarebbero stati gli esportatori esteri a pagare per i dazi. In effetti nel periodo preso in esame “ci sarebbero stati 200 miliardi di dollari in più di entrate doganali negli USA, le quali però, sono finite nelle casse del Tesoro e non nelle tasche dei consumatori” scrivono Lettieri e Raimondi.

L’effetto principale dei dazi dunque è stato di quello di ridurre le importazioni, piuttosto che costringere i produttori stranieri a proporre prezzi più bassi. Ciò significa meno beni, meno varietà e catene di approvvigionamento interrotte per le aziende americane.

Di conseguenza, i produttori americani che dipendono da semilavorati importati devono affrontare costi più elevati. Devono assorbirli, riducendo profitti e investimenti, scaricarli sui clienti, aumentando i prezzi per gli acquirenti a valle o affannarsi a trovare fonti alternative, sostenendo costi di adeguamento e ritardi.

“Ci sono diversi fattori che spiegano perché gli esportatori stranieri non hanno abbassato i prezzi per mantenere l’accesso al mercato statunitense. In primo luogo esistono dei mercati alternativi” – osservano Lettieri e Raimondi – “Gli Stati Uniti sono un mercato ampio, ma non l’unico. Infatti, molti esportatori possono reindirizzare le loro vendite verso l’Europa, l’Asia e i paesi Brics. Non è un processo facile, ma se diventa fattibile, allora gli esportatori non sono incentivati a ridurre i prezzi per mantenere il mercato statunitense”.

Il Kiel Institute calcola poi che con un dazio del 50% un esportatore dovrebbe ridurre il prezzo delle sue merci di almeno il 30%. Il che non sarebbe redditizio per la maggior parte delle aziende. Ciò, di conseguenza, spinge verso la riduzione dei volumi esportati.

Inoltre, se si pensa che i dazi siano temporanei, si tende a non apportare costosi aggiustamenti dei prezzi per non creare un precedente che indurrebbe futuri aumenti tariffari. Si evita così una corsa al ribasso. Anche le catene di approvvigionamento sono rigide per cui molti importatori statunitensi hanno rapporti di lunga data con fornitori esteri e non possono facilmente passare a fonti alternative.

Lo studio del Kiel Institute rileva poi che i dazi del 50% imposti al Brasile e quelli del 30-50% imposti all’India non hanno portato a una sostanziale riduzione dei prezzi da parte di questi due paesi dei Brics.

Ma è l’accumulo di problemi sui prezzi quello su cui Trump rischia di andare a sbattere. È ancora l’Handesblatt a sottolineare che “contrariamente a quanto annunciato dal presidente USA su larga scala, l’inflazione non è stata sconfitta”.

Anche i dati statistici di census.gov evidenziano che le grandi aspettative di Trump sui dazi non si sono concretizzate. Da gennaio a novembre 2025 il deficit commerciale americano per le sole merci (senza i servizi) si è attestato a 1.139.777 mld di dollari, con un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il settore dei servizi, invece, vanta un grande surplus. Nei primi tre mesi del 2025 le importazioni erano schizzate per riempire di scorte i magazzini, prima degli annunci dei dazi di aprile. Quest’anno potrebbe andare meglio.

Lettieri e Raimondi ci ricordano poi che la guerra dei dazi, decisa dal presidente americano Herbert Hoover dopo il crollo della borsa di Wall Street del 1929, “aveva provocato una forte restrizione del commercio americano e internazionale contribuendo a scatenare la Grande Depressione economica. L’America cominciò a risollevarsi soltanto con il New Deal e le riforme bancarie e finanziarie di F. D. Roosevelt”.

In conclusione, si può costatare che i dazi danneggiano tutti, esportatori, importatori e consumatori, riducono i volumi del commercio internazionale e generano forti tensioni economiche e geopolitiche che possono sfociare in vere e proprie guerre. “Non ci sarebbe da stupirsi se domani Trump mettesse anche il Kiel Institute nella lista dei nemici da punire” chiosano i due economisti.

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18/10/2017

Elettori o consumatori? Il deficit democratico nell’Ue come patologia sociale

Due tematiche parallele sono, ad intervalli regolari, al centro delle polemiche sui media quando si tratta di essere scettici riguardo all’assetto socio-politico dell’Unione Europea. La prima è l’approccio intrinsecamente neo-liberista codificato in maniera definitiva nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea: i pilastri su cui si fonda la costruzione comunitaria sarebbero la libera circolazione di merci e capitali e gli stretti parametri sulla gestione del bilancio pubblico. Ha causato diatribe, poi, il recente tweet della Bce secondo la quale il compito che spetta ad essa, in quanto indipendente dalle finalità politiche, sarebbe semplicemente la stabilità dei prezzi e non la “crescita” o la “creazione di occupazione”.

La seconda tematica è il così detto deficit democratico dell’Ue, la nota tesi secondo cui il potere legislativo comunitario sarebbe nelle mani di enti e persone non “direttamente elette dal popolo” e, perciò, mancante di legittimità.

In questo articolo cercheremo di spiegare le ragioni e le sfaccettature della seconda tematica tramite un’interpretazione filosofica delle problematiche di cui il primo tema si occupa. Metteremo in connessione, cioè, due tipologie di alienazione.

La prima risale all’invenzione dell’homo oeconomicus, per il quale la reciprocità sarebbe solo l’effetto dell’individualistica spinta alla massimizzazione del proprio profitto e il quale non sarebbe interessato ad istituzioni solidaristiche che creino reciprocità come valore sociale aggiunto rispetto alla percezione immediata dell’utile individuale – come una banca pubblica che investa in settori che producano, a lungo termine, esternalità positive in ambito tecnologico o socio-culturale. Questa sarebbe la giustificazione antropologica della preferenza per il libero mercato.

La seconda alienazione corrisponde al ruolo dell’elettore odierno, costretto dalle circostanze culturali o dalle attuali forme istituzionali, tramite cui la democrazia si dovrebbe esprimere, a comportarsi come un consumatore passivo di proposte che egli non sceglie necessariamente perché capace di influenzarne la creazione tramite la partecipazione politica e la discussione collettiva ma, in un parallelo con la riduzione del soggetto ad homo oeconomicus, soltanto perché esse coincidono con il meglio che il mercato dei voti ed i poli di potere intrinseci ad esso possa offrire a lui come individuo isolato.

Il testo che meglio descrive le radici teologiche del potere persuasivo della visione dell’homo oeconomicus è Gli Dei del Capitalismo, di Maria Grazia Turri, pubblicato da Mimesis nel 2014. Dal secondo capitolo del libro, infatti, si può trarre un filo logico che mette in relazione inscindibile «il modello tratteggiato [...] che attribuisce all’interesse egoistico, in grado di massimizzare il proprio tornaconto, un ruolo cardine e che adotta la tesi della valorizzazione dell’individualismo» con l’idea dell’esistenza di una certa astuzia storica, di una “provvidenza” la quale sarebbe il fondamento culturale del concetto della mano invisibile, «una espressione figurata presente già in Agostino (Confessioni, Libro V, Cap. XIII, 211), la quale ha accreditato la tesi che l’uomo si debba lasciar condurre dalle forze sociali nascoste, pena il rischio di opporsi all’ordine naturale».

L’idea di un’armonia “impersonale” pare essere l’unico modo per risolvere la contraddizione tra l’egoismo tipico dell’uomo letto soltanto in chiave atomistica e la necessità di un progresso generale e collettivo dell’intera specie umana, nonostante gli squilibri e le imperfezioni intrinseche al primo carattere. L’interpretazione teleologica del reale e dell’uomo ha infatti esercitato la sua attrazione persino su pensatori della prima età contemporanea come Paley, in un periodo che vide affacciarsi le prime opere economiche in senso contemporaneo. L’idea di un’armonia generata da una sapienza intelligente, sottolinea la Turri, «è stata accostata all’armonia stabilita nel mercato dalla “mano invisibile” di Adam Smith, che per il filosofo morale scozzese coincideva con la Provvidenza e che ha come precedente l’armonia universale di Leibniz stigmatizzata nella Teodicea, dove il male e implicitamente il peccato, si stempera in una serie di circostanze attenuative».

La secolarizzazione più riuscita e pregante di questo modello di pensiero sembra appartenere però ad Hayek: «Anche von Hayek si muove all’interno di uno schema di pensiero simile, solo che il lungo processo di accumulazione storica è governato non da Dio ma dall’evoluzione stessa. Per Hayek attraverso prove ed errori, quel complesso sistema di istituzioni, leggi e costumi che si chiama società si conserva e progredisce grazie a forze impersonali che governano i sistemi complessi e la validità delle azioni che l’essere umano compie è testimoniata dalla loro sopravvivenza, cioè dalla capacità di dimostrarsi utili. Questo pensiero diventerà elogio dell’ordine spontaneo autoregolantesi e la validità di questo ordine è data dalla capacità di coordinare i piani d’azione di più individui contemporaneamente». Hayek riscrive un atteggiamento finalistico tipicamente pre-darwiniano entro un linguaggio apparentemente darwiniano: la vittoria degli elementi più adatti è il fattore scatenante del progresso evolutivo della collettività.

Questo modello, però, si scontra con un’obiezione: il concetto di “elemento più adatto” è in funzione di un certo sistema di valori ‘esistenziali’ comunemente accettato. Ciò non garantisce, però, che tale sistema sia coincidente con quello che massimizza l’espressione delle potenzialità relazionali e progettuali umane. La vittoria del più adatto in un’economia di puro libero mercato è la vittoria di chi incarna meglio la figura dell’uomo capace di massimizzare il proprio profitto individuale materiale in un contesto egoistico. Ma ciò non significa che non possano esistere modelli sociali in cui l’elemento più adatto sia la persona che è interessata a creare legami sociali tramite la reciprocità non ridotta allo scambio economico immediato, o tramite lo schema del dono, della redistribuzione. Questi modelli, sostiene ad esempio Polanyi, corrisponderebbero più correttamente alla creazione di ricchezza socioeconomica frutto dei legami comunitari e della collaborazione con obiettivi collettivistici e a lungo termine, la quale è intrinseca alla “naturalezza” umana. Da questo punto di vista, l’isolamento dell’homo oeconomicus produrrebbe al massimo un tipo di ricchezza parziale e socialmente più precaria proprio a causa della fragilità di una comunità affetta da gravi dislivelli di possesso materiale. Il risultato “evolutivo” dell’individuo atomistico sarebbe quindi monco, alienato esistenzialmente.

Il risultato del modello democratico odierno in Europa soffrirebbe, da un punto di vista parallelo, della stessa patologia e seguirebbe uno schema simile. In primo luogo, notiamo come il libro della Turri sottolinei che «sul piano teorico le metodologie e i contenuti dell’economics [...] hanno nel XX secolo influenzato le teorie sulla democrazia [Secondo Downs], infatti, i consumatori non agiscono in maniera altruistica nei confronti del produttore, acquistando merci affinché egli possa sopravvivere, ma valutano unicamente il rapporto costi benefici. Così, gli elettori non votano basandosi su principi ideali, ma sul confronto fra promesse dei candidati e possibilità di realizzazione di queste».

Si può dire che il modo in cui sono formati, legiferano ed interagiscono tra loro Commissione Europea, Parlamento Europeo e Consiglio dell’Unione Europea istituzionalizzi questo scarno ideale di democrazia “consumistica” per cui viene a formarsi una certa alienazione dell’elettore rispetto ai fini politici che esso manifesterebbe in regime di piena partecipazione politica e dibattito collettivo (valore che può essere considerato parallelo al valore esistenziale della reciprocità analizzato da Karl Polanyi in contrasto al puro scambio edonistico).

Osserviamo, allora, la struttura legislativa dell’Unione Europea.

– Il potere di governo in Europa è esercitato dalla Commissione, composta da 27 commissari (uno per stato membro). L’elezione del Presidente della Commissione è formalmente legata al risultato delle elezioni parlamentari Europee: il Consiglio Europeo ne deve tener conto e il candidato deve poi essere eletto dal Parlamento europeo a maggioranza assoluta. Alla conferma della carica, il presidente della Commissione, in accordo con il Consiglio, sceglie i rimanenti commissari sulla base delle nomine proposte da ognuno degli Stati membri. Alla fine l’intera Commissione deve essere approvata dal Parlamento europeo, per poi essere definitivamente nominata dal Consiglio europeo. La Commissione ha potere esecutivo e legislativo, e prende le proprie decisioni a maggioranza (articolo 250 TFUE).

– Il Consiglio dell’Unione, detto anche Consiglio dei Ministri europei, – formato da 1 rappresentante governativo per Stato – esercita il potere legislativo con la collaborazione del Parlamento Europeo: essi, in sostanza, approvano i regolamenti e le direttive Europee deliberate dalla Commissione (il primo a maggioranza semplice o qualificata o, anche all’unanimità su questioni importanti; il secondo a maggioranza semplice). Ciò significa che i regolamenti e le direttive europee, in Europa, non basta che siano approvate dal Parlamento eletto dai cittadini europei, ma devono passare per i Governi, che si riuniscono e decidono a porte chiuse, e senza il loro consenso la legge non è approvata. Il Parlamento Europeo è titolare anche di poteri di controllo, che, unitamente a quelli deliberativi, costituiscono una delle fondamentali prerogative di questa istituzione.

– Le norme contenute in un regolamento Europeo entrano in vigore e cominciano a produrre direttamente i loro effetti giuridici senza bisogno di misure di recepimento da parte degli Stati membri nel loro ordinamento giuridico interno (cosiddette norme self-executing). La direttiva Europea, invece, vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi (art. 288 par. 3 TFUE). Di fatto oggi una grandissima parte delle leggi Italiane proviene dall’Unione Europea.

Alla luce di quello che abbiamo teorizzato sopra, questa struttura dà luogo ad almeno tre problematiche:

1 – Il potere legislativo nell’UE è in effetti in mano a rappresentanti selezionati da governi, non dai parlamenti. La loro selezione non è quindi frutto di una partecipazione al dibattito e un confronto tra i rappresentanti dei vari parlamenti nazionali, di maggioranza o minoranza, che dovrebbero rappresentare tutte le fasce sociali. Per sopperire a questo, le norme impongono al governo dei doveri di informazione; il Parlamento nazionale ha la possibilità di esprimere delle posizioni rispetto ad atti legislativi europei, di cui il governo deve necessariamente tenere conto nei negoziati condotti nel Consiglio. Tutto ciò, tuttavia, ha chiaramente un peso molto diverso rispetto all’autentico dibattito parlamentare nella modifica di disegni di legge. Come sostiene D. Grimm, Professore Università “Humboldt” di Berlino, infatti, «la perdita di rilevanza non può essere compensata da nessuno di questi provvedimenti, che si esauriscono regolarmente nella partecipazione a decisioni assunte da altri. Ciò non è in alcun modo equivalente al potere di decidere autonomamente».

2 – Al Parlamento Europeo è assegnato, però, il potere di votare per la conferma delle nomine nella commissione, nonché di proporre modifiche ai regolamenti prima di ratificarli. Ma un istituto che vota a maggioranza e che deve comprendere in sé gli interessi di nazioni così economicamente, geopoliticamente e culturalmente differenti non ha nella sua struttura la capacità di “rendere” giustizia alle istanze di minoranze che, nell’Europarlamento, possono rappresentare anche decine di milioni di persone (al contrario che nei parlamenti nazionali).

3 – Anche se ci fosse il diritto di veto da parte di una nazione (come in effetti c’è nel Consiglio dell’Unione in discussioni cruciali), i costi politici di un “NO” da parte di un rappresentante nazionale all’interno di un’istituzione già cristallizzata ed avviata come l’UE risultano abitualmente troppo alti.

Il modo più efficacie attraverso cui un elettore può incidere sulla produzione di regolamenti e direttive Europee è, secondo questa struttura, conformare i propri desideri ed aspettative per sostenere i pochi poli politici che, tramite governi o larghe coalizioni nell’Europarlamento, hanno voce nel processo legislativo. Un problema che è proprio già del sistema elettorale nazionale maggioritario in sé (che, in varie sfaccettature, è presente in Italia da 25 anni oltre che in molte nazioni Europee). C’è differenza tra questa attitudine e quella di sacrificare la partecipazione e il dibattito pluralistico al “consumo” (all’“ottenimento”) soddisfacente di norme certe ed efficaci ma distorte rispetto a ciò che la propria autentica “naturalezza” desiderava? L’agorà, la fertile discussione politica è sempre più messa all’angolo rispetto all’entusiasmo di raggiungere più semplicemente ed immediatamente il massimo di ciò che a livello atomistico si può raggiungere, affidandosi ai propri fornitori, al mercato delle idee. In tutto ciò, i fattori della vastità e della non-uniformità dell’Unione Europea svolgono dei ruoli chiave: la vera democrazia rappresentativa non può ancora prescindere dalla funzionalità storicamente raggiunta dai parlamenti nazionali.

L’homo oeconomicus, quello a cui interessa solo l’edonismo immediato ed individuale tratto dal puro scambio egoistico tra singoli ed ignora il potere della costruzione di reciprocità e delle decisioni collettive per il coordinamento equilibrato del bene comune, sembra essere stato imposto dal panorama decisionale Europeo. Lo è stato, dal momento in cui è stata resa necessaria la scelta, l’out-out tra il far confluire il proprio voto verso uno dei due o tre poli in cui la propria preferenza “non si disperde” e lo sparire politicamente. Gli esponenti dei poli più forti coincidono, in questo contesto, con i venditori di idee che mettono la loro personalità a disposizione della retorica pubblicitaria politica al fine di farsi eleggere anche in quanto “minor male”.

Maria Grazia Turri dipinge allora un quadro in cui la politica ha assunto «una dimensione mercantile, cosicché anche la democrazia ha assunto la fisionomia del mercato dei voti, dove il pubblico è il consumatore al quale vendere idee e progetti – quando ci sono –, ma soprattutto vendere singole personalità. È venuta quindi a mancare la cerniera fondamentale nel rapporto fra istituzioni e società, le quali vagliavano e convalidavano le classi dirigenti».

Per uscire da questa impasse occorrerebbe, quindi, un lento e delicato cambiamento istituzionale. L’Unione Europea potrebbe rappresentare un continente in cui vi è sana rappresentanza e partecipazione politica se si costituisse soprattutto come un istituto-laboratorio di frequenti trattati multilaterali e bilaterali, la quale ratifica non apporti la pressione che la ratifica dei regolamenti apporta oggi e i quali sarebbero frutto della deliberazione di parlamenti nazionali che, preferibilmente, siano eletti tramite la più grande ed equilibrata rappresentanza possibile, il sistema proporzionale puro.

(articolo elaborato per Sensocomune.it, la rete di studiosi e persone comuni che si fa promotrice di un nuovo populismo democratico)

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