Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta MIR. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MIR. Mostra tutti i post
24/08/2022
Cile - Un bilancio essenziale dell'esperienza del MIR
Anche se non ho militato nel Movimiento de Izquierda Revolucionaria del Cile (MIR), ho sempre avuto grande rispetto e non poca ammirazione per i miristi, soprattutto per figure come Miguel Enríquez, Bautista Von Schouwen, Luciano Cruz e Lumi Videla. Pur non essendo membro del MIR, in più di un’occasione ho condiviso con loro imprese comuni, trionfi, speranze, dolori, sconfitte e frustrazioni.
Faccio parte della generazione che è stata testimone e protagonista dei processi incarnati da questi dirigenti e da migliaia di giovani rivoluzionari cileni degli anni ’60 e ’70 del XX secolo. Come militante della sinistra rivoluzionaria di allora, anche da storico e cittadino dei tempi attuali, ho un giudizio sulla storia del MIR già espresso in più occasioni che torno a condividere.
Poiché sappiamo che la visione e i sentimenti del cittadino tendono inevitabilmente a permeare il giudizio dello storico e, proprio perché mi annovero tra coloro che pensano che non esista una storia neutra, sono consapevole che il mio piccolo e marginale ruolo di osservatore e compagno di percorso in alcuni passaggi della storia del MIR, lambisce i miei apprezzamenti e giudizi storici.
Tuttavia, la mia qualità di storico e di cittadino mi obbliga a esercitare un giudizio critico sugli attori della storia, anche quelli che ci sono vicini o per i quali proviamo rispetto e ammirazione.
Riflettendo sulla traiettoria storica di Miguel Enríquez e del MIR cileno (menziono entrambi perché non è possibile riferirsi all’uno senza citare l’altro), sorgono tre grandi domande che vorrei condividere con voi. Tre domande in cui è possibile sintetizzare il bilancio storico essenziale che riguarda questi attori.
Innanzitutto, cosa rappresentano storicamente Miguel Enríquez e la generazione ribelle degli anni ’60 e ’70 del XX secolo? Poi, sembra pertinente interrogarsi sui successi e sugli errori di questi dirigenti e militanti. Infine, è necessario considerare quali sono gli elementi salvabili di queste esperienze nella prospettiva delle lotte libertarie del presente e del futuro.
Nonostante ognuno di questi problemi possa essere oggetto di lunghi dibattiti, in parte già svolti, in parte pendenti, approfitto dell’occasione che mi è stata offerta per fare alcune proposte a titolo di esplorazione, per “galoppare su questi temi”, come soleva dire lo stesso Miguel.
La prima domanda è forse la più facile a cui rispondere. Con la prospettiva che consente il trascorrere del tempo, oltre al culmine di alcuni processi storici, non c’è dubbio che la generazione rivoluzionaria degli anni Sessanta e Settanta, quella raggruppata attorno al MIR e ad altre organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, ha rappresentato il tentativo più decantato nella storia del Cile di “dare l’assalto al cielo”, cioè di conquistare il potere con un progetto rivoluzionario socialista incentrato sull’ottenimento della giustizia e dell’uguaglianza sociale.
Ho avuto il privilegio di agire in un momento chiave della storia, quando un’insolita confluenza di fattori di lungo e breve termine ha posto all’ordine del giorno in seno al già secolare movimento popolare cileno la questione dell’accesso al potere.
L’emergere di questa generazione rivoluzionaria è stato possibile grazie a numerosi fattori derivati dalla crisi permanente della società cilena a partire dall’esaurimento del modello di sostituzione delle importazioni attraverso l’industrializzazione indotta dallo Stato e dal fallimento di varie esperienze politiche – dai governi radicali alla “Rivoluzione in Libertà”, attraversando il populismo ibañista della “Rivoluzione della scopa” e la “Rivoluzione dei manager” della destra di Alessandri – che hanno generato un atteggiamento di disponibilità politica a realizzare cambiamenti sociali più profondi in ampi settori del mondo popolare e delle classi medie, specialmente studenti e intellettuali.
A ciò si aggiunse il profondo impatto della Rivoluzione Cubana, il dissenso cinese dal “Vaticano ideologico” rappresentato da Mosca all’interno del movimento comunista internazionale e le rivoluzioni anticoloniali che si moltiplicarono dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e, in particolare, durante gli anni ’60.
Tutti questi eventi mettono la rivoluzione “all’ordine del giorno” sulla scena internazionale. Ma si trattava di una rivoluzione che non sarebbe più stata la semplice espansione geopolitica del cosiddetto “campo socialista” sotto la protezione della potenza militare sovietica, come era avvenuto nella maggior parte dei paesi dell’Europa Orientale durante la seconda metà degli anni ‘40, ma di un’autentica rivoluzione dalle basi popolari, una rivoluzione secondo i canoni classici del marxismo che la generazione rivoluzionaria cilena e latinoamericana degli anni ’60 e ’70 ha cercato di riprendere.
Ciò significava una rottura di grandi proporzioni rispetto alle concezioni e prassi parlamentari e legalistiche della sinistra che, nel caso del nostro Paese, si erano sviluppate – non senza alti e bassi – dalla metà degli anni ’30 [1].
Riassumendo, potremmo dire che l’impresa guidata da Miguel Enríquez è consistita nel tentare, sulla base di audacia, coraggio, spinta, decisione, intelligenza e sacrificio, di impossessarsi del “Palazzo d’Inverno”, secondo i postulati del leninismo e gli apporti teorici e pratici dell’esperienza cubana e del guevarismo.
La creazione di un partito di rivoluzionari di professione di stampo leninista si intrecciò con la concezione dell’organizzazione politico-militare ripresa dall’esperienza della guerriglia cubana e latinoamericana.
Il principale successo del MIR è stato quello di catturare lo stato di “disponibilità rivoluzionaria” di una vasta fascia di lavoratori, intellettuali e studenti, oltre a percepire che l’elezione di Salvador Allende a presidente della Repubblica apriva una situazione pre-rivoluzionaria.
I maggiori successi politici del MIR si registrano proprio in quegli anni, quando con audacia e flessibilità tattica inizia a diventare un partito con influenza di massa, un attore importante nella vita politica nazionale.
Forse uno dei suoi principali difetti è stata la mancanza di tempo. Nella sua frenetica esperienza storica, sia questa organizzazione come pure l’insieme della sinistra rivoluzionaria, non hanno raggiunto l’influenza e la maturità necessarie per capovolgere la situazione che si stava rapidamente trasformando da una crisi prerivoluzionaria in una controrivoluzione aperta.
Il contesto politico e ideologico di quegli anni rendeva molto difficile il necessario rinnovamento ideologico della sinistra cilena. Nel mondo bipolare della Guerra Fredda, delle definizioni a favore dell’uno o dell’altro campo, in un contesto in cui la lotta politica si poneva nella logica della guerra, lo spazio per revisioni critiche e introspettive era oggettivamente molto ridotto, in alcuni casi francamente insignificante.
Poi, sotto la dittatura, quel percorso era ancora più difficile. Certe concezioni e tendenze, a volte criticate, ma mai del tutto superate, come il fuochismo e il militarismo in alcune organizzazioni rivoluzionarie, insieme a certi errori di valutazione – come la sottovalutazione del potere del nemico e la sopravvalutazione delle proprie forze – si sono saldate nello sterminio fisico e nella sconfitta politica e militare del progetto rivoluzionario incarnato da Miguel Enríquez e dai suoi compagni.
Il progetto mirista è stato, in realtà, sconfitto in tre occasioni: la prima volta tra il 1973 e il 1976, quando la feroce repressione della dittatura liquidò una parte molto significativa della sua direzione storica, compreso lo stesso Miguel, e disarticolò molte strutture dell’organizzazione.
Una nuova ecatombe si consumò tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 e si concluse con notevoli perdite umane, politiche e materiali, azioni come l’“operazione ritorno” e il tentativo di insediamento della guerriglia di Neltume.
E una nuova sconfitta, questa volta eminentemente politica, è avvenuta nella seconda metà degli anni ’80, quando si è imposta la “transizione concordata”, che ha lasciato il MIR e le altre forze rivoluzionarie senza una valida alternativa, cioè senza una base sociale.
La sconfitta di un progetto significa la non validità della sua causa? Non necessariamente. Ritengo che gli ideali essenziali della generazione rivoluzionaria, cresciuta e sviluppatasi negli anni ‘60 e ‘70, siano ancora validi, poiché nel nostro Paese i grandi obiettivi di giustizia e di uguaglianza sociale non sono stati realizzati.
Ma questa è la nostra terza domanda: cosa c’è di salvabile in questi progetti al di fuori dell’esperienza stessa?
Siamo senza dubbio in un’epoca differente. Non viviamo più – come credevamo allora – “nell’era dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria”. Certo, siamo ancora nell’era dell’imperialismo (ora più globalizzato), tuttavia, solo un’imperdonabile cecità politica potrebbe farci credere che la rivoluzione proletaria sia all’ordine del giorno da qualche parte sul pianeta.
Quando le grandi trasformazioni sociali, economiche, culturali e ideologiche degli ultimi decenni del capitalismo globalizzato hanno diluito l’identità, inclusa una buona parte della base sociologica della classe operaia, quando l’emergere di nuovi attori sociali popolari configura un panorama più complesso e sfumato, solo una sconsiderata ostinazione nostalgica potrebbe portarci alla ripetizione dei modelli rivoluzionari classici.
Pochi sono, in realtà, i concetti e gli strumenti politici di quell’epoca che sono usciti indenni dalle burrasche storiche del tempo trascorso da allora [2].
I progetti marxisti di socialismo basati su due presupposti, un supporto materiale rappresentato dalla grande industria e un supporto sociale, la classe operaia, sono stati seriamente messi in discussione dall’esperienza storica e dall’evoluzione del capitalismo.
Finora, le basi materiali della grande industria non sono state altro che i supporti della riproduzione allargata del capitalismo e, in alcuni paesi, hanno prodotto forme statali totalitarie. Una nuova utopia rivoluzionaria, pena il ripetersi di esperienze con conseguenze disastrose, dovrebbe cominciare dal mettere in discussione questo presupposto, proponendo da subito un nuovo modo di produrre che non è ancora possibile prevedere.
Allo stesso modo, va notato che, nonostante le aspettative e i desideri, la classe operaia non è stata, in quanto tale, in nessun Paese del mondo, la forza sociale decisiva per la liberazione dell’umanità. Sebbene il suo carattere di classe sfruttata sotto il capitalismo sia un’evidenza storica indiscutibile, la sua essenza rivoluzionaria universale, in realtà, non è mai stata basata o confermata dall’esperienza storica.
Sebbene buona parte delle rivoluzioni del XX secolo siano state compiute in suo nome e con il suo appoggio, da nessuna parte questa classe, in quanto tale, ha esercitato la direzione reale di quei processi che hanno finito per costituire nuove forme di dominio e sfruttamento.
Questa constatazione non invalida il fatto che un progetto rivoluzionario anticapitalista non può che avere come base sociale i lavoratori e gli altri settori sfruttati o oppressi dal capitalismo, anche se ci obbliga a ripensare la questione dei soggetti sociali portatori del cambiamento.
Sicuramente il soggetto sociale rivoluzionario delle nuove lotte di liberazione è più vicino a quella visionaria percezione mirista dei “poveri della città e della campagna”, soggetto plurale, multiforme, dai contorni flessibili, che si costruisce attorno a determinati momenti e compiti storici.
Non si tratta più di trovare “la” classe messianica che è portatrice della liberazione dell’umanità, ma di articolare in un progetto rivoluzionario globale le aspirazioni dei lavoratori e degli altri settori sfruttati con quelle di altri segmenti etnici, sociali e culturali che mettono in discussione il capitalismo.
In questa prospettiva, il socialismo del futuro non può essere concepito semplicemente come un progetto che, presentato come “socialismo”, non sia altro che una forma specifica di capitalismo o socialismo di Stato.
Per la costruzione di un nuovo tipo di utopia è necessaria una profonda riformulazione delle basi teoriche, ideologiche, politiche e culturali che hanno ispirato i programmi e le pratiche dei movimenti politici e sociali di trasformazione sociale in Cile.
Cosa possiamo salvare allora dell’esperienza della generazione rivoluzionaria degli anni ’60 e ’70? In un mondo in cui la teoria classica della rivoluzione è entrata in crisi e in cui l’impulso vitale della rivoluzione russa si è estinto nel bel mezzo della fine disastrosa dei “socialismi reali”, è, senza dubbio, poco ciò che può essere recuperato dai riferimenti teorici, dagli strumenti e dalle strategie politiche di una volta.
Tuttavia, è molto ciò che si deve raccogliere in termini di decisione di cambiare il mondo e ciò che deve essere salvato sul piano della morale e della coerenza con i principi e le convinzioni.
Quando le classi dirigenti, attraverso i loro politici e intellettuali, offrono all’umanità solo la prospettiva di una eterna riproduzione del capitalismo, una sorta di congelamento o “fine della storia” senza progetti collettivi o utopie di cambiamento sociale; quando in paesi come il nostro la casta politica ci mostra giorno per giorno che per essa pensare, dire e fare sono tre cose diverse, l’eredità morale di Miguel Enríquez e della sua generazione rivoluzionaria continua ad avere un valore che, nella prospettiva delle lotte e utopie libertarie del futuro, non sarà puramente testimoniale.
La sfida storica per le nuove generazioni sarà quella di raccogliere questa eredità morale ed elaborarla attraverso il prisma di nuovi strumenti teorici che dovranno costruirsi da soli, recuperando quanto necessario dai contributi precedenti, senza riflessi nostalgici che portino alla ripetizione dei costosi errori del passato, ma senza cedere alle pressioni del sistema di dominio.
Sono certo che, prima o poi, questi nuovi uomini e donne valuteranno l’esperienza e l’eredità di coloro che li hanno preceduti e costruiranno, con lo stesso entusiasmo e coerenza, anche se con più lungimiranza e maggiore efficacia, le “grandi strade” libertarie del futuro.
di Sergio Grez Toso - Storico, accademico dell’Università del Cile. Email: sergiogreztoso@gmail.com
Note
[1] Sulla strategia elettorale della sinistra in Cile, vedi Sergio Grez Toso, “La izquierda chilena y las elecciones: una perspectiva histórica (1882-2013)”, en Cuadernos de Historia, N°40, Santiago, junio de 2014, págs. 61-93. Versione digitale.
[2] Varie delle idee espresse qua di seguito sono state sviluppate insieme ai componenti del collettivo Centro de Estudios Políticos sobre Chile (CEP-Chile) nel documento Una corriente socialista libertaria como alternativa de izquierda revolucionaria (Reflexiones para un proyecto transformador), París, Centro de Estudios Políticos sobre Chile, aprile 1985.
Fonte
“La creazione di un nuovo sistema finanziario mondiale è un processo irreversibile”
Il superamento del mondo unipolare ad egemonia statunitense è un processo lungo, contraddittorio, costellato di momenti di crisi e reazioni violente.
In gran parte è frutto delle scelte fatte nel corso degli ultimi 30 anni dall’Occidente neoliberista (la “delocalizzazione produttiva”, in caccia del costo del lavoro più basso, ha per esempio generato competitor in grado ora di fare a meno della tutela imperialistica).
Ma è anche decisamente ovvio che queste modificazioni oggettive stiano stimolando risposte consapevoli, progetti alternativi e concorrenti. Il superamento dell’unipolarismo verso un sistema multipolare – che ha l’indubbio problema di costruire una nuova governance globale – è vissuto dall’Occidente come un incubo, ma dal resto del mondo come un’opportunità. Che naturalmente è tale sia per nuove ambizioni imperiali, sia per ipotesi di liberazione.
Sarebbe bene cominciare a rendersene conto. Se non altro per non continuare a rinchiudere le prospettive di cambiamento sociale all’interno delle declinanti sorti dell’imperialismo neoliberista...
In gran parte è frutto delle scelte fatte nel corso degli ultimi 30 anni dall’Occidente neoliberista (la “delocalizzazione produttiva”, in caccia del costo del lavoro più basso, ha per esempio generato competitor in grado ora di fare a meno della tutela imperialistica).
Ma è anche decisamente ovvio che queste modificazioni oggettive stiano stimolando risposte consapevoli, progetti alternativi e concorrenti. Il superamento dell’unipolarismo verso un sistema multipolare – che ha l’indubbio problema di costruire una nuova governance globale – è vissuto dall’Occidente come un incubo, ma dal resto del mondo come un’opportunità. Che naturalmente è tale sia per nuove ambizioni imperiali, sia per ipotesi di liberazione.
Sarebbe bene cominciare a rendersene conto. Se non altro per non continuare a rinchiudere le prospettive di cambiamento sociale all’interno delle declinanti sorti dell’imperialismo neoliberista...
*****
La creazione di un nuovo sistema finanziario globale nel contesto del mondo multipolare è un processo “irreversibile”, ha affermato venerdì il vice ministro degli Esteri russo Alexander Pankin in un’intervista con la TASS.
Il vice ministro degli Esteri ha indicato che sono già stati creati “con successo” meccanismi bilaterali con diversi Paesi per effettuare pagamenti in valute nazionali alternative a quelle occidentali. In questo senso, ha sottolineato che è contemplata la possibilità di sostenere in rubli alcune categorie di articoli, anche in materia di energia e alimenti. In questo modo “si stanno gettando le basi di un sistema finanziario mondiale multipolare”, ha sottolineato Pankin.
A giugno, il presidente russo Vladimir Putin aveva annunciato che i paesi che fanno parte dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) stanno valutando la possibilità di creare una valuta internazionale di riserva sulla base delle loro rispettive monete. “Il sistema di messaggistica finanziaria della Russia è aperto per collegare le banche dei cinque paesi. L’espansione geografica del sistema di pagamento Mir russo è in corso”, ha affermato il presidente in quell’occasione.
Lo scorso 5 agosto Putin e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato di stabilire parzialmente in rubli i pagamenti per le forniture di gas da Mosca.
Allontanarsi da un dollaro e da un euro “tossici”
D’altra parte, l’alto diplomatico ha indicato che Mosca si allontanerà dal dollaro e dall’euro – che ha definito “tossici” – nei progetti commerciali e di investimento con i suoi partner di fronte alla “crescente pressione geopolitica dell’Occidente collettivo”.
Secondo Pankin, il sistema finanziario esistente ha mostrato la sua “scarsa utilità” nel contesto del mondo multipolare, essendo diventato “uno strumento per raggiungere gli obiettivi politici di un gruppo di paesi”.
“È ovvio che nelle condizioni attuali l’Occidente intende continuare ad abusare della sua posizione privilegiata. È incoraggiante notare che molti paesi, che vedono queste sanzioni illegali e senza precedenti contro la Russia, hanno riflettuto sulla necessità di de-dollarizzare la propria attività economica estera nell’interesse della propria sovranità. Risulta che il compito è fattibile se c’è volontà politica”, ha affermato il viceministro degli Esteri.
Fonte
01/01/2022
Cile - Non tutto brilla nella vittoria di Boric
Il neopresidente eletto Gabriel Boric è ormai comprensibilmente e costantemente inseguito dai giornalisti, che lo intervistano sui più disparati argomenti, specialmente quelli che non hanno fatto parte della sua campagna elettorale. Come la politica estera e il conflitto nel Wallmapu.
In una recente conferenza stampa, infatti, è stato intervistato a proposito dell’invito, rivoltogli alcuni giorni prima dal Presidente ancora in carica Sebastian Piñera, ad accompagnarlo in un viaggio internazionale in Colombia relativo ai progetti di politica internazionale Prosur e Alleanza del Pacifico.
Boric risponde di aver rifiutato l’invito del Presidente in quanto le modalità dell’invito non seguivano un protocollo formale e, inoltre, il progetto politico Prosur è stato promosso specificamente dal governo Piñera e il nuovo governo avrà dei propri progetti di politica internazionale, in particolare intende rafforzare i rapporti con l’Alleanza del Pacifico.
Durante la campagna elettorale Boric non si era per nulla pronunciato circa la politica internazionale del suo futuro governo.
L’affermazione chiara e perentoria di voler rafforzare i rapporti con l’Alleanza del Pacifico, nata nel 2011 (Cile, Colombia, Messico e Perù) per contrastare l’integrazione regionale degli stati progressisti dell’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe, fondata nel 2004), chiarisce definitivamente le sue tendenze, che in diversi altri campi è fin troppo facile definire “moderate”, anche se molti sperano di trovarsi di fronte al nuovo Salvador Allende.
Nella medesima conferenza stampa, un giornalista gli chiede un commento sugli attentati verificatisi nella “Macrozona Sur” (termine utilizzato dal governo Piñera per denominare la regione dell’Araucania) e sulla dichiarazione di Hector Llaitul (portavoce della CAM Coordinamento Arauco Malleco) che continueranno sulla strada rivoluzionaria.
Boric (che evidentemente non ritiene di dover contestare la terminologia militarista messa in uso dal suo predecessore) dice che il suo percorso sarà di pace, mai di violenza, e quindi chi percorre la strada della violenza per perseguire la pace, sbaglia.
Riconosce che il Cile ha un enorme debito con i popoli originari, in particolare con quello Mapuche e che bisogna parlarne, visto che la politica della CONADI (Corporación Nacional de Desarrollo Indígena, Corporazione Nazionale di Sviluppo Indigeno. Già dal nome si può intuire l’impostazione decisamente colonialista di questa istituzione) è esaurita, il conflitto è profondo e richiede tempo per essere risolto.
Ha già in cantiere colloqui con i rettori delle Università in Araucania, con i vari Vescovi, con il Centro Nansen per la Pace. Dedicherà una equipe specifica al problema che si deve risolvere senza violenza.
Tre le entità interpellate e da interpellare per la soluzione del conflitto però non cita le organizzazioni e le strutture del Popolo Nazione Mapuche. Sembrerebbe una “omissione” piuttosto significativa.
Già altre volte ci siamo occupati di dare voce al punto di vista della lotta del popolo Mapuche, traducendo interviste ai loro portavoce e comunicati. Qui di seguito l’ultimo comunicato della CAM, Coordinadora Arauco Malleco, caricato sul Twitter di Aukin Ecos del Wallmapu.
A seguire, la nota politica del Mir (Movimiento de Izquierda Revolcionaria) sulla nuova situazione in Cile.
In una recente conferenza stampa, infatti, è stato intervistato a proposito dell’invito, rivoltogli alcuni giorni prima dal Presidente ancora in carica Sebastian Piñera, ad accompagnarlo in un viaggio internazionale in Colombia relativo ai progetti di politica internazionale Prosur e Alleanza del Pacifico.
Boric risponde di aver rifiutato l’invito del Presidente in quanto le modalità dell’invito non seguivano un protocollo formale e, inoltre, il progetto politico Prosur è stato promosso specificamente dal governo Piñera e il nuovo governo avrà dei propri progetti di politica internazionale, in particolare intende rafforzare i rapporti con l’Alleanza del Pacifico.
Durante la campagna elettorale Boric non si era per nulla pronunciato circa la politica internazionale del suo futuro governo.
L’affermazione chiara e perentoria di voler rafforzare i rapporti con l’Alleanza del Pacifico, nata nel 2011 (Cile, Colombia, Messico e Perù) per contrastare l’integrazione regionale degli stati progressisti dell’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe, fondata nel 2004), chiarisce definitivamente le sue tendenze, che in diversi altri campi è fin troppo facile definire “moderate”, anche se molti sperano di trovarsi di fronte al nuovo Salvador Allende.
Nella medesima conferenza stampa, un giornalista gli chiede un commento sugli attentati verificatisi nella “Macrozona Sur” (termine utilizzato dal governo Piñera per denominare la regione dell’Araucania) e sulla dichiarazione di Hector Llaitul (portavoce della CAM Coordinamento Arauco Malleco) che continueranno sulla strada rivoluzionaria.
Boric (che evidentemente non ritiene di dover contestare la terminologia militarista messa in uso dal suo predecessore) dice che il suo percorso sarà di pace, mai di violenza, e quindi chi percorre la strada della violenza per perseguire la pace, sbaglia.
Riconosce che il Cile ha un enorme debito con i popoli originari, in particolare con quello Mapuche e che bisogna parlarne, visto che la politica della CONADI (Corporación Nacional de Desarrollo Indígena, Corporazione Nazionale di Sviluppo Indigeno. Già dal nome si può intuire l’impostazione decisamente colonialista di questa istituzione) è esaurita, il conflitto è profondo e richiede tempo per essere risolto.
Ha già in cantiere colloqui con i rettori delle Università in Araucania, con i vari Vescovi, con il Centro Nansen per la Pace. Dedicherà una equipe specifica al problema che si deve risolvere senza violenza.
Tre le entità interpellate e da interpellare per la soluzione del conflitto però non cita le organizzazioni e le strutture del Popolo Nazione Mapuche. Sembrerebbe una “omissione” piuttosto significativa.
Già altre volte ci siamo occupati di dare voce al punto di vista della lotta del popolo Mapuche, traducendo interviste ai loro portavoce e comunicati. Qui di seguito l’ultimo comunicato della CAM, Coordinadora Arauco Malleco, caricato sul Twitter di Aukin Ecos del Wallmapu.
A seguire, la nota politica del Mir (Movimiento de Izquierda Revolcionaria) sulla nuova situazione in Cile.
*****
Né con la destra né con il progressismo servile: la Cam affronta lo scenario attuale della rivoluzionaria lotta Mapuche
Per quanto riguarda gli eventi in corso gestiti nel quadro istituzionale dello Stato del Cile, la convenzione costituente e il ciclo di governo guidato da Gabriel Boric che è nato concordato nel quadro del rapporto interborghese nazionale e internazionale, affermiamo quanto segue:
Kiñe. C’è un costante negazionismo, un pregiudizio e un’ignoranza di massa sulla storia della nostra Nazione Mapuche, orchestrata e imposta dallo stato cileno per giustificare l’usurpazione del Wallmapu.
Con questo discorso si vuole disconoscere che come popolo Mapuche abbiamo mantenuto una lunga indipendenza e sovranità sul nostro territorio ancestrale, a tal punto che le strutture coloniali e repubblicane sono rimaste fuori dalla nostra vita per diversi secoli, senza poter imporre le loro forme culturali, economiche e politiche.
L’unico modo che i winka hanno trovato per impadronirsi del nostro territorio è stato l’espropriazione, l’inganno, la tutela razzista e la militarizzazione, fenomeni che tornano a ripetersi oggi.
Epu. Inoltre, nel panorama attuale in cui sorgono voci che cercano di orientare la nostra autonomia sotto il loro istituzionalismo e paternalismo, rispondiamo a quella nuova sinistra “hippie, progressista e di buone vibrazioni” e che oggi celebra un governo socialdemocratico o, per essere più precisi, di centro-sinistra, che il popolo mapuche ha un proprio ordinamento politico-militare sin da prima della formazione dello stato cileno.
Questo attraverso il koyang, il weychan e la presenza delle nostre autorità ancestrali come machi, lonko, werken , weychafe. Questi ruoli restano in vigore nel nostro movimento, al di fuori delle ideologie straniere e attivi nei processi di ricostruzione e di liberazione nazionale verso il kizügunewün.
Kula. Comprendiamo che sebbene le forme di potere e dominio possano variare, in fondo rimangono le stesse strutture contro le quali abbiamo combattuto a lungo, quindi nessuno ci insegnerà ad affrontarle.
È stata la nostra storia di lotta, i nostri successi ed errori, la parola delle nostre autorità culturali, che ci hanno stimolato come popolo in resistenza e ci hanno motivato a continuare a combattere le espressioni del capitalismo nel Wallmapu.
Il potere coloniale che ci ha sottomessi più di un secolo fa segue oggi la stessa logica. Così, Saavedra, Pinochet e Kast rappresentano la continuità storica come progetto di dominio estremista fascista e razzista. Sappiamo già che conviviamo con quella casta di dominio in tutto il territorio conteso.
Detto questo, ancora una volta segnaliamo l’esempio dei nostri antenati, i futakechekuifi, e riaffermiamo che continueremo a lottare per la ricostruzione Nazionale Mapuche senza cambiare di un centimetro la nostra linea e i nostri principi di lotta.
Meli. Che, attualmente e come espressione concreta di queste strutture di dominio, la presunta lotta contro la “violenza nell’Araucanía” si configura come una tattica trasversale sostenuta dalla comunità imprenditoriale, dalla destra, dai media, e anche dalla Convenzione Costituente e da Gabriel Boric, destinata a mantenere il sistema così com’è al punto da giustificare la repressione e la militarizzazione per affrontare il movimento rivoluzionario autonomista mapuche che esercita il controllo territoriale.
Sembra che quando si toccano gli interessi del grande capitale non ci siano differenze tra “sinistra e destra”, poiché entrambi i settori sostengono un discorso omogeneo di fronte agli avanzamenti politici e materiali delle nostre rivendicazioni.
Questi settori dimenticano che nel nostro orizzonte storico sono state la violenza politica e la resistenza che hanno fatto di noi un popolo sovrano ed è nostro legittimo diritto usarla per mantenerci degni come popolo-nazione.
Kechu. Che la tattica di cui sopra fa parte di una strategia di contro-insurrezione che si sta facendo strada nell’attuale scenario politico installando una narrativa narco-terroristica, volta a mettere all’angolo e screditare politicamente, economicamente e mediaticamente le nostre espressioni di lotta rivoluzionaria.
Sono l’assalto disperato delle classi dirigenti e del fascismo per salvaguardare i loro interessi contro il rafforzamento del weychan.
Allo stesso tempo, allo stesso modo, in questo contesto ci dissociamo categoricamente da alcune deviazioni prodottesi all’interno del movimento mapuche in generale e che si sono rivelate funzionali al potere di dominio come il narcotraffico, le mafie legate all’estrazione del legno, al paramilitarismo yanacona e alla servitù dei “nuovi microimprenditori” mapuche.
In questi momenti storici è indispensabile soffocare queste espressioni funzionali al capitale, e come organizzazione lo faremo riaffermando l’etica politica che comporta la nostra tradizione di lotta.
Kayu. Chiediamo al nostro popolo ribelle Mapuche di continuare a resistere e di rivendicare la violenza politica come strumento legittimo della nostra lotta, chiunque governi e mantenga il modello dell’accumulazione capitalista e la sua impalcatura coloniale.
Fermare la distruzione del Wallmapu, creare le basi per l’emancipazione definitiva moltiplicando i chem e intensificando il controllo territoriale per ottenere aree liberate dal potere winka.
Per non dimenticare dalla nostra memoria collettiva i costi di questa nuova rinascita autonomista, che sono stati pagati con persecuzioni politiche e pu weychafe caduti, motivati da un ampio sentimento di dedizione per il nostro popolo. Per non farsi ingannare da false promesse e per non cadere nella visione a breve termine e meschina della pseudo-sinistra.
Con Matías e Toñito nella memoria sempre!!
La resistenza non è terrorismo!!
Kizugūnewtun per la Nazione Mapuche!!
Liberttà a Daniel Canío e a tutti i PPM!!
Amulepe taiñ weichan
Weuwaiñ – Marrichiweu
CAM
*****
La posizione del Mir sulla nuova situazione in Cile
La posizione del Mir sulla nuova situazione in Cile
Domenica 19 dicembre un candidato pinochetista è stato sconfitto alle urne. Il popolo è sceso in piazza felice, non per aver eletto Gabriel Boric, ma per essersi finalmente concesso una sconfitta al fascismo.
Il Movimento di Sinistra Rivoluzionaria MIR desidera contribuire con il suo parere alla necessaria discussione politica su cosa significhi questa elezione.
Il Kast nazista ha permesso al diritto di radunarsi di nuovo attorno al pinochetismo.
Il presidente eletto ha già dato il suo messaggio di unità anche con il pinochetismo.
Il Partito Comunista (PC) del Cile non graviterà in questo governo. Boric ha già ignorato il suo principale candidato, Daniel Jadue, che non era nemmeno sul palco. Non ha nominato il PC all’interno dei partiti che lo hanno sostenuto. Ma, come c’era da aspettarsi, il PC cileno non si preoccupa di questa posizione se riesce a ottenere più incarichi nel governo centrale e nelle regioni.
Il Parlamento è legato tra la sinistra riformista neoliberista e il pinochetismo. Ciò significa che governerà di nuovo con la vecchia “politica degli accordi” della Concertación. Per lo stesso, non ci sarà possibilità di profondi cambiamenti.
I drastici cambiamenti di opinione, durante questo processo, con speranze quasi messianiche, ci mostrano che l’educazione politica deve necessariamente crescere. L’esplosione sociale in quel senso non fu un acceleratore della coscienza di classe e della lotta di classe.
Per tutto quanto sopra, il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR) si assume evidentemente come un oppositore di sinistra di questo governo neoliberista.
Allo stesso tempo, il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR) chiede l’unità della sinistra rivoluzionaria che è fuori dal parlamento e che agisce in piccoli gruppi, e mira a ottenere più militanza che un progetto politico socialista unitario.
Santiago, 20 dicembre 2021
Fonte
27/12/2019
Cile - Il Mir sulla Consulta cittadina e la Commissione mista
Comitato Centrale – Sulla «Consulta cittadina” e la Commissione mista – 17 dicembre 2019
Dichiarazione pubblica
Sulla “Consulta Cittadina” realizzata questo fine settimana e la proposta della Commissione Mista per la composizione dell’Organo costituente.
La scorsa domenica si è concluso il processo di consultazione cittadina promosso da Sindaci rappresentanti delle differenti forze che fanno parte del parlamento. Su questo processo, il Comitato Centrale del Movimento della Sinistra Rivoluzionaria – MIR, afferma quanto segue:
1. Valutiamo molto positivamente che oltre il 90% dei votanti si siano espressi a favore del fatto che la composizione dell’organismo costituente sia su base di rappresentanti eletti specificamente per questo scopo e che non ci sia partecipazione dei membri del Congresso nel processo.
2. Questi risultati dimostrano che, malgrado le forze al potere abbiano tentato di generare confusione proponendo il concetto di “Convenzione Costituente”, la cittadinanza attiva continua con chiarezza a cercare di generare un’Assemblea Costituente per i Lavoratori e i Popoli del Cile, che includa altre forze e non solo quelle che sono nel Parlamento.
3. In questo senso, continua ad essere fondamentale dar conto del fatto che il Potere Costituente Originario risiede nella nazione, e che non può essere usurpato da un potere derivato come quello dei Deputati e delle forze che hanno firmato l’ “Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”, dal momento che non è nelle loro prerogative quella di generare una Nuova Costituzione, e che tale esercizio è proprio dei popoli che formano una nazione.
4. Alla stessa maniera, è chiaro, nelle risposte ottenute questo fine settimana, che la cittadinanza sostiene fermamente che siano garantiti nella Costituzione diritti fondamentali come l’Istruzione, la Salute e la Previdenza, tra gli altri, cosa che si vede assolutamente messa a rischio dall’accordo di mantenere il quorum dei 2/3, perché basta che 1/3 si pronunci contro la garanzia di un diritto perché questo rimanga fuori dalla Costituzione.
5. È importante comprendere che la cittadinanza si aspetta che siano rispettati criteri come la parità di genere, seggi riservati ai popoli originari e che sia garantita la partecipazione di dirigenti sociali, dei posti di lavoro e degli indipendenti, abbassando le soglie affinché la loro partecipazione abbia uguali opportunità rispetto a quelle che hanno i militanti dei Partiti attualmente legali e che non esistano cittadini di prima e seconda categoria al momento di redigere una nuova carta costituzionale.
6. In questo senso, il fatto che i lavoratori si siano mobilitati ampiamente durante questi mesi in tutto il territorio nazionale esigendo un’Assemblea Costituente, contrasta con il fatto che la stessa popolazione non si sia sentita motivata a partecipare nelle scorse elezioni presidenziali, dove quasi il 60% si è astenuto e dove, del 40% votante, quasi un 10% abbia votato scheda nulla. Questo evidenzia che le forze presenti nel Congresso non sono riuscite a rappresentare gli interessi della cittadinanza, e pertanto è imperativo dare la possibilità a nuove forze di integrarsi allo spettro politico, abbassando le soglie per poter legalizzare Partiti e permettere che organizzazioni con un radicamento storico nel campo popolare, come lo è il MIR, abbiamo le possibilità di partecipare in maniera attiva al processo di costruzione della nuova costituzione.
PER UNA VITA DEGNA PER TUTTE E TUTTI.
Continuiamo a lottare per un’Assemblea Costituente per i lavoratori e i popoli del Cile!
Comitato Centrale
Movimiento de Izquierda Revolucionaria – MIR
17 dicembre 2019
Fonte
Dichiarazione pubblica
Sulla “Consulta Cittadina” realizzata questo fine settimana e la proposta della Commissione Mista per la composizione dell’Organo costituente.
La scorsa domenica si è concluso il processo di consultazione cittadina promosso da Sindaci rappresentanti delle differenti forze che fanno parte del parlamento. Su questo processo, il Comitato Centrale del Movimento della Sinistra Rivoluzionaria – MIR, afferma quanto segue:
1. Valutiamo molto positivamente che oltre il 90% dei votanti si siano espressi a favore del fatto che la composizione dell’organismo costituente sia su base di rappresentanti eletti specificamente per questo scopo e che non ci sia partecipazione dei membri del Congresso nel processo.
2. Questi risultati dimostrano che, malgrado le forze al potere abbiano tentato di generare confusione proponendo il concetto di “Convenzione Costituente”, la cittadinanza attiva continua con chiarezza a cercare di generare un’Assemblea Costituente per i Lavoratori e i Popoli del Cile, che includa altre forze e non solo quelle che sono nel Parlamento.
3. In questo senso, continua ad essere fondamentale dar conto del fatto che il Potere Costituente Originario risiede nella nazione, e che non può essere usurpato da un potere derivato come quello dei Deputati e delle forze che hanno firmato l’ “Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”, dal momento che non è nelle loro prerogative quella di generare una Nuova Costituzione, e che tale esercizio è proprio dei popoli che formano una nazione.
4. Alla stessa maniera, è chiaro, nelle risposte ottenute questo fine settimana, che la cittadinanza sostiene fermamente che siano garantiti nella Costituzione diritti fondamentali come l’Istruzione, la Salute e la Previdenza, tra gli altri, cosa che si vede assolutamente messa a rischio dall’accordo di mantenere il quorum dei 2/3, perché basta che 1/3 si pronunci contro la garanzia di un diritto perché questo rimanga fuori dalla Costituzione.
5. È importante comprendere che la cittadinanza si aspetta che siano rispettati criteri come la parità di genere, seggi riservati ai popoli originari e che sia garantita la partecipazione di dirigenti sociali, dei posti di lavoro e degli indipendenti, abbassando le soglie affinché la loro partecipazione abbia uguali opportunità rispetto a quelle che hanno i militanti dei Partiti attualmente legali e che non esistano cittadini di prima e seconda categoria al momento di redigere una nuova carta costituzionale.
6. In questo senso, il fatto che i lavoratori si siano mobilitati ampiamente durante questi mesi in tutto il territorio nazionale esigendo un’Assemblea Costituente, contrasta con il fatto che la stessa popolazione non si sia sentita motivata a partecipare nelle scorse elezioni presidenziali, dove quasi il 60% si è astenuto e dove, del 40% votante, quasi un 10% abbia votato scheda nulla. Questo evidenzia che le forze presenti nel Congresso non sono riuscite a rappresentare gli interessi della cittadinanza, e pertanto è imperativo dare la possibilità a nuove forze di integrarsi allo spettro politico, abbassando le soglie per poter legalizzare Partiti e permettere che organizzazioni con un radicamento storico nel campo popolare, come lo è il MIR, abbiamo le possibilità di partecipare in maniera attiva al processo di costruzione della nuova costituzione.
PER UNA VITA DEGNA PER TUTTE E TUTTI.
Continuiamo a lottare per un’Assemblea Costituente per i lavoratori e i popoli del Cile!
Comitato Centrale
Movimiento de Izquierda Revolucionaria – MIR
17 dicembre 2019
Fonte
11/09/2015
L'altro 11 settembre. Il golpe in Cile
Ogni 11 settembre veniamo sommersi dalla memorialistica mainstream, che ci parla della Torri Gemelle e di Al Qaeda, della presunta guerra tra Occidente liberale e integralismo religioso. Evento certamente importante, tra i pricipali di questo inizi millennio.
Ma noi preferiamo sempre ricordare un altro 11 settembre, quello del 1973, quando venne dimostrato praticamente che nel cosiddetto Occidente liberale non poteva sopravvivere un processo democratico e popolare che metteva in discussione i fondamentali del sistema economico capitalistico e il sistema di alleanze militari subordinate agli Stati Uniti.
Quello fu certamente un evento epocale, che costrinse tutta la sinistra mondiale prendere atto dell'impossibilità di "riforma democratica", di "democrazia progressiva", del sistema in cui si viveva. Fu una verifica lacerante, che polarizzò nettamente il campo che fin lì si era detto comunista, e che portò da un lato all'"eurocomunismo" - riformista e conciliatore, con la teorizzazione in Italia del "compromesso storico" con le forze filoamericane - e dall'altra a una faticosa e drammatica ricerca di altre vie rivoluzionarie.
Pubblichiamo qui, per ricordare il dramma del golpe contro il governo progressista guidatoda Salvador Allende, la riflessione di Daniel Bensaid, certo non un "estremista", scritto nel 2003, proprio a testimonianza di quanto lacerante fu - nel movimento comunista globale - quel momento storico.
*****
Cile, i ricordi di uno smemorato
Daniel Bensaid - Traduzione di Felice Mometti
In una breve intervista pubblicata sul quotidiano Le Monde (12 settembre 2003), Marco Aurelio Garcia, vecchio militante del Mir cileno (Movimiento de Izquierda Revolucionaria, la principale organizzazione di estrema sinistra) e oggi [settembre 2003] consigliere diplomatico personale del presidente Lula, parla delle lezioni del golpe cileno.
1. La "principale lezione da tenere a mente" sarebbe "che un progetto di trasformazione politica ha bisogno di un "forte sistema di alleanze". Marco Aurelio pertanto si chiede perché la grande alleanza tra Unitad Popular (coalizione tra i partiti socialista, comunista, radicale e movimento per l'azione popolare) e la Democrazia Cristiana cilena, abbozzata nel 1970 in occasione dell'assassinio del generale Schneider, capo dell'esercito, non sia stata confermata e consolidata successivamente. Come se la questione delle alleanze fosse separata da quella delle politiche seguite e come se potesse essere messa tra parentesi la logica conflittuale della lotta di classe.
Di fronte alla radicalizzazione del movimento, all'estensione del periodo di proprietà sociale nel 1972, ai tentativi di autodifesa di massa (specialmente dopo il fallito colpo di stato nel giugno 1972 che ha annunciato il colpo di stato riuscito dell'11 settembre), i partiti borghesi hanno logicamente difeso l'ordine borghese contro l'estensione delle conquiste sociali, l'organizzazione dei soldati nell'esercito, la centralizzazione dei consigli operai e dei comitati comunali. Marco Aurelio avrà dimenticato che dopo la crisi dell'ottobre 1972 la risposta è stata appunto un "allargamento del patto", sotto forma di integrazione dei generali nel governo. Il segretario generale del Partito Comunista cileno, Luis Corvalan, disse: "Non vi è alcun dubbio che un governo in cui sono rappresentati i tre settori delle forze armate sia un argine contro la sedizione!" Lo scenario si è ripetuto durante la crisi del giugno 1973, Pinochet in persona entrava nel governo per meglio preparare il suo golpe.
2. La questione diventa allora sapere se bisognava sacrificare, a questo improbabile allargamento delle alleanze, una politica di riforme tesa a rafforzare il sostegno popolare al governo Allende. Ciò è suggerito da Marco Aurelio Garcia che criminalizza la "fuga in avanti" di buona parte della sinistra cilena, come se la sinistra radicale fosse minimamente responsabile di un colpo di stato messo in scena dalla reazione e dalla CIA (come oggi è ormai largamente documentato) con il piano Condor, predisposto dopo la vittoria elettorale di Allende. Il sabotaggio messo in pratica con la serrata padronale nell'autunno del 1972 mostra la crescente pressione dell'imperialismo e lo strangolamento imposto a un'economia il cui tasso di crescita era passato dal 14% nel 1971 al 2,4% nel 1972.
3. Questo modo di ritenere la sinistra radicale responsabile del fallimento fa il paio con i dibattiti in corso all'interno della sinistra. Per Marco Aurelio Garcia la colpa del Mir è stata quella di "collocarsi in una posizione sbagliata, volendo rappresentare un'alternativa generale invece di essere il versante critico di Unitad Popular".
Marco Aurelio sa molto bene che il Mir ha sostenuto la vittoria di Unitad Popular e, senza partecipare, il governo di Allende (fino a garantire la guardia personale del presidente). Nel 1972 il Mir ha preso in considerazione il proprio ingresso nel governo ma ha rinunciato davanti alle scelte operate in politica economica ed alle alleanze promosse dal Partito Comunista.
La questione riguarda allora l'ipotesi strategica di guerra popolare prolungata che guidava l'azione del Mir. Il Mir prevedeva un rovesciamento del governo sotto forma di una sconfitta limitata che avrebbe dato il via libera alla guerra popolare prolungata. Pertanto si era preparato a dei compiti immaginari per il domani e il dopodomani piuttosto che a quelli del giorno: il confronto con la minaccia di golpe diventata sempre più chiara lungo tutto il 1973. A questa conclusione arriva ora anche uno dei pochi superstiti della leadership del Mir, Andres Pascal, sostenendo che l'errore strategico fu di non tentare di replicare al "tankazo" (il fallito colpo di stato del giugno 1973) con un'offensiva insurrezionale, sociale e militare.
4. Marco Aurelio Garcia ritiene illusoria la "problematica del doppio potere" secondo la quale i consigli operai potevano costituire degli embrioni di soviet. Qui sta tutta la questione. La centralizzazione dei consigli e dei comitati comunali combinata con grandi esperienze democratiche come l'assemblea popolare di Conception, potevano portare alla formazione di un potere costituente popolare? Ma questo di per sé non basta per constatarne la forza o la debolezza. Esse dipendono in parte anche dalle strategie e dalle volontà in campo. E se, come afferma Garcia, non vi è "praticamente stata alcuna resistenza al colpo di Stato" (giudizio perlomeno approssimativo e unilaterale), c'è da chiedersi in che modo sia stata preparata questa resistenza e quali parole d'ordine non sono state lanciate il giorno che Pinochet ha bombardato La Moneda (il palazzo presidenziale).
Certamente per porre il problema in questi termini bisogna ammettere che la radicalizzazione del processo rivoluzionario non è che una risposta, in una difficile scalata, a una controrivoluzione in atto. La tranquilla ipotesi di un consenso sociale con la borghesia e una benedizione dell'imperialismo è altrettanto irreale come una stabilizzazione democratica del governo Kerenskij tra il febbraio e l'ottobre del 1917 in Russia. I Kornilov e i Pinochet non hanno mai sentito da questo orecchio.
5. In compenso, Le Monde ha pubblicato nel numero del 12 settembre, un articolo di Jorge Castaneda (ex ministro degli Esteri messicano del governo Fox) che ha incautamente dichiarato che "l'epoca delle rivoluzioni è chiusa" (e quella di contro-rivoluzioni?), ed anche un articolo di Paolo Antonio Paranagua che riduce esperienze strategicamente molto diverse (da Cuba al Nicaragua, dal Salvador alla Bolivia, Perù e Argentina), a una "pulsione di morte" ( sic!) dei militanti. Egli entra nella zona d'ombra delle motivazioni individuali con delle banalità universali. Questo non l'autorizza a psicologizzare e depoliticizzare l'impegno e il senso politico secondo il cliché giornalistico della fuga in avanti suicida, com'è diventato di moda fare soprattutto a proposito della morte del Che in Bolivia.
6. Allargando il campo delle lezioni cilene, Marco Aurelio Garcia rende omaggio alla lucidità "del leader comunista italiano Enrico Berlinguer" che "ha subito notato che non si può governare con una maggioranza risicata."
L'esperienza cilena, in effetti, è servita come argomento (come alibi) a una rispettosa sinistra europea per predicare il "compromesso storico" o "Patto della Moncloa" (patto tra la destra non franchista, la sinistra e i sindacati spagnoli). Un quarto di secolo dopo, qual è il loro bilancio? Il compromesso storico ha contribuito a disarmare il movimento operaio italiano e ha portato al crollo dell'Ulivo e all'avvento di Berlusconi. Berlinguer e i suoi eredi (come Robert Hue) hanno sacrificato l'alternativa alle alleanze. Hanno evitato i colpi di stato ma a costo di rinunciare a qualsiasi serio cambiamento sociale, sprofondando nella crisi e capitolando completamente davanti alle contro-riforme liberiste.
7. Questo ritorno, perlomeno strano, in forma di orazione funebre dell'esperienza cilena permette a Marco Aurelio Garcia di stabilire un parallelo tra il "modello cileno" e il "modello brasiliano" tra il governo Allende e il governo Lula, a grande vantaggio del secondo, naturalmente. Sarebbe meglio "lasciare che il tempo faccia il suo corso". Siamo in un'epoca di critiche (a volte forse troppo severe) a Salvador Allende. Tuttavia il personaggio merita rispetto e dignità e occuperà il suo posto nella storia. Se la politica liberista seguita dal governo Lula dall'inizio dell'anno (in nome di alleanze più ampie) dovesse continuare non è certo, purtroppo, che da qui a qualche anno il "modello brasiliano" non appaia come un esempio ulteriore di una capitolazione di grandi dimensioni all'ordine dominante. Pare che Lula sia ossessionato dall'idea di finire come Walesa. Nulla dice, infatti, che riesca ad evitarlo.
Fonte
1. La "principale lezione da tenere a mente" sarebbe "che un progetto di trasformazione politica ha bisogno di un "forte sistema di alleanze". Marco Aurelio pertanto si chiede perché la grande alleanza tra Unitad Popular (coalizione tra i partiti socialista, comunista, radicale e movimento per l'azione popolare) e la Democrazia Cristiana cilena, abbozzata nel 1970 in occasione dell'assassinio del generale Schneider, capo dell'esercito, non sia stata confermata e consolidata successivamente. Come se la questione delle alleanze fosse separata da quella delle politiche seguite e come se potesse essere messa tra parentesi la logica conflittuale della lotta di classe.
Di fronte alla radicalizzazione del movimento, all'estensione del periodo di proprietà sociale nel 1972, ai tentativi di autodifesa di massa (specialmente dopo il fallito colpo di stato nel giugno 1972 che ha annunciato il colpo di stato riuscito dell'11 settembre), i partiti borghesi hanno logicamente difeso l'ordine borghese contro l'estensione delle conquiste sociali, l'organizzazione dei soldati nell'esercito, la centralizzazione dei consigli operai e dei comitati comunali. Marco Aurelio avrà dimenticato che dopo la crisi dell'ottobre 1972 la risposta è stata appunto un "allargamento del patto", sotto forma di integrazione dei generali nel governo. Il segretario generale del Partito Comunista cileno, Luis Corvalan, disse: "Non vi è alcun dubbio che un governo in cui sono rappresentati i tre settori delle forze armate sia un argine contro la sedizione!" Lo scenario si è ripetuto durante la crisi del giugno 1973, Pinochet in persona entrava nel governo per meglio preparare il suo golpe.
2. La questione diventa allora sapere se bisognava sacrificare, a questo improbabile allargamento delle alleanze, una politica di riforme tesa a rafforzare il sostegno popolare al governo Allende. Ciò è suggerito da Marco Aurelio Garcia che criminalizza la "fuga in avanti" di buona parte della sinistra cilena, come se la sinistra radicale fosse minimamente responsabile di un colpo di stato messo in scena dalla reazione e dalla CIA (come oggi è ormai largamente documentato) con il piano Condor, predisposto dopo la vittoria elettorale di Allende. Il sabotaggio messo in pratica con la serrata padronale nell'autunno del 1972 mostra la crescente pressione dell'imperialismo e lo strangolamento imposto a un'economia il cui tasso di crescita era passato dal 14% nel 1971 al 2,4% nel 1972.
3. Questo modo di ritenere la sinistra radicale responsabile del fallimento fa il paio con i dibattiti in corso all'interno della sinistra. Per Marco Aurelio Garcia la colpa del Mir è stata quella di "collocarsi in una posizione sbagliata, volendo rappresentare un'alternativa generale invece di essere il versante critico di Unitad Popular".
Marco Aurelio sa molto bene che il Mir ha sostenuto la vittoria di Unitad Popular e, senza partecipare, il governo di Allende (fino a garantire la guardia personale del presidente). Nel 1972 il Mir ha preso in considerazione il proprio ingresso nel governo ma ha rinunciato davanti alle scelte operate in politica economica ed alle alleanze promosse dal Partito Comunista.
La questione riguarda allora l'ipotesi strategica di guerra popolare prolungata che guidava l'azione del Mir. Il Mir prevedeva un rovesciamento del governo sotto forma di una sconfitta limitata che avrebbe dato il via libera alla guerra popolare prolungata. Pertanto si era preparato a dei compiti immaginari per il domani e il dopodomani piuttosto che a quelli del giorno: il confronto con la minaccia di golpe diventata sempre più chiara lungo tutto il 1973. A questa conclusione arriva ora anche uno dei pochi superstiti della leadership del Mir, Andres Pascal, sostenendo che l'errore strategico fu di non tentare di replicare al "tankazo" (il fallito colpo di stato del giugno 1973) con un'offensiva insurrezionale, sociale e militare.
4. Marco Aurelio Garcia ritiene illusoria la "problematica del doppio potere" secondo la quale i consigli operai potevano costituire degli embrioni di soviet. Qui sta tutta la questione. La centralizzazione dei consigli e dei comitati comunali combinata con grandi esperienze democratiche come l'assemblea popolare di Conception, potevano portare alla formazione di un potere costituente popolare? Ma questo di per sé non basta per constatarne la forza o la debolezza. Esse dipendono in parte anche dalle strategie e dalle volontà in campo. E se, come afferma Garcia, non vi è "praticamente stata alcuna resistenza al colpo di Stato" (giudizio perlomeno approssimativo e unilaterale), c'è da chiedersi in che modo sia stata preparata questa resistenza e quali parole d'ordine non sono state lanciate il giorno che Pinochet ha bombardato La Moneda (il palazzo presidenziale).
Certamente per porre il problema in questi termini bisogna ammettere che la radicalizzazione del processo rivoluzionario non è che una risposta, in una difficile scalata, a una controrivoluzione in atto. La tranquilla ipotesi di un consenso sociale con la borghesia e una benedizione dell'imperialismo è altrettanto irreale come una stabilizzazione democratica del governo Kerenskij tra il febbraio e l'ottobre del 1917 in Russia. I Kornilov e i Pinochet non hanno mai sentito da questo orecchio.
5. In compenso, Le Monde ha pubblicato nel numero del 12 settembre, un articolo di Jorge Castaneda (ex ministro degli Esteri messicano del governo Fox) che ha incautamente dichiarato che "l'epoca delle rivoluzioni è chiusa" (e quella di contro-rivoluzioni?), ed anche un articolo di Paolo Antonio Paranagua che riduce esperienze strategicamente molto diverse (da Cuba al Nicaragua, dal Salvador alla Bolivia, Perù e Argentina), a una "pulsione di morte" ( sic!) dei militanti. Egli entra nella zona d'ombra delle motivazioni individuali con delle banalità universali. Questo non l'autorizza a psicologizzare e depoliticizzare l'impegno e il senso politico secondo il cliché giornalistico della fuga in avanti suicida, com'è diventato di moda fare soprattutto a proposito della morte del Che in Bolivia.
6. Allargando il campo delle lezioni cilene, Marco Aurelio Garcia rende omaggio alla lucidità "del leader comunista italiano Enrico Berlinguer" che "ha subito notato che non si può governare con una maggioranza risicata."
L'esperienza cilena, in effetti, è servita come argomento (come alibi) a una rispettosa sinistra europea per predicare il "compromesso storico" o "Patto della Moncloa" (patto tra la destra non franchista, la sinistra e i sindacati spagnoli). Un quarto di secolo dopo, qual è il loro bilancio? Il compromesso storico ha contribuito a disarmare il movimento operaio italiano e ha portato al crollo dell'Ulivo e all'avvento di Berlusconi. Berlinguer e i suoi eredi (come Robert Hue) hanno sacrificato l'alternativa alle alleanze. Hanno evitato i colpi di stato ma a costo di rinunciare a qualsiasi serio cambiamento sociale, sprofondando nella crisi e capitolando completamente davanti alle contro-riforme liberiste.
7. Questo ritorno, perlomeno strano, in forma di orazione funebre dell'esperienza cilena permette a Marco Aurelio Garcia di stabilire un parallelo tra il "modello cileno" e il "modello brasiliano" tra il governo Allende e il governo Lula, a grande vantaggio del secondo, naturalmente. Sarebbe meglio "lasciare che il tempo faccia il suo corso". Siamo in un'epoca di critiche (a volte forse troppo severe) a Salvador Allende. Tuttavia il personaggio merita rispetto e dignità e occuperà il suo posto nella storia. Se la politica liberista seguita dal governo Lula dall'inizio dell'anno (in nome di alleanze più ampie) dovesse continuare non è certo, purtroppo, che da qui a qualche anno il "modello brasiliano" non appaia come un esempio ulteriore di una capitolazione di grandi dimensioni all'ordine dominante. Pare che Lula sia ossessionato dall'idea di finire come Walesa. Nulla dice, infatti, che riesca ad evitarlo.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
